Cos’è la critica (pop)?

In effetti avrei dovuto scrivere questo articolo anni fa ma come sempre capita, andare alle cose che mi/ci interessano ha la precedenza sulla metariflessione della disciplina in sé. Niente paura, rimediamo oggi.

Perché Critica? E perché Pop?

Per la prima domanda avevo già accennato qualcosa nei miei scorsi articoli. Non bisogna vedere la critica come il classico rompiballe su internet che ti corregge la grammatica o come lo Sgarbi antipatico che sa tutto lui come si fanno le cose. Critica per Kant aveva lo stesso valore di “valutazione” ed è quella l’accezione che seguo io. La Critica è una cosa che fa chiunque ogni giorno quando compra la pasta al supermercato o quando legge un fumetto, guarda un film.

<<Quale prendo? Quella di qualità che costa di più e ne prendo una, o quella scarsa che costa meno e ne prendo di più?>>

Le uniche discriminanti tra una buona critica e una pessima critica sono la cultura generale, perché senza quella non si hanno abbastanza strumenti per paragonare le cose e per capire il loro peso effettivo; e la predisposizione mentale.

Se mi ritrovo a dover criticare gli Spaghetti, e conosco solo quelli, ne deriverà un giudizio limitato. Se conosco spaghetti, noodle, ramen, capellini e simili il mio giudizio sarà molto più ampio e utile a chi mi legge. Se dovete criticare qualcosa fatevi sempre prima la domanda: Conosco il contesto a sufficienza? Conosco la storia del prodotto, conosco la sua origine e i concorrenti? Sto valutando il prodotto sulla base dei miei sentimenti o perché lo colloco in una cornice ben precisa?

Quello della predisposizione mentale invece è un punto molto difficile che non sempre viene recepito e che non è facile spiegare, per questo l’altra volta usavo la metafora della disciplina Zen. Fare Critica significa in primo luogo astrarsi il più possibile, non avere legami e non avere né amici né parenti, dimenticarsi di ciò che esiste e focalizzare solo l’oggetto di analisi. Questo per dire che per fare una buona critica non possiamo lasciare che a influenzarci sia la mamma che ci guarda male se non ammettiamo che la sua lasagna è meglio di quella della fidanzata, né possiamo tollerare di affossare un’opera solo perché il messaggio finale cozza con quello che è il nostro credo: Destra, Sinistra, di su, di giù, credenti, non credenti, vegani e così via. Siccome questo aspetto è quasi del tutto impossibile (nemmeno i miei articoli in realtà sono scevri da questa impostazione perché non siamo esseri di pura luce ma viviamo in un contesto storicizzato che ha bisogno di questo ma non di quello) in genere è possibile fermarsi ad uno stadio della Critica che sia “umano” e che tenda il più possibile all’obiettività ma senza lasciarsi influenzare eccessivamente dal resto. Bisogna abbandonare la pretesa che un vero distacco sia possibile ma questo non vuol nemmeno dire che allora si possa fare analisi sulla base dei propri pareri personali.

Perché Pop? Vorrei potervi dire che il mio nobile intento è di dare lustro a opere meno aristocratiche come fumetti, videogame, anime e serie tv ma mentirei, anche perché sarebbe solo questione di tempo. Il vero motivo è che la cultura Pop è ovunque: sui social, nel gruppo di amici, a cena col proprio partner, quando si fruisce un’opera e si vogliono cogliere bene i suoi riferimenti (pensiamo a Scott Pilgrim). Insomma è un sacco di materiale che non necessariamente merita l’onore della cronaca e della prima pagina (infatti anche se ne parlo spesso ritengo il genere supereroistico molto sopravvalutato con poche eccezioni molto positive) ma che di sicuro merita di essere approfondito.

Secondariamente perché vivo le discussioni su questi prodotti molto male attraverso i commenti sui social, sulle recensioni, sui siti specializzati. Mi spiace constatare (ma vale per qualsiasi cosa, sia chiaro) che la gente spesso non ha proprio gli strumenti intellettuali per discernere. Vedo davvero tanta confusione tra sentimento personale, retorica per innalzare o abbassare e poi fazionismi dettati più dal senso di appartenenza che da una vera riflessione. Tempo fa, in un mio articolo, scrissi di quanto trovassi odioso l’atteggiamento da Lettore Aristocratico. Quella persona che usa a sproposito termini come “Over Character” “Over reading” “Over Thinking” o ancora “World Building” ed altri elementi della narratologia senza alcuna seria riflessione dietro. Erano solo termini belli presi da contesti aulici e infilati a forza nel discorso per demolire ciò che non piaceva.

Sia chiaro che non scrivo l’articolo per ripicca o che, mi piacerebbe non che le persone concordassero con me ma che riuscissero ad arrivare a conclusioni differenti dalle mie con metodi corretti e argomentazioni valide, e non perché ci si limita a spammare il proprio sentimento fino a che gli altri non si scocciano di rispondere. Per questo io non parlo a chi già sa, voglio confrontarmi con la cultura Pop ma anche con chi la vive un po’ come farebbe un etnologo. Da qui però l’esigenza di buttare giù strumenti e metodologie della disciplina. Infatti l’articolo non va visto come una prescrizione –DOVETE FARE COSI’ E COSA’– ma come una cassetta degli attrezzi. La Critica non è matematica né tantomeno scienza, è come insegnare a fare dei buoni temi. Gli strumenti si possono pure elencare ma poi -come dicevo- a fare la differenza sono capacità, cultura e conoscenze personali.

Come il Kung Fu

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Quindi visto che non parlo a chi già sa, mi rivolgo alle persone che generalmente non hanno molte nozioni di critica. Basti vedere nella sezione commenti di qualsiasi rivista online che si occupa di recensire videogame. Quando uno non è contento piovono critiche di corruzione, si arriva a dire che il recensore non era adatto, che non lo ha giocato abbastanza. Addirittura una volta lessi che il voto dato a Battlefield 3 da un recensore non andava bene perché aveva giocato in single e in multi SOLO 6 ore. E’ questo tipo di pensiero che trovo sciocco. Bisogna cominciare a capire che chi fa il critico generalmente è una persona che ha alle spalle determinati studi sul medium: cinema ma anche videogame, arti visive, storia, tecnologia, marketing, comunicazione. Il critico/recensore non è un dio, può sbagliare e succede, ma tendenzialmente è una persona che SA. Sa come gestire un prodotto e la sua comunicazione, SA quali cose vanno criticate e quali no e SA anche il perché. Uno degli esempi più eclatanti che posso darvi è quello di CoD o Assassin’s Creed. Perché ottengono sempre voti così alti? Perché il recensore in quei panni NON è un giocatore, non deve ragionare come se avesse speso 70 euro per un titolo copia incolla, deve valutarlo per ciò che è in quel momento. E, sorpresa sorpresa, per quanto certe saghe siano un more of the same, è così perché…sono di ottima qualità. Giocare un qualsiasi CoD o AC senza conoscere gli altri è comunque un’ottima esperienza sotto tutti i punti di vista: grafica, sonoro, gameplay. Il giocatore medio critica, e li usa come meme e confronto negativo, perché per lui è importante e vergognoso che gli si chieda di spendere 70 euro per una fotocopia. E’ legittimo, chi può dirgli niente? Ma il recensore non può assumere quel tipo di pensiero, deve parlare ad un ipotetico pubblico che non sa niente o quasi del titolo. E descritti nella loro accezione più pura, anche CoD e AC sono di fatto, di capitolo in capitolo, alti standard qualitativi di gioco.

Ciò detto, io vedo grande diffidenza verso il critico/recensore perché appunto il pubblico è male-educato ed è ineducabile in tal senso. Se il suo prodotto prende 7 e non 9 allora deve ribellarsi, anziché provare a chiedersi il perché. La scusa va cercata in qualsiasi causa esterna che non sia il difetto del prodotto: è colpa del recensore, del poco tempo per analizzarlo, della casa di sviluppo, dell’hype, è colpa di chiunque ma non del gioco che mi piace tanto.

Cambiando esempio, le cose non cambiano. Per me, quindi, il critico è qualcuno di estremamente forte, potente, se usato nel giusto contesto e addestrato correttamente. Un critico è un maestro di arti marziali. E qui torna il riferimento alla disciplina mentale di cui parlavo all’inizio. Le arti marziali sono per difesa, mai per offesa. Ciò vuol dire che quando vedo qualcuno sproloquiare senza titolo amenità ingiuste, è mio diritto difendere il mio pensiero, sono chiamato in causa a farlo. Ma non è corretto usare gli strumenti della critica per andare nelle community di fan assumendo comportamenti Troll per ribadire la validità del proprio pensiero su quello altrui. E’ importante non incappare mai nel bias del credere di avere ragione a priori: è il dialogo pacifico (la difesa, l’argomentazione) a far nascere in me il dubbio. E se ho argomentazioni sufficienti sono forte io insieme al mio discorso. Se, viceversa, mi accorgo di non avere argomentazioni valide, non deve nascere in me l’aggressività o la chiusura al dialogo. E’ possibilissimo che io stesso sia vittima di una falsa credenza, non necessariamente per colpa mia, e che questa infici il mio giudizio. Per questo, ribadisco, è sempre meglio creare il miglior terreno di scontro per il dialogo: non con l’intenzione di voler distruggere chi la pensa diversamente ma con l’intenzione di falsificare, come nella scienza, i miei stessi argomenti.

Ciò che sostengo regge contro ogni cosa che mi dicono? I casi sono due: o io sono eccezionalmente pieno di argomentazioni, o sono letteralmente un fanboy che non ammette contestazioni. Delle due, l’una.

A questo pensiero simil-guerresco deve sommarsi l’idea del guerriero filosofo, che tanto amo. Il critico, avendo una visione globale sulle cose, è portato a comprendere che non esiste una sola verità (e questo punto lo approfondiamo meglio ora) ma tanti diversi punti di vista. Parlando di scienze umane e valutazioni qualitative la Critica non fa alcuna eccezione. Stiamo pur sempre parlando di qualcosa che allo stato attuale è in un modo, nulla proibisce di rinegoziare quel giudizio in futuro.

Il primo scoglio

Il seguente è il problema più grande quando affronto una discussione e occupa il 99% di un potenziale buon dialogo o funge da chiusura allo stesso.

<<E’ solo la tua opinione, quindi è soggettivo. Non è oggettivo>>

E varianti.

Trattiamo approfonditamente questi due termini, soggettivo e oggettivo. Nel linguaggio comune si intende soggettivo ciò che riguarda la sfera personale, i propri interessi, gusti, costumi e preferenze. Non si possono spiegare né estendere, riguardano l’individuo.

L’oggettivo per come viene inteso invece è ciò che vale sempre, per tutti, ovunque.

Avevo già scritto qualcosina vista l’importanza dei due termini ma mi ritrovo a elaborarla meglio: ci trovo un errore di fondo in come vengono usati normalmente. Stando a questo utilizzo praticamente gli esseri umani sono isole dove ognuno prova cose che mai nessuno prova o, viceversa, ci sono dei blocchi di granito che tutti esperiscono alla stessa maniera e che tutti valutano in egual maniera. Siccome facciamo Critica è imperativo definire bene le cose: il termine “Oggettivo” è come una bomba all’idrogeno nel discorso. Perché quando lo usate per qualcosa l’altro viene interpellato e succede che o vi fa le pulci con le eccezioni pur di smentirvi, o negherà fino alla morte che anche per lui valga. Per questo preferisco il termine “Obiettivo“, cioè scevro da influenze. A essere veramente oggettive per come viene inteso il termine sono pochissime cose, e appartengono alla scienza: atomi, fisica, leggi -ci sono dei dubbi persino sullo spazio-tempo ma non siamo ad un corso di fisica quindi li includo- e pochissimo altro. Ovvero tutte quelle cose che valgono per tutti: nessuno si sottrae alla gravità, ha un grado di oggettività inequivocabile. Tutti respirano, tutti mangiano, e così via.

Applicato al discorso della Critica viene abbastanza facile intuire come questo termine sia spesso usato in maniera erronea con forme quali: oggettivamente bello/brutto, oggettivamente lungo, oggettivamente complesso. Le uniche cose veramente oggettive che possiamo rintracciare in un’opera sono quelle su cui tutti possono concordare, come se fossimo in ambito scientifico:

<<Questa scena dura 2 minuti esatti.>>

<<Questo è un piano sequenza.>>

<<Quel personaggio ha ucciso l’altro.>>

Il discorso diventa fallace immediatamente se cominciamo a oggettivare i nostri pareri solo per dare forza alla nostra retorica. Non fate arricciare le budella a nessuno parlando di bellezza oggettiva perché è così falso che non saprei quale argomento scegliere per spiegarlo. Lo stesso vale per cose i cui confini vengono spostati spesso: lunghezza, accettabilità, tolleranza, buon gusto, e così via.

Viceversa il soggettivo in alcuni casi andrebbe potenziato, a differenza dell’Oggettivo. Non vi è mai capitato di avere lo stesso identico sentimento di tantissime altre persone?

Vi faccio un esempio: Titanic quale esempio perfetto di “Innamoramento romantico” e il Jumpscare quale perfetto esempio di consumo semantico della paura.

Nel primo caso abbiamo un esempio riconosciuto da una collettività piuttosto consistente di Amore, e di rappresentazione dell’Amore davvero forte ed eccellente. Provare smarrimento o forti sensazioni con determinate tematiche o modalità è sì soggettivo ma è un soggettivo che molti, tantissimi, quasi tutti, provano. E’ un Intersoggettivo.

Tornando all’esempio del guerriero-filosofo, è essenziale allora capire che non esiste una verità ultima cui accedere, tantomeno quando parliamo di una realtà fittizia e secondaria come quella delle opere che analizziamo. Il che, attenzione mille volte, non vuol dire che tutto sia valido, e che tutto sia al giudizio di ciascuno perché uno vale uno. Ci sono delle strade interpretative più percorribili di altre, ci sono sentieri nascosti che magari nascondono tesori e poi ci sono dei vicoli ciechi che la gente scambia per tesori.

Il problema del contesto

Tutti siamo avvezzi, ad esempio, all’arte classica con le sue forme scultoree e i suoi lineamenti precisi e per molti l’Arte è solo quella. Ma allora l’arte astratta cos’è? Vale come arte? Schizzare del giallo su una tela bianca, proferire due righe di commento equivale a ciò che fece Michelangelo? E il mio stesso criterio, si basa su cosa essenzialmente? Su criteri validi per tutti, o su criteri quantitativi, intesi come la quantità di lavoro/di studio per eseguire l’opera, come gente che visita un museo, gente che apprezza tale scultura, gente che scrive saggi, gente che rappresenta l’arte con quell’iconografia?

Perché anche se io mi occupo più di testi che di arti visive, il problema è lo stesso identico.

Da una parte abbiamo un libro scritto con grande eleganza formale, un’attenzione particolare a bilanciare descrizioni, ambienti, psicologia dei personaggi, azioni, svolgimento, ecc. Dall’altra abbiamo un libro scritto grammaticalmente bene ma con uno sbilanciamento a favore della psicologia e dell’approfondimento dei personaggi, privo di azioni se non per l’1% della trama. Come valutereste queste storie? C’è davvero un superiore? O sono due forme d’essere, equivalenti sul piano della critica?

Per questo la Critica come la intendo io non è mai un analizzare un testo così, dal nulla, ma sempre in relazione a qualcosa. Se critico un fumetto Marvel non vale niente la mia critica se non conosco il contesto del fumetto, del comic book, e le storie entro cui si incastona ciò che sto analizzando. Se mi chiedessero di analizzare un prodotto Marvel per un pubblico eterogeneo sui 30 anni e mi dessero un’opera come la prima, sarebbe la norma. Se invece avesse una forma come la seconda mi troverei di fronte ad un dilemma: è un qualcosa di diverso, è perciò in sé positivo per il genere, o è invece un pessimo prodotto perché non conforme alle aspettative? E’ qui che casca l’asino e che si spezza la critica. Perché non c’è una risposta, varia da caso a caso.

Allora, quando siamo chiamati ad analizzare qualcosa, una delle tante domande da porsi è: cosa sto analizzando? In relazione a che? Quale criterio adotto per analizzare il prodotto, e a favore di chi? Dove con favore non si intendono favoritismi ma “prodotto pensato per il pubblico X”.

Utilizzando questi espedienti si riesce a smontare e decostruire un giudizio e a capire che non è nient’altro che uno strumento come tutti gli altri. Niente di trascendentale, però per qualcuno può essere utile. Non va preso per oro colato da tutti ma solo da quella porzione cui si rivolge.

Regola-Eccezione

Questo è uno dei miei strumenti intellettuali preferiti perché è uno dei pochissimi modi per rispondere a chi taglia la realtà con l’accetta credendo che ci siano cose valide per tutti, sempre, a qualsiasi latitudine e periodo storico.

Stiamo pur sempre parlando di analisi qualitativa ma è bene capire questo concetto: esistono proposizioni che sono “più vere” di altre. E ne esistono altre che valgono per realtà molto ridotte.

<<Agli Italiani piace la pasta>>

<<Le persone odiano gli animali>>

Queste 2 frasi sono solo un esempio stereotipato, chiaramente, e in mancanza di studi specifici ci si deve affidare non al senso comune ma a una grande quantità di informazioni ricavate da posti diversi. Prima di poter dare un’esatta valutazione, infatti, non basta basarsi sul sentimento personale o su ciò che dice la nonna. Io infatti amo il sushi ma se dovessi decidere oserei dire che la prima proposizione è quantomai reale. Si può obiettare dicendo che oggi gli Italiani, specie i giovani, sono molto “fluidi” in termini di gusti, ma vedo in generale, e non solo nei meme ma anche ad esempio in prodotti nostrani e nel loro successo come Eataly che esiste una fedeltà al prodotto italiano e la pasta ne è il capostipite. Da soppesare, quindi, ma generalmente vera.

La seconda è categoricamente falsa. Chi la pronuncia in genere lo fa a seguito di qualche maltrattamento che è stato passato in TV, magari alle iene, con aguzzini che uccidono cani o gatti e la fanno franca. Così, commenta qualcuno: <<succede perché non c’è giustizia, e non c’è questa giustizia perché le persone non amano abbastanza gli animali, anzi li odiano.>>

Se si esce dalla propria bolla di riferimento, però, si può notare che è completamente l’opposto: Berlusconi con Dudù, la Brambilla con i beagle, la Meloni col gatto che le salta sulla scrivania e ferma la diretta perché tutti si sono allietati, e così via.

L’animale è oggetto di feticismo e amore puro da una stragrande maggioranza di persone. Ogni anno si dibatte su Botti sì/no anche per questo motivo.

Se si posta una foto dove metti il pigiamino a un cane prima o poi qualcuno che ti dice “non è carino, non si diverte, è un pagliaccio” salta fuori. Se si parla di delfinari, zoo e caccia, l’interesse delle persone si aizza come poche cose.

Per cui direi che questa frase è falsa, volendo dare una stima generosa, nel 90% dei casi.

Ovviamente è imperativo, per mantenere lucidità in questi confronti, uscire sempre dalla propria bolla ovattata dove tutti la pensano come noi e leggere cosa dice anche la fazione opposta per poterne prendere atto con obiettività.

Fino a qui tutto a posto. E’ importante capire quindi quale sia la Regola, ciò che avviene più spesso, e ciò che invece è eccezione, ciò che accade di rado.

Si noti che nelle discussioni la prima fallacia logica cui si ricorre da ambo le parti è sempre questa: controargomentare a partire dalle eccezioni, ponendole come se fosse il caso in esame.

Così, se dico che la mia Regola, il mio argomento, è che gli Italiani mediamente sono alti 1.70m sto dicendo qualcosa di sensato a cui non si può obiettare <<Eh ma mio zio è alto 2 metri e 10 centimetri>> perché non ha alcun valore statistico. Tuo zio è un caso che esiste, ma non stiamo parlando di lui.

Lo stesso dicasi quando in ambito scientifico qualcuno dice <<ma su di me l’omeopatia ha funzionato benissimo! Mi sono ricresciuti gli arti, ho ripreso a vedere e sono pure più ricco>>. Non c’è bisogno di dibattere oltre perché abbiamo già sforato la regola: è eccezione, di nuovo.

Per onestà intellettuale, comunque, va detto che non esistono solo regole ed eccezioni ma anche casi limite e distorsioni narrative. Non mi addentrerò troppo in questo discorso ma è bene prendere atto del fatto che l’ideologia storpia la realtà. La frase “tutti odiano gli animali“, infatti, non fa parte solo del pubblico generalista, l’ho trovata in una quantità spropositata di volte in pagine a tema animalista/vegano/antispecista. Le persone di quei gruppi si erano convinte, si erano date delle giustificazioni sul perché avvenissero cose brutte agli animali e quello era il risultato: una distorsione di regola/eccezione passata per la norma.

Anche in ambito femminista ho visto lo stesso tipo di distorsione quando si parla di un generico patriarcato che favorisce solo gli uomini, quando siamo letteralmente circondati da narrazioni – non solo femministe– di donne che sono considerate più sveglie, forti e capaci degli uomini, o di lavori che chiedono Hostess di bella presenza, o di ruoli come maestrA, o di appartamenti dati solo alle studentesse. E’ importantissimo capire le narrazioni, decostruirle e non rimanerne soggiogati o si finisce con il guardare il mondo attraverso una lente deformante. Il che non vuol dire non avere idee o ideologie, ma in sede di analisi questa deve essere pura e non influenzata.

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Deadpool:<< è più sessista se ti colpisco o è più sessista non farlo?>> Deadpool deve andare contro la norma, ma non sa quale sia!

Innovazione/Norma

Se ripenso a film/fumetti come Watchmen o al Cavaliere Oscuro di Nolan, mi viene da dire che il loro successo sia dovuto alla loro capacità di emergere dal resto del genere cui appartengono. Lo avevamo visto prima: quando abbiamo un gold standard, come il cinecomic o il manga shonen, e dobbiamo analizzare un prodotto non conforme, come regolarci?

Non c’è una regola precisa. Alle volte, come nel caso di Batman, si rispetta ciò che è comunque conforme al canone. Il Cavaliere Oscuro è un film ottimo sotto tutti i punti di vista perché aggiunge filosofia e profondità in maniera esplicita a un tema (il vigilantismo) che già possedeva determinati discorsi, ma non erano esplicitati. La differenza sostanziale è che il Cavaliere Oscuro riesce a dire quel qualcosa in più che altri non dicono, che relegano all’implicito e al non detto. Nel caso di Watchmen non abbiamo un canone, sono personaggi originali. Il contesto sfrutta il mondo dei supereroi per dire comunque cose che avremmo potuto fruire con altri personaggi, con altre storie, con altri mondi. Anche lui come prodotto emerge ma questa volta per presentare dei punti di vista differenti dal solito cinecomic. Se infatti la norma (vedi discorso precedente su norma/eccezione) è che il supereroe, il bene, sconfigge il male, ovvero il supercattivo, qui abbiamo un parziale rovesciamento e mescolamento di fazioni in toni chiaroscuri. Il bene non è chiaro, il male neppure. Per ottenere il bene superiore dobbiamo sacrificare un buono, quindi un male minore. Ed ecco che si innesca un meccanismo differente, come avveniva anche per l’Uomo d’Acciaio. La pellicola è stata criticatissima per la scelta di far uccidere un nemico da Superman ma il pubblico non ha compreso che questa scelta non andava a snaturare la sua essenza, voleva aggiornarla con un discorso critico: il bene non sempre è accessibile sconfiggendo e catturando il nemico. Alle volte ti trovi costretto a scegliere, e quella scelta comporta dei sacrifici. Come si comporta l’eroe? Cos’è più importante? La vita di qualcuno, la tua morale, la massa che difendi?

