Analisi Critica: La Quarta Grande Guerra dei Ninja (Parte 3)

Avevo iniziato dicendo che Naruto è una delle mie opere preferite ma ci tengo all’imparzialità. Questa terza parte tratterà infatti della Quarta Guerra dei Ninja, l’arco narrativo in genere più disprezzato della saga. Cercherò anche di dare qualche possibile spiegazione alle accuse più frequenti che in genere si sentono sempre quando si parla di Naruto e grosso modo sono queste:

-Dopo Pain non c’è più niente che valga la pena di vedere

-Sasuke cambia idea troppo repentinamente

-L’identità di Tobi è una banalità

-La Grande Guerra è mal gestita

-Molti personaggi importanti sono stati tralasciati completamente

-La battaglia finale rende Naruto un Dragon Ball

Kaguya non ha senso

-Naruto si è snaturato parlando di messia

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                                                         – Dopo Pain, il nulla –

Questa prima affermazione è falsa e sinceramente mi snerva quando la sento. Noto che si ricollega a un filone che come argomentazione principale ha sempre “dopo l’evento x l’opera y non è più la stessa“. Ho sentito dire che dopo Freezer Dragon Ball doveva finire per i fan, che dopo L Death Note non è più lo stesso. Ho sempre trovato queste affermazioni abbastanza sommarie, arbitrarie e in ultima analisi poco sensate, perché analizzando bene queste storie al più si può parlare di alti e bassi (ad esempio, lo scontro con Cell o con Majin Bu mi sembra che potenzi di molto le dinamiche avute con Freezer, come si fa a dire che gli sganassoni vanno bene prima ma non dopo? Come si fa a dire che i Cyborg sono troppo incredibili per una storia del genere? Non ha senso) ma quasi mai di una spaccatura così netta. Prendiamo Naruto in esame.

Dopo lo scontro con Pain abbiamo ancora un bel po’ di cose molto belle da vedere:

-Sasuke vs gli attuali Kage

-Lo scontro di Sharingan e di Izanagi tra Sasuke e Danzo che non ha niente da invidiare ad altri scontri celebri

-Il passato di Naruto con Kushina Uzumaki

-L’inizio della Guerra coi redivivi (che nelle fasi iniziali è entusiasmante come poche cose)

-Lo scontro con i precedenti Mizukage, Tsuchikage, Raikage e Kazekage

-Lo scontro con le forze portanti redivive

-Lo scontro Madara redivivo VS esercito alleato, che nell’anime è considerato uno dei migliori a livello visivo

Qualora non vi bastasse, è letteralmente pieno della stessa filosofia di prima:

-La filosofia di Itachi redivivo che parla a Sasuke 

-La filosofia di Kabuto e Izanami

-Il passato di Madara e Hashirama, il senso dei villaggi ninja

-La filosofia di Madara e Tobi

-Naruto vs Sasuke e la filosofia rinnovata di Sasuke

Insomma, come fate a dire che non ci sia nulla per cui valga la pena? Avete semplicemente individuato un personaggio enorme, a dir poco inarrivabile come Pain, e vi siete limitati a dire che siccome non è più stato eguagliato allora sia tutto da buttare via. Questo è falso e lo vedremo durante il corso di questo articolo. Sebbene Pain sia effettivamente un personaggio monumentale e la sua filosofia molto interessante, nella parte finale di Naruto ci sono elementi in grado di arrivargli almeno pari.

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                                             – Troppi personaggi dimenticati –

Questa affermazione invece è purtroppo vera. Troppi personaggi importantissimi (Rock Lee ad esempio) dimenticati e -aggiungo io- altri morti con puro nosense (vero, Neji?)

Naruto è cominciato con un esame di selezione, con vari piccoli protagonisti che si proteggevano le spalle dai pericoli e che difendevano il proprio villaggio. Per favorire la narrazione questa si è concentrata esclusivamente sulla guerra, su Sasuke, Naruto e Kakashi dimenticandosi i restanti 3/4 del cast. Solo occasionalmente faceva capolino Orochimaru o qualche altro personaggio come Gai che era voluto per dare una versione potenziata (ma comunque “copia”) di Rock Lee, o Neji che è servito per il discorso di Tobi ma che è morto come un idiota praticamente da solo e senza scopo con un anticlimax. Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi su Rock Lee che vuole diventare un ninja maestro di arti marziali? Dov’è finito il discorso sull’innatismo di Neji? Perché lo scontro con Asuma si riduce al nulla più assoluto e insensato? Perché un pirla semi-stereotipo come Killer Bee ruba spazio a gente come Hinata, Shino, Kiba?! Tutti questi personaggi si riducono a commentare brevemente qualche battaglia e a farsi da parte; nel combattimento finale Naruto cerca di dar loro spazio ma si riducono a personaggi sullo sfondo, copie carbone ormai svuotate di tutto, semplici “amici” a far bella figura come un quadro appeso. Lo capisco che vedere i Kage sia qualcosa di eccitante e che vedere ninja “comuni” lo sia molto meno ma così sembra quasi che Kishimoto voglia azzerare tutti i discorsi precedenti, anche se sono già stati trattati. In alcuni casi li ripesca e li ripete (Zabusa e Haku, Sasori), in altri se li dimentica proprio. Non c’è omogeneità.

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Uno scontro che aspettavo dall’inizio risolto fuori campo, sigh

                                                   – La guerra è gestita male –

Parzialmente vero. Abbiamo comunque visto, anche con One Piece e la Guerra per la Supremazia, che gestire troppi personaggi importanti si riduce a scontri e dialoghi fugaci giusto per mostrarli ma la partecipazione di ciascuno è ridotta in favore degli altri e non si riesce a dare spazio a tutti ma solo agli elementi centrali in una struttura piramidale: scontri tra soldati semplici, scontri tra ufficiali, scontri tra generali.

Kishimoto si ritrova a gestire un’enormità di personaggi anche nuovi, di tecniche mai viste e che non vedremo troppo spiegate – e questo anche per dare un minimo di pathos – e alcuni personaggi preponderanti sugli altri. Forse avremmo potuto avere una fase in meno dello scontro tra Tobi/Madara/Alleanza e qualche fase intermedia in più, tagliando completamente lo scontro con Kaguya. 

Ho scritto “parzialmente vero” perché un’altra metà invece la salvo tutta e se lo merita. La Guerra Finale è un furbo espediente per farci rivivere esperienze che abbiamo già superato (una caratteristica molto comune un po’ ovunque, pensate alla battaglia finale di Harry Potter) anche per farci capire il grado di maturità raggiunto da tutti, non solo dai protagonisti. Ad esempio rivediamo i pensieri di Sasori, quelli di Asuma (alcuni non cambiano proprio, come Kakuzu), quelli di Zabusa e di Hanzo la Salamandra. In più, è anche un sistema per far alleare quelli che precedentemente erano nemici in un’unica alleanza. Questo è un sotterfugio che vediamo spesso (prendete Doomsday che interrompe la lotta tra Batman e Superman facendoli unire, o l’agente Smith che fa unire umani e macchine in Matrix), così spesso che in genere tendo ad accordargli un valore medio di 6 su 10 come scelta. Nel senso che sta cominciando a diventare un cliché iperabusato per mandarla in caciara e far finire scontri interessanti a tarallucci e vino. Due entità entrambe molto importanti per la storia si scontrano? Ey, arriva un nemico ancora più nemico di entrambi che li fa alleare, e dopo averlo sconfitto saranno così esausti e così amiconi da non scontrarsi più! Che palle. E che banalità sta diventando.

Infatti in Naruto questo diventa un semi-problema per la filosofia che ci ha imbastito sopra: stiamo indagando un metodo per non far odiare le persone, per non farle combattere, per mettere un freno a tutto questo, ricordate? Ora immaginate che USA, Medio Oriente e Russia si alleino contro GLI ALIENI che vogliono conquistarci. Come sviluppo narrativo e soprattutto come risposta lascia molto a desiderare perché è solo a breve termine: ORA siamo alleati e non ci odiamo, e dopo? Una volta che Naruto e il motore della narrazione sarà morto? Questa non è una risposta definitiva, in sostanza, e io come lettore mi sento preso leggermente in giro.

Infine, ho letto anche critiche allo “smercio” di tecniche presenti, perché si vede Sasuke utilizzare gli occhi di Itachi, Kabuto che coi redivivi ottiene ogni tecnica al mondo + Orochimaru, Tobi che usa Sharingan, Rinnegan e le sei vie della trasmigrazione di Nagato. Il termine usato, “smercio”, che sembra indicare un mercato, una bettola, qualcosa a basso costo che viene svenduto e che invece meriterebbe magari una gioielleria, lo trovo alquanto inadeguato e ingiusto. Posso capire che stanchi vedere sempre le stesse tecniche ma Kishimoto si è spremuto le meningi per farci vedere le stesse cose da una prospettiva diversa, facendoci vedere personaggi come Hanzo che erano morti prima o gli Hokage che cooperano, tutte cose che senza questo espediente non avremmo avuto. Considerato che Kishimoto si giostra bene con le varie tecniche e regole che lui stesso si è creato e che ci offre la possibilità di vedere le nuove generazioni che scalzano le vecchie, ormai morte per esigenze narrative, non è un’idea così malvagia dopo tutto. In un certo senso si può dire che siamo riusciti ad avere un’idea generale di guerra in grande stile con elementi che già conoscevamo che hanno ridotto i tempi di spiegazione. Uno scontro vecchia maniera alla ricerca di Sasuke uno contro uno avrebbe solo dato l’idea dell’ennesimo duello mentre qui vediamo soldati-ninja che cooperano. Per questo dico che l’esperimento è riuscito almeno per metà molto bene.

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                                   – L’identità segreta di Tobi è gestita male –

Eh, dannazione se è vera questa. Mi fa incazzare come gli ultimi colpi di scena del Trono di Spade perché la mia fantasia ha superato di gran lunga quella degli sceneggiatori. Vi racconto cosa mi ero creato io nella mia testa, anche leggendo qua e là:

Innanzitutto, ripetere tobitobitobi porta a Obito, e fin qui è ok. Ho pensato che fosse un modo per depistarci tutti, anche l’occhio rimastogli visibile dal buco nella maschera era così lampante che devi letteralmente essere un deficiente per non arrivare a rispondere “è Obito“. Abbiamo visto che è morto ma il suo cadavere no, tutto è possibile in un mondo dove esiste la resurrezione. Al che ho cominciato a cercare possibili personaggi e ho rintracciato una scena che pensavo fosse la chiave di tutto, quando Tobi spiega a Sasuke la verità su Itachi.

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Il fratello di Madara è quasi felice di sacrificarsi. Quel “grab” poteva significare il suo ricordarsi di se stesso

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Quello nella bara gli somiglia ma poteva essere un trucchetto grafico per farci vedere UN Uchiha a caso, mentre il fratello era ancora vivo. Si parla di “sacrificio”, non necessariamente di morte

In sostanza, io credevo che Tobi fosse il fratello minore di Madara prima del flashback che spiegava come fosse morto. Tutto avrebbe avuto senso: un personaggio dagli enormi poteri, praticamente identici a quelli di Madara che può intercambiarsi gli occhi, che conosce tutta la storia. Obito se anche fosse stato vivo quando lo vediamo contro il Quarto Hokage è decisamente troppo forte, Kakashi ci viene mostrato ed è un Jonin ma pur sempre un ragazzino in confronto a Minato. Come poteva Obito averlo superato così tanto in così breve tempo? Inoltre mi insospettiva che un personaggio per Madara molto importante venisse taciuto ed eliminato così in fretta dal discorso. Siccome adoro i gialli e mi piace predire il colpevole con largo anticipo ho imparato a decifrare molte frasi e molti comportamenti e questo mostrarlo così poco era davvero sospetto. Credevo con tutto il cuore di averci preso, solo per poi essere smentito con il più banale dei cliché. Sul serio, trovatemi una rivelazione più banale e citofonata, in qualsiasi opera, dell’agnizione di Tobi. Io sinceramente fatico a trovarne. Persino scoprire che Minato è il padre di Naruto POTEVA essere non del tutto sicuro, visti solo i capelli. Cazzo, capisco il foro nella maschera ma almeno cambiagli il nome; Kishimoto ha esagerato con gli indizi o ci ha presi per degli idioti. Ma se uno legge Naruto e adora la riflessione, la filosofia e lo scontro tattico ti pare di poterlo fregare così? Quindi avete ragione, questo è davvero un punto debole nella trama che al massimo si rende più interessante quando veniamo a capire cosa sia realmente successo a Obito.

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TRIPLO KAIOH KEEEEEENNNNNN

                                      – La battaglia finale è Dragon Ball, non Naruto –

Indiscutibilmente vero. E la spaccatura avviene appena Tobi comincia a “trasformarsi”, io l’ho individuata lì. Con “scontro alla Dragon Ball” intendo un combattimento basato unicamente sui livelli di forza fisica e di scontro diretto con l’avversario, privato completamente di quegli elementi tattici come l’ambiente, la psicologia, le tecniche che avevamo visto nel primo articolo. Se da un lato è comprensibile la scelta di mostrare tecniche così potenti da rendere inutile qualsiasi strategia, il problema è dell’autore che non è riuscito a escogitare qualcosa di alto livello per sublimarne l’estetica. Con ciò intendo dire che, se si combatte un Dio che sa manipolare lo spazio-tempo, anche la tua strategia per fronteggiarlo deve essere grandiosa. Per fare un esempio, qualcosa di simile a ciò che Yugi fa contro Pegasus che gli legge le carte. Altrimenti il risultato è unicamente una serie di scazzottate in cui vince chi pesta di più l’altro, paradigmi che ormai ci siamo lasciati alle spalle da davvero tanto tempo e che Naruto stesso aveva contribuito a rendere obsoleti.

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Dai, qui abbiamo tutti sorriso, ammettiamolo

                                                           – Kaguya non ha senso –

Ovviamente ho dovuto semplificare tutte le posizioni contrarie a Kaguya. In realtà il suo senso ce l’ha, nella storia viene spiegato. Il problema principale è che lo scontro finale (ok, non è proprio quello finale, siamo d’accordo, ma è estremamente importante) deve riassumere in poche parole: la tua nuova forza, la tua maturazione etica e psicologica, la risoluzione e lo scioglimento dei vari problemi che il nemico ha causato. Va da sé che il finale e il colpo finale assestato hanno maggior peso dialettico tanto più il nemico è percepito come pericoloso. Per fare un esempio, Rob Lucci di One Piece è davvero ben gestito (se si esclude come viene sconfitto): è un personaggio che vediamo per tutto l’arco temporale, comanda il gruppo che ha causato il casino, è aggressivo, è forte, se lo lasci libero chissà che altro ti combina, ergo sconfiggerlo procura quella catarsi di cui siamo costantemente alla ricerca. Kaguya è, in parole povere, una sorta di semi-divinità che ha dato vita al chakra che i ninja hanno rubato e ora lo rivuole per sé. Insomma, mi sta bene dare sfaccettature e non permettere al lettore di definire cosa sia bene e cosa male, con Naruto è una costante, ma questa motivazione non è né malvagia né buona, è solo blanda. E’ istintiva e neutrale, tanto che mi spinge all’indifferenza più totale per questo personaggio che prima non è mai stato nominato e che nessuno di noi associava a un nemico. Un altro problema è il continuo cambio di prospettiva sui cosiddetti nemici finali: Uh! Non è Pain, è Tobi! Uh, non è Tobi, è Obito! Uh, non è Obito, è Madara vero! Uh, non è Madara vero, è Kaguya!

Sarebbe stato meglio a quel punto fare dell’Eremita delle Sei Vie il vero nemico perché lo abbiamo visto ripetutamente e sappiamo che era capace di creare delle lune e dei mostri di chakra. Una divinità insomma, che per esigenze narrative doveva essere buona e aiutare Naruto, così Kishimoto ha ideato come sostituto sua madre.

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Ve lo ricordate quando parlavamo di esami scritti? Ecco, ora parliamo di divinità, messia, salvatori e profezie

                                                        – Naruto si è snaturato –

Faccio solo un appunto: è sempre pericoloso parlare di Natura o di cose Innaturali o che si sono s-naturate, perché presuppone che si conosca la vera Natura, cioè l’essenza, di qualcosa. A sua volta questo porta a una fallacia logica conosciuta come “nessun vero scozzese“, come quando si risponde “quello non è il vero X, il vero X è ciò che dico io”.

E tu chi sei per dire che il VERO sia quello e non quell’altro? Naruto ha sempre parlato di temi come l’amicizia e il valore dei legami ma questo basta a renderlo la sua “natura”? Abbiamo anche visto che Naruto mette in piedi discorsi profondi come il sacrificio, la difesa della patria e dei propri cari, non sarebbe troppo strano veder maturare la sua posizione sull’amicizia per far comprendere a Naruto, e a noi di riflesso, che questa non sia tutto, o non sia la cosa più importante.

Fatta questa piccola premessa, effettivamente ritengo anche io che Naruto si sia snaturato in larga parte verso le battute finali, e ne avevo già fatto accenno all’articolo prima. La storia di Naruto è quella di un combinaguai che matura fino a diventare Hokage ma con il piccolo problema che più lui matura meno io mi sento simile a lui e invogliato ad ascoltarlo. Con il Naruto combinaguai, o anche con Rock Lee e Neji, potevo immedesimarmi e sentirmi parte di quella storia ma quando cominciano a essere tutti dei prodigi in qualsiasi cosa io lettore mi sento inevitabilmente escluso o allontanato. Tutto ciò si acuisce quando mi vieni a dire che chiunque può fare il miracolo col duro impegno ma poi tu giochi sporco perché hai un antico demone deus ex machina dentro di te e, senza fartelo bastare, sei tipo il messia del mondo eletto da una profezia e amato da un Ninja leggendario. Infine, il creatore del mondo dei ninja ti ha in simpatia e a quanto pare sei il discendente di una dinastia millenaria potentissima.

Ora, come fai a guardare in faccia il tuo pubblico e a raccontargli ancora quella cazzata dell’impegno? Naruto è stato letteralmente aiutato ogniqualvolta fosse in pericolo. E prima di una battaglia veniva allenato da gente di alto rango con tecniche sublimi, e durante la battaglia veniva salvato da compagni vari, e dopo la battaglia si alleava con altra gente forte. E’ come se il messaggio fosse << basta studiare per prendere il Nobel >> poi però si scopre che lui ce l’ha fatta perché è Stephen Hawking, ha un quoziente intellettivo a otto cifre e ha avuto come maestro Gesù. Dai ma vaffanculo, siam capaci tutti così, che insegnamento stupido e inutile!

