Analisi critica: Harry Potter (Romanzi + Film)

Non si può aver vissuto gli ultimi vent’anni senza aver mai letto un libro di Harry Potter, senza esser mai incappati in un film in tv o senza mai aver avuto a che fare con qualche fan sfegatato che girasse con ciondoli, bacchette, cianfrusaglie varie legate al fenomeno che è diventato un vero e proprio culto mondiale. La mia esperienza con HP nasce con mia madre che cercava di convincermi a leggermelo ma, sarà che ero piccoletto, arrivavo sempre alla prima parte in cui parlava un po’ degli zii e poi mi annoiavo a morte.

<< Dai, guarda che poi migliora! >>

Ma niente, mai proseguito. Poi fu la volta del primo film. Mi ricordo direttamente catapultato in sala, non avevo aspettative né niente, ancora non lo conoscevo. E in effetti, quel piccolo maghetto mi aveva sorpreso parecchio direi. C’era qualcosa di geniale in quella storia che sul momento non riuscii a cogliere. Anche la seconda pellicola mi stupì al cinema e da lì divenne un appuntamento praticamente costante, cominciai ad appassionarmi alla storia e, siccome le varie professoresse delle scuole medie chiedevano sempre di leggere dei libri durante le vacanze, cominciai a leggere quelli. A partire dal terzo, però, perché i primi due film me li ero già spoilerati e non avrebbe avuto granché senso per me. E quel “primo” terzo volume mi piacque parecchio, pure più dei precedenti. C’era un qualcosa in quella struttura narrativa, in quella formula dell’autrice che un po’ come One Piece riusciva a catturarti in un mondo magico molto peculiare. Ora sono maturato, ho riguardato i film e studiato manuali sull’argomento, che sia venuto il momento di spenderci due parole sopra? Ci proverò, sempre ricordando che essendo un mondo enorme, ed avendo un sacco di dettagli, sicuramente non potrò occuparmi di tutto tutto, la mia sarà una rapida occhiata alle cose più importanti che non è possibile ignorare. Inoltre ricordo ai miei aficionados che da me non vedrete mai fazionismi di sorta: a me piace descrivere con una certa obiettività tutto ciò di cui parlo, anche le cose che apprezzo oltremodo. Per cui vi dico già subito che farò notare anche dei difetti – giacché opere esenti non ne esistono. Detto questo, spero di riuscire a scrivere un’analisi degna e approfondita. Comincio subito perché materiale ce n’è in abbondanza.

1. Harry Potter e la Pietra Filosofale

Il primo libro è quello della genesi, della scoperta di questo mondo di maghi che ci viene rivelato, di alcuni dei suoi personaggi e dei suoi misteri. Vediamo alcuni degli elementi caratterizzanti: Harry è un orfano. La storia parte così in modo molto classico: bambino alla Dickens senza genitori per il quale è più facile empatizzare. Come personaggio nella sua prima avventura lo vediamo muovere i primi passi, non si può dire che sia un elemento complesso ma svolge il suo dovere affiancando noi lettori/spettatori alla scoperta di questo mondo. Harry è sostanzialmente una tabula rasa che poco per volta, come noi, viene a conoscenza di questo mondo magico. A lui si affiancano Ron, l’amico con alle spalle una famiglia di quelle sicuramente mago-cattoliche, ed Hermione, l’elemento intelligente del gruppo, quello che provvede alle magie in maniera seria. Nel primo libro/film i personaggi sono leggermente degli stereotipi ma è perdonabile perché avranno ancora altre avventure per crescere e maturare e la storia è tutto sommato destinata a bambini e ragazzi.

