C’era una volta a… Hollywood: uno scivolone Tarantiniano

Non vi ho mai parlato in questi lidi di Bastardi senza gloria, quello che ritenevo il peggior film di Tarantino in assoluto e prometto che un giorno lo farò sicuramente.

Peggio ancora di Jackie Brown che nella sua spiazzante linearità risultava un film come tanti privo della cifra stilistica che aveva caratterizzato il famoso regista a partire dal suo film più celebre: Pulp Fiction. Fin da allora si può dire che la formula tarantiniana fosse fatta, con le dovute eccezioni, di dialoghi iperrealisti in primis, e cioè di quei dialoghi come i massaggi ai piedi, il discorso sul detenere un’arma (Grindhouse), il discorso su Superman (Kill Bill) che di fatto sembrano inseriti a vuoto ma che rendono il personaggio che li propone enormemente umano, sfaccettato. Lo estrapola dal suo contesto e dal suo stereotipo (tipo gli assassini che parlano del quarto di libbra con formaggio, anziché di lavoro) per elevarlo a qualcosa di più. Il dialogo tarantiniano viene emulato da un sacco di persone ma non è sempre facile renderlo al meglio, nemmeno Bastardi senza gloria ci riusciva pienamente, del resto.

La violenza è anch’essa parte dei connotati del regista: sangue a fiotti, a spruzzi, carico di tonalità chiarissime come in Django, esageratamente esagerato come in Kill Bill, diventa volutamente grottesco poiché surreale ma anche per questo divertente.

L’intreccio: le storie di Tarantino hanno molto di Hitchcock, più che puntare sulla messa in scena ad effetto si mira ad un clou, ad uno stallo alla messicana in cui ci si chiede “come faranno a uscirne?”

o-django-unchained-mandingo-fighting-facebook.jpg

Il bello de Le Iene, della scena finale di Pulp Fiction, del confronto con Bill, di Django e di Hateful 8 è sì il senso di impotenza dei protagonisti coinvolti ma anche l’enorme lavoro svolto sui protagonisti e sulla loro psicologia che porta loro a combattersi e noi spettatori a cercare di prevedere le loro mosse mentre ora sono in stallo davanti ai nostri occhi. Il regista solitamente colpisce duro, andando a distruggere stereotipi sedimentati dal genere svolgendo la matassa con qualche colpo di scena impensabile: ne Le Iene una delle cose che più ho apprezzato è che l’unico a uscirne illeso è il personaggio più stronzo e teoricamente egoista. In Pulp Fiction, così violento, il confronto finale coi ladri termina in un nulla di fatto perché il massacro è ciò che tutti si aspettavano. Colpire lo spettatore non significa necessariamente arrivare alla violenza o al confronto e Tarantino lo ha compreso perfettamente, e io con lui. Ci siamo sempre capiti a vicenda su questo, ma perché a conti fatti c’era sempre da guadagnarci: se non mi offri un bel duello ma distruggi uno stereotipo cinematografico per me sei ok, sei già sopra la massa di pellicole Blockbuster che escono ogni anno e che guardi una volta sola tanto per.

La calma piatta. Altro elemento caratterizzante delle pellicole del regista è una formula che potremmo sintetizzare così per molte situazioni: disegno dei personaggi in assoluta tranquillità a cui segue una fase di violenza esplosiva. Grindhouse ha un primo blocco di SOLO disegno dei personaggi, e un secondo blocco diviso a metà: al 50% ancora disegno, l’ultimo tratto è violenza esplosiva, risultando così in un 75% + 25% estremamente funzionale e coerente con la tensione narrativa creatasi.

Django e The Hateful 8 seguono lo stesso schema, talvolta criticati per scene troppo lente ma in realtà preparatorie e propedeutiche ai veri scontri. In verità, vi dirò, ho sempre negato queste accuse. Tarantino non è MAI lento, non è MAI fine a se stesso nei dialoghi, perché sono sempre tesi a qualcosa di più, ad una psicologia ben definita da un dialogo sui fumetti, o sul sistema metrico decimale. Sullo schermo si agitano persone reali, e mai macchiette. Questo almeno fino a Bastardi senza gloria, un film in cui Tarantino sembra emulare e parodizzare se stesso. Dialoghi che dovrebbero aggiungere maturità ad un ufficiale nazista ma che risultano inutilmente pomposi, barocchi, spropositati. Disquisizioni sui dolci, o sul latte di fattoria, o sulla somiglianza tra topi e scoiattoli. La scena iniziale di una lunghezza eccessiva, la scena alla taverna che viene compressa da personaggi (prima il soldato tedesco, poi l’ufficiale delle S.S.) che si prendono con troppa forza i loro spazi, e che costretti dalla narrazione scoprono i protagonisti, risultando in una ovvia carneficina. In B.S.G. infastidisce anche il fatto che ci siano più soldati e ufficiali nazisti ma che, pur cambiando volto e attore, siano lo stesso identico personaggio ogni volta: sofisticato ma crudele, un dualismo ormai stantio che da un distruttore di stereotipi non mi sarei mai aspettato.

bastardi-senza-gloria

E poi c’è il What If, quella distopia (o ucronia) che modifica la storia che può piacere o non piacere. Ad esempio nei videogame la trovo interessante, perché vi unisce l’elemento ludico. Se si parla di Seconda Guerra mondiale, un fattaccio ultrarappresentato che ci esce anche dalle orecchie, può anche starci voler uccidere Hitler in maniera aggressiva, cercando quell’amore per la vendetta di cui il dittatore ci ha privato suicidandosi. Tuttavia la trovo una forma un po’ pretestuosa, seppur coerente nel medium cinematografico, per modificare i fatti e ricamarci sopra. Ne parlerò meglio nell’analisi dedicata ma in sostanza si può dire che anche tutti i comprimari di B.S.G. fossero macchiette senza arte né parte, spalmati su quell’alone di americanità contrapposta alla violenza nazista che come al solito eleva troppo gli uni e affossa gli altri (che siano nazisti o meno, poco importa).

brad-pitt-leonardo-dicaprio-once-upon-a-time-in-hollywood.jpg

E arriviamo infine a ciò che ho da dire di C’era una volta a Hollywood, film di cui in realtà sapevo pochissimo. Un po’ perché per la pubblicità è passato relativamente in sordina, un po’ perché non volevo spoilerarmi nulla. I primi trailer erano stranissimi, e citavano di fatto Bastardi senza Gloria con quel lanciafiamme. Sapevo che sarebbe andato a parare su un fatto di cronaca nera gravissimo, l’uccisione di Sharon Tate da parte dei seguaci indottrinati da Charles Manson di cui anche io sono a conoscenza solo per sommi capi per via della sua gravità: non ho mai approfondito i dettagli.

E’ stato questo il vero motivo per cui mi interessava il film, e sapevo bene che da un maestro della tensione mi sarei potuto aspettare sevizie, gravità e mutilazioni anche non realistiche ma impressionanti come solo lui sa fare.

Il film inizia con circa 1h 30m di disegno dei personaggi, una lunghezza decisamente pesante rispetto alla media. Questi protagonisti non segnano tacche, sono roba già vista e di poco conto nonostante la magistrale interpretazione di DiCaprio, come sempre. “Ecco che la prima parte ci parla dei difetti della Fabbrica di Sogni attraverso errori, scene tagliate, pianti isterici e alcolismo dei suoi attori“, penso inizialmente. Poi vedo la scena dell’antenna, e comincio a cambiare idea: “è la storia di un pazzo, Brad Pitt, che si rivolta contro il suo migliore amico“. Oppure ancora: “questi due stanno impazzendo, finiranno reclutati da Manson stesso“.

In mezzo a questo disegno di personaggi vengono presentati Sharon e Polanski stesso anche se le scene della Robbie sembrano non avere molto senso: lei che compra un libro, lei che si gode le sue scene al cinema. Hanno un retrogusto strano, è come se cercassero di delimitare il personaggio ma senza dirci nulla dello stesso. Ok, penso, sta a significare che morirà una persona buona e gioiosa che fa cose normali come tutti noi?

Il fatto è che finito il film capisci che tutto questo non ha senso. Non ha avuto alcun senso. Peggio ancora quando il film prova a giocare con lo spettatore, con un Brad Pitt al ranch in cui parrebbe essere morto qualcuno. Il tutto si risolve in un nulla di fatto, ancora una volta.

Insomma, penso, il regista sta ammucchiando una serie di buchi nell’acqua per poi colpire duro nel finale, in cui accadrà di tutto e di più. Continuo a guardare l’orologio e vedo le prime due ore scorrere lisce e senza intoppi. Credevo che il fattaccio avrebbe occupato non dico metà film, ma buona parte, mi aspettavo qualcosa alla Funny Games. Possibile che occupi gli ultimi dieci minuti finali? Vuole essere così intenso da mostrarci solo i cadaveri anziché la violenza in sé? Strano, ma accettabile.

Inutile dire che tutte le mie aspettative sono state infrante. Come B.S.G., forse pure peggio, il regista utilizza il solito escamotage del What If e tutti si salvano. Amicizia dei protagonisti ristabilita e grandi pacche sulle spalle.

Ok film, fermiamoci qui. Cosa ho appena visto? Cos’è successo? Sei davvero tutto qui?

Mi sono fermato a pensare. Non sono uno sciocco, lo capivo bene che in B.S.G. quel finale aveva lo scopo di fare del metacinema, comunicando la sua malleabilità e soprattutto la scarsa affidabilità delle sue immagini per parlare del male ineliminabile, in questo caso i nazisti. Ma qui perché? Non stiamo parlando di un fatto conosciuto nei minimi dettagli da tutti, non avrebbe forse meritato una rappresentazione più accurata, più tarantiniana?

Perché fargli fare un film su questo fatto, se poi non se ne parla proprio? Allora, il film non parla di quella notte. E’ un pretesto per parlare di Hollywood e di chi lo anima. Va bene, ma ciò che abbiamo visto, anche se la scena con Bruce Lee è carina (non di più, è solo carina), non è minimamente interessante. E’ un’increspatura sull’acqua del racconto, un abbozzo di vicissitudini e di situazioni giornaliere che ho visto elogiati come un grande omaggio al cinema, alla storia di Hollywood, come un’amorevole fonte di citazioni.

Chiariamoci: tutto molto carino, ma non me ne frega un cazzo a me di andare al cinema a vedere Tarantino che usa quella locandina, o che usa quel brano per citare il film anni ’60 che tanto gli piace. Non me ne frega proprio un cazzo. La citazione dovrebbe essere una simpatica chicca da ricercare nel tessuto del testo filmico, una simpaticheria come i quadri di Mucha nella stanza di Sharon Tate, non il vero fine del film. Vi immaginate se si facesse un film solo per esibire i costumi? O i brani? Allora parleremmo di una sfilata, di un concerto. Ma no, qui siamo al cinema, e non me la bevo la stronzataccia che tutti hanno usato per coprire la carenza di contenuti della pellicola, sull’amore del regista per il Cinema, perché non mi ha offerto una buona storia – come da contratto tra spettatore e regista – per tenermi incollato. C’era una volta ad Hollywood è l’equivalente degli zii noiosi che vanno a Finale Ligure e ti mostrano le diapositive mentre tu vorresti farti i cazzi tuoi. Una sciorinata di tropi, di cliché, di aneddoti sinceramente poco interessanti che dovrebbero accompagnare una partitura testuale che non arriva mai e che si sgonfia con l’andare dei minuti.

simpsons-vacation-slides

Agli spettatori Tarantino offre un’esperienza differente, imbarcandoli nella sua nostalgia e nella deambulazione urbana piuttosto che costruire daccapo intrighi esplosivi. Per la prima volta rinuncia alla cavalleria, evocando con riguardo e pudore il soggetto che gli sta più a cuore: il suo amore per il cinema. C’era una volta…a Hollywood è un film intimo e contemplativo, lisergico e (incredibilmente) lineare su un’età dimenticata, perduta, sul cinema della sua infanzia, quello che lo ha innamorato perdutamente mentre il colore diventava la norma e Hollywood perdeva la sua innocenza sotto i colpi di coltello di Charles Manson e dei suoi adepti.

Questo lo scrivono su MyMovies.

Tarantino fa quello che sa fare meglio: intreccia storie, personaggi, piani narrativi. Mette insieme spezzoni di vita, di realtà, di finzione e di storia con la S maiusola per parlare della cosa che ama più di ogni altra: il cinema. E ne parla con un romanticismo malinconico e tenero che è inedito per lui, ma che è anche l’unica novità tematica di un film tutto teorico, tutto di testa, tutto proiettato verso conclusioni ovvie e un po’ banali

Questo lo scrivono su ComingSoon

Immagine.png

E questo lo scrivono gli esperti improvvisati negli ultimi dieci minuti.

Come si può vedere chi osanna questa pellicola se la gioca sui soliti due temi: le citazioni e l’amore per il cinema.

Ma questa non è una storia, è una scusa. Non ho ottenuto niente di concreto che valesse il prezzo del biglietto, e peggio ancora se a fare una porcata di questo tipo è Tarantino, regista per me stimato come pochissimi altri. Non è innovazione, perché non si parla di narrazione vera e propria ma solo di una carrellata di scene; non è reinvenzione, perché spero che questo aborto cinematografico rimanga un unicum nella carriera del regista, non è niente. E’ stato una perdita di tempo e anche chi lo difende ha vita parecchio difficile nel farlo. Oltre a tirare in ballo i gusti personali si può fare davvero poco. Se si parla di intertestualità, di ciò che questo film aggiunge al già visto, non c’è assolutamente nulla che valga la pena. Se non portasse in copertina il nome di un grande regista nessuno probabilmente lo avrebbe nemmeno considerato perché è mediocre, meno ancora che mediocre.

Che a me, di sentire “Sergio Corbucci” e ridere sommessamente per la grandiosa citazione allo spaghetti western, non me ne frega proprio un cazzo. Non è questo ciò che cerco da lui, e dal cinema in generale.

 

Un cinese, un giapponese, un indiano: tre autori che non sopporto

 

Ho riflettuto parecchio se scrivere questo articolo. Inizialmente dovevo partire dall’autore giapponese (che non vi rivelo ora) per differenziare due articoli: uno specifico sulla sua opera, con relativi pregi e difetti, e uno specifico per lui come persona, per cercare di capire e analizzare come dalla sua personalità possano nascere citazioni, idiosincrasie, acredini ANCHE nell’opera che questi produce. Poi mi sono reso conto che quest’autore non è affatto l’unico a comportarsi in un certo modo, anzi. Se guardiamo al panorama (videoludico, cinematografico, pure fumettistico volendo) autoriale, salta spesso fuori che la figura di un autore –e mi riferisco chiaramente a quelli di indubbia fama da milioni di dollari, non dal regista del DAMS che fa videoclip a basso costo coi mezzi che ha a disposizione– è sempre in qualche modo collegata alla sua personalità. A meno che non si scriva una storia per compiacere un certo tipo di pubblico, o per far contento un produttore, l’autore sfugge a questa logica particolare mettendoci del proprio ed è una cosa intelligente perché permette di creare autentiche perle come nel caso di Ridley Scott, o di Nolan, o di Tarantino, solo alcuni tra gli autori affermati che adoro.

Il problema, come nel caso dello Star System, è che la fama di un autore rischia talvolta di oscurare il proprio progetto, l’opera, che alla fin fine, almeno secondo la mia modestissima opinione, è il vero motivo contrattuale per cui scelgo di destinare il mio tempo a qualcosa o qualcuno. Non mi metto a leggere il Signore degli Anelli perché mi sta simpatico Tolkien, o perché fa opere di carità o che so io, lo leggo perché ritengo che possa offrirmi qualcosa. Nel tempo, però, attorno all’autore si è sviluppato un alone mistico dovuto non solo allo zoccolo duro di fan esagitati pronti a difendere a spada tratta il proprio idolo ma anche alla narrazione che di questi si adotta. Prendete come esempio le stronzate pure che scriveva Gaiman, in difesa di George Martin (trovate la mia disamina qui), quando le critiche mossegli erano sacrosante. L’autore, lo scrittore, il regista, non viene tanto visto come un artigiano, come un uomo che lavora per uno stipendio manipolando le idee ma come un profeta. Il pubblico sembra non notare quanto ci sia di riciclato in ogni singola cosa che vediamo ogni giorno, fosse Stranger Things, fosse The Maze Runner o Percy Jackson. No, l’autore è qualcuno che viene investito dalla grazia di Dio che scrive cose mai lette, fenomenali. Oppure, in altri casi (che qui prenderemo in esame), capita che un autore infili bene una storia, un’azione, e poi si metta a vivere di rendita, e punti la futura produzione solo su quel singolo atto che gli riuscì bene anni addietro e che continuamente in maniera acritica e diacronica viene oggi discussa.

                                                                –  L’Indiano –

Ora comincerò a spiegare meglio cosa intenda partendo da uno di questi autori, L’Indiano, cioè Shyamalan, parlando di come un autore tenda a emergere (o a voler emergere) nella propria storia. Prenderò ad esempio le ottime critiche che anche il Nostalgia Critic gli muove, potete trovarle qui: Signs, Lady in the Water, Devil.

Teniamo sempre a mente che le recensioni comiche nascono con l’intento di far ridere, non di recensire. Trovo tuttavia che gran parte di queste analisi corrisponda al vero. Prendiamo Signs, di Shyamalan. Uno di quei casi in cui un film-spazzatura viene elevato al rango di capolavoro, tanto che si cominciò a parlare di Shyamalan come di un possibile novello Spielberg

spielberg shy.png

Se poi sorvoliamo sui difetti palesi di regia, recitazione e scrittura di cui già in molti hanno parlato, vediamo che ciò che dico emerge in scene come quella del dialogo tra la poliziotta e il ragazzo

tavolo.png

Al posto di un banalissimo ma funzionalissimo campo/controcampo Shyamalan opta per questo “scorrimento” che ci fa sentire tutta la pesantezza della scena, da un capo all’altro del tavolo, quando non stiamo parlando di suspance o di momenti di tensione, solo di una banale chiacchierata!

Persino in After Earth c’è una scena in cui Jaden Smith, svenuto, viene completamente oscurato da un “respiratore”, un effetto grafico extradiegetico che serve a fare da mascherino ad alcune transizioni, e ricorda il respiro di un invalido, per cui indica un periodo di degenza. Ovviamente però fatto in un modo invasivo il cui unico scopo è solamente ricordare allo spettatore che il regista è un autore dall’ego ipertrofico che ci tiene a fare la attention whore.

Immagine.png

Immagine2.png

L’esibizionismo non è sempre un male ma quando è insistito o troppo esplicito ha un effetto estraniante fastidioso

Anche nei dialoghi Shyamalan cerca di essere innovativo provando a scopiazzare i discorsi senza senso ma interessantissimi di Tarantino

tarantinare.png

con il risultato che questi dialoghi tra il faceto e l’inutile servono solo ad attirare l’attenzione sul puro nulla, autocompiacimento del regista fine a se stesso privo di mordente e di significato.

Non ultimo, uno dei personaggi principali è interpretato da Shyamalan stesso

shyamalan.png

che ovviamente non sceglie di attribuirsi personalità piccole o vergognose. Sebbene sia un assassino è l’elemento che deciderà parte del finale della pellicola, dandogli quindi un risalto particolare. Come se l’autore stesso, in qualità di sé medesimo, volesse intervenire nella storia non in quanto narratore ma proprio in qualità di strumento narrativo. Non riesco a immaginare niente di più fastidioso.

E, altra cosa che inizialmente non si nota, è la rappresentazione dell’alieno. Se ci avete fatto caso nel confronto finale si vede in penombra, in maniera confusa per pochi secondi, e poi: il colpo di genio. Farlo vedere attraverso il riflesso di un bicchiere, cercando di fare ciò che già Hitchcock fece tempo addietro dando non l’immagine dell’assassino ma la sua immagine microscopica riflessa dagli occhiali caduti per terra della vittima. Una scelta autoriale per cui provare effettivo rispetto ai tempi in cui uscì, una banale copia priva di fantasia una volta che la utilizzi per coprire il tuo alieno a basso budget, specie se poi lo mostri comunque. A questo punto molto meglio i draghi in CGI di Daenerys che per risparmiare compaiono solo in penombra e solo per dieci minuti in tutta la stagione.

Lady in the Water esalta ancora di più ciò che intendo dire: una storia essenzialmente semplice fatta di versi gutturali e risposte trovate nei cereali che contiene anche velenose frecciate a chi questa roba (o quella precedente) non l’ha digerita. Ecco come Shyamalan nella sua storia rappresenta il critico:

critico.png

Una figura monodimensionale stereotipata che parla solo di finzione e che analizza il mondo solo sulla base di questa. Così, quando si ritrova davanti un mostro, ragiona per stereotipi continuando a parlare di narrazione e mondi inesistenti. E’ così che Shyamalan vuole rappresentare chi ha bocciato le sue idee: senza un minimo principio di carità, senza l’onore delle armi ma come dei ridicoli e buffi ometti incravattati che straparlano e confondono il fittizio col reale.

E proseguendo con figure monodimensionali: esiste addirittura un personaggio che, per avere una parvenza di spessore, racconta che allena solo il braccio destro. Così gli vedi un braccio enorme come quello di un gorilla e uno mingherlino. Ragazzi, creare “spessore” nei personaggi a partire da cose che troviamo nel loro abbigliamento, o nei loro tic, è una tecnica di scrittura eccellente. Rendere un personaggio particolarmente stupido, anche se questa stupidità viene spiegata, non è caratterizzare, è parodizzare. Shyamalan non sta scrivendo con buone tecniche di sceneggiatura, si sta limitando a usare pedissequamente roba che negli anni ha visto: a questo personaggio do questo tic, a quest’altro do un orologio d’oro, a quest’altro ancora do una svastica in fronte, all’altro ancora faccio ripetere una frase. Non funziona così, rendi solo esplicita la tua incapacità.

maxresdefault.jpg

Parlando di personaggi costruiti così ci troviamo pure lui, eh

A completare il tutto interviene ancora una volta lo stesso Shyamalan nelle vesti del personaggio che tecnicamente dovrebbe salvare questo mondo scrivendo:

shyamalan scrittore.png

presentandosi con l’aria afflitta del martire, manco fossimo in Apocalypto. Un tale concentrato di egocentrismo, di rasponi a due mani sulla propria persona che è difficile anche parlare di quarta parete quando le analogie sono così tante e così esplicite. Non si parla di un “critico” in genere o di “uno scrittore” in generale, Shyamalan prende a esempio se stesso e come nemico chi lo critica, di fatto “vincendo” sul piano inventato che lui ha creato, proponendosi come una divinità infallibile.

Di Devil non voglio nemmeno mettermi a parlare di quanto sia ridicola l’idea di leggere le intenzioni del diavolo a partire dai toast rovesciati, voglio piuttosto sottolineare come alcune scelte siano a livello elementare. Questa è la scena iniziale:

sottosopra.png

Una città sottosopra. Omiodio chissà cosa vorrà dire!

e questa è la scena alla fine del film:

sottosopra2.png

GENIO PURO, SIGNIFICA CHE ORA IL MONDO FUNZIONA BENE!

Ma davvero abbiamo elevato al rango di “nuovo Spielberg” uno che fa ste cose da studente di DAMS del terzo anno? Suvvia, per cortesia. E’ così sempliciottesco che non riesco nemmeno a commentarlo. La struttura del film poteva anche starci: un delitto in un metro quadrato di ascensore, con un assassino da scoprire. Poi il tutto deve riempirsi sempre di queste banalità, di questi massimi sistemi su Dio e il Diavolo, quando come giallo a se stante con un vero assassino sarebbe anche potuto essere credibile.

Penso si sarà capito che a darmi fastidio non è tanto ciò che un autore sceglie di rappresentare (per me si può anche parlare di religione come fa Mel Gibson, per carità!), quel che mi infastidisce è COME l’autore sceglie di mettere giù i fatti, come decide, cioè, di raccontare la sua verità personale, i propri nemici, il proprio ruolo nella società. Il ruolo che Shyamalan si è imposto è quello di moderno cantore, ispirato da non si sa bene quale musa, che scrive per miracol mostrarci, e crepino all’inferno quelli che gli danno contro. Senza contare le scelte più squisitamente “artistiche” che compie che alla fine si rivelano scopiazzature mal riuscite, banalità e roba che cerca di emergere non per la propria qualità ma per il fastidio che arreca.

 

                                                                           – Il Cinese –

Che poi tecnicamente “cinese” non è perché è Hongkongese ma vabbè, tra qualche anno Hong Kong passerà alla Cina quindi mi avete capito.

Wong Kar Wai è il secondo autore di cui mi lamento un botto, specie dopo che quest’anno il professore, potendo scegliere un autore a propria discrezione per il programma da portare, ha deciso di farci fare il caro Wong.

Sono sicuro al 99% che tra i miei lettori forse solo 1-2 conosceranno la sua storia, le sue vicissitudini e forse solo qualcuno in più conoscerà il film per cui è più famoso tra il pubblico occidentale: Hong Kong Express. Ve la faccio breve: Wong Kar Wai è un personaggio che inizia nel mondo dello spettacolo con un gangster movie per, come dicevamo all’inizio, dare al pubblico storie consolidate e stantie ma che il pubblico sembra non vedere mai come vecchie. Siccome questo modo di fare film gli sta stretto comincia a seguire il proprio cuoricino e a filmare ciò che gli interessa.

Voglio partire dalla prima immagine del suo primo film, cosa che il prof ci ha fatto analizzare per trarre delle conclusioni sulla sua poetica.

8cf6e5e21413a121c9245a48a11f76d4.jpg

Eccola qua. Dei monitor, Hong Kong sulla sinistra, delle nuvole

La soluzione ve la do io: la realtà dipinta dai monitor sarebbe quella fenomenica, “reale”, in aperto contrasto con quella della caotica cittadina, fremente e sempre viva. Siccome occupa uno spazio più grande, è come se il fittizio volesse emergere sul reale con le sue immagini finte ma costruite come se fossero reali. Ci sta insomma comunicando che la narrazione non è asettica ma in qualche modo influenzata.

Tempo, spazio, dinamico, statico, finzione, verità. Questi sono i temi emersi dall’analisi e che ci hanno poi permesso di costruire il personaggio di Wong Kar Wai come un qualcuno di complesso, profondo, un poeta maledetto quasi.

A ben vedere, però, anche se posso concordare su alcune (poche, in realtà) cose, mi chiedo come si faccia a non notare il vizio di fondo di questo modo di procedere. L’immagine è costruita dall’autore ma poi le immagini non “parlano”, possiamo solo cercare di trovare delle isotopie o dei significati cui ricondurle. E chi ci assicura di non trovare significati profondi in una giacca attaccata all’attaccapanni di casa, o nei calzini sporchi nel cesto della biancheria da lavare? I significati trovati sono così astratti e “validi” per qualsiasi cosa che mi chiedo se non siamo arrivati semplicemente a delineare delle marche che potremmo trovare in tutte le cose. Ora, anche per farci due risate, prendete quest’immagine:

0_uplfrm_de-sica_H225554_XL.jpg

E’ un meme che ancora imperversa il “ma che è sta cafonata?” con De Sica. Penso che nessuno ci abbia mai visto nei suoi film qualcosa di profondo e intelligente dato che sono sempre ai limiti del ridicolo e del pecoreccio. Ma prendiamo in esame solo questo meme:

il chiedere se sia una cafonata potrebbe essere una fine autocritica al sé, oltre che una riflessione sul “bello” posta in termini dialettali, e quindi con tratti veristi. De Sica non rappresenta l’italiano colto e istruito ma, come Fantozzi, il ceto medio borghese con i propri pregi (se ne ha) e difetti, ed è ciò a cui serve il dialetto. Pensateci, magari fra trent’anni vedremo questi film come oggi vediamo Verga, forse ne studieremo pure dei pezzi, come la canzoncina della pipì di limpida fanciullezza di Boldi.

E se tutti i film di Boldi e De Sica, con i loro peti e le loro tresche romantiche, volessero solo essere una fine autocritica a ciò che rappresenta l’italiano medio? C’è differenza tra questa rappresentazione e Fantozzi, o quella che troviamo in Maccio Capatonda?

Ora, cessate la risate, parliamo seriamente. Non credo a mezza parola di ciò che ho appena detto, eppure nulla vieta che questo discorso possa essere ulteriormente foraggiato. Ho preso il discorso così alla lontana, in maniera così astratta, che persino film pessimi di serie Z potrebbero alla fin fine rappresentare una filosofia indiscutibile. Figurarsi quando trattiamo temi come lo spazio-tempo, l’amore, la frenesia della vita quotidiana. E questo è il problema principale che ho con Wong Kar Wai: che mi è stato venduto come qualcuno di assolutamente originale e profondo ma che alla fin fine è solo uno che riflette su temi esistenziali dicendo la propria, né più né meno, e con tanta banalità di fondo.

Se andate a leggere le recensioni dei suoi primi film, escludendo My Blueberry Night che alla fine si rivela un vero e proprio flop, sono tutte ottime. Provate a visionarne qualcuno e ditemi se quello che c’è scritto corrisponde a quanto visto. Lo stile del regista è così lento, tremendamente dissipato, ripetitivo, che mi veniva da sonnecchiare tra una scena e l’altra. Non si può neanche dire che il problema sia l’eccessivo parlato, adoro quando due personaggi dalla grande personalità si affrontano dialetticamente in stile Death Note. Apprezzo la politica (se trattata bene), la fantapolitica, apprezzo film come Rashomon che per me ancora adesso sono meglio di film moderni. Ciò che non apprezzo è chi mi vende fumo spacciandomelo per qualcosa di sublime. Prendiamo ad esempio Days of Being Wild, uno dei suoi film più apprezzati oggi che i critici lo hanno riscoperto.

Qui la scena.

Lui, lo sciupafemmine, vuole conquistare lei. Fa il piacione, cincischia con la coca cola. Poi il frasone da manuale: <<domani notte mi vedrai nei tuoi sogni>>, roba che neanche le sfumature di grigio e poi quella che dovrebbe essere la caratterizzazione dei personaggi: lui che rappresenta lo stereotipo dello sciupafemmine, lei totalmente passiva. E questo passa per una frase che faceva bagnare come una ragazzina il mio professore ma che io ho trovato al limite del demente:

<< Guarda il mio orologio. Un minuto prima delle 3 io e te siamo insieme. Grazie a te, ricorderò sempre quel minuto. Da ora in poi, siamo amici da un minuto, non puoi negarlo perché è già passato. Torno domani>>

E così domani stanno insieme per 2 minuti, poi 3, e così via fino a fidanzarsi.

Ma che cagata di dialogo è. Sembra una fanfiction per delle ragazzine. Ma è romantica sta roba? E’ scritta seriamente? Wong Kar Wai è letteralmente infarcito di cliché simili, roba che dovrebbe attirare l’attenzione su di sé per la propria “unicità” ma che alla fine si rivela unico per il suo essere visibilmente ridicolo e sopra le righe, totalmente innaturale anche per una personalità forte o creativa. Abbiamo visto prima con il personaggio “forzuto” di Shyamalan che una buona scrittura è ciò che ti fa capire (non subito) i profondi disturbi che un personaggio può avere: perché uccide, perché stupra, perché ama, e così via. Far fare al tuo personaggio cose strane e/o sopra le righe non lo approfondisce minimamente, serve solo a estraniare. Non diverte, non resta nel cuore, è solo un coso strano che guardi, e non capisci come c’è finito lì.

Poi si aggiunge un discorso che ho visto fare più volte in sede accademica o tra le recensioni, vi lascio un riferimento al fondo [1]

Quando un autore molto stimato o, in alcuni casi venerato, sbaglia clamorosamente, si crea una sorta di bias orwelliano tale per cui l’errore non è del regista ma degli attori, della produzione, dei tempi. Insomma, è colpa di ogni singola cosa esterna al regista che rimane illeso e dalle mani pulite. Mi fa ridere quando di film come “2046” e “My Blueberry Night” leggo:

<<struttura del racconto “farraginosa” e poco coerente, rarefazione narrativa, attori non nel loro ruolo.>>

Ma perché, scusate, tutti quelli prima che difetti avevano? Ce li siamo dimenticati? Ecco che, sapendo che uno di questi film rappresenta un flop al botteghino, la colpa di qualcuno deve essere, e magicamente di essi si dice tutto ciò che invece non si diceva dei primi, ormai fenomeni di culto. Anche di Ashes of time, un film che conosceranno in dieci oltre ai critici, e dai risultati disastrosi ANCHE per demeriti del regista, viene detto che è un capolavoro non capito dal pubblico, quando basterebbe semplicemente avere l’umiltà di ammettere che tutti sti filmetti del cazzo che Wong Kar Wai fa sono un po’ tutti uguali. In essi trovi letteralmente le stesse identiche cose: Un qualche piacione attivo, una qualche sventola passiva, una qualche sventola procace e molto attiva (può essere stupida o meno), innamorati introversi, metariflessioni sul tempo con tanti tanti orologi presenti nella scena (capita la profondità? Se metto tanti orologi vuol dire che rifletto sul tempo! Proprio come Shyamalan) per figurare il tempo oggettivo e quello soggettivo, e così via.

Altri registi ovviamente una volta che hanno detto tutto si reinventano, provano a dire cose nuove oppure cose vecchie sotto una nuova prospettiva. WKW lo vedo sempre lì, a dire le stesse identiche cose o di poco cambiate. Mi dà l’idea di una persona che ha avuto delle delusioni amorose e allora in tutti i suoi film c’è una qualche delusione amorosa che cambia solo il paesaggio di sfondo, o in alcuni casi l’omosessualità dei due innamorati. Per me riproporre lo stesso tema del cazzo ad ogni singolo film che fai NON è innovativo, NON è bello, NON è interessante, NON ti rende particolarmente importante ai miei occhi. E WKW è esattamente così, e la gente (quantomeno i critici che lo conoscono, gli altri boh) squirta male ogni volta che esce una sua opera perché sembra che stia per uscire un libro di Martin con la stessa spasmodica attesa. Sono senza parole. WKW è uno di quei casi in cui tutti intorno a me dicono “che belli i vestiti dell’imperatore!” e io lo vedo tristemente nudo, senza un solo straccio addosso.

Voglio essere sincero però, mi sono sforzato tantissimo di capirlo. Il suo film che mi è spiaciuto di meno è proprio Hong Kong Express perché ritmi, dialoghi, storia romantica sono “in linea” con molte produzioni occidentali ed è meno compassato, meno rarefatto, è comprensibile anche senza un manuale. Provate a vedervi Ashes of time e ditemi cosa avete capito alla fine, senza aver letto niente su internet. Vi sfido!

Però, se si ha un occhio come il mio, e se si approfondisce la storia di quasi ogni suo film, si vede che la sceneggiatura spesso è una paginetta di poche righe che poi lui sul set aggiusta in base all’umore e al sentimento. Ecco un altro motivo per cui non sopporto autori simili: li vedo sfaccendati e fannulloni, come Abe Kobo che analizzai qualche tempo fa, e che trascriveva i propri sogni vendendoli come racconti.

Per me la scrittura, come dicevo, è un lavoro di fino, con martello e scalpello in mano e un enorme blocco di pietra che è il flusso dei tuoi pensieri. Quei pensieri poco per volta li riduci, gli dai una forma sensata, cerchi di comunicare qualcosa di importante (o che senti essere importante) a qualcuno, e volendo cerchi anche di renderlo gradevole e intelligibile (per dire, non ti comporti parlando dialetto con uno straniero, no?), usi sotterfugi narrativi per dare gli strumenti ai lettori, rileggi le frasi e le modifichi finché non suonano bene; in questo sono assai più simile a Hitchcock, che adoro, per la cura certosina che metto nelle mie opere. Lui asseriva che una volta finito il copione occorreva “solo” girare le scene, ed era una noia.

WKW no, è l’esatto antitetico. Lui ha delle idee piuttosto vaghe di ciò che vuole fare o che gli commissionano, ci pensa un po’ su e si presenta sul set col temino delle elementari per la maestra. Allora, il personaggio femminile lo facciamo così e cosà. Poi passa una per strada che lo colpisce, che mangia pesce fritto, e improvvisamente ecco il suo personaggio, trovato per strada: la nostra eroina è una che adora mangiare pesce fritto per strada! Il nostro innamorato avrà una scena dove la rincorre con un cestello di calamari ma lei dirà di no perché vuole dei gamberi!

Eccellente, successo di critica e pubblico, 10/10, bis, bacio accademico. Roba mai vista prima, seriamente.

Ma porca puttana, letteralmente tutto ciò che WKW ha scritto sembra un dialogo con se stesso dove con parole proprie cerca (male) di parlare di temi esistenziali che ha letto sui libri delle superiori. E a condire il tutto personaggi-macchietta che dovrebbero risultare simpatici o epici ma che sono solo bambini che si agitano con in bocca le parolacce degli adulti. E credo che anche con lui abbiamo finito.

 

                                                                 – Il Giapponese –

Arriviamo al piatto forte, la portata principale. Molti di voi molto probabilmente non se lo aspetteranno ma io metto lui tra gli autori che meno sopporto: Hideo Kojima.

Immagine.png

Sento già molti di voi dire: “Buuuuh, merdaaaa, non si tocca IL DIO, sei tu che non l’hai capito

Va detto che ho “scoperto” la saga di Metal Gear solo recentemente grazie ai video-analisi del buon Sabaku che ne è fan. In tutti questi anni non ne ho mai sentito il bisogno anche se un po’ di curiosità già la avevo. Mi sono fatto una SOLIDA idea, quantomeno per quanto concerne i capitoli principali dall’1 al 4 e ne parlerò fra qualche tempo in maniera approfondita distinguendo l’arte dall’artista, che è sempre cosa buona e giusta. Perché può darsi che un autore sia un drogato e un bastardo ma se poi ci dipinge la Gioconda bisogna essere onesti e dire che è effettivamente un capolavoro.

Non serve alcuna premessa storica voglio sperare, chiunque conosce Kojima e l’alone di sacralità che certi fanboy gli hanno attribuito. Voglio anche farvi vedere cosa trovo ogni tanto su Fb:

kojima.png

Esiste gente che a Kojima farebbe i rasponi a due mani con ingoio podalico. Mai vista tanta idolatria quanta ne vedo per lui

kojima fan.png

Si parlava di MGS2, uno dei più criticati e meno riusciti

Qui invece un ottimo esempio che richiama vagamente quel che dicevamo per WKW: quando un autore sbaglia qualcosa tra ritmi, narrazione, scrittura dei personaggi, o la colpa è di qualcun altro, oppure si rilegge tutto alla luce di quell’alone mistico di cui parlavamo, e quindi le lungaggini e i dialoghi interminabili che non portano a nulla diventano “sperimentalismo“, per qualcuno “postmodernismo” (le stesse stronzate con cui si copriva anche WKW), per quest’utente in particolare è semmai il pubblico ad avere poco intuito per capire la magnificenza di un gioco che è effettivamente tirato su male e la sua esperienza (dio grazie) mai più ripetuta dagli stessi autori, e se qualcosa non funziona si sminuisce la sua portata, come una boss fight centrale che, se dozzinale, vuol dire che non devi concentrarti su quello ma su altro! Capito? Non devi criticare ciò che è giusto criticare, guarda invece l’acqua che si muove, la telecamera che gira, la definizione del ghiaccio nel cestello!

Ecco cosa mi fa arrabbiare quando si tocca un autore eccessivamente famoso e la critica va a farsi benedire a causa di questi personaggi che con un “per me la merda è solo un diverso modo di intendere la cioccolata” riuscirebbero a dire tutto e il contrario di tutto, solo perché giocano a fare i filosofi di sto cazzo col ditino alzato schifando i dozzinali Uncharted, per ritrovarsi nei loro salotti e parlare di quante ore ciascuno ha passato divertendosi sul Codec. Giuro, mai capirò il livello di certa gente disposta a beccarsi ogni tipo di stronzata e difendendola pure a spada tratta. Di simile ci sono solo i fan di Kingdom Hearts ma li vedremo a tempo debito.