Comprendo quella che è l’esigenza narrativa. Siamo ormai alle battute finali, ai nemici più forti e alla conclusione della storia. Però questo aspetto secondo me Kishimoto non è riuscito a gestirlo bene esattamente come il sovrannumero dei suoi personaggi principali. Si riscatta in parte con la filosofia di Sasuke e l’ultimo scontro etico del manga ma il senso di ingiustizia permane. Specie quando continui a chiamare “messia” quel personaggio che doveva essere uno qualunque. Perché c’è sempre bisogno di una profezia? Perché devi parlare di predestinati in un’opera che inizialmente dava a tutti le stesse opportunità?

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E gli occhi del fratello no e poi sì, e gli Hokage prima li ammazzi poi li rivuoi, e Orochimaru no e poi sì, du’ balle senza sharingan, Sasuke!

                                                      –  Quell’idiota volubile di Sasuke –

Qui cominciamo ad avviarci alla fine di tutti i discorsi e alla risoluzione della famosa domanda che Pain aveva posto a Naruto. Sasuke è stato criticato così tanto per tutte le sue scelte volubili ed egoiste che sono nate addirittura pagine per prenderlo in giro (come la ormai defunta Sharingan’s Force). In realtà, per quanto certe battute sessiste sul suo comportamento “poco virile” possano strappare qualche sorriso, a me hanno sempre fatto tristezza. Badate bene, non perché sia un fanboy di Sasuke ma perché questa gente analizzava il personaggio solo in maniera superficiale a partire dal cambio di capigliatura o dal fatto che di punto in bianco volesse fare l’Hokage. Ma cosa significa tutto questo? Perché Sasuke si comporta così?

Partiamo da dove lo avevamo lasciato: Sasuke scopre la verità su Itachi e decide di vendicarsi. Una scelta più che legittima oserei anche dire. Si allea ad Alba ma viene sempre in qualche modo manipolato da qualcuno. Uccide Danzo e si allontana sempre più dalla retta via ma perde gli occhi. Incontra Naruto il quale gli fa venire voglia di lottare ancora e si fa trapiantare da Tobi gli occhi di Itachi per avere uno sharingan ipnotico perfetto. Arriviamo così a quando si risveglia a guerra inoltrata e fugge dal suo nascondiglio. Qui trova un Itachi redivivo e con lui si allea per battere una delle pedine più importanti: Kabuto.

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Ma che poi ora mi chiedo: con una tecnica simile come fanno a non aver sconfitto e umiliato i Senju?

Ci viene presentata una tecnica che ricorda ancora gli albori di quel combattimento psicologista che era il primo Naruto: Izanami (si noti che Izanami e Izanagi sono nella mitologia giapponese le due divinità che hanno creato tutto quanto), la quale è una tecnica meno potente di Izanagi, non consente di modificare il proprio futuro ma di intrappolare in un loop chi ne fa uso. Un altro approfondimento su come possa un clan dirimere le faide intestine se tutti possono usare tecniche come Izanagi. Izanami permette dunque di valutare la volontà di chi è sotto questa tecnica e di intrappolarlo in quel loop fintanto che non accetta la propria identità e la propria natura, un elemento che si ricollega alla storia di Kabuto senza far pesare troppo gli interventi autoriali.

Il combattimento contro Kabuto e la morte di Itachi portano Sasuke a una riflessione tutta sua che neanche Naruto ha mai seguito, e questo perché entrambi sono protagonisti a modo loro: uno che segue la strada della pazienza e della temperanza, l’altro che sbaglia cercando la strada più veloce ma comunque interessato a capire la verità.

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Certe cose le abbiamo date per scontate ma non lo sono affatto

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Comincia così quello che è un viaggio a ritroso per cercare di capire come sia nato questo “sistema” tanto malato di cui parlava anche Pain e che ha causato così tante morti. Perché gente come Danzo si sacrifica (e sacrifica altre persone) per proteggere un villaggio? Cosa rappresenta tutto ciò? Questo ci dà l’occasione per immergerci in quella che sarebbe la Lore (anche se come termine non mi piace è per farvi capire) della storia passata. Incontriamo i primi Hokage che ci spiegano per filo e per segno l’amicizia tra Hashirama e Madara. Il flashback ricorda molto il periodo Sengoku o degli stati in guerra, il nostro medioevo. Quando non c’è un governo centralizzato o uno più potente capace di sottomettere gli altri, ognuno cerca di prevalere e i morti si moltiplicano.

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Hashirama vede morire un gran numero di fratelli e di persone, la riflessione che fa è semplicissima: vuole un sistema che impedisca ai bambini di morire così presto.

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Al centro di tutto viene messo il pensiero di Hashirama di proteggere i bambini, di qualunque clan. E’ così che nasce la prima grande alleanza tra quelli che erano i clan più potenti

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La traduzione non è completa ma Hashirama spiega il significato di Hokage: colui che come un ombra veglia sulla foglia

Viene anche spiegato il significato del nome attribuito ai Kage e questo ci servirà dopo, è un elemento molto importante. Il Kage è l’ombra di un determinato villaggio perché su di esso deve vegliare, lo deve proteggere a qualunque costo. Addirittura il primo Hokage propose Madara per il ruolo ma non godendo della fiducia dei più come Hashirama, sarà messo in ombra.

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Madara spiega inoltre una parte della poetica di Naruto, anche questa la vedremo meglio in seguito: sono due forze contrapposte che, collaborando, danno vita al tutto. Un po’ come il giorno e la notte, la vita e la morte, il senso risiede nell’avere entrambe, non solo una delle due. Vediamo costantemente i personaggi di Naruto spartirsi queste qualità: chi è vitale, allegro, solare, e chi funereo, infelice, desideroso di vendetta. Non si può avere solo uno o l’altro, la vita è fatta di tutto questo ed è solo agendo in sintonia che si può ottenere la felicità.

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Questa scena è emblematica, è un po’ come se tutto fosse partito da qui: abbiamo visto questi due nemici/amici rincorrersi per tutta la vita, combattersi ma mai uccidersi. Come il giorno e la notte che costantemente si inseguono. Hashirama risparmia la vita a Madara e viceversa fino a quando non si mette in mezzo qualcosa di veramente importante, capace di far cambiare Hashirama: il villaggio stesso. E’ qui che Madara prende coscienza del fatto che quello non è più il suo amico e si sente “tradito” da lui, dal suo clan, dalla realtà. E’ a causa di questa spaccatura nel ciclo perpetuo che cominciano i veri disordini, con Madara che cerca di inglobare il potere dei Senju e di inseguire il proprio, di sogno. Se quello di Hashirama, solare, era basato sulla realtà e sulla sua difesa, quello di Madara è invece un sogno/illusione che accontenta tutti ma che rimane tale. Da una parte la dura lotta per la difesa dei propri cari ma anche la difficoltà di un mondo contrapposto dalle esigenze terrene, dall’altro un mondo perfetto e utopico ma che corrisponde solo ad una felicità interna, provata ma non guadagnata. Sta qui una delle maggiori contrapposizioni tra i sogni di tutti i nostri protagonisti, ereditati ai giorni presenti da Naruto e da Obito.

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A ereditare quel sogno solare e reale, però, non è necessariamente un Senju. Sasuke comprende, dopo il racconto, che Itachi non fece altro che difendere il proprio villaggio e le piccole foglie esattamente come aveva fatto in precedenza Hashirama contro il suo amico Madara per proteggere ciò che c’è di più prezioso.

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Quello che viene contestato a Sasuke è il suo repentino cambio di idee ma se si guarda bene è un personaggio maturo che ascolta, valuta, e decide da sé come ciascuno di noi dovrebbe fare senza aver paura di cambiare idea

Sasuke infine cambia idea, capisce che suo fratello si batteva per una causa che val la pena proteggere a sua volta e che infangarla vorrebbe anche dire renderla inutile. Sembra che al pubblico le persone “indecise” non piacciano quando in realtà la scelta di Sasuke è matura e coerente con l’evoluzione del personaggio, e ce lo dice lui stesso: da piccolo pulcino che si fa sfruttare da chiunque Sasuke diviene falco in grado di volare con le proprie ali e ragionare con la propria testa, anche quando la decisione appare solo in superficie incoerente. Ci vorrebbero forse un po’ più persone così! Non ritengo questi flashback una forzatura narrativa per rendere Sasuke un alleato perché il tutto, se si tiene in conto ovviamente, è ben costruito e amalgamato tra passato e presente. Eventuali forzature scompaiono di fronte a siffatta narrazione.

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Infine, quello che per molti è stato un colpo di scena o una forzatura scema, quasi come se Sasuke avesse voluto imitare Naruto dicendo questo. In realtà non c’è niente di più sbagliato perché Sasuke fa riferimento a quei concetti di luce e ombra di cui già parlava Madara e che nell’articolo scorso abbiamo visto con Danzo e Sarutobi. I concetti stessi di foglia e di radice usano come leitmotiv ciò che spiegava Madara: è l’unione di questi due elementi a generare la felicità. Sasuke quando dice che vuole diventare Hokage non intende affatto diventare come Naruto o come gli Hokage che abbiamo visto ma una vera e propria ombra che vigila silente. Ce lo spiega nello scontro finale:

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Era stato Itachi stesso a dire a Naruto che l’Hokage non è colui che riceve la stima del villaggio, è colui che ha la stima del villaggio che diventa Hokage. Sasuke, però, parte da una riflessione più ampia che coinvolse a suo tempo già Orochimaru e Jiraiya quando nel loro scontro parlarono del significato del termine “Ninja”. Per Orochimaru significa colui che padroneggia molte tecniche, per Jiraiya significava invece “colui che resiste in segreto”. La storia a questo punto riprende quel tema e lo rigira tra i protagonisti, Naruto è colui che effettivamente padroneggia le tecniche tra le più potenti al mondo ormai ma Sasuke, memore del sacrificio di Itachi, arriva a una risposta non dissimile da quella che diede Danzo tempo addietro rifiutando la politica pacifista di Sarutobi. Ce lo spiega molto bene Sasuke stesso che questa pace è solo momentanea e dovuta, come dicevo io, a un terzo elemento contro cui si sono tutti alleati: prima è stata Alba, poi Madara, infine Kaguya. Ora che tutto è come prima se non queste generazioni, quelle successive che avranno dimenticato torneranno a muoversi guerra. Sasuke intende dunque essere una sorta di “Madara buono” se così vogliamo chiamarlo, un’ombra (Kage) silente e nascosta che agisce dietro le quinte per attirare tutto l’odio del mondo esattamente come hanno fatto Kaguya e gli altri e con questo sistema mantenere una forma di pace perpetua.

Ora che ci si riflette sopra un po’ meglio non sembra così tanto stupido e volubile, vero? Itachi per Sasuke era il vero Hokage perché pur essendo odiato aveva agito per il bene di tutti, aveva insomma fatto un sacrificio molto più grande ed eroico di quello fatto da Sarutobi o dall’idea che Naruto ha degli Hokage, gente forte e rispettata.

Tutte le esperienze passate rendono questo discorso in extremis magnificente e aiutano a dare spessore al personaggio di Sasuke e al suo modo di pensare. Un vero peccato che invece la controparte, Naruto, non offra vere risposte ma solo e soltanto la testardaggine protetta dalla narrazione che convincerà poi il suo amico, ribadendo in puro stile shonen che sono la costanza, la temperanza, la pazienza e soprattutto gli amici che ti aiutano a raggiungere gli obiettivi.

                                                      – La risposta di Naruto è…-

Sarebbe però un po’ una presa per i fondelli se al dilemma di Pain Nagato rispondessimo in maniera così blanda e impersonale. In sostanza un “credici e vedrai che ci riesci”. Puah, che banalità strasentita. In tutto questo e nell’enorme e complesso apparato filosofico che Naruto tratta fallisce per poter rientrare in quei canoni giovanili e stereotipati che ci spronano a provarci sempre, tuttavia una risposta un po’ meno ritrita esiste e ci viene data nello scontro con Tobi. Facciamo un passo indietro a quando Naruto dichiara che non lascerà morire nessuno dei suoi compagni, per poi veder morire Neji.

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La morte di Neji soleva essere uno shock per i lettori che, esattamente come con Pain, la morte di Kakashi e la distruzione della Foglia, serviva per farci empatizzare col discorso di Tobi. Il problema è che nel caso di Pain lo shock è stato devastante anche a causa del fatto che Kakashi è un personaggio primario onnipresente nella narrazione esattamente come Jiraiya. Neji, per quanto amato possa essere, ha smesso di comparire “seriamente” da parecchi capitoli. Il lettore/spettatore critico non è scemo, sa che i personaggi non vivono di rendita, occorre innaffiarli costantemente e tenere accese le loro braci o semplicemente smettono di vivere dentro di noi. Un altro esempio è Sakura: si dimostra al 100% del suo personaggio solo in un caso in tutti gli archi narrativi di Naruto, ovvero contro Sasori. Tutto quel che viene dopo, anche se si aggiunge il Byakugo, il suo essere ninja medico, è più un supporto alla narrazione che un vero e proprio contributo per modificarla anche solo parzialmente. Neji è un personaggio importante ma in questo contesto, dopo così tanto tempo che non lo vediamo seriamente in azione, è un agnello sacrificale debole per il discorso di Obito. Naruto lo recepisce comunque:

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Non è una risposta globale, rivolta a tutti e a riferita ad annientare l’odio in maniera totale ( e siamo corretti, sarebbe troppo pretenderlo da un fumetto per ragazzi! ) ma riferita all’Hokage. Egli non è costretto a calpestare i cadaveri dei propri compagni perché è colui che apre la fila e che si fa carico dei pericoli maggiori, proprio come abbiamo visto con il Secondo Hokage quando nomina il Terzo. Naruto sostiene che essere Hokage ma anche un ninja sia una forma di “resistere”, esattamente la risposta finale cui giunge Sasuke anche se con mezzi differenti. Però, da una parte c’è chi vorrebbe dirigere tutto in virtù della propria forza e saggezza, dall’altra chi vorrebbe permettere il libero arbitrio alle persone e farle decidere da sé. E’ come se avessimo assistito alla nascita di due divinità e al loro scontro per decidere quella che sarà la nuova realtà e la nuova etica da seguire.

                                                   -L’ultima critica mossa da me-
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Il vero problema di Naruto non sono tanto le tecniche abusate, i power up forzati e casuali o Kaguya. Il vero problema di Naruto risiede in questa immagine particolare e nello Zetsu nero che ci rivela che in realtà tutto ciò che abbiamo visto è stata opera sua. Ha fomentato Indra contro il fratello, ha aiutato Madara, ha riscritto la stele, ha aiutato Kabuto e chissà ancora quante altre fette di culo.

No ragazzi, questo è proprio sbagliato e completamente incoerente con il resto dei discorsi fatti. Hai passato 690 capitoli circa a ripetere, esplicitamente o meno, che il mondo è caos, che l’odio nasce da idee comunque valide ma contrapposte, che anche i nemici hanno i loro validi motivi per agire e poi te ne esci accentrando tutto il male del mondo in un unico essere? E questo significa che senza lo Zetsu nero magari avremmo avuto un mondo idilliaco e puro? Ma vaffanculova’!

E’ uno degli elementi più orridi, pacchiani e pericolosi della storia, odio queste scelte alla “Signore degli Anelli” dove il male è concentrato in un’entità esterna che corrompe il mondo buono e gentile. A livello concettuale e filosofico è un’idea che rigetto in toto. Naruto andava bene come stava procedendo prima: il mondo è caos e le guerre nascono da differenti visuali sulla stessa cosa, tutte valide in qualche modo ma vincenti sulla base della forza, degli alleati, delle tecniche, ecc. Lo Zetsu nero smonta completamente e banalizza in poche righe quella che è stata una trama complessa e un modo di vedere rispettabile e originale.

 

Concludendo questo articolo e questa serie su Naruto mi ritrovo a far notare delle cose che ho sempre sofferto nel vedere mutilate dal pubblico, mal capite, spesso denigrate per ignoranza. I miei articoli nascono con questo scopo: cercare di spiegare, di far comprendere meglio i temi e la filosofia che Naruto mette in campo senza però fare concessioni di sorta.

E’ un’opera perfetta? Assolutamente no. Abbiamo anche visto che narrativamente alcune scelte sono pessime, la trama dell’ultimo arco è diluita in un modo spaventoso, Naruto è un deus ex machina costante e vere risposte definitive non ne dà (anche se, a differenza di Rufy, si spreme e ce ne dà alcune comunque accettabili). Gli scontri ninja, che erano un tratto caratteristico eccellente dei primi archi narrativi, svaniscono a favore di scontri basati solo sulla forza fisica o quella di volontà che finiscono in un terribile anticlimax finale salvato solo dallo scontro fisico e ideologico con Sasuke.

Un’opera che si conferma, tra alti e bassi, di alto livello generale, a suo modo creativa come poche e una sfida intellettuale costante. Io vorrei dare solo un consiglio chiave a chi si approccia a Naruto: non dovete analizzarlo con gli strumenti per analizzare i classici shonen, in alcuni casi dovete uscire dagli schemi e collocarlo in una nicchia apposita per lui.

-Parte 1 della mia analisi su Naruto

-Parte 2 della mia analisi su Naruto

 

 

Analisi Critica di One Piece (Parte 2)

Per chi se l’è persa, qui la Prima Parte

E veniamo ora, sigh, alla parte per me più indigesta di quest’opera monumentale.

Se ci si fa caso, a parte la mia serrata critica a Rufy, non ho segnalato praticamente nulla di negativo fino alla battaglia per la supremazia. Questo perché ho adorato (e non è un termine che uso a sproposito) TUTTO fino a quel punto. Ho parlato di alti e bassi alludendo principalmente a Rufy per i bassi ma è sempre tutto ottimo: dagli scontri ai flashback, dalla psicologia dei personaggi fino alle nuove isole.

Si rileva però una pesante spaccatura a partire più o meno dall’Isola degli uomini Pesce, che segue i due anni in cui ciascun membro della ciurma si è allenato con il rispettivo insegnante per diventare più forte e capace.