In tutto questo discorso bisogna sempre fare attenzione però: non tutto ciò che emerge dalla massa è positivo. E’ il caso dei film di Kick Ass.

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Se nei casi precedenti abbiamo visto che la violenza del supereroe era giustificata da dilemmi etici e da scelte, in Kick ass si rivela gratuita e non ragionata. Ragazzi che ammazzano i genitori, l’eroina che per un’inezia sceglie di usare un aggeggio elettronico e punire tutti i propri compagni di classe, e la totale sproporzione della violenza usata da Hit Girl contro dei nemici che di fatto sono inferiori e si sono arresi con l’escamotage de “sono cattivi, quindi posso fare loro ciò che voglio“.

C’è una morale distorta in queste due pellicole, c’è dello splatter gratuito che non è finalizzato alla riflessione ma al puro godimento ludico estetico (e chiariamoci, può avere valore anche questo) dei ragazzi che si ritrovano a usare la propria potenza di super eroi sui più deboli. Il mio giudizio a tal proposito è che una pellicola simile di fatto nasca con poche intenzioni valide, non aggiunge niente al discorso sui super eroi e sul vigilantismo, non apporta validi contributi che rimangano in memoria o che forniscano standard con cui confrontarsi. Ergo per cui, in casi come questo, per me quel prodotto ha valore escapista, come un qualsiasi film che guardi per 2 ore con gli amici per passare del tempo e poi te ne dimentichi.

Conservativo/innovativo

Un altro assunto spesso fallace è quello che vede nel diverso qualcosa di sempre positivo ma non è così. Il contesto a cui mi riferisco è quando la norma è così poco aggiornata da nuovi prodotti che il minimo cenno di cambiamento viene scambiato per qualcosa di estremamente positivo. Vorrei citare Death Stranding, che è l’ultima opera che ho analizzato due mesetti fa. Qui per leggere la mia analisi.

 Uno dei punti sollevati da chi difende il gioco è che sia un prodotto autoriale, qualcosa di differente dal solito e perciò qualcosa di valido. L’argomentazione in sé è fallace perché pretende di attribuire determinate qualità (il gioco è valido) solo sulla base della sua capacità di differenziarsi dal resto.

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Si noti che questo vale anche in micro scala nelle opere. Quando un autore sceglie regimi discorsivi differenti pone l’attenzione su quegli eventi

Death Stranding infatti se lo si analizza minuziosamente fin dalle prime sue battute fa capire che non nasce per piacerti, non è accomodante. Sei tu giocatore che ti adatti a lui. Sei tu che cerchi di capirlo, non lui che cerca di spiegarsi. Ed è stato l’elemento cardine su cui ho impostato la mia critica, e questo perché per me le opere in primis sono prodotti. Possono essere anche opere esposte in un museo, ma se non mi offrono niente per me non valgono niente. Motivo per cui un’opera, entro certi limiti, deve essere accomodante e farsi leggere, risultare accessibile. Altri non concordano con questa visione perché sono affascinati dall’esoterismo, dalle frasi sibilline e criptiche che poi interpretano a discrezione. Lo rispetto come punto di vista, ma io analizzo sempre tenendo a mente che i prodotti e le opere nascono col fine ultimo di intrattenere, di piacere, di risultare utili sotto qualche aspetto. Un ipotetico prodotto inaccessibile, con cui non fai nulla di utile, è un orpello, un soprammobile che metti lì a prendere polvere. Bello, ma il suo utilizzo è estremamente limitato. Un utilizzo accessibile invece permette molto più oltre a un dispiegamento di ciò che l’autore voleva comunicare. Dovendo scegliere, quindi, per me l’estremo esoterismo e la poca chiarezza espositiva sono enormi difetti, e ho valutato negativamente il prodotto. Altri invece hanno esaltato il fatto che almeno TENTASSE qualcosa di differente. Eppure abbiamo visto che basare la propria unicità solo sul negare il resto, sul fare gli alternativi, se poi non offri nient’altro, non ti porta molto lontano. Il problema di DS è che offre unicamente quella presunta unicità capace di differenziarsi dal volgo, e basta, il che non è sufficiente.

Per rincarare la dose, quindi, se dovessi scegliere tra un ipotetico Assassin’s Creed /Call of Duty banale ma solido e un DS criptico e “differente”, sceglierei comunque la formula più sicura, perché l’innovazione è per me un salto nel vuoto, specie se non ho legami con l’artista o poche informazioni sul prodotto.

Secondariamente, è sbagliato continuare a dividere il mondo tra prodotti artistici con un’anima e prodotti omologati commerciali, non funziona così. Anche le opere che si svendono come artistiche cercano solo di commercializzarsi con una narrazione differente: l’autore contro le major, Kojima contro Konami, la Rowling che presenta Harry Potter a diecimila case editrici ma nessuno la accoglie, l’autore che fa satira/critica sociale spinta e non viene capito, le associazioni che vogliono bloccare il gioco X perché ci sono scene misogine/violente/contro animali, ecc

Non c’è niente di più commerciale in tutto ciò. E tutto ciò che funziona tende poi a creare uno standard, una formula che nasce per piacere al pubblico e che deve continuare a piacere, è parte del processo. Non vorrei buttarla in politica ma si noti che questo meccanismo per proporsi come differenti e dunque migliori è eccezionale, funziona sempre, ma fallisce anche sempre, perché è solo narrazione, placcatura dorata.

Viceversa, il “solito” che tanto viene criticato ha un enorme potere dalla sua: ha una formula che funziona, che ha dimostrato di funzionare e che quindi piace. La retorica che viene usata contro i vari Call of Duty infatti per certi versi è stantia, è una formula che funziona ed è naturale che la ripropongano, il pubblico non vuole altro. Senza contare che ogni CoD, in realtà, e non solo lui, di capitolo in capitolo cerca di variare la formula: Black Ops provava a narrare una storia differente, Ghosts si incentrava sui cani, MW3 ti faceva utilizzare i droni e il Juggernaut, MW2 lo scudo e le torrette.

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E poi esistono cambiamenti che vengono percepiti male dal pubblico, come non conformi o non necessari. Ma questo lo vedremo un giorno

La retorica secondo cui è “sempre lo stesso gioco” è sbagliata perché in realtà micro interazioni e cambiamenti ci sono sempre, di certo non puoi variare più di tanto la formula di un fps. Puoi solo provare a creare storie e campagne differenti, quello sì.

Tutto questo discorso per dire che non sempre ciò che si differenzia è positivo, non sempre ciò che rimane uguale è negativo. Il prodotto va anche valutato per ciò che vuole fare, ed è questo il motivo per cui a prodotti come CoD si danno spesso voti alti:

>lo scopo è offrire un multiplayer frenetico e dinamico con armi e mappe nuove. Lo fa? Sì. Ha raggiunto i suoi scopi.

>Il gioco si propone come la rivoluzione del gaming. Lo fa? Eh, no. Non ha raggiunto i propri scopi.

Questo discorso è molto complesso e non viene generalmente capito, perché è un bias molto comune in cui le persone incappano sempre. Tuttavia non si può giudicare un elefante per la sua capacità di arrampicarsi, sarebbe disonesto farlo. Se le premesse di un prodotto sono conformi e rispettate, non c’è motivo di demolirlo. Se viceversa pretendeva di spaccare il mondo in due e poi si rivela un petardo bagnato o il nuovo No Men’s Sky, be’ ti meriti una stroncatura.

Qualità?

Bisogna sempre fare attenzione all’utilizzo del termine “qualità“, perché non vuol dire niente in concreto. L’ho utilizzato anche io prima per fornire una vaga idea ma è sempre bene capire che questa idea è molto vaga, e facilmente negoziabile. Cos’è la qualità?

Nel momento in cui abbiamo una norma, una convenzione, un flusso di prodotti che dice la stessa cosa, i concetti si sclerotizzano e corrono il rischio di risultare stantii. Sempre utilizzando l’esempio dei cinecomic Marvel, è possibile usare strumenti semiotici per smontare la formula con cui vengono creati: scena iniziale di combattimento ad alto impatto, scene intermedie di contestualizzazione, presentazione del nuovo nemico, presentazione delle tematiche del nuovo nemico, scene intermedie di confronto dei poteri e prime sconfitte, ricerca di nuovi poteri e/o alleati, confronto finale e vittoria sul nemico, eventuali colpi di scena, ecc

Questa è una formula limata e studiata per essere funzionale. Non è cinema d’autore, non vuole esserlo, è l’equivalente di un hamburger che ti sazia con poca spesa. In tal senso, però, i film Marvel sono un gold standard con cui confrontarsi ed è il motivo per cui i film DC arrancano parecchio. Il pubblico è abituato a un certo modo di fare storie sui super eroi che funziona molto bene, e i film DC non riescono a catturare pur avendo formule molto simili. Questo è sufficiente per dire che i film Marvel, nel panorama entro cui si collocano, sono film di qualità, costituiscono un metro di paragone. All’interno degli stessi film Marvel, però, non tutti possiedono le stesse caratteristiche. Motivo per cui Ant-Man e il primo Hulk, o Iron Man 3 non sono stati graditi moltissimo. Ergo, non sono film Marvel di qualità. Se opero un confronto onesto si capisce che il termine qualità è usato solo per giudicare lo stato del momento di ciò che riteniamo positivo. Esistono poi casi di “qualità” che non ottiene però il successo della cronaca. Molti pensano questo ad esempio di Daredevil. O, per cambiare esempio, dei manga di Naoki Urusawa che sono poco conosciuti, e così via. In quel caso la qualità si giudica per differenti modi di narrare, per tematiche innovative o particolarmente ben presentate, e così via.

Opere come strumenti e come persone

Tempo fa scrissi quest’articolo in cui paragonavo le opere a persone. L’ho scritto per rendere conto della complessità di ciò che è la Critica. A volte ti trovi davanti un prodotto che è molto simpatico, fa belle battute, è sincero e onesto. Però è brutto. E tu devi scegliere se portartelo a letto o meno. La valutazione critica è fondamentale, su quali elementi faccio perno? E’ importante che sia simpatico? E’ un problema che non sia bello?

Sicuramente capita che la Critica sia influenzata da questi perni che scegliamo come centrali, ad esempio uno darà molta importanza al lato estetico ma altri potrebbero preferire la simpatia e l’onestà. Allora la domanda cambia un poco: hai questa persona, consiglieresti ad altre di andarci a letto?

Ecco che la cosa cambia. Non si parla più di me, critico e recensore. Altre persone si affidano a me per sapere se portarsi a letto questo prodotto. Il mio lavoro, in tal senso, non è mettere nelle mutande degli altri ciò che io vorrei che avessero nelle mutande, il mio lavoro è dire: questa persona è simpatica ma brutta. A te la scelta da ora in poi.

Infatti la vera Critica, e il motivo per cui le mie sono analisi più che recensioni, non è dirti si/no, promosso/bocciato ma far presente ciò che c’è e valutarlo criticamente. Dire ad esempio: le persone oneste sono poche, può essere un elemento centrale nella tua decisione; l’estetica svanisce, può essere importante saperlo; però devi goderti il momento, quindi sta solo a te. I voti sono una semplificazione del concetto che rischia di essere un danno ma sono sempre, come dicono le testate quali Spaziogames o Everyeye, a corollario del testo scritto e va letto in quella dimensione.

Le opere, inoltre, lo abbiamo visto prima, sono da considerarsi in base a ciò che vogliamo fare di loro. Sono strumenti. Nella mia concezione non esiste il bello o brutto, esiste l’utile e il meno utile a seconda della situazione.

Quando sono con il gruppo di amici è altamente probabile che dovremo optare al cinema per qualcosa che piaccia a tutti e che sia semplice: ergo non sceglierò film d’autore, sceglierò magari film Marvel, Disney. La standardizzazione ci aiuta.

Quando sono con la mia ragazza, salvo casi specifici, non accenderò la TV su Mentana, sul calcio minuto per minuto o su Fazio, opterò per un film romantico, per dei cartoni animati, e così via.

Creare un’Estetica?

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La più grande critica che mi si possa rivolgere è di essere parziale, soggettivo o di andare a sentimento. Quando scrivo sul mio blog sicuramente ho un tono amichevole e scherzoso con dialettismi e modi di dire per intavolare un discorso come se fossi un amico, e là in mezzo sicuramente esprimo pensieri che sono personali, cerco di ribadirlo sempre quando capita. Tuttavia non ci si può trincerare ogni volta dietro questo discorso per non dover scendere a patti con la propria scarsa competenza in materia. Il fan, oggi, sembra quasi persuaso che criticare la sua opera preferita sia criticare lui in seconda battuta. Perché se ti piace tanto X, ti identifichi con X, allora stanno attaccando te.

E’ questo che io non vorrei mai vedere. Le opere che preferisco sono le prime in lista per essere confutate, come nel principio di falsificabilità. Se reggono ad ogni colpo, sono davvero buoni prodotti. Se devo sforzarmi per trovare elementi positivi, non sono così buone. In tutto questo io non attacco la persona, il mio scopo non è mai demolire i sentimenti delle persone o il loro attaccamento. Alcuni ragazzi e amici mi hanno confidato di non essere d’accordo con me su molte delle cose che dico: BENISSIMO. Il discorso non è mai quello di far sentire inadeguato chi apprezza qualcosa che io ho demolito (o viceversa), perché come dicevo non ragiono in termini di bello/brutto ma semmai di utile/meno utile secondo il contesto. E così anche i Cinepanettoni acquistano senso, anche il peggior gioco coreano per cellulare acquista il suo senso, se è ciò che cerchi e ciò che desideri sul momento. Non si può tuttavia, e lo ribadisco, credere che allora tutto valga uguale, e uno valga uno. Il giudizio di un esperto ha maggior valore, la convenzione ha valore, il pensiero di una massa critica di persone in merito a un certo prodotto ha valore, non si può ragionare come isole separate. Se ne tiene conto, e si integrano quelle informazioni nel nostro schema. Solo così si può fare una critica utile e sensata.

Così facendo però stiamo valutando le cose per come sono o stiamo semplicemente creando schemi con cui concepirle? Stiamo creando un’estetica? 

Personalmente ritengo di sì. Ma non è diverso da ciò che fa la critica letteraria, la peer review o il Galateo. Prendiamo atto delle cose. E quando non possiamo accedere alle cose, prendiamo atto di ciò che pensano le persone delle suddette cose. Se non possiamo accedere al pensiero sulle cose, valuteremo gli effetti che le cose hanno con l’ambiente circostante.

La mia Critica (pop), quindi, è un bel mischione di scienze cognitive, epistemologia, cultura, semiotica. Non sarà perfetta ma trovo che svolga molto bene il suo lavoro.

Analisi Critica: Undertale e il suo Cuore

Ormai è una consuetudine: prima di parlare di qualcosa incomincio scaldando la platea con quelle che sono le mie esperienze iniziali con quel prodotto. Lo faccio anche perché mi piace, a distanza di anni, rendermi conto di come la pensavo inizialmente (solitamente con snobismo) per alcuni prodotti che poi si sono rivelati dei gioielli da ricordare. La mia mente tende a diventare un mischione di sentimenti e così facendo non riesco a fissare le immagini “reali” che avevo all’epoca di quelle opere.

Undertale non mi colpì proprio all’uscita. Non ricordo minimamente di averne sentito parlare come capiterebbe -chessò- per un Red Dead Redemption 2, poiché è un gioco Indie e di mio non apprezzo particolarmente, salvo rarissime eccezioni, 2 cose in particolare: giochi Indie e giochi per pc. Calma, prima di insultarmi lasciatemi spiegare, cosicché la mia introduzione possa servire a ricreare la forma mentis che avevo all’epoca che ho tutt’ora ritrattato quasi completamente ricredendomi su tutto quanto.

Quando si cominciò a parlare di “Indie” nei canali di recensioni che seguivo o tra Youtuber vari, la mia idea iniziale era la stessa che avevo con le persone Omo: finché non mi penetra la consolle, potete fare come vi pare con le vostre.

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In sostanza, non ero di quelli che se ne lamentava come più o meno capita di sentire per via della resa grafica né mi interessavano particolarmente i contenuti di giochi che all’epoca mi sembravano per lo più giochi Mobile o per vecchi gameboy. Non si può negare l’importanza che influencer come Farenz hanno avuto nel parlare, nelle loro Top Ten, di giochi come To The Moon e Valiant Hearts (sebbene non manchino Indie secondo lui di dubbia qualità nelle flop ten). Erano quelle le primissime volte che mi approcciavo a vedere schermate e contenuti non-spoiler di giochi che fino ad allora avevo prettamente snobbato e che, causa la mia pc indipendenza, non mi sognavo comunque di avvicinare.

Nel frattempo, la community di Undertale cresce. Comincio anche io, dal vociare incessante su ragazzi-scheletri, mostri “gentili” e strani fiori (e tutte le varie illustrazioni più o meno etero che seguivano), a sentire parlare VERAMENTE MOLTO SPESSO di questo famoso Undertale. Sempre a causa dei miei primi preconcetti tendevo ad associarlo ad un gioco per bambini a bassissima resa grafica e, a quanto pareva, con una bella storia e belle tracce musicali.

Il punto di svolta arriva in un momento di noia che passo con una Live dei ragazzi di Everyeye. Lo youtuber (purtroppo mi sono completamente dimenticato chi fosse) prima ancora di giocare aveva caricato il proprio pubblico di aspettative raccontando di quanto fosse bello Undertale, di quanto fosse triste la Genocide e così via, tutte cose che all’inizio non associavo a niente di particolare. C’era però tanta energia in quelle parole, c’era, oltre alla mia curiosità per questo benedetto titolo che mi ero deciso ad approcciare, una luce particolare negli occhi di quella persona che con tanta cura spiegava senza troppi spoiler cosa fosse Undertale.

Comincio a seguire la primissima Live e mi si apre un piccolo mondo.

Lui con il suo commento “aiuta” e dirime la narrazione, spiega ad esempio che Sans potrebbe avere dei poteri particolari vista la sua capacità di “sparire” a e ricomparire a piacimento. Poi vedo che molti di quelli che dovrebbero essere “enigmi” sono in realtà delle bazzeccole per superare le quali non ci vuole di certo uno scienziato. Ed è lì che una scintilla mi si accende: questi enigmi non “vogliono” essere risolti, non offrono una sfida vera e propria come farebbe un gioco standard. E’ come se dietro ci fosse nascosto un segreto, un segreto che avevo intenzione di scoprire calandomi sempre più nella storia.

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Parlando della trama, l’incipit sembra quasi banale, tanto che ero veramente tentato dal fare dietro-front sentendo della solita, iperabusata, storia manichea di scontro tra il bene e il male, gli uomini e i mostri. E’ Flowey però ad attizzare subito la fiammella. Ad un occhio bene allenato si riconoscono subito dialoghi “sapienti”, perché miscelano lo “standard” (con questo termine cerco di riferirmi a ciò che in genere i giochi fanno) ad elementi innovativi come battute particolarmente attuali o addirittura satira sociale e battute da meta-gioco che scherzano sui videogiocatori stessi. Infatti il primissimo tutorial del combattimento ce lo offre questo simpatico fiorellino dall’aria innocente che ci spiega di farci colpire il cursore (il cuore, la nostra vitalità e culmine dell’essenza) dai suoi semi benevoli per ricevere tanto amore. Il giocatore ingenuo ci casca perché è abituato ai giochi standard, obbedisce alle regole, le segue, le fa sue, e cerca di sconfiggere la macchina. Invece il giocatore consapevole conosce Flowey ed evita il colpo, cosicché il suo dialogo muta con flessibilità avendo intuito che dall’altra parte c’è un giocatore che ha un certo livello di conoscenza del gioco o di Flowey.

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Nel vero finale di Undertale accessibile solo ai più valorosi, si scopre che è Flowey ad aver scritto questo articolo per intortarvi. Quindi dubitatene.

 

 

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NYE EHEH, SALVERO’ IO LA SITUAZIONE, COME SEMPRE. MA PERCHE’ SONO COSI’ GROSSO? L’AUTORE NON RIUSCIVA A GOOGLARE IMMAGINI DI ME IN SCALA 1:1?! COSI’ I MIEI SPAGHETTI SEMBRERANNO CAPELLI!

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COSI’ VA DECISAMENTE MEGLIO. MA ORA SEMBRO UN NANO, I MIEI SPAGHETTI DIVENTERANNO GROSSI COME FUNI!

Ragazzi, ragazzi. RAGAZZI. Mi disturbate l’articolo se fate così. Dopo, dopo vi do quella cosa che vi avevo promesso.

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OH SI’, “QUELLA COSA”. QUELLA BELLISSIMA, MERAVIGLIOSA, SUBLIME…COS’ERA GIA?

A fine articolo posto un’analisi dettagliata del personaggio migliore di Undertale, oggettivamente insuperabile da qualsiasi gioco sia mai stato creato. Non pensare di andare per esclusione, solo perché qui ne analizzo alcuni. Può darsi che riprenda uno di questi personaggi e che spieghi per filo e per segno perché chiunque dovrebbe avere come minimo un cuscino con sopra stampata la sua immagine e ogni sua singola battuta.

Non andate al fondo dell’articolo pensando di saltare tutto il mio discorsone o ve ne pentirete.

Dunque, torniamo seri.

Flowey, dicevamo. Questo piccolo fiorellino possiede una filosofia tutta sua su quel mondo che è abituato a vedere: uccidere od essere ucciso. Subito dopo verremo accolti da Toriel, il secondo elemento che mi ha colpito con la forza della dolcezza.

Normalmente avrei pensato a Toriel come allo stereotipo della nonna o della mamma, il classico personaggio che ti ingozza di cibo o ti dice di indossare la canottierina di lana ma Toriel è molto di più. Ti chiama al telefono interrompendo la tua esplorazione ogni cinque secondi (che è esattamente il metodo corretto per ricreare l’apprensione che può generare un genitore in ansia) chiedendoti apparenti sciocchezze come

<<cosa ci vuoi nella torta? Ah, la cannella? Ma perché l’altra opzione non ti piace? No, te lo chiedo così, tanto per…>>

Quanta dolcezza. Quanta tenerezza. E lo dico sapendo che il troppo stroppia rischiando sempre di finire in uno stereotipo melenso o fastidioso ma questo non capita mai con nessun personaggio grazie a quei dialoghi scritti con estrema cura che non disdegnano mai buone dosi di meta-riflessioni e di scherzi.