Il mondo e l’ambientazione magici sono invece una delle parti migliori dell’opera, secondo me. Perché la magia non ci viene solo sbattuta in faccia come qualcosa di inaccessibile, strano o inarrivabile ma come un elemento fantastico e ingegnoso unito alla vita di tutti i giorni. Hagrid batte col suo ombrello su dei mattoni e questo crea un passaggio nuovo per un altro mondo che è letteralmente il nostro mondo ma con elementi che prima erano celati ai nostri occhi. Durante tutte le avventure verremo a scoprire di strumenti particolari che servono ad esempio ad agire sulla memoria o sulla vista delle persone chiamate “Babbane” per allontanarle, un po’ come si farebbe con gli animali: non li uccidi né li punisci, cerchi di allontanarli per quieto vivere. Così Hogwarts esiste veramente in questo mondo ma non è qualcosa di accessibile senza la magia. E noi, con Harry, siamo iniziati a questo mondo per cui la magia ce l’abbiamo, è una sorta di base segreta accessibile solo a noi. Così Harry vedrà Hogwarts, la scuola di magia: un rifugio dalla vita quotidiana permeata dalle malefatte degli zii ai suoi danni. La scuola altro non è che un campo vacanze divertente in cui poter essere se stessi, liberi dai condizionamenti della società o, per meglio dire, di una società, la nostra, che a conti fatti risulta essere più incomprensibile di quella magica, così semplice e pura.

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Il mondo fantastico inoltre è ricreato a partire dalle piccolezze, quelle minuziosità che mi piace tantissimo far notare: nel mondo dei maghi la magia non viene solo usata per incantesimi d’attacco o di difesa ma per le azioni quotidiane e addirittura per i dolciumi. Caramelle tutti i gusti +1, zuccotti di zucca, calderoni, bacchette di liquirizia, cioccorane con figurine dei maghi famosi, è esattamente la replica di un mondo consumistico e attento ai bisogni collezionistici dei più giovani ma con in mezzo i maghi. Mi piace che non ci siano solo stranezze in questo mondo ma elementi a noi noti (cioccolato, figurine) traslati alla magia (le rane di cioccolata che però sono incantate e puoi perdertele per disattenzione).

La magia assume connotati propri di un personaggio in Harry Potter perché attraverso luoghi, incantesimi, dolcetti e creature si percepirà come l’autrice intenda il senso del magico: è una forza che può fare del bene, la puoi usare per i cioccolatini o per i filtri d’amore, ma è anche una forza pericolosa che va controllata e il mago è misura di tutte le cose. Le creature sono pacifiche ma anche ostili, qualcuna neutrale. E’ un mondo non solo presentato come strano, bizzarro o tutto da scoprire ma con anche dei chiaroscuri maturi fin da subito.

Veniamo infatti a sapere di Tu-Sai-Chi, il più potente dei maghi malvagi ormai sconfitto, ma il cui nome ancora fa paura pronunciare, e come spiegherà l’autrice, attraverso Hermione, aver paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa. Un meccanismo psicologico sopraffino che da ora in poi ci illustrerà parte delle inclinazioni di alcuni personaggi: chi non osa pronunciarlo, chi come Harry lo sfida apertamente pronunciandolo, chi ritiene stupido chi lo pronuncia e così via, dando ulteriore caratterizzazione ai personaggi attraverso le parole.

Altro elemento che diventerà poi imprescindibile per la saga è quel senso di mistero, sempre legato alle stranezze della magia, con connotati talvolta lugubri, più dark, quasi da Thriller. Il mistero è presente in ogni libro perché ci “costringe” a leggere fino alla fine per scoprire “il colpevole” o i mezzi con cui fa quel che fa. Elementi presi dal giallo, dalle detective story ma fuse sempre con quell’altro elemento magico. Nella prima avventura il mistero è legato a uno strumento magico celeberrimo, la famosa pietra filosofale della tradizione alchemica secondo cui, usando la stessa, sarebbe stato possibile tramutare i metalli in oro e procurarsi l’elisir di lunga vita. “Pietra filosofale” è anche a volte usato come antonomasia per riferirsi allo strumento magico supremo che permette la risoluzione di un problema. La ricerca di questa pietra è molto legata agli errori di un bonario Hagrid che parla sempre troppo, o alle prodigiose ricerche dei tre ragazzi grazie al mantello dell’invisibilità, il potere che Harry acquista a Natale e che servirà praticamente ad ogni avventura per scoprire questo mondo, i suoi abitanti, i dialoghi nascosti e segreti che altrimenti non ci sarebbero permesso ascoltare. Harry più che un personaggio attivo è un personaggio passivo: ascolta, guarda, cerca di mettere i pezzi al loro posto e poi agisce, aiutato dai propri amici.