E il risultato è un buco nell’acqua salata di mare.

Partendo dal volume 61, il re-inizio dell’avventura, dopo i due anni di allenamento, la storia riprende a pieno regime. Abbiamo un volume molto denso pieno dei soliti dettagli di ogni membro della ciurma che si allena, compreso Rufy, per poi arrivare alla fine del loro allenamento con una dimostrazione di forza esemplare. Laddove prima Sanji e Zoro riuscivano appena a intaccare i Pacifista, ora riescono a distruggerli senza alcuna fatica. E’ una buona strategia per farci capire QUANTO effettivamente si siano potenziati.

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Altro elemento che ci riconduce al vasto e complesso mondo di Oda è la presenza di alcuni “falsi” dei protagonisti, un’idea che ho trovato molto ingegnosa per farci capire QUANTO i nostri protagonisti siano diventati importanti. Abbastanza da avere qualcuno che si spacci per loro e sfrutti la loro fama.

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L’inizio della saga degli uomini pesce è classico: problemi (Caribù), misteri e bellezze (la cascata sottomarina) e assistiamo anche ad un altro assaggio della forza dei protagonisti, anche se contro un Kraken anonimo che nulla ci dice sulla sua effettiva forza.

Anche i vari antagonisti della saga vengono presentati. Si alleeranno per un obiettivo comune e viene introdotto anche il tema della droga, che in realtà trovo sia stato trattato molto superficialmente, se il suo scopo era introdurre temi più adulti e complessi. Qui viene vista solo come “doping” e poco altro che, se abusato, danneggia il fisico.

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Il resto della ciurma è caratterizzato con passi poco più in là dello stereotipo ma è una cosa su cui Oda gioca molto. Del resto anche Pciù era un grosso stereotipo ma, come dico sempre, se li sai usare, vanno bene anche quelli.

Per quanto riguarda le motivazioni dell’antagonista principale, già deboluccio di suo, c’è da dire che sono quasi del tutto inesistenti.

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Mentre prima si era arrivati a parlare del destino di due popoli costretti in guerra e legati da un patto di amicizia ancestrale molto toccante (Calgara e Noland), o alla ricerca di Nico Robin, che è a conti fatti un elemento pericoloso per il Governo Mondiale, qui è un po’ fumoso. Hody Jones è erede spirituale di un vecchio nemico e vuole continuarne l’opera. Tutto qua. Umani cattivi, noi siamo i migliori, ora vi picchio. Un primo segno di cedimento l’ho trovato qui, perché non puoi chiaramente coinvolgere più di tanto un lettore se le pedine si muovono su una scacchiera ideologica così blanda. E ribadisco: non blanda in assoluto ma rispetto alle meraviglie che hai saputo creare prima.

Anche lo scontro sarà molto fugace e per niente all’altezza dei vecchi. Mentre prima Oda dedicava in genere 2-3 volumi allo scontro con gli ufficiali, e poi un altro alla battaglia finale insieme al fatidico count down, in questa saga assistiamo ad un’accelerata totale verso la fine del volume 65. Non più di 3-4 paginette dedicate ad ogni singolo scontro, con nemici assolutamente non all’altezza dei nostri. Può in effetti essere stato fatto apposta per farci capire quanto siano migliorati i protagonisti ma considerato che erano già ad un livello superiore degli uomini pesce, incontrati all’inizio della storia, non aggiunge chissà che pepe alla storia. Sembra di rivivere un parziale déjà-vu con cose già viste. E considerato lo spirito del numero 61, forse era voluto.

Anche il flashback non offre chissà che storia ad alto impatto emotivo pur trattando il tema della trasfusione e del rifiuto del sangue di persone considerate “infette”. E’ stata una mossa carina unire quel filo al famoso filo rosso giapponese ma nel complesso non decolla.

La saga di Punk Hazard sembra invece un vero e proprio filler. Il suo scopo è unire diversi fili della trama tra Kin’emon, Trafalgar Law, Caesar Clown e il Joker. Addirittura TROPPE sottotrame, che sembrano inserite a forza nel contesto per poter toccare diversi punti. Oda è solito accennare appena un discorso per poi riprenderlo molto più avanti. Il problema è che a Punk Hazard la prima parte è classica, con misteri (un drago, un samurai a pezzi) e un’isola misteriosa (divisa tra fuoco e ghiaccio) ma la seconda sfiora il patetico. Caesar Clown è la parte “cattiva” della scienza del mondo di One Piece dove presumibilmente Vegapunk sarà quella buona o neutra. Dunque il kattivo sperimentatore che per far progredire la conoscenza (e il proprio conto in banca) sperimenta anche sui bambini, con bieco opportunismo, e nessun lato positivo a rivalutarlo. Non si può neanche parlare veramente di sottoposti, ufficiali e scontro finale perché Vergo e Mone sembrano più un pretesto che veri e propri oppositori.

In generale ci sono anche più gag e più giochi sullo scambio di ruoli che, in base ai propri gusti, possono anche essere una trovata simpatica.

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Del resto non si può pretendere che tutte le saghe sfondino, o riescano a colpire forte come le precedenti. Certo è che dopo quella molto sottotono (e che alla fin fine scopriva veramente poche carte, rendendola di fatto poco utile) dell’Isola degli uomini-pesce, se ne aggiunge un’altra molto sottotono che ha solamente lo scopo di collegare alcune sottotrame e personaggi secondari. Qui siamo tra i volumi 67-70 che sommati a quelli precedenti fanno circa 9 volumi. E’ anche molto desolante per un fan comprare 9 volumi a quasi 5 euro l’uno ricevendo in cambio solo filler e situazioni decisamente poco interessanti. Però proseguiamo con la prossima saga, magari sarà meglio. E a vederne l’inizio in effetti parte bene con i numerosi ufficiali, che sono la “Famiglia” di Do Flamingo, che preannunciano un ritorno al vecchio stile. Vediamolo!

Do Flamingo interviene per sistemare la situazione e salvare i propri sottoposti (nel corso della saga vedremo poi che pur avendo i suoi difetti è abbastanza legato a quella che lui chiama famiglia) e si scontra brevissimamente con l’ex ammiraglio Aokiji.

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C’è sempre qualcuno pronto a intervenire per salvare i personaggi, c’è sempre qualche scontro potenzialmente fantastico da rimandare e c’è sempre qualche forzatura. Però è accettabile, perché vediamo degli spostamenti nei ranghi della Marina. Quando non si passa all’azione, OP riesce a essere godibile anche solo parlando della macro-storia: doveva essere lui il nuovo grand’ammiraglio ma, dopo uno scontro molto brutale, si è autoeletto Sakazuki, la versione estremista della giustizia.

E’ arrivato il momento di fare un’altra riflessione su alcune ideologie di OP. Siccome si parla essenzialmente di Pirati come di persone buone e libere (ma non è proprio così anche se la storia ce la mette tutta) occorre far notare che i veri buoni in realtà sono cattivi. L’espediente utilizzato è questo, si parla spesso di corruzione (Hermeppo, Vergo, saga di Arlong), di piani alti che vivono in torri d’avorio senza pensare ai problemi della gente ( i 5 astri di saggezza) e di estremisti che ucciderebbero pur di salvare il loro ideale basato sulla giustizia (Akainu). Le controparti positive del lato della Giustizia, come Smoker, Kobi e Aokiji, sono in genere ufficiali di rango più basso o estromessi del tutto dai ranghi, per farci capire che, se già prima la Marina e il Governo erano dei brutti cattivoni corrotti che uccidono innocenti per preservare la loro verità e la loro pace, ora la situazione sta precipitando. E così si assiste ad un ribaltamento: chi assicura la Giustizia è un vero criminale, e quelli considerati criminali sono in realtà eroi.

Credo che verso il finale assisteremo a qualcosa di simile, e in realtà se sviluppato bene può rivelarsi molto interessante anche se pare essere sempre molto manichea come idea: chi ci governa in realtà non ci capisce ed è cattivo, chi viene considerato criminale è solo uno che ha idee differenti. C’è da ambo le parti gente estremista, tra Marines violenti e pirati che depredano, dunque servirà qualcosa di molto forte per convincerci che in realtà il pirata è solo un personaggio buono che vuole essere libero, come ci dice Rufy molto romanticamente.

Dressrosa segue poi il solito schema: una stranezza (abitanti giocattoli), equivoci (Rufy-Lucy, Don Chinjao, ecc), e scontri iniziali con quelli che poi nella seconda parte diventeranno alleati contro i veri nemici. E qui comincia una prima parte che, anche se si impegna, è piuttosto noiosa perché vediamo principalmente una marea di personaggi secondari e terziari interagire. One Piece ha a disposizione personaggi primari di alta qualità ma quegli scontri vengono sempre rimandati per fare spazio a questi, tra gambelunghe, braccialunghe e re lottatori. A salvare parzialmente la situazione è Bartolomeo con i suoi poteri interessanti.

E’ difficile poi non fare paragoni con Alabasta in questa saga, visto che sono presenti regnanti che amano il proprio popolo costretti a tradire, eroi buoni che si sacrificano e principesse buonissime che amano il proprio popolo. Anche il personaggio del soldatino e relativo flashback in realtà ricorda cose già viste e sperimentate: l’ideale è sempre in primo piano, anche rispetto al corpo. Un personaggio, per essere rappresentato particolarmente buono in OP, sacrifica in genere un arto, come Zef, o una gamba, come Kiros, per salvare qualcuno. Anche Rufy in misura minore lo fa (contro Creek ad esempio sacrifica le mani contro la sua difesa di spine, contro Magellan sacrifica sempre i pugni contro il suo veleno per poter sferrare degli attacchi e non fermarsi mai).

Ritorna Bellamy, personaggio onestamente dimenticabile che in teoria sembrava esser stato giustiziato e che magicamente ritorna come un fringuel di bosco di cui a nessuno frega niente. E’ rivalutato parzialmente perché ora non deride più Rufy e i suoi sogni, dimostrandoci che GLI ALTRI intorno a Rufy cambiano, lui no. C’era davvero bisogno del ritorno di un personaggio simile? Secondo me no, aveva già esaurito tutto ciò che potesse dire e non aggiungerà quasi nulla al discorso.

Viene anche messo in campo il personaggio di cui parlavo che andrà a sostituire Ace creato dal nulla, e per quanto possa piacere, non si dimentica la faciloneria con cui è stato dimenticato Ace con un altro personaggio privo di carisma per dare il contentino al pubblico, buttando così nel cesso tutta la trattazione adulta che avevi intrapreso.

La storia di Don Chinjao e Garp, poi, sembra un riempitivo che vuole essere emozionante ma che in realtà sembra tirata giù in due minuti. Un personaggio può accedere al proprio tesoro solo tramite la propria testa fortissima, che viene colpita e deformata da un colpo di Garp, impedendogli così di accedere al tesoro. Ora giura vendetta al nipote di chi gli ha fatto quel torto. Bahhh. Siamo ben lontani anche da storie come quella di Nami, che essendo all’inizio dell’opera non poteva essere chissà quanto emozionante.

Proseguendo poi per Tontatta e scontri-non-proprio-scontri tra Do Flamingo e il nuovo ammiraglio, assistiamo anche al Flashback “importante” in cui vediamo come il Joker abbia preso il potere. Difficile anche qui non fare paragoni con la magnifica storia di Alabasta considerato che si tratta il tema del falso re, o del re sotto costrizione che agisce contro il proprio popolo. Non ci sono doppioni ma sarà centrale il potere del Joker per manovrare il re. Anche se con modalità differenti, il senso di déjà-vu c’è, ed è palpabile.

Gli altri flashback poi in linea generale sono pretenziosi, quando non apertamente un fastidio. Kiros, Rebecca e in particolare quello di Senor Pink, che vorrebbe farmi emozionare per un personaggio che abbiamo appena conosciuto, di cui non sappiamo un benemerito e di cui non ci fregherà più niente tra due pagine. Perché? Perché lui dovrebbe avere questo trattamento? Tutti i suoi compagni sono dei bastardi ma lui è un vero uomo che si batte come un marmocchio, e ha un motivo profondo per farlo? Solo per lo scontro con Franky? Non ha alcun senso questa spesa di energie e risorse in un personaggio inutile, quando ci si poteva concentrare su altre cose decisamente più interessanti.

Il potere di Sugar poi è qualcosa che trovo inconcepibile. Il suo malus soprattutto: quando è priva di coscienza smette di funzionare. Avevamo già visto che con Van Der Decken la cosa avviene quando sono svenuti o quando muoiono. Ma quando dormono perché non dovrebbe funzionare allo stesso modo? Infatti una volta colpita da Usop tutto tornerà normale, con una forzatura abbastanza evidente.

Il flashback di Trafalgar, che dovrebbe essere uno dei momenti emotivamente più forti, sa molto di cose già viste e straviste. L’idea di una città sacrificata perché pericolosa ricalca Ohara e la città dei rifiuti del passato di Ace, Sabo e Rufy. Il personaggio buonissimo (Corazon) che in realtà è speciale e diverso dagli altri (e spesso sotto qualche aspetto strano ma carismatico) e che si sacrifica per dare spazio al personaggio di turno. Il flashback di Do Flamingo (quanti, in una sola saga!) che poteva avere qualche potenzialità ma che a me sinceramente ha comunicato poco, perché non fa nulla per far sì che si empatizzi con lui anche se ora scopriamo parte del suo passato.

Quanti flashback! Quanta storia! Quante sottotrame, quanti spunti accennati e mai approfonditi. Questo è uno dei problemi principali di One Piece che comincia a farsi evidente: troppa, troppa, troppa carne al fuoco, troppa voglia di mettere in mezzo roba “seria” anche per personaggi terziari inutili senza focalizzarsi sulle cose veramente importanti. Troppa dispersività, troppi personaggi tirati fuori all’ultimo momento di cui si poteva fare tranquillamente a meno e, per finire, pochissima interazione della ciurma eccetto Rufy. Nelle ultime saghe infatti abbiamo visto che a ciascun membro toccava in genere una parte di storia e uno scontro conclusivo con cui giustificare il proprio intervento o la propria amicizia alla causa. Qui no, abbiamo metà personaggi principali, e quella metà agisce poco, ha quasi zero voce in capitolo e sono per lo più mansioni superficiali. Gli scontri sono ridotti all’osso, basti vedere anche solo il numero di tavole con cui Zoro sconfigge Pica. Se si ripensa ad uno scontro come quello di Mister One a me viene da piangere.

Se il messaggio è che i nostri dopo l’allenamento si sono fatti più forti e nessuno riesce a tener loro testa a parte i “big” che andremo più avanti a incontrare sa, ancora una volta, di forzatura. Praticamente sono bastati due anni per superare chiunque nel mondo ed essere a livelli estremi. Neanche Dragon Ball, con lo stratagemma della stanza dello spirito e del tempo è così veloce e sbrigativo.

I personaggi principali non hanno lo spazio che meritano, ci sono troppi personaggi nuovi con cui non si riesce a empatizzare bene, troppi tentativi di farci piacere personaggi inutili, troppi personaggi in generale che sfilacciano la trama senza che questa possa concentrarsi sui punti interessanti e importanti.

Per finire in bellezza con un gear fourth tirato anche quello fuori dal cilindro. Perché Rufy è un protagonista e i protagonisti si sa, in genere sono genietti che imparano tutto in due secondi da sé. Vale per Goku con la kamehameha, vale per Naruto con…ah no, per lui no, solo qualche volta.

Il personaggio di Do Flamingo è forte, forse pure troppo, per cui per riequilibrare le forze in campo occorreva qualcosa di nuovo. Spiace solo che quel nuovo non sia, come in altre opere, qualcosa frutto di uno stratagemma, un richiamo ad altre parti della storia (qualcosa che abbiamo visto all’inizio e che ora si rende utile), con Oda quasi sempre è una tecnica sbucata dal nulla che salva la situazione. E se non basta, credi nei tuoi amichetti che ti salvi comunque!

Devo ammettere però che l’idea dell’alleanza tra pirati alla fine è qualcosa di molto interessante, anche se ogni occasione viene sfruttata per farci capire quanto Rufy sia buonino, dolcino e puro di cuore rispetto a tutti gli altri, che fanno alleanze cattive e non riescono a capire il profondo significato del non avere legami! Che banalità.

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E stendo direttamente un velo pietoso sulla sottotrama del figlio di Barbabianca, ennesimo personaggio secondario che forse rivedremo fra altri 50 volumi per qualche flashback e qualche altra ridicola gag in più per allungare il brodo, già riscaldato di suo.

L’ultima saga attualmente disponibile, e non terminata, è quella di Big Mom, una dei quattro imperatori.

Non sarebbe del tutto corretto parlarne senza attenderne gli sviluppi finali per cui mi limiterò a impressioni superficiali. L’idea di dare nuova linfa al passato di uno di uno dei membri della ciurma può avere un senso, anche perché Sanji alla fin fine non lo conosciamo così bene. Il suo passato alla fine cela un padre che lo ripudia come figlio. Diciamo non proprio all’altezza di significati forti come quello di Zef che sacrifica e mangia la sua stessa gamba, o dei motivi alla base per cui un cuoco usa i piedi e non le mani per combattere.

Il matrimonio, l’idea del ricevimento, del tè e tutto il resto l’ho trovato noioso, prolisso, quasi del tutto inutile. Scontri neanche per sbaglio, la trappola non poteva fisiologicamente andare peggio, gli ufficiali sono ridicoli tra quello che usa i biscotti e quello che usa il Mochi, dove lo stesso Oda ha fatto casini tra rogia/non rogia. Ma che mi si spacci questi poteri come qualcosa di fortissimo mi fa solo sorridere, sinceramente.

La stessa Big Mom è praticamente uno stereotipo che cammina, passa da un dialogo in cui dice di voler dolci a un altro in cui dice di voler dolci se no ti ammazza. Nel frattempo, fa faccette buffe e loschi intrighi che non porteranno da nessuna parte.

Se prima si poteva salvare qualcosa a Dressrosa qui non salvo proprio niente. Se prima il problema era un buster call, o una gabbia per uccelli, ora è fare una torta.

Se prima lo scontro si risolveva con la forza, ora la si risolve a chiacchiere e buone maniere.