Questa dolcezza subisce un duro colpo quando, ancora una volta, il gioco comunica con noi attraverso degli stratagemmi metanarrativi. Toriel si para innanzi a noi per proteggerci, e dunque spezzando l’idea del mostro aggressivo che vuole a tutti i costi mangiare gli esseri umani. Non vuole lasciarci andare in questo mondo di Undertale perché lo giudica troppo pericoloso (o forse giudica noi troppo pericolosi per quel mondo) e dunque la battaglia è inevitabile. Memori di tutto ciò che abbiamo letto nel tutorial dovremmo aver capito che non è bene combattere e che il dialogo è un’opzione preferibile. Ma è qui che il gioco ti frega, spezzando con la routine del già visto: Toriel è un boss ma è anche un personaggio molto importante, nessuno crede che possa veramente morire così presto, non dopo tutto quello che c’è stato, dopo appena mezz’oretta di gioco. Un po’ come per Pokémon, quando si dice con intelligenza che i pokémon sconfitti non sono morti ma “esausti”, il giocatore è abituato ai soliti RPG dove finito lo scontro si torna tutti amici e finita lì. E invece no. Undertale colpisce duro, o meglio, si fa colpire duro dato che Toriel smetterà di rispondere alle aggressioni e dopo un po’ subirà danni critici con facilità.

Svanisce in una nube di polvere, accompagnata da quel suono, quello “swish” leggero che sentiremo anche troppo spesso in futuro. Scompare la schermata della lotta e…il nulla. Toriel non c’è più, se n’è andata per davvero questa volta. Le sue chiamate, la sua torta fatta per noi, le sue premure nell’accompagnarci presso le trappole non torneranno mai più.

Il giocatore capisce solo a questo punto che Undertale non gioca proprio secondo le regole. Voglio dire: tutti avremo pensato che il “non lottare, cerca una soluzione pacifica” fosse la solita litania che ci ripetiamo per sentirci tutti più buoni e puri, quando alla fin fine quel che facciamo nei giochi è letteralmente massacrare altre entità dopo aver pronunciato quelle parole. Ecco, in questo Undertale già parla come se avesse un megafono tra le mani; il giocatore critico e attento non si farà più fregare, ha capito che Undertale gioca sporco ma lo fa per lanciare un messaggio a dir poco epocale.

Si prosegue poi con le gag carinissime quanto scarsamente divertenti di Sans che però nel contesto hanno un enorme significato: connotare quello che è un mostro con i tratti di una persona normalissima dedita alle facezie, e come lui il fratello Papyrus.

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FINALMENTE SI PARLA DI ME! QUANTO HO ATTESO QUESTO MOMENTO!

Oltretutto avrete tutti notato che Sans “parla” in Comic Sans e Papyrus in Papyrus peraltro con rumori e tempistiche che ricorderebbero molto delle voci. Posata e rilassata per Sans, attiva ed energica quella di Papyrus, l’ennesimo modo con cui il gioco crea i propri personaggi a partire dalle piccole cose.

Ed è Papyrus, prima ancora di Sans, a colpirmi ancora una volta. E’ uno scheletro deboluccio che cerca di emergere con le proprie forze, a lui di cacciare gli umani non è che freghi poi così tanto, è semplicemente il mezzo con il quale avere la stima degli altri per rendersi utile in quel mondo. E noi, un umano caduto in quel posto, siamo sulla sua strada. Comincia così una serie di gag azzeccatissime (con alcune citazioni ricreate con pochi frame di animazione, come quando i due fratelli increduli si guardano l’un l’altro, il tutto seguito da delle tracce musicali semplicemente stupendi) in cui Papyrus non fa che spiegare se stesso attraverso gli scadenti enigmi che propone. La palla passa così a noi giocatori che possiamo scegliere cosa fare di questo scheletro. E’ così curioso il mondo di Undertale con le sue piccole chicche da scoprire che si è portati a seguire i due fratelli e giocare con loro (o, viceversa, subire le minacce non troppo velate di Sans quando fa capire che forse, dopo tutto, non hanno bisogno di noi per divertirsi).

Arrivati nella stanzetta di Papyrus mi si è sciolto il cuore. Anche qui si gioca sul distruggere stereotipi e stilemi consolidati: mi aspettavo che la stanza di uno scheletro fosse piena di pericoli o di cose orrende e mostruose per poi infine rivelarsi una stanzetta normalissima, come la mia o come la vostra, con abiti in disordine, letto da rifare e action figure. E il dolce Papyrus che ci spiega candidamente che gliele ha portate un uomo vestito di rosso con la barba bianca: Babbo Natale!

Avevo gli occhi a cuoricino per lui in quel momento. Ho capito che il personaggio voleva risultare inoffensivo e amichevole, ho compreso che il gioco voleva comunicarci l’idea di assoluta normalità che il diverso può celare. Undertale già dalle prime battute ci invita a cercare di capire e conoscere prima di giudicare gli altri e il loro vissuto.

Altre piccolezze che è doveroso citare sono le varie OST di Snowdin e della lotta con lo scheletro che sono davvero ispirate e trascinanti. La “lotta” e l'”appuntamento”, poi, sono dei minigiochi con cui si scherza, si ride, si approfondisce la relazione con il personaggio e i suoi spaghetti. Chi lo avrebbe mai detto che uno scheletro potesse apprezzare la cucina? E che il regalo per noi fossero, appunto, i suoi spaghetti?

Undertale, inutile dirlo, ti fa “giocare” con lui, se scegli di seguirlo, ricambiandoti non con l’esaltazione della lotta, del superamento di uno schema, ma con l’emozione di aver scoperto un’esistenza, di aver aiutato e reso felice qualcuno che ha problemi a relazionarsi o a rivelare il proprio amore. La schermata di combattimento non è nient’altro che un sistema flessibile di interazione coi personaggi che può cambiare di volta in volta e che permette anche ai nostri avversari di “giocare” con noi, come nel caso del manichino posseduto che usa degli aiutanti incapaci di colpirci e che vengono da questo licenziati. Cambieranno così i suoi attacchi, ripiegando su un coltello ma, lanciato quello, il manichino capirà di essere rimasto a corto di coltelli. Il gameplay di Undertale nella sua forma “giocosa” e non competitiva è un’esibizione di fantasia, la valuta che più apprezzo, stimo e premio nelle opere. Veder ogni volta cambiare il contesto, le schermate, le regole di gioco, è semplicemente stupendo e indice di una fantasia sconfinata che, ricordiamolo, sta pur sempre usando una grafica antidiluviana e un sistema molto limitante per fare ciò che fa. Il genio di Toby Fox sopperisce alle mancanze della macchina con le sue OST, con i suoi dialoghi quasi Tarantiniani, con le sue animazioni e con gli sprite così espressivi.

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Una delle cose di cui si accorge ben presto, poi, è che Undertale mira tantissimo a distruggere gli stereotipi. Un primo vero esempio, dopo Toriel e Sans, è quello costituito da Undyne che io inizialmente credevo fosse un cavaliere nero stile Terminator. Una volta tolta l’armatura si è rivelato un personaggio bizzarro nella sua estetica ma con tantissimo da scoprire. Undyne possiede le qualità della fedeltà, della correttezza morale e della rettitudine: è a tutti gli effetti una donna-cavaliere pur essendo un mostro, e si sa che i mostri non hanno etica. Poi però ha anche dei lati in ombra: è aggressiva oltre ogni limite, sfodera la propria lancia per un nonnulla, tanto che, se si sceglie di non uccidere nessuno, si avrà un caloroso “appuntamento” con lei nella sua cucina dove un’azione innocente viene trasformata in un semi-combattimento pieno di gag. Come se non bastasse, Undertale gioca anche con gli stereotipi sessuali e inserisce una gran quantità di personaggi omo tra cui Undyne, Alphys e le due guardie corpulente che si chiamano “bro” a vicenda e che si spogliano. Ammetto che sono rimasto piacevolmente sorpreso la prima volta, non credo di aver mai visto un gioco trattare l’omosessualità con tanta nonchalance se togliamo il recente Life is Strange. Quello che stupisce di più è vedere che dei mostri non si fanno alcun problema nell’accettare questo tipo di coppie, cosa che invece ci facciamo noi non-mostri. Ed è a questi livelli che scatta una riflessione sulle etichette che affibbiamo con troppa generosità agli altri. Notevole, inoltre, che un gioco voglia spingersi così in là su un tema delicato ma che in realtà è stato ampiamente accettato e apprezzato (e meno male, aggiungerei).

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La fase seguente riguarda invece proprio Alphys, la scienziata, e il suo robot assassino Mettaton. Inutile ribadire che anche qui si giochi tantissimo sugli stereotipi: Alphys è innamorata di Undyne ed è molto insicura, così tanto che cerca riparo, come un Otaku, nelle storie immaginarie. Ci sono tantissime citazioni ad anime e manga e ai vari nerd, la scena più bella è quando Alphys si mette a parlare del proprio anime preferito: a livello di gameplay e interazione si traduce letteralmente in un fiume di parole estremamente veloce sul quale tu non hai alcuno spazio di manovra, non ti è concesso premere il pulsante per far scorrere il testo, non ti è concesso di leggere con calma, decide Alphys come parlare della propria passione e questo simula in maniera ottimale il discorso di un fanatico sulla sua serie preferita che più o meno tutti avremo avuto almeno una volta.

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Mettaton inizialmente è un vero robot assassino anche se infarcisce tutto con gag memorabili. Vi cito solo la mia preferita, quando fa il conduttore televisivo di un programma di cucina e vuole fare a pezzi il protagonista con una motosega. Alphys però gli telefona in studio e chiede se non sia possibile una alternativa vegana, quindi senza carne, solo per rallentare Mettaton. Così scatta una gara all’ingrediente –che lui aveva già preparato– vegano che dovremo raggiungere mentre lui ci ostacolerà, solo per scoprire alla fine che il manicaretto era già pronto, esattamente come in alcuni programmi di cucina! Il livello di dettaglio è notevole, ed è tutto così meravigliosamente ben scritto e bilanciato che perderei troppe pagine a parlarne senza annoiarvi, senza contare che si citano, oltre ai gusti sessuali di prima, anche determinate scelte personali dettate da un’etica. Undertale non parla solo di sessualità ma di personalità.

Mettaton infine si scopre essere nientepopodimeno che un ballerino con gambe stupende e, dulcis in fundo, un fantasma che aveva chiesto un corpo ad Alphys, con tutti i retroscena che seguono tra lui e il cugino fantasma.

Non fa eccezione neppure Asgore, il famigerato Re dei Mostri, che già dal titolo faceva presagire qualcosa di funesto e invece si rivela essere un mollaccione che cura il proprio orticello e i fiorellini quando arriviamo da noi. Il suo dialogo, la sua espressione, tutto di lui ci dice che in realtà non è affatto cattivo ma proprio come Toriel è quasi paterno, amichevole. Il combattimento scatta se proprio lo desideriamo ma lui non sembra volerlo realmente. Lo fa perché è investito della propria carica di Re e della fiducia di tutti i cittadini ma sarebbe ben lontano se seguisse il proprio cuore.

E’ a questo punto che, nell’end game neutrale, arriva Flowey per vendicarsi su tutto e tutti e acquisire le varie anime umane che deteneva Asgore colpendolo alle spalle dopo che era stato indebolito da noi. Lo scontro con Flowey, di cui voglio ricordare la malefica risata, sfonda la quarta parete facendoci capire che il nostro salvataggio è stato cancellato e che la sua punizione per noi consiste nell’ucciderci violentemente fino alla fine dei tempi. Un concetto che esula dal mainstream cui siamo abituati e che contribuisce a dare anche dei connotati Horror a quello che prima era decisamente un mondo pacifico con qualche buontempone che si spacciava per nemico. Il giocatore contro Flowey evoluto ha vita dura perché il gioco è studiato appositamente per non farti vincere fino a un certo punto in cui l’unione delle anime batte il nemico ancora una volta.

Flowey si dichiara sconfitto e a questo punto interpella noi per una scelta: eliminarlo o meno. Lui insisterà sul voler essere eliminato e sul portare sulla “cattiva strada” il giocatore ma se abbiamo interpretato correttamente lo spirito di Undertale, Flowey va almeno una volta risparmiato. A quel punto lui metterà in dubbio i propri valori (ricordate all’inizio, quando parlava di uccidere o di essere uccisi?) poiché qualcuno gli ha dimostrato che è possibile avanzare senza uccidere a dispetto di ciò che ha sempre creduto, anche a causa delle proprie sofferenze passate. Normalmente, se il gioco fosse tutto qua, avrei da ridire. Non mi piace questa filosofia e penso di averlo ripetuto più volte: anche se lo considerassimo un gioco per bambini ( e NON lo è) questa morale del “se ci credi abbastanza ce la fai” è nauseabonda e ipermasticata, stucchevole e obsoleta. Non basta crederci forte per far avverare i desideri, talvolta ti trovi davanti dei colossi che ti ostacolano e che di parlare e di negoziare non hanno alcuna voglia. Per proteggere ciò che hai di più caro, come i tuoi amici o le tue idee, talvolta si scende allo scontro e sei costretto a decidere se uccidere o meno, perché quel nemico potrebbe, una volta risparmiato, tornare ancora con alleati più forti contro di te.

Ma. E dico ma, Undertale non si esaurisce qui ed è questo uno dei motivi per cui lo apprezzo parecchio: perché non si limita a comunicarti quel che LUI ritiene giusto, come l’idea di non-violenza (anche se a ben vedere quello è il finale considerato migliore, ma va bene uguale) ma ti dà tutti gli strumenti decisionali per fare come ti pare in quel mondo. Vuoi fare un po’ e un po’ in neutrale? Puoi, ma non avrai accesso a tutte le scenette e le chicche dei personaggi. Vuoi fare il pacifista? Puoi, anche se lì va vissuta come esperienza più che come gioco. Vuoi fare il genocida? Puoi, anche se così facendo chiaramente ti perdi gran parte del valore di Undertale e dei suoi personaggi scambiandoli con ottime sfide da videogame classico. Insomma, rovesciata così in effetti è una triplice morale niente male: qualunque cosa tu faccia otterrai delle cose e ne lascerai delle altre lungo il tuo percorso, sta a te decidere quali e come costruire la tua storia. Comunque, a te lettore che sei arrivato fin qui leggendo tutto, io dono la chiave che ti servirà più avanti. Tieni bene a mente questa frase: “In matematica avere un 3 mi alzava la media”.

Stando così le cose, Undertale è un gioco molto, ma molto più maturo di tantissimi altri. E a differenza di esperienze come Life is Strange o altri giochi dalla forte componente narrativa, non manca di offrire sfide ponderate e divertenti per tutti i gusti. Undertale è l’evoluzione delle avventure grafiche, per me. Di tutto un po’, e tutto di alta qualità.

Quel che ho da dire sulla Pacifist e sulla Genocide in realtà non è molto perché il gioco, anche se varia in maniera molto intelligente alcuni dialoghi e alcune scene sulla base delle scelte effettuate, grosso modo è sempre lo stesso nella struttura.

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Di rilevante nella Pacifist ci sono tutti quei personaggini secondari che sono pucciosissimi come i vari Doggos che vogliono le coccole, o gli Tsunderplane. E infine scoperte importantissime sulla Lore con il vero laboratorio segreto di Alphys in cui compiva gli esperimenti su mostri morti, anime e quant’altro. Un altro spaccato Horror che mi ha lasciato piacevolmente sorpreso. I vari retroscena si collocano al posto giusto per poi infine arrivare a scoprire la vera identità di Flowey e lo scontro finale con lui, ancora una volta molto intelligente e giocato bene.

La Genocide è importante, sebbene non tutti riescano a giocarla fino in fondo a quanto ho sentito, perché empatizzano troppo con i personaggi per ucciderli. E’ importante perché risponde alle pulsioni distruttive e autodistruttive dell’individuo che tratta il proprio mondo e i suoi personaggi come fossero pupazzi o servi da eliminare a piacimento. Anche questo versante ha dei risvolti Horror molto toccanti perché ogni personaggio che precedentemente avremo salvato e amato ora viene da noi distrutto senza pietà: Papyrus che ci “risparmia” e ci tende la mano e noi che avanziamo nella nebbia contro di lui. Il suo “puoi fare meglio di così, io credo in te“, che non giudica ma sprona.

Undyne che non vuole saperne di morire e che ci dimostra di essere l’eroe di quel mondo di mostri, al posto nostro.

Mettaton che viene sconfitto e Alphys che crede di poterne costruire un altro simile, nonostante il rumore della “polvere” alla sua sconfitta.

Infine, Sans. Come volevasi dimostrare, il nemico più ostico e forte di tutto il gioco è proprio quello di cui non avremmo mai sospettato, proprio in stile Undertale che continua a dirci che non bisogna fermarsi alle apparenze.

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Sans è un personaggio iconico non solo per le proprie battute così scarsamente divertenti da fare il giro e diventare bellissime ma perché anche nel combattimento, gestito magistralmente, opera la rottura della quarta parete. Si comincia con quello che secondo me tutti hanno ritenuto un attacco-scherzo. Così veloce e pericoloso da non lasciare scampo; nei videogiochi ogni tanto capita che non sai se devi morire per forza per far procedere la narrazione o se vincere veramente la sfida. Ed è li che realizzi: è tutto vero, mi sta attaccando con tutte le sue forze e non retrocede di un passo. Lo scontro lo vinci memorizzando la maggior parte dei suoi attacchi, subendo meno danni possibile e cercando di resistere il necessario. Una volta che Sans si sarà stancato farà il bastardone: ti proporrà una tregua e poi ti risparmierà, dando a te la scelta se risparmiarlo o meno, col piccolo problema che se sceglieremo di risparmiarlo lui ci ucciderà senza lasciarci scampo, perché siamo un avversario troppo pericoloso per rimanere in vita.

Ed ecco che monta la furia omicida anche per lui, che ci costringe a ricominciare lo scontro ancora una volta. Si torna al punto di prima per NON risparmiarlo mai più e così lo scontro procede con lui (e anche noi) sempre più provato, sempre più visibilmente stanco, fino al suo attacco finale e al suo gesto, ormai reso inutile dalle forze che gli mancano, di lanciarci contro il muro senza più causarci danno. Una scena memorabile e costruita bene nonostante si sia ancora in piena fase di scontro.

Qui avviene qualcosa che secondo me eguaglia in genialità Psycho Mantis di Metal Gear: Sans, capendo di non poterci sconfiggere, opterà per una vittoria per forfait avversaria, cioè aspettando che ci annoiamo abbastanza da spegnere il gioco. Infatti lo scheletro, avendo capito la struttura a turni del gioco, sceglierà di NON passare il turno a noi, non essendoci un timer, cosicché il giocatore sarà costretto ad abbandonare. L’unica cosa che il giocatore può fare è “sbattere” contro il riquadro dei comandi per suonare un campanellino e svegliare Sans, sfibrato dal combattimento. Dopo qualche secondo ci accorgeremo che ci sono dei punti che non fanno suonare il campanellino per svegliarlo: lui dormirà della grossa e noi potremo letteralmente “trascinare” il riquadro sulla casella “Lotta“, così da cliccarla e azionare il nostro colpo anche se non è il nostro turno. Sans si sveglierà ma sarà troppo tardi, verrà tranciato in due e la sua scena finale è davvero lacrimevole: chiederà a Papyrus, già trapassato, se vuole qualcosa dal fast food. Poi, fuori campo, il rumore del mostro che si tramuta in cenere.

Davvero, davvero, davvero spettacolare. Anche io che in genere non sopporto i Rythm Game o le sfide di questo tipo avrei potuto solo applaudire a quella che è un’esplosione di genialità creativa unita ad un game design divertente e originale, fresco e mai stancante.

Mi spiace anzi che molto spesso tutto questo non venga capito. Ad esempio il buon Farenz, amante di Metal Gear, rispondeva ad un Caro Farenz ti scrivo nel 2017 dicendo che Undertale è un buon gioco ma non il capolavoro di cui tutti parlano.

Io non sono particolarmente legato alle avventure grafiche per cui potrei sbagliarmi ma ditemi voi dove trovare un gioco Indie, sviluppato da poche persone, con una qualità di dialoghi così alta, con personaggi così freschi e innovativi, con tematiche così importanti, con un gameplay in procinto di variare ad ogni scontro, con una morale triplice. Ditemelo voi. Non è una sfida ma una constatazione: sebbene neanche a me piaccia il termine “capolavoro”, perché sottintende che in qualche modo sia oggettivamente bello e che se non ti piace tu sia sbagliato, va ammesso che quando qualcosa non ha dei pari o è uno dei primi se non il primissimo a proporre qualcosa, gli va riconosciuto il 100% del merito. Undertale potrà peccare nella grafica ma sopperisce con tutto il resto. E’ l’esatto contrario di titoli tripla A blasonatissimi con grafica iperpompata (e qui voglio rovinarmi, citando Uncharted) che sono osannatissimi come capolavori videoludici ma che hanno personaggi e relativi dialoghi profondi quanto una scarpa. Per uno come me, che adora il dialogo profondo e la riflessione su temi importanti, Undertale è una manna dal cielo. Dovrebbero esistere più giochi così.

E non ho altro da dire se non che…siamo arrivati al momento clou. La parte che tutti stavate aspettando e per la quale vi siete sorbiti le mie battutacce e i miei sproloqui, a meno che non siate stati scorretti scorrendo subito a fondo pagina. Ma se siete così scorretti forse non state neanche leggendo questo pezzo quindi è inutile divagare troppo.

 

 

 

         Link di fine articolo al miglior personaggio di Undertale mai creato

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Analisi Critica: La Quarta Grande Guerra dei Ninja (Parte 3)

Avevo iniziato dicendo che Naruto è una delle mie opere preferite ma ci tengo all’imparzialità. Questa terza parte tratterà infatti della Quarta Guerra dei Ninja, l’arco narrativo in genere più disprezzato della saga. Cercherò anche di dare qualche possibile spiegazione alle accuse più frequenti che in genere si sentono sempre quando si parla di Naruto e grosso modo sono queste:

-Dopo Pain non c’è più niente che valga la pena di vedere

-Sasuke cambia idea troppo repentinamente

-L’identità di Tobi è una banalità

-La Grande Guerra è mal gestita

-Molti personaggi importanti sono stati tralasciati completamente

-La battaglia finale rende Naruto un Dragon Ball

Kaguya non ha senso

-Naruto si è snaturato parlando di messia

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                                                         – Dopo Pain, il nulla –

Questa prima affermazione è falsa e sinceramente mi snerva quando la sento. Noto che si ricollega a un filone che come argomentazione principale ha sempre “dopo l’evento x l’opera y non è più la stessa“. Ho sentito dire che dopo Freezer Dragon Ball doveva finire per i fan, che dopo L Death Note non è più lo stesso. Ho sempre trovato queste affermazioni abbastanza sommarie, arbitrarie e in ultima analisi poco sensate, perché analizzando bene queste storie al più si può parlare di alti e bassi (ad esempio, lo scontro con Cell o con Majin Bu mi sembra che potenzi di molto le dinamiche avute con Freezer, come si fa a dire che gli sganassoni vanno bene prima ma non dopo? Come si fa a dire che i Cyborg sono troppo incredibili per una storia del genere? Non ha senso) ma quasi mai di una spaccatura così netta. Prendiamo Naruto in esame.