MGS 2, lo anticipo, per me è stata una ciofeca, paragonabile a Signs di Shyamalan. Qualcosa che tutti trovano profondo solo perché ci infila di mezzo i meme tratti da Dawkins ma che nella storia sono implementati male e risultano solo dei termini buttati lì a casaccio. Il Fusaro dei videogame. Il suo successo deriva dal fatto che è uscito in un periodo in cui il complottismo alla Matrix/V per Vendetta non era molto spinto, specie nel medium videoludico, e quindi ha avuto gioco facile nel fare il filosofo de noartri con due parole a caso buttate nel calderone. Alla fine i Filosofi e i La Li Lu Le Lo altro non sono che moderne reinterpretazioni dei vecchi Massoni, o degli Illuminati. Magari ai suoi tempi poteva essere interessante ma giudicato oggi, sul piano narrativo, è davvero poca, pochissima cosa. Basterebbe un confronto con un gioco molto simile ma che le stesse cose le fa meglio in un solo capitolo: Deus Ex: Human Revolution. E se ancora posso accettare il discorso storico-sincronico, non posso accettare invece chi dice, come il fenomeno sopra, che sia un gioco fatto bene o sperimentale. Anche perché, usando il principio di carità, alla fine tutto si riduce a un discorso piuttosto svuotato sulla semplice censura, sul controllo dei dati degli Illuminati che usano macchine intelligenti. Ha semplicemente aggiunto dei pezzetti “moderni” a discorsi stravecchi, peraltro in maniera grossolana. C’è un punto specifico in cui si dice che le macchine potrebbero, controllando l’informazione, dire che in realtà conosciamo 40.000 geni anziché 100.000.

Ehm, ok, perché dovrebbero farlo? Per curare delle malattie solo ai ricchi? Per vendere le cure a prezzi spropositati? Quale sarebbe la logica in tutto ciò?

Ma anche fosse, ogni singolo scienziato che ha letto le pubblicazioni sulle riviste (all’epoca poi c’era ancora più cartaceo di oggi), sui manuali, ecc se lo dimentica? Cioè io scienziato so che abbiamo scoperto 100 geni umani, l’ho letto e studiato sui paper e all’improvviso online si scrive solo che ne esistono 99. Non lo segnalo a nessuno? Non c’è una comunità scientifica presso cui indagare? I diretti interessati, i loro eredi, non controllano? Non salta la copertura di una cosa così eclatante? E soprattutto, anche ponendo che le masse non siano debitamente informate, cosa vieta comunque agli scienziati consapevoli di lavorare sui 100 geni ormai scoperti?

Il cartaceo non viene controllato, si parla solo di materiale elettronico. Non si può mettere in piedi un discorso simile “dimenticando” che esistono altri modi per trasmettere informazioni e “memi”. Senza contare che, se non li avessero citati, non ci sarei mai arrivato a scoprire che il tema centrale fosse quello. Ma dovrebbe esserlo solo perché Snake ad un certo punto li cita? O forse un’opera tratta un tema quando lo implementi nella tua storia, spiegando cos’è, come agisce, che problemi può dare, quali soluzioni può offrire? MGS2 è semplicemente una copia malfatta del primo storico titolo che cerca di dire le stesse cose con un tema di poco differente.

La tesi di fondo è che le macchine controllano l’informazione come se fossero nei cervelli delle persone, senza valutare un criterio, senza imporre dei limiti. Un discorso quindi molto vago, generalista, per me ingenuo al massimo così come lo sarebbe dire “la censura è sempre un male” o “la censura va sempre bene”.

Il ritmo è totalmente sballato, ci sono TROPPI dialoghi che non portano da nessuna parte o tergiversano alla lunga, TROPPI punti morti con quelle che dovrebbero essere rivelazioni (la sorellina di Otacon) e che sinceramente ho trovato utili come dei filler qualunque. Personaggi-macchietta come il dinamitardo, caratterizzato in maniera povera esattamente il tipo di Lady in the Water. Vi basti pensare che il suo spessore si riassume così: indossa una tuta corazzata da artificiere, corre sui pattini, e porta un calice di vino senza versarne una goccia. Questo vuol dire che essendo grosso è anche agile e veloce, attento, preciso.

maxresdefault.jpg

Uh, ma ha anche lo smalto? Che personaggio raffinato, scritto bene, maturo e…vabbè avete capito che prendo per il culo?

Eh, wow cazzo, il Trono di Spade con la Montagna crea lo stesso identico personaggio ma con meno ridicolaggini. E Fortune stesso discorso. Sono tutti personaggi che vengono venduti come ben caratterizzati o postmoderni (dio, quanto odio questa parola usata a sproposito per giustificare qualsiasi stronzata) ma che alla fine risultano solo stereotipi costruiti a partire da qualche elemento base di scrittura. Posso accordare che, ai suoi tempi, la concorrenza (anche se non tutta) era pure peggio, ma visti con uno sguardo critico non me li potete proprio spacciare in questa maniera oggi, per cortesia.

Vamp poi sarebbe un enorme buco di sceneggiatura ma considerato che viene “chiarito” nel capitolo 4 me lo faccio andar bene. Insomma, gran parte della storia di MGS mi sembra un film live-action giapponese, di quelli basati sui manga, con tantissime tamarrate e fanservice che in realtà identificano l’opera come un mero divertissment, come una goliardata (confini entro i quali colloco la saga ben volentieri), solo che poi l’autore fa il paraculo, ci infila robe prese a caso dai propri studi o dalle proprie ricerche che gli dicono qualcosa e le incastra (male) nella storia complessiva. Il discorso “geni” infatti esauriva già il 90% di ciò che Metal Gear soleva essere, aggiungere il discorso “memi” o “scena”, se poi nel corso del gioco non dai una specificità a questi temi ma rimangono solo nell’etere, li rende esercizi di stile fini a se stessi. Insomma tante belle parole ma che mal si sposano con la narrazione, coi fatti mostrati. Kojima è un altro di quelli che non capendo le specificità del medium racconta troppo e mostra poco (Show, don’t tell!), cosicché ci sono troppe parti sfilacciate che si allacciano male tra di loro perché non capisci se intendeva dire una cosa o l’altra. Abbiamo poi visto con Wong Kar Wai che utilizzare temi astratto-concettuali come l’eredità, l’informazione, la genetica, ecc non è automaticamente esser profondi, chiariamolo: citare un qualsiasi pensatore/filosofo NON fa di me un pensatore/filosofo, specie se poi mi limito a citare quelle parti più conosciute e sdoganate. Citare i memi o Dawkins non fa della mia citazione un trattato. La gente talvolta sembra credere che basti toccare un tasto per aver fatto della filosofia.

<<Sì allora, ieri ero con tre tipe, no? Bevevo ammerda, quasi biascicavo. La bionda poi che fica che era, allora le ho detto che la vita è solo sofferenza come diceva Leopardi, minchia mi è caduta ai piedi>>

                                                                   FI LO SO FO

Il precedente dialogo tratta di: edonismo, il danno degli alcolici, nichilismo, piacere, dolore, riproduzione, corteggiamento, turpiloquio a stampo realista-mimetico.

Come spiegavo prima, astrarre ai limiti massimi i concetti di un testo per dargli un connotato maturo non significa estrapolarne significati particolarmente profondi o interessanti, significa solo stiracchiarne la superficie cavando sangue anche dalle rape. MGS2 SoL è un gioco paraculo che vive solo dell’ignoranza di chi lo apprezza, perché non è abbastanza maturo da districare la matassa che l’autore presenta come un qualcosa di complesso, quando in realtà è solo un discorso mal costruito. Non è il primo e non è l’unico, pure Heidegger ed Hegel avevano lo stesso identico problema, non crediate.

In Snake Eatergioco che sul piano ludico per fortuna sa farsi valere a differenza del predecessore– ci sono meno cretinate ma una proprio non sono riuscito a digerirla. La Scala.

scala.png

scala2.png

Praticamente nel gioco sei costretto a salire questa scala di merda infinita e, nel mentre, parte la Ost del gioco. Mike spiega che è una scelta di game design per farti sentire la Ost ma che serve anche a ribadire la presa di coscienza di Big Boss (Snake all’epoca).

Il fatto è che non basta dire le cose, o metterle giù a casaccio (citarle), per renderle buone. Magari il tuo obiettivo era quello ma il risultato è, come quasi sempre con Kojima, un ibrido tra medium videoludico e cinematografico che riesce male e fa la metà di ciò che farebbero entrambi singolarmente. In questa particolare scena il giocatore sta scalando una fottuta scala, sta premendo un analogico, non c’è suspance, non c’è pathos, non c’è alcun motivo per mettere una canzone che non sia di accompagnamento. Anche perché si sente continuamente il rumore di te che appoggi il piede sui pioli, quindi c’è questo continuo “tlang tlang” che procura rumore di fondo all’ost, che dovevi far ascoltare con tutta questa messinscena.

Ma poi, anche fosse, che scelta del cazzo. Mi costringi –me giocatore– ad un’azione ripetitiva e quantomeno inutile sul piano ludico, paragonabile ad un caricamento, per farmi sentire la tua Ost e farmi riflettere sulla presa di coscienza. D’accordo. E invece optare per qualcosa di più immediato come un dialogo tra sé e sé? Una riflessione osservando un oggetto, o un animale? Chessò, un serpente che inghiotte un topo, la butto lì. No, allunghiamo la faccenda, dilatiamo i tempi ecciao.

Esattamente come faceva Shyamalan con la sua ripresa a scorrimento, per farti sentire non solo la “pesantezza” del movimento ma anche per farti sentire la mano della regia, che dovrebbe essere dissimulata. Ma perché parliamo, di grazia, è tutto postmoderno, quindi va tutto benissimo.

Tagliando corto, vi metto l’ultimo esempio che mi ha fatto innervosire in MGS4 ma ce ne sarebbero molti altri

kojima.png

Quest’uomo si masturba letteralmente con le proprie storie

Posso capire i simpatici Cameo con Stan Lee in ogni singolo film Marvel ma questo è davvero troppo. E’ preponderante, è invasivo, a certi livelli lo trovo disturbante. E’ come se l’autore fosse continuamente lì, accanto a te che giochi con la sua mano sulla tua coscia, a ribadirti:

<<te lo ricordi che stai giocando a un gioco della Kojima Productions, sì? Lo sai chi sono io, vero? Kojima sai chi è? Ti dice niente Psycho Mantis?>>

51848095_2251731318373288_7197384561162977280_n.jpg

Non dico che non abbia alcuni meriti storici, primati nel medium; sono innegabili. Vedo semplicemente che Kojima vive di rendita con quello storico primo capitolo che ha sfornato e ci ha costruito intorno tanta altra merda semplicemente vendendoti le stesse cose, o di poco variate, per ribadire le sue vecchie glorie. Cyborg ninja, mecha, cloni, scene di tortura sono tropi che l’autore ripete così spesso da rasentare la scarsità di idee e l’autoparodia. Senza contare un altro discorso, e cioè che anche se Kojima se lo mena in quel calzino chiamato Metal Gear Saga, non è affatto l’unico ad aver creato quel mondo. Dialoghi, personaggi, addirittura c’è chi dice che sono i suoi collaboratori a ricordargli le linee di testo da seguire, chi è già morto, ecc. Io vedo in tutto questo un enorme, disgraziato pallone gonfiato che continua ad autocitarsi in maniera autoreferenziale con quelle 4 cose che continua a propinare a oltranza, e i vecchi fan si bagnano tutti credendo di rivivere la nostalgia del passato; i nuovi che non capiscono tutta questa fama vengono zittiti dal classico “MA SAI COS’HA FATTO KOJIMA? PSYCHO MANTIS TI DICE NIENTE? TACI, POSTMODERNISMO, CAZZO!”

Vabbè ma dopo quello che ha fatto di veramente innovativo?

Ogni tanto salta fuori quello che mi spaccia Kojima come uno che è riuscito a fondere cinema e videogame, come uno dalle doti registiche eccelse.

Mah, no, calma. Voi che sproloquiate di “regia” ogni piè sospinto. Abbiamo già visto anche con Shyamalan che inquadrare in maniera sbilenca, o attraverso bicchieri, specchi, ecc i personaggi non è una genialata, eh? Lo hanno fatto in migliaia, e ne arriveranno altre migliaia. Anche nei giochi “base” in cui l’intrusione del regista non è esplicita esiste una regia, specie se ci sono cutscene. Prendiamo un banalissimo Uncharted: ci sono campi e controcampi, coreografie di scene d’azione, posizionamenti dei personaggi nello spazio, scelta di quali campi usare, ecc. L’unica differenza con Kojima è che altri giochi optano per visioni registiche “classiche” o “moderne”, dove i codici sono rispettati, mentre Kojima ci gioca, li rovina, talvolta aggiunge del proprio (la telecamera mobile nei filmati di Guns of the patriots alla fine è un’ottima idea) ma non è che lui abbia qualcosa in più degli altri, solo perché si esibisce scompostamente sul set. Per metterla in termini semplici, non è che se un attore mi rompe la quarta parete è per forza meglio di un film in bianco e nero dove questa regola non viene invece mai infranta. E il pubblico quando parla di Kojima fa proprio così, te lo spaccia come un genio della regia quando semplicemente è uno che si esibisce e si autocompiace nel farlo, tutto lì.

The-Last-of-Us.jpg

Tanto quanto nel primo storico capitolo ma oggigiorno gran parte della produzione videoludica di alto livello utilizza cinematiche con regie degne di Oscar. Eppure, mai sentito nessuno dire che Naughty Dog eguagli Kojima in regia.

Concludendo questo mio articolo, ho voluto parlare di questi 3 autori in particolare, facendo notare analogie e (poche) differenze non tanto per divertirmi o per far incazzare i loro fan ma per mettere in guardia. Solo perché viene costruita la narrazione intorno ad esso, come se fosse un mitico eroe contro le multinazionali, un autore è pur sempre un uomo che compie sbagli, con tutti i suoi pregi ma anche difetti. Non li sminuite, non li mettete da parte, non fate finta che non esistano solo perché vi torna comodo poter amare qualcuno che credete sia diverso. Perché poi nasce quel discorso tossico che è l’idolatria che manda in cancrena il raziocinio e non permette più di giudicare le opere per ciò che sono ma per dei costrutti narrativi che vorremmo che fossero, delle narrazioni di parte e ideologizzate. Inoltre, facendo riferimento a un discorso più ampio oggetto di dibattito, questo mio articolo serve a far notare che il bello e il brutto non sono decisi da qualità intrinseche di un’opera quanto piuttosto dalla fama e dal fandom del creatore. Se un’opera mediocre è di un autore sconosciuto allora si parla di brutture. Se invece l’opera mediocre è di uno che ha dei precedenti positivi, delle vecchie glorie o un pubblico di esaltati, quelle brutture vengono reinterpretate, di loro si dirà piuttosto che sono avanti coi tempi e che siamo noi a non averle capite, non loro ad essere effettivamente pessime o mal gestite.

 

 

 

[1]: Alovisio, Silvio, Wong Kar-Wai, Il castoro, 2013

Analisi Critica: Undertale e il suo Cuore

Ormai è una consuetudine: prima di parlare di qualcosa incomincio scaldando la platea con quelle che sono le mie esperienze iniziali con quel prodotto. Lo faccio anche perché mi piace, a distanza di anni, rendermi conto di come la pensavo inizialmente (solitamente con snobismo) per alcuni prodotti che poi si sono rivelati dei gioielli da ricordare. La mia mente tende a diventare un mischione di sentimenti e così facendo non riesco a fissare le immagini “reali” che avevo all’epoca di quelle opere.

Undertale non mi colpì proprio all’uscita. Non ricordo minimamente di averne sentito parlare come capiterebbe -chessò- per un Red Dead Redemption 2, poiché è un gioco Indie e di mio non apprezzo particolarmente, salvo rarissime eccezioni, 2 cose in particolare: giochi Indie e giochi per pc. Calma, prima di insultarmi lasciatemi spiegare, cosicché la mia introduzione possa servire a ricreare la forma mentis che avevo all’epoca che ho tutt’ora ritrattato quasi completamente ricredendomi su tutto quanto.

Quando si cominciò a parlare di “Indie” nei canali di recensioni che seguivo o tra Youtuber vari, la mia idea iniziale era la stessa che avevo con le persone Omo: finché non mi penetra la consolle, potete fare come vi pare con le vostre.

joke sans.jpg

In sostanza, non ero di quelli che se ne lamentava come più o meno capita di sentire per via della resa grafica né mi interessavano particolarmente i contenuti di giochi che all’epoca mi sembravano per lo più giochi Mobile o per vecchi gameboy. Non si può negare l’importanza che influencer come Farenz hanno avuto nel parlare, nelle loro Top Ten, di giochi come To The Moon e Valiant Hearts (sebbene non manchino Indie secondo lui di dubbia qualità nelle flop ten). Erano quelle le primissime volte che mi approcciavo a vedere schermate e contenuti non-spoiler di giochi che fino ad allora avevo prettamente snobbato e che, causa la mia pc indipendenza, non mi sognavo comunque di avvicinare.

Nel frattempo, la community di Undertale cresce. Comincio anche io, dal vociare incessante su ragazzi-scheletri, mostri “gentili” e strani fiori (e tutte le varie illustrazioni più o meno etero che seguivano), a sentire parlare VERAMENTE MOLTO SPESSO di questo famoso Undertale. Sempre a causa dei miei primi preconcetti tendevo ad associarlo ad un gioco per bambini a bassissima resa grafica e, a quanto pareva, con una bella storia e belle tracce musicali.

Il punto di svolta arriva in un momento di noia che passo con una Live dei ragazzi di Everyeye. Lo youtuber (purtroppo mi sono completamente dimenticato chi fosse) prima ancora di giocare aveva caricato il proprio pubblico di aspettative raccontando di quanto fosse bello Undertale, di quanto fosse triste la Genocide e così via, tutte cose che all’inizio non associavo a niente di particolare. C’era però tanta energia in quelle parole, c’era, oltre alla mia curiosità per questo benedetto titolo che mi ero deciso ad approcciare, una luce particolare negli occhi di quella persona che con tanta cura spiegava senza troppi spoiler cosa fosse Undertale.

Comincio a seguire la primissima Live e mi si apre un piccolo mondo.

Lui con il suo commento “aiuta” e dirime la narrazione, spiega ad esempio che Sans potrebbe avere dei poteri particolari vista la sua capacità di “sparire” a e ricomparire a piacimento. Poi vedo che molti di quelli che dovrebbero essere “enigmi” sono in realtà delle bazzeccole per superare le quali non ci vuole di certo uno scienziato. Ed è lì che una scintilla mi si accende: questi enigmi non “vogliono” essere risolti, non offrono una sfida vera e propria come farebbe un gioco standard. E’ come se dietro ci fosse nascosto un segreto, un segreto che avevo intenzione di scoprire calandomi sempre più nella storia.

Reunited.png

Parlando della trama, l’incipit sembra quasi banale, tanto che ero veramente tentato dal fare dietro-front sentendo della solita, iperabusata, storia manichea di scontro tra il bene e il male, gli uomini e i mostri. E’ Flowey però ad attizzare subito la fiammella. Ad un occhio bene allenato si riconoscono subito dialoghi “sapienti”, perché miscelano lo “standard” (con questo termine cerco di riferirmi a ciò che in genere i giochi fanno) ad elementi innovativi come battute particolarmente attuali o addirittura satira sociale e battute da meta-gioco che scherzano sui videogiocatori stessi. Infatti il primissimo tutorial del combattimento ce lo offre questo simpatico fiorellino dall’aria innocente che ci spiega di farci colpire il cursore (il cuore, la nostra vitalità e culmine dell’essenza) dai suoi semi benevoli per ricevere tanto amore. Il giocatore ingenuo ci casca perché è abituato ai giochi standard, obbedisce alle regole, le segue, le fa sue, e cerca di sconfiggere la macchina. Invece il giocatore consapevole conosce Flowey ed evita il colpo, cosicché il suo dialogo muta con flessibilità avendo intuito che dall’altra parte c’è un giocatore che ha un certo livello di conoscenza del gioco o di Flowey.

flat,550x550,075,f.u1.jpg

Nel vero finale di Undertale accessibile solo ai più valorosi, si scopre che è Flowey ad aver scritto questo articolo per intortarvi. Quindi dubitatene.

 

 

papyrus 1.png

NYE EHEH, SALVERO’ IO LA SITUAZIONE, COME SEMPRE. MA PERCHE’ SONO COSI’ GROSSO? L’AUTORE NON RIUSCIVA A GOOGLARE IMMAGINI DI ME IN SCALA 1:1?! COSI’ I MIEI SPAGHETTI SEMBRERANNO CAPELLI!

Cool-dude.png

COSI’ VA DECISAMENTE MEGLIO. MA ORA SEMBRO UN NANO, I MIEI SPAGHETTI DIVENTERANNO GROSSI COME FUNI!

Ragazzi, ragazzi. RAGAZZI. Mi disturbate l’articolo se fate così. Dopo, dopo vi do quella cosa che vi avevo promesso.

Fe2.gif

OH SI’, “QUELLA COSA”. QUELLA BELLISSIMA, MERAVIGLIOSA, SUBLIME…COS’ERA GIA?

A fine articolo posto un’analisi dettagliata del personaggio migliore di Undertale, oggettivamente insuperabile da qualsiasi gioco sia mai stato creato. Non pensare di andare per esclusione, solo perché qui ne analizzo alcuni. Può darsi che riprenda uno di questi personaggi e che spieghi per filo e per segno perché chiunque dovrebbe avere come minimo un cuscino con sopra stampata la sua immagine e ogni sua singola battuta.

Non andate al fondo dell’articolo pensando di saltare tutto il mio discorsone o ve ne pentirete.

Dunque, torniamo seri.

Flowey, dicevamo. Questo piccolo fiorellino possiede una filosofia tutta sua su quel mondo che è abituato a vedere: uccidere od essere ucciso. Subito dopo verremo accolti da Toriel, il secondo elemento che mi ha colpito con la forza della dolcezza.

Normalmente avrei pensato a Toriel come allo stereotipo della nonna o della mamma, il classico personaggio che ti ingozza di cibo o ti dice di indossare la canottierina di lana ma Toriel è molto di più. Ti chiama al telefono interrompendo la tua esplorazione ogni cinque secondi (che è esattamente il metodo corretto per ricreare l’apprensione che può generare un genitore in ansia) chiedendoti apparenti sciocchezze come

<<cosa ci vuoi nella torta? Ah, la cannella? Ma perché l’altra opzione non ti piace? No, te lo chiedo così, tanto per…>>

Quanta dolcezza. Quanta tenerezza. E lo dico sapendo che il troppo stroppia rischiando sempre di finire in uno stereotipo melenso o fastidioso ma questo non capita mai con nessun personaggio grazie a quei dialoghi scritti con estrema cura che non disdegnano mai buone dosi di meta-riflessioni e di scherzi.

Questa dolcezza subisce un duro colpo quando, ancora una volta, il gioco comunica con noi attraverso degli stratagemmi metanarrativi. Toriel si para innanzi a noi per proteggerci, e dunque spezzando l’idea del mostro aggressivo che vuole a tutti i costi mangiare gli esseri umani. Non vuole lasciarci andare in questo mondo di Undertale perché lo giudica troppo pericoloso (o forse giudica noi troppo pericolosi per quel mondo) e dunque la battaglia è inevitabile. Memori di tutto ciò che abbiamo letto nel tutorial dovremmo aver capito che non è bene combattere e che il dialogo è un’opzione preferibile. Ma è qui che il gioco ti frega, spezzando con la routine del già visto: Toriel è un boss ma è anche un personaggio molto importante, nessuno crede che possa veramente morire così presto, non dopo tutto quello che c’è stato, dopo appena mezz’oretta di gioco. Un po’ come per Pokémon, quando si dice con intelligenza che i pokémon sconfitti non sono morti ma “esausti”, il giocatore è abituato ai soliti RPG dove finito lo scontro si torna tutti amici e finita lì. E invece no. Undertale colpisce duro, o meglio, si fa colpire duro dato che Toriel smetterà di rispondere alle aggressioni e dopo un po’ subirà danni critici con facilità.

Svanisce in una nube di polvere, accompagnata da quel suono, quello “swish” leggero che sentiremo anche troppo spesso in futuro. Scompare la schermata della lotta e…il nulla. Toriel non c’è più, se n’è andata per davvero questa volta. Le sue chiamate, la sua torta fatta per noi, le sue premure nell’accompagnarci presso le trappole non torneranno mai più.

Il giocatore capisce solo a questo punto che Undertale non gioca proprio secondo le regole. Voglio dire: tutti avremo pensato che il “non lottare, cerca una soluzione pacifica” fosse la solita litania che ci ripetiamo per sentirci tutti più buoni e puri, quando alla fin fine quel che facciamo nei giochi è letteralmente massacrare altre entità dopo aver pronunciato quelle parole. Ecco, in questo Undertale già parla come se avesse un megafono tra le mani; il giocatore critico e attento non si farà più fregare, ha capito che Undertale gioca sporco ma lo fa per lanciare un messaggio a dir poco epocale.

Si prosegue poi con le gag carinissime quanto scarsamente divertenti di Sans che però nel contesto hanno un enorme significato: connotare quello che è un mostro con i tratti di una persona normalissima dedita alle facezie, e come lui il fratello Papyrus.

flat,550x550,075,f.u5.jpg

FINALMENTE SI PARLA DI ME! QUANTO HO ATTESO QUESTO MOMENTO!

Oltretutto avrete tutti notato che Sans “parla” in Comic Sans e Papyrus in Papyrus peraltro con rumori e tempistiche che ricorderebbero molto delle voci. Posata e rilassata per Sans, attiva ed energica quella di Papyrus, l’ennesimo modo con cui il gioco crea i propri personaggi a partire dalle piccole cose.

Ed è Papyrus, prima ancora di Sans, a colpirmi ancora una volta. E’ uno scheletro deboluccio che cerca di emergere con le proprie forze, a lui di cacciare gli umani non è che freghi poi così tanto, è semplicemente il mezzo con il quale avere la stima degli altri per rendersi utile in quel mondo. E noi, un umano caduto in quel posto, siamo sulla sua strada. Comincia così una serie di gag azzeccatissime (con alcune citazioni ricreate con pochi frame di animazione, come quando i due fratelli increduli si guardano l’un l’altro, il tutto seguito da delle tracce musicali semplicemente stupendi) in cui Papyrus non fa che spiegare se stesso attraverso gli scadenti enigmi che propone. La palla passa così a noi giocatori che possiamo scegliere cosa fare di questo scheletro. E’ così curioso il mondo di Undertale con le sue piccole chicche da scoprire che si è portati a seguire i due fratelli e giocare con loro (o, viceversa, subire le minacce non troppo velate di Sans quando fa capire che forse, dopo tutto, non hanno bisogno di noi per divertirsi).

Arrivati nella stanzetta di Papyrus mi si è sciolto il cuore. Anche qui si gioca sul distruggere stereotipi e stilemi consolidati: mi aspettavo che la stanza di uno scheletro fosse piena di pericoli o di cose orrende e mostruose per poi infine rivelarsi una stanzetta normalissima, come la mia o come la vostra, con abiti in disordine, letto da rifare e action figure. E il dolce Papyrus che ci spiega candidamente che gliele ha portate un uomo vestito di rosso con la barba bianca: Babbo Natale!

Avevo gli occhi a cuoricino per lui in quel momento. Ho capito che il personaggio voleva risultare inoffensivo e amichevole, ho compreso che il gioco voleva comunicarci l’idea di assoluta normalità che il diverso può celare. Undertale già dalle prime battute ci invita a cercare di capire e conoscere prima di giudicare gli altri e il loro vissuto.

Altre piccolezze che è doveroso citare sono le varie OST di Snowdin e della lotta con lo scheletro che sono davvero ispirate e trascinanti. La “lotta” e l'”appuntamento”, poi, sono dei minigiochi con cui si scherza, si ride, si approfondisce la relazione con il personaggio e i suoi spaghetti. Chi lo avrebbe mai detto che uno scheletro potesse apprezzare la cucina? E che il regalo per noi fossero, appunto, i suoi spaghetti?

Undertale, inutile dirlo, ti fa “giocare” con lui, se scegli di seguirlo, ricambiandoti non con l’esaltazione della lotta, del superamento di uno schema, ma con l’emozione di aver scoperto un’esistenza, di aver aiutato e reso felice qualcuno che ha problemi a relazionarsi o a rivelare il proprio amore. La schermata di combattimento non è nient’altro che un sistema flessibile di interazione coi personaggi che può cambiare di volta in volta e che permette anche ai nostri avversari di “giocare” con noi, come nel caso del manichino posseduto che usa degli aiutanti incapaci di colpirci e che vengono da questo licenziati. Cambieranno così i suoi attacchi, ripiegando su un coltello ma, lanciato quello, il manichino capirà di essere rimasto a corto di coltelli. Il gameplay di Undertale nella sua forma “giocosa” e non competitiva è un’esibizione di fantasia, la valuta che più apprezzo, stimo e premio nelle opere. Veder ogni volta cambiare il contesto, le schermate, le regole di gioco, è semplicemente stupendo e indice di una fantasia sconfinata che, ricordiamolo, sta pur sempre usando una grafica antidiluviana e un sistema molto limitante per fare ciò che fa. Il genio di Toby Fox sopperisce alle mancanze della macchina con le sue OST, con i suoi dialoghi quasi Tarantiniani, con le sue animazioni e con gli sprite così espressivi.

Undyne.gif

Una delle cose di cui si accorge ben presto, poi, è che Undertale mira tantissimo a distruggere gli stereotipi. Un primo vero esempio, dopo Toriel e Sans, è quello costituito da Undyne che io inizialmente credevo fosse un cavaliere nero stile Terminator. Una volta tolta l’armatura si è rivelato un personaggio bizzarro nella sua estetica ma con tantissimo da scoprire. Undyne possiede le qualità della fedeltà, della correttezza morale e della rettitudine: è a tutti gli effetti una donna-cavaliere pur essendo un mostro, e si sa che i mostri non hanno etica. Poi però ha anche dei lati in ombra: è aggressiva oltre ogni limite, sfodera la propria lancia per un nonnulla, tanto che, se si sceglie di non uccidere nessuno, si avrà un caloroso “appuntamento” con lei nella sua cucina dove un’azione innocente viene trasformata in un semi-combattimento pieno di gag. Come se non bastasse, Undertale gioca anche con gli stereotipi sessuali e inserisce una gran quantità di personaggi omo tra cui Undyne, Alphys e le due guardie corpulente che si chiamano “bro” a vicenda e che si spogliano. Ammetto che sono rimasto piacevolmente sorpreso la prima volta, non credo di aver mai visto un gioco trattare l’omosessualità con tanta nonchalance se togliamo il recente Life is Strange. Quello che stupisce di più è vedere che dei mostri non si fanno alcun problema nell’accettare questo tipo di coppie, cosa che invece ci facciamo noi non-mostri. Ed è a questi livelli che scatta una riflessione sulle etichette che affibbiamo con troppa generosità agli altri. Notevole, inoltre, che un gioco voglia spingersi così in là su un tema delicato ma che in realtà è stato ampiamente accettato e apprezzato (e meno male, aggiungerei).

alphysundyne.png

La fase seguente riguarda invece proprio Alphys, la scienziata, e il suo robot assassino Mettaton. Inutile ribadire che anche qui si giochi tantissimo sugli stereotipi: Alphys è innamorata di Undyne ed è molto insicura, così tanto che cerca riparo, come un Otaku, nelle storie immaginarie. Ci sono tantissime citazioni ad anime e manga e ai vari nerd, la scena più bella è quando Alphys si mette a parlare del proprio anime preferito: a livello di gameplay e interazione si traduce letteralmente in un fiume di parole estremamente veloce sul quale tu non hai alcuno spazio di manovra, non ti è concesso premere il pulsante per far scorrere il testo, non ti è concesso di leggere con calma, decide Alphys come parlare della propria passione e questo simula in maniera ottimale il discorso di un fanatico sulla sua serie preferita che più o meno tutti avremo avuto almeno una volta.

72684-63.png

Mettaton inizialmente è un vero robot assassino anche se infarcisce tutto con gag memorabili. Vi cito solo la mia preferita, quando fa il conduttore televisivo di un programma di cucina e vuole fare a pezzi il protagonista con una motosega. Alphys però gli telefona in studio e chiede se non sia possibile una alternativa vegana, quindi senza carne, solo per rallentare Mettaton. Così scatta una gara all’ingrediente –che lui aveva già preparato– vegano che dovremo raggiungere mentre lui ci ostacolerà, solo per scoprire alla fine che il manicaretto era già pronto, esattamente come in alcuni programmi di cucina! Il livello di dettaglio è notevole, ed è tutto così meravigliosamente ben scritto e bilanciato che perderei troppe pagine a parlarne senza annoiarvi, senza contare che si citano, oltre ai gusti sessuali di prima, anche determinate scelte personali dettate da un’etica. Undertale non parla solo di sessualità ma di personalità.

Mettaton infine si scopre essere nientepopodimeno che un ballerino con gambe stupende e, dulcis in fundo, un fantasma che aveva chiesto un corpo ad Alphys, con tutti i retroscena che seguono tra lui e il cugino fantasma.

Non fa eccezione neppure Asgore, il famigerato Re dei Mostri, che già dal titolo faceva presagire qualcosa di funesto e invece si rivela essere un mollaccione che cura il proprio orticello e i fiorellini quando arriviamo da noi. Il suo dialogo, la sua espressione, tutto di lui ci dice che in realtà non è affatto cattivo ma proprio come Toriel è quasi paterno, amichevole. Il combattimento scatta se proprio lo desideriamo ma lui non sembra volerlo realmente. Lo fa perché è investito della propria carica di Re e della fiducia di tutti i cittadini ma sarebbe ben lontano se seguisse il proprio cuore.

E’ a questo punto che, nell’end game neutrale, arriva Flowey per vendicarsi su tutto e tutti e acquisire le varie anime umane che deteneva Asgore colpendolo alle spalle dopo che era stato indebolito da noi. Lo scontro con Flowey, di cui voglio ricordare la malefica risata, sfonda la quarta parete facendoci capire che il nostro salvataggio è stato cancellato e che la sua punizione per noi consiste nell’ucciderci violentemente fino alla fine dei tempi. Un concetto che esula dal mainstream cui siamo abituati e che contribuisce a dare anche dei connotati Horror a quello che prima era decisamente un mondo pacifico con qualche buontempone che si spacciava per nemico. Il giocatore contro Flowey evoluto ha vita dura perché il gioco è studiato appositamente per non farti vincere fino a un certo punto in cui l’unione delle anime batte il nemico ancora una volta.

Flowey si dichiara sconfitto e a questo punto interpella noi per una scelta: eliminarlo o meno. Lui insisterà sul voler essere eliminato e sul portare sulla “cattiva strada” il giocatore ma se abbiamo interpretato correttamente lo spirito di Undertale, Flowey va almeno una volta risparmiato. A quel punto lui metterà in dubbio i propri valori (ricordate all’inizio, quando parlava di uccidere o di essere uccisi?) poiché qualcuno gli ha dimostrato che è possibile avanzare senza uccidere a dispetto di ciò che ha sempre creduto, anche a causa delle proprie sofferenze passate. Normalmente, se il gioco fosse tutto qua, avrei da ridire. Non mi piace questa filosofia e penso di averlo ripetuto più volte: anche se lo considerassimo un gioco per bambini ( e NON lo è) questa morale del “se ci credi abbastanza ce la fai” è nauseabonda e ipermasticata, stucchevole e obsoleta. Non basta crederci forte per far avverare i desideri, talvolta ti trovi davanti dei colossi che ti ostacolano e che di parlare e di negoziare non hanno alcuna voglia. Per proteggere ciò che hai di più caro, come i tuoi amici o le tue idee, talvolta si scende allo scontro e sei costretto a decidere se uccidere o meno, perché quel nemico potrebbe, una volta risparmiato, tornare ancora con alleati più forti contro di te.

Ma. E dico ma, Undertale non si esaurisce qui ed è questo uno dei motivi per cui lo apprezzo parecchio: perché non si limita a comunicarti quel che LUI ritiene giusto, come l’idea di non-violenza (anche se a ben vedere quello è il finale considerato migliore, ma va bene uguale) ma ti dà tutti gli strumenti decisionali per fare come ti pare in quel mondo. Vuoi fare un po’ e un po’ in neutrale? Puoi, ma non avrai accesso a tutte le scenette e le chicche dei personaggi. Vuoi fare il pacifista? Puoi, anche se lì va vissuta come esperienza più che come gioco. Vuoi fare il genocida? Puoi, anche se così facendo chiaramente ti perdi gran parte del valore di Undertale e dei suoi personaggi scambiandoli con ottime sfide da videogame classico. Insomma, rovesciata così in effetti è una triplice morale niente male: qualunque cosa tu faccia otterrai delle cose e ne lascerai delle altre lungo il tuo percorso, sta a te decidere quali e come costruire la tua storia. Comunque, a te lettore che sei arrivato fin qui leggendo tutto, io dono la chiave che ti servirà più avanti. Tieni bene a mente questa frase: “In matematica avere un 3 mi alzava la media”.

Stando così le cose, Undertale è un gioco molto, ma molto più maturo di tantissimi altri. E a differenza di esperienze come Life is Strange o altri giochi dalla forte componente narrativa, non manca di offrire sfide ponderate e divertenti per tutti i gusti. Undertale è l’evoluzione delle avventure grafiche, per me. Di tutto un po’, e tutto di alta qualità.

Quel che ho da dire sulla Pacifist e sulla Genocide in realtà non è molto perché il gioco, anche se varia in maniera molto intelligente alcuni dialoghi e alcune scene sulla base delle scelte effettuate, grosso modo è sempre lo stesso nella struttura.

DoggoPet.gif

Di rilevante nella Pacifist ci sono tutti quei personaggini secondari che sono pucciosissimi come i vari Doggos che vogliono le coccole, o gli Tsunderplane. E infine scoperte importantissime sulla Lore con il vero laboratorio segreto di Alphys in cui compiva gli esperimenti su mostri morti, anime e quant’altro. Un altro spaccato Horror che mi ha lasciato piacevolmente sorpreso. I vari retroscena si collocano al posto giusto per poi infine arrivare a scoprire la vera identità di Flowey e lo scontro finale con lui, ancora una volta molto intelligente e giocato bene.

La Genocide è importante, sebbene non tutti riescano a giocarla fino in fondo a quanto ho sentito, perché empatizzano troppo con i personaggi per ucciderli. E’ importante perché risponde alle pulsioni distruttive e autodistruttive dell’individuo che tratta il proprio mondo e i suoi personaggi come fossero pupazzi o servi da eliminare a piacimento. Anche questo versante ha dei risvolti Horror molto toccanti perché ogni personaggio che precedentemente avremo salvato e amato ora viene da noi distrutto senza pietà: Papyrus che ci “risparmia” e ci tende la mano e noi che avanziamo nella nebbia contro di lui. Il suo “puoi fare meglio di così, io credo in te“, che non giudica ma sprona.

Undyne che non vuole saperne di morire e che ci dimostra di essere l’eroe di quel mondo di mostri, al posto nostro.

Mettaton che viene sconfitto e Alphys che crede di poterne costruire un altro simile, nonostante il rumore della “polvere” alla sua sconfitta.

Infine, Sans. Come volevasi dimostrare, il nemico più ostico e forte di tutto il gioco è proprio quello di cui non avremmo mai sospettato, proprio in stile Undertale che continua a dirci che non bisogna fermarsi alle apparenze.

Megalomania.png

Sans è un personaggio iconico non solo per le proprie battute così scarsamente divertenti da fare il giro e diventare bellissime ma perché anche nel combattimento, gestito magistralmente, opera la rottura della quarta parete. Si comincia con quello che secondo me tutti hanno ritenuto un attacco-scherzo. Così veloce e pericoloso da non lasciare scampo; nei videogiochi ogni tanto capita che non sai se devi morire per forza per far procedere la narrazione o se vincere veramente la sfida. Ed è li che realizzi: è tutto vero, mi sta attaccando con tutte le sue forze e non retrocede di un passo. Lo scontro lo vinci memorizzando la maggior parte dei suoi attacchi, subendo meno danni possibile e cercando di resistere il necessario. Una volta che Sans si sarà stancato farà il bastardone: ti proporrà una tregua e poi ti risparmierà, dando a te la scelta se risparmiarlo o meno, col piccolo problema che se sceglieremo di risparmiarlo lui ci ucciderà senza lasciarci scampo, perché siamo un avversario troppo pericoloso per rimanere in vita.

Ed ecco che monta la furia omicida anche per lui, che ci costringe a ricominciare lo scontro ancora una volta. Si torna al punto di prima per NON risparmiarlo mai più e così lo scontro procede con lui (e anche noi) sempre più provato, sempre più visibilmente stanco, fino al suo attacco finale e al suo gesto, ormai reso inutile dalle forze che gli mancano, di lanciarci contro il muro senza più causarci danno. Una scena memorabile e costruita bene nonostante si sia ancora in piena fase di scontro.