One Piece era un’opera già buonista all’inverosimile prima, non aveva nessun bisogno di dolcificarsi a questa maniera. Mi viene il diabete a leggere gli ultimi volumi, e non solo perché si tratta di dolciumi, ma perché fa veramente venire la nausea questo continuo dilungarsi in questioni poco interessanti rimandando continuamente quelle che vorremmo vedere. Un fan tempo fa mi scriveva

Non temere, vedremo presto i nuovi livelli di forza sicuramente al paese di Wa

A me questo fa arrabbiare, ed è come con Martin. Ogni volta è un trascinarsi, un rimandare, un “poi vediamo” che non fa onore a nessuna causa. Un buon autore sa inventarsi qualcosa di decente anche se non è previsto. Diamine, Oda è riuscito a creare un filler come quello di Foxy che nella sua stupidità era geniale e sapeva tenere sulle spine con il problema del perdere membri dell’equipaggio! E ora ti fa le torte.

Quando si comincia a dire “vedrai, la prossima andrà meglio” per me è un segnale di pericolo, significa che qualcosa sta cominciando a scemare. Difficile capire se la voglia dell’autore, la mia, o la qualità generale dell’opera.

Riassumendo: Nella prima parte avevo ben poco da obiettare. Nella seconda quasi tutto, ed è una cosa che mi spiace oltremodo dire. E’ impossibile ritenere qualcosa un capolavoro per poi vedersi smentiti su due piedi. Sono io il problema? Sono forse diventato ipercritico senza pietà? Non credo, mi pare di aver detto quali cose funzionano. E’ un cambio di stile a cui non mi sono abituato? Forse sì, perché avere 60 numeri in un modo, e altri 20 in un altro, spiazza, e soprattutto delude a morte.

Sono ormai 20 volumi che non provo più niente a leggere One Piece, dove tutto è un trascinarsi, un correre di qua e di là, qualche gag, e una marea di personaggi terziari inutili di cui nessuno sente il bisogno. Le premesse per un buon finale ci sono tra Barbanera, la Marina, Raftel e la misteriosa storia degli 800 anni di vuoto che mi logora come non mai ma qui se non ci diamo una mossa l’entusiasmo mi calerà completamente.

Per questo mi sono sentito in dovere di buttare giù i miei pensieri sulle due parti dell’opera, spaccate a metà dal mio giudizio: prima metà 10/10, seconda metà MEH/10.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi critica di One Piece (Parte 1)

Vorrei cominciare questo articolo con la mia esperienza con One Piece.

Conosciuto grazie all’anime in onda su Italia Uno e alla memorabilissima sigla italiana, ho deciso di iniziare il manga comprando qualcosa da leggere in spiaggia. Il numero era quello in cui cominciava la lotta su Skypiea, per cui anche un discreto numero, ma era il 28. Non fa mica bella figura un numero solo in una libreria. Da lì ho cominciato a ritroso e in avanti a seguire le prime e le ultime uscite. Non sono quindi un fan del primo giorno ma fin da subito ho riconosciuto una maestria nell’opera di Oda che non riuscivo a riscontrare da nessuna parte. Naruto arriverà solo in seguito.

I disegni sono a dir poco approssimativi, pur non avendo studiato disegno riesco a capire che le tavole a volte sembrino pasticciate e, citando Caverna di Platone, mi trovo d’accordo nel dire che il cambio di stile non fa respirare il disegno. Oda sembra sopperire alla mancanza di nuove idee con pagine e pagine imbrattate di inchiostro

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Ecco una tavolta recente

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Eccone una meno recente

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Ed eccone una del primo volume

Non è solo maturazione artistica, negli ultimi volumi di Oda le tavole non reggono la quantità di linee cinetiche che vi vengono impresse sopra cercando forse di celare una quantità carente di contenuti. Ne discuterò con calma più avanti però.

Nonostante la qualità altalenante dei disegni e lo stile un po’ bambinesco pieno di forme arrotondate e di colossi dalle gambine esili, One Piece mi faceva comunque impazzire per il suo impianto narrativo. E lo dico senza problemi, credo mi abbia anche ispirato in molte occasioni per scrivere dei racconti.

One Piece è particolare perché sa di avere molto da dire e lo fa con garbo, poco per volta, con una certa metodicità. Un personaggio conosciuto o anche solo citato nei primi volumi è presentato anche 10, 20 volumi dopo, dando un’aria di sacralità a quella presentazione tanto attesa. Un esempio è Jimbe, citato addirittura prima della saga di Arlong.

La ciurma in genere arriva in una nuova isola e si segue quasi sempre questo schema:

1) Arrivo

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2) Conoscenza del luogo e degli abitanti, misteri inspiegabili

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3) Problemi del posto

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4) Presentazione dei vari antagonisti (legato al punto precedente)

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5) Malinteso (Rufy o chi per lui viene scambiato per il nemico)

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6) Flashback sul passato del protagonista coinvolto

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7) Confronto con gli ufficiali

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8) Confronto con il capitano nemico

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9) Risoluzione: mangiata, tesoro, amicizia

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10) Risoluzione 2: L’isola viene salutata con dei nuovi alleati o nuovi flashback di più ampio respiro (Vedi Garp, Dragon, Barbabianca)

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Ho usato diverse saghe ma avrei potuto bene o male fare lo stesso con ogni singola saga, perché One Piece utilizza una formula ben esposta che è un’amalgama di sentimenti, azione, ricordi che incredibilmente funziona anche se risulta essere molto ripetitiva.

E’, purtroppo, uno dei problemi delle pubblicazioni che vanno oltre il 40/50esimo volume. E sapete cosa? Non mi ha mai stancato questa formula, perché Oda riusciva sempre a superarsi. Se prima la storia di Nami poteva commuovere, quella di Alabasta la superava. L’amicizia di Noland e Calgara, l’equivalente di un romanzo o di un nuovo film sul Titanic per me. La storia di Tom il carpentiere a sua volta batteva le prime aggiungendo l’elemento dello spionaggio e dei servizi segreti, e così via fino a Brook che invece commuoveva con la canzone di Binks e con il suo ultimo assolo.

Questo stile narrativo univa una cornice, che è possibile vedere nei flashback di più ampio respiro in cui ad esempio vediamo i 5 astri di saggezza, la flotta dei sette, Barbabianca e Shanks, con una macro-storia, che è complessivamente quella di Rufy, ad una micro-storia, che è la trama della saga o del paese visitato attualmente. Ciò permette di avere un mondo molto complesso che tratta temi quali la politica, gli equilibri di potere (che vengono spesso citati nella battaglia per la supremazia!), il mondo dei criminali e dello smercio, e che a loro volta influenzano il mondo o lo svolgimento degli eventi. One Piece, quindi, come Naruto, non è solo “mazzate”. Sarebbe riduttivo parlarne in termini così semplicistici. E’ a tutti gli effetti una storia che parla di tutto, non solo di libertà, amore e amicizia.

Se vogliamo muovere una critica molto forte ai temi principali, va mossa sicuramente al protagonista, Rufy. Come Goku è costruito a partire da uno stereotipo di protagonista che è buono fino al midollo, disposto ad aiutare gli altri senza se e senza ma, mangione (perché avere dei difetti come alcool, sesso, droga è effettivamente un cattivo esempio mentre mangiare tanto non viene visto come un messaggio sbagliato), leale, idealista, onesto e altruista.

E’, insomma, un compendio di caratteristiche che potremmo trovare in qualsiasi messia, un po’ come Gesù su manga. Questo è il primo punto debole della narrazione di One Piece: non è un personaggio tridimensionale, non ha lati oscuri che lo rendano realistico.

Un eroe che ha sì buoni propositi ma che non crolla MAI. A differenza ad esempio di un Rave, in cui il protagonista sfiora la morte combattendo contro avversari che minano alle fondamenta il modo di vedere di Haru e la sua crociata per la giustizia, come Doryu e Shiba (foto),

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Shiba ha combattuto per 50 anni per la pace, non come Haru

Rufy si ritrova sì contro avversari che lo osteggiano sul piano ideologico, come Crocodile, ma sostanzialmente non sortiscono alcun effetto sul protagonista, perché è troppo stupido per comprendere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Crocodile gli dice proprio che il mondo è pieno di piratucoli che si credono padreterni, e finiscono tutti male prima o poi. E’ un messaggio estremamente potente contro tutti quegli arrivisti, quei giovani pieni di energie che vogliono cambiare il mondo senza comprenderlo esattamente come Rufy, il quale è dialetticamente sconfitto.

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Qui un altro eccellente esempio. Blueno ricorda a Rufy che si stanno mettendo contro il Governo Mondiale. E’ vero, utilizza i servizi segreti e spesso ottiene quello che vuole sacrificando qualcuno, ma è pur sempre un sistema che assicura la giustizia e protegge i più deboli dai pirati e dai criminali. Rufy, ancora una volta, se ne sbatte del dialogo, è lì solo per la sua amichetta. Sebbene possa sembrare molto romantico, in realtà è idiota. E’ un personaggio profondamente immaturo che se non fosse il protagonista protetto dalla narrazione sarebbe perfettamente inutile. Siamo tutti capaci a rispondere a dilemmi etici e politici mettendo in mezzo solo ciò che pare a noi. Ad esempio, Naruto è un protagonista decisamente più maturo pur essendo un bambinone pure lui. Messo di fronte alla filosofia di Pain, e poi di Tobi, si ritrova veramente in difficoltà. Cosa differenzia Naruto dai cattivi? E l’opera ti dà una risposta efficace, basata prima sul dialogo che sulle botte: L’hokage non camminerà sui cadaveri dei propri amici, perché è colui che apre la fila. A Rufy non gliene frega niente, c’è di mezzo la sua amica e come un cavernicolo ti abbatte anche ciò che protegge gli altri, se è per farlo contento. Chissene se ci va di mezzo altra gente. E’ facile trattare così un argomento delicato e complesso, perché con il plot armor Rufy esce da situazioni parecchio difficili con deus ex machina belli e buoni. Crocodile è il primo esempio ma non è il solo. Contro l’ammiraglio Creek viene detto che Rufy possiede una “lancia nel cuore” e che è grazie a quella se spesso si salva. Più avanti si chiarisce meglio il concetto e si parlerà di ambizione, o Aki, ma la cosa resta immutata.

Rob Lucci dirà una cosa molto importante quando vedrà il gear second in azione: “Praticamente ti stai ammazzando da solo.”

E’ giusto voler dare un contrappeso a mosse eccessivamente forti che ti sei tirato fuori dal cilindro, è molto onesto nei riguardi del lettore. Dunque, usare il gear second crea dei danni fisici permanenti a Rufy. Bene, com’è finita dopo quello scontro?

Niente. Ha continuato a usarlo indisturbato senza problemi. E’ bastato un po’ di allenamento e tutto risolto. One Piece in questo non è onesto con me, prima mi dice una cosa per poi ritrattarla subito dopo.

Capite cosa voglio comunicare? L’opera si basa sui sentimenti più intimi e forti di amicizia ma quando vengono contrapposti temi altrettanto importanti (ad esempio, è più importante la tua amica o mille civili? Se la tua amica dovesse cagionare la morte di duemila persone?) semplicemente vengono ignorati o scartati.

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Questa è un’altra di quelle scene che personalmente odio. Rufy non riesce a liberarsi da una situazione ma è sufficiente agitare davanti a lui l’amichetta in pericolo che magicamente trova la forza, che prima non aveva per liberarsi da solo, per spaccare due palazzi a mani nude. Il messaggio è chiaro: la forza dell’amicizia sovrasta ogni cosa e ti dà la forza per fare cose impossibili. Ok, ricevuto forte e chiaro, ma se già dialetticamente non riesci a mantenere questa tua idea quando ti fanno domande o ti oppongono ragionamenti complessi, mi aspetto una certa onestà intellettuale almeno nei duelli, quando quella forza non basta.

Sempre contro Rob Lucci avviene una delle battaglie più forzate che si riescano a immaginare: Sfinito dai precedenti combattimenti e dal suo stesso Gear Second, Rufy utilizza anche il Gear Third. E, tempestato di pugni, è riverso a terra sconfitto da Lucci.

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Rufy era GIA sconfitto e privo di forze ma, magicamente, se ripensa ai suoi amici, tutto si risolve. Il messaggio che mi lancia è questo, ed è stucchevolmente idealista fino a fare il giro e diventare pattume ideologico. E’ così esplicito da perdere qualsiasi significato. Mi sta bene che tu voglia dirmi che l’amicizia è un sentimento nobile e importante ma io so che il mondo è difficile, nel mondo reale non mi basta credere forte forte alle cose per farle avverare, cosa che tu nel tuo manga puoi fare senza sforzo con una matita. Ho bisogno di qualcosa in cui credere, di avere gli strumenti per poter dire che sì, l’amicizia vale veramente. In Naruto, ad esempio, la cosa è affrontata con maggior cura. Gli amici di Naruto non gli danno solo forza ma sono a volte la risposta con cui Naruto si differenzia dai nemici che in genere sono soli e abbandonati. Lui NON è solo e abbandonato, non più da quando ci sono loro, almeno. Nonostante anche Naruto abbia il dovere morale di proteggere le nuove generazioni e i suoi amici, non è solo un vessillo buttato lì, innalzato il quale tutto è concesso e permesso. Inoltre, per sopperire agli scontri più difficili, Naruto sperimenta nuove strategie e nuove tecniche. Contro Pain, pur non avendo chakra sufficiente, mette due copie a produrne in una maniera molto intelligente. Su suggerimento di Kakashi, poi, per velocizzare l’apprendimento sfrutta una tecnica vecchia in cui eccelle ponendola sotto una nuova prospettiva. In One Piece questo non avviene, Rufy tira fuori nuove tecniche dal cilindro alla bisogna, e quando è stato già sconfitto gli basta rialzarsi per finire lo scontro.

Comodo. Bello. Onesto, soprattutto.

No, vi precedo già, non venitemi a dire “eh ma è un manga, eh ma è un’opera di fantasia, per ragazzini” perché non è così. One Piece è estremamente maturo quando si parla di Flashback e di morti importanti nel passato, o di questioni politiche e ideologiche come per Alabasta e Skypiea, perché invece il protagonista non può avere una simile caratura morale ed etica? Non si può neanche dire che ci sia un processo di maturazione perché non è vero. Mentre Naruto migliora le proprie idee fino allo scontro finale, Rufy è identico dall’inizio alla fine, non è cambiato di una virgola. Ed è questo che mi snerva; mi stai dicendo che il mondo non ti cambia? Che le avversità non bastano a farti maturare da grezzo che eri, o addirittura a farti cambiare lato della barricata?

One Piece non è “per bambini” perché ci sono personaggi con le gambe tozze o esili, non è per bambini perché si parla di amicizia o buoni sentimenti, ma perché me li propone in salse stereotipate e infantili quasi come farebbe una favola della buonanotte.

Se la principessa è in pericolo basta un bacio del principe, se sei in una situazione complessa basta che aspetti e si risolve da sé. Wow!

Anche ad Impel Down si sviluppa una narrazione simile ma in qualche modo differente. Rufy è circondato da ex nemici che però si alleano almeno momentaneamente con lui in vista della battaglia. Posso capirlo, in realtà è interessante. Viene inoltre avvelenato da un veleno potentissimo che non lascia scampo ma viene salvato in extremis da un personaggio sbucato fuori dal nulla proprio per salvarlo. Gli inietta degli ormoni, non è sicuro che si salvi ma si salva, classico cliché stravisto. Anche qui l’autore mi sta comunicando che se sei una brava persona, poi anche gli altri si attivano per aiutarti e venirti incontro. Siamo sempre sul “meh” andante con questa stucchevole retorica Disney ormai iperabusata.

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Anche nella saga di Thriller Bark, pur essendo di ottima qualità generale, si abusa della pazienza del lettore. Viene detto che la ciurma potrebbe affrontare ben DUE membri della flotta dei sette. Incredibile, è l’organizzazione di pirati più forte al mondo, un’istituzione. Finora al massimo ne affrontavano uno per volta e ora se ne ritrovano ben due. Come escono dalla situazione? Il primo viene sconfitto con uno scontro niente male devo dire. Però, proprio come con Lucci, al secondo membro della flotta dei sette, tutti a terra sfiniti, la situazione si risolve praticamente con un deus ex machina.

Guarda caso quel Kuma è uno che non è proprio un cattivo.

Sempre guarda caso è uno che rispetta il rigore e la forza di Zoro.

Guarda casissimo, offre uno scambio privo di senso: unire il dolore e la fatica di Rufy a Zoro, già bello provato di suo. E se resiste, risparmia tutti. Ma perché? Non eri lì per la testa del capitano? Cosa dimostri così? E soprattutto, questa cosa avrà delle ripercussioni gravi?

NO. Zoro si mette due bende e torna più vispo di prima a fare le stesse cose.

Il problema, ragazzi, è che la sospensione di incredulità ha un limite oltre il quale non puoi più andare, e quel limite viene superato quando cerchi di fare lo spaccone. Mi metti i tuoi protagonisti in una situazione impossibile, contro nemici fortissimi, e me li fai uscire con un fulmine a ciel sereno che colpisce SOLO i nemici, per poi dirmi:

è la forza della narrazione, e tu devi adeguarti, biatch.

Questo vale per tutti: se devi uscirtene con un’idea stupida, banale o campata per aria, NON METTERE PROPRIO I PERSONAGGI IN QUELLA SITUAZIONE!

In Kenshin Samurai Vagabondo, ad esempio, viene detto che il protagonista utilizza delle tecniche troppo forti per un fisico gracile come il suo, e che continuando avrebbe perso gradualmente l’abilità nella spada. Succede nel finale, ma è un prezzo da pagare per aver abusato di un potere che non ti era concesso. In One Piece non c’è, almeno per ora, questa onestà nei riguardi del lettore.

Invece, One Piece diventa incredibilmente maturo e potente nella saga della supremazia, in cui per fortuna Rufy ha meno voce in capitolo. Qui finalmente abbiamo ciò che chiedevo e che Oda non voleva darci prima, la morte di un personaggio molto importante e nemici che contrappongono a Rufy idee e concetti che non può o non sa al momento affrontare. E’ eccezionale, gli viene sbattuta in faccia finalmente la sua impotenza e viene ridimensionato almeno un po’ da sbruffone che è.