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Sempre sul piano dei divertimenti l’autrice tira fuori persino uno sport magico, come sarebbe perfettamente lecito aspettarsi: il Quidditch. E’ molto intelligente perché sfrutta la scopa, che in realtà vediamo pochissimo come mezzo di locomozione e che probabilmente i maghi vedono come obsoleta potendo smaterializzarsi, come una sorta di equino per giocare a pallamano. Con in più dei bolidi che ostacolano i giocatori e ruoli ben definiti dei giocatori: portieri, difensori, cercatori. In sostanza sono tutte queste piccolezze a dare profondità e spessore al magico mondo di Harry Potter, più che la storia di formazione in sé.

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Mi è piaciuto moltissimo anche il confronto finale perché in larga parte riutilizzava tutti i cliché dei film d’azione ma in maniera accademicamente corretta. Ogni professore ha predisposto un meccanismo di difesa per proteggere la pietra, così sembra quasi che questo sia un ultimo potente esame: la pianta del diavolo è sconfitta dalle conoscenze di Hermione, gli scacchi trasmutati sono sconfitti dall’unica abilità che sembra possedere Ron: la strategia. Altri enigmi, come quello di pozioni e quello del troll già abbattuto, non fanno che reiterare quanto già visto, Harry passa quest’ultimo esame per arrivare poi al confronto finale. Sarà il personaggio di Albus Silente, una sorta di mago merlino modernizzato dato che ricalca appieno la figura classica del mago-stregone, a sciogliere alcuni degli enigmi sulle protezioni di cui dispone Harry. Anche il personaggio di Silente è “magico” come lo intende la Rowling: forte, presentato come il mago più sapiente e potente ma anche “infantile” in accezione positiva, una persona curiosa delle piccole cose come le tutti i gusti +1, incline allo scherzo, alla facezia. Albus Silente è un personaggio carismatico e sfaccettato, avremo modo di discuterne tanto quanto, e pure più, dello stesso Harry. Se Silente, più di Harry, rappresenta la magia buona, Voldemort rappresenta invece la parte cattiva: è curioso solo di quegli elementi che gli conferiscono potere, non gli interessano i dolciumi o le stranezze. E in questo secondo me l’autrice dice già moltissimo, ci sta invitando a godere delle minuzie della vita, a essere sapienti non per avere un maglio con cui colpire gli altri ma per avere più risorse, per essere utili agli altri e a noi stessi.

2. Harry Potter e la Camera dei Segreti 

La seconda avventura si ritrova a dover gestire una buona eredità e a continuare la storia complessiva dei personaggi. Questa volta conosciamo meglio i genitori di Ron il cui padre lavora al Ministero della Magia, altro elemento modernizzatore che ci pone i maghi in una prospettiva moderna: non più come vecchi barbogi incartapecoriti nei loro lunghi abiti dalle larghe maniche ma come persone normali, con un sistema democratico e politico come il nostro, burocratico e pieno di leggi sull’uso della magia.

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Il mistero questa volta è affidato non ad un topos o a un artefatto leggendario ma a un’ambientazione inventata ex novo facente parte di Hogwarts, ovvero una presunta camera di uno dei fondatori sorvegliata da un silente guardiano. Le informazioni sono poche e scarsamente dettagliate, non si sa neanche se esista veramente questa stanza. A ben vedere è uno di quei punti in cui l’opera scopre un po’ il fianco: si parla di un ambiente importante nella scuola; avete tra di voi maghi eccelsi, e non esiste una sola magia in grado di rintracciare questo famoso mostro, neanche quando muoiono dei ragazzi?