Qui avviene qualcosa che secondo me eguaglia in genialità Psycho Mantis di Metal Gear: Sans, capendo di non poterci sconfiggere, opterà per una vittoria per forfait avversaria, cioè aspettando che ci annoiamo abbastanza da spegnere il gioco. Infatti lo scheletro, avendo capito la struttura a turni del gioco, sceglierà di NON passare il turno a noi, non essendoci un timer, cosicché il giocatore sarà costretto ad abbandonare. L’unica cosa che il giocatore può fare è “sbattere” contro il riquadro dei comandi per suonare un campanellino e svegliare Sans, sfibrato dal combattimento. Dopo qualche secondo ci accorgeremo che ci sono dei punti che non fanno suonare il campanellino per svegliarlo: lui dormirà della grossa e noi potremo letteralmente “trascinare” il riquadro sulla casella “Lotta“, così da cliccarla e azionare il nostro colpo anche se non è il nostro turno. Sans si sveglierà ma sarà troppo tardi, verrà tranciato in due e la sua scena finale è davvero lacrimevole: chiederà a Papyrus, già trapassato, se vuole qualcosa dal fast food. Poi, fuori campo, il rumore del mostro che si tramuta in cenere.

Davvero, davvero, davvero spettacolare. Anche io che in genere non sopporto i Rythm Game o le sfide di questo tipo avrei potuto solo applaudire a quella che è un’esplosione di genialità creativa unita ad un game design divertente e originale, fresco e mai stancante.

Mi spiace anzi che molto spesso tutto questo non venga capito. Ad esempio il buon Farenz, amante di Metal Gear, rispondeva ad un Caro Farenz ti scrivo nel 2017 dicendo che Undertale è un buon gioco ma non il capolavoro di cui tutti parlano.

Io non sono particolarmente legato alle avventure grafiche per cui potrei sbagliarmi ma ditemi voi dove trovare un gioco Indie, sviluppato da poche persone, con una qualità di dialoghi così alta, con personaggi così freschi e innovativi, con tematiche così importanti, con un gameplay in procinto di variare ad ogni scontro, con una morale triplice. Ditemelo voi. Non è una sfida ma una constatazione: sebbene neanche a me piaccia il termine “capolavoro”, perché sottintende che in qualche modo sia oggettivamente bello e che se non ti piace tu sia sbagliato, va ammesso che quando qualcosa non ha dei pari o è uno dei primi se non il primissimo a proporre qualcosa, gli va riconosciuto il 100% del merito. Undertale potrà peccare nella grafica ma sopperisce con tutto il resto. E’ l’esatto contrario di titoli tripla A blasonatissimi con grafica iperpompata (e qui voglio rovinarmi, citando Uncharted) che sono osannatissimi come capolavori videoludici ma che hanno personaggi e relativi dialoghi profondi quanto una scarpa. Per uno come me, che adora il dialogo profondo e la riflessione su temi importanti, Undertale è una manna dal cielo. Dovrebbero esistere più giochi così.

E non ho altro da dire se non che…siamo arrivati al momento clou. La parte che tutti stavate aspettando e per la quale vi siete sorbiti le mie battutacce e i miei sproloqui, a meno che non siate stati scorretti scorrendo subito a fondo pagina. Ma se siete così scorretti forse non state neanche leggendo questo pezzo quindi è inutile divagare troppo.

 

 

 

         Link di fine articolo al miglior personaggio di Undertale mai creato

> Clicca qui se hai saltato tutto ciò che ho detto solo per arrivare al meglio del meglio.

> E clicca qui se sei una persona onesta e hai letto tutto ottenendo la chiave.

Analisi Critica: La Quarta Grande Guerra dei Ninja (Parte 3)

Avevo iniziato dicendo che Naruto è una delle mie opere preferite ma ci tengo all’imparzialità. Questa terza parte tratterà infatti della Quarta Guerra dei Ninja, l’arco narrativo in genere più disprezzato della saga. Cercherò anche di dare qualche possibile spiegazione alle accuse più frequenti che in genere si sentono sempre quando si parla di Naruto e grosso modo sono queste:

-Dopo Pain non c’è più niente che valga la pena di vedere

-Sasuke cambia idea troppo repentinamente

-L’identità di Tobi è una banalità

-La Grande Guerra è mal gestita

-Molti personaggi importanti sono stati tralasciati completamente

-La battaglia finale rende Naruto un Dragon Ball

Kaguya non ha senso

-Naruto si è snaturato parlando di messia

1cd0be418ee1633ba92fd5c6bfd3ca020d5af522_hq.jpg

                                                         – Dopo Pain, il nulla –

Questa prima affermazione è falsa e sinceramente mi snerva quando la sento. Noto che si ricollega a un filone che come argomentazione principale ha sempre “dopo l’evento x l’opera y non è più la stessa“. Ho sentito dire che dopo Freezer Dragon Ball doveva finire per i fan, che dopo L Death Note non è più lo stesso. Ho sempre trovato queste affermazioni abbastanza sommarie, arbitrarie e in ultima analisi poco sensate, perché analizzando bene queste storie al più si può parlare di alti e bassi (ad esempio, lo scontro con Cell o con Majin Bu mi sembra che potenzi di molto le dinamiche avute con Freezer, come si fa a dire che gli sganassoni vanno bene prima ma non dopo? Come si fa a dire che i Cyborg sono troppo incredibili per una storia del genere? Non ha senso) ma quasi mai di una spaccatura così netta. Prendiamo Naruto in esame.

Dopo lo scontro con Pain abbiamo ancora un bel po’ di cose molto belle da vedere:

-Sasuke vs gli attuali Kage

-Lo scontro di Sharingan e di Izanagi tra Sasuke e Danzo che non ha niente da invidiare ad altri scontri celebri

-Il passato di Naruto con Kushina Uzumaki

-L’inizio della Guerra coi redivivi (che nelle fasi iniziali è entusiasmante come poche cose)

-Lo scontro con i precedenti Mizukage, Tsuchikage, Raikage e Kazekage

-Lo scontro con le forze portanti redivive

-Lo scontro Madara redivivo VS esercito alleato, che nell’anime è considerato uno dei migliori a livello visivo

Qualora non vi bastasse, è letteralmente pieno della stessa filosofia di prima:

-La filosofia di Itachi redivivo che parla a Sasuke 

-La filosofia di Kabuto e Izanami

-Il passato di Madara e Hashirama, il senso dei villaggi ninja

-La filosofia di Madara e Tobi

-Naruto vs Sasuke e la filosofia rinnovata di Sasuke

Insomma, come fate a dire che non ci sia nulla per cui valga la pena? Avete semplicemente individuato un personaggio enorme, a dir poco inarrivabile come Pain, e vi siete limitati a dire che siccome non è più stato eguagliato allora sia tutto da buttare via. Questo è falso e lo vedremo durante il corso di questo articolo. Sebbene Pain sia effettivamente un personaggio monumentale e la sua filosofia molto interessante, nella parte finale di Naruto ci sono elementi in grado di arrivargli almeno pari.

Naruto-shippuden-guerra-ninja.jpg

                                             – Troppi personaggi dimenticati –

Questa affermazione invece è purtroppo vera. Troppi personaggi importantissimi (Rock Lee ad esempio) dimenticati e -aggiungo io- altri morti con puro nosense (vero, Neji?)

Naruto è cominciato con un esame di selezione, con vari piccoli protagonisti che si proteggevano le spalle dai pericoli e che difendevano il proprio villaggio. Per favorire la narrazione questa si è concentrata esclusivamente sulla guerra, su Sasuke, Naruto e Kakashi dimenticandosi i restanti 3/4 del cast. Solo occasionalmente faceva capolino Orochimaru o qualche altro personaggio come Gai che era voluto per dare una versione potenziata (ma comunque “copia”) di Rock Lee, o Neji che è servito per il discorso di Tobi ma che è morto come un idiota praticamente da solo e senza scopo con un anticlimax. Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi su Rock Lee che vuole diventare un ninja maestro di arti marziali? Dov’è finito il discorso sull’innatismo di Neji? Perché lo scontro con Asuma si riduce al nulla più assoluto e insensato? Perché un pirla semi-stereotipo come Killer Bee ruba spazio a gente come Hinata, Shino, Kiba?! Tutti questi personaggi si riducono a commentare brevemente qualche battaglia e a farsi da parte; nel combattimento finale Naruto cerca di dar loro spazio ma si riducono a personaggi sullo sfondo, copie carbone ormai svuotate di tutto, semplici “amici” a far bella figura come un quadro appeso. Lo capisco che vedere i Kage sia qualcosa di eccitante e che vedere ninja “comuni” lo sia molto meno ma così sembra quasi che Kishimoto voglia azzerare tutti i discorsi precedenti, anche se sono già stati trattati. In alcuni casi li ripesca e li ripete (Zabusa e Haku, Sasori), in altri se li dimentica proprio. Non c’è omogeneità.

naruto-1710883.jpg

Uno scontro che aspettavo dall’inizio risolto fuori campo, sigh

                                                   – La guerra è gestita male –

Parzialmente vero. Abbiamo comunque visto, anche con One Piece e la Guerra per la Supremazia, che gestire troppi personaggi importanti si riduce a scontri e dialoghi fugaci giusto per mostrarli ma la partecipazione di ciascuno è ridotta in favore degli altri e non si riesce a dare spazio a tutti ma solo agli elementi centrali in una struttura piramidale: scontri tra soldati semplici, scontri tra ufficiali, scontri tra generali.

Kishimoto si ritrova a gestire un’enormità di personaggi anche nuovi, di tecniche mai viste e che non vedremo troppo spiegate – e questo anche per dare un minimo di pathos – e alcuni personaggi preponderanti sugli altri. Forse avremmo potuto avere una fase in meno dello scontro tra Tobi/Madara/Alleanza e qualche fase intermedia in più, tagliando completamente lo scontro con Kaguya. 

Ho scritto “parzialmente vero” perché un’altra metà invece la salvo tutta e se lo merita. La Guerra Finale è un furbo espediente per farci rivivere esperienze che abbiamo già superato (una caratteristica molto comune un po’ ovunque, pensate alla battaglia finale di Harry Potter) anche per farci capire il grado di maturità raggiunto da tutti, non solo dai protagonisti. Ad esempio rivediamo i pensieri di Sasori, quelli di Asuma (alcuni non cambiano proprio, come Kakuzu), quelli di Zabusa e di Hanzo la Salamandra. In più, è anche un sistema per far alleare quelli che precedentemente erano nemici in un’unica alleanza. Questo è un sotterfugio che vediamo spesso (prendete Doomsday che interrompe la lotta tra Batman e Superman facendoli unire, o l’agente Smith che fa unire umani e macchine in Matrix), così spesso che in genere tendo ad accordargli un valore medio di 6 su 10 come scelta. Nel senso che sta cominciando a diventare un cliché iperabusato per mandarla in caciara e far finire scontri interessanti a tarallucci e vino. Due entità entrambe molto importanti per la storia si scontrano? Ey, arriva un nemico ancora più nemico di entrambi che li fa alleare, e dopo averlo sconfitto saranno così esausti e così amiconi da non scontrarsi più! Che palle. E che banalità sta diventando.

Infatti in Naruto questo diventa un semi-problema per la filosofia che ci ha imbastito sopra: stiamo indagando un metodo per non far odiare le persone, per non farle combattere, per mettere un freno a tutto questo, ricordate? Ora immaginate che USA, Medio Oriente e Russia si alleino contro GLI ALIENI che vogliono conquistarci. Come sviluppo narrativo e soprattutto come risposta lascia molto a desiderare perché è solo a breve termine: ORA siamo alleati e non ci odiamo, e dopo? Una volta che Naruto e il motore della narrazione sarà morto? Questa non è una risposta definitiva, in sostanza, e io come lettore mi sento preso leggermente in giro.

Infine, ho letto anche critiche allo “smercio” di tecniche presenti, perché si vede Sasuke utilizzare gli occhi di Itachi, Kabuto che coi redivivi ottiene ogni tecnica al mondo + Orochimaru, Tobi che usa Sharingan, Rinnegan e le sei vie della trasmigrazione di Nagato. Il termine usato, “smercio”, che sembra indicare un mercato, una bettola, qualcosa a basso costo che viene svenduto e che invece meriterebbe magari una gioielleria, lo trovo alquanto inadeguato e ingiusto. Posso capire che stanchi vedere sempre le stesse tecniche ma Kishimoto si è spremuto le meningi per farci vedere le stesse cose da una prospettiva diversa, facendoci vedere personaggi come Hanzo che erano morti prima o gli Hokage che cooperano, tutte cose che senza questo espediente non avremmo avuto. Considerato che Kishimoto si giostra bene con le varie tecniche e regole che lui stesso si è creato e che ci offre la possibilità di vedere le nuove generazioni che scalzano le vecchie, ormai morte per esigenze narrative, non è un’idea così malvagia dopo tutto. In un certo senso si può dire che siamo riusciti ad avere un’idea generale di guerra in grande stile con elementi che già conoscevamo che hanno ridotto i tempi di spiegazione. Uno scontro vecchia maniera alla ricerca di Sasuke uno contro uno avrebbe solo dato l’idea dell’ennesimo duello mentre qui vediamo soldati-ninja che cooperano. Per questo dico che l’esperimento è riuscito almeno per metà molto bene.

main-qimg-c2fa47e1eb7bdd0a4964edc3be062257.png

                                   – L’identità segreta di Tobi è gestita male –

Eh, dannazione se è vera questa. Mi fa incazzare come gli ultimi colpi di scena del Trono di Spade perché la mia fantasia ha superato di gran lunga quella degli sceneggiatori. Vi racconto cosa mi ero creato io nella mia testa, anche leggendo qua e là:

Innanzitutto, ripetere tobitobitobi porta a Obito, e fin qui è ok. Ho pensato che fosse un modo per depistarci tutti, anche l’occhio rimastogli visibile dal buco nella maschera era così lampante che devi letteralmente essere un deficiente per non arrivare a rispondere “è Obito“. Abbiamo visto che è morto ma il suo cadavere no, tutto è possibile in un mondo dove esiste la resurrezione. Al che ho cominciato a cercare possibili personaggi e ho rintracciato una scena che pensavo fosse la chiave di tutto, quando Tobi spiega a Sasuke la verità su Itachi.

madara 1.jpg

Il fratello di Madara è quasi felice di sacrificarsi. Quel “grab” poteva significare il suo ricordarsi di se stesso

madara 2.jpg

Quello nella bara gli somiglia ma poteva essere un trucchetto grafico per farci vedere UN Uchiha a caso, mentre il fratello era ancora vivo. Si parla di “sacrificio”, non necessariamente di morte

In sostanza, io credevo che Tobi fosse il fratello minore di Madara prima del flashback che spiegava come fosse morto. Tutto avrebbe avuto senso: un personaggio dagli enormi poteri, praticamente identici a quelli di Madara che può intercambiarsi gli occhi, che conosce tutta la storia. Obito se anche fosse stato vivo quando lo vediamo contro il Quarto Hokage è decisamente troppo forte, Kakashi ci viene mostrato ed è un Jonin ma pur sempre un ragazzino in confronto a Minato. Come poteva Obito averlo superato così tanto in così breve tempo? Inoltre mi insospettiva che un personaggio per Madara molto importante venisse taciuto ed eliminato così in fretta dal discorso. Siccome adoro i gialli e mi piace predire il colpevole con largo anticipo ho imparato a decifrare molte frasi e molti comportamenti e questo mostrarlo così poco era davvero sospetto. Credevo con tutto il cuore di averci preso, solo per poi essere smentito con il più banale dei cliché. Sul serio, trovatemi una rivelazione più banale e citofonata, in qualsiasi opera, dell’agnizione di Tobi. Io sinceramente fatico a trovarne. Persino scoprire che Minato è il padre di Naruto POTEVA essere non del tutto sicuro, visti solo i capelli. Cazzo, capisco il foro nella maschera ma almeno cambiagli il nome; Kishimoto ha esagerato con gli indizi o ci ha presi per degli idioti. Ma se uno legge Naruto e adora la riflessione, la filosofia e lo scontro tattico ti pare di poterlo fregare così? Quindi avete ragione, questo è davvero un punto debole nella trama che al massimo si rende più interessante quando veniamo a capire cosa sia realmente successo a Obito.

Guy_Vs_Madara.png

TRIPLO KAIOH KEEEEEENNNNNN

                                      – La battaglia finale è Dragon Ball, non Naruto –

Indiscutibilmente vero. E la spaccatura avviene appena Tobi comincia a “trasformarsi”, io l’ho individuata lì. Con “scontro alla Dragon Ball” intendo un combattimento basato unicamente sui livelli di forza fisica e di scontro diretto con l’avversario, privato completamente di quegli elementi tattici come l’ambiente, la psicologia, le tecniche che avevamo visto nel primo articolo. Se da un lato è comprensibile la scelta di mostrare tecniche così potenti da rendere inutile qualsiasi strategia, il problema è dell’autore che non è riuscito a escogitare qualcosa di alto livello per sublimarne l’estetica. Con ciò intendo dire che, se si combatte un Dio che sa manipolare lo spazio-tempo, anche la tua strategia per fronteggiarlo deve essere grandiosa. Per fare un esempio, qualcosa di simile a ciò che Yugi fa contro Pegasus che gli legge le carte. Altrimenti il risultato è unicamente una serie di scazzottate in cui vince chi pesta di più l’altro, paradigmi che ormai ci siamo lasciati alle spalle da davvero tanto tempo e che Naruto stesso aveva contribuito a rendere obsoleti.

682-kaguya2.png

Dai, qui abbiamo tutti sorriso, ammettiamolo

                                                           – Kaguya non ha senso –

Ovviamente ho dovuto semplificare tutte le posizioni contrarie a Kaguya. In realtà il suo senso ce l’ha, nella storia viene spiegato. Il problema principale è che lo scontro finale (ok, non è proprio quello finale, siamo d’accordo, ma è estremamente importante) deve riassumere in poche parole: la tua nuova forza, la tua maturazione etica e psicologica, la risoluzione e lo scioglimento dei vari problemi che il nemico ha causato. Va da sé che il finale e il colpo finale assestato hanno maggior peso dialettico tanto più il nemico è percepito come pericoloso. Per fare un esempio, Rob Lucci di One Piece è davvero ben gestito (se si esclude come viene sconfitto): è un personaggio che vediamo per tutto l’arco temporale, comanda il gruppo che ha causato il casino, è aggressivo, è forte, se lo lasci libero chissà che altro ti combina, ergo sconfiggerlo procura quella catarsi di cui siamo costantemente alla ricerca. Kaguya è, in parole povere, una sorta di semi-divinità che ha dato vita al chakra che i ninja hanno rubato e ora lo rivuole per sé. Insomma, mi sta bene dare sfaccettature e non permettere al lettore di definire cosa sia bene e cosa male, con Naruto è una costante, ma questa motivazione non è né malvagia né buona, è solo blanda. E’ istintiva e neutrale, tanto che mi spinge all’indifferenza più totale per questo personaggio che prima non è mai stato nominato e che nessuno di noi associava a un nemico. Un altro problema è il continuo cambio di prospettiva sui cosiddetti nemici finali: Uh! Non è Pain, è Tobi! Uh, non è Tobi, è Obito! Uh, non è Obito, è Madara vero! Uh, non è Madara vero, è Kaguya!

Sarebbe stato meglio a quel punto fare dell’Eremita delle Sei Vie il vero nemico perché lo abbiamo visto ripetutamente e sappiamo che era capace di creare delle lune e dei mostri di chakra. Una divinità insomma, che per esigenze narrative doveva essere buona e aiutare Naruto, così Kishimoto ha ideato come sostituto sua madre.

Minato_and_Naruto_bump_fists.png

Ve lo ricordate quando parlavamo di esami scritti? Ecco, ora parliamo di divinità, messia, salvatori e profezie

                                                        – Naruto si è snaturato –

Faccio solo un appunto: è sempre pericoloso parlare di Natura o di cose Innaturali o che si sono s-naturate, perché presuppone che si conosca la vera Natura, cioè l’essenza, di qualcosa. A sua volta questo porta a una fallacia logica conosciuta come “nessun vero scozzese“, come quando si risponde “quello non è il vero X, il vero X è ciò che dico io”.

E tu chi sei per dire che il VERO sia quello e non quell’altro? Naruto ha sempre parlato di temi come l’amicizia e il valore dei legami ma questo basta a renderlo la sua “natura”? Abbiamo anche visto che Naruto mette in piedi discorsi profondi come il sacrificio, la difesa della patria e dei propri cari, non sarebbe troppo strano veder maturare la sua posizione sull’amicizia per far comprendere a Naruto, e a noi di riflesso, che questa non sia tutto, o non sia la cosa più importante.

Fatta questa piccola premessa, effettivamente ritengo anche io che Naruto si sia snaturato in larga parte verso le battute finali, e ne avevo già fatto accenno all’articolo prima. La storia di Naruto è quella di un combinaguai che matura fino a diventare Hokage ma con il piccolo problema che più lui matura meno io mi sento simile a lui e invogliato ad ascoltarlo. Con il Naruto combinaguai, o anche con Rock Lee e Neji, potevo immedesimarmi e sentirmi parte di quella storia ma quando cominciano a essere tutti dei prodigi in qualsiasi cosa io lettore mi sento inevitabilmente escluso o allontanato. Tutto ciò si acuisce quando mi vieni a dire che chiunque può fare il miracolo col duro impegno ma poi tu giochi sporco perché hai un antico demone deus ex machina dentro di te e, senza fartelo bastare, sei tipo il messia del mondo eletto da una profezia e amato da un Ninja leggendario. Infine, il creatore del mondo dei ninja ti ha in simpatia e a quanto pare sei il discendente di una dinastia millenaria potentissima.

Ora, come fai a guardare in faccia il tuo pubblico e a raccontargli ancora quella cazzata dell’impegno? Naruto è stato letteralmente aiutato ogniqualvolta fosse in pericolo. E prima di una battaglia veniva allenato da gente di alto rango con tecniche sublimi, e durante la battaglia veniva salvato da compagni vari, e dopo la battaglia si alleava con altra gente forte. E’ come se il messaggio fosse << basta studiare per prendere il Nobel >> poi però si scopre che lui ce l’ha fatta perché è Stephen Hawking, ha un quoziente intellettivo a otto cifre e ha avuto come maestro Gesù. Dai ma vaffanculo, siam capaci tutti così, che insegnamento stupido e inutile!

Comprendo quella che è l’esigenza narrativa. Siamo ormai alle battute finali, ai nemici più forti e alla conclusione della storia. Però questo aspetto secondo me Kishimoto non è riuscito a gestirlo bene esattamente come il sovrannumero dei suoi personaggi principali. Si riscatta in parte con la filosofia di Sasuke e l’ultimo scontro etico del manga ma il senso di ingiustizia permane. Specie quando continui a chiamare “messia” quel personaggio che doveva essere uno qualunque. Perché c’è sempre bisogno di una profezia? Perché devi parlare di predestinati in un’opera che inizialmente dava a tutti le stesse opportunità?

sasuke_uchiha__rinnegan_full_power__by_uchihaclanancestor-dbloupu.png

E gli occhi del fratello no e poi sì, e gli Hokage prima li ammazzi poi li rivuoi, e Orochimaru no e poi sì, du’ balle senza sharingan, Sasuke!

                                                      –  Quell’idiota volubile di Sasuke –

Qui cominciamo ad avviarci alla fine di tutti i discorsi e alla risoluzione della famosa domanda che Pain aveva posto a Naruto. Sasuke è stato criticato così tanto per tutte le sue scelte volubili ed egoiste che sono nate addirittura pagine per prenderlo in giro (come la ormai defunta Sharingan’s Force). In realtà, per quanto certe battute sessiste sul suo comportamento “poco virile” possano strappare qualche sorriso, a me hanno sempre fatto tristezza. Badate bene, non perché sia un fanboy di Sasuke ma perché questa gente analizzava il personaggio solo in maniera superficiale a partire dal cambio di capigliatura o dal fatto che di punto in bianco volesse fare l’Hokage. Ma cosa significa tutto questo? Perché Sasuke si comporta così?

Partiamo da dove lo avevamo lasciato: Sasuke scopre la verità su Itachi e decide di vendicarsi. Una scelta più che legittima oserei anche dire. Si allea ad Alba ma viene sempre in qualche modo manipolato da qualcuno. Uccide Danzo e si allontana sempre più dalla retta via ma perde gli occhi. Incontra Naruto il quale gli fa venire voglia di lottare ancora e si fa trapiantare da Tobi gli occhi di Itachi per avere uno sharingan ipnotico perfetto. Arriviamo così a quando si risveglia a guerra inoltrata e fugge dal suo nascondiglio. Qui trova un Itachi redivivo e con lui si allea per battere una delle pedine più importanti: Kabuto.

3ace30dd63d5dd7bdd59ebd4b4be896a5f853b5257fde1b2b9783d7a.png

Ma che poi ora mi chiedo: con una tecnica simile come fanno a non aver sconfitto e umiliato i Senju?

Ci viene presentata una tecnica che ricorda ancora gli albori di quel combattimento psicologista che era il primo Naruto: Izanami (si noti che Izanami e Izanagi sono nella mitologia giapponese le due divinità che hanno creato tutto quanto), la quale è una tecnica meno potente di Izanagi, non consente di modificare il proprio futuro ma di intrappolare in un loop chi ne fa uso. Un altro approfondimento su come possa un clan dirimere le faide intestine se tutti possono usare tecniche come Izanagi. Izanami permette dunque di valutare la volontà di chi è sotto questa tecnica e di intrappolarlo in quel loop fintanto che non accetta la propria identità e la propria natura, un elemento che si ricollega alla storia di Kabuto senza far pesare troppo gli interventi autoriali.

Il combattimento contro Kabuto e la morte di Itachi portano Sasuke a una riflessione tutta sua che neanche Naruto ha mai seguito, e questo perché entrambi sono protagonisti a modo loro: uno che segue la strada della pazienza e della temperanza, l’altro che sbaglia cercando la strada più veloce ma comunque interessato a capire la verità.

Sasuke 1.jpg

Sasuke 2.jpg

Certe cose le abbiamo date per scontate ma non lo sono affatto

cef9d9b549527b5965368e13b533befa50c3892f17ed05bbd39c7f9e.jpg

Comincia così quello che è un viaggio a ritroso per cercare di capire come sia nato questo “sistema” tanto malato di cui parlava anche Pain e che ha causato così tante morti. Perché gente come Danzo si sacrifica (e sacrifica altre persone) per proteggere un villaggio? Cosa rappresenta tutto ciò? Questo ci dà l’occasione per immergerci in quella che sarebbe la Lore (anche se come termine non mi piace è per farvi capire) della storia passata. Incontriamo i primi Hokage che ci spiegano per filo e per segno l’amicizia tra Hashirama e Madara. Il flashback ricorda molto il periodo Sengoku o degli stati in guerra, il nostro medioevo. Quando non c’è un governo centralizzato o uno più potente capace di sottomettere gli altri, ognuno cerca di prevalere e i morti si moltiplicano.

e174c2f2f7b93fd8fe4f619be99e07b72d29834c92216c1dc5ae5a93.jpg

Hashirama vede morire un gran numero di fratelli e di persone, la riflessione che fa è semplicissima: vuole un sistema che impedisca ai bambini di morire così presto.

9e552e8e21c1631a01c043be0252f5b6620ff510881a24b661b93877.jpg

01d821dadaa354b2622ca1961b64ad20f6ae84fa5258b09f7f05dbb9.jpg

Al centro di tutto viene messo il pensiero di Hashirama di proteggere i bambini, di qualunque clan. E’ così che nasce la prima grande alleanza tra quelli che erano i clan più potenti

b27b5f9915bff58388585b524f463d9d4436b3833e2f6f19ec83c11e.jpg

La traduzione non è completa ma Hashirama spiega il significato di Hokage: colui che come un ombra veglia sulla foglia

Viene anche spiegato il significato del nome attribuito ai Kage e questo ci servirà dopo, è un elemento molto importante. Il Kage è l’ombra di un determinato villaggio perché su di esso deve vegliare, lo deve proteggere a qualunque costo. Addirittura il primo Hokage propose Madara per il ruolo ma non godendo della fiducia dei più come Hashirama, sarà messo in ombra.

d4edee64c0a3a874a542d65eee3d119467cbbca11637a3a436f044d2.jpg

Madara spiega inoltre una parte della poetica di Naruto, anche questa la vedremo meglio in seguito: sono due forze contrapposte che, collaborando, danno vita al tutto. Un po’ come il giorno e la notte, la vita e la morte, il senso risiede nell’avere entrambe, non solo una delle due. Vediamo costantemente i personaggi di Naruto spartirsi queste qualità: chi è vitale, allegro, solare, e chi funereo, infelice, desideroso di vendetta. Non si può avere solo uno o l’altro, la vita è fatta di tutto questo ed è solo agendo in sintonia che si può ottenere la felicità.

b5c1e567d53f2e6d1fd06dd72d2e5afd300e52121c9eeed90a54d623.jpg

Questa scena è emblematica, è un po’ come se tutto fosse partito da qui: abbiamo visto questi due nemici/amici rincorrersi per tutta la vita, combattersi ma mai uccidersi. Come il giorno e la notte che costantemente si inseguono. Hashirama risparmia la vita a Madara e viceversa fino a quando non si mette in mezzo qualcosa di veramente importante, capace di far cambiare Hashirama: il villaggio stesso. E’ qui che Madara prende coscienza del fatto che quello non è più il suo amico e si sente “tradito” da lui, dal suo clan, dalla realtà. E’ a causa di questa spaccatura nel ciclo perpetuo che cominciano i veri disordini, con Madara che cerca di inglobare il potere dei Senju e di inseguire il proprio, di sogno. Se quello di Hashirama, solare, era basato sulla realtà e sulla sua difesa, quello di Madara è invece un sogno/illusione che accontenta tutti ma che rimane tale. Da una parte la dura lotta per la difesa dei propri cari ma anche la difficoltà di un mondo contrapposto dalle esigenze terrene, dall’altro un mondo perfetto e utopico ma che corrisponde solo ad una felicità interna, provata ma non guadagnata. Sta qui una delle maggiori contrapposizioni tra i sogni di tutti i nostri protagonisti, ereditati ai giorni presenti da Naruto e da Obito.

36016ed3df00c387220827ed060a3234f5a22e77ea44891cc7b9bd06.jpg

A ereditare quel sogno solare e reale, però, non è necessariamente un Senju. Sasuke comprende, dopo il racconto, che Itachi non fece altro che difendere il proprio villaggio e le piccole foglie esattamente come aveva fatto in precedenza Hashirama contro il suo amico Madara per proteggere ciò che c’è di più prezioso.

935fbb6beb3ab4cf4b43670a73e697b360eecb1d4899c9cdce9b67c2.jpg

Quello che viene contestato a Sasuke è il suo repentino cambio di idee ma se si guarda bene è un personaggio maturo che ascolta, valuta, e decide da sé come ciascuno di noi dovrebbe fare senza aver paura di cambiare idea

Sasuke infine cambia idea, capisce che suo fratello si batteva per una causa che val la pena proteggere a sua volta e che infangarla vorrebbe anche dire renderla inutile. Sembra che al pubblico le persone “indecise” non piacciano quando in realtà la scelta di Sasuke è matura e coerente con l’evoluzione del personaggio, e ce lo dice lui stesso: da piccolo pulcino che si fa sfruttare da chiunque Sasuke diviene falco in grado di volare con le proprie ali e ragionare con la propria testa, anche quando la decisione appare solo in superficie incoerente. Ci vorrebbero forse un po’ più persone così! Non ritengo questi flashback una forzatura narrativa per rendere Sasuke un alleato perché il tutto, se si tiene in conto ovviamente, è ben costruito e amalgamato tra passato e presente. Eventuali forzature scompaiono di fronte a siffatta narrazione.

sasuke-arrives-and-wants-to-become-an-hokage1.jpg

Infine, quello che per molti è stato un colpo di scena o una forzatura scema, quasi come se Sasuke avesse voluto imitare Naruto dicendo questo. In realtà non c’è niente di più sbagliato perché Sasuke fa riferimento a quei concetti di luce e ombra di cui già parlava Madara e che nell’articolo scorso abbiamo visto con Danzo e Sarutobi. I concetti stessi di foglia e di radice usano come leitmotiv ciò che spiegava Madara: è l’unione di questi due elementi a generare la felicità. Sasuke quando dice che vuole diventare Hokage non intende affatto diventare come Naruto o come gli Hokage che abbiamo visto ma una vera e propria ombra che vigila silente. Ce lo spiega nello scontro finale:

56b9531ddfd97a25be86a5ff5b824264eac446adc7d98c254ebe5e62.jpg

2.jpg

3.jpg

4.jpg

5.jpg

Era stato Itachi stesso a dire a Naruto che l’Hokage non è colui che riceve la stima del villaggio, è colui che ha la stima del villaggio che diventa Hokage. Sasuke, però, parte da una riflessione più ampia che coinvolse a suo tempo già Orochimaru e Jiraiya quando nel loro scontro parlarono del significato del termine “Ninja”. Per Orochimaru significa colui che padroneggia molte tecniche, per Jiraiya significava invece “colui che resiste in segreto”. La storia a questo punto riprende quel tema e lo rigira tra i protagonisti, Naruto è colui che effettivamente padroneggia le tecniche tra le più potenti al mondo ormai ma Sasuke, memore del sacrificio di Itachi, arriva a una risposta non dissimile da quella che diede Danzo tempo addietro rifiutando la politica pacifista di Sarutobi. Ce lo spiega molto bene Sasuke stesso che questa pace è solo momentanea e dovuta, come dicevo io, a un terzo elemento contro cui si sono tutti alleati: prima è stata Alba, poi Madara, infine Kaguya. Ora che tutto è come prima se non queste generazioni, quelle successive che avranno dimenticato torneranno a muoversi guerra. Sasuke intende dunque essere una sorta di “Madara buono” se così vogliamo chiamarlo, un’ombra (Kage) silente e nascosta che agisce dietro le quinte per attirare tutto l’odio del mondo esattamente come hanno fatto Kaguya e gli altri e con questo sistema mantenere una forma di pace perpetua.

Ora che ci si riflette sopra un po’ meglio non sembra così tanto stupido e volubile, vero? Itachi per Sasuke era il vero Hokage perché pur essendo odiato aveva agito per il bene di tutti, aveva insomma fatto un sacrificio molto più grande ed eroico di quello fatto da Sarutobi o dall’idea che Naruto ha degli Hokage, gente forte e rispettata.

Tutte le esperienze passate rendono questo discorso in extremis magnificente e aiutano a dare spessore al personaggio di Sasuke e al suo modo di pensare. Un vero peccato che invece la controparte, Naruto, non offra vere risposte ma solo e soltanto la testardaggine protetta dalla narrazione che convincerà poi il suo amico, ribadendo in puro stile shonen che sono la costanza, la temperanza, la pazienza e soprattutto gli amici che ti aiutano a raggiungere gli obiettivi.

                                                      – La risposta di Naruto è…-

Sarebbe però un po’ una presa per i fondelli se al dilemma di Pain Nagato rispondessimo in maniera così blanda e impersonale. In sostanza un “credici e vedrai che ci riesci”. Puah, che banalità strasentita. In tutto questo e nell’enorme e complesso apparato filosofico che Naruto tratta fallisce per poter rientrare in quei canoni giovanili e stereotipati che ci spronano a provarci sempre, tuttavia una risposta un po’ meno ritrita esiste e ci viene data nello scontro con Tobi. Facciamo un passo indietro a quando Naruto dichiara che non lascerà morire nessuno dei suoi compagni, per poi veder morire Neji.

1.jpg

2.jpg

3.jpg

La morte di Neji soleva essere uno shock per i lettori che, esattamente come con Pain, la morte di Kakashi e la distruzione della Foglia, serviva per farci empatizzare col discorso di Tobi. Il problema è che nel caso di Pain lo shock è stato devastante anche a causa del fatto che Kakashi è un personaggio primario onnipresente nella narrazione esattamente come Jiraiya. Neji, per quanto amato possa essere, ha smesso di comparire “seriamente” da parecchi capitoli. Il lettore/spettatore critico non è scemo, sa che i personaggi non vivono di rendita, occorre innaffiarli costantemente e tenere accese le loro braci o semplicemente smettono di vivere dentro di noi. Un altro esempio è Sakura: si dimostra al 100% del suo personaggio solo in un caso in tutti gli archi narrativi di Naruto, ovvero contro Sasori. Tutto quel che viene dopo, anche se si aggiunge il Byakugo, il suo essere ninja medico, è più un supporto alla narrazione che un vero e proprio contributo per modificarla anche solo parzialmente. Neji è un personaggio importante ma in questo contesto, dopo così tanto tempo che non lo vediamo seriamente in azione, è un agnello sacrificale debole per il discorso di Obito. Naruto lo recepisce comunque:

9f8385ef128fa96c26f7032ea84f918a14533cde20d4aa40b1365893.png

Non è una risposta globale, rivolta a tutti e a riferita ad annientare l’odio in maniera totale ( e siamo corretti, sarebbe troppo pretenderlo da un fumetto per ragazzi! ) ma riferita all’Hokage. Egli non è costretto a calpestare i cadaveri dei propri compagni perché è colui che apre la fila e che si fa carico dei pericoli maggiori, proprio come abbiamo visto con il Secondo Hokage quando nomina il Terzo. Naruto sostiene che essere Hokage ma anche un ninja sia una forma di “resistere”, esattamente la risposta finale cui giunge Sasuke anche se con mezzi differenti. Però, da una parte c’è chi vorrebbe dirigere tutto in virtù della propria forza e saggezza, dall’altra chi vorrebbe permettere il libero arbitrio alle persone e farle decidere da sé. E’ come se avessimo assistito alla nascita di due divinità e al loro scontro per decidere quella che sarà la nuova realtà e la nuova etica da seguire.

                                                   -L’ultima critica mossa da me-
9f8385ef128fa96c26f7032ea84f918a14533cde20d4aa40b1365893.png

Il vero problema di Naruto non sono tanto le tecniche abusate, i power up forzati e casuali o Kaguya. Il vero problema di Naruto risiede in questa immagine particolare e nello Zetsu nero che ci rivela che in realtà tutto ciò che abbiamo visto è stata opera sua. Ha fomentato Indra contro il fratello, ha aiutato Madara, ha riscritto la stele, ha aiutato Kabuto e chissà ancora quante altre fette di culo.

No ragazzi, questo è proprio sbagliato e completamente incoerente con il resto dei discorsi fatti. Hai passato 690 capitoli circa a ripetere, esplicitamente o meno, che il mondo è caos, che l’odio nasce da idee comunque valide ma contrapposte, che anche i nemici hanno i loro validi motivi per agire e poi te ne esci accentrando tutto il male del mondo in un unico essere? E questo significa che senza lo Zetsu nero magari avremmo avuto un mondo idilliaco e puro? Ma vaffanculova’!

E’ uno degli elementi più orridi, pacchiani e pericolosi della storia, odio queste scelte alla “Signore degli Anelli” dove il male è concentrato in un’entità esterna che corrompe il mondo buono e gentile. A livello concettuale e filosofico è un’idea che rigetto in toto. Naruto andava bene come stava procedendo prima: il mondo è caos e le guerre nascono da differenti visuali sulla stessa cosa, tutte valide in qualche modo ma vincenti sulla base della forza, degli alleati, delle tecniche, ecc. Lo Zetsu nero smonta completamente e banalizza in poche righe quella che è stata una trama complessa e un modo di vedere rispettabile e originale.

 

Concludendo questo articolo e questa serie su Naruto mi ritrovo a far notare delle cose che ho sempre sofferto nel vedere mutilate dal pubblico, mal capite, spesso denigrate per ignoranza. I miei articoli nascono con questo scopo: cercare di spiegare, di far comprendere meglio i temi e la filosofia che Naruto mette in campo senza però fare concessioni di sorta.

E’ un’opera perfetta? Assolutamente no. Abbiamo anche visto che narrativamente alcune scelte sono pessime, la trama dell’ultimo arco è diluita in un modo spaventoso, Naruto è un deus ex machina costante e vere risposte definitive non ne dà (anche se, a differenza di Rufy, si spreme e ce ne dà alcune comunque accettabili). Gli scontri ninja, che erano un tratto caratteristico eccellente dei primi archi narrativi, svaniscono a favore di scontri basati solo sulla forza fisica o quella di volontà che finiscono in un terribile anticlimax finale salvato solo dallo scontro fisico e ideologico con Sasuke.

Un’opera che si conferma, tra alti e bassi, di alto livello generale, a suo modo creativa come poche e una sfida intellettuale costante. Io vorrei dare solo un consiglio chiave a chi si approccia a Naruto: non dovete analizzarlo con gli strumenti per analizzare i classici shonen, in alcuni casi dovete uscire dagli schemi e collocarlo in una nicchia apposita per lui.

-Parte 1 della mia analisi su Naruto

-Parte 2 della mia analisi su Naruto

 

 

Analisi critica: La filosofia di Naruto (parte 2)

Nella parte 1 ci eravamo occupati principalmente degli elementi shonen inerenti i combattimenti e quelli riguardanti lo psicologismo spesso sottovalutato di Naruto. In questa parte 2 parleremo invece di un altro elemento talvolta sottovalutato dagli stessi estimatori di Naruto: la filosofia di gran parte dei suoi personaggi.