La saga poi raggiunge vette inarrivabili con personaggi come Barbabianca e Barbanera e l’ultima grande morte del pirata. Tristezza, senso di impotenza e solitudine, questo è quello che ritengo un manga per adulti che tratta tematiche adulte con toni da adulti, e non il solito melenso stereotipo dell’eroe che si salva all’ultimo perché così ha deciso l’autore per far contenti i fan che poi frignano.

Ovviamente, Oda si smentisce quasi subito creando ad Hoc un personaggio mai visto né sentito che andrà a rimpiazzare Ace. Insomma, con una mano Oda ti dà, con l’altra ti toglie, dimostrandomi che un approccio completamente adulto qui non c’è e molto probabilmente non ci sarà più.

Vorrei concludere qui la prima parte della mia analisi per non appesantire troppo il discorso.

In sostanza, ritengo One Piece un bel manga e un’opera degna con alti e bassi almeno fino ai volumi della supremazia (gli altri li tratterò nella seconda parte). Preferirei che Rufy non ammazzasse ogni tentativo di dialogo e di crescita interiore, e che il pubblico non bollasse questo comportamento puerile sotto l’etichetta del “è un manga per ragazzi, può permetterselo“, perché quando parli di politica, di governo, di eserciti, di libertà e soprattutto vuoi dare maggiore enfasi ad alcuni sentimenti rispetto ad altri, non me li puoi svendere come migliori solo perché hai deciso che lo sono, e ti inventi qualsiasi tipo di sotterfugio per non essere mai contraddetto.

Allo stesso modo farei le medesime critiche ad un ipotetico antitetico di One Piece: la troppa libertà E’ un male, la troppo poca libertà è un male uguale. Un’opera con un protagonista che però ignora i problemi della realtà che rappresenta è un protagonista che smantella da sé tutti i propri buoni propositi.

Seconda Parte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Romanzo Onirico

La riflessione su questo articolo nasce da due libri che ho dovuto leggere ultimamente: Il proiezionista (Abe Kazushige), di cui ho parlato nell’articolo scorso, e Il quaderno Canguro (Abe Kobo), di cui non ho parlato approfonditamente, almeno per ora.

Come si può intuire dal titolo la mia riflessione è incentrata non tanto su questi due romanzi quanto sulla tipologia che li accomuna: il romanzo onirico. Con questo termine mi riferisco in particolar modo a quelle opere che rimangono volutamente o velatamente ambigue nei riguardi del narrato, non permettendo al lettore di cogliere quanto sia “mimeticamente vero” e quanto sia “mimeticamente falso”. Lo specifico con “mimeticamente” perché è da ingenui ritenere che un romanzo rappresenti la realtà, esso sarà sempre in qualche misura un’opinione, una punto di vista dello scrittore esplicitato attraverso le azioni e le parole dei personaggi che interagiscono. Eppure, anche così, un romanzo ha perfettamente senso: attraverso la mimesi e la riproduzione di realtà posso spacciare le mie opinioni per reali e, tramite romanzo, convincere le persone ad una visione del mondo, la mia. Favole e Fiabe, ad esempio, svolgono questo ruolo propedeutico in una certa misura: Cappuccetto Rosso ci spiega perché è inopportuno disobbedire agli adulti e uscire dalla stradina conosciuta, Il canto di Natale ci insegna che la cupidigia è male, La bella e la bestia che l’aspetto estetico è secondario, e così via. In realtà si potrebbe confutare ciascuna di queste storie con altrettante antitetiche: come faccio a maturare e vedere il mondo se non devio mai dalla stradina conosciuta? La cupidigia non è anche una forma mentis di chi si preoccupa del proprio e dell’altrui avvenire, e cerca di mettere da parte delle risorse per stare più tranquillo? L’estetica ha un suo valore, ci piace ciò che riteniamo bello e pensiamo che il bello sia anche buono. E’ un primo meccanismo di difesa che va integrato, non azzerato.

Insomma, le storie sono punti di vista sul mondo; per qualcuno intrattengono, per altri insegnano e formano ma in generale non sono la realtà, cercano solo di rappresentarla come possono.

Tra tutte queste narrazioni ve n’è una però, e qui torno ai due libri iniziali, che mi dà profondamente fastidio, ed è proprio quella onirica. Chiariamoci subito:

Il romanzo onirico ha degli indiscutibili vantaggi, non ultimo il poter parlare liberamente e fare satira politica senza toccare persone o faccende reali. Ha anche un grado molto alto di valorizzazione poetica. Difficile in effetti distinguere tra poesia e sogno, molto spesso uno rinforza gli elementi dell’altro per mezzo della retorica affabulatrice e da ciò ne conseguono frasi contorte ma bellissime o frasi incomprensibili su cui ci sforziamo di trovare significati. Ed è questo il primo punto che contesto:

Frasi contorte, ossimori, figure retoriche, sono “falle” del linguaggio che molto spesso sono rivalutate dalla letteratura. Prendiamo un esempio banale: “Ti amo così tanto che se potessi avere una stima vagamente accettabile di questo amore corrisponderebbe al massimo numero possibile”

Bella, vero? Me la sono appena inventata. Il fulcro è quel collegamento tra l’amore che provo, che è soggettivo e non quantificabile, con un numero, che è oggettivo e quantificabile, rappresentato attraverso il linguaggio. Il massimo numero possibile non è di fatto possibile, eppure la mente afferra immediatamente ciò che intendo: se esistesse un numero così alto da riempire l’universo, quella sarebbe la misura del suo amore che dunque è tantissimo. Eppure non ho fatto altro che dare un inghippo al mio lettore senza di fatto sforzarmi né provare nulla: non ho quel numero, non so a quanto corrisponda, non esisterà mai quel numero e nello scriverlo non ci ho messo né sentimento né impegno. Ma se non aveste letto queste righe immagino che la frase vi avrebbe colpito molto, almeno i più romantici fra voi. Allora vediamo, come si distingue una frase scritta con sentimento da una frase scritta per lucrarci sopra? Non si può, in genere, perché abbiamo solo lettere e parole scritte, siamo noi ad attribuire significati alle cose. Queste sono indipendenti una volta scritte, e non è più possibile scindere il bello dal brutto (che attenzione, non significa “grammaticale” o “convenzionale”) o il sensato dall’insensato.

Diciamo che in genere tollero a bassi dosaggi sfoggi di retorica simile nei dialoghi di un romanzo, perché mi danno l’impressione di volermi colpire senza effettivamente darmi nulla. Un esempio è Il ritratto di Dorian Gray che tutti idolatrano per le profonde riflessioni che fa, quando invece sfrutta una tecnica retorica molto simile:

La sigaretta è il tipo perfetto di piacere: è squisita e lascia insoddisfatti. Cosa volere di più?

Il giochetto è semplice, invertire il buon senso comune: il Piacere è squisito ma dovrebbe lasciare estasiati, soddisfatti, non di certo IN-soddisfatti. Ma dirlo così è una figura retorica, uno straniamento che colpisce, e che per questo rimane. Se esistesse un generatore automatico di frasi simili penso che potremmo tranquillamente raggiungere se non superare questo livello qualitativo. Il che ovviamente non è una regola, molte altre frasi sono condivisibili:

Oggigiorno conosciamo il prezzo di tutto e il valore di niente

E’ abbastanza diverso però: il prezzo è numerico e sporco, riguarda i soldi. Il valore riguarda l’etica e i buoni sentimenti, è pulito e scarseggia. Morale: oggi imperversa il denaro e non più i buoni sentimenti. Qui viene espresso un concetto condivisibile e lo si fa attraverso un giro di parole più belle, è accettabile in tal senso, a differenza della sigaretta.

Ebbene, il mio discorso va a parare proprio sulla difficoltà che si incontra nel cercare di differenziare frasi scritte “automaticamente”, semplicemente sfruttando un effetto straniante o sorpresa, e frasi più o meno veritiere. Di fatto non è veramente possibile, proprio perché siamo noi ad attribuire significati alle cose e a investirci sopra dei sentimenti. Io ad esempio non fumo, qualcun altro potrebbe trovare molto profonda quella frase, seppur costruita a tavolino.

Ma se Dorian Gray ancora ancora rimane coi piedi per terra, che dire allora di un romanzo intero costruito così?

Alice nel Paese delle Meraviglie, ad esempio, è molto onirico. Però si capisce fin da subito che siamo entrati in un altro mondo, e da quel mondo poi ci usciamo.

E se invece il romanzo non ti desse gli strumenti per capire se si tratta di un sogno o meno? Se rimanesse volutamente ambiguo? O se, al contrario, fosse completamente immerso nel sogno? Questo è il caso di cui parlavo inizialmente: Il proiezionista è un romanzo che non ti fa capire quanto sia “proiezione” e quanto sia reale. Ne ho già discusso e fondamentalmente non mi è piaciuto, perché non mi permette di capire quanto sia immaginato dal protagonista e quanto effettivamente egli abbia fatto nella sua vita.

Parlando di Abe Kobo invece si tocca un argomento non dissimile anche se molto più ragionato: il nonsense unito al sogno. Il protagonista del Quaderno Canguro ha dei germogli di daikon che gli crescono sulla gamba (?), finisce in un ambulatorio dove la cosa non è gestita con professionalità e il dottore vomita perché a pranzo aveva mangiato proprio daikon. Gli vengono consigliate terme sulfuree e finisce così all’inferno (?) dove dei bambini cantano una litania incomprensibile (?). Il protagonista viaggia su un letto d’ospedale mosso dal pensiero (?), incontra la madre morta che lo combatte (?) un’infermiera vampiro (?) per poi finire in un altro ospedale dove si tratta il tema dell’eutanasia, dei dolcetti preferiti, delle fotografie pornografiche che un padre fa alla figlia (???) e così via, in un crescendo di situazioni completamente nonsense.

Ho letto cosa scrive l’autore in proposito [1] e dice che vorrebbe un pubblico disposto a lasciare da parte la razionalità che usa tutti i giorni, vorrebbe un pubblico in grado di lasciarsi trasportare e soprattutto dice che per lui l’arte, la letteratura, non è scrivere con un preciso programma in testa ma anzi scrivere sulla base dell’ispirazione del momento. Specificherà anche che lui scrive solo se ispirato, quando la storia prende il sopravvento da sé e si scrive “da sola”.

Addirittura Abe Kobo lasciava un registratore sul comodino per annotarsi i sogni prima che se li dimenticasse, per poi usarli nelle proprie opere. Romantico, vero?

Eppure è qui che cominciano i miei problemi con lui. Se usi i tuoi sogni come storie, qual è la differenza sostanziale tra te e un generatore automatico di storie nonsense? Se tu scrivi, e lo ammetti tu stesso, senza riflettere su cosa tu stia scrivendo ma abbandonandoti completamente al caso, all’ispirazione del momento, se mi chiedi di abbandonare la mia razionalità, come posso io farmi un’idea di cosa tu sia e cosa abbia scritto?

Il romanzo onirico, in particolare quello di Kobo ora, mi chiede di essere letto senza spirito critico, senza fare analisi e recensioni (cosa che comunque si può fare entro certi limiti, ma senza poi cogliere un significato finale) e questo per me rappresenta un problema perché per capirti ho proprio bisogno della mia razionalità in primis.

E non riesco a trovare un metodo per distinguere cose scritte completamente a caso, o con le tecniche retoriche di prima, da cose artistiche e profonde, se non il mio gusto personale. Nel romanzo onirico qualsiasi cosa può, di fatto, essere scambiata per qualcosa di meraviglioso e profondo, se non mi fai tenere le basi per capire.

Allora è necessario che io crei da me delle linee guida per venirti incontro, perché è abbastanza ovvio che non posso giudicare un sogno come giudicherei un evento reale, giusto? Il sogno va trattato per quello che è, una bolla di sapone che esplode appena svegli, sempre che non lo si consideri premonitore in qualche maniera.

Il romanzo onirico non ammette critiche o analisi, perché puoi solo cercare di trovare tu significati nascosti, e quando non ce la fai perché troppo criptico (o scritto a caso) è un problema tuo, non suo. E’ un sogno, no?

Ecco allora la rivelazione: il romanzo onirico è come una persona speciale. Le sorridi, le batti una pacca sulla spalla e la incoraggi ma di fatto non la fai gareggiare coi campioni olimpionici quando occorre. Fai olimpiadi fatte apposta ma non lo accosti a niente e nessuno che non sia “speciale” quanto lui. Il romanzo onirico non può avere un voto realistico, se ne parla, se ne discute, ma in generale gli dai “accettabile” anziché 7+ o 8 e 1/2.

Dunque è così che ho deciso di trattare romanzi onirici come quello di Kobo e quello di Kazushige: non mi fanno capire quanto siano reali, quanto sia vero quello che dicono, mi chiedono addirittura di non valutarli, e allora non li valuto, perché hanno una categoria speciale tutta per loro. Nel mio caso però è ovvio che quella categoria speciale valga veramente poco, proprio perché è impossibile distinguere una buona retorica o sogni o cose scritte a caso da arte profonda. Così come accetto chi mi dice che il romanzo onirico sia fortemente espressivo, che distrugga gli stereotipi e sia libero dalle dinamiche del mondo proprio come un sogno. E vabbè, se parli di un mondo tuo a qualcuno potrà anche piacere, altri sono legittimati a dirti che quel mondo se non ha attinenza con questo e se non mi racconta una storia comprensibile non ha praticamente nessun valore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Gianluca Coci, Utopia, Sperimentalismo e rivoluzione nell’opera di Abe Kobo

 

 

 

 

 

 

 

L’ottica riduzionista

Pochi giorni fa ho pubblicato un articolo sulle finte alternative dicendo ad un certo punto che come argomento era collegato ad un altro; questo di cui parlerò ora.
La finta alternativa a vena polemica, tanto quanto, si può fronteggiare. Basta essere sinceri come ho proposto di fare io nel mio articolo, e nessuno potrà fare niente se non insultarti o dirti che sei uno sporco infedele che non la pensa come deve pensare (secondo altri, ricordiamolo).

Invece, questa è un’altra polemica che ricorre molto spesso in varie conversazioni. Forse si ripresenta più spesso con ambientalisti, animalisti, presunti antispecisti et similia, gente convinta di cambiare il mondo cambiando dieta o buttando le cicche negli appositi bidoni.

E’ l’ottica riduzionista.

<<Visto che si può non mangiare carne, perché la mangi?>>
<<Visto che si vive anche senza fumare, perché lo fai?>>
<<Visto che si vive anche senza sport estremi, perché farne?>>

Queste sono solo alcune di quelle domande millenarie con cui tutti, almeno una volta nella vita, dovremo fare i conti. Non necessariamente a livello polemico ma anche solo in forma di interrogazione personale sulla nostra identità. E la domanda è sensata: se posso evitare, perché non farlo?
La risposta che ho dato nell’altro articolo soddisfa già pienamente questa domanda: è sufficiente per me desiderarlo per farlo. Non si vive per far contenti gli altri ma per essere felici e far felici, in una situazione di negoziazione continua. Non si fa “tutto” ma ciò che conviene e che si dimostra essere innocuo per la società, o in qualche modo fruttuoso alla luce dei danni, come il fumo per qualcuno.
Io non sono felice ovviamente se qualcuno fuma come un turco e si danneggia i polmoni (o danneggia i miei col fumo passivo) ma il quieto vivere e il buon senso mi fanno capire che tutti quanti noi abbiamo oltre a tanti pregi anche tante virtù. Criminalizzare una delle precedenti significa non poterne usufruire io stesso, e giocare a fare i puri significa sostenere il peso del non eccedere mai ed essere impeccabile.
Perché se oggi andassi dal turco fumatore a dirgli di non farlo magari oggi mi fanno contento e creano una legge apposta per me ma il giorno dopo qualcuno farà una legge sul vietare i videogame o i manga, che invece mi piacciono tanto, perché a dire di qualcuno sono pericolosi. Ci sono ovviamente diversi gradi di pericolosità, e quello del fumo è accertato, ma per il mio discorso facciamo che siano tutti sullo stesso livello.
Quindi io potrei, volendo, creare problemi ad altri, ma poi altri creerebbero problemi a me. E’ molto più fruttuoso per me giocare ai miei videogame senza risultare pedante a chi vuole fumare per i fatti suoi e danneggiarsi, giacché poi lui lo potrebbe fare con me.
Tanto più che io stesso un giorno potrei averne bisogno. Le persone si rilassano fumando e ora come ora non ne ho bisogno, ma se dovessi un giorno perdere il lavoro, l’amore, gli amici? La sigaretta tanto odiata sarebbe a quel punto un mezzo in pi per evadere, per aiutarmi, per rilassarmi.
Per collegarmi al discorso dell’altra volta, qualcuno potrebbe obiettare dicendo

Se lo scopo è rilassarsi, perché non giocare ai videogame anziché fumare?

La risposta è sempre la stessa: perché mi va di fare le mie scelte, non le tue. Ma aggiungo una cosa in più: esistono molti altri parametri sulla base dei quali scegliere qualcosa. Il costo (i 70 euro di un gioco contro i pochi euro di una sigaretta), il tempo e le modalità di attivazione (entrambi di pochi secondi), oggetti correlati all’uso (una console di centinaia di euro contro un accendino di pochi euro) ed eventualmente il tempo di utilizzo (svariate ore di un gioco contro pochi minuti di una sigaretta).

Quindi l’equazione si fa di gran lunga più complessa. Nell’immaginario collettivo le cose vengono storpiate, i loro concetti ridotti all’osso,

SIGARETTA=MALE, GUGA!

mentre invece, come ogni cosa, è tutto rapportato alla soggettività del singolo. Certo che le sigarette fanno male (lungi da me sostenere il contrario) ma non è detto che per me questo nel rapporto pro/contro dato dalla situazione sia importante. Se ne fumo una, il rischio è ridotto e il rilassamento è quello che conta di più sul piatto della bilancia. Se sono un vecchio di 60 anni che fuma dai 40 il rischio comincia a farsi sentire, e il rilassamento forse non vale più il rischio.
Ma bisogna considerare anche altri elementi nel giudicare la cosa. Prendendo di nuovo l’esempio del signore senza più amici, amore, lavoro, che decide di sfondarsi di sigarette per sostenere la tensione, si potrebbe anche provare a farlo smettere. Ma se in mancanza delle prime, dovesse ricorrere invece all’alcool, o addirittura alla droga?