Dopo lo scontro con Pain abbiamo ancora un bel po’ di cose molto belle da vedere:

-Sasuke vs gli attuali Kage

-Lo scontro di Sharingan e di Izanagi tra Sasuke e Danzo che non ha niente da invidiare ad altri scontri celebri

-Il passato di Naruto con Kushina Uzumaki

-L’inizio della Guerra coi redivivi (che nelle fasi iniziali è entusiasmante come poche cose)

-Lo scontro con i precedenti Mizukage, Tsuchikage, Raikage e Kazekage

-Lo scontro con le forze portanti redivive

-Lo scontro Madara redivivo VS esercito alleato, che nell’anime è considerato uno dei migliori a livello visivo

Qualora non vi bastasse, è letteralmente pieno della stessa filosofia di prima:

-La filosofia di Itachi redivivo che parla a Sasuke 

-La filosofia di Kabuto e Izanami

-Il passato di Madara e Hashirama, il senso dei villaggi ninja

-La filosofia di Madara e Tobi

-Naruto vs Sasuke e la filosofia rinnovata di Sasuke

Insomma, come fate a dire che non ci sia nulla per cui valga la pena? Avete semplicemente individuato un personaggio enorme, a dir poco inarrivabile come Pain, e vi siete limitati a dire che siccome non è più stato eguagliato allora sia tutto da buttare via. Questo è falso e lo vedremo durante il corso di questo articolo. Sebbene Pain sia effettivamente un personaggio monumentale e la sua filosofia molto interessante, nella parte finale di Naruto ci sono elementi in grado di arrivargli almeno pari.

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                                             – Troppi personaggi dimenticati –

Questa affermazione invece è purtroppo vera. Troppi personaggi importantissimi (Rock Lee ad esempio) dimenticati e -aggiungo io- altri morti con puro nosense (vero, Neji?)

Naruto è cominciato con un esame di selezione, con vari piccoli protagonisti che si proteggevano le spalle dai pericoli e che difendevano il proprio villaggio. Per favorire la narrazione questa si è concentrata esclusivamente sulla guerra, su Sasuke, Naruto e Kakashi dimenticandosi i restanti 3/4 del cast. Solo occasionalmente faceva capolino Orochimaru o qualche altro personaggio come Gai che era voluto per dare una versione potenziata (ma comunque “copia”) di Rock Lee, o Neji che è servito per il discorso di Tobi ma che è morto come un idiota praticamente da solo e senza scopo con un anticlimax. Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi su Rock Lee che vuole diventare un ninja maestro di arti marziali? Dov’è finito il discorso sull’innatismo di Neji? Perché lo scontro con Asuma si riduce al nulla più assoluto e insensato? Perché un pirla semi-stereotipo come Killer Bee ruba spazio a gente come Hinata, Shino, Kiba?! Tutti questi personaggi si riducono a commentare brevemente qualche battaglia e a farsi da parte; nel combattimento finale Naruto cerca di dar loro spazio ma si riducono a personaggi sullo sfondo, copie carbone ormai svuotate di tutto, semplici “amici” a far bella figura come un quadro appeso. Lo capisco che vedere i Kage sia qualcosa di eccitante e che vedere ninja “comuni” lo sia molto meno ma così sembra quasi che Kishimoto voglia azzerare tutti i discorsi precedenti, anche se sono già stati trattati. In alcuni casi li ripesca e li ripete (Zabusa e Haku, Sasori), in altri se li dimentica proprio. Non c’è omogeneità.

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Uno scontro che aspettavo dall’inizio risolto fuori campo, sigh

                                                   – La guerra è gestita male –

Parzialmente vero. Abbiamo comunque visto, anche con One Piece e la Guerra per la Supremazia, che gestire troppi personaggi importanti si riduce a scontri e dialoghi fugaci giusto per mostrarli ma la partecipazione di ciascuno è ridotta in favore degli altri e non si riesce a dare spazio a tutti ma solo agli elementi centrali in una struttura piramidale: scontri tra soldati semplici, scontri tra ufficiali, scontri tra generali.

Kishimoto si ritrova a gestire un’enormità di personaggi anche nuovi, di tecniche mai viste e che non vedremo troppo spiegate – e questo anche per dare un minimo di pathos – e alcuni personaggi preponderanti sugli altri. Forse avremmo potuto avere una fase in meno dello scontro tra Tobi/Madara/Alleanza e qualche fase intermedia in più, tagliando completamente lo scontro con Kaguya. 

Ho scritto “parzialmente vero” perché un’altra metà invece la salvo tutta e se lo merita. La Guerra Finale è un furbo espediente per farci rivivere esperienze che abbiamo già superato (una caratteristica molto comune un po’ ovunque, pensate alla battaglia finale di Harry Potter) anche per farci capire il grado di maturità raggiunto da tutti, non solo dai protagonisti. Ad esempio rivediamo i pensieri di Sasori, quelli di Asuma (alcuni non cambiano proprio, come Kakuzu), quelli di Zabusa e di Hanzo la Salamandra. In più, è anche un sistema per far alleare quelli che precedentemente erano nemici in un’unica alleanza. Questo è un sotterfugio che vediamo spesso (prendete Doomsday che interrompe la lotta tra Batman e Superman facendoli unire, o l’agente Smith che fa unire umani e macchine in Matrix), così spesso che in genere tendo ad accordargli un valore medio di 6 su 10 come scelta. Nel senso che sta cominciando a diventare un cliché iperabusato per mandarla in caciara e far finire scontri interessanti a tarallucci e vino. Due entità entrambe molto importanti per la storia si scontrano? Ey, arriva un nemico ancora più nemico di entrambi che li fa alleare, e dopo averlo sconfitto saranno così esausti e così amiconi da non scontrarsi più! Che palle. E che banalità sta diventando.

Infatti in Naruto questo diventa un semi-problema per la filosofia che ci ha imbastito sopra: stiamo indagando un metodo per non far odiare le persone, per non farle combattere, per mettere un freno a tutto questo, ricordate? Ora immaginate che USA, Medio Oriente e Russia si alleino contro GLI ALIENI che vogliono conquistarci. Come sviluppo narrativo e soprattutto come risposta lascia molto a desiderare perché è solo a breve termine: ORA siamo alleati e non ci odiamo, e dopo? Una volta che Naruto e il motore della narrazione sarà morto? Questa non è una risposta definitiva, in sostanza, e io come lettore mi sento preso leggermente in giro.

Infine, ho letto anche critiche allo “smercio” di tecniche presenti, perché si vede Sasuke utilizzare gli occhi di Itachi, Kabuto che coi redivivi ottiene ogni tecnica al mondo + Orochimaru, Tobi che usa Sharingan, Rinnegan e le sei vie della trasmigrazione di Nagato. Il termine usato, “smercio”, che sembra indicare un mercato, una bettola, qualcosa a basso costo che viene svenduto e che invece meriterebbe magari una gioielleria, lo trovo alquanto inadeguato e ingiusto. Posso capire che stanchi vedere sempre le stesse tecniche ma Kishimoto si è spremuto le meningi per farci vedere le stesse cose da una prospettiva diversa, facendoci vedere personaggi come Hanzo che erano morti prima o gli Hokage che cooperano, tutte cose che senza questo espediente non avremmo avuto. Considerato che Kishimoto si giostra bene con le varie tecniche e regole che lui stesso si è creato e che ci offre la possibilità di vedere le nuove generazioni che scalzano le vecchie, ormai morte per esigenze narrative, non è un’idea così malvagia dopo tutto. In un certo senso si può dire che siamo riusciti ad avere un’idea generale di guerra in grande stile con elementi che già conoscevamo che hanno ridotto i tempi di spiegazione. Uno scontro vecchia maniera alla ricerca di Sasuke uno contro uno avrebbe solo dato l’idea dell’ennesimo duello mentre qui vediamo soldati-ninja che cooperano. Per questo dico che l’esperimento è riuscito almeno per metà molto bene.

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                                   – L’identità segreta di Tobi è gestita male –

Eh, dannazione se è vera questa. Mi fa incazzare come gli ultimi colpi di scena del Trono di Spade perché la mia fantasia ha superato di gran lunga quella degli sceneggiatori. Vi racconto cosa mi ero creato io nella mia testa, anche leggendo qua e là:

Innanzitutto, ripetere tobitobitobi porta a Obito, e fin qui è ok. Ho pensato che fosse un modo per depistarci tutti, anche l’occhio rimastogli visibile dal buco nella maschera era così lampante che devi letteralmente essere un deficiente per non arrivare a rispondere “è Obito“. Abbiamo visto che è morto ma il suo cadavere no, tutto è possibile in un mondo dove esiste la resurrezione. Al che ho cominciato a cercare possibili personaggi e ho rintracciato una scena che pensavo fosse la chiave di tutto, quando Tobi spiega a Sasuke la verità su Itachi.

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Il fratello di Madara è quasi felice di sacrificarsi. Quel “grab” poteva significare il suo ricordarsi di se stesso

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Quello nella bara gli somiglia ma poteva essere un trucchetto grafico per farci vedere UN Uchiha a caso, mentre il fratello era ancora vivo. Si parla di “sacrificio”, non necessariamente di morte

In sostanza, io credevo che Tobi fosse il fratello minore di Madara prima del flashback che spiegava come fosse morto. Tutto avrebbe avuto senso: un personaggio dagli enormi poteri, praticamente identici a quelli di Madara che può intercambiarsi gli occhi, che conosce tutta la storia. Obito se anche fosse stato vivo quando lo vediamo contro il Quarto Hokage è decisamente troppo forte, Kakashi ci viene mostrato ed è un Jonin ma pur sempre un ragazzino in confronto a Minato. Come poteva Obito averlo superato così tanto in così breve tempo? Inoltre mi insospettiva che un personaggio per Madara molto importante venisse taciuto ed eliminato così in fretta dal discorso. Siccome adoro i gialli e mi piace predire il colpevole con largo anticipo ho imparato a decifrare molte frasi e molti comportamenti e questo mostrarlo così poco era davvero sospetto. Credevo con tutto il cuore di averci preso, solo per poi essere smentito con il più banale dei cliché. Sul serio, trovatemi una rivelazione più banale e citofonata, in qualsiasi opera, dell’agnizione di Tobi. Io sinceramente fatico a trovarne. Persino scoprire che Minato è il padre di Naruto POTEVA essere non del tutto sicuro, visti solo i capelli. Cazzo, capisco il foro nella maschera ma almeno cambiagli il nome; Kishimoto ha esagerato con gli indizi o ci ha presi per degli idioti. Ma se uno legge Naruto e adora la riflessione, la filosofia e lo scontro tattico ti pare di poterlo fregare così? Quindi avete ragione, questo è davvero un punto debole nella trama che al massimo si rende più interessante quando veniamo a capire cosa sia realmente successo a Obito.

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TRIPLO KAIOH KEEEEEENNNNNN

                                      – La battaglia finale è Dragon Ball, non Naruto –

Indiscutibilmente vero. E la spaccatura avviene appena Tobi comincia a “trasformarsi”, io l’ho individuata lì. Con “scontro alla Dragon Ball” intendo un combattimento basato unicamente sui livelli di forza fisica e di scontro diretto con l’avversario, privato completamente di quegli elementi tattici come l’ambiente, la psicologia, le tecniche che avevamo visto nel primo articolo. Se da un lato è comprensibile la scelta di mostrare tecniche così potenti da rendere inutile qualsiasi strategia, il problema è dell’autore che non è riuscito a escogitare qualcosa di alto livello per sublimarne l’estetica. Con ciò intendo dire che, se si combatte un Dio che sa manipolare lo spazio-tempo, anche la tua strategia per fronteggiarlo deve essere grandiosa. Per fare un esempio, qualcosa di simile a ciò che Yugi fa contro Pegasus che gli legge le carte. Altrimenti il risultato è unicamente una serie di scazzottate in cui vince chi pesta di più l’altro, paradigmi che ormai ci siamo lasciati alle spalle da davvero tanto tempo e che Naruto stesso aveva contribuito a rendere obsoleti.

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Dai, qui abbiamo tutti sorriso, ammettiamolo

                                                           – Kaguya non ha senso –

Ovviamente ho dovuto semplificare tutte le posizioni contrarie a Kaguya. In realtà il suo senso ce l’ha, nella storia viene spiegato. Il problema principale è che lo scontro finale (ok, non è proprio quello finale, siamo d’accordo, ma è estremamente importante) deve riassumere in poche parole: la tua nuova forza, la tua maturazione etica e psicologica, la risoluzione e lo scioglimento dei vari problemi che il nemico ha causato. Va da sé che il finale e il colpo finale assestato hanno maggior peso dialettico tanto più il nemico è percepito come pericoloso. Per fare un esempio, Rob Lucci di One Piece è davvero ben gestito (se si esclude come viene sconfitto): è un personaggio che vediamo per tutto l’arco temporale, comanda il gruppo che ha causato il casino, è aggressivo, è forte, se lo lasci libero chissà che altro ti combina, ergo sconfiggerlo procura quella catarsi di cui siamo costantemente alla ricerca. Kaguya è, in parole povere, una sorta di semi-divinità che ha dato vita al chakra che i ninja hanno rubato e ora lo rivuole per sé. Insomma, mi sta bene dare sfaccettature e non permettere al lettore di definire cosa sia bene e cosa male, con Naruto è una costante, ma questa motivazione non è né malvagia né buona, è solo blanda. E’ istintiva e neutrale, tanto che mi spinge all’indifferenza più totale per questo personaggio che prima non è mai stato nominato e che nessuno di noi associava a un nemico. Un altro problema è il continuo cambio di prospettiva sui cosiddetti nemici finali: Uh! Non è Pain, è Tobi! Uh, non è Tobi, è Obito! Uh, non è Obito, è Madara vero! Uh, non è Madara vero, è Kaguya!

Sarebbe stato meglio a quel punto fare dell’Eremita delle Sei Vie il vero nemico perché lo abbiamo visto ripetutamente e sappiamo che era capace di creare delle lune e dei mostri di chakra. Una divinità insomma, che per esigenze narrative doveva essere buona e aiutare Naruto, così Kishimoto ha ideato come sostituto sua madre.

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Ve lo ricordate quando parlavamo di esami scritti? Ecco, ora parliamo di divinità, messia, salvatori e profezie

                                                        – Naruto si è snaturato –

Faccio solo un appunto: è sempre pericoloso parlare di Natura o di cose Innaturali o che si sono s-naturate, perché presuppone che si conosca la vera Natura, cioè l’essenza, di qualcosa. A sua volta questo porta a una fallacia logica conosciuta come “nessun vero scozzese“, come quando si risponde “quello non è il vero X, il vero X è ciò che dico io”.

E tu chi sei per dire che il VERO sia quello e non quell’altro? Naruto ha sempre parlato di temi come l’amicizia e il valore dei legami ma questo basta a renderlo la sua “natura”? Abbiamo anche visto che Naruto mette in piedi discorsi profondi come il sacrificio, la difesa della patria e dei propri cari, non sarebbe troppo strano veder maturare la sua posizione sull’amicizia per far comprendere a Naruto, e a noi di riflesso, che questa non sia tutto, o non sia la cosa più importante.

Fatta questa piccola premessa, effettivamente ritengo anche io che Naruto si sia snaturato in larga parte verso le battute finali, e ne avevo già fatto accenno all’articolo prima. La storia di Naruto è quella di un combinaguai che matura fino a diventare Hokage ma con il piccolo problema che più lui matura meno io mi sento simile a lui e invogliato ad ascoltarlo. Con il Naruto combinaguai, o anche con Rock Lee e Neji, potevo immedesimarmi e sentirmi parte di quella storia ma quando cominciano a essere tutti dei prodigi in qualsiasi cosa io lettore mi sento inevitabilmente escluso o allontanato. Tutto ciò si acuisce quando mi vieni a dire che chiunque può fare il miracolo col duro impegno ma poi tu giochi sporco perché hai un antico demone deus ex machina dentro di te e, senza fartelo bastare, sei tipo il messia del mondo eletto da una profezia e amato da un Ninja leggendario. Infine, il creatore del mondo dei ninja ti ha in simpatia e a quanto pare sei il discendente di una dinastia millenaria potentissima.

Ora, come fai a guardare in faccia il tuo pubblico e a raccontargli ancora quella cazzata dell’impegno? Naruto è stato letteralmente aiutato ogniqualvolta fosse in pericolo. E prima di una battaglia veniva allenato da gente di alto rango con tecniche sublimi, e durante la battaglia veniva salvato da compagni vari, e dopo la battaglia si alleava con altra gente forte. E’ come se il messaggio fosse << basta studiare per prendere il Nobel >> poi però si scopre che lui ce l’ha fatta perché è Stephen Hawking, ha un quoziente intellettivo a otto cifre e ha avuto come maestro Gesù. Dai ma vaffanculo, siam capaci tutti così, che insegnamento stupido e inutile!

Comprendo quella che è l’esigenza narrativa. Siamo ormai alle battute finali, ai nemici più forti e alla conclusione della storia. Però questo aspetto secondo me Kishimoto non è riuscito a gestirlo bene esattamente come il sovrannumero dei suoi personaggi principali. Si riscatta in parte con la filosofia di Sasuke e l’ultimo scontro etico del manga ma il senso di ingiustizia permane. Specie quando continui a chiamare “messia” quel personaggio che doveva essere uno qualunque. Perché c’è sempre bisogno di una profezia? Perché devi parlare di predestinati in un’opera che inizialmente dava a tutti le stesse opportunità?

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E gli occhi del fratello no e poi sì, e gli Hokage prima li ammazzi poi li rivuoi, e Orochimaru no e poi sì, du’ balle senza sharingan, Sasuke!

                                                      –  Quell’idiota volubile di Sasuke –

Qui cominciamo ad avviarci alla fine di tutti i discorsi e alla risoluzione della famosa domanda che Pain aveva posto a Naruto. Sasuke è stato criticato così tanto per tutte le sue scelte volubili ed egoiste che sono nate addirittura pagine per prenderlo in giro (come la ormai defunta Sharingan’s Force). In realtà, per quanto certe battute sessiste sul suo comportamento “poco virile” possano strappare qualche sorriso, a me hanno sempre fatto tristezza. Badate bene, non perché sia un fanboy di Sasuke ma perché questa gente analizzava il personaggio solo in maniera superficiale a partire dal cambio di capigliatura o dal fatto che di punto in bianco volesse fare l’Hokage. Ma cosa significa tutto questo? Perché Sasuke si comporta così?

Partiamo da dove lo avevamo lasciato: Sasuke scopre la verità su Itachi e decide di vendicarsi. Una scelta più che legittima oserei anche dire. Si allea ad Alba ma viene sempre in qualche modo manipolato da qualcuno. Uccide Danzo e si allontana sempre più dalla retta via ma perde gli occhi. Incontra Naruto il quale gli fa venire voglia di lottare ancora e si fa trapiantare da Tobi gli occhi di Itachi per avere uno sharingan ipnotico perfetto. Arriviamo così a quando si risveglia a guerra inoltrata e fugge dal suo nascondiglio. Qui trova un Itachi redivivo e con lui si allea per battere una delle pedine più importanti: Kabuto.

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Ma che poi ora mi chiedo: con una tecnica simile come fanno a non aver sconfitto e umiliato i Senju?

Ci viene presentata una tecnica che ricorda ancora gli albori di quel combattimento psicologista che era il primo Naruto: Izanami (si noti che Izanami e Izanagi sono nella mitologia giapponese le due divinità che hanno creato tutto quanto), la quale è una tecnica meno potente di Izanagi, non consente di modificare il proprio futuro ma di intrappolare in un loop chi ne fa uso. Un altro approfondimento su come possa un clan dirimere le faide intestine se tutti possono usare tecniche come Izanagi. Izanami permette dunque di valutare la volontà di chi è sotto questa tecnica e di intrappolarlo in quel loop fintanto che non accetta la propria identità e la propria natura, un elemento che si ricollega alla storia di Kabuto senza far pesare troppo gli interventi autoriali.

Il combattimento contro Kabuto e la morte di Itachi portano Sasuke a una riflessione tutta sua che neanche Naruto ha mai seguito, e questo perché entrambi sono protagonisti a modo loro: uno che segue la strada della pazienza e della temperanza, l’altro che sbaglia cercando la strada più veloce ma comunque interessato a capire la verità.

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Certe cose le abbiamo date per scontate ma non lo sono affatto

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Comincia così quello che è un viaggio a ritroso per cercare di capire come sia nato questo “sistema” tanto malato di cui parlava anche Pain e che ha causato così tante morti. Perché gente come Danzo si sacrifica (e sacrifica altre persone) per proteggere un villaggio? Cosa rappresenta tutto ciò? Questo ci dà l’occasione per immergerci in quella che sarebbe la Lore (anche se come termine non mi piace è per farvi capire) della storia passata. Incontriamo i primi Hokage che ci spiegano per filo e per segno l’amicizia tra Hashirama e Madara. Il flashback ricorda molto il periodo Sengoku o degli stati in guerra, il nostro medioevo. Quando non c’è un governo centralizzato o uno più potente capace di sottomettere gli altri, ognuno cerca di prevalere e i morti si moltiplicano.

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Hashirama vede morire un gran numero di fratelli e di persone, la riflessione che fa è semplicissima: vuole un sistema che impedisca ai bambini di morire così presto.

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Al centro di tutto viene messo il pensiero di Hashirama di proteggere i bambini, di qualunque clan. E’ così che nasce la prima grande alleanza tra quelli che erano i clan più potenti

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La traduzione non è completa ma Hashirama spiega il significato di Hokage: colui che come un ombra veglia sulla foglia

Viene anche spiegato il significato del nome attribuito ai Kage e questo ci servirà dopo, è un elemento molto importante. Il Kage è l’ombra di un determinato villaggio perché su di esso deve vegliare, lo deve proteggere a qualunque costo. Addirittura il primo Hokage propose Madara per il ruolo ma non godendo della fiducia dei più come Hashirama, sarà messo in ombra.

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Madara spiega inoltre una parte della poetica di Naruto, anche questa la vedremo meglio in seguito: sono due forze contrapposte che, collaborando, danno vita al tutto. Un po’ come il giorno e la notte, la vita e la morte, il senso risiede nell’avere entrambe, non solo una delle due. Vediamo costantemente i personaggi di Naruto spartirsi queste qualità: chi è vitale, allegro, solare, e chi funereo, infelice, desideroso di vendetta. Non si può avere solo uno o l’altro, la vita è fatta di tutto questo ed è solo agendo in sintonia che si può ottenere la felicità.

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Questa scena è emblematica, è un po’ come se tutto fosse partito da qui: abbiamo visto questi due nemici/amici rincorrersi per tutta la vita, combattersi ma mai uccidersi. Come il giorno e la notte che costantemente si inseguono. Hashirama risparmia la vita a Madara e viceversa fino a quando non si mette in mezzo qualcosa di veramente importante, capace di far cambiare Hashirama: il villaggio stesso. E’ qui che Madara prende coscienza del fatto che quello non è più il suo amico e si sente “tradito” da lui, dal suo clan, dalla realtà. E’ a causa di questa spaccatura nel ciclo perpetuo che cominciano i veri disordini, con Madara che cerca di inglobare il potere dei Senju e di inseguire il proprio, di sogno. Se quello di Hashirama, solare, era basato sulla realtà e sulla sua difesa, quello di Madara è invece un sogno/illusione che accontenta tutti ma che rimane tale. Da una parte la dura lotta per la difesa dei propri cari ma anche la difficoltà di un mondo contrapposto dalle esigenze terrene, dall’altro un mondo perfetto e utopico ma che corrisponde solo ad una felicità interna, provata ma non guadagnata. Sta qui una delle maggiori contrapposizioni tra i sogni di tutti i nostri protagonisti, ereditati ai giorni presenti da Naruto e da Obito.