Ci eravamo lasciati proprio alla fine della prima serie dell’anime pertanto è opportuno ripartire da lì, da quella sezione che nell’anime corrisponderebbe allo Shippuuden e direi di cominciare al volo parlando di alcuni dei personaggi e degli aspetti più deboli.

                                                                     – Sai –

Sai è quello che dovrebbe sostituire Sasuke nel gruppo e penso che l’idea iniziale fosse di farne un personaggio antitetico, apparentemente simile ma in grado di differenziarsi. Per questo motivo più che un combattente è un artista, più che un vendicatore dominato dalle emozioni è un involucro privo di sentimenti, tanto che la storia batte veramente troppo su questo punto cercando di convincerci dell’esistenza di queste persone allevate nella Radice, la squadra speciale e segretissima della Foglia, che non sanno neanche come ci si siede come si sorride. Dico che è uno dei personaggi più deboli perché in realtà non si può parlare veramente di chissà che psicologia o filosofia di vita, Sai è uno strumento che la narrazione adopera per farci capire quanto siano cattivoni quelli della Radice e che anche uno privo di sentimenti può cambiare e provare qualcosa per i propri compagni. Bello, la scena finale con la finestra-quadro è anche molto poetica ma non ho potuto fare a meno di leggere tutte le parti di Sai con estremo disinteresse e fredda accondiscendenza. Per fortuna la storia da un certo punto in poi sembra dimenticarsene. Il discorso sulla Radice invece è meraviglioso ma lo vediamo più avanti.

c877f0074fe7e6a842f77d289bcaf3576eb450e45830e7767f060dac.jpg

“Compagno”, l’unico quadro titolato. Poetico ma poco incisivo

Nell’articolo prima avevo parlato anche del valore e dell’importanza degli allenamenti in Naruto, una cosa che in Dragon Ball diventava una routine sbrigata da quelle che in cinematografia sono sequenze brevi da videoclip con una musica potente dietro mentre in One Piece a malapena se ne scorge qualcuno. Non solo avevo elogiato il Rasengan, nonostante fosse qualcosa di apparentemente noioso ma mi ritrovo a farlo anche adesso con la spiegazione di Kakashi e Yamato sulla spiegazione dell’alterazione delle proprietà. Qui apprendiamo qualcosa in più sul mondo ninja e su come funzionino le tecniche, ovvero come un grande sasso, carta, forbici elaborato, dove ogni elemento ha le proprie qualità a contraddistinguerlo dagli altri sotto qualche aspetto (anche se chiaramente si parla più degli aspetti bellici che di altro). Non solo, Naruto si dimostra intelligente nel porti un dilemma apparentemente insormontabile

<<E’ come guardare a destra mentre si guarda anche a sinistra>>

Per poi rispondere con una soluzione elaborata e geniale che mostra cura anche nelle piccole cose. Scopriamo che la moltiplicazione del corpo non vale solo come tecnica diversiva in combattimento ma anche nello spionaggio (del resto Kakashi la utilizza sempre per avere informazioni preliminari durante lo scontro) e veniamo a sapere che ciò che la copia apprende si trasmette poi all’originale. Kishimoto reinventa questo paradigma per usarlo proprio nell’allenamento, perché se due copie dimezzano i tempi, tre copie riducono questi a un terzo, e così via. Sublime. E’ una mossa davvero astuta da parte di Kishimoto appunto perché ci dimostra che l’attenzione non è solo sugli scontri e sul confronto ma anche sull’apprendimento. Non credo di aver mai visto, oltre Naruto, così tanto allenamento in nessuno Shonen, mai così ben spiegato, mai così ben pensato, mai così coerente con le tecniche che già conoscevamo e che vediamo sotto una nuova prospettiva.

Hidan_and_Kakuzu.png

Non basta ripetere una frase (“Proprio a me lo dici, Kakuzu? Sai quanto mi piacerebbe essere ucciso”) per rendere più interessante un personaggio monodimensionale

                                                           – Hidan e Kakuzu –

I personaggi di Hidan e Kakuzu invece trovo che siano dei meri riempitivi per la storia. Hidan è appena una bozza di quello che dovrebbe essere un immortale anche se il suo potere e la sua origine non ci vengono mai davvero spiegati, rendendolo molto più “fantasy” di quanto in realtà Kishimoto ci abbia abituati. Un conto sono le braccia in eccesso di Kidomaru o la mano-bocca di Deidara che possiamo anche vedere come innesti o tecniche particolari ma rendere un essere immortale e richiamare in causa una vera divinità è un pochino troppo. Scusate eh, Madara che fa il bello e il cattivo tempo con le tecniche di resurrezione? Orochimaru che voleva essere immortale? Loro non hanno mai sentito ‘sto Jashin? Boh.

Kakuzu è parzialmente perdonato perché già più coerente col mondo ninja, infatti rubare cuori per lui significa vivere in eterno e in più, giustamente, assorbirne il tipo di chakra e la particolare inclinazione, così da padroneggiarle tutte. Inoltre renderlo così resistente si dimostra utile per farci vedere la nuova tecnica di Naruto.

Qui non faccio proprio una critica ma un appunto su una cosa che non mi è tanto chiara per come è stata gestita. Viene detto che neanche il Quarto Hokage, che ci viene venduto ogni volta che se ne parla come un dio sceso in terra, è riuscito a completare il Rasengan. E vediamo Naruto (e non dimentichiamoci di Konohamaru che non lo completa ma lo usa contro Pain) farcela, nonostante la tecnica e il tempo speso con un trucchetto. Insomma, non è ben chiaro perché una tecnica come il Rasengan dovrebbe essere più difficile da padroneggiare del mille falchi e perché dovrebbe essere così complicato completarla a differenza di tutte le altre tecniche. Narrativamente serve a farci capire i progressi di Naruto che si sta avvicinando ai suoi predecessori ma va anche detto che il tutto viene gestito in maniera molto veloce e sbrigativa. Naruto che ci è stato presentato come un pasticcione ormai lo è solo di nome o nelle gag con Sakura; si può ancora parlare “male” di Naruto? No, ha smesso di essere tale da un bel pezzo, non sbaglia praticamente mai un colpo se non ogni tanto e nelle spiegazioni si dimostra lento ma alla fine dei conti non è scemo neanche la metà di quel che sembra. Possiede la fortuna della Volpe e questa specie di innatismo-shonen nei momenti critici che di fatto snaturano un po’ la goffaggine presunta del personaggio con cui tutti noi dovremmo empatizzare. Lo sottolineo perché Naruto si sta avvicinando a quella fase da messia che personalmente odio e che discuteremo meglio nella parte 3.

                                                            – Itachi VS Sasuke –

Non parlerò troppo del combattimento e delle strategie di battaglia e ciò che rimane poi di Itachi lo discutiamo sempre nella parte 3 finale.

Itachi è, senza troppi giri di parole, un filosofo, così come Pain. Per capire la sua storia dobbiamo confrontare ciò che Sasuke sa di lui inizialmente -ovvero che Itachi ha sterminato il clan- con ciò che Sasuke scopre da terzi dopo. A esemplificare questo una frase dello stesso Itachi:

20655350227bd2bdd4eae1bbeef38df142a6a240807bf54ef9f58986.jpg

Cos’è la “realtà”, se non un insieme di credenze cui diamo credito?

Inizialmente non capiamo queste parole ma dopo lo svolgimento del duello grazie a Tobi il quadro sarà finalmente completo.

885ab20c449ac459d7d20deedcdbb4c4c45dfeef9c12cff27fde64d5.jpg

Sono costretto a tagliare alcuni discorsi per velocizzare il mio, purtroppo. In sostanza, Itachi, il quale sterminò per davvero il clan Uchiha, non fece altro che eseguire una missione affidatagli dalle alte sfere della Foglia per una questione di ordine interno che fa riferimento addirittura alla fondazione della Foglia stessa. Abbiamo visto nell’articolo precedente un punto fondamentale: Itachi non voleva sentirsi parte di un’etichetta, di un clan soffocante o sentirsi indissolubilmente legato ad un villaggio. E’ un personaggio che ci ha dimostrato di essere cosmopolita e nel racconto di Tobi acquista senso ciò che ci ha detto, altrimenti come potrebbe uno sterminare il suo stesso clan dopo che abbiamo visto casi esemplari (Hyuga, ad esempio) in cui il clan è tutto e va protetto a qualunque costo? Itachi era pacifista e cosmopolita, metteva il bene del villaggio di Konoha sopra al proprio clan capendo e riuscendo a distinguere i concetti di “male minore” e “male necessario”. Tutto ciò è interessante perché inoltre getta delle ombre sulla Foglia stessa: il villaggio che abbiamo protetto, che Naruto ama e vorrebbe proteggere, il villaggio che ha dato i natali al terzo Hokage che ne parlava così bene, le piccole foglie…e ora si scopre che un villaggio considerato “buono” (anche se già la faccenda degli Hyuga complicava di molto le cose) è capace di un simile attentato a danno dei suoi cittadini?

Va detto però che il padre di Sasuke stava organizzando un colpo di stato. Ancora non aveva avuto luogo ma sarebbe stato peggio permetterglielo, pertanto le azioni della Foglia possono essere considerate preventive? Apprezzo questo svolgimento realistico della cosa. A differenza di Dragon Ball o di One Piece, dove “la gente da difendere” è un blocco unico di manichini privi di pensiero, in Naruto il Villaggio ha le mani lorde di sangue quanto gli altri, quanto gli antagonisti, ha dei lati in ombra che non ci permettono di perdonarlo a fondo ma che gli consentono di avere più forza retorica di qualsiasi altro discorso shonen stereotipato. La Foglia è esattamente come l’America, l’Italia, la Germania, il Giappone e così via. Puoi essere nazionalista e patriottico quanto ti pare ma il tuo paese avrà sempre in qualche misura qualcosa di cui vergognarsi della propria politica. Il problema è che non possiamo neanche condannare gesti simili, fosse anche lo sterminio dei pellerossa o degli indios, o il duca Vlad l’Impalatore. Quelle azioni per quanto deprecabili erano anche politiche, azioni politiche con il fine di sacrificare una parte per permettere ad un’altra (per qualcuno preferibile) di sopravvivere. A ben vedere la storia è una costante sequela di uccisioni e sterminii più o meno giustificati dalla necessità. Preferisco un villaggio come quello della Foglia a un qualsiasi indistinto paese sulla carta presentato come buono per esigenze narrative che appiattiscono il tutto.

A questo mi ricollego anche per un altro breve appunto. Dalla storia di Itachi apprendiamo che impiantarsi gli occhi del fratello (o di un altro membro del clan, suppongo) significa sviluppare uno Sharingan Ipnotico perfetto e duraturo. Ma allora perché semplicemente non scambiarsi gli occhi? Dal discorso di Tobi sembra che questa azione sia deprecabile ma in un mondo (e in un clan) di Ninja disposti a tutto suona balzana. Se il clan Uchiha tutto si fosse messo a smerciare occhi sarebbe semplicemente diventato imbattibile.

Il proseguimento della storia di Tobi è comunque eccezionale. L’unione dei due clan più forti e rinomati dell’epoca dà vita alla Foglia ma il problema della leadership è impellente. Come decidere il capo-villaggio? E’ chiaro che uno come Madara non avrebbe mai accettato il secondo posto ed è chiaro che gli Uchiha considerati pericolosi sarebbero stati controllati e sempre più estromessi dalla politica, anche grazie a Tobirama Senju. Insomma, Itachi si ritrova nel bel mezzo di una questione delicata e complessa e opta per la soluzione che ritiene migliore. In tutto questo si aggiunge Sasuke che crede ad una realtà che dava per scontata ma che per la prima volta si rivela falsa (e ci torneremo su questo). Allora decide di lottare contro questo sistema dei Ninja corrotto e malato, in particolare contro coloro che costrinsero Itachi a un patto simile, dichiarando guerra al Villaggio. Qualcuno ha ritenuto poco coerente e poco credibile questa scelta, eppure Sasuke stesso la spiega per bene e vorrei riportarla per intero:

Itachi 1.jpg

Si può accettare la pace ipocrita di chi ti ha costretto ad una simile scelta?

Itachi 2.jpg

La questione è semplicissima: La vita di Sasuke per Itachi valeva più del villaggio ma questo vale ora anche all’inverso

Itachi 3.jpg

In effetti. Se criticate Sasuke di essere infantile e volubile, di grazia, quanti familiari avete perso a causa del governo, voi? Riuscite a capire anche solo una parte dell’odio che si deve provare?

Itachi 4.jpg

Ma Sasuke non è un concentrato d’odio e basta. Egli è così a causa del troppo amore che provava per i suoi cari.                                                         

                                                                    – Pain –

Il personaggio di Pain non è troppo dissimile da Itachi, è un filosofo anch’egli e oserei dire uno dei più grandi nell’universo Shonen. La sua filosofia viene spesso bollata come minchiata da antagonista secondario semplicemente perché non viene colta nella sua interezza, alla pari di chi sproloquia di voler “conquistare il mondo” (che è una frase che dice, comunque, e le sue sbrodolate quando parla di essere dio ammetto che sono stronzate che poteva risparmiarci) senza poi specificare cosa farci, col mondo.

Inizialmente spiega a Hidan un piano molto complesso che però sembra essere una copertura e basta, verrà anche citata sulla soglia della Quarta Guerra Ninja dai Kage:

Pain 1.jpg

I motivi di una guerra vengono definiti a posteriori

Pain 2

La traduzione è quella che è

 

Pain 3.jpg

Politica. Ho già perso quei pochi che mi leggevano

pain 4.jpg

Pain 5.jpg

Il discorso iniziale di Pain è complesso ma anche se fosse quello vero sarebbe molto interessante. Non abbiamo un antagonista balordo che combatte per la pura forza o per la conquista ma un vero e proprio “politicante” conscio dei sistemi del proprio mondo che cerca, quasi con strumenti legali, di vincere il sistema stesso e di batterlo al suo stesso gioco. Notevole, e si riallaccia all’antagonista sofisticato di cui parlavamo. Il vero Pain però non è proprio così, o per meglio dire, Nagato Pain è molto di più.

                                                                           – Nagato –

pain 1.jpg

La stabilità è importante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

pain 2.jpg

Ma la stabilità si è fondata sulla violenza perpetrata su altre persone

Pain 3.jpg

Pain enuncia una semplice regola, più vecchia del mondo. Se ferisci, aspettati la vendetta di qualcuno. Azione e reazione

pain 4.jpg

Anche quelli della foglia hanno avuto delle perdite. Probabilmente Pain ride come se avessero paragonato le perdite USA contro le perdite della Siria, o dell’Iraq, o dell’Afghanistan

Il discorso di Pain su cui voglio attirare l’attenzione con alcuni esempi all’ordine del giorno è proprio questo. Ve lo immaginate se oggi ci fosse un terrorista Siriano in grado di mettere in ginocchio il presidente degli Stati Uniti? Lui risponderebbe “anche noi abbiamo avuto migliaia di perdite contro di voi”.

Ci sarebbe effettivamente da ridere, lo penso anche io. Puoi anche avere dei lati in ombra come persona e come villaggio, puoi anche avere le mani parzialmente pulite grazie a personaggi positivi come il Terzo e il Quarto Hokage ma la realtà è che qualcuno ci è morto e i suoi compagni per te provano odio. Come ho sempre detto, al dolore non si parla, col dolore non si ragiona, ed è ciò che Pain esplica benissimo. Credi che i familiari uccisi dai tuoi torneranno in vita con le belle paroline? Credi che parlare male della vendetta o di chi la esegue sia una forma di difesa sufficiente? No.

La realtà è che il principio di Azione-Reazione è sacrosanto e anche se cerchiamo di disfarcene con opere pro-sociali che ogni volta ci ricordano che “la vendetta non porta a nulla” o “la vendetta non ti restituirà i tuoi cari” o “cercherai altri su cui vendicarti” sostanzialmente stiamo cercando di parlare al dolore.

Nella società civile chiaramente non c’è spazio per la vendetta ma bisogna ricordarsi che questa è a discrezione di ciascuno. Magari uno ha subito una perdita accettabile e se la mette via. Magari no. Magari lo fa soffrire così tanto che preferisce compiere una strage e poi spararsi un colpo. Ho visto spesso commenti pieni di compassione ma mai di comprensione. E questo perché gli assassini ci spaventano, vorremmo non vederli mai intorno a noi, e chi lo diventa è sicuramente criticabile. Ad esempio, una madre che viene abbandonata dal marito e dalle istituzioni con un figlio a carico che sceglie di uccidere entrambi, o prima il marito e poi il figlio. Un ex mercenario che si dà alla droga a causa del suo passato, un uomo sfigurato dall’acido a causa di una compagna gelosa e possessiva. Noi che abbiamo il culo al caldo e la pappa pronta abbiamo il giudizio svelto ma quante di queste sfortune ci sono capitate per poterle comprendere veramente? Il discorso di Pain sembra facile e basato tutto sulla vendetta ma c’è di più.

Naruto stesso chiede:

<<Come può il vostro operato configurarsi col valore di “pace”?>>

E ha senso come domanda. Vediamo il discorso di Pain in dettaglio:

PAIN 1.jpg

Come puoi effettivamente parlare di pace dopo tutte le persone che hai ucciso?

PAIN 2.jpg

C’è un piccolo problema. Tsunade prima stava dicendo le stesse identiche cose di Pain. I metodi di Naruto non sono risolutivi, vuole fare le stesse identiche cose che critica

PAIN 3.jpg

Il paese del Fuoco è l’unico a potersi riempire la bocca di questi concetti dopo le violenze perpetrate?

PAIN 4.jpg

Naruto comincia a capire che basarsi solo sugli istinti e su ciò che si vede non è saggio

PAIN 5.jpg

Il discorso di Pain è che tutti usano le stesse spiegazioni e gli stessi metodi, dando vita ad un circolo di odio e di rancore interminabile

La distruzione del villaggio della Foglia è servita all’autore proprio per darci un pugno nello stomaco. A voi che vi siete preoccupati, pensando che Pain fosse semplicemente un terrorista, l’autore risponde: e la violenza causata da noi agli altri ce la dimentichiamo solo perché li abbiamo visti di meno? Non compaiono in tv, nei telegiornali, non vediamo i loro eroi nei nostri film, quindi sterminarli va bene?

Però se crollano le nostre torri, i nostri monumenti, allora in quel caso si tratta di pazzi fanatici maledetti e fomentati. Troppo comodo rispondere così. Mi rendo conto di parlare di argomenti sensibili e pericolosi ma il fulcro del discorso di Pain è proprio questo, ed è meraviglioso e audace anche per questo. Non ricordo di aver mai visto quest’argomento trattato in altri shonen, sinceramente. Kenshin Samurai Vagabondo gli si avvicina come concetti ma è molto più blando. Qui vediamo proprio il villaggio distrutto, Jiraiya e Kakashi morti. Siamo pervasi dall’odio per quel maledetto Pain, eppure come Naruto siamo impotenti ai suoi discorsi. E’ vero, ci ha causato del dolore ma noi lo abbiamo causato a lui per primi. E ora che si fa? Si continua a odiarci? La mettiamo via?

Pain introduce un discorso complesso e filosofico anche perché sollecita Naruto per avere una risposta. E qui mi ricollego a quel che dicevo di quello sgorbio intellettuale di Rufy che quando viene sollecitato NON risponde, quando gli parli di governi, di pace, di male minore ti prende a sberle finché non ottiene quello che vuole. Bravo, hai capito tutto come personaggio e soprattutto come autore, hai capito come semplificare in maniera indegna un discorso profondo che per fortuna Kishimoto tratta coi guanti di velluto. E Naruto cosa risponde?

Pain 1.jpg

Messi di fronte a un quesito sì grande è difficile rispondere. Chi mai potrebbe? Gli uomini si odiano e si combattono dall’alba dei tempi, i loro rapporti sono sempre stati dominati dal potere, non si può dare una risposta diversa.

PAIN 2.jpg

pain 3.jpg

Alla fine lo stesso Naruto dirà a Tobi: “Nagato anche se con un metodo diverso voleva davvero la pace ma tu no!”

Pain, che comunque rimane un antagonista, sostiene che quel dolore che Naruto sta provando sia il mezzo per giungere alla pace, ed è ciò che Jiraiya stesso gli aveva spiegato: E’ solo quando provi dolore a tua volta che riesci a comprendere quello altrui e a “risparmiarlo”. Infliggere dolore al mondo non è una punizione né una vendetta per Pain ma un metodo per farlo crescere come se fosse una persona. Potrà sembrare bislacco e invece ha il suo bel perché. Forse si richiama alla Guerra Fredda che evitò conflitti “pesanti” anche memore di ciò che era stato il precedente conflitto mondiale. L’Ancien Regime cadde anche grazie alla riflessione che l’assolutismo di Napoleone portò alla storia e con esso le sue guerre e le sue perdite. La guerra insegna la pace. Ecco riassunto ciò che dice Pain. Un discorso spesso ingiustamente sottovalutato e criticato come cliché ma in ultima analisi mai compreso a fondo nella sua interezza.

Adesso invece parliamo della scelta criticatissima di Nagato in punto di morte di riportare tutti in vita.

Naruto si reca da Nagato per sentire la sua storia perché comprende che ucciderlo non sarebbe la risposta (e già qui si vede la maturazione del protagonista). Nagato gliela racconta per avere la riflessione di Naruto. Naruto risponde che ancora li odia, vorrebbe ucciderli ma non lo farà.

Pain 1.jpg

ef4b3d042c48cef69d7322a1cd575cd7e1aaf71d0aa6c41dc8c05443

Per comprendere l’indole di Pain dobbiamo capire questo innanzitutto. Che Nagato vuole veramente la pace anche se con un metodo non convenzionale. Gli ideali di Jiraiya sono anacronistici e insufficienti ma Jiraiya credeva che qualcuno prima o poi avrebbe avuto quella risposta tanto agognata. Ed è una frase del suo personaggio letterario che entrambi gli alunni hanno letto. Quelle due figure, che ciascuno dei due rivede col proprio volto, nell’ultimo istante si sovrappongono e si rivela anche il nome del personaggio fittizio

Pain 1.png

Jiraiya si ispira a Nagato scrivendo

pain 2.png

Il personaggio che Nagato si figura leggendo è egli stesso

c8d119b1d2624441255b5964fccccf44a09752a2d3caa2aba3a89b0f.png

Ma il nome del personaggio è proprio “Naruto”, un lascito del maestro anche simbolico e ideologico che Naruto non può tradire, o diventerebbe una storia diversa

E’ questo che convince Pain, nonostante una effettiva risposta non ci sia ancora e che lo esorta a riportare tutti in vita per rimediare ai propri errori. In parte sono d’accordo con le critiche: mi sembra una scelta frettolosa da parte di un personaggio che era davvero molto convinto della propria filosofia di vita e mi sembra che si vada ad annacquare il suo stesso discorso che aveva senso proprio perché Naruto aveva subito perdite enormi. Un po’ come la morale de La Bella e la Bestia. Una volta che capisci la rispostina tiè, beccati il figone ricco anche se per tutta la storia abbiamo parlato di bellezza interiore.

Non mi ha convinto pienamente ma Kishimoto ha cercato di spiegarla e giustificarla dicendoci che Pain non era malvagio, il suo scopo era far maturare le persone, non massacrarle. Ho visto gente dare di matto perché Kakashi era tornato in vita. Purtroppo riconosco che un personaggio simile abbia la plot armor e sia intoccabile però almeno ci ha permesso di avere un dialogo con suo padre, una cosa non da poco secondo me, e che altrimenti avremmo visto in sogno, forse.

                                                                   – Danzo – 

Danzo?! Che c’azzecca coi filosofi di prima? In realtà Danzo ha un potenziale enorme che spesso non viene colto. Non si degna, come Pain o come Itachi, di partorire chissà quale dialogo di spessore, però sono rimasto positivamente colpito dalle scene in cui appare e quella della sua morte. La storia di Naruto è costellata da personaggi tristi, eterni secondi, sconfitti, falliti e Danzo è uno di loro. Nei suoi ricordi prima di morire vediamo che avrebbe voluto sacrificarsi esattamente come suo padre ma la paura ha il sopravvento. Danzo è il classico personaggio che trama nell’ombra e sfrutta gli altri per i suoi fini però vediamo che non lo fa per tornaconto personale, è profondamente radicata in lui quell’idea di sacrificio estremo che abbiamo visto associata all’immagine del ninja e del guerriero fin dall’inizio. La sua vita non la reputa importante, la difende solo perché ritiene di essere l’unico a disporre di metodi coercitivi adatti a dominare il mondo dei ninja. Più volte lo vediamo criticare il defunto Terzo Hokage o Tsunade, lo vediamo disprezzare i metodi pacifisti e gli altri lo chiamano “guerrafondaio”.

 

e1a0c5033151620ba748b119d92ddaeca1446260bf727efa815688a1

6a4188ce27f097d3f8f24c12cda3a8751b2a9162c252d8135cd466e5.jpg

f2aa0647664c204df59c6b7f0621c97321cfa6cbd3edbd05064c91cf.jpg

ab4dcb608e1d6fec9a1b4a80ff2398f116971c1bed0189bc814558c7.jpg

Davvero toccante. Forse erano addirittura amici inizialmente

Nonostante il suo passato Danzo continua a covare una forma di rancore ma non si dimentica dei propri ideali, anche se lo vediamo letteralmente astenersi dalla lotta quando Orochimaru e Pain attaccano la Foglia. Per lui dieci, cento vite non contano nulla, sono solo pezzi su una scacchiera e lo apprezzo. Potremmo dire che segue ideali autoritari e militareschi che ormai neanche i ninja vogliono seguire e questo si collega benissimo con le figure della Foglia e della Radice, la squadra speciale che comanda.

Come si vede nelle scene finali la Foglia è baciata dal sole, è l’elemento della pianta più appariscente ed esteticamente apprezzabile, la radice invece è ciò che fornisce nutrimento alla pianta ma è nascosta e non si vede, è pure esteticamente brutta.

Questi due semplicissimi elementi sono usati anche per rappresentare i ninja come il Terzo che agiscono alla luce e sono guerrieri puri e valorosi e chi come Danzo svolge lavori di intelligence, di spionaggio, di assassinio, nell’ombra. La faccenda è trattata in maniera adulta e matura, anche se viene “spinto” Sarutobi i due metodi sono complementari e sarà importantissimo ricordarsi questo aspetto per la riflessione definitiva di Sasuke. Un villaggio, un governo, una politica, deve necessariamente avere entrambi per funzionare e deve anche avere personaggi meno amabili e meno amati che svolgano il lavoro sporco. Questo l’ho decisamente apprezzato e contribuisce ad innalzare il livello della scrittura dei personaggi.

Concludendo qui la seconda parte mi ritrovo a dire che Naruto fino a questo punto è davvero un signor manga. Durante la mia adolescenza mi ha accompagnato con personaggi squisiti, con storie favolose e una filosofia sempre azzeccata che io rispetto ossequiosamente ancora oggi. Poi è arrivata la Quarta Grande Guerra Ninja che ha in parte smontato le mie convinzioni su alcune cose. Siccome è un argomento a sé, però, ne parleremo nel terzo e ultimo capitolo dedicato a Naruto.

Parte 1 della mia analisi su Naruto

Parte 3 della mia analisi su Naruto

 

 

 

Analisi critica: Naruto tra psicologismo e combattimenti (Parte 1)

Eccoci di nuovo a parlare di un altro bel pezzo da 90. Sono però legato a Naruto in particolare perché è una delle pochissime opere che posso dire di aver seguito prima che diventassero famose (almeno in Italia) prima dell’anime. Me lo aveva fatto conoscere mio zio e gli sono tuttora grato. Con i compagni delle medie ricordo ancora che ogni tanto quando se ne parlava mi trattavano da grande esperto perché loro erano ancora alla parte iniziale dell’anime mentre io già ero arrivato a quando Sasuke scappava per incontrare Orochimaru. Così il mio amico diceva:

<<Ma quello lì con gli occhi bianchi è cieco?!>> e io, con lo sguardo sornione di chi la sa lunga, gli rispondevo che era solo un’abilità innata.

Ahh, bei tempi. Ho fatto questa premessa per spiegare la mia vicinanza all’opera rispetto ad esempio a Dragon Ball o One Piece ma voglio essere comunque sincero: Naruto non avrà sconti, come non li ha nessun’opera che tratto criticamente. Quelle che più apprezzo sono quelle che più “critico”, lo faccio proprio per evitare sentimentalismi di sorta.

Cominciamo dunque parlando della prima parte della storia, in particolare del manga perché l’anime essendo pieno di filler non l’ho seguito molto. Ha comunque un’ottima colonna sonora mentre stendo un velo pietoso sulla sigla italiana.

a978d8cdc7d18160ba069e88466360dc1ac46bd341632735ab75e518.jpg

Comunque è strano che Naruto dileggi quelli che dovrebbero essere i suoi eroi

Naruto è un ragazzino che fa dispetti, rovina i monumenti del proprio villaggio come una piccola peste e viene costantemente richiamato e allontanato dagli altri. Col tempo si capirà che lo fa solo perché è orfano, non ha amici e cerca costantemente le attenzioni delle persone. Già qui abbiamo un primo punto molto interessante che sarà poi lietmotiv della gran parte dei personaggi che vedremo: la solitudine crea mostri; i mostri sono generati dall’ambiente in cui vivono; non a causa loro, è la società che crea l’individuo. Il personaggio principale parte quindi con delle motivazioni assolutamente credibili affiancate al proprio sogno (diventare Hokage, il ninja riconosciuto come il più forte del villaggio). E’ pur sempre uno shonen e il sogno di diventare qualcosa o qualcuno c’è sempre. Mi ritroverò spesso a fare dei parallelismi con Dragon Ball o One Piece e qui ne abbiamo già uno: Rufy parte sostanzialmente all’avventura. E’ un caciarone confusionario che funge da innesco per la propria storia con in mano solo il proprio obiettivo. Non sappiamo se sia triste, cosa ne pensi dei genitori, è un qualcosa in meno che ci offre rispetto a Naruto che come manga è caratterizzato da forti toni cupi e psicologici fino a raggiungere picchi di filosofia molto matura che gli permettono in alcuni casi di trascendere il mero shonen.

Tornando alla nostra storia, i primi capitoli battono su questo e sulla solitudine di Naruto. Però, pur capendo tutto ciò, continuo a pensare che sia leggermente forzato e insipido come incipit. Occhei va bene, i mostri sono generati dalla solitudine e inoltre Naruto ha dentro di sé un demone. Ehmmm, quindi forse è il caso di non lasciarlo solo libero di odiare chicchessia ma di affiancargli un tutore? Immagino che gli studi di psicologia e pedagogia non siano molto progrediti in questo mondo ma la butto lì.

Non c’è nessun idiota al Villaggio della Foglia che abbia avuto la brillante idea? Un ragazzino con dentro un demone anziché mollarlo così magari si poteva affidare a un istituto? E soprattutto, vedremo spesso il Terzo Hokage parlare dei compagni della Foglia come se fossero una grande famiglia. E Naruto è stronzo? Non si vede mai l’Hokage confortarlo (anche se va detto che nell’anime questa scena è stata aggiunta). Ha il tempo per andare da uno come Iruka ma non ce l’ha per colui che un giorno potrebbe rivelarsi una piaga mortale, peraltro figlio di un eroe. Duh?

7db50fa9bd386ae324bcfe09169d3c6817039832665d1bad27737f32.jpg

Tolto questo piccolo dente, il primo volume è quello che è fino all’arrivo delle gag più carine con Sakura e Sasuke che, ammetto, mi hanno davvero fatto simpatia. Il pezzo forte però arriverà con Kakashi, il maestro, che non solo è graficamente curato ma è anche psicologicamente ben caratterizzato. Non si può dimenticare il meraviglioso discorso che fa ai suoi alunni: L’ordine impartito è quello di rispettare gli ordini. Chiunque di fronte all’autorità sarebbe tentato di obbedire e basta. Ma Kakashi ci spiega che quello che non si cura dei propri compagni solo per obbedire non è un Ninja, è feccia della peggior specie. Ci sta dicendo che i compiti assegnati sono importanti ma non se ci vanno di mezzo gli amici e i compagni. E scopriremo di più su di lui in futuro! Kakashi era esattamente quel tipo di persona che esegue gli ordini per redimere il proprio nome a causa del padre che fallì una missione per proteggere i propri compagni i quali si ritrovarono poi a odiarlo per questo motivo. Kakashi aveva una buona motivazione per essere ligio alle regole e obbedire sempre ma si ritroverà in una situazione tale per cui dovrà capire che invece a contare è la vita dei propri amici e compagni. E questo concetto lo tramanderà ai discepoli e lo rivedremo spesso.

f54353041908b1193a63a7714235e25ddd56ae2ecc0434426730e7b3.jpg

Il dolore millenario. Un dito al culo, fenomenale.

Non solo! Naruto ha una forte componente riguardante il combattimento per cui occorreva sviluppare già da subito alcune definizioni. Nel confronto contro Kakashi scopriamo che esistono 3 rami del combattimento che lui userà contro i propri allievi: Le arti marziali, le arti magiche, le arti illusorie (a cui poi se ne aggiungeranno altre, chiaramente). Insomma il primo volume parte in sordina per poi letteralmente esplodere con un personaggio costruito davvero bene e con un accenno al complesso mondo che vedremo.

8bac8fa49b1127d600ab360137308a7d2f70477a25eb210d276d026c

La prima saga vera e propria si apre con un elemento che io adoro nelle storie: la politica. Il discorso machiavellico, la natura umana basata non solo su amore e amicizia ma sui soldi, sul potere. Viene spiegato dall’Hokage che il mezzo di sostentamento di un villaggio Ninja sono le missioni, a loro volta classificate in A, B, C, D di ordine decrescente di difficoltà. I ninja devono mangiare come tutti e più missioni svolgono più ottengono fama e nuovi clienti. Ecco spiegato perché le prime noiosissime missioni sono ricerche di bestiole o fare da scorta a qualcuno, eppure conservano il loro valore politico che verrà ripreso più avanti.

58bf488ea8441da9c2e6b68d5df556ebb368a5e0edddcbbe3b994859.jpg

Sempre con Kakashi approfondiremo un ennesimo aspetto del combattimento in Naruto e questo è così importante da diventarne poi una fase caratterizzante: l’elemento strategico, la tattica del combattimento, il fine psicologismo di cui è impregnata l’opera.

Kakashi si accorge di due nemici nascosti perché si sono trasformati in una pozzanghera in un giorno di sole dopo che non ha piovuto da diversi giorni. Questo per farci capire che un ninja è sempre in guardia anche sulle cose apparentemente più stupide.

I primi nemici seri che permetteranno di fare sfoggio dei primi veri combattimenti saranno Zabusa Momochi e Haku, una coppia molto affiatata che inizialmente può sembrare banale (lui uno spadaccino feroce, l’altro un seguace costante) ma che cerca di rispondere ad un altro quesito sul mondo dei ninja: sono essi meri strumenti al servizio di un governo o di una nazione?

La risposta non è così scontata. Il ninja alla fine nel mondo di Naruto è un soldato, e storicamente era una spia, di fatto E‘ uno strumento. Ciò non toglie che, nonostante il divieto per un ninja di piangere in missione (che cerca di snaturarlo e renderlo una macchina, un vetusto residuo di tempi ormai passati) l’affinità e l’affiatamento tra compagni ci sia sempre e non sia facile farne a meno, anche se le alte sfere lo gradirebbero. Per quanto concerne la parte tattico-psicologica anche qui abbiamo delle scene davvero impattanti.

203450aa2b2c016a7058d80cbf9ded2c64086c314e27c86176949f37.jpg

Ci viene inizialmente fatto credere che lo sharingan di Kakashi è una tecnica in grado di leggere la mente, tant’è che riesce non solo a copiare le tecniche ma addirittura a precedere e ad anticipare l’esecuzione delle stesse e le frasi di Zabusa. Al secondo round Zabusa capirà il trucchetto psicologico: Kakashi in realtà utilizza una forma di illusione/ipnosi con cui convince il nemico a usare una tecnica che lui già conosce. In questo modo riesce ad anticiparlo e gli fa credere di aver copiato una tecnica. Tutto ciò ha un notevole impatto psicologico su colui che esegue la tecnica che si ritrova titubante e pieno di dubbi. Zabusa viene presentato come un idiota, un cattivo aggressivo come ce ne sono milioni nel panorama shonen, ma viene poi ritrattato come se fosse un cervello fino. A ben vedere quasi tutti i nemici in Naruto sembrano essere lo stesso personaggio (con le dovute differenze): forte ma anche intelligente, e in più dotato di una filosofia di vita.

Questo va detto, Naruto è eccellente nel creare dei personaggi assolutamente coerenti e rispettabili. Si può vedere Zabusa o Haku come personaggi limitati ma la verità è che hanno molto da dire e che anche loro hanno i propri sogni esattamente come Naruto ha il suo. Sasuke ha il suo, Sakura a suo modo ne ha uno. Perché solo i nostri dovrebbero contare? Il nemico forte e intelligente non è cosa scontata, io penso di poter dire che nel panorama shonen se si eccettuano i maestri come Hirohiko Araki di Jojo e pochi altri, abbiamo quasi sempre assistito ad una differenziazione sostanziale: il nemico o è grosso e aggressivo, o è intelligente e subdolo, tant’è che spesso le coppie sono proprio così formate per evitare squilibri: l’elemento piccolo e furbo, quello grosso che esegue.

Babidi_a_punto_de_matar_a_Spopobitch.png

Davvero raramente abbiamo visto nemici che comprendessero queste due macro categorie ormai consolidate. Persino One Piece fa un’enorme fatica: Crocodile non è così furbo, Arlong nemmeno, la Marina non dà quell’idea; forse solo Aokiji, la Flotta dei Sette escluso Barbanera direi proprio di no. Barbabianca non lo dà a vedere, Ace neppure. Si può dire che valga invece per Do Flamingo, Lucci o per Orso Bartholomew ma stiamo parlando di circa un paio di personaggi su decine mentre in Naruto mi spingo a dire che il 90% dei nemici siano così ottimamente caratterizzati.

6b1470d5391e5dcf9eb77b5a0056f81aef51b5735b65725d580464e9

Mai nessuno si ricorda di questo pezzo, viene sottovalutato in una maniera ingiusta e dato per scontato

Sempre parlando di psicologismo, arriviamo a discutere Ibiki Morino (eh? chi cazzo è vi starete chiedendo) e la sua filosofia. Ibiki fa parte della squadra interrogatori e torture della Foglia e a lui è demandato il compito di interrogare, torturare, ottenere informazioni dagli avversari. Il compito che sottopone ai nostri eroi è inizialmente banalissimo: un test scritto molto difficile. Col tempo ci si rende conto che è fatto appositamente per fare in modo che un Genin non possa rispondere, così da costringerlo a copiare. E tutto questo lo si suppone in base a ciò che un ninja può vedere dal “campo di battaglia”: numerosi esaminatori che scrutano se copi. Se copi una sola volta dovresti essere escluso ma ti permettono di copiare fino a 4 volte. Sospetto per un test.

11fc250981aa3035e7666414ba665c8ddf85b8b89c7922a8c71ec4fe.jpg

Le domande sono inoltre poste per imporre dilemmi etici che riguardano sia il singolo che il gruppo, cosicché si possa testare la capacità di un ninja di andare avanti in una missione pericolosa, anche se dalla sua decisione dipendesse la vita dei compagni. Kishimoto è riuscito a rendere elettrizzante un fottuto test scritto. E’ riuscito a collegare quello che noi vediamo tutti i giorni in maniera noiosa e opprimente al mondo dei ninja, spiegandoci così che tipo di determinazione debba avere un soldato quando esegue le proprie mansioni.

E qui io bacchetto tutti quelli che con frasi e idee prestampate vengono a dirmi

Eh ma dopo Pain più nienteeee

Eh ma Sasuke è un coglione nelle sue scelte, lol

Ma la guerra ninja è brutta e pure un po’ Dragon Ball!

Alcune di queste posizioni le tratteremo ma voi che gettate fango solo sugli elementi più “shonen” di Naruto, vi siete mai veramente soffermati sulla sua filosofia? Avete davvero colto il 100% di quello che quest’opera voleva comunicare o lo avete trattato come un manga di combattimento qualsiasi come ce ne sono mille? In tal caso la colpa è vostra, non dell’autore. Questo perché le minuzie come quella di Ibiki Morino sembrano date per scontate quando in realtà non dovrebbero esserlo affatto. Fa tutto parte di un mondo eccellentemente caratterizzato che poco a poco si spiega e si svela a noi.