Una persona quindi non può essere giudicata sulla base di quel che fa singolarmente, magari nell’unica volta in cui la vediamo in simili atteggiamenti. Quella persona ha scelto ciò perché ha fatto i suoi calcoli di pro/contro e porta avanti la sua decisione, come noi prendiamo le nostre.

Vuol dire che non siamo più liberi di aiutare o di provare a migliorare gli altri?

No, è possibile farlo. Sempre tenendo a mente tutto ciò che ho scritto prima. E se in mancanza di quelle ricorresse ad altro, magari più pericoloso? Dobbiamo metterlo in conto anche noi nei nostri calcoli. E bisogna tenere a mente che “migliorare” segue una logica soggettiva. Chi decide chi è migliore e chi è peggiore? In base a quali azioni, quali parole?
Un buon samaritano che aiuta gli altri ma che smadonna come Mosconi e che fuma come un turco, vale tanto o vale poco?
Una persona che si batte per i diritti dei più deboli ma che ogni tanto butta una cicca per terra o sputa, vale tanto o vale poco?
Le persone sono tutte così, sono sfaccettate, sono complesse. A volte nella loro vita fanno cose per noi meritevoli, altre volte no. Non ha senso colpirle laddove sono più deboli per ferirle o per giudicarle, quando hanno tutti anche momenti positivi. E questo vale anche per noi, perché non facciamo cose buone o cattive, facciamo cose, e basta. Cose che ci fanno felici, o che fanno felici le persone che amiamo e di cui ci importa.

D’accordo, ammettiamo che sia così per le cose come il fumo. Ma allora basta fare questo discorso ad un livello superiore, ad esempio con le droghe. Perché assumerne se si può evitare?

Il discorso “si può evitare” fila solo se l’altro è d’accordo, o se c’è un sistema di valori cui attenersi per propria scelta (ho fatto voto di non bere, non bevo, sì che posso e devo evitare) ma non funziona se la persona in questione ha dei motivi.
L’assunzione delle droghe è sempre correlata ad un disagio sociale e/o familiare. Io ci andrei piano con i giudizi anche verso queste persone. L’assunzione di qualcosa di più dannoso non indica automaticamente una persona più frivola, è anzi indice di un problema maggiore. Per cui a questa domanda io non potrei rispondere in bianco e nero, si dovrebbe valutare caso per caso, singolarmente, e si dovrebbero come sempre calcolare pro/contro prima di dire ad un’altra persona cosa fare della propria vita.

Esiste un argomento a margine che è quello

Sia chi fuma, sia chi fa uso di droghe, in qualche modo grava sul sistema sanitario pagato con le mie tasse. Dunque è un danno alla collettività. E dato che come dici tu ciò che la danneggia va eliminato, ha senso farlo con droghe e fumo.

Legittimo pensarlo. Però come facevo notare con la falsa alternativa, è pericoloso mettere dei paletti “non si fa”, “non si dice”, “non si deve” perché pone le basi in essere per una società pericolosa, in un secondo momento, per tutti. Tu che ora ti lamenti di chi grava sul sistema sanitario nazionale, sei assolutamente sicuro e certo di poter garantire che tu non graverai mai? Che non sarai mai un alcolizzato, un drogato, un violento, ecc?
Certo che sul momento tutti risponderebbero “assolutamente!” salvo poi dopo una decina di anni, di fronte ad un lavoro perso o a un amore finito, ricredersi completamente. Per cui io sostengo che debba esserci sempre un margine di errore per tutti, possibilmente non criminalizzabile e non perseguibile. Nessuno può sapere cosa faremo e come saremo fra una decina d’anni, è possibile che in quanto paralitici saremo tutti un peso per la società. Ciononostante anche chi è un peso ha pur sempre amici, parenti e sostenitori, è sempre in qualche modo un simbolo (come Welby, ad esempio) e dunque anche chi grava sugli altri ha una certa forma di potere sulle masse (ci sono manipolazioni emotive varie, ma il mio discorso è chiaro).
Quindi sebbene il mio discorso verta sulla società e il mio criterio per rendere illegale qualcosa siano i danni alla stessa (ad esempio pedofili e stupratori) va anche messo in conto chi è legato al “peso”, ideologicamente, emotivamente. Non è mai un calcolo semplice così come viene posto, fumi=mi crei danno. Non solo, si deve anche tener conto del numero. Assumendo che mangiare carne sia poco etico (tutto da dimostrare a dir la verità, e ora spiego perché) bisogna anche tener conto delle persone che lo fanno. In una società composta al 90% da persone “poco etiche” sono loro che sbagliano o forse sono io che ho un pensiero distorto su un dato argomento? E’ certamente possibile che io sia un novello Galileo, assolutamente. Ma allora, solo perché nella storia sono esistiti i Galilei e i rivoluzionari vari, tutte le cazzate presto o tardi diventeranno rivoluzioni?

Tornando al discorso di cui sopra, chi combatte ad esempio contro i medici obiettori, fa uso in qualche modo dei casi di malasanità che hanno visto donne partorire abbandonate a loro stesse. Chi combatte la droga ha bisogno di casi empirici di persone rovinate dalle stesse. Chi combatte il fumo stessa cosa. Si mostrano gli effetti di qualcosa per invitare gli altri a non incorrere negli stessi errori. Quindi in questi casi anche chi viene criticato ha un uso particolare che torna utile agli stessi detrattori. Dunque l’equazione potrebbe già diventare fumi=crei danno a me e a te + mostro una tua foto a gente per non farla fumare=salvo 10 persone delle quali solo una fumerà, useremo sue foto per salvarne altre 8, e così via.
Insisto sui calcoli per dimostrare che non esiste mai, neanche nella concezione più astratta, una valutazione umana veramente efficiente che rappresenti la realtà. Si deve integrare con più variabili possibili che ovviamente sfalsano i nostri risultati, e che rendono il mondo, che prima per noi era bianco e nero, un unico grigio.

Tornando al discorso precedente, non possiamo sapere ora chi graverà sul sistema, ed è ingiusto prendersela con chi, per natura o sfortuna, è incappato in droghe, alcol o armi. La vita è difficile, e qualcuno a volte sceglie la via più facile per uscirne.

Le alternative di chi sta male sono poche, il suicidio, ed è sempre un dolore per la comunità, o l’omicidio, perché se non hai più niente da difendere non te ne frega nulla degli altri, e al dolore non si parla, con il dolore non si ragiona. Non c’è buonismo o giudizio che tenga.

In tal senso è dovere della società reintrodurre chi sbaglia e non solo, nei limiti del possibile aiutarlo, amarlo e fargli capire come evitare. Ma queste persone non hanno sbagliato perché faceva comodo, lo hanno fatto per cause di forza maggiore, oberate dal peso della vita che spesso con alcuni si rivela ingiusta. Sono prodotti della società, della cattiveria intrinseca dell’uomo. Non si può parlare di società utopiche senza prima dover affrontare i prodotti di quel che c’è ora, che pure esiste e merita aiuto.
Per cui se prima ho risposto “occhio, che a togliergli la sigaretta potrebbe passare alle droghe” ora risponderei “occhio, che a togliergli le droghe potrebbe suicidarsi o uccidere”.

Sono problemi sociali complessi, lungi da me dare risposte univoche, ma credo che evitare giudizi, evitare stigma sociale, evitare di additare azioni o comportamenti e bollarli come “male” senza farci un ragionamento di questo tipo sopra sia un aiuto non da poco per chi affronta queste situazioni. Ora tocca a loro, e li aiutiamo anche se gravano, ma questo vale per tutti. Se domani qualcuno avrà bisogno sarà aiutato, anche se grava sugli altri. E’ questo il significato di collettività, aiutarsi a vicenda e non solo creare una società di esseri perfetti che non fumano, non bevono e vivono per il lavoro senza neanche fermarsi un attimo a godere dei piccoli piaceri della vita.

D’accordo. Questi casi sono i più “pesanti”, quelli che si fanno sentire maggiormente. Ma nel caso di cose veramente frivole come la carne, che causano la morte di altri esseri senzienti?

Questo è il fine ultimo che ho dato al mio blog, parlare delle minuzie. O meglio, argomentare con i dettagli, ma anche parlare delle minuzie. Questo è un argomento che si ripropone spesso nelle discussioni, specie con vegani e affini.

La carne non è dannosa come il fumo, anche se qualcuno vorrebbe spacciarle come cose identiche per un maggior impatto emotivo. La carne effettivamente è facilmente attaccabile, così come la caccia, le pellicce, la cosmesi (di cui parlerò più avanti) perché può essere evitata.

Per rispondere a quest’altro quesito, oltre a indicare l’articolo a inizio pagina che ho suggerito sulle alternative, rimando a quello sulla felicità per riassumere alcuni concetti.

Successivamente è da mettere in discussione il concetto “evitare”.
Il fatto che si possa, non vuol dire che si debba.
Una persona fa quel che fa perché lo desidera, o perché lo sente. Se una persona non mangia carne è da supporre che stia male nel farlo, o che per etica voglia evitarla. Ma una persona che non ha lo stesso tipo di sensibilità verso la vita animale, e ha un punto di vista diverso sull’equiparare quella umana a quella animale, non ha alcun motivo per non mangiarla.
E’ etica tua, non mia, risponderei. Tanto basta. Fosse anche solo per gusto, sarebbe per me un ottimo motivo per gustarmela. Come nel caso del fumo abbiamo pro e contro dove si inserisce anche la materia etica e nel nostro bilancio dobbiamo far quadrare tutto. Ma mentre per il veg alla voce etica si legge vale tantissimo, per altri si legge vale relativamente. Il gusto invece vale molto di più. Quindi anche qui abbiamo persone che fanno cose sulla base della loro soggettività. E evitarlo ha senso se c’è un ritorno pratico o emotivo. Nel vegano c’è, negli altri evidentemente no. A tal proposito linko uno degli articoli più belli (secondo me) del mio blogger preferito e insegnante spirituale sul mangiar carne. Come dice lui nei commenti, è possibile che un artista faccia a meno di un colore per disegnare. Ma questo non lo rende migliore, non rende la sua arte la più bella, è semplicemente arte con un colore in meno. E se io invece gioisco nell’usare quel colore lo farò, e non mi interesserà dell’artista che riesce anche senza. Buon pro gli faccia, io continuerò sulla mia strada.

Risposto questo, se il vegano di turno è intelligente capirà che c’è una divergenza di opinioni e che l’etica non è criticabile. Se invece si rivela essere un estremista, risponderà le solite baggianate a base di pedofili, stupratori e qualcuno anche sulle lotte fra cani.
Ebbene sì, per queste persone mangiare carne è paragonabile allo stupro, all’assassinio e alle lotte gladiatorie tra polli e cani fatte solo per piacere. Si dimenticano però di dire che c’è una massa critica di persone che mangia carne, mentre non c’è una massa critica di mafiosi che rivendica il diritto a far lottare i cani. Insomma, ciò che vuole la gente ha un peso non indifferente su ciò che è etico e ciò che è giusto e mi spiace se tu paragoni una persona ad un animale (con uno stringi un patto sociale, con l’altro al massimo di sudditanza e reciproco sfruttamento) dunque non mi interessa se facendo qualcosa ti ritieni superiore o più etico, finché non rappresenterai almeno il 90% della popolazione per me non ti devi imporre. Ma a dirla tutta non dovresti importi neanche in quel caso, perché altrimenti ora saremmo giustificati a discriminare i vegani, che rappresentano solo lo 0,02% della popolazione Italiana. Una società intelligente permette a tutti di godere della propria etica e dei propri bisogni, al vegano, al melariano, al carnivoro di turno. E se qualcuno grava sul sistema sanitario, vedasi discorso di prima.

Per approfondire ciò che dicevo prima, ha senso il mio discorso sulla maggioranza in quanto una persona può dichiararsi retta moralmente quanto le pare, e definire tutti gli altri un ammasso di idioti. Rimane il fatto che sei da solo, o sei in una cerchia ristretta di persone che la vedono come te, quindi purtroppo sei tu a doverti adeguare. Per te la vita animale è sacra? Molto bene, suppongo tu stia scrivendo da un pc di legno in mezzo alla savana. Però amico mio, devi fare i conti con la “normalità” degli altri.

Quindi la normalità la crea la maggioranza?

Qui siamo ad un punto focale del mio discorso. La mia risposta in tal caso è sì. Un’idea non è una cosa che esiste nel mondo ma solo una rappresentazione concettuale di un essere intelligente come l’uomo che è sfalsata dai suoi sensi, dalla sua memoria, dal suo linguaggio, dalla sua capacità critica e così via. Noi non ci interfacciamo con LA VERITA’ ma solo con rappresentazioni soggettive condivise presso culture e società. La stessa idea di giustizia, che in natura non ha alcun senso, ha comunque valori diversi a seconda del contesto storico, geografico e politico.
Per questo, e con cognizione di causa, mi risulterebbe risibile e financo arrogante chiunque avesse il coraggio di venirmi a dire che non si uccide perché la vita è sacra, loro sono bbbuoni, teneroni e se lo facessero attè no.
Non esiste nel mondo. Questo è un modo di vedere le cose determinato da un sentire particolare, che deriva da un essere o da un esperire. Cos’è, i nostri nonni che tiravano il collo alle galline erano brutti bastardi senza cuore? No, c’erano valori diversi, e la vita animale non era ai primi posti. Il che non vuol dire che oggi non se ne debba tener conto. Ma che a prescindere dal discorso storico, permangono parametri etici, spirituali, geografici, d’uso e così via. Voler appiattire tutti gli altri su un solo tipo di etica, su un solo modo di vedere la cosa è altamente pericoloso e non serve che io spieghi perché.
Questo discorso che loro fanno con gli animali io potrei farlo a loro con qualunque altra cosa esistente usando la loro logica.

<<Perché leggi libri o usi mobili in legno? Lo sai che gli alberi ci danno ossigeno? Smetti di leggere>>
<<Perché vivi in società? Gli appartamenti sono derattizzati e deblattizzati, si produce inquinamento che a sua volta uccide vite animali e si usano medicine testate.>>
<<Perché usi tecnologia? La tecnologia sfrutta coltan, un minerale estratto a seguito della deforestazione e del massacro di gorilla congolesi. Inoltre è pure testata.>>
<<Perché hai un tatuaggio? Lo sai che tutte le chine esistenti, anche quelle farlocche cruelty free, sono testate su animale?>>
<<Perché stai salvando il tuo animale con tecniche veterinarie affinate grazie alla
sperimentazione animale o farmaci da essa derivati? Deve morire, è la natura.>>
<<Perché usi una macchina inquinante che usa idrocarburi ottenuti da carcasse di altri animali? Vai in bici>>

Insomma, potrei continuare all’infinito. Quindi il discorso “è tutto un piacere inutile” vale finché è qualcosa che non li tocca da vicino. Quando fai notare loro che tecnicamente tutta la società si basa su piaceri evitabili a rigor di logica non riescono a far altro che ad arrampicarsi sugli specchi.
Mi è stato spesso risposto, da animalisti estremisti, <<Perché il pc lo uso per lavorare!>>
Ma grazie! Allora, secondo la tua stessa logica, trovati un altro lavoro! Cos’è, per comodità la tua etica viene meno e ti permetti di massacrare innocenti solo per questo?
Un altro genio mi ha risposto <<La macchina la uso per andare a lavoro!>>
Stesso discorso amico mio! Trovatene uno più vicino o vai sempre in bicicletta! Hai già dimenticato che stiamo mettendo al bando le frivolezze? Vale per tutti, quindi anche per la tua comodità nel non dover andare in bici e farti i chilometri alle sei di mattina. Pedala, pedala.

E vengono a dire a noi che la carne è frivola, e che la mangiamo solo per la comodità di non dover cambiare dieta. Riesco a comunicare quanto sia ridicola questa idea basata su assunti totalmente arbritrari e liberticidi? E sia ben chiaro, non sto ridendo di chi vuole fare qualcosa e sentirsi utile. Ben venga.
Quel che non può fare è venirmi a dire che è migliore di me, che fa di più, che sono peggio di lui e altre scemenze totalmente arbitrarie, perché poi scatta il meccanismo “ora ti epuro io su altri argomenti”

Perché il discorso è “evitabile” lo fai a te stesso, non ad altri. Per altri non è evitabile la gastronomia, o un bel pc sicuro con cui lavorare, o un bel tatuaggio per sentirsi più belli.
E così si chiude a cerchio il discorso <<ma perché invece di … non fai…?>>
Ecco spiegato. Al bando l’ipocrisia, giacché ogni cosa in questa società è criticabile, pure vivere, se qualcuno avesse particolarmente a cuore i batteri che sterminiamo in un numero superiore a chissà quanti olocausti messi insieme. E che dire dei legami presenti nella materia che disgreghiamo senza pietà ogniqualvolta compiamo un singolo movimento? Che dire degli atomi, che ci donano tutto con generosità, che noi spezzettiamo in materia infima? E’ ora di dire basta, l’uomo deve estinguersi.
Ecco, se qualcuno pensa che io stia esagerando provi a ricordarsi che esistono i melariani, i respiriani e i giainisti.  ( da cui cito “Ahimsa o il non recare danno alla vita: non danneggiare tutti i tipi di vita, umana, animale o qualsiasi altro essere che abita corpi viventi. I santi giainisti scoprirono che inalando distruggono la vita degli organismi che si trovano nell’aria. Essi filtrano quell’aria tramite un pezzo di stoffa. Naturalmente i laici lo troverebbero difficile, e ne sono esentati. Questo atteggiamento è basato sull’idea della potenziale uguaglianza di tutte le anime. La non-violenza deve essere praticata nelle azioni e nelle parole“)

Dunque sì, la maggioranza fa eccome la “normalità”, che altro non è che una rappresentazione astratta di qualcosa di indefinito a sua volta, ma che ci consente di regolarci un minimo.

Non ultimo però, esiste un discorso legato a quest’ottica riduzionista che è pericoloso oltremodo, e si lega anche al discorso vegano sì/vegano no su cui secondo me, una volta demolita l’ipocrisia esterna, ha senso interrogarsi almeno una volta nella vita:

1) I vegetariani non mangiano carne
2) Visto che si può, i vegani non mangiano carne, uova, latte e derivati animali
3) Visto che si può, i fruttariani mangiano solo frutta
4) Visto che si può, i crudisti mangian solo crudo
5) Visto che si può, i melariani mangiano solo mele
6) Visto che si può (almeno per brevi periodi) i respiriani non mangiano NULLA
E in work in progress c’è l’autoestinzionista, visto che si può, perché non uccidersi?