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A ereditare quel sogno solare e reale, però, non è necessariamente un Senju. Sasuke comprende, dopo il racconto, che Itachi non fece altro che difendere il proprio villaggio e le piccole foglie esattamente come aveva fatto in precedenza Hashirama contro il suo amico Madara per proteggere ciò che c’è di più prezioso.

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Quello che viene contestato a Sasuke è il suo repentino cambio di idee ma se si guarda bene è un personaggio maturo che ascolta, valuta, e decide da sé come ciascuno di noi dovrebbe fare senza aver paura di cambiare idea

Sasuke infine cambia idea, capisce che suo fratello si batteva per una causa che val la pena proteggere a sua volta e che infangarla vorrebbe anche dire renderla inutile. Sembra che al pubblico le persone “indecise” non piacciano quando in realtà la scelta di Sasuke è matura e coerente con l’evoluzione del personaggio, e ce lo dice lui stesso: da piccolo pulcino che si fa sfruttare da chiunque Sasuke diviene falco in grado di volare con le proprie ali e ragionare con la propria testa, anche quando la decisione appare solo in superficie incoerente. Ci vorrebbero forse un po’ più persone così! Non ritengo questi flashback una forzatura narrativa per rendere Sasuke un alleato perché il tutto, se si tiene in conto ovviamente, è ben costruito e amalgamato tra passato e presente. Eventuali forzature scompaiono di fronte a siffatta narrazione.

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Infine, quello che per molti è stato un colpo di scena o una forzatura scema, quasi come se Sasuke avesse voluto imitare Naruto dicendo questo. In realtà non c’è niente di più sbagliato perché Sasuke fa riferimento a quei concetti di luce e ombra di cui già parlava Madara e che nell’articolo scorso abbiamo visto con Danzo e Sarutobi. I concetti stessi di foglia e di radice usano come leitmotiv ciò che spiegava Madara: è l’unione di questi due elementi a generare la felicità. Sasuke quando dice che vuole diventare Hokage non intende affatto diventare come Naruto o come gli Hokage che abbiamo visto ma una vera e propria ombra che vigila silente. Ce lo spiega nello scontro finale:

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Era stato Itachi stesso a dire a Naruto che l’Hokage non è colui che riceve la stima del villaggio, è colui che ha la stima del villaggio che diventa Hokage. Sasuke, però, parte da una riflessione più ampia che coinvolse a suo tempo già Orochimaru e Jiraiya quando nel loro scontro parlarono del significato del termine “Ninja”. Per Orochimaru significa colui che padroneggia molte tecniche, per Jiraiya significava invece “colui che resiste in segreto”. La storia a questo punto riprende quel tema e lo rigira tra i protagonisti, Naruto è colui che effettivamente padroneggia le tecniche tra le più potenti al mondo ormai ma Sasuke, memore del sacrificio di Itachi, arriva a una risposta non dissimile da quella che diede Danzo tempo addietro rifiutando la politica pacifista di Sarutobi. Ce lo spiega molto bene Sasuke stesso che questa pace è solo momentanea e dovuta, come dicevo io, a un terzo elemento contro cui si sono tutti alleati: prima è stata Alba, poi Madara, infine Kaguya. Ora che tutto è come prima se non queste generazioni, quelle successive che avranno dimenticato torneranno a muoversi guerra. Sasuke intende dunque essere una sorta di “Madara buono” se così vogliamo chiamarlo, un’ombra (Kage) silente e nascosta che agisce dietro le quinte per attirare tutto l’odio del mondo esattamente come hanno fatto Kaguya e gli altri e con questo sistema mantenere una forma di pace perpetua.

Ora che ci si riflette sopra un po’ meglio non sembra così tanto stupido e volubile, vero? Itachi per Sasuke era il vero Hokage perché pur essendo odiato aveva agito per il bene di tutti, aveva insomma fatto un sacrificio molto più grande ed eroico di quello fatto da Sarutobi o dall’idea che Naruto ha degli Hokage, gente forte e rispettata.

Tutte le esperienze passate rendono questo discorso in extremis magnificente e aiutano a dare spessore al personaggio di Sasuke e al suo modo di pensare. Un vero peccato che invece la controparte, Naruto, non offra vere risposte ma solo e soltanto la testardaggine protetta dalla narrazione che convincerà poi il suo amico, ribadendo in puro stile shonen che sono la costanza, la temperanza, la pazienza e soprattutto gli amici che ti aiutano a raggiungere gli obiettivi.

                                                      – La risposta di Naruto è…-

Sarebbe però un po’ una presa per i fondelli se al dilemma di Pain Nagato rispondessimo in maniera così blanda e impersonale. In sostanza un “credici e vedrai che ci riesci”. Puah, che banalità strasentita. In tutto questo e nell’enorme e complesso apparato filosofico che Naruto tratta fallisce per poter rientrare in quei canoni giovanili e stereotipati che ci spronano a provarci sempre, tuttavia una risposta un po’ meno ritrita esiste e ci viene data nello scontro con Tobi. Facciamo un passo indietro a quando Naruto dichiara che non lascerà morire nessuno dei suoi compagni, per poi veder morire Neji.

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La morte di Neji soleva essere uno shock per i lettori che, esattamente come con Pain, la morte di Kakashi e la distruzione della Foglia, serviva per farci empatizzare col discorso di Tobi. Il problema è che nel caso di Pain lo shock è stato devastante anche a causa del fatto che Kakashi è un personaggio primario onnipresente nella narrazione esattamente come Jiraiya. Neji, per quanto amato possa essere, ha smesso di comparire “seriamente” da parecchi capitoli. Il lettore/spettatore critico non è scemo, sa che i personaggi non vivono di rendita, occorre innaffiarli costantemente e tenere accese le loro braci o semplicemente smettono di vivere dentro di noi. Un altro esempio è Sakura: si dimostra al 100% del suo personaggio solo in un caso in tutti gli archi narrativi di Naruto, ovvero contro Sasori. Tutto quel che viene dopo, anche se si aggiunge il Byakugo, il suo essere ninja medico, è più un supporto alla narrazione che un vero e proprio contributo per modificarla anche solo parzialmente. Neji è un personaggio importante ma in questo contesto, dopo così tanto tempo che non lo vediamo seriamente in azione, è un agnello sacrificale debole per il discorso di Obito. Naruto lo recepisce comunque:

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Non è una risposta globale, rivolta a tutti e a riferita ad annientare l’odio in maniera totale ( e siamo corretti, sarebbe troppo pretenderlo da un fumetto per ragazzi! ) ma riferita all’Hokage. Egli non è costretto a calpestare i cadaveri dei propri compagni perché è colui che apre la fila e che si fa carico dei pericoli maggiori, proprio come abbiamo visto con il Secondo Hokage quando nomina il Terzo. Naruto sostiene che essere Hokage ma anche un ninja sia una forma di “resistere”, esattamente la risposta finale cui giunge Sasuke anche se con mezzi differenti. Però, da una parte c’è chi vorrebbe dirigere tutto in virtù della propria forza e saggezza, dall’altra chi vorrebbe permettere il libero arbitrio alle persone e farle decidere da sé. E’ come se avessimo assistito alla nascita di due divinità e al loro scontro per decidere quella che sarà la nuova realtà e la nuova etica da seguire.

                                                   -L’ultima critica mossa da me-
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Il vero problema di Naruto non sono tanto le tecniche abusate, i power up forzati e casuali o Kaguya. Il vero problema di Naruto risiede in questa immagine particolare e nello Zetsu nero che ci rivela che in realtà tutto ciò che abbiamo visto è stata opera sua. Ha fomentato Indra contro il fratello, ha aiutato Madara, ha riscritto la stele, ha aiutato Kabuto e chissà ancora quante altre fette di culo.

No ragazzi, questo è proprio sbagliato e completamente incoerente con il resto dei discorsi fatti. Hai passato 690 capitoli circa a ripetere, esplicitamente o meno, che il mondo è caos, che l’odio nasce da idee comunque valide ma contrapposte, che anche i nemici hanno i loro validi motivi per agire e poi te ne esci accentrando tutto il male del mondo in un unico essere? E questo significa che senza lo Zetsu nero magari avremmo avuto un mondo idilliaco e puro? Ma vaffanculova’!

E’ uno degli elementi più orridi, pacchiani e pericolosi della storia, odio queste scelte alla “Signore degli Anelli” dove il male è concentrato in un’entità esterna che corrompe il mondo buono e gentile. A livello concettuale e filosofico è un’idea che rigetto in toto. Naruto andava bene come stava procedendo prima: il mondo è caos e le guerre nascono da differenti visuali sulla stessa cosa, tutte valide in qualche modo ma vincenti sulla base della forza, degli alleati, delle tecniche, ecc. Lo Zetsu nero smonta completamente e banalizza in poche righe quella che è stata una trama complessa e un modo di vedere rispettabile e originale.

 

Concludendo questo articolo e questa serie su Naruto mi ritrovo a far notare delle cose che ho sempre sofferto nel vedere mutilate dal pubblico, mal capite, spesso denigrate per ignoranza. I miei articoli nascono con questo scopo: cercare di spiegare, di far comprendere meglio i temi e la filosofia che Naruto mette in campo senza però fare concessioni di sorta.

E’ un’opera perfetta? Assolutamente no. Abbiamo anche visto che narrativamente alcune scelte sono pessime, la trama dell’ultimo arco è diluita in un modo spaventoso, Naruto è un deus ex machina costante e vere risposte definitive non ne dà (anche se, a differenza di Rufy, si spreme e ce ne dà alcune comunque accettabili). Gli scontri ninja, che erano un tratto caratteristico eccellente dei primi archi narrativi, svaniscono a favore di scontri basati solo sulla forza fisica o quella di volontà che finiscono in un terribile anticlimax finale salvato solo dallo scontro fisico e ideologico con Sasuke.

Un’opera che si conferma, tra alti e bassi, di alto livello generale, a suo modo creativa come poche e una sfida intellettuale costante. Io vorrei dare solo un consiglio chiave a chi si approccia a Naruto: non dovete analizzarlo con gli strumenti per analizzare i classici shonen, in alcuni casi dovete uscire dagli schemi e collocarlo in una nicchia apposita per lui.

-Parte 1 della mia analisi su Naruto

-Parte 2 della mia analisi su Naruto

 

 

Analisi critica: La filosofia di Naruto (parte 2)

Nella parte 1 ci eravamo occupati principalmente degli elementi shonen inerenti i combattimenti e quelli riguardanti lo psicologismo spesso sottovalutato di Naruto. In questa parte 2 parleremo invece di un altro elemento talvolta sottovalutato dagli stessi estimatori di Naruto: la filosofia di gran parte dei suoi personaggi.

Ci eravamo lasciati proprio alla fine della prima serie dell’anime pertanto è opportuno ripartire da lì, da quella sezione che nell’anime corrisponderebbe allo Shippuuden e direi di cominciare al volo parlando di alcuni dei personaggi e degli aspetti più deboli.

                                                                     – Sai –

Sai è quello che dovrebbe sostituire Sasuke nel gruppo e penso che l’idea iniziale fosse di farne un personaggio antitetico, apparentemente simile ma in grado di differenziarsi. Per questo motivo più che un combattente è un artista, più che un vendicatore dominato dalle emozioni è un involucro privo di sentimenti, tanto che la storia batte veramente troppo su questo punto cercando di convincerci dell’esistenza di queste persone allevate nella Radice, la squadra speciale e segretissima della Foglia, che non sanno neanche come ci si siede come si sorride. Dico che è uno dei personaggi più deboli perché in realtà non si può parlare veramente di chissà che psicologia o filosofia di vita, Sai è uno strumento che la narrazione adopera per farci capire quanto siano cattivoni quelli della Radice e che anche uno privo di sentimenti può cambiare e provare qualcosa per i propri compagni. Bello, la scena finale con la finestra-quadro è anche molto poetica ma non ho potuto fare a meno di leggere tutte le parti di Sai con estremo disinteresse e fredda accondiscendenza. Per fortuna la storia da un certo punto in poi sembra dimenticarsene. Il discorso sulla Radice invece è meraviglioso ma lo vediamo più avanti.

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“Compagno”, l’unico quadro titolato. Poetico ma poco incisivo

Nell’articolo prima avevo parlato anche del valore e dell’importanza degli allenamenti in Naruto, una cosa che in Dragon Ball diventava una routine sbrigata da quelle che in cinematografia sono sequenze brevi da videoclip con una musica potente dietro mentre in One Piece a malapena se ne scorge qualcuno. Non solo avevo elogiato il Rasengan, nonostante fosse qualcosa di apparentemente noioso ma mi ritrovo a farlo anche adesso con la spiegazione di Kakashi e Yamato sulla spiegazione dell’alterazione delle proprietà. Qui apprendiamo qualcosa in più sul mondo ninja e su come funzionino le tecniche, ovvero come un grande sasso, carta, forbici elaborato, dove ogni elemento ha le proprie qualità a contraddistinguerlo dagli altri sotto qualche aspetto (anche se chiaramente si parla più degli aspetti bellici che di altro). Non solo, Naruto si dimostra intelligente nel porti un dilemma apparentemente insormontabile

<<E’ come guardare a destra mentre si guarda anche a sinistra>>

Per poi rispondere con una soluzione elaborata e geniale che mostra cura anche nelle piccole cose. Scopriamo che la moltiplicazione del corpo non vale solo come tecnica diversiva in combattimento ma anche nello spionaggio (del resto Kakashi la utilizza sempre per avere informazioni preliminari durante lo scontro) e veniamo a sapere che ciò che la copia apprende si trasmette poi all’originale. Kishimoto reinventa questo paradigma per usarlo proprio nell’allenamento, perché se due copie dimezzano i tempi, tre copie riducono questi a un terzo, e così via. Sublime. E’ una mossa davvero astuta da parte di Kishimoto appunto perché ci dimostra che l’attenzione non è solo sugli scontri e sul confronto ma anche sull’apprendimento. Non credo di aver mai visto, oltre Naruto, così tanto allenamento in nessuno Shonen, mai così ben spiegato, mai così ben pensato, mai così coerente con le tecniche che già conoscevamo e che vediamo sotto una nuova prospettiva.

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Non basta ripetere una frase (“Proprio a me lo dici, Kakuzu? Sai quanto mi piacerebbe essere ucciso”) per rendere più interessante un personaggio monodimensionale

                                                           – Hidan e Kakuzu –

I personaggi di Hidan e Kakuzu invece trovo che siano dei meri riempitivi per la storia. Hidan è appena una bozza di quello che dovrebbe essere un immortale anche se il suo potere e la sua origine non ci vengono mai davvero spiegati, rendendolo molto più “fantasy” di quanto in realtà Kishimoto ci abbia abituati. Un conto sono le braccia in eccesso di Kidomaru o la mano-bocca di Deidara che possiamo anche vedere come innesti o tecniche particolari ma rendere un essere immortale e richiamare in causa una vera divinità è un pochino troppo. Scusate eh, Madara che fa il bello e il cattivo tempo con le tecniche di resurrezione? Orochimaru che voleva essere immortale? Loro non hanno mai sentito ‘sto Jashin? Boh.

Kakuzu è parzialmente perdonato perché già più coerente col mondo ninja, infatti rubare cuori per lui significa vivere in eterno e in più, giustamente, assorbirne il tipo di chakra e la particolare inclinazione, così da padroneggiarle tutte. Inoltre renderlo così resistente si dimostra utile per farci vedere la nuova tecnica di Naruto.

Qui non faccio proprio una critica ma un appunto su una cosa che non mi è tanto chiara per come è stata gestita. Viene detto che neanche il Quarto Hokage, che ci viene venduto ogni volta che se ne parla come un dio sceso in terra, è riuscito a completare il Rasengan. E vediamo Naruto (e non dimentichiamoci di Konohamaru che non lo completa ma lo usa contro Pain) farcela, nonostante la tecnica e il tempo speso con un trucchetto. Insomma, non è ben chiaro perché una tecnica come il Rasengan dovrebbe essere più difficile da padroneggiare del mille falchi e perché dovrebbe essere così complicato completarla a differenza di tutte le altre tecniche. Narrativamente serve a farci capire i progressi di Naruto che si sta avvicinando ai suoi predecessori ma va anche detto che il tutto viene gestito in maniera molto veloce e sbrigativa. Naruto che ci è stato presentato come un pasticcione ormai lo è solo di nome o nelle gag con Sakura; si può ancora parlare “male” di Naruto? No, ha smesso di essere tale da un bel pezzo, non sbaglia praticamente mai un colpo se non ogni tanto e nelle spiegazioni si dimostra lento ma alla fine dei conti non è scemo neanche la metà di quel che sembra. Possiede la fortuna della Volpe e questa specie di innatismo-shonen nei momenti critici che di fatto snaturano un po’ la goffaggine presunta del personaggio con cui tutti noi dovremmo empatizzare. Lo sottolineo perché Naruto si sta avvicinando a quella fase da messia che personalmente odio e che discuteremo meglio nella parte 3.

                                                            – Itachi VS Sasuke –

Non parlerò troppo del combattimento e delle strategie di battaglia e ciò che rimane poi di Itachi lo discutiamo sempre nella parte 3 finale.

Itachi è, senza troppi giri di parole, un filosofo, così come Pain. Per capire la sua storia dobbiamo confrontare ciò che Sasuke sa di lui inizialmente -ovvero che Itachi ha sterminato il clan- con ciò che Sasuke scopre da terzi dopo. A esemplificare questo una frase dello stesso Itachi:

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Cos’è la “realtà”, se non un insieme di credenze cui diamo credito?

Inizialmente non capiamo queste parole ma dopo lo svolgimento del duello grazie a Tobi il quadro sarà finalmente completo.

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Sono costretto a tagliare alcuni discorsi per velocizzare il mio, purtroppo. In sostanza, Itachi, il quale sterminò per davvero il clan Uchiha, non fece altro che eseguire una missione affidatagli dalle alte sfere della Foglia per una questione di ordine interno che fa riferimento addirittura alla fondazione della Foglia stessa. Abbiamo visto nell’articolo precedente un punto fondamentale: Itachi non voleva sentirsi parte di un’etichetta, di un clan soffocante o sentirsi indissolubilmente legato ad un villaggio. E’ un personaggio che ci ha dimostrato di essere cosmopolita e nel racconto di Tobi acquista senso ciò che ci ha detto, altrimenti come potrebbe uno sterminare il suo stesso clan dopo che abbiamo visto casi esemplari (Hyuga, ad esempio) in cui il clan è tutto e va protetto a qualunque costo? Itachi era pacifista e cosmopolita, metteva il bene del villaggio di Konoha sopra al proprio clan capendo e riuscendo a distinguere i concetti di “male minore” e “male necessario”. Tutto ciò è interessante perché inoltre getta delle ombre sulla Foglia stessa: il villaggio che abbiamo protetto, che Naruto ama e vorrebbe proteggere, il villaggio che ha dato i natali al terzo Hokage che ne parlava così bene, le piccole foglie…e ora si scopre che un villaggio considerato “buono” (anche se già la faccenda degli Hyuga complicava di molto le cose) è capace di un simile attentato a danno dei suoi cittadini?

Va detto però che il padre di Sasuke stava organizzando un colpo di stato. Ancora non aveva avuto luogo ma sarebbe stato peggio permetterglielo, pertanto le azioni della Foglia possono essere considerate preventive? Apprezzo questo svolgimento realistico della cosa. A differenza di Dragon Ball o di One Piece, dove “la gente da difendere” è un blocco unico di manichini privi di pensiero, in Naruto il Villaggio ha le mani lorde di sangue quanto gli altri, quanto gli antagonisti, ha dei lati in ombra che non ci permettono di perdonarlo a fondo ma che gli consentono di avere più forza retorica di qualsiasi altro discorso shonen stereotipato. La Foglia è esattamente come l’America, l’Italia, la Germania, il Giappone e così via. Puoi essere nazionalista e patriottico quanto ti pare ma il tuo paese avrà sempre in qualche misura qualcosa di cui vergognarsi della propria politica. Il problema è che non possiamo neanche condannare gesti simili, fosse anche lo sterminio dei pellerossa o degli indios, o il duca Vlad l’Impalatore. Quelle azioni per quanto deprecabili erano anche politiche, azioni politiche con il fine di sacrificare una parte per permettere ad un’altra (per qualcuno preferibile) di sopravvivere. A ben vedere la storia è una costante sequela di uccisioni e sterminii più o meno giustificati dalla necessità. Preferisco un villaggio come quello della Foglia a un qualsiasi indistinto paese sulla carta presentato come buono per esigenze narrative che appiattiscono il tutto.

A questo mi ricollego anche per un altro breve appunto. Dalla storia di Itachi apprendiamo che impiantarsi gli occhi del fratello (o di un altro membro del clan, suppongo) significa sviluppare uno Sharingan Ipnotico perfetto e duraturo. Ma allora perché semplicemente non scambiarsi gli occhi? Dal discorso di Tobi sembra che questa azione sia deprecabile ma in un mondo (e in un clan) di Ninja disposti a tutto suona balzana. Se il clan Uchiha tutto si fosse messo a smerciare occhi sarebbe semplicemente diventato imbattibile.

Il proseguimento della storia di Tobi è comunque eccezionale. L’unione dei due clan più forti e rinomati dell’epoca dà vita alla Foglia ma il problema della leadership è impellente. Come decidere il capo-villaggio? E’ chiaro che uno come Madara non avrebbe mai accettato il secondo posto ed è chiaro che gli Uchiha considerati pericolosi sarebbero stati controllati e sempre più estromessi dalla politica, anche grazie a Tobirama Senju. Insomma, Itachi si ritrova nel bel mezzo di una questione delicata e complessa e opta per la soluzione che ritiene migliore. In tutto questo si aggiunge Sasuke che crede ad una realtà che dava per scontata ma che per la prima volta si rivela falsa (e ci torneremo su questo). Allora decide di lottare contro questo sistema dei Ninja corrotto e malato, in particolare contro coloro che costrinsero Itachi a un patto simile, dichiarando guerra al Villaggio. Qualcuno ha ritenuto poco coerente e poco credibile questa scelta, eppure Sasuke stesso la spiega per bene e vorrei riportarla per intero:

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Si può accettare la pace ipocrita di chi ti ha costretto ad una simile scelta?

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La questione è semplicissima: La vita di Sasuke per Itachi valeva più del villaggio ma questo vale ora anche all’inverso

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In effetti. Se criticate Sasuke di essere infantile e volubile, di grazia, quanti familiari avete perso a causa del governo, voi? Riuscite a capire anche solo una parte dell’odio che si deve provare?

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Ma Sasuke non è un concentrato d’odio e basta. Egli è così a causa del troppo amore che provava per i suoi cari.                                                         

                                                                    – Pain –

Il personaggio di Pain non è troppo dissimile da Itachi, è un filosofo anch’egli e oserei dire uno dei più grandi nell’universo Shonen. La sua filosofia viene spesso bollata come minchiata da antagonista secondario semplicemente perché non viene colta nella sua interezza, alla pari di chi sproloquia di voler “conquistare il mondo” (che è una frase che dice, comunque, e le sue sbrodolate quando parla di essere dio ammetto che sono stronzate che poteva risparmiarci) senza poi specificare cosa farci, col mondo.