Proseguendo nella storia, si arriva ad un punto dell’esame in cui pare già abbastanza chiaro quale sia lo stratagemma principe usato da Kishimoto nei combattimenti:

Non stavo mirando a te, ma a quella cosa che direttamente ti avrebbe colpito al posto mio!

599b32039d586eb0fce35058686885d683a566db128c24a4d75ee469.jpg

Non miravo a te…

c4a05d32b400506476436ea1bf689349acee8a695d7857d42d974b19

...ma a quella cosa che direttamente ti avrebbe colpito al mio posto!

Insomma, è facile vederlo ad esempio nelle trappole preparate da Sakura.

Il Kunai non lo dirige contro lo scoiattolo-bomba ma lo usa per fermarlo e per impedirgli di rivelare la trappola. Una volta rivelata quella trappola, il suo scopo non era di colpire ma di attirare l’attenzione dalla trappola posta in alto.

Nel combattimento tra Sakura e Ino Yamanaka Ino si taglia i capelli. Lo scopo non era solo dimostrarle che è matura quanto lei ma di usare quei capelli come mezzo per la tecnica.

Quando Shikamaru lancia il kunai contro Tayuya non lo lancia a lei direttamente ma all’albero per fare in modo che lei lo colga.

Insomma, il fulcro di tutto questo discorso è che alla lunga, anche se dobbiamo riconoscere le mille varianti che Kishimoto crea, si svela la formula principe. Esattamente come quella estremamente ripetitiva di One Piece di cui abbiamo già parlato.

Comunque c’è da dire che Naruto non si ferma a questo, è pregno di quello che potremmo chiamare pensiero laterale. Non si ferma alla risoluzione di un problema nella maniera più ovvia ma cerca sempre nuove vie, nuovi modi espressivi ed è questo che secondo me è largamente apprezzato: la capacità di spezzare le solite formule trite e ritrite.

Torniamo all’esame di selezione dei Chuunin e arriviamo alle parole dell’Hokage che ci spiegano ancora una volta la politica di questo mondo.

1.jpg

2.jpg

3.jpg

L’esame di selezione non è soltanto un esame per testare le capacità ma innanzitutto uno strumento politico: i migliori ninja di ciascun paese combattono tra di loro di fronte ai grandi Daimyo e ai clienti delle missioni di cui avevamo parlato prima. Chiaramente, come nelle Olimpiadi, il vincitore non porta solo lustro al proprio paese ma dimostra che la qualità dei suoi ninja è superiore e così nuovi investitori e nuovi clienti saranno portati, come accadrebbe con una pubblicità, a proporre missioni a quel paese e non agli altri sconfitti. I paesi a loro volta sono ben consci di questo per cui cercano di evitare conflitti con le altre nazioni con questa esibizione di forza.

Ancora una volta mi trovo a dire che Kishimoto è geniale nel parlare di politica. Facciamo ancora dei parallelismi:

In Dragon Ball, Goku sostanzialmente combatte per difendere la Terra, e basta. Non c’è altro. Lui vuole migliorarsi ma la motivazione cardine è difendere degli sconosciuti dagli alieni.

In One Piece si parla di equilibri di potere, di Marines fantocci di un Governo corrotto (ed è meraviglioso anche se non ne ho parlato troppo) ma non si parla molto bene di stati e di nazioni, o non ancora. Ovvero non c’è identità nazionale, si parla per ciurme e per piccoli gruppi.

In Naruto si tocca proprio quest’argomento e ciò lo rende in un certo senso sempre attuale, sempre corretto, perché così vanno le cose nel mondo. Non facciamo le Olimpiadi solo perché ci piace o per spirito sportivo ma per guadagnare, per avere stima, fama, gloria, rispetto, per mostrare che siamo i migliori in qualche campo.

Kishimoto in questa parte sta facendo qualcosa di davvero molto importante, sta dando la propria visione sull’immagine ormai consolidata del ninja, visto solo come un sicario silente mascherato e vestito di nero che si arrampica sui tetti e usa gli shuriken. Il “ninja” per Kishimoto è qualcosa di più, vi inserisce gli intrighi politici di cui i ninja sono parte, vi inserisce ideologie importanti ma anche elementi concreti. Non c’è solo il salvare gli amiketti o la Terra, c’è anche tutto il discorso legato agli Altri, a come vedono la cosa, alla Nazione, all’equilibrio tra Nazioni (una cosa che, come abbiamo visto con Rufy, viene sommariamente liquidata con Blueno). Kishimoto si ritrova a dettare legge in un campo in cui la figura del ninja era già qualcosa, un po’ come Kenshin-Samurai Vagabondo fece a suo tempo in minor misura con la figura del Samurai.

b22002bdfccd6800a0786692a78c8e66514ad2322e82a40722bfbedc.jpg

Eiichiro Oda ci prova con la figura del Pirata, ci dice che è una persona che ama la libertà a dispetto dei bucanieri che depredano e ammazzano ma la cosa è gestita in modo orribile. Tu sei sicuramente romantico a dirmi “no guarda, il pirata che stupra e deruba gli altri in realtà è puro ammmore e libertà” ma me lo devi concretamente dimostrare. E se conta la libertà perché dovresti essere proprio un pirata e non, facciamo, un esploratore, un avventuriero?

Oda non riesce a staccarsi dall’immagine classica del Bucaniere e Corsaro Salgariano, ci aggiunge solo la giustificazione della libertà senza mai spiegarla veramente mentre Kishimoto in questo fa un enorme lavoro di ricostruzione e personalizzazione.

A questo punto comincia una delle parti più interessanti, il combattimento vero e proprio. Perché ne abbiamo abbastanza di psicologismi vari e di tattiche ma non dimentichiamoci che lo scontro si vince con le botte, non con le paroline belle. Vediamo cos’ha in serbo per noi l’autore.

Alcuni scontri sono palesemente sottotono, certi duellanti sono messi lì come riempitivo (Sakura, Ino, Choji, i due alleati di Kabuto), altri sono messi per valorizzare di più il vincitore (Hinata, Zaku, Rock Lee). In questa congerie di personaggi e presentazione ufficiale delle loro tecniche mi limito a discutere gli aspetti più interessanti:

Shino utilizza gli insetti. Come personaggio mi piaceva tanto quanto Auron di Final Fantasy X ma quando l’ho scoperto mi sono allontanato da lui per la repulsione che provo. Trovo comunque che sia abbastanza originale il fatto che usi gli insetti e che usi il chakra come fonte nutritiva per loro nel suo stesso corpo. Fa schifo ma è interessante. Peccato che dopo un paio di scontri praticamente Shino e il clan Aburame non li vedremo mai più o quasi. In effetti è difficile inventare tecniche da usare con gli insetti!

Kankuro che fa il marionettista è pura genialità ma se si studia un po’ si può notare che un personaggio marionettista era presente anche in Kenshin Samurai Vagabondo per cui non prendete come oro colato TUTTO ciò che Kishimoto crea, talvolta anche lui prende ispirazione da altro. E Kankuro è davvero bello e divertente come personaggio poiché atipico: non combatte lui in prima persona ma le sue marionette e la cosa ha pro e contro nello scontro ravvicinato. Mi piace che venga detto con sincerità tutto questo, ogni tecnica, ogni formula, ogni posizione ha pro e contro almeno per ora.

76c70df1fc0181ec5107626d11e1794fdbdb886ae2eb63f5282799c1.jpg

Yaaaaawn. Uno dei flashback più pallosi che abbia mai visto, credo

Il combattimento tra Sakura e Ino annoia i personaggi del manga, annoia gli spettatori, annoia me, annoia tutti. Ed è un problema che Kishimoto non sia riuscito a rendere sufficientemente interessante, neanche più avanti, il personaggio di Sakura, o a trovarle dei collegamenti interessanti per poter intervenire. Questa è una catfight che vorrebbe giustificarla con i fiori, con l’amicizia della rivale ma questi sono i livelli medi che possiamo vedere ovunque nello shonen, oserei dire livelli medio/mediocri da Senor Pink di One Piece. Proseguiamo.

Naruto contro Kiba è la prima affermazione di Naruto che inizialmente è “il ninja più imprevedibile” che vince con un peto, poiché è abituato a fare scherzi e sfrutta l’arma del nemico contro di lui. Simpatica gag ma poca sostanza. Piuttosto, è davvero interessante vedere queste continue trasformazioni: tu credi di aver colpito il nemico, lo fiuti, ma ti accorgi di aver colpito il tuo alleato. A quel punto si scopre che Naruto ha usato una tattica: si è trasformato in Akamaru per far credere a Kiba di averlo colpito, così da generare il caos tra loro. Notevole davvero vedere come Naruto riesca a usare molte varianti e tattiche sempre con la stessa tecnica, fa parte di una fantasia meravigliosa che comunque abbiamo visto anche con il corpo elastico di Rufy. Anche se a essere molto critici, Naruto viene presentato come uno stupidone, eppure riesce a partorire strategie che neanche Sasuke o Shikamaru. Un errore di valutazione degli altri o una forzatura narrativa? Kiba poi è uno dei pochi ad usare i tonici da guerra e a mostrarceli, a far trasformare Akamaru con “l’arte magica umana” mentre lui usa “l’arte magica bestiale“. Anche se non ha una forte psicologia dietro come gli altri è davvero un personaggio fisicamente ben caratterizzato.

Lo scontro di Shikamaru è in parte roba già vista che possiamo riassumere con la formula di prima: non stavo mirando a te ma all’ombra del tuo filo per usare la mia tecnica! Non stavo mirando a te con il kunai lanciato simultaneamente ma a farti sbattere la testa!

Lo scontro Hinata-Neji è invece una enorme summa del psicologismo di cui abbiamo già parlato: non c’è solo lo scontro fisico ma anche quello verbale e quello psicologico, oltre a quello ideologico. Qui un paio di esempi

1.jpg
2.jpg

 

In più viene svelata la tecnica del “pugno gentile” che mi piace tantissimo. Rock Lee usa le arti marziali ma il pugno gentile devasta gli organi interni senza lesioni visibili. Questo perché il clan Hyuga ha il byakugan, premessa per poter fare una cosa simile e perché gli organi non si possono allenare come i muscoli. Kishimoto sa andare in profondità nei suoi discorsi, si vede che c’è un lungo lavoro di elaborazione dietro queste tecniche. Il discorso sulla casata cadetta lo facciamo dopo.

Rock Lee VS Gaara è molto shonen, ricalca addirittura gli stilemi di Dragon Ball con Lee che si toglie i pesi diventando più veloce (una cosa che non ci stancherà mai, ammettiamolo), ma non per questo meno valida come sfida. A tenere le redini dell’incontro è Gaara che sfrutta tecniche basate sulla sabbia, un elemento che personalmente non ho mai visto usare nei combattimenti (c’è Crocodile anche se la usa diversamente) e che rende Gaara un colosso corazzato indistruttibile. Così si passa ad un discorso classico dei manga di combattimento: la logica del sacrificio. I protagonisti si ritrovano spesso a lottare contro nemici invincibili ma non potendo perdere devono escogitare qualcosa. Kishimoto riesce a cavarsela spesso con due strategie: l’elemento tattico (il protagonista trova un espediente nel terreno, nelle parole del nemico, nei comportamenti) oppure il sacrificio (ovvero io sacrifico un arto, un occhio, l’alchimia, in cambio ottengo una forza micidiale) che è qualcosa cui non si sottrae nemmeno Rufy tutte le volte che parla di sacrificare le mani per colpire i suoi nemici (senza alcun tipo di ripercussione, mai). Rock Lee è decisamente più onesto nel far uso di queste tecniche autodistruttive perché è vero che tornerà in attività in una maniera forzata ma prima di allora lo abbiamo visto soffrire per davvero. Tra tutti i ninja è quello che ha il sogno con cui è più facile empatizzare, egli è convinto che l’impegno basti contro il genio e non può usare altro che le arti marziali. Togliere quelle arti a uno che può usare solo quelle è devastante, vediamo per qualche capitolo lui che letteralmente soffre ed è pronto a morire per questo. La logica del sacrificio ci è servita non solo come escamotage per il combattimento ma anche per farci capire la gravità di alcune tecniche e la gravità del perdere i nostri sogni. E’ il combattimento più bello e importante tra tutti.

5b2e418b721e30252fb1440d9a1a86b3e29c172464d01798c06ae1b0.jpg

“Hai qualcosa sulla nuca, spe’ che te la tolgo!”

Lo scontro tra Naruto e Neji non è importante solo per le mosse usate ma per un confronto ideologico tra chi nasce genio e chi deve allenarsi costantemente per raggiungere la vetta. E’ un discorso molto profondo che qui viene esplicitato anche se Naruto è un pessimo personaggio per fare questo discorso a causa del deus ex machina della volpe che più di una volta gli viene in sostegno. E’ un po’ come se uno studente andasse in giro a dire che l’esame è facilissimo, basta solo studiare! Poi però vieni a sapere che durante l’esame lui ha un auricolare e qualcuno che costantemente gli suggerisce. Be’ grazie al cazzo, anche io sono capace a fare qualsiasi cosa così. Esattamente come per Rufy, il discorso è il medesimo: non mi insegni niente se usi sotterfugi per far vincere i tuoi protagonisti. Non mi stai dando il buon esempio se non sai darmelo concretamente senza trucchi. Tuttavia Kishimoto almeno un po’ le meningi se le spreme e anche se devo ammettere questa falla nei suoi discorsi, ogni volta rimango ammaliato dalla quantità di fantasia che mette nei suoi scontri. Neji utilizza il pugno gentile come abbiamo visto e questo sublima nelle tecniche che bloccano il chakra, come le 64 chiusure. Appropriato e fantasioso!

802a6b17ac88cf97e08d4385f4c35238fbefbc6b9ea7a9eb3127e1f8.jpg

Arriviamo infine ad un altro discorso molto complesso e interessante che è quello delle casate Hyuga: cadetta e principale. In realtà sembra essere l’unica casata a farne uso ma viene detto che essendo antica merita un occhio di riguardo. I membri della casata principale tramandano il clan e comandano, quelli della casata cadetta ubbidiscono. Neji ovviamente nasce nella casata cadetta e vedrà morire il padre per una questione di Stato. Avevamo già visto con Zabusa e Haku che tecniche e abilità innate non sono solo per le mazzate in Naruto ma possono essere trafugate come dei segreti dai nemici pertanto occorre proteggerle con diversi sistemi. Per non far scoppiare una guerra con la Nuvola, la quale chiede il corpo del padre di Hinata per avere il Byakugan, viene sacrificato il padre di Neji, il gemello della casata cadetta, affinché morendo vengano sigillati anche i suoi occhi. E’ un livello notevole di definizione politica del mondo ninja dove ci vengono illustrate le mire dei paesi nemici ma anche il grado di cinismo (possiamo definirlo così?) di quelli del Villaggio della Foglia. Stiamo pur sempre parlando di politica e di guerra, non si vince sperando e pregando ma talvolta uccidendo e sacrificando persone. La morale è estremamente matura e fa di Neji una creatura vinta dal destino mossa da quest’unica idea: non ci si può opporre al destino già segnato alla nascita. Lo scontro con Naruto è ideologico e lo perde su tutti i fronti.

Il duello tra Temari e Shikamaru è una presentazione effettiva dei poteri e della personalità di Shikamaru che sarà poi l’unico a essere promosso della Foglia grazie alla sua intelligenza. Addirittura sfrutterà a proprio vantaggio il terreno modificato da Naruto, l’ombra aumentata dal passare del tempo, le ombre con oggetti esterni che crea lui stesso. Shikamaru è intelligente ma ha un contrappeso: è svogliato. Ogni personaggio sembra avere pro e contro e questo è un bene.

fc43adb6c72a2d84e65c2d99779b8fea69c2f0644bd1bf119d8f7954.jpg

Bellissima questa tavola

Gaara alla fin fine viene rappresentato come ciò che Naruto sarebbe potuto essere se non avesse avuto degli amici. La scena viene marcata proprio dal riflesso dei due sulla spada di Gamabunta. Gaara in sé non è altro che un prodotto dell’odio del villaggio e questo in parte lo giustifica. Si sente vivo solo eliminando chi lo fa soffrire. Sebbene sia una spiegazione sinceramente poco sensata trovo che sia comunque giustificabile grazie al bellissimo flashback che ci rivela parte della sua infanzia. Non viene rappresentato come un nemico effettivo ma come un amico mancato, qualcuno che deve essere amato e aiutato. E’ bellissimo vedere infine il suo ringraziamento ai fratelli a dimostrazione del fatto che è cambiato radicalmente come persona.

c11de06be30377dc570a6d8cc57b4d7a89690d70f8c3f06ae4c72f12.jpg

 

 

10a3b1a8c02e31fdd7759b9ac5de787671dde7243328d1d065642c82

Si arriva poi a quello che per me è stato uno scontro epocale: Orochimaru vs Terzo Hokage.

Quando lo lessi per la prima volta da ragazzo pensai: “bah, uno come il Terzo è importante, figurati se lo fa morire qui. Finirà a tarallucci e vino”

376d4b38c1880bcbdc8f8c6058a56627c8fde2193acf5ed9c591389b.jpg

NON STO PIANGENDO

E invece muore uno dei personaggi considerati più forti della storia e muore da eroe. Lo scontro è costruito con una tecnica narrativa eccellente:

-Tecniche di altissimo livello mai viste prima, a significare che si stanno scontrando dei giganti, non dei chuunin come prima

-L’evocazione di due delle figure di spicco della Foglia, considerate tra i ninja più forti in assoluto

-Le tecniche di sacrificio e confinamento del Terzo Hokage

-Lo scontro ideologico tra Orochimaru che vuole padroneggiare ogni tecnica e quella del suo mentore

E’ stato semplicemente stupendo, e stiamo parlando di uno scontro che avviene relativamente a inizio opera con due personaggi molto ben caratterizzati. La parte finale poi è capace di strappare più di qualche lacrima, mi ha comunicato al 100% l’idea che investe colui che ha il ruolo di Hokage: non solo il ninja più forte ma un esempio, una colonna portante per le nuove “foglie” e mentre te lo spiega (nell’anime poi questa parte ha una soundtrack meravigliosa) ti illustra ogni singolo maestro, anche Orochimaru stesso, che trasmette le proprie conoscenze a un allievo. Che immagine potente per descrivere i valori di chi se ne va al creatore, ormai tramandati alle nuove generazioni. Che discorso potente, che scontro potente!

Un’altra cosa che voglio sottolineare osservando il Mille Falchi è la cura che viene proposta non solo per gli ambienti, per i coprifronte messi in modi diversi a seconda delle personalità, per il mondo narrato ma anche per una cosa centrale come le tecniche, o almeno alcune. Il Mille Falchi è una tecnica così chiamata perché emette il rumore di rapaci (essendo un fulmine). Lo chiamano anche taglio del fulmine perché con esso, si dice, Kakashi squarciò un fulmine. Può essere una cazzata ma fa vedere che dietro una tecnica è stato speso del tempo, della fantasia. Pensiamo alla Kame Hame Ha. Chi l’ha inventata? Perché? Cosa voleva ottenere con quel colpo? Non ci dice niente di sé. E’ semplicemente una pistola puntata. E il cannone garlic di Vegeta? Il Laser di Freezer? La Genki Dama di Re Kaioh? Sono solo ed esclusivamente armi.

6143dc45be66bd9ec4ff5de477b1bb7b9f9903c1f85abbde379e16c3.jpg

Skreeek Skreeek

Anche il Rasengan viene presentato come una tecnica prodotta dal Quarto Hokage, difficilissima da apprendere e incompleta (completata poi da Naruto stesso). Le tecniche hanno personalità propria, si adattano a chi le usa anche in base al chakra (ma lo vedremo meglio nella seconda parte) il quale scorre verso destra o verso sinistra. C’è uno studio dietro quello che è uno degli elementi fondamentali del combattimento in Naruto, dimostrandoci che anche alla parte shonen viene dato risalto.

Sempre parlando di Rasengan, Kishimoto è riuscito a rendere gradevole e divertente quello che dovrebbe essere un estenuante allenamento per apprenderlo. In Dragon Ball (ma anche nel blasonato One Piece) quando qualcuno si allena lo vediamo in qualche transizione rapida mentre solleva pesi o mentre fa i buchi nelle montagne e nel terreno, mentre si allena a gravità aumentata, tutto lì. In Naruto siamo presi per mano ed è come se ci venisse insegnato il Rasengan, come se lo stessimo apprendendo con Naruto.

03ad90bbc8a9ecb512bbe7607456f8eb796cc15f36e3d48cac383e73.jpg

Kishimoto è riuscito a figurativizzare la concentrazione. Per questo dico che è un autore più filosofico e astratto di molti altri, e per questo non è compreso al 100%

-La prima fase è il fluire del chakra che deve far esplodere un gavettone pieno d’acqua. Naruto risolve la cosa usando due mani anziché una perché riusciva a imprimere una sola direzione.

-La seconda fase è la potenza, si deve spaccare una palla di gomma resistente. Naruto riesce solo a bucarla ma col tempo migliora grazie al dolore che prova alle mani

-La terza e ultima fase è la più difficile e ritratta le precedenti: nella prima fase doveva spaccare il palloncino mentre ora si tratta di NON distruggerlo ma imprimendo comunque forza e concentrazione

Il trucchetto per l’ultima fase è la concentrazione, il che ci riporta prima ad un interessante discorso su cosa sia la concentrazione (Jiraiya mostra un foglio bianco con sopra un puntino e spiega i movimenti dell’occhio con e senza quel puntino) e infine si ricollega allo stemma della foglia, rappresentata a partire da un elemento basilare come quello a spirale della concentrazione che Jiraiya illustra a Naruto. Quasi per dire: queste sono le basi, è da qui che parte tutto, però è anche vero che padroneggiando la concentrazione puoi rendere grande il tuo operato.

Davvero una gran bella parte nonostante la trama avanzi di poco e niente. Lo voglio sottolineare per tutti quelli che ancora pensano che Naruto sia esclusivamente combattimento e se ne lamentano: non perdetevi queste piccole chicche perché valgono davvero tanto e insegnano molto anche a noi che non facciamo uso del chakra.

Una volta trovata la Quinta Hokage (ed è molto bello che venga finalmente dato spazio ad una donna con una certa personalità) viene spiegato anche qualcosa su Kabuto, seguace di Orochimaru. Il combattimento contro di lui è molto interessante perché vi rivediamo alcuni degli elementi che ho già menzionato: pensiero laterale, psicologismo, tattica. Egli usa il bisturi di chakra ma non può certo usarlo come una spada, si limita a tagliare tendini e muscoli per il movimento o la respirazione. Combatte con attacchi mirati come Neji ma Tsunade risponde con una tecnica che gli scombina i nervi. Allora Kabuto cosa fa? Si mette a decifrare ogni singolo nervo sballato fino a muoversi come se niente fosse! Va bene che è un manga però c’è davvero tanta fantasia anche in uno scontro quasi-riempitivo come questo! Secondo me Kishimoto ha capito che il lettore-spettatore si nutre letteralmente di fantasia. Niente è noioso se lo sai sottoporre come se fosse una pietanza prelibata: un allenamento, un ninja medico (e quindi in teoria non combattente), un sofismo, una spiegazione, la politica.

0c26ac73bcd7e3e6b33a9944f9ca82634f2973bee5895251372bfd32.jpg

E’ questa la grandezza di Kishimoto, riesce a rendere gradevole qualsiasi discorso (o quasi) con la quantità di fantasia e di realismo che immette nelle sue storie solo in apparenza per ragazzi.

Una nuova trama si unisce poi all’intreccio, ed è quella di Sasuke che vuole vendicarsi del fratello. La vedremo in dettaglio nella seconda parte, per ora diamola per buona. Sasuke cerca la forza e crede che Orochimaru sia l’unico a potergliela offrire. A sua volta Orochimaru desidera lo sharingan ma sa bene che avvicinarsi a Itachi non gli è possibile, così ci prova col pulcino (che poi col tempo diventerà un falco).

1c6b2d7a923b815ade0b0c442941819a66ac1fbf200c1f6a790e833c.png

Come valorizzare ogni elemento.

Così viene presto organizzata una squadra da Shikamaru e anche qui, signori, la fantasia di Kishimoto si esprime anche solo con uno schemino basilare su come strutturare la colonna, a partire dalle abilità di ciascun componente. Senza contare che Shikamaru consiglia loro un esercizio mentale simulativo per aumentare le chance di vittoria. Serietà anche nelle piccole cose, come piace a me. Come rendere un mondo credibile.

Gli scontri che si avvicendano sono tutti importanti per cui dovrò discuterli tutti:

Choji vs Jirobo è lo scontro che sbugiarda in parte i buoni propositi di Naruto.

Una volta che togli il genio e l’intelligenza, una volta che togli la forza, cosa ti rimane? Choji è perfetto per questo discorso perché non è né abile né stratega, è esattamente una pedina sacrificabile. E’ un ragazzo sicuramente buono e gentile ma non vinci gli scontri con questo. Quindi?

Quindi Kishimoto, che perfetto non lo è, torna ai rudimenti del manga shonen: la logica del sacrificio. L’avevamo vista, ricordate? Se sacrifico qualcosa, fosse anche un arto o un occhio, ottengo la forza per abbattere un nemico. In One Piece assistiamo costantemente all’abuso di questa logica, in Rave (di Hiro Mashima) neanche a parlarne nelle battute finali. Il problema è che usare solamente questo stratagemma è pericoloso perché scopre moltissimo la natura artificiosa della narrazione, specie quando poi i protagonisti non sacrificano niente (ad esempio Zoro contro Orso, Rufy contro Magellan). Qui in questo caso sia lui che Neji stanno fuori dai giochi per qualche volume, e basta. Il sacrificio che fanno è tutto lì nonostante subiscano ferite gravissime. Però c’è da dire che un arco intero l’abbiamo impiegato per trovare Tsunade che è un ninja medico eccellente eccetera eccetera quindi le precedenti avventure in un certo senso giustificano queste mancanze ma alla fine si nota che certe logiche dal fumetto shonen sono troppo ben radicate per sparire.

Lo scontro tra Kidomaru e Neji è epocale, c’è da dirlo. Neji è un genio e si ritrova ad affrontare uno degli avversari “secondari” meglio costruiti. Non è un cretino aggressivo che parte alla carica ma un elemento intelligente che raccoglie informazioni prima di attaccare. Come quasi sempre capita, una battaglia tra ninja è uno scontro psicologico e mentale; in questo caso consiste nello scoprire i punti deboli altrui. Ci viene rivelato il punto debole di Neji e viene usata una certa dose di fantasia anche per un elemento simile: il cono d’ombra se viene mosso continuamente rende difficile mirare in quel punto, riempire solo quel punto di chakra ha il vantaggio di deviare i colpi che arrivano solo lì. Insomma il personaggio di Neji viene approfondito anche se questa, come per molti altri, sarà l’ultima occasione in cui potremo vederlo così bene purtroppo.

2b804a21e75faf3e4c8ea2d39b4d6539439901fd15c1f782ca1d21be.jpg

A livello figurativo questa scena è stupenda

Si passa poi ad un personaggio meraviglioso, graficamente e psicologicamente ben caratterizzato: Kimimaro. Oltre ad avere una tecnica intelligente e fantasiosa (usa le proprie ossa per attaccare!) è completamente soggiogato dal proprio signore che comunque se ne frega di lui. E’ talmente forte da mettere in crisi anche Gaara a forza di usare tecniche di alto livello ma è malato, per cui morirà nell’atto di difendere Orochimaru un’ultima volta dagli insulti, proprio mentre egli rivela di essere ormai interessato solo a Sasuke. C’è anche un bel lavoro di “regia” nel gestire certe scene di Naruto. Si vede che Kishimoto è appassionato di Cinema, le sue tavole sembrano quasi un film, molto spesso i personaggi sono rappresentati come visti attraverso la lente di un obiettivo con la testa grossa e il corpo minuto, come se fossimo noi lettori a tenere la telecamera.

Sakon e Ukon sono fantasiosi, hanno una tecnica quasi banale che però viene spiegata a partire dalla biologia. Ricorda comunque tantissimo i fratelli Toguro e il personale modo di uccidere del maggiore dei fratelli.

Tayuya è meh. Usa il flauto perché è una donna, comanda degli zombie che usano energia mentale capace di risucchiare l’energia fisica per mantenere l’equilibrio. A tenere alta l’attenzione è la strategia di Shikamaru che comunque non brilla in questo scontro.

de5d61ab430f4c350dcbabc0ea8f3077f08d93c0718380401175e9b0.jpg

Ma nella realtà ciascuno di loro dice solo un pezzo di frase?

Infine il colpo di scena: gli alleati della Sabbia che arrivano in sostegno della Foglia, davvero molto intelligente perché abbiamo già visto di cosa sono capaci e vediamo le loro tecniche progredire ulteriormente. Sappiamo quanto siano pericolosi e vederli dalla nostra parte sicuramente aiuta. Peccato che Temari e le sue tecniche siano solo sommariamente caratterizzate!

Lo scontro tra Naruto e Sasuke è solo il primo fra tanti e ci permette di svelare parte dei ricordi e della psicologia di Sasuke e di Itachi, il fratello che vorrebbe uccidere.

Anche il finale in cui Sasuke NON uccide Naruto può essere giustificato sulla base del fatto che non vuole seguire i consigli del fratello che vuole uccidere, o allo stesso tempo che a Naruto è ancora affezionato. Cominciamo a parlare un po’ di quel filosofo che è Itachi e che nella parte due discuteremo meglio. Qui nel suo primissimo flashback vediamo che massacra il proprio clan con quella che potrebbe quasi essere una scusa da cattivo di serie C. Ecco dove Naruto si differenzierà in seguito: i normali shonen tendono a fermarsi a queste fasi ridicole: “volevo testare le mie capacità“, solo pochi eletti riescono poi a fare il ribaltone e farti amare questi personaggi così negativi e mal giudicati inizialmente. Itachi però non si ferma qui, ci dice espressamente che legarsi a un nome o a un clan limita le tue potenzialità e non ti permette di conoscere ciò che c’è oltre. Quanta verità in queste frasi. Sta dicendo che chi è di un certo clan si ritrova imbrigliato in questioni politiche, sociali e familiari che non gli consentono di fare altro. Prendiamo gli Hyuga. Hinata potrebbe prendere e andare in giro per il mondo? Assolutamente no! Se venisse uccisa le ruberebbero gli occhi e diventerebbero un’arma contro il suo stesso Paese. Il clan Uchiha era una forza di polizia (e molto di più), tra i clan più rinomati e rispettati del villaggio, farne parte significa essere i primi, proprio come Sasuke ci mostra nei suoi ricordi, soffrendone. Itachi non vuole rimanere legato a tutto ciò, vuole superare i propri limiti e soprattutto non considerare nemico chi semplicemente porta un cognome differente. Itachi è un personaggio cosmopolita dalle idee originali (per noi attuali e normalissime) che si ritrova soffocato dalla piccolezza e dalla mentalità campanilista del proprio paese.

Tornati tutti quanti al villaggio della foglia assistiamo ad un riassestamento delle forze e degli equilibri in gioco, ogni Ninja Supremo si prende in carico uno dei 3 ragazzi e così si trasmettono le loro conoscenze. Alba non toccherà Naruto prima di 3 anni e tutti si alleneranno cambiando e maturando proprio come in Dragon Ball, una cosa che avevo elogiato nell’analisi perché dimostra che quel mondo è soggetto a mutamenti e così chi lo abita.

Direi di concludere qui la prima parte della mia analisi su Naruto anche perché di cose ne abbiamo dette ed è meglio metabolizzarle fino al prossimo impegnativo articolo.

Per quanto riguarda la sua prima parte Naruto si conferma essere uno dei migliori Shonen apparsi su carta, questo grazie al fatto che non si limita a ripetere i classici cliché del genere ma cerca di espandere la materia, di aggiungere del proprio, di illustrare situazioni complesse e di appellarsi all’etica del lettore per inoltrargli un messaggio attuale e godibile che non è calato dal cielo come un insegnamento (non sempre, almeno) ma qualcosa di sofferto insieme ai protagonisti, ai loro pesanti allenamenti, alle loro ideologie. Noi cresciamo con loro.

Parte 2 della mia analisi su Naruto

Parte 3 della mia analisi su Naruto

 

 

 

Battle Royale di Koushun Takami, Opera senza tempo

Già in un precedente articolo avevo toccato l’argomento Battle Royale analizzando però il concetto stesso di free for all e di come questo venisse implementato in manga, videogame e film. I termini “battle royale”, tuttavia, richiamano una di quelle che è considerata un’opera monumentale tanto da diventare cult, nel tempo, scrollandosi di dosso tutte quelle critiche che aveva ricevuto in patria quando uscì a causa della violenza. Parliamo proprio dell’opera di Koushun Takami, “Battle Royale“, che egli presentò ad un concorso per il genere Horror.

battle-royale-movie

La storia inizia con un prologo che fa già capire moltissimo di ciò che troveremo addentrandoci: con uno stile molto moderno, diretto, con intercalari, un uomo si rivolge a noi spiegandoci cosa sia una Battle Royale, termine che Takami mutua dal Wrestling, essendo questa una modalità abbastanza diffusa di combattimento in cui tutti i lottatori entrano in una gabbia e si scontrano tra loro fino a quando non ne rimane uno solo. E’ ancora una volta quest’uomo del prologo a darci indizi molto importanti cui l’autore darà ampio spazio nel suo romanzo:

<< E i lottatori che sono amici? Be’, all’inizio, ovviamente, si aiutano a vicenda. Ma alla fine devono battersi l’uno contro l’altro >> (Prologo, p.6 Ed. Oscar Mondadori)

<< Uno dei due andò intenzionalmente fuori dal ring, lasciando vincere il suo partner. Una dimostrazione di fratellanza che per me fu una sorta di delusione. In più puoi anche allearti coi wrestler che di solito sono tuoi nemici. […] è anche possibile che questo amico si riveli infido e improvvisamente ti tradisca e ti sconfigga >> (p.6)

Come si può vedere anche dalle interviste su una ristampa del manga Koushun Takami e l’illustratore Masayuki Taguchi rispondono entrambi di essere dei patiti del wrestling e della battle royale in particolare. Questo dettaglio non va trascurato per avere una visione d’insieme più completa possibile. Abbiamo già due elementi, quindi: Horror e Battle Royale. Facendo appello alla fantasia di chi non conosce l’opera, cosa potrebbe venire in mente? Gente costretta a combattersi contro la propria volontà in una BR, direi. E infatti è questo che tratterà il romanzo: una classe di 42 studenti delle medie verrà deportata contro la propria volontà su un’isola fatta sgomberare. Ad ognuno di loro saranno fornite una mappa, una bussola, cibo, acqua e un’arma casuale, il che può voler dire ricevere una mitragliatrice oppure un inutile boomerang.

borse.jpg

Ecco il fulcro della storia svelato che subito si dipana in tutta la sua crudeltà. Non so voi ma io l’ho sempre trovata una trama estremamente affascinante: già alle elementari mi chiedevo, da buon bimbo disturbato, chi fosse il più forte della classe o della scuola intera. E mi immaginavo noi tutti costretti a lottare in un fantomatico ring. BR fu una sorta di espressione di quel desiderio latente che secondo me un po’ tutti abbiamo provato, anche senza pensare necessariamente alla morte, o su cui tutti almeno una volta abbiamo riflettuto. Non va dimenticato, infine, che BR sembra ispirarsi parecchio a Il signore delle mosche di Goulding che già raccontava la storia di alcuni ragazzini naufraghi che cercavano di darsi un governo democratico ma che alla fine, causa anche la visione pessimista dell’autore, sfocerà nella trivialità di un governo retto da un capo forte e carismatico, con la distruzione dei simboli della democrazia e l’uccisione dei più deboli. L’ispirazione c’è, il sentimento pessimista anche, vanno fatte notare alcune differenze sostanziali però: in BR il fulcro è l’analisi antropologica del comportamento umano che veniva sottolineato anche nel prologo più che la forma di governo scelta: qualcuno combatterà, qualcuno rinuncerà, ci saranno alleanze e tradimenti. In BR si parlerà inoltre di un Governo distopico e autarchico che costringerà i ragazzi a scontrarsi, cosa che lo accomuna più a 1984 di Orwell e a Il mondo Nuovo di Huxley che non a Goulding. Insomma, Takami sembra prendere un po’ dei suoi gusti personali (wrestling), un po’ di Goulding (il comportamento umano) e infine un po’ del romanzo distopico (una tirannia che costringe i propri cittadini ad ammazzarsi). Senza disdegnare quell’aspetto splatter da racconto dell’orrore che possiamo forse rivedere in alcuni romanzi come La lunga marcia di King.

Con queste premesse iniziali, andiamo a parlare della storia vera e propria e a cogliere quelli che secondo me sono gli aspetti più caratterizzanti e unici. Seguiranno spoiler molto pesanti sulla trama, siete avvertiti.

Tanto per cominciare, va detto che di BR esistono 3 soluzioni mediatiche: Il romanzo da cui è partito tutto, il film (sarebbe corretto dire I film ma il secondo possiamo anche dimenticarcelo) con Takeshi Kitano e infine il manga. Parlerò delle differenze tra loro sempre tenendo conto delle specificità del medium facendo inoltre risaltare le peculiarità che possono migliorare l’opera di partenza. Principalmente parlerò del romanzo e del manga; il film, per quanto di buona fattura e con un Kitano in forma, non può in quelle poche ore catturare l’essenza di un romanzo complesso di 600 pagine. Nonostante alcune scene siano piuttosto fedeli manca tutto l’apparato filosofico e riflessivo che un’opera del genere reca con sé mantenendo invece solo gli aspetti puramente horror, pertanto si vanno a perdere troppi elementi preziosi per poterne parlare in maniera prolifica.