Tutte le declinazioni vegano-estremiste, sono una prova effettiva di quanto dico. Ad avallare il discorso “si può, allora si fa”, semplicemente sarebbe l’estinzione. E prima si andrebbe ad intaccare i piaceri altrui, “evitabili” ovviamente, per poi finire gradualmente con il proprio malessere e il totale non-senso legato alla propria esistenza.
Io rispetto al massimo chi vive una vita cercando di non fare del male e senza imporsi agli altri. Lo incoraggio e lo aiuto pure se vuole.
Ma questo non deve diventare un discorso valido per tutti perché poi appunto dovremmo decidere se salvare gli animali, il pianeta, o noi stessi.
Un discorso eccessivamente pericoloso. Io non vivo per far contenta madre natura, non vivo per far contente delle bestie, non vivo per gli altri. Vivo in primis per me stesso, la mia autonomia vitale, sentimentale e psichica dipende da me. Poi vengono per me tutte le persone a me care, da cui dipendono le cose sopracitate in misura leggermente minore. Poi, secondo coscienza, per me può venire il kebabbaro da cui passo le giornate, il barbone che mi sorride quando gli elargisco qualcosa, il fumettaro di fiducia, la vacca, il bue e l’asinello.
Ma a deciderlo sono IO, non altri secondo la loro coscienza.

Quindi, visto che si può, perché no?
Perché decido io quando sì e quando no, non tu!
Io mi sono fatto un bilancio e a vivere da melariano, o anche solo da vegetariano, starei male. Non necessariamente fisicamente, ma emotivamente e psicologicamente. Ben venga se una persona vuole provare le gioie del respirianesimo, ma ben si guardi dall’impormele, perché poi subirebbe la mia reazione.

E’ un’arma a doppio taglio il “si può, allora si deve” perché per essere inattaccabili come facevo notare prima si dovrebbe vivere sugli alberi (a dire il vero non basterebbe manco quello perché vivere su un albero toglie la possibilità ad uccelli di fare il nido).

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Volete questo? No, vero? 😦

 

 

La natura stessa, a partire dalla creazione dell’omeostasi, e della capacità della cellula di nutrirsi dell’esterno per mantenere l’interno dimostra che c’è un equilibrio puramente egoista a gestire il tutto.
Ma questo ovviamente non vuol dire che siccome le mie cellule sono egoiste, da domani andrò ad accoltellare chi mi capita. E’ una mera presa di coscienza, banale e financo onesta: non posso essere a impatto zero, non posso essere etico per tutti, la mia vita grava in qualche modo a qualcuno o qualcosa su questa terra. Dovrei non esistere per essere veramente inattaccabile. Un esempio chiaro della pericolosità di questo atteggiamento nichilista ce lo danno i vegani estremisti. E dunque si decide cosa sì e cosa no sempre secondo coscienza, appurato che non sia un danno per tutti, che non abbia pro e che a volerlo non sia una cospicua maggioranza. Queste precisazioni nel caso della carne sono tutte invalidate.

Siccome questo discorso è importante, lo approfondirò più avanti con altre considerazioni sull’arbitrarietà della cosa, perché so benissimo che loro spesso rispondono “salvare poche vite ha comunque più valore che non salvarne nessuna, come fai tu”. Per ora proseguo con il mio discorso, ma dedicherò altri articoli alla questione, perché è interessante non solo per rispondere alla loro arroganza ma anche per noi stessi, per capirci e per essere sinceri con noi stessi.

Tornando al discorso nichilista perché avere di più se si può evitare e magari salvare il mondo o qualche vita, basato più che altro sull’etica, rispondo che va preso in considerazione un aspetto forse crudo, ma umano il più possibile.

E se a me non importasse nulla di una bestia che passa le sue giornate a rotolarsi nel fango, che magari non sa neanche di esistere?

Se anche io mi privassi della sua carne, lui saprebbe di me? Saprebbe dei miei sacrifici?
Molto probabilmente no. E anzi, continuerebbe a vivere la sua vita per poi terminarla in natura azzannato vivo da qualche predatore.
Quindi in sostanza, io che ho autocoscienza e intelligenza secondo gli animalisti/vegani posso scegliere (devo scegliere, secondo loro) di astenermi dalla carne ma a conti fatti la sorte di quell’animale non sarebbe troppo diversa. Sarebbe pure peggio.
Un conto è finire mangiati vivi, o stroncati in modo violento come avviene in natura, un altro conto è uccidere un animale con tutte le tecniche di stordimento oggi in vigore come la pistola captiva. Morire incoscienti è sempre morire, ma è nettamente meglio che morire coscienti, e sfido chiunque a dirmi il contrario.
Sento già gli animi dei fondamentalisti che si incazzano:

EH MA ALLORA SE E’ TANTO BELLO PERCHE’ NON TI FAI METTERE UN CHIODO IN TESTA COME ALLOROH??!’!??!

Semplice, perché la mia vita voglio viverla al massimo, godendomi tutto ciò che ancora ha da offrirmi. Ma ribadisco che, se mi venisse data la scelta, alla fine della mia vita, di poter decidere se morire di infarto, di tumore, di solitudine e di tutte le altre cose orrende che può soffrire un uomo cosciente prima di morire, opterei sicuramente per una eutanasia tranquilla, veloce e indolore. Ma senza pensarci.
Quindi è vero, strappiamo agli animali la loro vita, su questo non discuto.
Lo facciamo per un piacere di gola (non solo a dire il vero, ma approfondirò poi se no diventa troppo lungo qui)

Però lo facciamo con più umanità possibile. Uccidiamo, ma uccidiamo nel migliore dei modi. Lo ribadisco perché molti sembrano invece dimenticarselo. C’è una bella differenza tra le varie morti, vi invito a guardare questo video per capire meglio cosa intendo.
E mi state dicendo che questa morte è preferibile a quella nei mattatoi? Scusate, ma qui se c’è qualcuno che pecca di ipocrisia non è chi mangia carne ma chi si arrampica sui vetri dell’etica da due soldi.

Chi dice che l’uomo non deve mangiare carne ma altri animali possono, sta avallando questa violenza, evitabile da noi. Non solo, sta dicendo che io, suo simile più complesso di una bestia, e che un giorno potrei tornargli utile, non merito un piacere di gola secondo lui.
Questa anche è una presa di posizione molto egoista. Mi sta bene che tu voglia salvare vite, ma stai quindi dicendo che la vita di un essere meno complesso vale più del mio palato di essere complesso, con cui tu stringi un patto sociale. Sono io umano che ti curo se stai male, sono io che insegno ai tuoi figli, sono sempre io che uso la forza per proteggerti dai ladri, non la bestia che salvi. E sulla base di questo non mi concedi neanche il piacere che chiedo, e che merito? Per me è intollerabile. E giacché mi imponi con la forza il tuo punto di vista io non lo rispetterò, e farò come mi aggrada. Io devo rispettare la tua incolumità, non quella dei tuoi dei o dei tuoi animali divinizzati. Perché tu fai parte della società come mio pari, loro no, e anche questo va messo in conto. Tu non possiedi gli animali della terra, sono risorse come l’acqua o il vento anche se senzienti, e posso usarli per coprirmi, al circo, per cacciare, per mangiare, per soddisfare i miei bisogni di essere complesso con tutto ciò che posso ricavarne. E danneggerei al massimo la tua etica, non la tua incolumità né la società umana, quindi è totalmente fattibile senza alcun danno per noi.

Aggiungo altre considerazioni. La posizione secondo la quale l’uomo è più intelligente e dunque possibilitato a privarsi è sbagliata secondo me proprio perché l’uomo essendo più intelligente ha più bisogni, non di meno.
Per fare un esempio banale, la significazione. I significati che attribuisce alle sue cose.
L’orologio del nonno non costa solo il suo effettivo valore, ha un prezzo affettivo incalcolabile.
Gli amici non sono solo compagni di vita, sono ricordi, vacanze, giochi insieme, scherzi, felicità.
La moglie non è solo prole e dovere coniugale, è un mondo di significati, gioie, amori, dolori.

Certo che potremmo privare l’uomo di qualsiasi cosa, esclusi cibo e acqua, ma che vita sarebbe poi? Sarebbe una gabbia cerebrale, proprio perché essendo più intelligenti abbiamo bisogno di più cose, non di meno. E la privazione la senti come un chiodo in testa per tutta la vita. Un po’ come quando aspetti babbo natale, o un giorno speciale, o un voto del professore. L’attesa è una forma di dolore psicologico dovuta al grado di incertezza che abbiamo sul mondo. Non sapere un risultato è pure peggio che sapere di aver preso 17 perché l’uomo ha una capacità mentale superiore, e ad essa sono legati anche tutti gli svantaggi correlati.
Ci vorrebbe più accettazione di sé stessi e meno benaltrismo, dovremmo tutti capire che l’uomo non è un angelo mancato, idealisticamente buono e puro, santo e caro, ma solo un animale un po’ più intelligente degli altri. Ha il raziocinio non per offrirlo alla terra, ha una vita non per offrirla agli altri ma per viverla spendendola come gli pare. E se credi che esista Gesù dall’altra parte, buon per te, ma io farò come mi aggrada di qua. Buon per te, amico caro, se credi che rinascerò sotto forma di verme ed espierò le mie colpe per aver mangiato i tuoi amici animali, io farò comunque ciò che sento.
Anche perché a usare questi argomenti ti ritroveresti a fare il santo martire buono e puro, ma poi avresti sempre davanti il più puro che ti epura. Ti si mette davanti il respiriano nudo anarchico e autodisfattista che reputa non etico pure il riprodursi e che gli dici? Nulla. Ora doni tutto in beneficenza, e non avrai figli, perché i figli hanno un impatto sul pianeta e sono un egoismo della specie (egoismo del singolo no ma egoismo della specie sì? Suvvia), perché hai posto le basi in essere per questo sistema di cose. Hai trovato quello che per vivere ha bisogno di meno di niente, ora t’aggiusti a ‘sto sistema e ti adatti tu a lui, non lui a te.

Vivere dunque non è solo fare cose buone (secondo chi poi?) e pure, utili, belle, dolci, care ma è in primo luogo trovarvi un senso. E un senso per vivere non te lo danno gli altri, lo trovi tu stesso definendo chi sei e cosa vuoi, facendo quel che piace a te, non quel che piace agli altri. Altrimenti la tua vita potenzialmente non avrebbe alcun significato. Sei il riflesso di altri, privo di identità, è come se fossi un doppione.
Non ultimo, non esiste una cosa che sia “eticamente accettabile” e una che non lo sia sempre ed in ogni momento. Esiste solo un rapporto di benefici/svantaggi che vanno di volta in volta presi in considerazione. Prima facevo l’esempio del respiriano esagerando ovviamente, ma non è un esempio così campato per aria. Infatti basta pensare ai melariani, ai fruttariani, o ai vegani che vivono senza carne e senza prodotti animali, uno (a loro dire) più etico dell’altro. Un fondamento di ragione ce l’hanno, mangiare carne è evitabile. Ebbene? Dopo che è evitabile, per quale motivo lo si dovrebbe evitare?
<<Perché lo dico io. Perché mi spiace che gli animali vengano uccisi.>>
<<Eh, a me no, e quindi? >>
Anche l’altro esempio, che ho portato dal “movimento volontario per l’estinzione umana” ha dalla sua un criterio che si appella comunque in qualche modo alla salvezza, solo che è il totale azzeramento dell’uomo a favore del…mondo…natura, boh? Ma dobbiamo estinguerci per far un piacere ai sassi? Ai lombrichi? Ha senso questo discorso?
Se dovessi scegliere tra essere un ipocrita e dire che con qualche piccolo sacrificio salvo il mmmmondo e ammettere che nel mio piccolo sono limitato, e qualsiasi cosa faccia in qualche modo faccio danno a qualcuno o a qualcosa, scelgo la seconda. Perché sarò anche stronzo, sarò anche egoista, ma quelle frivolezze sono la mia vita, e me la rendono degna di essere vissuta. Ma siccome non esiste una persona sola al mondo che sia esente da questa fallacia logica (basta vivere per essere incoerenti con questo sistema di pensiero riduttivo e nichilista) che senso ha appellarvisi? Ok, ora mi fai notare che sbaglio io (poi è da vedere, ma diamola buona). La prossima volta ti faccio notare che sbagli tu, con uno dei mille esempi che ho fatto sopra. E cosa è cambiato? Niente, ci scanniamo a vicenda ma siamo due entità organiche egoiste, ognuno sui propri argomenti preferiti, che in qualche modo depauperano, consumano, se ne fregano. Questa logica avrebbe senso solo se a dirla fosse un essere immune ad ogni critica. Voi rispettereste il parroco che dice di non fare peccato e poi è il primo a compierne? No, perché dice agli altri di non far quel che lui in primis fa e dunque demolisce da sé la sua ideologia. Anche quando si fa notare ai vegani che comunque uccidono altre forme di vita, o insetti e piante, il discorso è sensato. Perché si dimostra loro che non rispettano la vita in toto, la rispettano solo di quegli animali che a loro conviene rispettare, perché più teneroni o coccolosi. E ti vengono a dire che se mangi carne sei meno etico di loro, quando magari fanno uso di medicine testate, tatuaggi testati, palmari con coltan, e così via. Se anche salvassero 10 animali all’anno, ne ammazzerebbero comunque sotto altre forme. E vengono però a dire agli altri di non fare X perché a loro non piace. Comodo così. E lo subiscono a loro volta, da quelli più estremisti di loro. E i vegani rimbeccati cosa rispondono? Le stesse cose che a loro rispondono gli onnivori, solo ad un gradino più basso.
<<Per me conta che sia buono>>
<<Per me conta che possa provar dolore, quindi non uccido gli animali>>
<<Per me conta che sia vita, quindi non uccido neanche le piante>>
<<Per me conta tutto, quindi mi estinguo>>

E quindi niente, o si lascia spazio alle frivolezze di tutti o è la guerra, o l’estinzione. Nessun argomento è immune alla critica di utilità o di coerenza. Tu mi impedisci di mangiare carne o di avere figli? Io ti impedisco di usare un pc creato grazie al lavoro minorile, l’uso di una casa inquinante e l’uso della macchina. E ora come la mettiamo? Che ci siamo feriti a vicenda, e non è cambiato nulla. Abbiamo di meno tutti e due e viviamo peggio. Oh, magari ci sentiremo etici a palla, però siam sempre nel fango a darci le pacche sulla spalla.

Siccome questo argomento poi si ramifica in più punti e non voglio appesantirlo troppo, lo aggiornerò poco per volta con altri articoli, come il prossimo già in cantiere:

Gli animali e la società. 
Il minore impatto possibile
La carne è solo un piacere di gola? (in cantiere)

 

 

La fallacia logica della “finta alternativa”

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Nel proporre alternative siamo neutri, o una parte di noi influenza gli altri nella scelta?

 

Dopo aver discusso di oggettivi, assoluti e dio, la scelta di questo argomento potrebbe risultare spiazzante. Chi ha mai sentito questa fallacia logica? Esiste sui manuali?
In realtà no, non l’ho mai trovata (o forse esiste sotto altro nome) ma ho notato che nelle discussioni a vena polemica si ripresenta molto ma molto frequentemente.
Faccio alcuni esempi e poi proverò a spiegare la mia posizione:

“Ma perché metti la gonna anziché i pantaloni?”
“Perché i gay devono ricorrere alla fecondazione assistita se possono adottare?”
“Perché leggere un libro distillato se esistono libri già piccoli?”
“Perché mangiare carne quando puoi evitare?”
“Perché occuparsi dei canili se esistono bisognosi umani?”
“Perché leggere quando puoi guardare il film?”
“Perché guardarsi la serie se esiste il libro?”

Ovviamente ad un primo sguardo queste appaiono soltanto domande innocenti. E non nego che se una persona è mossa solo dalla voglia di conoscere, chiedere è un dovere civile. Non mi riferisco a queste persone. Mi riferisco invece a quelle che pongono questo tipo di domande con un intento polemico/provocatorio per illustrare all’interlocutore, con cui c’è evidentemente un dibattito di carattere etico, che esistono altre vie che incontrano una soluzione più “etica” per il primo, ma non è detto che lo siano anche per il secondo.
In ognuna di queste domande, infatti, è malcelato il senso di subdolo paternalismo moralisticheggiante che sottintende “perché fai così, e non come voglio che tu faccia?”
La risposta più semplice che si possa dare in qualsiasi sede è: “Amico mio, faccio come dico io, e non come vuoi tu, semplicissimo!”
E sono sincero, questa è la risposta più semplice che si possa dare di fronte a un individuo interessato a farci cambiare idea solo perché esistono delle alternative. Alternative che certamente andranno valutate, ma che per il solo fatto di esistere non devono essere messe sull’altare sempiterno della verità indiscussa.

E’ un modo, come dicevo, subdolo e macchinoso per lavorare la coscienza etica di una persona. Nell’esempio della gonna, infatti, viene facile chiedersi quali idee muova chi pone la domanda. “Perché metti la gonna, che mostra le gambe e magari ti rende meno donna (perché si sa, più scopri e meno sei donna) e non metti i pantaloni, rimanendo quella beata vergine santa che (secondo me) dovresti essere?”

Chi pone la domanda sta già esprimendo diversi giudizi su chi fa cosa e su come lo fa e lo lascia sottinteso, nell’etere delle parole mai dette.
Come si può rispondere a una persona che ci ha già mostrato un suo pregiudizio e neanche troppo velatamente?

“Non mi interessa mettere i pantaloni, metterò la gonna perché…”

e qui ci può essere un ventaglio enorme di risposte che passa dal

Perché invece non metti tu la gonna anziché i pantaloni?

al

Perché semplicemente ne ho voglia e posso?

Insomma, ci possono essere tantissimi motivi per fare una cosa al posto dell’altra, ma da che cosa sono determinati?