Inizialmente spiega a Hidan un piano molto complesso che però sembra essere una copertura e basta, verrà anche citata sulla soglia della Quarta Guerra Ninja dai Kage:

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I motivi di una guerra vengono definiti a posteriori

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La traduzione è quella che è

 

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Politica. Ho già perso quei pochi che mi leggevano

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Il discorso iniziale di Pain è complesso ma anche se fosse quello vero sarebbe molto interessante. Non abbiamo un antagonista balordo che combatte per la pura forza o per la conquista ma un vero e proprio “politicante” conscio dei sistemi del proprio mondo che cerca, quasi con strumenti legali, di vincere il sistema stesso e di batterlo al suo stesso gioco. Notevole, e si riallaccia all’antagonista sofisticato di cui parlavamo. Il vero Pain però non è proprio così, o per meglio dire, Nagato Pain è molto di più.

                                                                           – Nagato –

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La stabilità è importante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ma la stabilità si è fondata sulla violenza perpetrata su altre persone

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Pain enuncia una semplice regola, più vecchia del mondo. Se ferisci, aspettati la vendetta di qualcuno. Azione e reazione

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Anche quelli della foglia hanno avuto delle perdite. Probabilmente Pain ride come se avessero paragonato le perdite USA contro le perdite della Siria, o dell’Iraq, o dell’Afghanistan

Il discorso di Pain su cui voglio attirare l’attenzione con alcuni esempi all’ordine del giorno è proprio questo. Ve lo immaginate se oggi ci fosse un terrorista Siriano in grado di mettere in ginocchio il presidente degli Stati Uniti? Lui risponderebbe “anche noi abbiamo avuto migliaia di perdite contro di voi”.

Ci sarebbe effettivamente da ridere, lo penso anche io. Puoi anche avere dei lati in ombra come persona e come villaggio, puoi anche avere le mani parzialmente pulite grazie a personaggi positivi come il Terzo e il Quarto Hokage ma la realtà è che qualcuno ci è morto e i suoi compagni per te provano odio. Come ho sempre detto, al dolore non si parla, col dolore non si ragiona, ed è ciò che Pain esplica benissimo. Credi che i familiari uccisi dai tuoi torneranno in vita con le belle paroline? Credi che parlare male della vendetta o di chi la esegue sia una forma di difesa sufficiente? No.

La realtà è che il principio di Azione-Reazione è sacrosanto e anche se cerchiamo di disfarcene con opere pro-sociali che ogni volta ci ricordano che “la vendetta non porta a nulla” o “la vendetta non ti restituirà i tuoi cari” o “cercherai altri su cui vendicarti” sostanzialmente stiamo cercando di parlare al dolore.

Nella società civile chiaramente non c’è spazio per la vendetta ma bisogna ricordarsi che questa è a discrezione di ciascuno. Magari uno ha subito una perdita accettabile e se la mette via. Magari no. Magari lo fa soffrire così tanto che preferisce compiere una strage e poi spararsi un colpo. Ho visto spesso commenti pieni di compassione ma mai di comprensione. E questo perché gli assassini ci spaventano, vorremmo non vederli mai intorno a noi, e chi lo diventa è sicuramente criticabile. Ad esempio, una madre che viene abbandonata dal marito e dalle istituzioni con un figlio a carico che sceglie di uccidere entrambi, o prima il marito e poi il figlio. Un ex mercenario che si dà alla droga a causa del suo passato, un uomo sfigurato dall’acido a causa di una compagna gelosa e possessiva. Noi che abbiamo il culo al caldo e la pappa pronta abbiamo il giudizio svelto ma quante di queste sfortune ci sono capitate per poterle comprendere veramente? Il discorso di Pain sembra facile e basato tutto sulla vendetta ma c’è di più.

Naruto stesso chiede:

<<Come può il vostro operato configurarsi col valore di “pace”?>>

E ha senso come domanda. Vediamo il discorso di Pain in dettaglio:

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Come puoi effettivamente parlare di pace dopo tutte le persone che hai ucciso?

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C’è un piccolo problema. Tsunade prima stava dicendo le stesse identiche cose di Pain. I metodi di Naruto non sono risolutivi, vuole fare le stesse identiche cose che critica

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Il paese del Fuoco è l’unico a potersi riempire la bocca di questi concetti dopo le violenze perpetrate?

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Naruto comincia a capire che basarsi solo sugli istinti e su ciò che si vede non è saggio

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Il discorso di Pain è che tutti usano le stesse spiegazioni e gli stessi metodi, dando vita ad un circolo di odio e di rancore interminabile

La distruzione del villaggio della Foglia è servita all’autore proprio per darci un pugno nello stomaco. A voi che vi siete preoccupati, pensando che Pain fosse semplicemente un terrorista, l’autore risponde: e la violenza causata da noi agli altri ce la dimentichiamo solo perché li abbiamo visti di meno? Non compaiono in tv, nei telegiornali, non vediamo i loro eroi nei nostri film, quindi sterminarli va bene?

Però se crollano le nostre torri, i nostri monumenti, allora in quel caso si tratta di pazzi fanatici maledetti e fomentati. Troppo comodo rispondere così. Mi rendo conto di parlare di argomenti sensibili e pericolosi ma il fulcro del discorso di Pain è proprio questo, ed è meraviglioso e audace anche per questo. Non ricordo di aver mai visto quest’argomento trattato in altri shonen, sinceramente. Kenshin Samurai Vagabondo gli si avvicina come concetti ma è molto più blando. Qui vediamo proprio il villaggio distrutto, Jiraiya e Kakashi morti. Siamo pervasi dall’odio per quel maledetto Pain, eppure come Naruto siamo impotenti ai suoi discorsi. E’ vero, ci ha causato del dolore ma noi lo abbiamo causato a lui per primi. E ora che si fa? Si continua a odiarci? La mettiamo via?

Pain introduce un discorso complesso e filosofico anche perché sollecita Naruto per avere una risposta. E qui mi ricollego a quel che dicevo di quello sgorbio intellettuale di Rufy che quando viene sollecitato NON risponde, quando gli parli di governi, di pace, di male minore ti prende a sberle finché non ottiene quello che vuole. Bravo, hai capito tutto come personaggio e soprattutto come autore, hai capito come semplificare in maniera indegna un discorso profondo che per fortuna Kishimoto tratta coi guanti di velluto. E Naruto cosa risponde?

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Messi di fronte a un quesito sì grande è difficile rispondere. Chi mai potrebbe? Gli uomini si odiano e si combattono dall’alba dei tempi, i loro rapporti sono sempre stati dominati dal potere, non si può dare una risposta diversa.

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Alla fine lo stesso Naruto dirà a Tobi: “Nagato anche se con un metodo diverso voleva davvero la pace ma tu no!”

Pain, che comunque rimane un antagonista, sostiene che quel dolore che Naruto sta provando sia il mezzo per giungere alla pace, ed è ciò che Jiraiya stesso gli aveva spiegato: E’ solo quando provi dolore a tua volta che riesci a comprendere quello altrui e a “risparmiarlo”. Infliggere dolore al mondo non è una punizione né una vendetta per Pain ma un metodo per farlo crescere come se fosse una persona. Potrà sembrare bislacco e invece ha il suo bel perché. Forse si richiama alla Guerra Fredda che evitò conflitti “pesanti” anche memore di ciò che era stato il precedente conflitto mondiale. L’Ancien Regime cadde anche grazie alla riflessione che l’assolutismo di Napoleone portò alla storia e con esso le sue guerre e le sue perdite. La guerra insegna la pace. Ecco riassunto ciò che dice Pain. Un discorso spesso ingiustamente sottovalutato e criticato come cliché ma in ultima analisi mai compreso a fondo nella sua interezza.

Adesso invece parliamo della scelta criticatissima di Nagato in punto di morte di riportare tutti in vita.

Naruto si reca da Nagato per sentire la sua storia perché comprende che ucciderlo non sarebbe la risposta (e già qui si vede la maturazione del protagonista). Nagato gliela racconta per avere la riflessione di Naruto. Naruto risponde che ancora li odia, vorrebbe ucciderli ma non lo farà.

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Per comprendere l’indole di Pain dobbiamo capire questo innanzitutto. Che Nagato vuole veramente la pace anche se con un metodo non convenzionale. Gli ideali di Jiraiya sono anacronistici e insufficienti ma Jiraiya credeva che qualcuno prima o poi avrebbe avuto quella risposta tanto agognata. Ed è una frase del suo personaggio letterario che entrambi gli alunni hanno letto. Quelle due figure, che ciascuno dei due rivede col proprio volto, nell’ultimo istante si sovrappongono e si rivela anche il nome del personaggio fittizio

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Jiraiya si ispira a Nagato scrivendo

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Il personaggio che Nagato si figura leggendo è egli stesso

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Ma il nome del personaggio è proprio “Naruto”, un lascito del maestro anche simbolico e ideologico che Naruto non può tradire, o diventerebbe una storia diversa

E’ questo che convince Pain, nonostante una effettiva risposta non ci sia ancora e che lo esorta a riportare tutti in vita per rimediare ai propri errori. In parte sono d’accordo con le critiche: mi sembra una scelta frettolosa da parte di un personaggio che era davvero molto convinto della propria filosofia di vita e mi sembra che si vada ad annacquare il suo stesso discorso che aveva senso proprio perché Naruto aveva subito perdite enormi. Un po’ come la morale de La Bella e la Bestia. Una volta che capisci la rispostina tiè, beccati il figone ricco anche se per tutta la storia abbiamo parlato di bellezza interiore.

Non mi ha convinto pienamente ma Kishimoto ha cercato di spiegarla e giustificarla dicendoci che Pain non era malvagio, il suo scopo era far maturare le persone, non massacrarle. Ho visto gente dare di matto perché Kakashi era tornato in vita. Purtroppo riconosco che un personaggio simile abbia la plot armor e sia intoccabile però almeno ci ha permesso di avere un dialogo con suo padre, una cosa non da poco secondo me, e che altrimenti avremmo visto in sogno, forse.

                                                                   – Danzo – 

Danzo?! Che c’azzecca coi filosofi di prima? In realtà Danzo ha un potenziale enorme che spesso non viene colto. Non si degna, come Pain o come Itachi, di partorire chissà quale dialogo di spessore, però sono rimasto positivamente colpito dalle scene in cui appare e quella della sua morte. La storia di Naruto è costellata da personaggi tristi, eterni secondi, sconfitti, falliti e Danzo è uno di loro. Nei suoi ricordi prima di morire vediamo che avrebbe voluto sacrificarsi esattamente come suo padre ma la paura ha il sopravvento. Danzo è il classico personaggio che trama nell’ombra e sfrutta gli altri per i suoi fini però vediamo che non lo fa per tornaconto personale, è profondamente radicata in lui quell’idea di sacrificio estremo che abbiamo visto associata all’immagine del ninja e del guerriero fin dall’inizio. La sua vita non la reputa importante, la difende solo perché ritiene di essere l’unico a disporre di metodi coercitivi adatti a dominare il mondo dei ninja. Più volte lo vediamo criticare il defunto Terzo Hokage o Tsunade, lo vediamo disprezzare i metodi pacifisti e gli altri lo chiamano “guerrafondaio”.

 

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Davvero toccante. Forse erano addirittura amici inizialmente

Nonostante il suo passato Danzo continua a covare una forma di rancore ma non si dimentica dei propri ideali, anche se lo vediamo letteralmente astenersi dalla lotta quando Orochimaru e Pain attaccano la Foglia. Per lui dieci, cento vite non contano nulla, sono solo pezzi su una scacchiera e lo apprezzo. Potremmo dire che segue ideali autoritari e militareschi che ormai neanche i ninja vogliono seguire e questo si collega benissimo con le figure della Foglia e della Radice, la squadra speciale che comanda.

Come si vede nelle scene finali la Foglia è baciata dal sole, è l’elemento della pianta più appariscente ed esteticamente apprezzabile, la radice invece è ciò che fornisce nutrimento alla pianta ma è nascosta e non si vede, è pure esteticamente brutta.

Questi due semplicissimi elementi sono usati anche per rappresentare i ninja come il Terzo che agiscono alla luce e sono guerrieri puri e valorosi e chi come Danzo svolge lavori di intelligence, di spionaggio, di assassinio, nell’ombra. La faccenda è trattata in maniera adulta e matura, anche se viene “spinto” Sarutobi i due metodi sono complementari e sarà importantissimo ricordarsi questo aspetto per la riflessione definitiva di Sasuke. Un villaggio, un governo, una politica, deve necessariamente avere entrambi per funzionare e deve anche avere personaggi meno amabili e meno amati che svolgano il lavoro sporco. Questo l’ho decisamente apprezzato e contribuisce ad innalzare il livello della scrittura dei personaggi.

Concludendo qui la seconda parte mi ritrovo a dire che Naruto fino a questo punto è davvero un signor manga. Durante la mia adolescenza mi ha accompagnato con personaggi squisiti, con storie favolose e una filosofia sempre azzeccata che io rispetto ossequiosamente ancora oggi. Poi è arrivata la Quarta Grande Guerra Ninja che ha in parte smontato le mie convinzioni su alcune cose. Siccome è un argomento a sé, però, ne parleremo nel terzo e ultimo capitolo dedicato a Naruto.

Parte 1 della mia analisi su Naruto

Parte 3 della mia analisi su Naruto

 

 

 

Battle Royale di Koushun Takami, Opera senza tempo

Già in un precedente articolo avevo toccato l’argomento Battle Royale analizzando però il concetto stesso di free for all e di come questo venisse implementato in manga, videogame e film. I termini “battle royale”, tuttavia, richiamano una di quelle che è considerata un’opera monumentale tanto da diventare cult, nel tempo, scrollandosi di dosso tutte quelle critiche che aveva ricevuto in patria quando uscì a causa della violenza. Parliamo proprio dell’opera di Koushun Takami, “Battle Royale“, che egli presentò ad un concorso per il genere Horror.

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La storia inizia con un prologo che fa già capire moltissimo di ciò che troveremo addentrandoci: con uno stile molto moderno, diretto, con intercalari, un uomo si rivolge a noi spiegandoci cosa sia una Battle Royale, termine che Takami mutua dal Wrestling, essendo questa una modalità abbastanza diffusa di combattimento in cui tutti i lottatori entrano in una gabbia e si scontrano tra loro fino a quando non ne rimane uno solo. E’ ancora una volta quest’uomo del prologo a darci indizi molto importanti cui l’autore darà ampio spazio nel suo romanzo:

<< E i lottatori che sono amici? Be’, all’inizio, ovviamente, si aiutano a vicenda. Ma alla fine devono battersi l’uno contro l’altro >> (Prologo, p.6 Ed. Oscar Mondadori)

<< Uno dei due andò intenzionalmente fuori dal ring, lasciando vincere il suo partner. Una dimostrazione di fratellanza che per me fu una sorta di delusione. In più puoi anche allearti coi wrestler che di solito sono tuoi nemici. […] è anche possibile che questo amico si riveli infido e improvvisamente ti tradisca e ti sconfigga >> (p.6)

Come si può vedere anche dalle interviste su una ristampa del manga Koushun Takami e l’illustratore Masayuki Taguchi rispondono entrambi di essere dei patiti del wrestling e della battle royale in particolare. Questo dettaglio non va trascurato per avere una visione d’insieme più completa possibile. Abbiamo già due elementi, quindi: Horror e Battle Royale. Facendo appello alla fantasia di chi non conosce l’opera, cosa potrebbe venire in mente? Gente costretta a combattersi contro la propria volontà in una BR, direi. E infatti è questo che tratterà il romanzo: una classe di 42 studenti delle medie verrà deportata contro la propria volontà su un’isola fatta sgomberare. Ad ognuno di loro saranno fornite una mappa, una bussola, cibo, acqua e un’arma casuale, il che può voler dire ricevere una mitragliatrice oppure un inutile boomerang.

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Ecco il fulcro della storia svelato che subito si dipana in tutta la sua crudeltà. Non so voi ma io l’ho sempre trovata una trama estremamente affascinante: già alle elementari mi chiedevo, da buon bimbo disturbato, chi fosse il più forte della classe o della scuola intera. E mi immaginavo noi tutti costretti a lottare in un fantomatico ring. BR fu una sorta di espressione di quel desiderio latente che secondo me un po’ tutti abbiamo provato, anche senza pensare necessariamente alla morte, o su cui tutti almeno una volta abbiamo riflettuto. Non va dimenticato, infine, che BR sembra ispirarsi parecchio a Il signore delle mosche di Goulding che già raccontava la storia di alcuni ragazzini naufraghi che cercavano di darsi un governo democratico ma che alla fine, causa anche la visione pessimista dell’autore, sfocerà nella trivialità di un governo retto da un capo forte e carismatico, con la distruzione dei simboli della democrazia e l’uccisione dei più deboli. L’ispirazione c’è, il sentimento pessimista anche, vanno fatte notare alcune differenze sostanziali però: in BR il fulcro è l’analisi antropologica del comportamento umano che veniva sottolineato anche nel prologo più che la forma di governo scelta: qualcuno combatterà, qualcuno rinuncerà, ci saranno alleanze e tradimenti. In BR si parlerà inoltre di un Governo distopico e autarchico che costringerà i ragazzi a scontrarsi, cosa che lo accomuna più a 1984 di Orwell e a Il mondo Nuovo di Huxley che non a Goulding. Insomma, Takami sembra prendere un po’ dei suoi gusti personali (wrestling), un po’ di Goulding (il comportamento umano) e infine un po’ del romanzo distopico (una tirannia che costringe i propri cittadini ad ammazzarsi). Senza disdegnare quell’aspetto splatter da racconto dell’orrore che possiamo forse rivedere in alcuni romanzi come La lunga marcia di King.

Con queste premesse iniziali, andiamo a parlare della storia vera e propria e a cogliere quelli che secondo me sono gli aspetti più caratterizzanti e unici. Seguiranno spoiler molto pesanti sulla trama, siete avvertiti.

Tanto per cominciare, va detto che di BR esistono 3 soluzioni mediatiche: Il romanzo da cui è partito tutto, il film (sarebbe corretto dire I film ma il secondo possiamo anche dimenticarcelo) con Takeshi Kitano e infine il manga. Parlerò delle differenze tra loro sempre tenendo conto delle specificità del medium facendo inoltre risaltare le peculiarità che possono migliorare l’opera di partenza. Principalmente parlerò del romanzo e del manga; il film, per quanto di buona fattura e con un Kitano in forma, non può in quelle poche ore catturare l’essenza di un romanzo complesso di 600 pagine. Nonostante alcune scene siano piuttosto fedeli manca tutto l’apparato filosofico e riflessivo che un’opera del genere reca con sé mantenendo invece solo gli aspetti puramente horror, pertanto si vanno a perdere troppi elementi preziosi per poterne parlare in maniera prolifica.

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La storia verte su una classe delle medie diretta in gita scolastica che viene anestetizzata e spedita su un’isola. Ad ogni ragazzo viene dato un collare e spiegato che se tenteranno di fuggire o di manometterlo esploderà. Esploderà anche nel caso in cui si trovino in zone “vietate” e questo per costringerli a muoversi e a non rimanere chiusi in casa. Potranno usare tutto ciò che troveranno sull’isola, dalle macchine ai computer, ma non potranno telefonare e avere corrente elettrica. Come già detto ad ognuno viene poi assegnata un’arma causale. Il protagonista, Shuya Nanahara, è il classico bravo ragazzo che incarna probabilmente ogni stereotipo sui bravi ragazzi: gentile, puro di cuore, altruista, amato da un sacco di ragazze, amante del rock e così via. Il suo migliore amico, Yoshitoki Kuninobu, che a sua volta è innamorato di Noriko Nakagawa, è il primo a perire a causa di colui che sovrintende il Programma: nel libro è Sakamochi, nel film è Kitano, nel manga è Yonemi Kamon. Questo farà da innesco: Shuya si ritroverà a dover difendere Noriko, innamorata di lui, cercando di tener fede alla propria umanità in segno di rispetto all’amico scomparso.

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La lotta comincia con Shuya e Noriko insieme (vi ricordate? Gli amici si alleano inizialmente, poi…) in netto svantaggio: le armi ricevute sono un coltello da combattimento e un boomerang, mentre altri studenti hanno pistole, granate, fucili a pompa, mitragliatrici. La prima parte dell’opera è caratterizzata dagli scontri che Shuya mai si sarebbe aspettato da quelli che qualche ora prima erano i suoi amici. Infatti nel manga prende dell’alcool per guarire la ferita di Noriko, pensando suo malgrado che quell’alcool avrebbe dovuto servire cause ben diverse in una gita scolastica. Il primo a pararsi loro contro è Yoshio Akamatsu, un personaggio reso bene sia nel romanzo che nel manga, che è sostanzialmente un grosso bambinone indifeso. E’ il più grosso, viene detto, eppure il più lento a correre e il più stupido. Gioca spesso ai videogames e non ha molti amici. La sua psiche, già solo a partire da questo, è ben posta sotto una prospettiva credibilissima: un personaggio così avrà paura, imbraccerà l’arma e la punterà senza remore contro quelli che lo hanno sempre umiliato e maltrattato. Yoshio è un bravo ragazzo nella vita reale ma in questo Programma ha paura, teme di essere il bersaglio di tutti gli altri. Shuya inizialmente tenta di dissuaderlo ma la paura prevale e Yoshio sarà stordito e poi ucciso da un altro ragazzo.

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Esiste poi chi sceglie di non combattere o di sacrificarsi, proprio come veniva detto nel prologo. Questo capita ad una coppia: Yamamoto Kazuhiko e Sakura Ogawa. I due si amano così tanto da gettare le loro armi e rifiutare la lotta. Nel romanzo è piuttosto sbrigativa la loro storia ma nel manga c’è un intero episodio che ha semplicemente lo scopo di farci vedere la loro vita prima del Program. Un episodio in cui si mostra il lato affettivo di due persone, che di per sé sarebbe inconcludente (lui che le compra una borsa) ma ricollegandoci a “oggi” si può vedere che lei quella borsa ce l’ha ancora, la custodisce come un tesoro, e testimonia l’amore che prova per lui. Raggiunti da quelli che sembrano essere dei nemici si suicideranno buttandosi giù da una scogliera morendo annegati.

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Sul versante “Antagonisti” invece abbiamo delle solide presenze. Tra le femmine viene usato come espediente Mitsuko Souma, una ragazza considerata bellissima, nel manga una dea della morte che spesso vedremo letteralmente nuda intenta a soggiogare uomini di ogni età. Addirittura nel prologo del manga la si vede irretire un uomo di mezza età alzando la gonna per averne vantaggi e privilegi. E’ a capo di un gruppo di studentesse poco di buono che si diletta col taccheggio, la prostituzione e così via. Mitsuko al suo primo incontro si svela immediatamente: incontra una ragazza totalmente innocua e spaventata, armata solo di un coltello, e cerca riparo presso di lei, piangendo. La ragazza abbassa la guardia, le chiede scusa per aver pensato di ucciderla.

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Mitsuko e la sua agnizione sono d’impatto sia nel romanzo che nel manga: con una falce nascosta la sgozza senza pietà, ribadendo che non importa perché anche lei aveva pensato di ucciderla. Quindi una persona senza remore, apparentemente glaciale e distaccata, disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole.