BATTLE+ROYALE+-+UK+Poster.jpg

La storia verte su una classe delle medie diretta in gita scolastica che viene anestetizzata e spedita su un’isola. Ad ogni ragazzo viene dato un collare e spiegato che se tenteranno di fuggire o di manometterlo esploderà. Esploderà anche nel caso in cui si trovino in zone “vietate” e questo per costringerli a muoversi e a non rimanere chiusi in casa. Potranno usare tutto ciò che troveranno sull’isola, dalle macchine ai computer, ma non potranno telefonare e avere corrente elettrica. Come già detto ad ognuno viene poi assegnata un’arma causale. Il protagonista, Shuya Nanahara, è il classico bravo ragazzo che incarna probabilmente ogni stereotipo sui bravi ragazzi: gentile, puro di cuore, altruista, amato da un sacco di ragazze, amante del rock e così via. Il suo migliore amico, Yoshitoki Kuninobu, che a sua volta è innamorato di Noriko Nakagawa, è il primo a perire a causa di colui che sovrintende il Programma: nel libro è Sakamochi, nel film è Kitano, nel manga è Yonemi Kamon. Questo farà da innesco: Shuya si ritroverà a dover difendere Noriko, innamorata di lui, cercando di tener fede alla propria umanità in segno di rispetto all’amico scomparso.

alcool.jpg

La lotta comincia con Shuya e Noriko insieme (vi ricordate? Gli amici si alleano inizialmente, poi…) in netto svantaggio: le armi ricevute sono un coltello da combattimento e un boomerang, mentre altri studenti hanno pistole, granate, fucili a pompa, mitragliatrici. La prima parte dell’opera è caratterizzata dagli scontri che Shuya mai si sarebbe aspettato da quelli che qualche ora prima erano i suoi amici. Infatti nel manga prende dell’alcool per guarire la ferita di Noriko, pensando suo malgrado che quell’alcool avrebbe dovuto servire cause ben diverse in una gita scolastica. Il primo a pararsi loro contro è Yoshio Akamatsu, un personaggio reso bene sia nel romanzo che nel manga, che è sostanzialmente un grosso bambinone indifeso. E’ il più grosso, viene detto, eppure il più lento a correre e il più stupido. Gioca spesso ai videogames e non ha molti amici. La sua psiche, già solo a partire da questo, è ben posta sotto una prospettiva credibilissima: un personaggio così avrà paura, imbraccerà l’arma e la punterà senza remore contro quelli che lo hanno sempre umiliato e maltrattato. Yoshio è un bravo ragazzo nella vita reale ma in questo Programma ha paura, teme di essere il bersaglio di tutti gli altri. Shuya inizialmente tenta di dissuaderlo ma la paura prevale e Yoshio sarà stordito e poi ucciso da un altro ragazzo.

c9061a9a5de0bec023eae19fa023fd3b6ed18368e9b97019d33c983e.jpg

Esiste poi chi sceglie di non combattere o di sacrificarsi, proprio come veniva detto nel prologo. Questo capita ad una coppia: Yamamoto Kazuhiko e Sakura Ogawa. I due si amano così tanto da gettare le loro armi e rifiutare la lotta. Nel romanzo è piuttosto sbrigativa la loro storia ma nel manga c’è un intero episodio che ha semplicemente lo scopo di farci vedere la loro vita prima del Program. Un episodio in cui si mostra il lato affettivo di due persone, che di per sé sarebbe inconcludente (lui che le compra una borsa) ma ricollegandoci a “oggi” si può vedere che lei quella borsa ce l’ha ancora, la custodisce come un tesoro, e testimonia l’amore che prova per lui. Raggiunti da quelli che sembrano essere dei nemici si suicideranno buttandosi giù da una scogliera morendo annegati.

f9ba13c939cf49409188101b4944b7f221413553530d39b4a719521a.jpg

Sul versante “Antagonisti” invece abbiamo delle solide presenze. Tra le femmine viene usato come espediente Mitsuko Souma, una ragazza considerata bellissima, nel manga una dea della morte che spesso vedremo letteralmente nuda intenta a soggiogare uomini di ogni età. Addirittura nel prologo del manga la si vede irretire un uomo di mezza età alzando la gonna per averne vantaggi e privilegi. E’ a capo di un gruppo di studentesse poco di buono che si diletta col taccheggio, la prostituzione e così via. Mitsuko al suo primo incontro si svela immediatamente: incontra una ragazza totalmente innocua e spaventata, armata solo di un coltello, e cerca riparo presso di lei, piangendo. La ragazza abbassa la guardia, le chiede scusa per aver pensato di ucciderla.

mitsuko.jpg

Mitsuko e la sua agnizione sono d’impatto sia nel romanzo che nel manga: con una falce nascosta la sgozza senza pietà, ribadendo che non importa perché anche lei aveva pensato di ucciderla. Quindi una persona senza remore, apparentemente glaciale e distaccata, disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole.

numai.jpg

Sul fronte dei maschi Kazuo Kiriyama ci viene introdotto in una maniera spettacolare con un personaggio secondario estremamente ben caratterizzato: Mitsuru Numai è un ragazzo problematico che viene da una famiglia povera. Come ci spiega lui stesso l’unico sbocco che sente di avere è l’uso della forza. Non è una forza usata sui più deboli (non solo) ma un tipo di forza che egli sente di dover rivolgere a chiunque lo sfidi, anche a ragazzi più grandi, anche in svantaggio numerico. Sarà la sua frase a caratterizzarlo: può esserci un solo re. E’ la massima espressione di ciò che è un bullo raccontato con l’occhio di chi capisce e non giudica. Mitsuru è un povero disadattato con i suoi problemi che troverà pane per i suoi denti affrontando altri bulli più spietati di lui. Verrà infine salvato da un ragazzo che sembra mostrare grazia e tatto ma allo stesso tempo freddezza e noncuranza. Kazuo Kiriyama si sbarazza dei bulli e da allora Mitsuru Numai capisce che può esserci un solo re, per l’appunto Kiriyama. Il suo racconto prosegue dicendoci che la pettinatura che Kiriyama utilizza gliel’ha proposta lui, che è simbolo del suo legame. Da allora Kiriyama entra nel gruppo di bulli di Mitsuru affiancandoli e aiutandoli addirittura a sconfiggere degli Yakuza. Mitsuru, pertanto, in questo gioco, sceglie di allearsi immediatamente col suo re senza alcun intento di tradirlo.

numai 2.jpg

E’ Kiriyama a svelarsi dopo una breve spiegazione. Ha lanciato una monetina decidendo che non combatterà gli uomini del governo per fuggire ma ucciderà i propri compagni: per lui una vale l’altra. Così alza la mitragliatrice verso quello che era il suo braccio destro, tradendolo, e crivellandolo di colpi. Sono le ultime parole di Mitsuru ad essere cariche di significato, avendo Kiriyama svelato il suo lancio di monetina. Forse, anche quella pettinatura che il suo boss manteneva, e che per Mitsuru era il simbolo del forte legame tra loro due, non era altro che un impiccio per lui. Semplicemente aveva scelto quella anziché un’altra, forse lanciando un’altra monetina.

kiriyama.jpg

Kazuo Kiriyama, come Mitsuko, sarà l’antagonista principale. Senza alcuno scrupolo egli è armato pesantemente e avendo scelto di lottare ruberà le armi degli sconfitti aumentando il proprio arsenale tra pistole, granate e giubbotti antiproiettile. Una macchina da combattimento agile e letale che non piange, non pensa. Nel romanzo viene subito spiegato il suo personaggio mentre nel manga si dovrà attendere gli ultimi numeri. Sostanzialmente Kiriyama ha avuto un incidente durante il quale la madre ha perso la vita e una spina gli si è conficcata nel cranio inibendo le sue emozioni. Non è poi chiaro quanto sia dovuto a questo frammento rimasto nel suo cervello e quanto alla perdita della madre. Verrà chiamato inoltre “il figlio degli dei” a causa della propria forza e velocità sovrumane.

shogo.jpg

shogo2.jpg

Shogo Kawada è invece il vero protagonista spirituale della storia. Egli ha già partecipato al Programma precedente, sa già come muoversi e sa quali sono le mosse giuste. Questo perché incarna l’autore onnisciente e contribuisce a mantenere in vita personaggi che altrimenti, non protetti dalla narrazione, creperebbero malissimo. E’ comunque un personaggio eccellente già nel romanzo ma che emerge ancora di più nel manga grazie alle sue riflessioni. Il pezzo in cui ci viene svelato, nel finale, il suo passato, è uno dei più toccanti che io abbia mai visto. Shogo è una persona estremamente razionale, pure troppo, arrivando con i suoi ragionamenti così lucidi e coerenti a ferire le persone e i loro sentimenti. La sua ragazza lo critica per questo, lo vorrebbe più umano e meno razionale, così litigano prima di finire entrambi a scontrarsi nel Programma del loro anno con la loro classe. Shogo, per spiegare la sua forma mentis, utilizzerà un aneddoto (che sia fondato o meno non saprei dire, sinceramente) in cui spiega che il cuore è un organo secondario rispetto al cervello, preposto al ragionamento. Che il cuore è quindi un “cervello” difettoso che ci fa sbagliare. Solo dopo le sue vicissitudini, dopo la morte dell’amata, e dopo aver ricevuto il perdono e il dono di lei (un richiamo per uccelli che viene usato nel presente per lanciare segnali) riuscirà a capire l’importanza di quel cuore secondario che gli duole così tanto quando utilizza il richiamo per uccelli, ricordo di lei.

shogo 3.jpg

Se fosse stata una storia diversa, e se stessimo parlando del romanzo (in cui tutto questo complesso apparato, purtroppo, manca), Shogo sarebbe troppo scoperto alle accuse di plot armour. Arriva presto, bene armato, troppo intelligente e preparato, aiuta i protagonisti e li protegge. Si viene a perdere completamente il senso di pericolo con accanto un personaggio veterano così esperto e forte. Eppure, dopo questa storia, si può solo rimanere basiti davanti a tanta magnificenza. Sono riusciti a giustificarlo, a creargli una storia coerente, a dargli un motivo psicologico per agire, per vendicarsi, per aiutare una coppia, per essere così calmo e lucido. Shogo Kawada è uno dei personaggi più complessi e magnifici che abbia mai avuto il piacere di incontrare, è vivo, buca la carta, non riesco a trovargli dei difetti neanche cercandoli.

b1705706301ea1400a63394eddf3f053fd206fbd8a58517d83ffaa15.jpg

Shinji Mimura è un altro personaggio capace di bucare la carta e con lui si toccano vette memorabili di qualità. E’ uno del gruppo di Shuya insieme a Hiroki Sugimura, i classici eroi senza macchia e senza paura, pronti a sfidare l’autorità con ironia e coraggio. Shinji, come Shogo, è un personaggio estremamente sveglio, preparato e razionale. La sua avventura la vive accanto a Yutaka Seto, un ragazzo che funge da elemento di comparazione rappresentato come il suo opposto: bassino, bruttino, deboluccio, scarsamente intelligente. Shinji per tutta la durata del suo arco narrativo deve necessariamente confrontarsi con Seto illustrandogli i propri piani, il primo dei quali (un virus con cui infettare i computer governativi) fallisce proprio a causa della sua spiegazione captata dai microfoni posti nel collare. Si passa così ad un piano B, costruire una bomba e lanciarla sull’edificio scolastico in cui sono presenti il sovrintendente e i soldati che controllano il gioco, in modo da poter fuggire. Da qui è un’escalation di problemi, di oggetti non trovati, di stanchezza anche fisica e di logoramento psicologico. Shinji, che è anche un Hacker, sa bene quanto sia pericoloso anche il più piccolo dei bug per far crollare il programma intero. Così mantiene la calma, non si arrabbia con l’amico disattento e incapace, lo aiuta e lo conforta. Incontrano, poco prima dell’attuazione del piano, un personaggio di cui Shinji non si fida e che finirà con l’ammazzare per sbaglio. Quest’azione, ad effetto domino, innescherà Seto che avrà paura del proprio amico, facendo emergere i propri complessi di inferiorità e illustrandoci ancora una volta attraverso un dialogo maturo un altro personaggio complesso: Shinji è così perfetto da non passare mai la palla quando gioca a basket. Egli è inarrivabile, così bello, bravo e perfetto da non aver bisogno di nessuno. In tutto ciò tutti gli altri sono “bug” e Seto si ritiene essere un errore agli occhi dell’amico, il quale comincerà nervosamente a tentennare. Manca poco tempo però, e il piano è già in moto. Shinji ancora una volta spiega pazientemente le proprie ragioni all’amico facendo pace con lui ma proprio in quel momento arriva Kiriyama che crivella la testa di Seto e ferisce gravemente Shinji all’addome. Il duello tra due dei personaggi più influenti ha inizio a metà storia e vedrà, dopo uno scontro feroce e decisamente splatter, la vittoria di Kiriyama e l’esplosione della bomba a vuoto. Shinji è un personaggio principale che viene offerto sul piatto della bilancia per contrastare l’eccessiva protezione offerta a Shuya e Noriko. E’ uno Shogo che pur avendo un lato razionale sceglie comunque di affidarsi al cuore nell’ultimo frangente, ed è un personaggio che, per quanto forte, non dispone delle risorse e degli alleati sufficienti per fronteggiare Kiriyama.

cfa98359cabfc4ae44b9688bba400f175f7c25a4be46c0ebb00d243c.jpg

61b0875c504bd0ec9c5687071beffc34bcb83402b40bc8b7125d67fb.jpg

ead49e5e139aee3a67db3c15a8ce95c6b7a82c787d77ba6c7cae69aa.jpg

2929b409a51ea6a99f6035f62fca96f05183fc36328b77bd85b1030d.jpg

ee901b523cce0124a176b938505a615479bfe6ece51ef83f26a89fb9.jpg

Hiroki Sugimura è il terzo componente della banda di Shuya, un ennesimo personaggio altamente complesso (specie se si tiene fede al manga) che viene rappresentato come un gigante gentile: un ragazzo alto, forzuto, praticante le arti marziali, buono come il pane tanto da preoccuparsi per la vita di un micino. Diventa un karateka perché giura a se stesso di voler diventare più forte e il suo arco narrativo pare quello di un onorevole samurai: rifiuta le armi da fuoco preferendo il suo bastone, si rifiuta di uccidere Mitsuko quando ne ha l’occasione, sceglie di non allearsi coi suoi amici perché vuole continuare la ricerca della propria amata. E’ armato solamente di un rilevatore.

21e6613056659de593ff9074437a2643460215df3ef2b7981cadc85f.jpg

Va fatta una piccola parentesi: nel romanzo e peggio ancora nel film il suo arco narrativo è trattato decisamente maluccio, tanto da concludersi in una maniera ridicola e senza permettergli di fare sfoggio delle sue capacità. Nel manga invece ogni suo pensiero e ogni sua azione viene potenziata all’inverosimile, tanto che si arriverà ad uno scontro di arti marziali contro l’eclettico Kiriyama che, abbandonata la mitragliatrice, non ha alcun problema a combattere a mani nude. Trovata la sua amata Hiroki è costretto a difenderla a costo della vita, quando prima poteva semplicemente fuggire dal mirino di Kazuo grazie alla propria velocità. Il combattimento infuria e proprio come Mimura, Hiroki perde gradualmente lo scontro di forza. Perde le dita, perde un occhio, viene sbalzato in aria dai possenti colpi del nemico. Alla fine si riscatta attraverso la riscoperta di una filosofia tipicamente Zen/Buddhista (qui riallacciata all’Ikebana praticato dall’amata) che si richiama agli spazi, al “sentire” ciò che c’è, in sostanza ad avere una visione completa delle cose e non più parziale, sottolineata da un gatto che durante il loro feroce scontro si preoccupa solo di mangiare un insetto. E’ così che Sugimura capisce, un po’ come accadeva in Full Metal Alchemist, che per quanto siano protagonisti al centro di un acceso scontro non sono altro che piccoli ingranaggi di un mondo che si estende all’infinito. Sugimura sembra sconfiggere Kiriyama e si rivelerà all’amata ma proprio in quel momento Kiriyama si rialzerà ancora una volta, facendoci capire di avere addosso un giubbotto antiproiettile visto qualche capitolo prima addosso a un personaggio che aveva ucciso e che Sugimura aveva conosciuto. Kayoko, la ragazza innamorata di Sugimura, in punto di morte, anziché fuggire, rivela il proprio amore. Pochi secondi dopo Kiriyama, senza alcuno scrupolo, apre il fuoco uccidendo lei e subito dopo l’amato. Nel manga questa scena è, come quella di Shinji, rappresentata con un’intensità vibrante dagli occhi di Sugimura, e niente ci viene risparmiato: il cervello di lei, l’impotenza di lui nel proteggerla, un senso generale di frustrazione.

d9799ebe4985b6f6bf77b13d236e0660a822e98eb5b87ecb60d6a2d7.jpg

Battle Royale con l’uccisione di Sugimura entra in una seconda fase. Laddove prima la morte di Shinji era la messa in discussione dell’eccessiva bravura e razionalità, la morte del karateka è uno smantellamento dei valori tradizionali di famiglia, amore e affetto. Non sempre riusciamo a proteggere i nostri cari perché, semplicemente, talvolta non ne abbiamo le forze. Hiroki è l’eroe titanico sconfitto dalle avversità, da un destino crudele e da una disattenzione parziale.

Nel romanzo viene ucciso direttamente dalla propria amata la quale non si fida appieno di lui, così grande e pericoloso. Subito dopo lei viene uccisa da Mitsuko e Mitsuko stessa da Kiriyama. Una scelta di eventi poco calcolata, frettolosa e anticlimatica, rispetto al capolavoro di narrazione adottata dal manga.

Potremmo proseguire con le storie degne di nota di alcuni dei personaggi secondari: Yoji Kuramoto e Yoshimi Yahagi incarnano l’amore tra un ragazzo insicuro e una formosa ragazza che ha sbagliato e che grazie all’amore tenta di rimediare; le storie di Takako Chigusa, amica di Hiroki, e di Kazushi Niida sono anche molto importanti: lui ha paura di morire e vuole stuprare quella che è considerata tra le più carine, ora indifesa. Lei, sempre molto fredda e distaccata con tutti, si orna di ninnoli per nascondere una personalità piena di dubbi e complessi. Sono entrambi personaggi, come si può intuire, complessi e umani al 100%. In punto di morte chiunque di noi penserebbe a scopare, a mangiare, a portare con sé più del necessario per ferire i propri nemici, altro che morti eroiche e consacrate. Allo stesso tempo Takako incarna la risolutezza della donna che non cede e che, pur non essendo né amata né rispettata, fa quel che può per sopravvivere in un mondo così crudele anche se questo comporta il chiudersi in se stessi.

de0860b961313cfc936aa8f13a6a3678ec70fa40aa2fc890c2fd3194.jpg

Viene anche ribadito che i maschi tendono a essere più aggressivi mentre le femmine un po’ meno. La capoclasse Yukie Utsumi, infatti, si occuperà di organizzare un piccolo gruppo di sole ragazze nel faro, bene armate e ben organizzate. Nonostante nessuna di loro eccella come personaggio a sé stante, come gruppo sono formidabile e come discorso verte tutto sullo smontare a poco a poco la fiducia che si viene a creare. Per assassinare un estraneo che ritiene pericoloso una di loro usa del cianuro per avvelenare il suo piatto. Fortuna vuole che quel piatto lo assaggi la più ingorda delle ragazze, morendo avvelenata. Da qui sarà un’escalation di dubbi e paure su tutte quante loro che si ammazzeranno a vicenda cercando di capire chi sia il colpevole e lasciando in vita proprio colei che inizialmente aveva avvelenato il piatto. Una metafora, anche questa, delle ingiustizie della vita. Non sempre i malvagi vengono puniti, talvolta causano disordine per poi scomparire illesi, anche se alla fine di tutto l’arco narrativo ci sarà una redenzione di questo personaggio con conseguente sacrificio.

08e08b3d28565d1a094175cf8f988a25ff25515eb686c9449f47bc7d.jpg

Altre storie di personaggi secondari (per non dire terziari), va detto, sono piuttosto trascurate. Inada Mizuho e le sue “guerriere”, Kaori Minami e la sua passione per gli Idol sfociata in semplice pazzia, Hirono Shimizu che è una semplice “Punk” e Toshinori Oda che è semplicemente un nobile che disprezza i diversi e i meno nobili.

Si nota dunque una sorta di discorso piramidale: i protagonisti sono tutti eccellentemente caratterizzati, non ve n’è uno che sia banale o tralasciato (se si eccettua forse Noriko, unica Mary Sue). I protagonisti secondari hanno delle semplificazioni ma tutti quanti un discorso coerente e logico per fare quello che fanno, dettato dalla paura, dalla debolezza del proprio animo, dalle proprie insicurezze e così via. I personaggi terziari, che compaiono comunque pochissimo, sono effettivamente stereotipi. E’ un compromesso accettabile, considerando che su 42 studenti in 600 pagine di romanzo e in 15 volumi di manga ci si attesta su livelli così alti.

e4821f7ded0de091614e31034709088b4a2f6dd216799aeab2526367.jpg

Le battute finali del manga sono le più esplicative per quanto riguarda la filosofia dell’autore. Abbiamo visto morire Shinji Mimura, grande amico di Shuya, abbiamo visto morire le ragazze che tentavano di darsi (un po’ come accadeva in Il signore delle mosche) una forma di governo basata sulla fiducia sgretolarsi poco a poco. Abbiamo visto Shuya che, dotato delle migliori intenzioni, non riesce ad allearsi quasi con nessuno perché sono tutti terrorizzati all’idea di morire e preferiscono partecipare al gioco piuttosto che fidarsi (e non credo ci sarebbe scelta più logica di questa). Fino ad ora l’autore ci ha illustrato lo spettro del comportamento umano di cui ci aveva inizialmente parlato: qualcuno combatte da solo morendo, qualcuno si allea e sopravvive, qualcun altro si allea e poi tradisce i propri alleati. Non mancano errori umani, mancanza di opportunità e una buona dose di sfortuna.

Gli ultimi a rimanere in vita in una storia così “pessimista” se così per ora possiamo chiamarla, sono infatti tutti i protagonisti principali del gruppo di Shuya, Kawada e Noriko, e i due antagonisti, Kazuo e Mitsuko. Il lettore sa quanto siano pericolosi e quanto poco ci sia da scherzare con loro, sa anche che tutti i personaggi positivi, eccetto l’ultimo baluardo, sono morti, e sono morti male, in maniera angosciosa e ingiusta, violenta oltre ogni dire non tanto per i colpi in testa che mostrano cervella ovunque ma per la sofferenza psicologica che causa il vedere un proprio piano o un proprio amore appena sbocciato morire sotto i colpi di una tirannia che ti costringe a morire per niente.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la storia non fa affidamento su cliché ma si rivela ancora una volta, in un certo senso, “equa”.

f54e51bffc0117c022827152758631c363171958ceef326deae915ad.jpg

Kiriyama non ha sentimenti ma non è affatto detto che il suo bersaglio siano sempre i buoni. Come abbiamo visto ha ammazzato i suoi stessi alleati, non fa distinzioni. Trovando sul suo tragitto Mitsuko è del tutto legittimo che i due personaggi più maligni si scontrino tra loro. Nel romanzo, continuo a dire, questa parte è estremamente veloce e sottovalutata. Nel manga abbiamo tutto il tempo che vogliamo per conoscere meglio i nostri due antagonisti. Mitsuko fa quel che fa perché è stata stuprata dal padre adottivo quando era solo una bambina. Si arriva, se non a perdonare del tutto, almeno a empatizzare con lei e con il suo dolore. Certo non si è comportata con classe e galanteria né dentro l’isola né fuori, arrivando a manipolare le persone e a farle fuori, ma non tutto è colpa sua, si potrebbe dire. Tuttavia, se prima il suo fascino sensuale era la sua arma più potente per irretire e distrarre i propri nemici, spesso maschi, contro Kiriyama ha ben poche speranze. Kiriyama non prova nulla per il sesso e non prova nulla a vederla nuda e supplicante, così come non provava nulla a uccidere. E’ solo un essere meccanico, uno strumento della narrazione che serve a farla procedere senza intoppi e Mitsuko è sul suo cammino. Lei sfodera il giocattolo che le regalò il padre chiedendogli di esaudire il suo desiderio, ovviamente in un estremo gesto di pazzia, ma questo, proprio sul più bello, sembra avverarsi e far accadere un malanno a Kiriyama.

00af4d1d7f043a8fe387a09550aff25ec411c732aa0efcfdf509fb3e.jpg

044a9c99e4047605977c13189eaa8dc2cc790103e3a9b9e497fb51a9.jpg

b9a8eafc40a7956b03d824fa290e0f88ff32f7efcbf9ccefbe0238c9.jpg

Che subito si riprende per poi sfondare la testa di Mitsuko con un colpo solo. Ci ho visto del sadismo, della cattiva ironia della sorte in questa costruzione della scena. Male che combatte un altro male è totalmente sensato in un mondo caotico e disordinato in cui le cose accadono non perché scritte ma semplicemente perché dettate da meccanismi di azione-reazione. Ancora una volta, quel piccolo giocattolino che Mitsuko sfodera come arma finale, e contro la quale Kazuo non spara immediatamente per darci modo di capire cosa stia succedendo, è una presa di posizione contro il semplice voler qualcosa, contro i semplici desideri che speriamo accadano da soli. Mitsuko muore male non perché sia “cattiva” ma perché non ha le forze per opporsi al destino. Mitsuko è debole, non reagisce se non “rubando agli altri” e, una volta disarmata, non può far altro che denudarsi ancora di più e chiedere clemenza al nemico. Tolto quello, l’unica cosa che le rimane è avere fede, esprimere desideri, pregare, in sostanza. Ci leggo un messaggio razional-materialista anticlericale, forse, ma potrebbe solo essere una mia lettura. Io ci leggo un “non bastano preghiere, sogni, speranze, devi attivarti tu stesso per farli avverare.”

E posto che sia tutta una mia congettura, ciò che viene aggiunto nel manga è comunque qualcosa di eccellente che va a migliorare un prodotto già molto buono di suo, caricandolo di sentimenti, pathos, climax ulteriore e di significati filosofici e profondi.

Morti tutti eccetto i protagonisti e Kiriyama, avviene lo scontro. Che in realtà è gestito abbastanza bene sia nel romanzo (dove comunque termina con una certa fretta) che nel manga, dove Kiriyama che salta, vola, si esibisce, spara e guida insieme, è un vero terminator. In effetti, anche se le sue qualità fisiche sono spiegate, e in un certo senso giustificate dalla scheggia di cui parlavamo prima, sono veramente troppo per una narrazione così matura. Ma è un compromesso cui sono disposto a scendere.

cd4b38114ed82787a86988a1c47f139f962480dbf52e20a2d001f5bc.jpg

e6e5cad6803ada217d15d0a186a632d5253f18ed0175b458377c5628.jpg

27a4d42527de24ebf3cebde1a47bfd6940b4dc1ef2fac147905a91f1.jpg

Com’è lecito aspettarsi, il manga ha in questo combattimento finale molti elementi Shonen. Rivediamo, prima di sparare il colpo finale contro Kiriyama, tutti gli amici morti, stavolta ripuliti graficamente da sangue, sudore e lacrime, per farli apparire come sorridenti, candidi, tutti quanti redenti grazie alle parole del protagonista. Rivediamo Mimura che cede il proprio ultimo colpo non sparato a Shuya che ora ne ha estremo bisogno, rivediamo il pugnale di legno intagliato da Sugimura, che Shuya utilizza per accecare Kazuo proprio come egli fece a sua volta con Hiroki. Vediamo addirittura Noriko farsi forza e sparare a Kazuo, lei che fino ad ora aveva solo avuto bisogno di cure e conforto e non aveva praticamente contribuito a nulla. In tutto questo Shuya è “protetto” dai propri amici morti il cui spirito sembra essere presente sul campo di battaglia mentre Kiriyama è rimasto solo, senza più nessuno a proteggerlo o a battersi per lui. Shuya infine detta quella che è la morale di tutta l’opera e che nel romanzo non emergeva: quei ragazzi erano spaventati ma nella vita reale non si sarebbero comportati così. Erano sotto pressione, sono stati costretti dalle avversità a combattere ma tutti quanti loro erano umani e in ultima istanza perdonabili, proprio come le storie su di loro ci portavano a fare.

L’ultimo colpo di scena, dopo la morte di Kiriyama, è un colpo da maestro. E non sto leccaculando perché è una delle mie opere preferite, ma proprio perché ritengo che sia un colpo di scena coi fiocchi. Kawada aveva rivelato di conoscere un modo per fuggire ma non lo aveva mai spiegato nei dettagli. Raccoglie tutte le armi -anche quelle dei due compagni rimasti- e li porta nel bosco dove rivela loro che hanno perso, perché si sono fidati. Da notare, nei disegni, come varia repentinamente la sua espressione. E’ sufficiente variare la posizione delle sopracciglia per far apparire quello che prima era un salvatore in un autentico stronzo.

426d1ec28dd3752545f72a06dd423657743159fd769dc955a858bebe.jpg

Kawada rivela anche che la sua idea, al primo Programma, non era di salvare l’amata Keiko e di uccidersi ma il contrario, di scoparci a più non posso per poi ammazzarla.

E qui, con questa frase, effettivamente tutto tornerebbe. Un essere così razionale come Kawada non avrebbe pensato ad un finale simile? E noi lo vediamo in carne e ossa, è decisamente probabile che abbia agito così. Tutto ciò che ci è stato raccontato sul cuore, sul cervello difettoso, sull’amore e sul sacrificio è una balla?

Alla fine, tranquilli, con un po’ di sforzo si capisce che era solo il vero piano per scappare, che consisteva nel farli credere morti, togliere loro i collari, per poi partire sulla nave governativa a insaputa dei soldati. Lì Kawada uccide il sovrintendente per poi morire per le ferite riportate dallo scontro con Kiriyama e solo Shuya e Noriko, unici sopravvissuti, riusciranno a fuggire dal gioco.

Che dire alla luce di tutto ciò? In realtà trovo il finale piuttosto stridente con il 90% dell’opera iniziale. Si parla di azione-reazione più che di destini, si parla di forza dell’individuo e di società più che di Dio però il finale, sia del romanzo che del manga, è molto in termini Shonen, ovvero si basa sulla ricerca di amicizia, di amore, di comprensione, e così via. Uniti resistiamo, potremmo dire. Trovo che strida per il fatto che passi la tua intera opera a far morire male la gente perché non c’è scampo né in questo malato gioco né nella tua società Orwelliana, però poi magicamente salta fuori un elemento capace di fare tutto e anche di più, che si allea con te e che ti tira fuori dai problemi. Chiariamoci: la narrazione è sublime, Shogo Kawada che salva i protagonisti perché in essi rivede l’amore che ha perduto è perfettamente giustificato e comprensibile, non ci vedo nessuna forzatura o deus ex machina in senso stretto. Il problema è che Shuya e Noriko per quasi tutta la storia non hanno fatto quasi nulla: Shuya blatera la sua giustizia a destra e a manca, vive nei ricordi dei compagni più che nelle proprie azioni, ma in concreto fa ben poco. Noriko ancora meno, è solo la “ragazza da salvare e da amare” e basta, c’è ben poco sia nelle azioni che nei suoi dialoghi che nella sua caratterizzazione. E in tutto questo tu mi dici che bisogna sporcarsi, bisogna agire per poter forgiare il proprio destino, però i tuoi protagonisti se ne escono SENZA sporcarsi e SENZA aver agito veramente. Insomma, un po’ contraddittorio.

Leggendo le interviste sul manga si apprende di più: il messaggio, nonostante la forma scelta sia di violenza, splatter e distopia futuristica, vuole essere di pace. Takami critica la società giapponese, i ragazzi giapponesi in primis per mandare loro un messaggio di speranza: Se ce la fanno questi ragazzi a non mollare mai, ce la potete fare anche voi. Non mollate mai.

In sostanza è questo il succo del discorso e sotto questa prospettiva credo sia anche perdonabile quella che per me è una scivolata. Battle Royale, se si eccettua il messaggio finale (che comunque va contestualizzato, come abbiamo visto) un po’ contraddittorio, è un’opera fantastica, capace di immergerti in una distopia neanche troppo lontana, di caratterizzare i propri personaggi rendendoli più che umani, più umani di noi lettori che condanniamo azioni senza viverle sulla nostra pelle, che odiamo persone che comunque hanno dei trascorsi problematici alle spalle. In linea generale la storia è coerente, credibile, le azioni accettabili, forzature ce n’è giusto qualcuna per permettere una narrazione divertente ma quel poco che sbaglia è tutto perdonabile ad una visione d’insieme davvero eccellente per quanto riguarda i messaggi e la filosofia di fondo.

Battle Royale, più recentemente, ha fornito l’ispirazione per altri romanzi che vengono definiti Young Adult, primo fra tutti Hunger Games, accusato di esserne un plagio. Non si può parlare di BR senza accennare un minimo a queste dinamiche.

E molto di ciò che penso l’ho già scritto nell’articolo che vi linkavo all’inizio: non ritengo HG un plagio, perché diverse sono le tematiche trattate, diversi sono i contenuti, le caratterizzazioni dei personaggi e così via. HG per quanto banalotto e scritto male parla di propaganda, della classica eroina Mary Sue che si riscatta in un mondo crudele e ha un messaggio finale tutto sommato accettabile. L’unico punto di congiunzione sono i Giochi con il Program, in cui ragazzi sono costretti a macellarsi tra loro. In HG per un vano senso di rivalsa dei superiori, dei nobili, dei vincitori che devono ricordare ai perdenti il loro posto, in BR per la raccolta di informazioni in guerriglia urbana (per quanto questa spiegazione lasci il tempo che trova in ciascuna delle sue versioni). HG si estende poi alla società e alla comunità mostrandocela agire direttamente per riscattarsi, in BR viene lanciato il messaggio a noi lettori ma non sappiamo più nulla di quel mondo e dei protagonisti rimasti, non c’è il lieto fine per quel che ne sappiamo.

Sebbene mi dia estremamente fastidio vedere le due opere accostate, e leggere addirittura pseudo recensioni che stanno insieme con lo sputo come questa, dove addirittura si arriva a ignorare il 50% di un libro per poter dire che HG sia meglio contro ogni logica e capacità critica, devo risolvermi a dire che sono due opere distinte, ognuna con la propria identità e rivolta a due tipi di pubblico differenti. BR si rivolge a tutti, in particolare a ragazzi e adulti, e ha dalla sua un mondo pulp vivo; HG si rivolge ai ragazzi, alle ragazze, ai bambini, e spiega loro qualcosa in maniera non troppo approfondita sulla società, sulla propaganda, sulla narrazione degli eroi. Possono coesistere e, prima di confrontarle, si dovrebbe almeno porre un criterio di giudizio. Altrimenti dovremmo dire che BR sia un plagio del Signore delle Mosche o di Orwell e abbiamo visto che così non è, ognuno di questi parla di cose differenti in modi tra loro diversi.

Per quanto mi riguarda, e qui entro nel personale, Battle Royale è una storia che ho letto da adolescente e che mi ha colpito per i suoi eroi titanici che perdono contro il destino, un messaggio che già mi conquistava in letteratura coi Malavoglia, figurarsi con i manga. Lo splatter non è solo scena, è contestuale al mondo narrato. Un mondo oscuro, crudele, in cui puoi morire in maniera orrenda in qualsiasi momento. Lo stile grafico di Taguchi è così realistico e pieno di dettagli da far emergere ulteriormente le peculiarità dei volti, delle espressioni, dei ninnoli e anche delle armi che utilizzano. Come in un gigantesco puzzle che prende forma poco per volta, BR è un lavoro immenso con un tema ancora oggi molto attuale perché è un messaggio senza tempo che rende l’opera immortale proprio come 1984 o Il Signore delle Mosche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi critica: Harry Potter (Romanzi + Film)

Non si può aver vissuto gli ultimi vent’anni senza aver mai letto un libro di Harry Potter, senza esser mai incappati in un film in tv o senza mai aver avuto a che fare con qualche fan sfegatato che girasse con ciondoli, bacchette, cianfrusaglie varie legate al fenomeno che è diventato un vero e proprio culto mondiale. La mia esperienza con HP nasce con mia madre che cercava di convincermi a leggermelo ma, sarà che ero piccoletto, arrivavo sempre alla prima parte in cui parlava un po’ degli zii e poi mi annoiavo a morte.

<< Dai, guarda che poi migliora! >>

Ma niente, mai proseguito. Poi fu la volta del primo film. Mi ricordo direttamente catapultato in sala, non avevo aspettative né niente, ancora non lo conoscevo. E in effetti, quel piccolo maghetto mi aveva sorpreso parecchio direi. C’era qualcosa di geniale in quella storia che sul momento non riuscii a cogliere. Anche la seconda pellicola mi stupì al cinema e da lì divenne un appuntamento praticamente costante, cominciai ad appassionarmi alla storia e, siccome le varie professoresse delle scuole medie chiedevano sempre di leggere dei libri durante le vacanze, cominciai a leggere quelli. A partire dal terzo, però, perché i primi due film me li ero già spoilerati e non avrebbe avuto granché senso per me. E quel “primo” terzo volume mi piacque parecchio, pure più dei precedenti. C’era un qualcosa in quella struttura narrativa, in quella formula dell’autrice che un po’ come One Piece riusciva a catturarti in un mondo magico molto peculiare. Ora sono maturato, ho riguardato i film e studiato manuali sull’argomento, che sia venuto il momento di spenderci due parole sopra? Ci proverò, sempre ricordando che essendo un mondo enorme, ed avendo un sacco di dettagli, sicuramente non potrò occuparmi di tutto tutto, la mia sarà una rapida occhiata alle cose più importanti che non è possibile ignorare. Inoltre ricordo ai miei aficionados che da me non vedrete mai fazionismi di sorta: a me piace descrivere con una certa obiettività tutto ciò di cui parlo, anche le cose che apprezzo oltremodo. Per cui vi dico già subito che farò notare anche dei difetti – giacché opere esenti non ne esistono. Detto questo, spero di riuscire a scrivere un’analisi degna e approfondita. Comincio subito perché materiale ce n’è in abbondanza.

1. Harry Potter e la Pietra Filosofale

Il primo libro è quello della genesi, della scoperta di questo mondo di maghi che ci viene rivelato, di alcuni dei suoi personaggi e dei suoi misteri. Vediamo alcuni degli elementi caratterizzanti: Harry è un orfano. La storia parte così in modo molto classico: bambino alla Dickens senza genitori per il quale è più facile empatizzare. Come personaggio nella sua prima avventura lo vediamo muovere i primi passi, non si può dire che sia un elemento complesso ma svolge il suo dovere affiancando noi lettori/spettatori alla scoperta di questo mondo. Harry è sostanzialmente una tabula rasa che poco per volta, come noi, viene a conoscenza di questo mondo magico. A lui si affiancano Ron, l’amico con alle spalle una famiglia di quelle sicuramente mago-cattoliche, ed Hermione, l’elemento intelligente del gruppo, quello che provvede alle magie in maniera seria. Nel primo libro/film i personaggi sono leggermente degli stereotipi ma è perdonabile perché avranno ancora altre avventure per crescere e maturare e la storia è tutto sommato destinata a bambini e ragazzi.

Il mondo e l’ambientazione magici sono invece una delle parti migliori dell’opera, secondo me. Perché la magia non ci viene solo sbattuta in faccia come qualcosa di inaccessibile, strano o inarrivabile ma come un elemento fantastico e ingegnoso unito alla vita di tutti i giorni. Hagrid batte col suo ombrello su dei mattoni e questo crea un passaggio nuovo per un altro mondo che è letteralmente il nostro mondo ma con elementi che prima erano celati ai nostri occhi. Durante tutte le avventure verremo a scoprire di strumenti particolari che servono ad esempio ad agire sulla memoria o sulla vista delle persone chiamate “Babbane” per allontanarle, un po’ come si farebbe con gli animali: non li uccidi né li punisci, cerchi di allontanarli per quieto vivere. Così Hogwarts esiste veramente in questo mondo ma non è qualcosa di accessibile senza la magia. E noi, con Harry, siamo iniziati a questo mondo per cui la magia ce l’abbiamo, è una sorta di base segreta accessibile solo a noi. Così Harry vedrà Hogwarts, la scuola di magia: un rifugio dalla vita quotidiana permeata dalle malefatte degli zii ai suoi danni. La scuola altro non è che un campo vacanze divertente in cui poter essere se stessi, liberi dai condizionamenti della società o, per meglio dire, di una società, la nostra, che a conti fatti risulta essere più incomprensibile di quella magica, così semplice e pura.

ciocco1.jpg

Il mondo fantastico inoltre è ricreato a partire dalle piccolezze, quelle minuziosità che mi piace tantissimo far notare: nel mondo dei maghi la magia non viene solo usata per incantesimi d’attacco o di difesa ma per le azioni quotidiane e addirittura per i dolciumi. Caramelle tutti i gusti +1, zuccotti di zucca, calderoni, bacchette di liquirizia, cioccorane con figurine dei maghi famosi, è esattamente la replica di un mondo consumistico e attento ai bisogni collezionistici dei più giovani ma con in mezzo i maghi. Mi piace che non ci siano solo stranezze in questo mondo ma elementi a noi noti (cioccolato, figurine) traslati alla magia (le rane di cioccolata che però sono incantate e puoi perdertele per disattenzione).

La magia assume connotati propri di un personaggio in Harry Potter perché attraverso luoghi, incantesimi, dolcetti e creature si percepirà come l’autrice intenda il senso del magico: è una forza che può fare del bene, la puoi usare per i cioccolatini o per i filtri d’amore, ma è anche una forza pericolosa che va controllata e il mago è misura di tutte le cose. Le creature sono pacifiche ma anche ostili, qualcuna neutrale. E’ un mondo non solo presentato come strano, bizzarro o tutto da scoprire ma con anche dei chiaroscuri maturi fin da subito.

Veniamo infatti a sapere di Tu-Sai-Chi, il più potente dei maghi malvagi ormai sconfitto, ma il cui nome ancora fa paura pronunciare, e come spiegherà l’autrice, attraverso Hermione, aver paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa. Un meccanismo psicologico sopraffino che da ora in poi ci illustrerà parte delle inclinazioni di alcuni personaggi: chi non osa pronunciarlo, chi come Harry lo sfida apertamente pronunciandolo, chi ritiene stupido chi lo pronuncia e così via, dando ulteriore caratterizzazione ai personaggi attraverso le parole.

Altro elemento che diventerà poi imprescindibile per la saga è quel senso di mistero, sempre legato alle stranezze della magia, con connotati talvolta lugubri, più dark, quasi da Thriller. Il mistero è presente in ogni libro perché ci “costringe” a leggere fino alla fine per scoprire “il colpevole” o i mezzi con cui fa quel che fa. Elementi presi dal giallo, dalle detective story ma fuse sempre con quell’altro elemento magico. Nella prima avventura il mistero è legato a uno strumento magico celeberrimo, la famosa pietra filosofale della tradizione alchemica secondo cui, usando la stessa, sarebbe stato possibile tramutare i metalli in oro e procurarsi l’elisir di lunga vita. “Pietra filosofale” è anche a volte usato come antonomasia per riferirsi allo strumento magico supremo che permette la risoluzione di un problema. La ricerca di questa pietra è molto legata agli errori di un bonario Hagrid che parla sempre troppo, o alle prodigiose ricerche dei tre ragazzi grazie al mantello dell’invisibilità, il potere che Harry acquista a Natale e che servirà praticamente ad ogni avventura per scoprire questo mondo, i suoi abitanti, i dialoghi nascosti e segreti che altrimenti non ci sarebbero permesso ascoltare. Harry più che un personaggio attivo è un personaggio passivo: ascolta, guarda, cerca di mettere i pezzi al loro posto e poi agisce, aiutato dai propri amici.