Molto semplicemente dalla nostra identità. Una persona nel corso della sua vita ha modo di esperire un certo modo di essere, di raffrontarsi con gli altri, di presentarsi a sé stesso, di vivere. Questa sommatoria deriva dall’esperienza, dagli insegnamenti, dalle letture fatte e così discorrendo. Se una persona traccia quindi un limite tra l’io e il non io, quel confine è ciò che decide di essere e valicare quel limite con la forza è invadere gli spazi di una persona e prevaricarla, distruggerle l’io.

Al che uno potrebbe obiettare, giustamente

Ma dobbiamo permettere tutto tutto? La legge a sua volta non è una prevaricazione dell’io?

Sicuramente sì, rispondo alla seconda domanda. La prima è più complessa. Come scrivevo nel mio articolo sull’oggettivo relativo , in società non si permette “tutto” ma si permette solo ciò che le conviene. Quindi se dovete obiettare “eh ma allora i pedofili sono prevaricati!” vi precedo immediatamente ricordandovi che ferire o danneggiare altri membri della società danneggia anche noi, quindi via tutte quelle motivazioni a base dei soliti pedofili/stupratori sconditi quando si parla di permessi vari.
Oltretutto questo discorso verte sempre sul bianchissimo o sul nerissimo, senza lasciare zone grigie in mezzo. Io non sono di questo avviso e quindi faccio notare che, una volta deciso cosa NON danneggia la società, c’è tutto uno spettro di cose che le persone possono fare per godere appieno delle loro sacrosante libertà e tra queste c’è la libertà di vestirsi, di accoppiarsi come e con chi si vuole, di leggere cosa ci pare e di farlo nei tempi e nei modi che più ci aggradano. A tal proposito ho scritto un articolo sulla felicità  per spiegare meglio alcune condizioni del vivere civile. Non bisogna mai dimenticarsi che tutti noi viviamo in società alla fin fine per essere felici. Non per essere ammirati dagli altri, non per essere i migliori su tutto e tutti, non per essere considerati “etici” (secondo chi poi?) ma per passare in serenità tutto il tempo che dovremo trascorrere su questa terra. Vivere felici è preferibile al vivere rispettosi e bbbuoni ma infelici, perché pone le basi in essere per disagio sociale, tensioni, faide e ribellioni.

Il mio discorso sarà utile per spiegare in generale la società, ma nei casi singoli la realtà si fa sempre molto più complessa.

Ad esempio, io come cittadino ho tutto il diritto di camminare sul marciapiede senza che nessuno mi fumi in faccia, e io membro contribuente ho diritto alla salute. Se una persona più veloce di me mi cammina davanti e io a causa del marciapiede stretto son costretto a camminarle dietro respirando fumo passivo, non posso chiedere alla comunità di spendere soldi per allargarlo e per tutelare la mia salute, benché in realtà la mia motivazione potrebbe essere ben sensata e condivisa da qualche migliaio di persone come me che si ritrovano nella medesima situazione. Dunque bisogna integrare il tutto con un’incognita: il buon senso.

La regola fai quel che vuoi finché non danneggi gli altri è accettabile quando si parla di bianchissimo e di nerissimo, ma nella zona intermedia è pieno di casi promiscui, fumosi, nebulosi e mai definiti. Chissà quanto fumo passivo mi son beccato in queste situazioni nella mia vita, eppure devo stare zitto e mosca. Non solo, chissà quante volte ho faticato a studiare o a concentrarmi o a dormire perché il vicinato ha un canaio unico e ogni volta che abbaia uno abbaiano tutti, a qualsiasi ora. E’ mio diritto avere pace e tranquillità ma questo a conti fatti non avviene sempre, perché mi si richiede una certa elasticità mentale in alcuni casi: il cane ha d’abbaiare in quel momento mentre io posso studiare dopo.

Non ha alcun senso, e questo pone me in una condizione di svantaggio in entrambi i casi, ma non ci sono alternative perché il mio diritto alla pace, al silenzio, alla salute, vengono, almeno in teoria, dopo il diritto degli altri a fumare all’aria aperta quando gli pare e dell’altro ad avere il cane.

Terminato questo piccolo excursus, in questa enorme zona d’ombra, si possono comunque tracciare dei limiti significativi.
Tornando ai nostri esempi, come quello degli omosessuali, abbiamo anche lì una finta alternativa proposta non come domanda ma come sostituta di un’argomentazione in toto.

Non si sta dicendo “perché crei un figlio ex novo quando ne esistono altri in condizioni misere che potresti contribuire ad aiutare?”

Tutto bello, tutto giusto, ma cade in una delle eterne contraddizioni umane. Ora, sotto processo, c’è questa persona omosessuale con le sue idee e va bene, dovrà incassare il colpo o rispondere esponendosi.

La prossima volta, quando la persona che ha posto la domanda sarà a farsi i suoi beati affari, sarà presa a tradimento e qualcuno le chiederà “scusa ma perché  butti via ben 20 grammi di riso avanzati? Lo sai che con tutto il cibo che butti in un anno ci mangia un bambino del Burkinafaso?”
La cosa potrebbe reiterarsi tutte le volte in cui quella persona farà una scelta anziché un’altra.
“Scusa ma perché leggi libri su carta stampata nuova quando esistono libri stampati su carta riciclata?”
“Scusa ma perché compri un videogioco a 70 euro, quando con quei soldi puoi far mangiare 5 bambini oppure dieci cani?”
“Scusa ma perché in casa tieni 3 televisori da 300 euro quando potresti venderne due per sfamare 100 bambini poveri?”
“Scusa ma perché compri la nutella e non la finta nutella che costa meno ed è meno dannosa?”
“Scusa ma perché fai questo lavoro anziché quell’altro di cui c’è più bisogno?”
“Scusa ma perché non fai il missionario almeno una volta nella vita?”
E fu la vittoria del benaltrismo.

A quel punto anche lui rimarrebbe fregato perché c’è sempre nella vita di qualcuno una scelta che comporta, in una certa misura, egoismo o preferenze, non si scampa. E’ sufficiente vivere in città per essere criminali secondo quest’ottica: perché vivete in una casa, sottraendo spazio alle tane animali, e non su un albero? E le preferenze non si discutono, e spesso neanche l’egoismo. A quel punto quella persona può solo rimanere vittima del suo stesso sistema e soccombere. Vale la pena creare una società simile, dove siamo tutti sotto controllo per quel che facciamo? O è più vantaggioso lasciare libero spazio, nei limiti del possibile, a chi lo richiede? Io ad esempio, non me la prenderò con chi ha un cane e me lo fa abbaiare o uggiolare quando dormo, in compenso però quel vicino non dovrà mai permettersi di rompermi l’anima quando io accenderò il mio tosaerba la domenica mattina. E non è vendetta, è buon senso e convivere civile: io non ti do contro per le scemenze che fai, tu fai lo stesso con le mie, giacché entrambi ne commettiamo e azzannarci a vicenda ci precluderebbe tutto.

Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che questo articolo è pericoloso perché si potrebbe avallare tutto e il contrario di tutto. In realtà non sostengo questa posizione come ho già spiegato prima, ma vorrei che cadesse qualsivoglia pretesa di TUTTI di dire che esistono scelte migliori di altre. Perché è una semplificazione per menti semplici. Non esistono scelte oggettivamente migliori per sempre, per tutti, esiste solo la contestualizzazione e il caso.
Non ti serve un quadro astrattista e non sai che fartene? Bene, non comprarlo.
Toh, ora hai un collega intenditore che è venuto a casa tua sul quale vorresti fare colpo ma tu sei stupido come una capra e hai solo riviste di gossip, e fare il figo con un bel quadro ti avrebbe salvato. E ora?

Ma questo è cherry picking, ricerca dell’eccezione!

Questo mio discorso ovviamente verte sul fatto che qualcosa potrebbe accadere e infatti è relativamente debole. Ma infatti è giusta e sensata questa critica, ognuno deve gestirsi la propria vita in base a quel che ritiene opportuno. Io non posso andare da questa persona e dirle

Visto che ti sarebbe servito quel quadro? Infedele

Perché poi sarei IO in torto. Non si deve fare TUTTO perché potrebbe accadere qualcosa.

Ma posso far notare a questa persona che anche se lei non vuole farlo, io abbia piacere e desiderio di premunirmi. Dunque tu non vuoi un quadro astratto perché lo reputi inutile? Molto bene, io in base alla mia esigenza valutata a partire dal fatto che in casa mia ci entrano ogni giorno esperti d’arte comprerò testé quel quadro, e la tua domanda “ma perché compri un quadro astrattista e non un bel vaso?” cadrà nel silenzio delle risposte intelligenti non date a domande idiote. E’ di una semplicità disarmante il mio discorso, eppure serve farlo perché c’è ancora gente che crede esistano cose migliori di altre.

Esiste poi un discorso simile, fusione di questa logica dell’alternativa e nichilismo che spesso si sovrappone a questo. Ma per non mettere troppa carne al fuoco ne parlerò più avanti.

A questo punto si fa la cosa più sensata di tutte: usare il buon senso e venirsi incontro. Se io metto una gonna inguinale che ti offende, semplicemente ti attacchi. Non mi interessa cosa ne pensi e quale sia la tua etica, non mi interessa la tua filosofia sulla donna e sul suo comportamento, tieniteli perché non te li ho chiesti. Se voglio scoprirmi, se voglio essere sexy, è mio diritto e non mi romperai l’anima. Certo, puoi farmelo notare cortesemente! “Guarda, secondo me potresti evitare…” e io ascolterei, e metterei da parte. Tutto lì, fine. Nessuna prevaricazione, e fine anche della fallacia logica.

Io sostengo una società dove nei limiti del possibile e del legale tutto sia fattibile senza pregiudizi di sorta, basati su un’etica contraria e che vorrebbe tarparmi le ali perché “esiste altro”. Non mi interessa se c’è altro, io vivo le scelte che detto io, io decido della mia vita e fare esperienza consiste anche nel diritto (potenziale) di fare errori, di dare del dispiacere o di dispiacermi io stesso. Se così non fosse sarebbe semplicemente un condizionamento collettivo. Si fa quel che decide la massa, si decide quel che piace e non quello di cui si ha bisogno secondo la propria natura.

Perché sostenere un discorso simile contrario all’alternativa veicolata?

Come già detto, perché non voglio che si pongano le basi per un certo tipo di autoritarismo benaltrista e populista. Ben vengano le donazioni o le alternative ma solo nella misura in cui io voglio farne/darne.

Può anche darsi che le persone mi abbiano sempre trattato male e che non me ne freghi niente della pace nel mondo, è mio diritto pieno pensarlo e vivere la mia vita secondo coscienza. Tu dici che risolvi tutto vendendo i tuoi 3 televisori? Va bene, fammi vedere. Fallo tu visto che sei convinto, io non lo sono quindi mi terrò i miei 900 canali e sai perché? Perché mi reputo più importante della massa, degli altri e di tantissimi altri che non conosco e non vedrò mai in vita mia.

Orpo. L’ha sparata grossa, si giudica più importante degli altri

Ebbene sì. Io odio l’ipocrisia e preferisco di gran lunga una persona onesta, che mi dica che non gliene frega nulla del mondo e di chi non conosce, che una persona buonista e perbenista che crede di poter cambiare le cose dando disposizioni agli altri prevaricandoli con la forza o intellettualmente parlando.

Sono tutte posizioni che vanno rispettate: c’è il filantropo, c’è il misantropo, c’è quello che fa solo quel che deve perché costretto, l’egoista e il perbenista e siccome nessuno ha il diritto di sindacare sul vissuto delle altre persone senza sapere cosa queste hanno passato per essere così, non può dir loro nulla. Buon pro gli faccia se pensa di cambiare il mondo con le sue azioni, ma non si aspetti che allora tutti gli altri si accodino solo perché lui lo pensa, o lo fa.

Teniamo alle nostre cose e alle nostre scelte perché indicano a noi stessi e agli altri chi siamo, la nostra identità, i nostri limiti, le nostre capacità. Un gioco da 70 euro è un surplus? Forse, ma nella mia vita è un punto fermo, e con quei soldi io pago emozioni, pago un’avventura, pago del tempo speso come dico io nella mia vita. Con quel gioco capisco cosa riesco a fare, capisco se sono competitivo e quanto lo sono, posso legare di più con un amico o avere argomento di discussione in più; stesso discorso vale per i libri che scelgo io, fossero Harmony o le peggio storie sui vampiri bellocci. Se me ne privassi semplicemente avrei ore da dedicare a cose che mi piacciono di meno e dunque verrei colpito nella mia identità.

Potresti fare altro in quelle ore, no?

Sempre lì siamo, non ci si schioda da questa domanda. Certo che potrei anche divertirmi con altro, chiaro come il sole! Ma il fatto è che non sarei io. Non sarei più il ragazzo che, dato il suo sentire, decide cosa fare di sé e delle sue cose. Diventerei un automa manipolato che fa quel che deve, perché per qualcun altro è giusto così.

Magari le 10 ore buche le riempio con un bel libro. Ma non mi darebbe le stesse emozioni che avrei voluto con il gioco scelto da me, e magari avrei un argomento di discussione in meno col mio amico che a quel gioco gioca. Posso scegliere un libro simile, ma non sarebbe la stessa cosa. Questo è il problema, io non voglio fare cosa mi dice qualcun altro, voglio fare quel che decido io. Solo così sarei padrone della mia vita e dei miei sentimenti e soprattutto avrei la piena responsabilità di quel che faccio e di quel che dico.
Provate a immaginare di scrivere una frase come “ti amo” ad una persona. Ora però vengo a dirvi “perché invece di –amo– non usi un altro modo per dirlo?”

Magari riesco anche a dire la stessa cosa con “ti voglio” o con “tengo tantissimo a te” ma non è quello che avrei voluto dire con le mie parole che identificano me. Il senso di una scelta non sta solo nell’obiettivo finale (far capire che si ama quella persona) ma anche far capire come  la si ama. Un complesso ramificato di significazione, un ventaglio di strumenti che arricchiscono la nostra vita, mentre la logica dell’alternativa la depaupera, la sfibra, la impoverisce. Vivere non significa solo fare cose perché si deve ma farle anche come si vuole, perché è un piacere e un valore aggiunto. La mia identità e la mia psicologia ne risentono quando mi viene imposto di fare “altro”, perché io non voglio fare così, voglio dire “ti amo” se mi va di dire così, e userò altri termini quando la situazione a mio giudizio la richiederà.

Concludendo, per farvi capire a cosa secondo me un giorno potrebbe arrivare questo modo di imporre, provate a immaginare che vi venga detto che per la società, per legge, le persone devono avere al minimo un figlio. L’importante è averlo, non farlo con chi vuoi, perché si fa per lo stato, si fa per legge. Dunque non vi viene concesso di decidere con chi figliare ma vi viene affidato qualcuno sulla base della sua fertilità.
Potrebbe capitarvi il vegliardo energico, così come l’attore porno, ma non avreste alcuna voce in capitolo. E se avete sempre fantasticato sul principe/essa azzurro/rosa biondo/a, moro/a vi attaccate. Si fa perché si deve.
L’amore è un esempio che ben si presta a spiegare il mio punto di vista sulle scelte e sulla legittimità delle stesse anche a danno potenziale di altri.

<<Ma perché non hai scelto Vincent, che anche se bruttino è un bravo ragazzo?>>
<<Ma perché hai rifiutato il corteggiamento della bella Veronica? Solo perché non c’era intesa?>>
<<Ma perché quello non ti andava bene visto che ti ricambia?>>
Quante volte abbiamo tutti quanti rifiutato le avances di brave persone perché semplicemente non c’era scintilla, non c’era intesa, o non ci piacevano fisicamente?
Riesco a farvi capire quanto in realtà siamo focalizzati su di noi e sulle nostre scelte laddove ci conviene essere sinceri? Possiamo condividere tutti i link che vogliamo sui bravi ragazzi/e che meritano comunque, ma quando ci tocca scegliere il nostro partner deve un minimo piacerci, e dobbiamo andarci d’accordo e deve esserci intesa.

Scegliere un partner sulla base dell’estetica, cioè della forma, e non del contenuto.
O sceglierlo sulla base di una cosa indefinita come il colpo di fulmine.
O scartarlo sulla base di una intesa che ora non c’è ma che più avanti potrebbe esserci (come fai a garantire che non ci sarà mai se non provi?)
Tant’è che esistono un sacco di esempi, anche molto romantici, di persone che si ricredono e si innamorano. Siamo ipocriti?

No, perché se avessimo scelto il “giusto” e non quello che volevamo noi, avremmo scelto subendo una pressione esterna, e ne avremmo sofferto. Magari qualcuno ci avrebbe guadagnato anche, ma gli altri avrebbero visto una cosa come un’imposizione ingiustificata.
E’importante difendere sé stessi e le proprie scelte in qualsiasi campo. Viviamo in una società legata da un patto sociale, dobbiamo rispettare le leggi e l’integrità fisica degli altri e quella psicologica per quanto ci è possibile, ma nessuno ha il diritto di sindacare sulle scelte che contribuiscono a formare la nostra vita. Proprio perché non ce ne frega niente della pace nel mondo, di amare la persona brava e di salvare tutto e tutti, ce ne frega di essere felici! Viviamo nella società IN PRIMIS per essere felici, non per raggiungere chissà quale traguardo etico o per assurgere al rango di Oltreuomo. Al centro della nostra vita c’è la felicità, e tutto ciò che può dare felicità. Io opererò nella mia vita ciò che ritengo giusto ma anche ciò che mi rende felice e che possa rendere felici gli altri in una tensione tra le due cose: la felicità degli altri non deve prevalere sulla mia, la mia felicità non deve prevalere su quella degli altri.

Ecco il fulcro del mio discorso: fare quel che si deve, o quel che ci viene imposto senza sentirlo non dà felicità. Fare quel che si vuole perché lo si sente, dà felicità. Fare le cose con felicità aiuta le persone, le rende coese e propense a dare felicità a loro volta; persone costrette generano una popolazione forse più contenuta, forse più civile ed educata, ma nel profondo triste. E per come la vedo io, non si vive in funzione del “bene” assoluto (scelto da altri) ma per perseguire il proprio bene, scelto da noi.
Quindi non vergognatevi, la prossima volta che vi faranno una domanda polemica con una finta alternativa, e rispondete semplicemente

Perché è quello che sono, è quello che credo, è ciò che mi rende felice. Tanto basta a definire una mia scelta, tanto basta a volerlo fare.