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Sul fronte dei maschi Kazuo Kiriyama ci viene introdotto in una maniera spettacolare con un personaggio secondario estremamente ben caratterizzato: Mitsuru Numai è un ragazzo problematico che viene da una famiglia povera. Come ci spiega lui stesso l’unico sbocco che sente di avere è l’uso della forza. Non è una forza usata sui più deboli (non solo) ma un tipo di forza che egli sente di dover rivolgere a chiunque lo sfidi, anche a ragazzi più grandi, anche in svantaggio numerico. Sarà la sua frase a caratterizzarlo: può esserci un solo re. E’ la massima espressione di ciò che è un bullo raccontato con l’occhio di chi capisce e non giudica. Mitsuru è un povero disadattato con i suoi problemi che troverà pane per i suoi denti affrontando altri bulli più spietati di lui. Verrà infine salvato da un ragazzo che sembra mostrare grazia e tatto ma allo stesso tempo freddezza e noncuranza. Kazuo Kiriyama si sbarazza dei bulli e da allora Mitsuru Numai capisce che può esserci un solo re, per l’appunto Kiriyama. Il suo racconto prosegue dicendoci che la pettinatura che Kiriyama utilizza gliel’ha proposta lui, che è simbolo del suo legame. Da allora Kiriyama entra nel gruppo di bulli di Mitsuru affiancandoli e aiutandoli addirittura a sconfiggere degli Yakuza. Mitsuru, pertanto, in questo gioco, sceglie di allearsi immediatamente col suo re senza alcun intento di tradirlo.

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E’ Kiriyama a svelarsi dopo una breve spiegazione. Ha lanciato una monetina decidendo che non combatterà gli uomini del governo per fuggire ma ucciderà i propri compagni: per lui una vale l’altra. Così alza la mitragliatrice verso quello che era il suo braccio destro, tradendolo, e crivellandolo di colpi. Sono le ultime parole di Mitsuru ad essere cariche di significato, avendo Kiriyama svelato il suo lancio di monetina. Forse, anche quella pettinatura che il suo boss manteneva, e che per Mitsuru era il simbolo del forte legame tra loro due, non era altro che un impiccio per lui. Semplicemente aveva scelto quella anziché un’altra, forse lanciando un’altra monetina.

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Kazuo Kiriyama, come Mitsuko, sarà l’antagonista principale. Senza alcuno scrupolo egli è armato pesantemente e avendo scelto di lottare ruberà le armi degli sconfitti aumentando il proprio arsenale tra pistole, granate e giubbotti antiproiettile. Una macchina da combattimento agile e letale che non piange, non pensa. Nel romanzo viene subito spiegato il suo personaggio mentre nel manga si dovrà attendere gli ultimi numeri. Sostanzialmente Kiriyama ha avuto un incidente durante il quale la madre ha perso la vita e una spina gli si è conficcata nel cranio inibendo le sue emozioni. Non è poi chiaro quanto sia dovuto a questo frammento rimasto nel suo cervello e quanto alla perdita della madre. Verrà chiamato inoltre “il figlio degli dei” a causa della propria forza e velocità sovrumane.

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Shogo Kawada è invece il vero protagonista spirituale della storia. Egli ha già partecipato al Programma precedente, sa già come muoversi e sa quali sono le mosse giuste. Questo perché incarna l’autore onnisciente e contribuisce a mantenere in vita personaggi che altrimenti, non protetti dalla narrazione, creperebbero malissimo. E’ comunque un personaggio eccellente già nel romanzo ma che emerge ancora di più nel manga grazie alle sue riflessioni. Il pezzo in cui ci viene svelato, nel finale, il suo passato, è uno dei più toccanti che io abbia mai visto. Shogo è una persona estremamente razionale, pure troppo, arrivando con i suoi ragionamenti così lucidi e coerenti a ferire le persone e i loro sentimenti. La sua ragazza lo critica per questo, lo vorrebbe più umano e meno razionale, così litigano prima di finire entrambi a scontrarsi nel Programma del loro anno con la loro classe. Shogo, per spiegare la sua forma mentis, utilizzerà un aneddoto (che sia fondato o meno non saprei dire, sinceramente) in cui spiega che il cuore è un organo secondario rispetto al cervello, preposto al ragionamento. Che il cuore è quindi un “cervello” difettoso che ci fa sbagliare. Solo dopo le sue vicissitudini, dopo la morte dell’amata, e dopo aver ricevuto il perdono e il dono di lei (un richiamo per uccelli che viene usato nel presente per lanciare segnali) riuscirà a capire l’importanza di quel cuore secondario che gli duole così tanto quando utilizza il richiamo per uccelli, ricordo di lei.

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Se fosse stata una storia diversa, e se stessimo parlando del romanzo (in cui tutto questo complesso apparato, purtroppo, manca), Shogo sarebbe troppo scoperto alle accuse di plot armour. Arriva presto, bene armato, troppo intelligente e preparato, aiuta i protagonisti e li protegge. Si viene a perdere completamente il senso di pericolo con accanto un personaggio veterano così esperto e forte. Eppure, dopo questa storia, si può solo rimanere basiti davanti a tanta magnificenza. Sono riusciti a giustificarlo, a creargli una storia coerente, a dargli un motivo psicologico per agire, per vendicarsi, per aiutare una coppia, per essere così calmo e lucido. Shogo Kawada è uno dei personaggi più complessi e magnifici che abbia mai avuto il piacere di incontrare, è vivo, buca la carta, non riesco a trovargli dei difetti neanche cercandoli.

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Shinji Mimura è un altro personaggio capace di bucare la carta e con lui si toccano vette memorabili di qualità. E’ uno del gruppo di Shuya insieme a Hiroki Sugimura, i classici eroi senza macchia e senza paura, pronti a sfidare l’autorità con ironia e coraggio. Shinji, come Shogo, è un personaggio estremamente sveglio, preparato e razionale. La sua avventura la vive accanto a Yutaka Seto, un ragazzo che funge da elemento di comparazione rappresentato come il suo opposto: bassino, bruttino, deboluccio, scarsamente intelligente. Shinji per tutta la durata del suo arco narrativo deve necessariamente confrontarsi con Seto illustrandogli i propri piani, il primo dei quali (un virus con cui infettare i computer governativi) fallisce proprio a causa della sua spiegazione captata dai microfoni posti nel collare. Si passa così ad un piano B, costruire una bomba e lanciarla sull’edificio scolastico in cui sono presenti il sovrintendente e i soldati che controllano il gioco, in modo da poter fuggire. Da qui è un’escalation di problemi, di oggetti non trovati, di stanchezza anche fisica e di logoramento psicologico. Shinji, che è anche un Hacker, sa bene quanto sia pericoloso anche il più piccolo dei bug per far crollare il programma intero. Così mantiene la calma, non si arrabbia con l’amico disattento e incapace, lo aiuta e lo conforta. Incontrano, poco prima dell’attuazione del piano, un personaggio di cui Shinji non si fida e che finirà con l’ammazzare per sbaglio. Quest’azione, ad effetto domino, innescherà Seto che avrà paura del proprio amico, facendo emergere i propri complessi di inferiorità e illustrandoci ancora una volta attraverso un dialogo maturo un altro personaggio complesso: Shinji è così perfetto da non passare mai la palla quando gioca a basket. Egli è inarrivabile, così bello, bravo e perfetto da non aver bisogno di nessuno. In tutto ciò tutti gli altri sono “bug” e Seto si ritiene essere un errore agli occhi dell’amico, il quale comincerà nervosamente a tentennare. Manca poco tempo però, e il piano è già in moto. Shinji ancora una volta spiega pazientemente le proprie ragioni all’amico facendo pace con lui ma proprio in quel momento arriva Kiriyama che crivella la testa di Seto e ferisce gravemente Shinji all’addome. Il duello tra due dei personaggi più influenti ha inizio a metà storia e vedrà, dopo uno scontro feroce e decisamente splatter, la vittoria di Kiriyama e l’esplosione della bomba a vuoto. Shinji è un personaggio principale che viene offerto sul piatto della bilancia per contrastare l’eccessiva protezione offerta a Shuya e Noriko. E’ uno Shogo che pur avendo un lato razionale sceglie comunque di affidarsi al cuore nell’ultimo frangente, ed è un personaggio che, per quanto forte, non dispone delle risorse e degli alleati sufficienti per fronteggiare Kiriyama.

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Hiroki Sugimura è il terzo componente della banda di Shuya, un ennesimo personaggio altamente complesso (specie se si tiene fede al manga) che viene rappresentato come un gigante gentile: un ragazzo alto, forzuto, praticante le arti marziali, buono come il pane tanto da preoccuparsi per la vita di un micino. Diventa un karateka perché giura a se stesso di voler diventare più forte e il suo arco narrativo pare quello di un onorevole samurai: rifiuta le armi da fuoco preferendo il suo bastone, si rifiuta di uccidere Mitsuko quando ne ha l’occasione, sceglie di non allearsi coi suoi amici perché vuole continuare la ricerca della propria amata. E’ armato solamente di un rilevatore.

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Va fatta una piccola parentesi: nel romanzo e peggio ancora nel film il suo arco narrativo è trattato decisamente maluccio, tanto da concludersi in una maniera ridicola e senza permettergli di fare sfoggio delle sue capacità. Nel manga invece ogni suo pensiero e ogni sua azione viene potenziata all’inverosimile, tanto che si arriverà ad uno scontro di arti marziali contro l’eclettico Kiriyama che, abbandonata la mitragliatrice, non ha alcun problema a combattere a mani nude. Trovata la sua amata Hiroki è costretto a difenderla a costo della vita, quando prima poteva semplicemente fuggire dal mirino di Kazuo grazie alla propria velocità. Il combattimento infuria e proprio come Mimura, Hiroki perde gradualmente lo scontro di forza. Perde le dita, perde un occhio, viene sbalzato in aria dai possenti colpi del nemico. Alla fine si riscatta attraverso la riscoperta di una filosofia tipicamente Zen/Buddhista (qui riallacciata all’Ikebana praticato dall’amata) che si richiama agli spazi, al “sentire” ciò che c’è, in sostanza ad avere una visione completa delle cose e non più parziale, sottolineata da un gatto che durante il loro feroce scontro si preoccupa solo di mangiare un insetto. E’ così che Sugimura capisce, un po’ come accadeva in Full Metal Alchemist, che per quanto siano protagonisti al centro di un acceso scontro non sono altro che piccoli ingranaggi di un mondo che si estende all’infinito. Sugimura sembra sconfiggere Kiriyama e si rivelerà all’amata ma proprio in quel momento Kiriyama si rialzerà ancora una volta, facendoci capire di avere addosso un giubbotto antiproiettile visto qualche capitolo prima addosso a un personaggio che aveva ucciso e che Sugimura aveva conosciuto. Kayoko, la ragazza innamorata di Sugimura, in punto di morte, anziché fuggire, rivela il proprio amore. Pochi secondi dopo Kiriyama, senza alcuno scrupolo, apre il fuoco uccidendo lei e subito dopo l’amato. Nel manga questa scena è, come quella di Shinji, rappresentata con un’intensità vibrante dagli occhi di Sugimura, e niente ci viene risparmiato: il cervello di lei, l’impotenza di lui nel proteggerla, un senso generale di frustrazione.

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Battle Royale con l’uccisione di Sugimura entra in una seconda fase. Laddove prima la morte di Shinji era la messa in discussione dell’eccessiva bravura e razionalità, la morte del karateka è uno smantellamento dei valori tradizionali di famiglia, amore e affetto. Non sempre riusciamo a proteggere i nostri cari perché, semplicemente, talvolta non ne abbiamo le forze. Hiroki è l’eroe titanico sconfitto dalle avversità, da un destino crudele e da una disattenzione parziale.

Nel romanzo viene ucciso direttamente dalla propria amata la quale non si fida appieno di lui, così grande e pericoloso. Subito dopo lei viene uccisa da Mitsuko e Mitsuko stessa da Kiriyama. Una scelta di eventi poco calcolata, frettolosa e anticlimatica, rispetto al capolavoro di narrazione adottata dal manga.

Potremmo proseguire con le storie degne di nota di alcuni dei personaggi secondari: Yoji Kuramoto e Yoshimi Yahagi incarnano l’amore tra un ragazzo insicuro e una formosa ragazza che ha sbagliato e che grazie all’amore tenta di rimediare; le storie di Takako Chigusa, amica di Hiroki, e di Kazushi Niida sono anche molto importanti: lui ha paura di morire e vuole stuprare quella che è considerata tra le più carine, ora indifesa. Lei, sempre molto fredda e distaccata con tutti, si orna di ninnoli per nascondere una personalità piena di dubbi e complessi. Sono entrambi personaggi, come si può intuire, complessi e umani al 100%. In punto di morte chiunque di noi penserebbe a scopare, a mangiare, a portare con sé più del necessario per ferire i propri nemici, altro che morti eroiche e consacrate. Allo stesso tempo Takako incarna la risolutezza della donna che non cede e che, pur non essendo né amata né rispettata, fa quel che può per sopravvivere in un mondo così crudele anche se questo comporta il chiudersi in se stessi.

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Viene anche ribadito che i maschi tendono a essere più aggressivi mentre le femmine un po’ meno. La capoclasse Yukie Utsumi, infatti, si occuperà di organizzare un piccolo gruppo di sole ragazze nel faro, bene armate e ben organizzate. Nonostante nessuna di loro eccella come personaggio a sé stante, come gruppo sono formidabile e come discorso verte tutto sullo smontare a poco a poco la fiducia che si viene a creare. Per assassinare un estraneo che ritiene pericoloso una di loro usa del cianuro per avvelenare il suo piatto. Fortuna vuole che quel piatto lo assaggi la più ingorda delle ragazze, morendo avvelenata. Da qui sarà un’escalation di dubbi e paure su tutte quante loro che si ammazzeranno a vicenda cercando di capire chi sia il colpevole e lasciando in vita proprio colei che inizialmente aveva avvelenato il piatto. Una metafora, anche questa, delle ingiustizie della vita. Non sempre i malvagi vengono puniti, talvolta causano disordine per poi scomparire illesi, anche se alla fine di tutto l’arco narrativo ci sarà una redenzione di questo personaggio con conseguente sacrificio.

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Altre storie di personaggi secondari (per non dire terziari), va detto, sono piuttosto trascurate. Inada Mizuho e le sue “guerriere”, Kaori Minami e la sua passione per gli Idol sfociata in semplice pazzia, Hirono Shimizu che è una semplice “Punk” e Toshinori Oda che è semplicemente un nobile che disprezza i diversi e i meno nobili.

Si nota dunque una sorta di discorso piramidale: i protagonisti sono tutti eccellentemente caratterizzati, non ve n’è uno che sia banale o tralasciato (se si eccettua forse Noriko, unica Mary Sue). I protagonisti secondari hanno delle semplificazioni ma tutti quanti un discorso coerente e logico per fare quello che fanno, dettato dalla paura, dalla debolezza del proprio animo, dalle proprie insicurezze e così via. I personaggi terziari, che compaiono comunque pochissimo, sono effettivamente stereotipi. E’ un compromesso accettabile, considerando che su 42 studenti in 600 pagine di romanzo e in 15 volumi di manga ci si attesta su livelli così alti.

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Le battute finali del manga sono le più esplicative per quanto riguarda la filosofia dell’autore. Abbiamo visto morire Shinji Mimura, grande amico di Shuya, abbiamo visto morire le ragazze che tentavano di darsi (un po’ come accadeva in Il signore delle mosche) una forma di governo basata sulla fiducia sgretolarsi poco a poco. Abbiamo visto Shuya che, dotato delle migliori intenzioni, non riesce ad allearsi quasi con nessuno perché sono tutti terrorizzati all’idea di morire e preferiscono partecipare al gioco piuttosto che fidarsi (e non credo ci sarebbe scelta più logica di questa). Fino ad ora l’autore ci ha illustrato lo spettro del comportamento umano di cui ci aveva inizialmente parlato: qualcuno combatte da solo morendo, qualcuno si allea e sopravvive, qualcun altro si allea e poi tradisce i propri alleati. Non mancano errori umani, mancanza di opportunità e una buona dose di sfortuna.

Gli ultimi a rimanere in vita in una storia così “pessimista” se così per ora possiamo chiamarla, sono infatti tutti i protagonisti principali del gruppo di Shuya, Kawada e Noriko, e i due antagonisti, Kazuo e Mitsuko. Il lettore sa quanto siano pericolosi e quanto poco ci sia da scherzare con loro, sa anche che tutti i personaggi positivi, eccetto l’ultimo baluardo, sono morti, e sono morti male, in maniera angosciosa e ingiusta, violenta oltre ogni dire non tanto per i colpi in testa che mostrano cervella ovunque ma per la sofferenza psicologica che causa il vedere un proprio piano o un proprio amore appena sbocciato morire sotto i colpi di una tirannia che ti costringe a morire per niente.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la storia non fa affidamento su cliché ma si rivela ancora una volta, in un certo senso, “equa”.

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Kiriyama non ha sentimenti ma non è affatto detto che il suo bersaglio siano sempre i buoni. Come abbiamo visto ha ammazzato i suoi stessi alleati, non fa distinzioni. Trovando sul suo tragitto Mitsuko è del tutto legittimo che i due personaggi più maligni si scontrino tra loro. Nel romanzo, continuo a dire, questa parte è estremamente veloce e sottovalutata. Nel manga abbiamo tutto il tempo che vogliamo per conoscere meglio i nostri due antagonisti. Mitsuko fa quel che fa perché è stata stuprata dal padre adottivo quando era solo una bambina. Si arriva, se non a perdonare del tutto, almeno a empatizzare con lei e con il suo dolore. Certo non si è comportata con classe e galanteria né dentro l’isola né fuori, arrivando a manipolare le persone e a farle fuori, ma non tutto è colpa sua, si potrebbe dire. Tuttavia, se prima il suo fascino sensuale era la sua arma più potente per irretire e distrarre i propri nemici, spesso maschi, contro Kiriyama ha ben poche speranze. Kiriyama non prova nulla per il sesso e non prova nulla a vederla nuda e supplicante, così come non provava nulla a uccidere. E’ solo un essere meccanico, uno strumento della narrazione che serve a farla procedere senza intoppi e Mitsuko è sul suo cammino. Lei sfodera il giocattolo che le regalò il padre chiedendogli di esaudire il suo desiderio, ovviamente in un estremo gesto di pazzia, ma questo, proprio sul più bello, sembra avverarsi e far accadere un malanno a Kiriyama.

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Che subito si riprende per poi sfondare la testa di Mitsuko con un colpo solo. Ci ho visto del sadismo, della cattiva ironia della sorte in questa costruzione della scena. Male che combatte un altro male è totalmente sensato in un mondo caotico e disordinato in cui le cose accadono non perché scritte ma semplicemente perché dettate da meccanismi di azione-reazione. Ancora una volta, quel piccolo giocattolino che Mitsuko sfodera come arma finale, e contro la quale Kazuo non spara immediatamente per darci modo di capire cosa stia succedendo, è una presa di posizione contro il semplice voler qualcosa, contro i semplici desideri che speriamo accadano da soli. Mitsuko muore male non perché sia “cattiva” ma perché non ha le forze per opporsi al destino. Mitsuko è debole, non reagisce se non “rubando agli altri” e, una volta disarmata, non può far altro che denudarsi ancora di più e chiedere clemenza al nemico. Tolto quello, l’unica cosa che le rimane è avere fede, esprimere desideri, pregare, in sostanza. Ci leggo un messaggio razional-materialista anticlericale, forse, ma potrebbe solo essere una mia lettura. Io ci leggo un “non bastano preghiere, sogni, speranze, devi attivarti tu stesso per farli avverare.”

E posto che sia tutta una mia congettura, ciò che viene aggiunto nel manga è comunque qualcosa di eccellente che va a migliorare un prodotto già molto buono di suo, caricandolo di sentimenti, pathos, climax ulteriore e di significati filosofici e profondi.

Morti tutti eccetto i protagonisti e Kiriyama, avviene lo scontro. Che in realtà è gestito abbastanza bene sia nel romanzo (dove comunque termina con una certa fretta) che nel manga, dove Kiriyama che salta, vola, si esibisce, spara e guida insieme, è un vero terminator. In effetti, anche se le sue qualità fisiche sono spiegate, e in un certo senso giustificate dalla scheggia di cui parlavamo prima, sono veramente troppo per una narrazione così matura. Ma è un compromesso cui sono disposto a scendere.

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Com’è lecito aspettarsi, il manga ha in questo combattimento finale molti elementi Shonen. Rivediamo, prima di sparare il colpo finale contro Kiriyama, tutti gli amici morti, stavolta ripuliti graficamente da sangue, sudore e lacrime, per farli apparire come sorridenti, candidi, tutti quanti redenti grazie alle parole del protagonista. Rivediamo Mimura che cede il proprio ultimo colpo non sparato a Shuya che ora ne ha estremo bisogno, rivediamo il pugnale di legno intagliato da Sugimura, che Shuya utilizza per accecare Kazuo proprio come egli fece a sua volta con Hiroki. Vediamo addirittura Noriko farsi forza e sparare a Kazuo, lei che fino ad ora aveva solo avuto bisogno di cure e conforto e non aveva praticamente contribuito a nulla. In tutto questo Shuya è “protetto” dai propri amici morti il cui spirito sembra essere presente sul campo di battaglia mentre Kiriyama è rimasto solo, senza più nessuno a proteggerlo o a battersi per lui. Shuya infine detta quella che è la morale di tutta l’opera e che nel romanzo non emergeva: quei ragazzi erano spaventati ma nella vita reale non si sarebbero comportati così. Erano sotto pressione, sono stati costretti dalle avversità a combattere ma tutti quanti loro erano umani e in ultima istanza perdonabili, proprio come le storie su di loro ci portavano a fare.

L’ultimo colpo di scena, dopo la morte di Kiriyama, è un colpo da maestro. E non sto leccaculando perché è una delle mie opere preferite, ma proprio perché ritengo che sia un colpo di scena coi fiocchi. Kawada aveva rivelato di conoscere un modo per fuggire ma non lo aveva mai spiegato nei dettagli. Raccoglie tutte le armi -anche quelle dei due compagni rimasti- e li porta nel bosco dove rivela loro che hanno perso, perché si sono fidati. Da notare, nei disegni, come varia repentinamente la sua espressione. E’ sufficiente variare la posizione delle sopracciglia per far apparire quello che prima era un salvatore in un autentico stronzo.

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Kawada rivela anche che la sua idea, al primo Programma, non era di salvare l’amata Keiko e di uccidersi ma il contrario, di scoparci a più non posso per poi ammazzarla.

E qui, con questa frase, effettivamente tutto tornerebbe. Un essere così razionale come Kawada non avrebbe pensato ad un finale simile? E noi lo vediamo in carne e ossa, è decisamente probabile che abbia agito così. Tutto ciò che ci è stato raccontato sul cuore, sul cervello difettoso, sull’amore e sul sacrificio è una balla?

Alla fine, tranquilli, con un po’ di sforzo si capisce che era solo il vero piano per scappare, che consisteva nel farli credere morti, togliere loro i collari, per poi partire sulla nave governativa a insaputa dei soldati. Lì Kawada uccide il sovrintendente per poi morire per le ferite riportate dallo scontro con Kiriyama e solo Shuya e Noriko, unici sopravvissuti, riusciranno a fuggire dal gioco.