Campo_da_Quidditch.jpg

Sempre sul piano dei divertimenti l’autrice tira fuori persino uno sport magico, come sarebbe perfettamente lecito aspettarsi: il Quidditch. E’ molto intelligente perché sfrutta la scopa, che in realtà vediamo pochissimo come mezzo di locomozione e che probabilmente i maghi vedono come obsoleta potendo smaterializzarsi, come una sorta di equino per giocare a pallamano. Con in più dei bolidi che ostacolano i giocatori e ruoli ben definiti dei giocatori: portieri, difensori, cercatori. In sostanza sono tutte queste piccolezze a dare profondità e spessore al magico mondo di Harry Potter, più che la storia di formazione in sé.

philosopher06.jpg

Mi è piaciuto moltissimo anche il confronto finale perché in larga parte riutilizzava tutti i cliché dei film d’azione ma in maniera accademicamente corretta. Ogni professore ha predisposto un meccanismo di difesa per proteggere la pietra, così sembra quasi che questo sia un ultimo potente esame: la pianta del diavolo è sconfitta dalle conoscenze di Hermione, gli scacchi trasmutati sono sconfitti dall’unica abilità che sembra possedere Ron: la strategia. Altri enigmi, come quello di pozioni e quello del troll già abbattuto, non fanno che reiterare quanto già visto, Harry passa quest’ultimo esame per arrivare poi al confronto finale. Sarà il personaggio di Albus Silente, una sorta di mago merlino modernizzato dato che ricalca appieno la figura classica del mago-stregone, a sciogliere alcuni degli enigmi sulle protezioni di cui dispone Harry. Anche il personaggio di Silente è “magico” come lo intende la Rowling: forte, presentato come il mago più sapiente e potente ma anche “infantile” in accezione positiva, una persona curiosa delle piccole cose come le tutti i gusti +1, incline allo scherzo, alla facezia. Albus Silente è un personaggio carismatico e sfaccettato, avremo modo di discuterne tanto quanto, e pure più, dello stesso Harry. Se Silente, più di Harry, rappresenta la magia buona, Voldemort rappresenta invece la parte cattiva: è curioso solo di quegli elementi che gli conferiscono potere, non gli interessano i dolciumi o le stranezze. E in questo secondo me l’autrice dice già moltissimo, ci sta invitando a godere delle minuzie della vita, a essere sapienti non per avere un maglio con cui colpire gli altri ma per avere più risorse, per essere utili agli altri e a noi stessi.

2. Harry Potter e la Camera dei Segreti 

La seconda avventura si ritrova a dover gestire una buona eredità e a continuare la storia complessiva dei personaggi. Questa volta conosciamo meglio i genitori di Ron il cui padre lavora al Ministero della Magia, altro elemento modernizzatore che ci pone i maghi in una prospettiva moderna: non più come vecchi barbogi incartapecoriti nei loro lunghi abiti dalle larghe maniche ma come persone normali, con un sistema democratico e politico come il nostro, burocratico e pieno di leggi sull’uso della magia.

robert-hardy-1.jpg

Il mistero questa volta è affidato non ad un topos o a un artefatto leggendario ma a un’ambientazione inventata ex novo facente parte di Hogwarts, ovvero una presunta camera di uno dei fondatori sorvegliata da un silente guardiano. Le informazioni sono poche e scarsamente dettagliate, non si sa neanche se esista veramente questa stanza. A ben vedere è uno di quei punti in cui l’opera scopre un po’ il fianco: si parla di un ambiente importante nella scuola; avete tra di voi maghi eccelsi, e non esiste una sola magia in grado di rintracciare questo famoso mostro, neanche quando muoiono dei ragazzi?

Insomma, usare la magia in un racconto è sempre pericolosissimo perché è fondamentalmente un deus ex machina, puoi farci tutto e il contrario di tutto. La Rowling si spende molto a ribadirci che ci sono leggi restrittive sulla magia, ad esempio per perseguire penalmente chi utilizza le maledizioni, o per l’impossibilità di trasmutare acqua, cibo e oro. Sono regole che in qualche modo ne limitano la portata ma è sempre qualcosa di poco definito. Perché mai questa stanza, che alla fine esiste, non viene scoperta? E’ protetta da un qualche tipo di magia? E’ lecito pensarlo, tuttavia appare come un buco narrativo mai veramente spiegato. Insomma, mi ritrovo incantesimi di protezione o magia oscura a difesa di un luogo del quale non conosco l’interno. Stanno morendo studenti. Che dici, due professori a controllare ce li mandi? Eh signora mia, i tagli all’istruzione. Ok, va bene.

Scherzi a parte, questa mia critica non è per smorzare l’entusiasmo di chi mi ha letto fin qui ma per far notare che usare strumenti “potenti” ti sottopone sempre a qualche discorso illogico, forzato o che sotto qualche aspetto non potrai mai spiegare, e non sarà l’unico nelle varie opere. Tutto sommato non lo vedo come un difetto, abbiamo visto che è un mondo fatto di maghi “normali” che, cioè, usano sì la magia ma essa non è così potente o non è usata in maniera onnipotente da tutti i maghi. Ergo per cui è anche logico che Albus non si preoccupi di controllare un ambiente sconfinato e pieno di stranezze come Hogwarts.

Vengono anche presentati i duelli magici che non nascondono chissà che peculiarità come il Quidditch ma sono interessanti per arrivare ad alcuni snodi: lo scontro con Draco e la scoperta del serpentese di Harry, ribadito per esigenze narrative.

Infatti il Basilisco, a protezione della Camera, è un serpente ed Harry è l’unico capace di decifrare ciò che dice. Mi piace come sia stata resa la cosa perché, verrà detto,

neanche tra i maghi sentire le voci è una cosa positiva“,

limitando la portata del fatto a qualcosa di parecchio strano anche per i maghi. La cosa verrà poi chiarita: non sono “voci” incorporee ma semplicemente un linguaggio che nessuno tranne Harry capiva. Trovo sempre estremamente intelligente giocare sulle informazioni date o meno ai lettori/spettatori arrivando a costruire veri e propri enigmi. Anche di Fanny la fenice ci verrà detto delle proprietà curative delle lacrime o della capacità di trasportare un enorme peso, quasi come una “garanzia” per tutelarsi dall’eccesso di aiuti che Harry si vedrà arrivare al confronto finale. La Rowling però ha studiato bene per il compito: se vuoi evitare una situazione eccessivamente forzata ti basta preannunciare prima alcune delle capacità degli elementi che metti in gioco, così la Fenice, così la spada di Godric Grifondoro. Anche la bacchetta rotta di Ron, vista per tutta la durata della seconda avventura, altro non è che un pezzo del puzzle utile a risolvere un altro snodo narrativo, quello di Gilderoy.

Il confronto finale ha poi elementi che lo rendono simile al primo confronto e altri che lo diversificano parecchio. Innanzitutto viene eliminata per un po’ Hermione: troppo intelligente, ci sarebbe arrivata subito a certe cose. Così ad affiancare Harry per gran parte del finale sarà solo Ron con la sua paura dei ragni. Ron però non parteciperà alla battaglia contro il Basilisco perché è troppo pericoloso per lui, e Voldemort ancora privo di corpo non può ancora agire, così viene anticipato uno degli oggetti che sarà protagonista della parte finale di quest’opera monumentale: il diario contenente una parte di Voldemort, capace di agire entro certi limiti.

images.jpg

Il finale è molto più intrigante del primo e mi sembra ci sia una catarsi e un senso di riscatto presenti in poche altre seguenti avventure. Viene liberato Dobby l’elfo domestico con un trucchetto che, metaforicamente, riallaccia un paio di trame: il misterioso diario che Lucius sembra aggiungere ai libri di Ginny (azione sottolineata dalla frase “i libri sembrano più pesanti!”) e il fatto che per liberare un elfo domestico il padrone debba regalargli un indumento. Harry restituisce il diario a Lucius ma riprenderselo causerebbe forti sospetti, così lo regala a Dobby come se fosse spazzatura. In quello stesso diario regalato Harry ha inserito un indumento, un calzino. Questo libera Dobby e fa infuriare Malfoy che tenterà in preda all’ira di ucciderlo ma verrà difeso dall’elfo appena liberato. Un finale molto intelligente, lieto, dove i buoni sono liberi e perdonati, i cattivi morti o umiliati. Un finale che non può non lasciare un grande enorme sorriso sulla bocca dei lettori/spettatori.

3. Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban

Il prigioniero di Azkaban è il primo romanzo che abbia effettivamente letto di HP, per i motivi già spiegati: mi ero spoilerato i primi due con i film. Mi sembra di poter dire che da questo terzo libro si inizi veramente ad alzare l’asticella, specie per quanto concerne il mistero. Se la pietra filosofale e il mistero ad essa legato era costruito in maniera molto semplice, con una risoluzione anch’essa molto semplice, e la camera dei segreti seguiva a ruota, il mistero del terzo libro è molto più complesso ed elaborato e vorrei cominciare a parlarne da qui.

Ci sono un gruppo di amici: Il padre di Harry, l’amico Sirius, l’amico Remus e l’amico Peter Minus. Uno di loro diventa Lupo Mannaro involontariamente e gli amici soffrono con lui quando è costretto a trasformarsi nelle notti di luna piena. Così, per supportarlo psicologicamente diventano tutti animaghi: maghi capaci di trasformarsi in un tipo di animale solo. Il padre di Harry poteva trasformarsi in un Cervo, da qui il soprannome “Ramoso”, Sirius in un grande cane nero, da qui “Felpato” e Peter Minus in un topo, da cui “Codaliscia”. Viene anche spiegato un dettaglio aggiuntivo: le trasformazioni non erano casuali ma in qualche modo correlate tra loro, lavorando in sinergia riuscivano a bloccare il Platano Picchiatore, un albero magico già visto nei primi due film, e ad entrare in un rifugio segreto. Si scopre che il Platano picchiatore, prima solo un elemento strano e di disturbo, aveva uno scopo, ed era un nobile scopo: allontanare chiunque da quel luogo per permettere a Remus di trasformarsi e di non essere un pericolo per gli altri studenti.

Insomma, assistiamo ad una eccellente commistione di flashback, novità su personaggi secondari, sentimenti, legami di amicizia che si riflettono nel presente su Harry.

Sirius Black è un elemento positivo ma per tutta la storia ci fa credere di essere un assassino, e questo grazie ad un altro twist molto interessante: pare che Sirius abbia ucciso il fedele amico del padre di Harry a sangue freddo, lasciando di lui solo un mignolo fumante! La cosa viene poi risolta ribaltando i ruoli, il traditore non fu Sirius ma Peter che, con la sua capacità di trasformarsi in topo, si privò di un dito per poi scomparire per sempre dato per morto, nascondendosi così presso la casa di Ron sotto il nome di Crosta. Viene anche ribadito, a inizio volume, che Crosta aveva un dito in meno, una di quelle cose che si leggono di sfuggita pensando solo che sia normale per un topo vecchio, per poi mettere insieme tutti i pezzi: un topo che vive a lungo, senza un dito, un animago capace di trasformarsi in topo, et voilà, un altro bel mistero sapientemente orchestrato. Mi piace tantissimo come la Rowling sia riuscita a costruire l’intreccio del terzo libro senza mai apparire indigesta o inutilmente prolissa. Le nozioni sono essenziali ma sono sapientemente mixate e dissimulate per darti il piacere di una scoperta. Siamo su un livello ben superiore ai precedenti.

Per il resto il libro non mi pare che apporti significativi cambiamenti ai personaggi o al mondo magico, il fulcro è essenzialmente questo grande mistero di Sirius e Lupin. Harry riceve un nuovo manufatto magico -la mappa del malandrino- che ancora una volta potremmo chiamare “passivo” come il mantello dell’invisibilità. Non è qualcosa che gli conferisce un potere, è qualcosa che gli conferisce un sapere. La mappa del malandrino gli consente di spostarsi in tutta sicurezza e di sapere in anticipo chi incontrerà e dove. Al protagonista non vengono dati nuovi incantesimi (cioè quello sì ma non incide troppo come in uno shonen manga), al più gli vengono attribuite conoscenze di quel mondo.

Il finale a modo suo è intelligente, ci trasporta in un viaggio nel tempo e, siccome nel libro prima Hermione era invalida, stavolta si fa a cambio ed Harry procede senza Ron per salvare la vita a Fierobecco, l’ippogrifo. Il gioco di prospettive è carino perché essenzialmente ha la stessa formula dei misteri: elementi che all’inizio non siamo in grado di leggere e inquadrare in un discorso più ampio. Infine, rilettura degli stessi elementi da un’altra angolazione con conseguente comprensione del testo: il sassolino per chiamare l’attenzione, l’ululato, il Patronus. Che si vada in un senso o nell’altro c’è sempre qualche antagonista o qualche problema da risolvere.

Remus_Lupin.jpg

Per quanto concerne le differenze da libro a film, invece mi dispiace moltissimo che si sia perso tutto il pezzo sul gruppo dei malandrini. La stessa mappa non si capisce chi l’abbia creata e perché, Harry sembra già sapere i nomi “felpato, ramoso, codaliscia” ma non mi pare gli venga spiegato dettagliatamente. E’ un gran peccato perdere un elemento così interessante ma ne comprendo i motivi, purtroppo.

4. Harry Potter e il Calice di Fuoco

Con il quarto libro/film si assiste ad una vera e propria svolta: l’antagonista, che era assente nel romanzo precedente, acquista un nuovo corpo con cui minacciare di nuovo il mondo dei maghi. Il romanzo è molto più corposo dei precedenti e a ragione: ci viene innanzitutto spiegato qualcosa sui Riddle, con un preambolo poi vediamo che Codaliscia, scappato, è tornato dal suo padrone per paura. In questa avventura il mistero è costruito intorno a un torneo nonostante il titolo richiami il calice che per lo più vedremo in poche scene per poi non riprenderlo più. Al calice magico spetta decidere chi potrà partecipare al torneo tremaghi tra scuole di magia differenti e dopo aver estratto i tre candidati salterà fuori anche il nome di Harry. Ora, fermo la mia analisi per parlare di una cosa su cui in genere i fan spaccano le palle senza motivo.

Nei libri la scena appare così:

book-1447432154.jpg

Nel film così:

tumblr_nj3ojyUzNV1sg49umo1_500.gif

E tutti quanti si incazzano per sta cosa, non ho ancora capito perché. Nei libri la scena originale è con Silente che chiede “calmamente, in maniera calma”, non è detto che lui sia calmo, può anche essere solo una facciata. Si può anche chiedere con calma ma nervosamente qualcosa o celando disappunto. Nel film viene ribadito, con la rabbia di Silente, che è successo qualcosa che NON doveva succedere. In tal senso il libro non comunica lo sbaglio che Harry avrebbe commesso mettendo il suo nome, il film lo sottolinea per far comprendere la situazione allo spettatore. Ci è stato detto che gli studenti più piccoli non possono, che il calice usa la magia per bloccare i nomi, e lo vediamo con Fred e George, ma magari Harry lo ha fatto e ne è uscito indenne? No, la rabbia di Silente sta proprio a significare che anche vista così è sbagliata la situazione e non lo fa “dicendolo” ma facendotelo capire dalle espressioni e dai comportamenti per economia del film.

Tornando a noi, il torneo tremaghi è una tradizione antica che mi piace, un po’ come olimpiadi magiche tra scuole (ma solo tre scuole?!) che si sfidano. Come torneo per ragazzi mi sembra piuttosto pericoloso e, per quanto interessante, trovo curioso non si tutelino gli studenti, ma alla fine risulta tutto molto divertente con le varie prove. Ce n’è addirittura una con una sfinge che pone un indovinello, una scena che ci tenevo tantissimo a vedere nei film ma che purtroppo è stata tagliata del tutto. Le prove sono quasi Proppiane, l’eroe deve farsi strada tra nemici ostili e indovinelli acquisendo manufatti magici per proseguire la propria avventura e ottenere l’oggetto desiderato. Quel che non mi è piaciuto è stato vedere, almeno nei film, come abbiano realizzato quel che sarebbe dovuto essere un triangolo amoroso. Diciamolo sinceramente, in tutta onestà: leggete HP se vi piace la magia o l’avventura ma se volete storie d’amore ben costruite guardate proprio altrove. Né i film né i romanzi sono capaci minimamente di ricreare scene interessanti, romantiche o in qualche modo poetiche e la cosa mi stupisce tantissimo essendo l’autrice una donna. In genere tendo ad aspettarmi bei duelli dai maschi e belle storie melense dalle donne. Mi stupisce che qui invece ci sia una storia bellissima, un fantastico intreccio e qualche bel duello, ma storie amorose blande ed effimere costruite malaccio. Non è chissà che problema però siamo ben distanti da una narrazione perfetta che comprenda di tutto un po’.

harry-potter-cho-chang-daniel-radcliffe-bacio.jpg

Tralasciando questo fatto, il mistero è ancora una volta ben costruito intorno al nuovo professore Malocchio Moody e al figlio del Giudice che cerca vendetta e che si trasforma in lui. Un nuovo mezzo magico si fa strada ed è il Pensatoio, altro elemento che ci fornisce dei flashback “reali” inserendo i ricordi che andremo a visionare, come dei dvd magici. Si può vivere il ricordo da fantasmi, perché giustamente noi non eravamo là al momento, ed è un concetto molto profondo.

Il confronto finale è pazzesco, vediamo per la prima volta Voldemort in persona risorto grazie a un artificio oscuro. Ora Harry non è più protetto e Voldemort può toccarlo e ferirlo, la narrazione qui è intelligente: ha allontanato Voldemort per dare ai primi libri un tocco magico, fiabesco, per non gravare troppo sul mondo magico, e ora che è ritornato lo fa grazie al sangue che contiene l’incantesimo di protezione del nemico, risultandone così immune. Questo sì che è concatenare bene i fatti senza scadere in troppe forzature. Per di più muore un ragazzo, Cedric, che è il classico fighetto che tutti a scuola abbiamo odiato, e che anche Harry probabilmente vorrebbe veder morto visto che si strombazza Cho, la ragazza cinese che gli piace. Anche se poi si torna ai cliché già visti e stravisti in cui il personaggio scomodo viene ammazzato per liberare la fanciulla ma Harry lo piange, si sente in colpa, non si propone anche potendo. Terminando il tutto in una sorta di nulla di fatto confuso e irritante per quanto riguarda i temi sentimentali. Sul lato politico invece la morte del ragazzo dovrebbe essere monito d’avvertimento per il ritorno del nemico ma la cosa viene insabbiata dal ministero e dal ministro che stenta ad accettare la cosa. Anche qui, sembra strano che non esista uno strumento magico per capire cosa sia veramente successo in un dato luogo, trattando la cosa non più da maghi ma da babbani. Insomma, ci vengono presentati alcuni aspetti di questo mondo ma chiaramente non tutti e questo, lo capisco bene, per esigenze narrative. Altrimenti concludiamo che con la magia possiamo tutto e finiamo il libro in due pagine.

Il Calice di Fuoco non alza di troppo l’asticella come faceva il Prigioniero di Azkaban ma sicuramente oscura molto di più i toni, l’andamento generale diventa molto più dark, segno che il ragazzo sta cominciando a crescere e insieme a lui i primi amori e dissapori, i primi veri nemici, i primi problemi seri.

5. Harry Potter e l’Ordine della Fenice

Taglio già la testa al toro dicendo che per me questo è stato il libro/film della saga meno ispirato e in generale molto più lento, vediamo perché:

La struttura è essenzialmente di transizione, per Harry dalla fase di ragazzo alla fase d’uomo, per i maghi da una fase di pace a una di guerra, per noi lettori da una dimensione più concitata e scolastica a una politicizzata in cui il Ministero della Magia cerca di nascondere, di insabbiare la cosa, non ci crede. C’entra anche la propaganda, il modo di vedere gli eroi da una parte e dall’altra, il modo, assolutamente umano, con cui si descrivono fatti e aneddoti, addirittura le prime cause in tribunale. In realtà la quinta avventura è matura però rompe un po’ con la tradizione. Anche il mistero in questione è qualcosa di banaluccio, mentre prima avevamo mostri, manufatti magici e lupi mannari, ora abbiamo Harry che fa un sogno, forse collegato con Voldemort in cui sembra morire il padre di Ron e solo alla fine scopre cosa succeda veramente: era un mezzo per controllare Harry e indurlo a fare qualcosa. Insomma, molto sottotono. La questione scolastica cerca di essere classica presentando un professore di quelli odiosi (in effetti per essere una scuola Hogwarts non aveva o quasi insegnanti bastardi) che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita. La Umbridge nasce SOLO ed esclusivamente per farsi odiare, non ci sono mezze misure ma non è un personaggio così interessante come ad esempio Gilderoy Allock, è monodimensionale in tal senso. Mentre lui era un codardo, non sappiamo perché lei sia così, perché faccia questo doppio gioco, è così e basta. Anche il suo epilogo è molto veloce e trascinato via, letteralmente.

Dolores_Umbridge.jpg

Il vero epilogo della trama si infittisce un po’ nel confronto al Ministero in uno spazio angusto che ci viene mostrato un po’ più nel dettaglio. Qui devo anticipare una cosa di cui volevo parlare nel finale: la Rowling è furba, ha capito come si intrattiene e ha capito che una delle regole principali per farlo è far interagire ad alcuni livelli i personaggi principali. Mi spiego meglio: una storia dove agiscono solo personaggi secondari e fanno cose di poco conto appare qualcosa di indefinito, di banale, in ultima istanza qualcosa di cui si potrebbe fare a meno. La storia ne risente e così la godibilità e soprattutto l’impressione che ci fa, far agire i personaggi principali ci permette di ricordarci meglio dei fatti: Harry uccide il basilisco nel secondo libro, Harry conosce Sirius e Remus nel terzo, nel quarto muore Cedric. E così via.

Il quinto libro, siccome ha un po’ di meno da offire rispetto a quelli già visti, sa che sul piatto della bilancia deve mettere qualcosa di valore per cui essere ricordato, e così farà anche il sesto libro con un altro personaggio. Sirius muore e questo darà motivo ad Harry di vendicarsi di Bellatrix, considerata il luogotenente di Voldemort e a lui fedelissima.

Anche per la profezia spenderei due parole. La parola “profezia” confesso che mi aveva dato l’illusione di qualcosa di eccezionale, una scoperta come la Torre della Gioia in Got, e invece mi è sembrata molto blanda, una non-scoperta o qualcosa di facilmente intuibile. Spesso i fan dei libri criticano il film dicendo che nel quinto romanzo la figura dell’eroe può essere interpretata anche a favore di Neville considerato che la profezia potrebbe anche parlare di lui, mentre nei film questo non viene detto. In realtà basta leggere un rigo dopo per vedere che Harry chiede questa cosa a Silente e gli viene risposto che solo Harry poteva essere il prescelto in quando predestinato da Voldemort stesso. E’ stato lui a sceglierlo, prima ancora che la profezia. Questa lettura non è poi tanto duplice, Harry è l’eroe e rimane tale, è solo una bella linea di dialogo che è stata tagliata per fare spazio.

Per il resto il libro è davvero pieno di dettagli sommariamente inutili che servono a ricreare il mondo vissuto: gli esami con tutte quelle votazioni-acronimo, Harry che vuole fare il prefetto e l’Auror ma non ha i voti necessari, Hermione che si batte per i diritti degli elfi, tutto molto bello ma che in sostanza non porta a niente, è “scena” potremmo dire. Proprio come tutta quella marea di dettagli negli ultimi libri del trono di spade che ti vengono rovesciati addosso per ribadire che stai vivendo un bel mondo fantastico ma che se non ci fossero stati l’avventura base non sarebbe stata intaccata minimamente.

In sostanza è pur sempre una buona avventura ma leggermente più lenta e meno ispirata delle precedenti.

6. Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Ho sempre reputato la sesta avventura di gran lunga superiore alla precedente ma comunque sottotono rispetto alle prime. Credo che in parte si possa ascrivere al fatto che l’infanzia, e così i giochi e gli sberleffi, sono finiti. I colori fulgidi lasciano il posto al grigio e al nero, i temi natalizi, familiari, di amicizia, lasciano il posto anche al lutto e alla responsabilità. Sebbene non tutte le avventure mi piacciano allo stesso modo devo comunque ammettere che nel complesso ogni cosa trova il suo posto in maniera sublime.

Il Principe Mezzosangue” ritorna per la prima parte a scuola facendoci immergere di nuovo nelle lezioni più che nella politica tra maghi e lo fa aggiungendovi un mistero: Harry deve preparare una pozione difficilissima e sarà un libro vecchio e logoro, appartenuto a questo fantomatico principe, ad aiutarlo a ottenere il premio. La Felix Felicis come molti altri manufatti magici è uno strumento pericoloso, viene da chiedersi come mai ad esempio Voldemort non la assuma per uccidere Harry, o perché i maghi non la assumano almeno una volta nella vita per fare tutti fortuna. Insomma, non mi perdo in queste illogicità perché comprendo il punto, comprendo che la storia vuole risultare interessante senza perdersi in dettagli (non sempre però!) ma lo faccio comunque notare perché stiamo sempre parlando di magia e di strumenti così potenti da poter essere usati da chiunque in qualunque momento, Harry Potter ci ha dimostrato di non essere solo una storia per bambini e ragazzi ma anche una storia molto coerente, matura.

Tolti questi piccoli dettagli la storia procede più che con il mistero del Principe, che alla fin fine sia nel libro che nel film ho trovato sinceramente buttato lì a casaccio, con il mistero degli Horcrux e la scoperta dell’invincibilità di Voldemort, oltre a una parte della storia della sua famiglia che purtroppo è andata perduta. Vediamo comunque la sua infanzia insieme ad un più giovane Albus e fa piacere vedere come siano nati alcuni rapporti tra i personaggi. Anche qui una piccola riflessione: Albus Silente a questo punto della storia dovrebbe essere già un potente mago. Non è mai riuscito, durante tutta la carriera scolastica di Tom, a leggergli la mente, a predire il suo futuro, non ha mai notato cose STRANE in Tom? Ci sono dei punti in cui sembra che abbia capito

<< C’è qualcosa che vuoi dirmi, Tom? >>

ma vengono completamente glissati. Non è chiaro se Silente sappia e speri in una redenzione, e questo getterebbe alcune ombre anche sulla sua moralità e sulla sua ignavia ad agire, o se Silente non sappia proprio, dimostrando così di non essere quel gran mago che credevamo. Del resto di Silente abbiamo visto molto poco: una scena al Ministero più che altro, che nei libri è persino più ridotta. Per il resto più che un potente mago pare essere un valido stratega, e spesso neanche quello. Alla fine della sesta avventura lo vedremo scagliare una tempesta di fiamme contro degli zombie e sarà praticamente la prima e unica esibizione di forza che vedremo. Del suo passato conosciamo qualcosa, sappiamo del duello con Grindelwald ma una cosa che non mi è tanto chiara per come è stato reso Silente è il suo vero animo e le sue capacità. Viene presentato come un anziano buono, sapiente, paziente, ma anche come uno stratega lucido capace di mandare un ragazzo al macello per poi pentirsene, sacrificarsi per Draco e ancora una volta apparire in sogno a Harry. E’ un personaggio sicuramente sfaccettato ma la sua gestione deve essere stata terribile per l’autrice, ed è un problema che si riscontra sempre con i personaggi troppo forti: se sono così forti come hanno fatto a lasciare che certe cose accadessero?

silente-muore-nel-6-film-harry-potter.002.jpg

E questo in effetti è un punto che a differenza dei precedenti non si può più di tanto lasciare in sospeso. Hai tutta una serie di strumenti magici che ti consentono di capire, di vedere, di leggere le persone e, posso capire che magari sia illegale, ma stiamo parlando di una persona che causerà morte e dannazione per gli anni a venire. Insomma, non facciamo niente? Non raduniamo qualche oggetto magico, prima di distruggerlo, capace di portarci indietro nel tempo, e finire la storia per sempre?

Comunque, a parte questo excursus su Silente, che è perfettamente sovrapponibile a tutti gli altri maghi delle storie considerati potenti (Gandalf, ad esempio) comprendo le esigenze narrative, faccio finta di niente e proseguo nella lettura. E la sesta avventura procede tutto sommato bene, a parte l’idea della pozione della fortuna ho apprezzato come questa sia stata non-usata su Ron come Effetto Placebo, ho trovato davvero ben fatto il personaggio di Lumacorno e le scene con Harry per cercare di accattivarsi l’un l’altro, e ho davvero apprezzato il pensatoio. La morte di Aragog porta qualche vantaggio a tutti, Hagrid si vede pochissimo (ma poi suo fratello nei film che fine fa?!), e a Quidditch vediamo Ron che, stranamente, fino ad allora non avevamo mai visto.

C’è un altro mistero da svelare e questo aggiunge sicuramente punti alla trama: la moralità di Draco, quella di Piton e i loro ruoli. Rimane da capire chi sia buono, chi un traditore, e cosa stiano cercando di fare entrambi, per poi arrivare ad un finale al quale si deve stare molto attenti e che sarà rivalutato nell’ultima avventura: Draco non riesce a uccidere Silente, Piton gli sottrae la bacchetta e lo uccide. Silente lo supplica e Piton senza pietà infiligge il colpo. Questa scena sarà importantissima successivamente. Analizzando nel complesso il finale si vede l’ultimo baluardo del “bene” ucciso, Hogwarts sconfitta e distrutta nella scena di Bellatrix che spacca i piatti delle 4 grandi tavole che abbiamo imparato a riconoscere e amare. I mangiamorte fanno il bello e il cattivo tempo in un luogo di culto per noi lettori/spettatori, è il segno che il male sta vincendo sul bene e che qualcosa deve essere fatto per porvi rimedio. La scena del funerale di Silente, poi, è il fiore all’occhiello di questo discorso: bacchette in alto come fossero fucili, una tomba bianca a significarne la purezza. Il finale della sesta avventura serve da preambolo all’ultima: sono finiti i giochi, sono finite le gozzoviglie, ora tocca crescere e tocca farlo in fretta.

In sostanza sebbene abbia delle criticità passabili, la sesta avventura è un degno inizio della fine con alcune trovate affatto niente male.

7. Harry Potter e i Doni della Morte

Con l’ultima avventura arriviamo a quello che secondo me è l’apice, il romanzo/film più bello/i in assoluto, ma questo perché a me piacciono in genere le mattanze. Gli ultimi libri avevano cominciato a dedicarsi alle questioni politiche, sociali, il che non è un male ma così facendo si dilatavano, si allungavano in un brodo di chiacchiere che non portavano da nessuna parte. Nel sesto libro viene aggiustato un po’ il tiro, per di più l’autrice cercava di rendere ogni avventura in qualche modo utile alla storia facendo morire qualche personaggio importante ma in generale erano avventure che offrivano pochino se confrontate con quelle iniziali, a mio parere. Si è perso molto ad esempio dell’alone di fantasia e spensieratezza che prima sentivo con i dolciumi, con le lezioni, con gli scherzi e le invenzioni magiche. I toni si fanno più cupi e adulti e questo spiazza, inequivocabilmente. Il settimo libro però è la conclusione di tutto, i nodi che finalmente vengono al pettine.

Cominciamo col dire che, a differenza degli ultimi due libri, qui non ci sono punti morti. Neanche uno, neanche a cercarlo col lanternino. Nonostante sia un libro corposo ricordo di averlo letto in pochissimo tempo e senza accusare il minimo di stanchezza, come invece mi era ben capitato per gli ultimi due. Il mistero è quello dei Doni della Morte ma ci si trascina anche una parte di storia precedente: quella degli Horcrux. Così ad un certo punto si crea quest’immagine di Harry con i suoi Doni e Voldemort con i suoi Horcrux, qualcosa che ho trovato molto divertente, quasi da shonen manga o da videogame. Si abbandona per quasi tutta l’avventura l’edificio scolastico per dedicarsi completamente alla ricerca di questi manufatti malefici per distruggerli, nel frattempo le azioni di Voldemort e del suo esercito riguardano la ricerca di una potente bacchetta, di nuovi alleati e del ragazzo. E’ ricreata bene la parte della fuga, anche se si ripropone il solito problema: quanto può non essere rintracciabile un mago contro altri maghi specialisti che dispongono della magia? Non esiste un solo strumento capace di tracciare la sua posizione? Abbiamo pozioni e manufatti per tutto ma non per un compito simile? E, anche se dipendesse dalla bravura del mago…stiamo parlando di uno che le magie le sa fare appena come abbiamo visto. Anzi, a ben vedere la storia si è sempre concentrata pochissimo sugli incantesimi. Abbiamo sì visto i Patronus ma a parte quello cosa c’è? L’occlumanzia, che Harry non padroneggia se ricordo bene le letture. Gli schiantesimi e simili ma qual è il livello effettivo di forza raggiunto? Se due maghi utilizzano lo stesso incantesimo chi vince? Il più veloce? Quello con più magia? Quello con più forza di volontà?

Queste piccole sbavature permettono di poter alleggerire il carico narrativo ma non permettono al lettore/spettatore di capire bene come funzionino questi duelli magici. Possibile che un mago navigato non abbia la meglio su gente che ha appena finito di studiare? Magari si poteva aggiungere che le magie sono un po’ come le conoscenze scolastiche per ribaltare il punto di vista: uno studente appena uscito dalla maturità ricorda sicuramente meglio date e concetti rispetto ad un adulto. E avrebbe aggiunto un elemento eccellente e furbo per farci capire che in realtà i nostri hanno qualche chance.

Comunque a parte queste piccole analisi minuziose torno a dire che la storia funziona: a Hermione viene donato un libro che tornerà utile per spiegare i doni della morte, a Ron l’acciarino di Silente, a Harry il boccino che aveva ingoiato, tutta roba che come da tradizione servirà in seguito. Qui faccio un plauso alla Rowling: ha proprio capito come si scrive una storia in maniera accademica. Poniamo che mi invento un protagonista che alla fine avrà un nemico troppo ostico da battere. Cosa faccio? Uso un deus ex machina? Forzo la narrazione facendo arrivare gli alleati? Sì, si può, ma il senso di appagamento è ridicolo, il contratto col lettore/spettatore verrebbe a perdersi, la sospensione di incredulità messa a dura prova. Allora un modo intelligente è preannunciare alcune cose. Possiamo dire che esiste una spada nella roccia che verrà estratta solo da un ragazzo che avrà bisogno. Durante tutta la storia il ragazzo non ha bisogno della spada ma durante il finale sì, ecco che si giustifica l’intervento con un attrezzo molto potente che tecnicamente è sempre stato lì, non è arrivato per aiutarlo.

Capito il meccanismo? Proprio come con Fanny la fenice.

La storia dei doni poi, non so se sia tutta farina del sacco dell’autrice o si sia ispirata a qualcosa ma ricalca al 100% una antica fiaba in maniera così poetica da poterla scambiare per una qualsiasi dei fratelli Grimm. Inoltre:

maxresdefault.jpg

Il “flashback-narrativo” viene rappresentato con questo stile che non saprei come definire se non fiabesco, con questo giallo e nero, in cui il giallo ricorda una fotografia vecchia e sbiadita, il nero le silhouette dei personaggi. Ogni fratello ha pregi e difetti ma solo il più umile riesce a sopravvivere ad una forza magica e inarrestabile che per di più spiega il senso del mantello di Harry il quale lo accompagna fin dalla primissima avventura.

Anche questa avventura è costruita un po’ come un giallo, un rompicapo da risolvere quasi come se fosse una storia di Sherlock Holmes. Occorre capire cosa stia succedendo, dove siano gli Horcrux, dove siano i Doni e, al netto di qualche sbavatura che cerca di velocizzare le scoperte (la Coppa di Corvonero, ad esempio, altrimenti introvabile) si assiste ad una storia senza un attimo di tregua toccando alcuni dei posti più belli, magici e misteriosi che abbiamo visto durante tutto il percorso. La Gringott, ad esempio, che fino ad allora avevamo visto come un edificio intoccabile e ben protetto, e che ora possiamo assaltare forti dei nostri nuovi e potenti mezzi. Alla fine sono scoperti ma vediamo ad esempio la cascata-spezza-incantesimi, gli interni, gli incantesimi posti a protezione come quello che moltiplica. Harry Potter torna ad essere se stesso e a riproporre quella fantasia intrigante che ci ha saputi catturare fin dal primo libro, solo che ora si rivolta contro di noi. Non solo: le cose non vengono facilitate eccessivamente perché l’elfo non aiuta Harry senza compensi ma pretende la spada, che serve per rompere i vari Horcrux. La storia così si dinamizza, accentua le caratteristiche drammatiche e conferisce peso al tutto (come se ce ne fosse bisogno!), una scelta molto matura che ho apprezzato. Mi aspettavo infatti che essendo l’ultima avventura bastasse collezionare tutti gli amici, i favori, i trucchetti raccolti nel corso degli anni per risolvere anche quest’ultima senza problemi. Invece è sofferta, goduta. Mi piace.

Anche la scelta di rivedere lo scheletro del basilisco, di utilizzarne le fauci, altro non è che un rimando ad un vecchio ricordo, qualcosa messo lì per dirci che quelle cose le abbiamo superate, che stiamo usando delle conoscenze utili, che gli altri anni non abbiamo cazzeggiato, che stiamo crescendo con tutto ciò! Il basilisco sostituisce la spada momentaneamente e in più ci si dedica per qualche capitolo a Draco, ora semi-alleato, e alla relazione Ron-Hermione che, vabbè, stendiamo un velo pietoso. E’ nata dal nulla, ha continuato con il nulla e finisce nel nulla senza un briciolo di passione. Siamo sinceri, è tutto molto stereotipato, costruito in maniera banalotta su inciuci vari e gelosie, e basta. Harry Potter non è la storia che fa per voi se cercate romanticismo serio.

 

ron-e-hermione-bacio.jpg

L’avete sentita la passione in scene come questa, bifolchi?

 

A parte questo, la guerra serve a tutti i personaggi per dichiararsi (nel film anche a Neville!). Già, parliamo un attimo di questa guerra. Che dire? E’ spettacolare. Come molti fan già sapranno, vengono coinvolti ragni, giganti, mostri vari, perché è come se rappresentasse l’esame finale metaforizzato. Così i nostri eroi che prima avevano affrontato queste minacce singolarmente ora devono affrontarle tutte insieme e provare definitivamente la loro maturità. Non mancano scene -sia nel libro che nel film- di assoluto rispetto volte a ricreare un’atmosfera epica, facendo anche dell’edificio un personaggio capace di difendersi con il piertotum locomotor. Quelle statue danno un senso di imponenza e di fierezza, e sono carne da macello che sostituiscono alcuni morti tra gli studenti.

HP7-2-Potterish-TeaserTrailer-129.jpg

Anche i professori partecipano, la Scuola è così potente da risultare una fortezza inespugnabile, la guerra finale è costruita sulla base di un assedio magico sostanzialmente, un’idea di tutto rispetto. Per di più in un luogo che è stato protagonista per sei avventure insieme, il luogo magico per antonomasia ormai. A scandire gli ultimi istanti intercorrono i filoni principali dei due versanti: Harry deve finire di trovare gli oggetti, Voldemort deve trovare il ragazzo, ciascuno con il proprio esercito e i propri luogotenenti ad aiutarli, e questo è l’elemento che accomuna queste fasi finali a quelle di una guerra. Ancora una volta la Rowling ha capito perfettamente (ricorda un po’ Eichiro Oda in questo) come narrare e con che modalità farlo, come quella piramidale. Parliamo di un’altra furberia che usa ma non solo in quest’ultima avventura ma fin da quando è nata questa storia.

In generale la morte di un personaggio sconvolge la platea perché abbiamo assistito alle sue vicende, abbiamo empatizzato con lui, lo abbiamo conosciuto. Magari ci sono personaggi più o meno amati ma i protagonisti in genere piacciono sempre a qualcuno e vederne uno morire lascia un senso di vuoto. La Rowling ha già dato prova di poter sacrificare personaggi tutto sommato di prim’ordine: Sirius, Malocchio e Silente. Ma c’è un altro motivo per cui questo avviene, c’è un motivo per cui nel settimo libro/film muore così tanta gente ed è anche esplicitato da Voldemort stesso quando dice

<< Hai lasciato che i tuoi amici morissero per te >>

Non è solo una frase da cattivo, un invito, è proprio un’ammissione narratologica dell’autrice ben conscia del fatto che farà sopravvivere i personaggi più amati, il trio, sapendo bene però di non potersi permettere una leggerezza simile in un finale di una storia che rimarca la crescita ma anche la perdita e tutto ciò che esso comporta. Non sarebbe stata una vera vittoria senza qualche morto, non sarebbe stato credibile se tutti fossero sempre sopravvissuti. Così, per esigenze narrative come nel caso di Silente e Piton, o con personaggi-scudo come Dobby, Harry riesce sempre a cavarsela. Lui stesso dirà che tutte le sue avventure una volta elencate possono sembrare grandiose ma la verità è che è sempre stato fortunato. E qui Harry stesso, l’autrice, sa che va a toccare un tasto dolentissimo per una storia che voglia essere adulta, matura e presa sul serio. Se vuoi che le persone ti ascoltino, se vuoi destare i loro cuori, qualcuno di importante deve morire. La tua storia deve essere ricordata anche per chi ci lascia, e devi scegliere chi sacrificare.