Che dire alla luce di tutto ciò? In realtà trovo il finale piuttosto stridente con il 90% dell’opera iniziale. Si parla di azione-reazione più che di destini, si parla di forza dell’individuo e di società più che di Dio però il finale, sia del romanzo che del manga, è molto in termini Shonen, ovvero si basa sulla ricerca di amicizia, di amore, di comprensione, e così via. Uniti resistiamo, potremmo dire. Trovo che strida per il fatto che passi la tua intera opera a far morire male la gente perché non c’è scampo né in questo malato gioco né nella tua società Orwelliana, però poi magicamente salta fuori un elemento capace di fare tutto e anche di più, che si allea con te e che ti tira fuori dai problemi. Chiariamoci: la narrazione è sublime, Shogo Kawada che salva i protagonisti perché in essi rivede l’amore che ha perduto è perfettamente giustificato e comprensibile, non ci vedo nessuna forzatura o deus ex machina in senso stretto. Il problema è che Shuya e Noriko per quasi tutta la storia non hanno fatto quasi nulla: Shuya blatera la sua giustizia a destra e a manca, vive nei ricordi dei compagni più che nelle proprie azioni, ma in concreto fa ben poco. Noriko ancora meno, è solo la “ragazza da salvare e da amare” e basta, c’è ben poco sia nelle azioni che nei suoi dialoghi che nella sua caratterizzazione. E in tutto questo tu mi dici che bisogna sporcarsi, bisogna agire per poter forgiare il proprio destino, però i tuoi protagonisti se ne escono SENZA sporcarsi e SENZA aver agito veramente. Insomma, un po’ contraddittorio.

Leggendo le interviste sul manga si apprende di più: il messaggio, nonostante la forma scelta sia di violenza, splatter e distopia futuristica, vuole essere di pace. Takami critica la società giapponese, i ragazzi giapponesi in primis per mandare loro un messaggio di speranza: Se ce la fanno questi ragazzi a non mollare mai, ce la potete fare anche voi. Non mollate mai.

In sostanza è questo il succo del discorso e sotto questa prospettiva credo sia anche perdonabile quella che per me è una scivolata. Battle Royale, se si eccettua il messaggio finale (che comunque va contestualizzato, come abbiamo visto) un po’ contraddittorio, è un’opera fantastica, capace di immergerti in una distopia neanche troppo lontana, di caratterizzare i propri personaggi rendendoli più che umani, più umani di noi lettori che condanniamo azioni senza viverle sulla nostra pelle, che odiamo persone che comunque hanno dei trascorsi problematici alle spalle. In linea generale la storia è coerente, credibile, le azioni accettabili, forzature ce n’è giusto qualcuna per permettere una narrazione divertente ma quel poco che sbaglia è tutto perdonabile ad una visione d’insieme davvero eccellente per quanto riguarda i messaggi e la filosofia di fondo.

Battle Royale, più recentemente, ha fornito l’ispirazione per altri romanzi che vengono definiti Young Adult, primo fra tutti Hunger Games, accusato di esserne un plagio. Non si può parlare di BR senza accennare un minimo a queste dinamiche.

E molto di ciò che penso l’ho già scritto nell’articolo che vi linkavo all’inizio: non ritengo HG un plagio, perché diverse sono le tematiche trattate, diversi sono i contenuti, le caratterizzazioni dei personaggi e così via. HG per quanto banalotto e scritto male parla di propaganda, della classica eroina Mary Sue che si riscatta in un mondo crudele e ha un messaggio finale tutto sommato accettabile. L’unico punto di congiunzione sono i Giochi con il Program, in cui ragazzi sono costretti a macellarsi tra loro. In HG per un vano senso di rivalsa dei superiori, dei nobili, dei vincitori che devono ricordare ai perdenti il loro posto, in BR per la raccolta di informazioni in guerriglia urbana (per quanto questa spiegazione lasci il tempo che trova in ciascuna delle sue versioni). HG si estende poi alla società e alla comunità mostrandocela agire direttamente per riscattarsi, in BR viene lanciato il messaggio a noi lettori ma non sappiamo più nulla di quel mondo e dei protagonisti rimasti, non c’è il lieto fine per quel che ne sappiamo.

Sebbene mi dia estremamente fastidio vedere le due opere accostate, e leggere addirittura pseudo recensioni che stanno insieme con lo sputo come questa, dove addirittura si arriva a ignorare il 50% di un libro per poter dire che HG sia meglio contro ogni logica e capacità critica, devo risolvermi a dire che sono due opere distinte, ognuna con la propria identità e rivolta a due tipi di pubblico differenti. BR si rivolge a tutti, in particolare a ragazzi e adulti, e ha dalla sua un mondo pulp vivo; HG si rivolge ai ragazzi, alle ragazze, ai bambini, e spiega loro qualcosa in maniera non troppo approfondita sulla società, sulla propaganda, sulla narrazione degli eroi. Possono coesistere e, prima di confrontarle, si dovrebbe almeno porre un criterio di giudizio. Altrimenti dovremmo dire che BR sia un plagio del Signore delle Mosche o di Orwell e abbiamo visto che così non è, ognuno di questi parla di cose differenti in modi tra loro diversi.

Per quanto mi riguarda, e qui entro nel personale, Battle Royale è una storia che ho letto da adolescente e che mi ha colpito per i suoi eroi titanici che perdono contro il destino, un messaggio che già mi conquistava in letteratura coi Malavoglia, figurarsi con i manga. Lo splatter non è solo scena, è contestuale al mondo narrato. Un mondo oscuro, crudele, in cui puoi morire in maniera orrenda in qualsiasi momento. Lo stile grafico di Taguchi è così realistico e pieno di dettagli da far emergere ulteriormente le peculiarità dei volti, delle espressioni, dei ninnoli e anche delle armi che utilizzano. Come in un gigantesco puzzle che prende forma poco per volta, BR è un lavoro immenso con un tema ancora oggi molto attuale perché è un messaggio senza tempo che rende l’opera immortale proprio come 1984 o Il Signore delle Mosche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi critica: Dragon Ball

Il pezzo da 90, quello che è sulla bocca di tutti da…sempre, da quando esiste. Nelle discussioni sui forum e sui social l’argomento passa dai nuovi picchiaduro della saga, alla canonicità di alcune scene e filler, fino al discusso Dragon Ball Super di recente pubblicazione. Alla luce di questi dati viene facile comparare DB ad altre opere coeve che però non sono altrettanto discusse dalla massa, o non hanno avuto le stesse rappresentazioni videoludiche e/o animate. Il mio articolo parte da qui allora, cercare di capire che cosa sia Dragon Ball, cosa abbia rappresentato per i ragazzi della nostra epoca e che cosa rappresenti ora, cercando di evitare a slalom tutti quei discorsi un po’ farraginosi su cose canoniche e non canoniche che per me hanno valore zero, ma ne parlerò in un altro articolo apposito.

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La prima saga di Dragon Ball nasce come molto simile ad Arale: gag, rotondità nello stile di disegno dei volti e dei corpi, bambini fortissimi che sembrano essere una costante in Toriyama, robot, geniali inventori, storie simpatiche e scorrevoli.

Come tutti sanno, poi, la storia era chiaramente ispirata a Viaggio in Occidente, uno dei grandi classici della letteratura orientale, ripresa a sua volta da Saiyuki (si riconosce perché c’è uno scimmiotto, un kappa, un maiale). E lo stile voleva mantenersi sul comico ma il cambio progressivo dei collaboratori di Toriyama lo portò a modificare, da saga a saga, alcune tematiche dell’opera. Così lo stile rotondetto e rassicurante delle forme comincia a divenire duro e squadrato, muscoloso. I nemici da nemesi simpatiche e cialtronesche cominciano a uccidere e a dimostrarsi fatali. I protagonisti stessi, cosa rarissima per i manga di quell’epoca, cambiano in corso d’opera e crescono, perché Toriyama voleva concentrarsi di più sui combattimenti e sui tornei, che già in Arale avevano avuto un discreto successo di pubblico, e un protagonista sviluppato, adulto e forzuto funzionava meglio.

Questi alcuni dei motivi della apparentemente ingiustificata virata che in realtà fu parecchio apprezzata dal pubblico, motivo per cui oggi ad avere un gran numero di discussioni, teorie e seguiti è Dragon Ball e non Arale. Allora il motivo del suo successo è da ricercarsi qui, in questi cambiamenti e nella serie Z in particolare.

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Tanto per cominciare, già a partire da Al Satan / Grande Mago Piccolo i toni cominciano a farsi più seri e brutali, tanto che la saga precedente termina con la morte di uno dei protagonisti, Crilin, e con una parabola discendente in cui i personaggi più forti e addirittura lo stesso drago vengono sconfitti o uccisi. Un cambio drastico considerato che nella serie Goku era sempre riuscito in qualche modo a vincere e a prevalere, anche contro lo spietato killer Tao Bai Bai che lo aveva inizialmente sconfitto. La cosa è importante perché dimostra la spietatezza dei nemici da una parte, la perdita di speranza dall’altra. I poteri dei nemici sono sottolineati da CHI riescono a uccidere e da COME. Sappiamo che Crilin a quel punto della storia è poco meno forte di Goku, per cui la sua uccisione ci dice questo: c’è qualcosa o qualcuno di più forte di Crilin, quindi forte quanto Goku o più, capace di fare questo. Ed è allora che il lettore comincia a paragonare i livelli di forza e capacità al fine di trarre ipotetici parametri con cui identificare il vincitore prima della battaglia, questo sarà poi il nucleo di tutta l’opera ma che fino ad ora era limitato ad alcune azioni come la Kame hame ha, saltare molto in alto, spaccare rocce, sdoppiarsi e così via.

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Secondariamente, la discussa crescita del (dei) protagonista(i). Non era molto usuale ma proprio per questo era una cosa unica e caratterizzante, dimostrava un mondo con dei personaggi che soffrono lo scorrere del tempo, un mondo vivo e realistico.

Dragon Ball inizierà poi a diventare ancora più serio con l’arrivo di Raditz / Radish confermando quanto dicevo prima: la morte di un personaggio forte fa estremamente paura al lettore, perché sa cosa aspettarsi dal nemico. In questo caso sappiamo diverse cose: Raditz è più forte dei due guerrieri più forti del mondo (Goku e Piccolo) se presi singolarmente. Infatti saranno costretti a lottare insieme. La cosa non basta, onde per cui Goku dovrà sacrificarsi e questo, anche se siamo rassicurati dalla presenza delle sfere, è atroce: muore il protagonista di una serie basata sul combattimento. Se non c’è lui a difendere la terra chi potrà farlo? Anche questo elemento è permesso dalla “magia” delle sfere, non è certo una novità, ma assistiamo a qualcosa che non era mai stato mostrato, un personaggio così forte da eguagliare Goku, che racconta che i suoi compagni sono di molto più forti di lui. E questo darà il la ai soliti allenamenti, e la morte di Goku si rivelerà un abile escamotage per favorirne uno ancora più utile dei precedenti, il tutto collegato in maniera molto intelligente.

Lo scontro coi Saiyan ancora a oggi è secondo me se non il migliore uno dei migliori in assoluto perché mantiene altissimo il livello di tensione: Senza Goku c’è solo Piccolo a difendere la terra, i compagni di Goku riescono a malapena a badare ai nemici e cadono uno dopo l’altro. Una mattanza simile sarà riproposta solo in fuori campo nella saga di Majin Bu mentre qui assistiamo alla morte di personaggi principali uno dopo l’altro, nessuna di queste ci viene risparmiata. Si ha proprio la sensazione di pesantezza e di impotenza; nessuno dei saiyan cade prima dell’arrivo di Goku. A quel punto Nappa servirà per farci capire il nuovo livello di forza di Goku: un personaggio che ha ucciso con facilità i suoi amici viene surclassato da una nuova abilità chiamata Kaioh Ken, questo vuol dire che le nuove capacità di Goku arrivano almeno fino a qui.

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Per poi cominciare quello che è il duello più intenso e magnetico di tutta la saga tra Goku e Vegeta che allora proprio non voleva saperne di andare al tappeto. Viene sfruttata ogni sorta di strategia, di trucchetto, di trasformazione allora possibile, Goku cede ancora una volta senza morire, e il lettore si ritrova di nuovo nel panico perché sa che dopo la sua morte non c’è veramente più niente a proteggere la terra, siamo all’ultima barricata del genere umano e la scena fa trasparire ognuna di queste sensazioni.

Da qui in poi DB diverrà piuttosto classico, con una struttura che varierà di poco da saga a saga pur mantenendo le sue caratteristiche principali:

-Problema da risolvere (morte di un amico, minaccia incombente, necessità di un desiderio)

-Presentazione dei nemici e di eventuali alleati

-I nemici vengono sostituiti da altri molto più forti

-I protagonisti devono potenziarsi

-Scontro finale: in genere il nemico si potenzia e si trasforma, e così qualche protagonista. Uso di qualche tecnica speciale/nuova per batterlo.

La saga di Freezer è anche una delle più importanti perché si assiste alla trasformazione in super Saiyan, una delle cose più amate e apprezzate dai fan; nonché ad uno degli scontri più lunghi e sofferti in assoluto (specie se si contano gli episodi dell’anime ad esso dedicati). In realtà il senso di oppressione non si sente molto come nella saga precedente, questo perché in realtà muore solo Crilin verso la fine e perché Vegeta è un alleato, la squadra Ginew viene annientata relativamente presto e l’unico vero osso duro è Freezer che fa il bello e il cattivo tempo per la parte iniziale dello scontro ma uccidendo solo Dende, relativamente poco conosciuto fino ad allora. Da lì lo scontro con Goku è favorito dal fatto che Freezer cerca di combatterlo senza impegnarsi, o senza usare le braccia, fino al momento clou in cui si trasformeranno.

La saga dei Cyborg mostrerà un po’ il fianco inserendo alcune perplessità come i viaggi nel tempo di Trunks: ad esempio, Trunks stesso sa di non poter cambiare il proprio futuro ma dice di volere un futuro diverso dal proprio, anche se in una dimensione parallela. La cosa non ha senso dato che priva della propria forza il proprio mondo. I Cyborg 17 e 18 inoltre sono umani di base, con delle parti meccaniche nel cervello e altre che gli consentono energia illimitata e aura nascosta. Ma anche avendo questa capacità, e presupponendo che ad un aumento di energia corrisponda un aumento di potenza e velocità, sono pur sempre umani. Questo vuol dire che, se riescono a tener testa a Goku e Vegeta super saiyan, un essere umano scienziato è riuscito, non si sa come, a replicare una potenza straordinaria e ineguagliabile in laboratorio, in relativamente pochi anni, quando prima l’esercito del fiocco rosso a malapena costruiva enormi mecha d’assalto e basta.

Insomma, il livello dei combattenti è sempre stato piuttosto relativo in ogni saga (anche Gohan che si riprende nello scontro con Freezer e dimostra di passare dal livello Ginew a quello di Freezer, anche se per un solo lasso di tempo), ma qui si fa sentire parecchio. Anche il livello di C16 che eguaglia quello di Cell forma 1 lascia interdetti ma ciò che conta è comunque lo scontro in Dragon Ball, e questo viene favorito dall’orgoglio di Vegeta e dall’impotenza di Trunks nel fermarlo. Lo scontro finale dovrebbe prevedere un torneo ma in realtà vedremo solo Goku e Gohan e una fase finale caotica in cui la lealtà dello scontro verrà meno. Si sfrutta il potere nascosto di Gohan e Cell viene sconfitto ma non prima di portare a casa qualche punto: viene ucciso Goku, così da non farlo più resuscitare, far spazio a Gohan come protagonista (altro evento eccezionale ribadito nel manga), e viene ucciso Trunks, che comunque può resuscitare senza problemi.

Dragon Ball nella saga di Cell dimostrava già che l’importante non era la coerenza o il realismo ma lo scontro, ed è sempre su quello che si è focalizzato e che molto probabilmente il pubblico ha apprezzato. Non ha alcuna importanza il realismo in un anime di combattimento con delle resurrezioni magiche ma questo significa anche che non è veramente possibile predire nessun livello di forza, essendo sostanzialmente dati dal caso o dalla situazione. Il lettore avverte solamente in maniera indicativa il livello di forza dei personaggi, senza avere gli strumenti certi per decidere o valutare.

La saga di Majin Bu ha un lungo preambolo ed elementi molto toccanti come le scene con Mister Satan e Bu, la morte di Vegeta o la distruzione del palazzo del Supremo / Dio, che era sempre stata la base intoccabile dei protagonisti, come una batcaverna. Per aumentare il senso di epicità e di sconforto vengono uccisi tutti sulla Terra, compresi tutti gli amici dei protagonisti. Infine, si rivelerà utile il personaggio di Mister Satan, dimostrando che in fondo in fondo le persone che Goku protegge non lo amano veramente ma a lui non interessa, lo fa lo stesso. Goku non ha nessun riconoscimento per quello che fa, eppure lo fa, egli è il classico eroe.

Cercando di avere una visione globale, sono dell’idea che Dragon Ball sia diventato un successo inizialmente per i motivi elencati. Poi, successivamente, ad essi se ne sono aggiunti sicuramente altri: nuove trasformazioni, nuove serie, i videogame e così via.

Come ogni shonen propone una costante ricerca dei propri limiti col relativo superamento degli stessi, presenta un protagonista leale che ricerca la sfida onesta come in uno sport agonistico e in più è una storia di fantascienza che ha anche l’elemento magico: in un certo senso sono le piccole cose come le astronavi, i pianeti, gli alieni ad aggiungere quel senso di “sconfinato” in Dragon Ball, fatto di universi paralleli, di divinità dei mondi, morti-non-proprio-morti sfruttate come allenamento e così via. Dragon Ball inoltre “inventa” alcuni concetti come il senzu, la medicina magica che ristabilisce immediatamente, e inventa uno stile molto caratteristico per le armature dei Saiyan o per i vestiti dei demoni, con quei calzari particolari. Anche le fusioni in genere indossano fasce e abiti molto orientaleggianti.

Il senso di oppressione in alcune saghe viene poi azzerato dalle sfere del drago che riescono a resuscitare tutti come una sorta di deus ex machina, perché ancora una volta non è importante il punto di arrivo ma lo scontro, il viaggio per arrivare fin lì, le motivazioni dei protagonisti. In tal senso le sfere agiscono un po’ come farebbe un reset di un videogame: si gioca e ci si scontra, forse qualcuno muore, ma alla fine torna tutto come prima. Siamo stati intrattenuti dalla pura energia dimostrata, non ha veramente importanza lo sfondo narrativo che è anzi un pretesto.

E questo elemento, insieme alla psicologia di alcuni personaggi poco sviluppata, è allo stesso tempo un punto di forza e un punto debole dell’intera produzione: usare la trama come pretesto per le botte permette di spegnere il cervello e concentrarsi solo su quelle e sui protagonisti; la mancanza di personaggi complessi e/o con spessore, dalle motivazioni più influenti del classico “devo essere migliore di lui” permette di concentrarsi solo sui livelli di forza e, volendo, sull’estetica dei personaggi. Vegeta e Piccolo alla fine sono molto simili per quanto riguarda la loro psicologia, sono differenziati per l’appunto dalle tecniche usate, dall’estetica e dai loro livelli di forza, esattamente come un videogame picchiaduro dove non vedi le psicologie dei personaggi scegliendo dal tabellone, ti basi sulla loro estetica (sul loro sesso a volte), sulle tecniche che padroneggi meglio e che ti piacciono di più, e così via.

Dragon Ball è accessibile a tutti, non occorre nessun particolare livello di riflessione per seguirlo e stargli appresso, è fatto apposta per il pubblico generalista ed è sicuramente una mossa vincente. Ma, tornando ai punti deboli, sebbene DB sia ancora oggi molto amato dai fan, scopre il fianco contro tutti quegli eredi di cui è stato precursore come ad esempio Naruto e One Piece, surclassato in quanto il primo aggiunge all’elemento shonen filosofia, psicologia dei personaggi e strategia tattica nei combattimenti, il secondo aggiunge psicologia dei personaggi, scene toccanti e grande qualità narrativa.

Va da sé che potendo scegliere di avere un “di più” non esistono poi tanti motivi per rinunciarvi, se non il fattore nostalgico. Per questo si può sicuramente dire che DB sia famoso, rispettato e omaggiato, ma sul piano narrativo, e in larga parte anche sul versante combattimento, è invecchiato davvero molto male, tanto che le nuove saghe come Dragon Ball super non fanno che ripetere pedissequamente quasi le stesse cose della serie originale e al più inventare nuove trasformazioni grazie a nuovi colori dell’aura, una scelta che purtroppo lascia trasparire che non si vedrà innovazione in DB ma solo un certo grado di riciclaggio di idee, che per quanto possano piacere rimangono sempre al limite del superficiale.

 

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Freezer gold. In un certo senso DB usa le stesse carte vincenti ad ogni partita

 

Infatti, parlando di superficialità, a parte Vegeta e Piccolo va detto che nessuno dei protagonisti o degli antagonisti possiede vere motivazioni per agire. La Terra la difendi…perché sì. La Terra la vuoi distruggere…perché sì!

Perché vuoi essere il più forte, perché non vuoi rivali, ok, ma cosa c’è oltre? Perché non vuoi rivali? Perché dentro di te sei un essere piccolo e inferiore con un malcelato senso di frustrazione?

E tu perché ci tieni a difendere gente che neanche ti ringrazia quando salvi il mondo rischiando la tua vita, la felicità di tua moglie e tuo figlio? Ti rendi conto che la tua ricerca di sfide rende infelici delle persone?

Questi banalissimi ma interessantissimi spunti non sono mai stati veramente approfonditi ed è un gran peccato perché sono sicuro che aiuterebbero tantissimo la serie. DB ha già dimostrato di saper mostrare i “muscoli”, per aggiornarlo e renderlo più gradevole, senza snaturarlo ovviamente, sarebbe davvero molto interessante aggiungere qualcuna di queste tematiche.

Arrivando quindi al succo dell’articolo, ritengo che le scelte vincenti siano queste:

-Passare da una narrazione “bambinesca” a una adulta, con temi adulti come la morte

-La maturazione fisica (psicologica non proprio, ma nel caso sarebbe stata molto gradita) e grafica dei personaggi

-Momenti carichi di suspance e azione, come lo scontro coi Saiyan

-Concatenare le azioni: Goku muore ma la cosa gli torna utile per allenarsi

-L’invenzione di alcune particolarità come le corazze Saiyan, gli abiti della famiglia demoniaca, i Senzu

-Uno stile videoludico. Ovvero basato sul puro scontro, tralasciando ideologie (un antagonista che combatte per difendere la propria razza o la propria famiglia dall’estinzione, ad esempio, comporterebbe uno scontro sul piano ideologico. Questo in DB non capita mai)

-Assenza di temi che potrebbero compromettere l’etica degli eroi (un Goku costretto, ad esempio, a uccidere, o a scegliere tra persone a lui care)

-Ripetizione. La ripetizione di azioni e concetti non è sempre necessariamente un male, talvolta concorre a confermare delle aspettative. Da Dragon Ball io mi aspetto uno scontro fisico, non uno scontro dialettico alla Death Note. Se inserissero una cosa del genere potrebbe spiazzare molti nelle loro aspettative (in bene o in male)