Nel settimo libro così assistiamo ad una grande mattanza che nasce anche per parare Harry da qualsiasi accusa di plot armour: sì ma Harry non poteva vincere lo scontr…Sì ma è morto un personaggio importante. Ma non poteva farcela in quel cas…sì ma sono morte molte persone per proteggerlo. Capito il meccanismo? Se hai deciso che qualcuno va protetto a qualunque costo, per non far sentire i lettori degli idioti, qualcuno di importante deve morire.

Così cosa ci ha offerto sull’altare del sacrificio? Edvige. Bah, siamo seri, chi si cagava Edvige? Dai.

Malocchio. Ok, ci scalfisce. Uno dei gemelli. Peraltro non quello ferito ma quello sano. Ok, questo già ci devasta. Li abbiamo visti ridere e scherzare tutto il tempo, fare progetti, costruire il loro emporio coi soldi di Harry, sono due gemelli, e la cosa ribadisce quanto siano inseparabili. Dobby! Che era libero, aveva la sua vita ora.

Remus, addirittura, l’ultimo “amico” del gruppetto dei malandrini, nonché personaggio di spicco dell’Ordine. Tonks. Vabbè, non la conoscevamo così tanto ma sappiamo che stavano insieme, e una coppia morta non fa più progetti.

 

tonkslupinavatar.jpg

Peccato però che sia un fuori campo poco catartico. Si poteva insistere tantissimo anche su questa scena

 

Tutte queste morti sono in un certo senso importanti ma se ci si pensa bene non così tanto. Alla fine sono personaggi secondari, o che sono diventati secondari già da un bel po’, come Remus. Non è uno scambio molto onesto però sono così tanti che con questa furberia la Rowling ci paga il conto. E’ come se invece che aver pagato al ristorante con un pezzo da cento avesse pagato lo stesso totale coi centesimi. Non è proprio la stessa cosa anche se il risultato finale è lo stesso. Ma in ogni caso, un plauso va sicuramente a questo modo di vedere la narrazione, dove non si prende in giro il lettore ma lo si tratta in maniera onesta.

Il duello finale trovo che sia stato un po’ riduttivo, avere così poco dopo 7 libri e 8 film sinceramente delude, anche se va tenuto conto che questo duello è come se andasse avanti dall’inizio senza esclusione di colpi. Si vince il nemico con una strategia -che si rivela giusta- che dura per tutta la settima avventura, ovvero puntando sul fatto che a uccidere Silente materialmente sia Piton, poi ucciso a sua volta, ma la bacchetta con cui l’ha fatto era di Draco. In effetti non mi è chiarissimo se questo aspetto fosse già stato deciso in precedenza (Piton che prende la bacchetta di Draco per poi farsi uccidere a sua volta) o se sia solo una incredibile sequela di coincidenze fortuite per Harry. Nel libro poi il cadavere di Voldemort viene adagiato nel tavolo della stanza accanto come se niente fosse, nel film è reso tutto in maniera più spettacolare facendo sparire il suo corpo come cenere, come se in lui non fosse rimasto più niente. Trovo questa seconda scelta esteticamente molto più gratificante ma va a gusti.

voldemort-death-morte.jpg

Che dire ancora su Voldemort? Non mi piace che non gli abbiano dato una psicologia ben definita e un certo spessore nei temi che affronta. Quando si parla di maghi che non tollerano estranei, o di unire il sangue dei maghi puri a quello di impuri, se rivelare o meno il mondo magico, si stanno affrontando questioni che meritano un certo approfondimento. Pensiamoci bene: è un mondo dove chiunque ha una bacchetta e questa è essenzialmente un’arma. Vi immaginate i discorsi che fanno in America sulle armi trasposti nel mondo magico?

Anche se la narrazione ce la mette tutta per farteli apparire come dei fascisti quando si pronunciano certe frasi come “sporca mezzosangue” che alla fin fine è come dire “sporca ebrea”, in realtà si dimostra un po’ ingenua e manichea, sempliciotta potremmo dire. Il tema sulla razza e sul razzismo dei maghi è ben diverso da quello umano. Scientificamente abbiamo dimostrato che le razze tra uomini non esistono a livello genetico ma qui stiamo parlando delle differenze tra chi può usare la magia e chi no; il mago è di fatto un super uomo, qualcosa di più, il discorso si ripropone in una veste aggiornata ma anche con molti argomenti in più. Si poteva perlomeno discutere queste cose:

-Cosa comporta miscelare il sangue tra chi usa la magia e chi no, sul lungo periodo? Si indebolisce il potere? Aumenta? Niente?

-A livello sociale cosa comporterebbe? Rivelare la magia a sempre più babbani ha l’inevitabile conseguenza di aumentare il rischio di esporsi anche a chi non conosce il mondo magico.  Permettere le coppie miste o le amicizie miste tra figli babbani e non è in un qualche modo pericoloso. Quanti ragazzini maghi possono essere preparati a nascondere le proprie abilità?

-Anche fosse solo una questione di arianesimo spicciolo, perché a Voldemort dovrebbe interessare, considerato che è sempre stato un personaggio molto pragmatico e poco incline alle cose più superficiali come questa?

Insomma, nessuno di questi temi è approfondito, segno che la storia vuole comunicare una delle due fazioni in gioco come la vincente, anche sul piano ideologico, dotata dei motivi giusti e della forza per spingerli; l’altra come sconfitta, anche sul piano ideologico. Pérdono perché le loro motivazioni in primis sono deboli, pur avendo un esercito e la forza militare per sottomettere chiunque.

E qui, bisogna ammetterlo, la storia si banalizza. Diventa una storia dal cuore antifascista ma in maniera già decisa, non perché c’è stato un vero confronto dialettico o una riproposizione di tematiche attuali sulle quali c’è bisogno di discutere, l’opera ti dice in cosa credere e fine, in questo assomiglia ad una fiaba più che a un racconto di formazione. Non ti dà gli strumenti per decidere, ti dice proprio cosa decidere.

Chiariamoci, questo non è un difetto che rovina tutto, è piuttosto un limite oggettivo che le impedisce di ascendere a capolavoro indiscusso. E’ una buona storia ma non così buona come sarebbe potuta essere. Anche Star Wars ha questi elementi molto manichei però il lato dei Sith in alcuni casi è affrontato con più cura mentre Voldemort e consoci sono presentati semplicemente come codardi, fascisti, squadristi e paurosi della morte. Non c’è onore né orgoglio in loro, sono tutto l’insieme delle cose sbagliate da combattere, non c’è una battaglia ideologica, è già tutto vinto. Non c’è da riflettere su quello che abbiamo letto, è già tutto deciso.

Quindi, concludendo questa mia lunga disamina, mi ritrovo a dire alcune cose già dette ma che vorrei ribadire. La mia è un’analisi critica, per questo ho cercato di tirare fuori sia il meglio che il peggio dai contenuti per discuterne, per proporre e per illustrare quali pezzi potevano essere migliorati ulteriormente. Anche non facendolo, però, non è una brutta storia. E’ una storia che ha un determinato target nei ragazzi più giovani e nei bambini, sarebbe poco onesto confrontarla con altre opere dalle tematiche ben più adulte e filosofiche. Quello che fa però lo fa in maniera eccellente: intrattiene, in un certo senso ti forma, stimola la fantasia e la creatività, spaventa con i mostri e allieta con le creature magiche, ti emoziona con le storie dei maghetti e ti immerge in un altro mondo, letteralmente.

Ci si deve confrontare con Harry Potter prima poi, soprattutto gli studiosi di narratologia che cercano di carpirne i motivi del successo e secondo me sono questi che ho elencato.

Final Fantasy X / X-2 Remastered (2 di 2)

E veniamo infine al capitolo X-2 del corposo pacchetto. Può sembrare che io sia stato un pelo eccessivo nel valutare la parte finale di FFX ma posso assicurarvi che se lì ero critico qui arriverò a essere acido. Come ho già scritto più volte mi piace fare il bastian contrario, trovare l’oro laddove per gli altri c’è solo merda e di conseguenza già mi immagino -prima di cominciarlo- a trovare rari e profondi significati nascosti che nessuno ha mai colto.

Eh no. Stavolta i commenti del pubblico generalista che si possono leggere nei vari forum hanno proprio ragione, sia quando si parla di bieca operazione commerciale che di pessimo gameplay che di pessima trama e personaggi. Non sto parlando accecato dal furore del fanboy, credetemi. Sto usando tutto il raziocinio di cui dispongo per cercare elementi salvabili ma faccio veramente fatica. Anche se provo a fingermi un nerd-otaku-weaboo che adora le action figure delle tipine scostumate degli anime, e gioca con le barbie e magari fa sesso col proprio cuscino…faccio anche lì fatica a trovare più di 1-2 motivi scarsi per apprezzarlo.

Date queste generose premesse, cominciamo. Da quel che ho letto da alcune interviste, il motivo iniziale per questa produzione era innanzitutto dare un lieto fine ad una storia d’amore che non aveva pienamente soddisfatto i fan, e secondariamente sfruttare il successo che derivò da quel X fortuito capitolo. Infatti fu l’unico all’epoca ad avere un seguito diretto.

Già qui abbiamo un problema. Non tutte le storie necessitano per forza di un lieto fine, lo vogliamo capire? Anzi, trovo che le tragedie, le morti di personaggi importanti, i conflitti ci facciano maturare più di quanto non facciano le vittorie, l’amore, il sole e il cuore. Siamo circondati da opere di un buonismo unico che ovattano la realtà e ci fanno credere che bastino i buoni sentimenti per risolvere qualsiasi problema, non so voi ma io ne sono saturato quanto un Agente Smith quando parla con Morpheus. Nel mio articolo “Le strategie dei seguiti“, che ci sarà abbastanza utile ora, parlavo di alcuni elementi che vengono usati ricorrentemente per allungare un brodo: potenziamento di dinamiche, analisi dei personaggi, nuovi parenti e familiari, prequel e sequel, e così via. Quale strategia può aver adottato FFX-2?

In realtà nessuna di queste, la trama principale è tanto semplice quanto banale: Tidus non c’è più e lo rivogliamo. Così c’è uno che gli somiglia: è lui o non è lui? Cerrrrrto che è lui (chiedo scusa per la pessima citazione, vado a nascondermi)

E a suo modo poteva essere una storia tutto sommato buona. Yuna, ormai “trasformata” e resa meno acerba, viaggia per il mondo per trovare indizi su una persona che non c’è più. Quanto poteva essere metafisico se sviluppato bene? Il problema è che l’elemento della scoperta di Spira è di fatto spoilerato, sappiamo già com’è questo mondo e da chi è popolato, non c’è nulla che ci invogli a riscoprirlo di nuovo. Hanno dunque tirato fuori una simil bozza di trama che poteva anche funzionare e che si accorda con gli eventi passati: ci sono i Neoyevoniti, gli Automisti, La Lega della Gioventù e tutti e 3 hanno idee diverse. Carino, simile ai concetti precedentemente visti ma…oltre quello? Niente! Neoyevon fa praticamente le stesse cose di prima; gli Automisti sono…Albhed. E basta. La Lega è fatta da facinorosi squadristi capitanati da uno storpio. Graficamente carino ma il suo apporto alla storia è nullo. Ci dovrebbe essere una sorta di sottotrama che lega i 3 leader dei gruppi ma è così vacua, così indefinita e blanda da sembrare solo increspatura sull’acqua. C’è poi un boss finale che è Sin 2.0 ma che viene solo accennato per tutto il gioco, non lo vediamo se non alla fine, con la differenza che Sin impariamo a conoscerlo e a temerlo, sappiamo di cos’è capace, Vegnagun no. Che poi che nome dimmerda, dai.

La storia è divisa in 5 capitoli e in ognuno di questi è possibile selezionare le varie località di Spira per affrontare delle missioni. O meglio, ci sono delle missioni principali e il restante 99% sono minigiochini di merda ancora più inutili e frustranti di quelli che già odiavo del X.

Chiariamoci: i vari FF sono infarciti di giochini di merda, dal saltacorda al tetramaster al triple triad alle corse coi chocobo. Ma finché sono opzionali ok. Finché non servono a niente è un conto. Quando crei un gioco SOLO a partire da quelli, con una trama che in realtà è solo uno sfondo pretestuoso, stai sostanzialmente dicendo che preferisci concentrarti su eventi secondari. Ma ancora posso capirlo! Vuoi narrare una storia fatta di dettagli, minuzie, approfondimenti psicologici? BE-NIS-SI-MO.

E invece no! Non ci sono chissà che rivelazioni perché i personaggi originari sono stati tutti dismessi: Wakka è bloccato su un’isola di merda e sta per diventare padre, Lulu idem. Auron e Tidus sono al creatore. Kimahri fa…Kimahri. Cioè è utile quanto prima. Rikku è il 30% meno vestita e il 54% più zoccoletta di prima, dovrebbe anche qui servire per allietare una tensione che non c’è, quindi è ancora più inutile come personaggio. Le uniche “rivelazioni” serie saranno quelle su Dona che ama Barthello o su Maechen che in realtà è un trapassato. Cazzzzzzzo che suspance, signori. E’ un po’ come guardare Uomini e Donne e scoprire che al tizio scemo di turno piace la bionda anziché la mora. E tu sei lì, che giochi magari da 30 ore in attesa di un sussulto spasmodico, e loro ti fanno vedere Dona che dorme attraverso una trasmisfera (c’è molto voyeurismo in questo episodio).

I minigiochi come dicevo sono tanti, troppi. Sono loro il vero gioco. Nella piana della Bonaccia ce ne sono 5 diversi, mi pare, che non ho mai neanche fatto per pudore e senso di amor proprio. Su Besaid c’è un’inutile gara di tiro da fare per due volte. I Kyaktus sono ANCORA da trovare e catturare. Le torri parafulmini le devi ricollocare con dei giochini a tempo che fanno solo innervosire oltre ogni misura. Lo sferocentro…signori non fatemi bestemmiare perché non è carino. Per me la matematica NON è un gioco, anche quando cerchi di intortarmi e di farmela piacere con le monetine. E’ una cosa che può funzionare se a quei numeri associ dei personaggi, delle carte collezionabili, ma se mi dai delle monete è solo pura matematica e niente più, è qualcosa di freddo, spoglio, fatto male.

Il Blitzball? Bah, l’ombra di se stesso. La sottomissione del Detective Rin? Qualcuno le trovi un senso. Non è né divertente né bella da vedere, è solo una sequela di script che attivi solo se hai visto determinate scene in sequenza. O la rifai mille volte studiandoti le combinazioni o la fai con una guida. Dove sia il divertimento non l’ho ancora capito.

Insomma, sono solo all’inizio e ho già trovato più problemi che capelli in testa a Rikku. Un altro problema è Paine, un lesbicone (dai, si scherza) che dovrebbe essere la “sostituta” di Auron. Se Rikku è l’istanza gioiosa e bambinesca, Paine dovrebbe essere quella adulta e matura. E Yuna quella intermedia. Il problema è che la squadra ha un pessimo bilanciamento che si basa solo su questi 3 elementi di sesso femminile (e io da maschio, mi spiace, mi sento escluso) alla Charlie’s Angels e che quindi non offre gli spaccati ideologici che avevamo prima con 7 personaggi. Non mi dà fastidio che Yuna si sia inzoccolettata un po’, lo capisco anzi. E’ un mondo che ha detto basta agli eccessi di un clero corrotto, ci sta che vogliano giochi, svaghi e scopate a cielo aperto (ma queste forse me le sono solo immaginate). Il problema non è Yuna ma il gruppo intero. Poi l’inserimento di Paine in questo gruppo, se l’hanno spiegato, me lo sono perso. E’ una sorta di personaggio-collegamento che serve a unire due fili di due trame sfilacciate differenti che altrimenti non si toccherebbero mai.

E se gli ambienti sono gli stessi, se la trama è quella che è e le cose da fare (belle) poche e poco interessanti, che altro c’è? Il combattimento. Qui spendo mezza parola di sostegno perché ho apprezzato l’essere tornati ai livelli classici senza lo sbattone dello sviluppo sferografico. Ho anche apprezzato lo sviluppo tramite AP come in alcuni vecchi FF. Le classi, poi, donano quella varietà che non avevamo nel X e che un gruppo di 3 persone non può darti da sola. Ci sono tanti vestitini da provare, mi sento come una ragazzina che ha appena ricevuto la casa di Barbie! No scherzi a parte, questa cosa l’ho vissuta con riluttanza. Fin da FF3 io ODIO il sistema coi vari JOBS ( e ODIO usare la parola Job per farmi capire) perché mi capitava di allenare quello che mi piaceva ma che era quello più inutile contro il boss successivo. Così dovevo spendere ore e ore a trovare quello giusto e allenare quello. Qui per fortuna la cosa è stata limata, non è così essenziale avere la classe giusta anche se di sicuro aiuta un sacco. Ma se hai maga nera + maga bianca hai già il 90% di quello che ti serve. Inoltre, una volta che hai addestrato tutte le abilità se continui a tenere quel vestito butti via AP, quindi sei “costretto” a usare altri vestiti se vuoi rimanere performante. E diciamo che togliermi il Cavaliere Nero per mettermi la soubrette (che, per quanto carina, mi irrita in battaglia) non è una bella cosa. E gli strumenti a parte quello che scaccia i mostri sono tutti abbastanza superflui. Non ho poi apprezzato lo stile più action perché è un casino a schermo, a volte mi capita di rubare qualcosa ai mostri ma siccome sto selezionando l’attacco successivo Rikku agisce mentre non guardo, così non so mai se al boss ho rubato l’oggetto o meno. E mo? Rifaccio? Muoio? Vado avanti? Infatti mi sono perso un oggetto così facendo. La cosa delle collezioni è una cagata immane, ti costringe a cambiarti spesso per “potenziarti” ma è una cosa così inutile che non ha mai inciso nei miei scontri. Certo, sono sicuro che servirà nei boss segreti ma per il 99% del gioco è una cancrata. C’è anche la modalità per saltare la scenetta (che dura un sacco, madonna! Come Sailor Moon, uguale) ma la prima vestizione te la devi puppare comunque e zitto. E per avere le trasformazioni finali devi sorbirti ore e ore di trasformazioni che, per quanto belle, son sempre le stesse. Un fottuto sailor moon dove i nemici prima di attaccare aspettano il tuo comodo cambio d’abito. No ma fate pure, eh?

A parte poi quelle 4-5 classi guerriere che mi sono piaciute, le altre le ho trovate graficamente poco ispirate. La mascotte? Dai, fate sul serio? La domatrice? La soubrette? E meno male che ho sempre preso per il culo i bardi, qua ce n’è a iosa pure peggio. Insomma si è capito che a me delle bamboline, per quanto abbiano cercato di sessualizzarle, non me ne frega niente quando gioco? Quando spengo la console può anche starci qualche Yuna o Rikku vestita da soubrette, quando gioco NO. Quando gioco voglio serietà e impegno, e qui non ne ho visti. Il tenore è sempre quello di gente spensierata, musichette allegre e talvolta rockettare o pop. Il clima generale mi ha fatto immedesimare in una storiella banale dalla portata ridicola priva di temi importanti e in tutta onestà inutile. Non c’è niente che venga narrato in questo episodio della saga che mi faccia dire “sì, è valsa la pena giocarlo”.

Poteva essere una buona idea ramificare la storia e suddividere le scelte e i finali in base ad esse ma è stata una cosa poco sviluppata, o che alla fine non diversificava troppo le une dalle altre, un po’ come in Life is Strange, ed è un peccato.

Dovessi catalogarlo, darei come voto un “Kimahri” a questo gioco: cerca di fare tante cose, non ne fa bene una sola. Ho reso l’idea?

Parlando dei boss cosa possiamo dire? Ammetto che qualcuno mi è piaciuto. In un mare di mediocrità, l’andamento opzionale con tanto di percentuale che ti mostra i progressi l’ho apprezzato. Vedere il 100% fa sempre eiaculare un giocatore compulsivo dalla smania collezionistica. Sono arrivato al 5o capitolo che mi rimanevano il fondo di Bevelle (non avevo più voglia dopo un po’), Angra Mainyu ed Experimento. Concatenare le cose mi è piaciuto, sono stato costretto prima a trovare degli oggetti utili a Bevelle, poi a battere Angra (e che battaglia epica che è stata signori, il vero boss finale di questo gioco), e infine a scavare nel deserto liberato per avere i pezzi per completare Experimento. Ammetto che mi ha esaltato finire le quest più importanti una dopo l’altra.

Poi si arriva al dungeon finale ed è…così insipido, così vacuo. Mi ha ricordato vagamente Tera di FF9 con quei colori azzurrini e quel tema così “macchinoso” ma l’enigma con le note musicali è proprio brutto, mal fatto, orribile da giocare e da guardare. Il Boss finale, Vegnagun, ricalca Sin e altri mostri da fare a pezzi cui FF ci ha abituato, solo che è totalmente privo di personalità. Sin aveva un non so che di bestiale, e aveva una personalità recondita che apprezzava l’inno, poi sfruttato per combatterlo. Vegnagun vorrebbe unire la bellezza di un pianoforte attraverso cui lo si comanda con la bruttezza di un’arma. Così vediamo il pilota-suonatore in questo duplice ruolo. Solo che è così poco approfondito e caratterizzato, anche figurativamente, che non fa breccia. Lo vediamo così poco su schermo che non fa alcuna differenza. Spaccare Vegnagun poi (ma per fortuna) l’ho trovato fattibilissimo in confronto ad Angra, due colpi e andava giù. Anche il boss finale, senza impegno e senza mascotte, l’ho sconfitto la prima volta. E ammetto che mi è piaciuto un sacco vedere le mosse turbo di Tidus, è stato come combattere contro di lui. Poi, quelle 3 linee scarse di dialogo di Auron? Il senso? Mah. Così ininfluenti, anche quelle, neanche una apparizione, zero.

La stessa Lenne poi è insipida, una mary sue che fa e dice poco, è solo bella, e basta. Ma anziché tirare fuori sti tizi, con Shuyin che sembra Tidus senza neanche provare a svelare sto mistero, perché non fare una storia col VERO Tidus, magari malvagio? Provare a imbastire una trama sulle looksfere che donano i ricordi dei vecchi possessori? Inventarsi qualcosa sul fatto che Shuyin è il personaggio reale della Zanarkand di 1000 anni fa e Tidus solo un falso? No, hanno optato per la strada lunga con dei tizi per i quali non empatizziamo. Tizi come noi, ma che non sono veramente noi, e con delle motivazioni abbastanza stereotipate se le confrontiamo con Yu Yevon che è quel tipo di nemico che apprezzo, che ha una filosofia dalla sua parte per quanto inaccettabile da alcuni, come Pain.

Il finale poi è…meh. Tarallucci e vino. Abbiamo tanto combattuto e ora pace fatta, bacini e bacetti. Ma per il 70% del gioco i tre tizi bellocci non erano comandati da altri, perché lottavano tra di loro?! Alla fine Yuna trova Tidus se sei stato abbastanza attento da fischiare in alcune scene (dai, può starci come scelta di game design). Peccato che io abbia seguito la guida per ottenere il 100% alla prima run, così da non farne altre e cosa mi dice alla fine?

Percentuale di completamento: 98%.

f8sbiu

Ora dovrò rifarmela nel nuovo gioco+ e so già che me la farò con incontri zero sempre attivo, facendo solo le missioni principali. Da una parte il nuovo gioco+ è qualcosa di stupendo, e tutti i FF per me dovrebbero averlo: ti permette di goderti di nuovo la storia ma con lo stesso livello, abilità e oggetti che avevi alla fine. Il problema è che per i completisti come me, se poi c’è da rifare tutto, come le cose secondarie che ti portano via tempo, è solo una immane perdita di tempo. Avrò sempre la sensazione di aver lasciato il gioco a metà anche se c’è scritto 100%, ed è una cosa che mi dà immensamente fastidio.

In sostanza, il gioco aveva tante potenzialità. Poteva spingerci a riscoprire Spira sotto qualche nuova luce e invece sfrutta cose già viste, di poco variate, mini giochi all’ennesima potenza e banalità sconcertanti. Non è più un piacere neanche interagire coi comprimari o dipanare la trama, che era il punto di forza del X, qui al massimo si salva qualche combattimento e la struttura da GDR con le classi, basta. Non trovo altro da salvare. Si poteva fare di più, e meglio.

 

Le polemiche sul Trono di Spade (Stg.3)

Era da un po’ che non mi mettevo a parlare del Trono ma visto che non manca ormai molto alla stagione 8, potrebbe essere una buona occasione per dire ancora qualcosa. Nei miei articoli trovate anche la stagione 1 e 2 con le solite trite e ritrite polemiche che si sentono dai fan più esagitati e dai soliti lettori aristocratici che non riescono a tollerare che una serie tv possa effettivamente dire qualcosa MEGLIO di un libro. Inoltre farò notare alcune delle scene che sono state aggiunte per approfondire caratterialmente questo o quel personaggio anche se assenti nei libri.

Come base userò l’ordine delle scene dei vari episodi e di volta in volta cercherò di parlare delle differenze col libro, laddove ce ne siano di importanti. E’ chiaro che, se una scena viene spezzata ma le due componenti ci sono entrambe solo in due episodi diversi, per me è solo un motivo logistico e/o economico, non apporta significative differenze per la trama.

1. La scena in cui Margaery aiuta i poveri

Non è presente nei libri perché Margaery è un personaggio di cui non abbiamo punti di vista e viene lasciato un po’ a sé per sfortuna. Nella serie hanno capito che andasse valorizzata e che il suo modo di agire e di pensare necessitasse di una spiegazione. La vediamo nei bassifondi sporcarsi il prezioso vestito in una pozzanghera, e la vediamo parlare agli orfani dei loro padri che hanno perso la vita nell’assedio della stagione precedente. Questo passaggio approfondisce il suo modo di vedere e la rende tridimensionale, inoltre ha il vantaggio di mostrarci un Joffrey sorpreso che potrebbe persino cambiare idea. Qualcuno dice che questi atteggiamenti sono falsi, e fa tutto parte del personaggio ambiguo e astuto di Margaery ma è importante vedere che almeno lei non sia crudele. Sembra anzi interessarsi ai più deboli, cosa che abbiamo visto fare a ben pochi nobili finora.

2. Qyburn, i guitti sanguinari rimossi

Nella serie trovano Qyburn quasi morto in un castello, lo salvano e questi poi salverà ciò che resta della mano di Jaime. Sono stati rimossi i personaggi del gruppo dei guitti sanguinari, mercenari del gruppo di Bolton capitanati da Vargo Hoat. Nel gruppo c’è anche un Dothraki che taglierà la mano di Jaime, un giullare e sicuramente qualche altro personaggio secondario che non ricordo. In realtà non apportano chissà che contributo alla storia, sono anzi parecchio stereotipati. Shagwell, il giullare, discuterà nel quarto libro di come scopare Brienne, se in un orifizio o nell’altro, e l’altro gli risponderà qualcosa del tipo “solo in uno dei due non avrai dei figli.” Insomma, volutamente volgari, così tanto che sembrano solo macchiette. Nella quarta stagione vedremo però Locke, il sostituto di Vargo, avere un ruolo decisamente più importante. Effettivamente spiace però aver perso il racconto di Vargo che viene messo alla fame e a cui viene dato in pasto il suo stesso corpo da Gregor Clegane, una scena che ci fa capire una volta di più quanto la Montagna sia pericolosa.

3. Daenerys e la perdita d’innocenza 

Nei libri Daenerys sente la mancanza di Drogo e per la prima volta si masturba, poi aiutata da una delle sue ancelle. Una scena che ricalca il fatto che non è una principessa Disney ma una donna con dei bisogni corporei ben specifici, umana e fatta di carne, non di parole. Nella serie si va a perdere la scena specifica ma viene poi comunque recuperata dai numerosi amanti che avrà. Il messaggio c’è.

4. L’incontro con Barristan 

Anche questo è profondamente diverso. Nei libri già verso la fine del secondo (dove Dany ha circa 4 capitoli mi pare di ricordare) le si presentano due personaggi inviati a proteggerla di cui uno è Arstan Barbabianca, che si rivelerà Barristan salvandola ad un certo punto da un aggressore. A quel punto seguirà una scena speculare in cui Barristan verrà perdonato e Jorah, per il suo tradimento, no. Nella serie Barristan arriva da solo e la salva da un assassino rivelandosi nel finale. Ho già parlato un po’ di Belwas e del suo personaggio relativamente inutile, diverso è per Barristan. Nella serie come si può intuire la sua agnizione è più veloce, sbrigativa, risolutiva. Nei libri ha qualche passaggio in più. Non ho capito perché avrebbe dovuto andare da Illyrio Mopatis quando poteva semplicemente fare delle ricerche lui stesso. Non si è perso niente.

5. Hoster Tully e Nancy 

La farò breve, questa è una perdita. Non mi sento di criticare chi lo fa notare. Nei libri in punto di morte Hoster rivelerà un nome, Nancy, chiedendo scusa. Per tutto il libro Catelyn crederà che sia il nome di una puttana che ha intrattenuto il padre, e in una locanda troverà una donna che porta quel nome. Arrivata alla Valle però scoprirà che in realtà Nancy è il nome del veleno che Hoster fece prendere alla sorella per farla abortire dal figlio di Ditocorto. E’ un elemento caratterizzante e spiace perderlo. Non è vitale rispetto ad altri, e in una serie tv correrebbe il rischio di confondere uno spettatore già intriso di nomi e titoli, però spiace.

6. Loras o Willas?

Nei libri la scena con Olenna è tutto sommato identica ma c’è un punto di divergenza: per sottrarre Sansa Stark alla Corona, progettano di darle in marito l’erede di Alto Giardino: Willas, che è uno storpio. Nella serie, esistendo solo Loras, lei è ben contenta di andare in sposa a lui. In realtà trovo che nella serie sia sviluppata meglio la cosa perché Sansa ne è innamorata, conosciamo entrambi e già prefiguriamo i problemi che abbiamo visto a Renly a letto. Willas è solo un nome, per ora non si è visto, la stessa Sansa ha dei dubbi se essere felice o meno. La scelta delle serie è più immediata, funziona meglio.

7. Cleos Frey 

Nei libri ad accompagnare Brienne e Jaime è la staffetta Cleos Frey. Morirà sbattendo la testa a cavallo e Jaime prenderà la sua spada per aggredire Brienne. Nella serie Brienne porta due spade e in un momento di disattenzione Jaime ne prende una. Le differenze sono praticamente nulle, si arriva comunque al punto in cui Locke/Vargo Hoat li cattura entrambi.

8. Ancora Talisa

Ho già parlato abbondantemente di Talisa e svolge bene il suo ruolo. E’ un personaggio che, per quello che deve fare, funziona benissimo e sostituisce il personaggio cartaceo che conosciamo appena. Nella serie si cerca di renderla tridimensionale facendole curare due bambini Lannister tenuti prigionieri.

9. Theon e Ramsay

Nei libri Theon ricomparirà solo nel quinto libro raccontandoci in una manciata di capitoli ciò che gli è successo in maniera piuttosto sommaria. La serie ha una narrazione ancora più corale dei libri, per cui non potevano lasciare insoluto il suo destino. Si capisce meglio cosa gli sia successo, a causa di chi, quali sotterfugi abbia usato Ramsay per farlo parlare, e non è roba da poco perché lo spettatore sente di non poter provare empatia per lui quando viene torturato ed evirato, si arriva a tifare per il torturatore. Poi, abbiamo avuto il famoso meme della salsiccia e il volto impagabile di Iwan Rheon, credo che la scelta sia stata azzeccata.

giphy.gif

10. Gli spostamenti di Melisandre

Nei libri Melisandre non lascia mai Roccia del Drago, e sfrutta il sangue di un altro bastardo di Robert, Edric Storm, trovato a Capo Tempesta. Nella serie, non essendo presente il personaggio di Edric, Melisandre va nel continente alla ricerca di Gendry, lo porta sull’isola, lo irretisce, gli prende il sangue e via così. La narrazione non è cambiata di una virgola, il senso della scena è sempre lo stesso, cambia solo che nei libri c’è un personaggio secondario in più che probabilmente non rivedremo mentre nella serie cercano, come al solito, di utilizzare quel che già si ha. Non è un problema la tempistica degli spostamenti perché è un punto chiave (serve sangue di re che ancora non sia di Shireen) ma non è così importante da chi viene preso. La scena anzi anticipa due cose: l’odio di Arya per la fratellanza, che lei ritiene corrotta, e le parole di Melisandre, che ci dicono che Arya è destinata a chiudere molti altri occhi e a ricontrarla. Motivo per cui sappiamo già ora che nella 8a stagione una scena simile ci dovrà essere, e lo spettatore ha degli indizi in più.

11. Le nozze rosse

Questo è un punto importantissimo, val la pena discutere alcuni dei cambiamenti. Di Talisa ho già parlato abbastanza, il suo personaggio cartaceo, Jeyne Westerling, non era così indispensabile. Nei libri Jeyne rimane al sicuro mentre nella serie Talisa, incinta, viene sventrata e uccisa insieme a Robb. L’aumento di violenza è congeniale al tipo di mondo che si vuole comunicare, in completo accordo con quanto già scriveva Martin di suo ma potenziato ulteriormente. D’altra parte avremmo avuto una scena meno consistente e una regina viva ma inutile come nei libri.

Nei libri muoiono inoltre Piccolo Jon, Dacey Mormont e Wendel Manderly i quali sono rispettivamente membri di alcune delle casate che rivedremo solo nella 6/7a stagione. Nei libri si dà molto peso a queste famiglie del nord, addirittura ci saranno interi capitoli dedicati a Davos che cerca l’appoggio dei Manderly anche se il tutto risulterà molto un girovagare a vuoto fine a se stesso. Nella serie invece sappiamo che grande Jon è stato catturato (che fine abbia fatto ancora non si sa però) e, mancando quei personaggi secondari dei libri, sono stati sostituiti dalla scena di Talisa. Inoltre viene apportato un piccolo grande cambiamento: nei libri Catelyn prende in ostaggio il figlio “scemo” di Lord Walder e gli taglia la gola, nella serie prende in ostaggio la sua ultima moglie. Forse hanno ritenuto che prendersela con i diversamente abili fosse sbagliato persino per questa serie? O c’è dell’altro? A dire il vero non lo so, non ho informazioni su questo ma credo proprio che le due scene siano equivalenti perché entrambe permettono di far dire a Walder che in un caso si risposerà come se nulla fosse, e nell’altro che quel figlio non è nessuno di rilevante per lui, e lo abbiamo già visto in numerose scene come tratta i propri figli.

Una cosa che invece è andata perduta è la versione dei Frey presente nei libri in cui si romanza il tutto facendo passare Robb per un mostro che assassina inutilmente il figlio down di Walder. Questo è invece un dialogo molto utile che avrebbe fatto piacere sentire magari nella sesta stagione, e che purtroppo si è perso.

12. Yara e Balon

Nei libri Balon muore prima di Robb, fuori campo. Verremo solo in seguito a scoprire, nel quarto libro, cosa gli è successo (in maniera ambigua). In realtà non farlo morire nella serie fa perdere un pezzetto piuttosto importante su Melisandre: lei aveva promesso la morte di Robb, di Joffrey, e di Balon, gli usurpatori. Quando morirà Robb Davos, stizzito per quel successo, risponderà “Due non è tre”. La cosa rimarrà in stallo fino alla morte di Joffrey, che darà poi il completo sostegno di Stannis a Melisandre per intervenire nel continente, e partire per difendere la barriera. Nella serie l’intervento è giustificato solo dal senso del dovere di Stannis, che è comunque pochino se si mettono sul piatto della bilancia tutti gli altri suoi problemi. Nei libri ha una spinta ideologica in più data dalla fede e che qui purtroppo si perde.

Yara (Asha) nei libri racconta di aver visto il cadavere di Theon a Grande Inverno, nella serie invece viene stuzzicata da Ramsay a intervenire. Nei libri si dimostra piuttosto statica e poco utile, nella serie viene elevato il suo personaggio ad amazzone e donna forte. In realtà anche nella serie il tentativo di liberazione, pur aggiungendo pathos, è piuttosto inutile e non porta a raggiungere l’obiettivo. Anzi, lei vedendo Theon ridotto così cambierà idea su di lui provando ribrezzo. Considerata la sesta stagione, e considerata la mancanza del sesto libro, difficile capire se questo cambiamento sia più o meno utile a qualcosa in particolare.

13. Samwell Tarly

Ci sono dei piccolissimi cambiamenti per quanto riguarda Sam e Gilly, uno di questi riguarda quel grosso confratello (piccolo Paul) che lo trasporta oltre la barriera e che poi diventerà uno zombie. Non apporta nulla di concreto. Un altro cambiamento riguarda Manifredde (che dovrebbe essere Benjen anche se Martin aveva smentito la cosa) che riporta Sam alla barriera, e il Portale delle Tenebre, che è uno strano elemento fantasy presente nella barriera che permette solo ad alcune persone di passare (Manifredde ad esempio non può). Curioso, non viene praticamente più citato, per cui sono dell’idea che non sia così essenziale, e difatti è stato tolto nella serie.

In conclusione, la Terza Stagione apporta piccoli cambiamenti, talmente piccoli da essere pienamente nella norma dell’adattamento da medium a medium. Volersi impuntare sull’utilità di Jeyne Westerling lo trovo sinceramente ridicolo, non capire l’intento della serie ancora di più. Si cerca di acuire alcune dinamiche (violenza in primis), a volte si perde qualche informazione (Nancy, Stannis e Melisandre) ma per lo più come si può vedere la storia c’è, e procede bene. Non sempre più informazioni sono meglio, specie per un pubblico di spettatori che risponde anche ad esigenze diverse: stare seduto per un’ora a seguire un episodio, ad esempio, ricordarsi dei nomi associandoli a un volto (e quindi, ricordarsi poco di nomi secondari visti per pochi secondi), e così via

14. Lady Stoneheart

Questo è invece un punto presente nel libro ma non nella serie, perché è stato tolto. Catelyn grazie al sacrificio di Lord Beric Dondarrion torna a vivere come un cadavere ma è molto più vendicativa e bastarda. Nei libri l’ultimo punto di vista di Jaime termina con Brienne che, per aver salva la vita, lo porta al cospetto di Catelyn per essere giustiziato. Non si sa altro. Dubito sinceramente che Jaime possa morire così e in maniera così annunciata, tantomeno Brienne. Siccome non è ancora uscito il sesto libro è difficile capire se questo possa essere un miglioramento o meno ma bisogna porsi dalla prospettiva degli showrunner: un prodotto filmico deve utilizzare elementi concentrati utili, il più possibile chiari a tutti. Nei libri sono presenti un’infinità di dettagli, da Daenerys che viene vista perdere un sandalo a dorso di Drogon a Davos che conta le oscillazioni di un lampadario. Sono inserite per dare un contesto maturo, variegato e realistico fatto di minuzie, e nei libri funziona, in una serie sarebbe solo un perdersi in quisquilie perfettamente inutili con grande perdita di tempo a schermo. Questi due elementi mi fanno propendere per una teoria, e sarà il tempo a darmi ragione: Stoneheart è stata inserita nei libri come diversivo e allungamento per tenere buoni i fan dopo le nozze rosse e sperare in una vendetta ma questa non ci sarà, o sarà compiuta da Arya. O Catelyn la aiuterà morendo, o è probabile, come tradizione da trono, che muoia in una maniera blanda per qualche sciocchezza. Se gli showrunner non hanno inserito questo personaggio e queste scene è perché nei libri non portava a niente di concreto o significativo, o lo faceva con un giro assurdo che ci hanno risparmiato. Tutte le altre scene significative sono state inserite, migliorate o parzialmente modificate, dubito che si sarebbero privati di un nozze rosse 2.0 o di un Hold the door se questa scena fosse stata tale. Però, ancora una volta, sono supposizioni.

E’ bene non eleggere mai un “vincitore” in queste diatribe, sebbene anche io parli di miglioramenti mi riferisco sempre a quelli nell’ambito cinematografico: un libro funziona bene così, una serie non funziona come un libro, ergo è un miglioramento limare alcune cose o toglierne altre.

Stagione 1

Stagione 2

Stagione 4

Stagione 5

Stagione 6

Stagione 7

Stagione 8