Insomma, usare la magia in un racconto è sempre pericolosissimo perché è fondamentalmente un deus ex machina, puoi farci tutto e il contrario di tutto. La Rowling si spende molto a ribadirci che ci sono leggi restrittive sulla magia, ad esempio per perseguire penalmente chi utilizza le maledizioni, o per l’impossibilità di trasmutare acqua, cibo e oro. Sono regole che in qualche modo ne limitano la portata ma è sempre qualcosa di poco definito. Perché mai questa stanza, che alla fine esiste, non viene scoperta? E’ protetta da un qualche tipo di magia? E’ lecito pensarlo, tuttavia appare come un buco narrativo mai veramente spiegato. Insomma, mi ritrovo incantesimi di protezione o magia oscura a difesa di un luogo del quale non conosco l’interno. Stanno morendo studenti. Che dici, due professori a controllare ce li mandi? Eh signora mia, i tagli all’istruzione. Ok, va bene.

Scherzi a parte, questa mia critica non è per smorzare l’entusiasmo di chi mi ha letto fin qui ma per far notare che usare strumenti “potenti” ti sottopone sempre a qualche discorso illogico, forzato o che sotto qualche aspetto non potrai mai spiegare, e non sarà l’unico nelle varie opere. Tutto sommato non lo vedo come un difetto, abbiamo visto che è un mondo fatto di maghi “normali” che, cioè, usano sì la magia ma essa non è così potente o non è usata in maniera onnipotente da tutti i maghi. Ergo per cui è anche logico che Albus non si preoccupi di controllare un ambiente sconfinato e pieno di stranezze come Hogwarts.

Vengono anche presentati i duelli magici che non nascondono chissà che peculiarità come il Quidditch ma sono interessanti per arrivare ad alcuni snodi: lo scontro con Draco e la scoperta del serpentese di Harry, ribadito per esigenze narrative.

Infatti il Basilisco, a protezione della Camera, è un serpente ed Harry è l’unico capace di decifrare ciò che dice. Mi piace come sia stata resa la cosa perché, verrà detto,

neanche tra i maghi sentire le voci è una cosa positiva“,

limitando la portata del fatto a qualcosa di parecchio strano anche per i maghi. La cosa verrà poi chiarita: non sono “voci” incorporee ma semplicemente un linguaggio che nessuno tranne Harry capiva. Trovo sempre estremamente intelligente giocare sulle informazioni date o meno ai lettori/spettatori arrivando a costruire veri e propri enigmi. Anche di Fanny la fenice ci verrà detto delle proprietà curative delle lacrime o della capacità di trasportare un enorme peso, quasi come una “garanzia” per tutelarsi dall’eccesso di aiuti che Harry si vedrà arrivare al confronto finale. La Rowling però ha studiato bene per il compito: se vuoi evitare una situazione eccessivamente forzata ti basta preannunciare prima alcune delle capacità degli elementi che metti in gioco, così la Fenice, così la spada di Godric Grifondoro. Anche la bacchetta rotta di Ron, vista per tutta la durata della seconda avventura, altro non è che un pezzo del puzzle utile a risolvere un altro snodo narrativo, quello di Gilderoy.

Il confronto finale ha poi elementi che lo rendono simile al primo confronto e altri che lo diversificano parecchio. Innanzitutto viene eliminata per un po’ Hermione: troppo intelligente, ci sarebbe arrivata subito a certe cose. Così ad affiancare Harry per gran parte del finale sarà solo Ron con la sua paura dei ragni. Ron però non parteciperà alla battaglia contro il Basilisco perché è troppo pericoloso per lui, e Voldemort ancora privo di corpo non può ancora agire, così viene anticipato uno degli oggetti che sarà protagonista della parte finale di quest’opera monumentale: il diario contenente una parte di Voldemort, capace di agire entro certi limiti.

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Il finale è molto più intrigante del primo e mi sembra ci sia una catarsi e un senso di riscatto presenti in poche altre seguenti avventure. Viene liberato Dobby l’elfo domestico con un trucchetto che, metaforicamente, riallaccia un paio di trame: il misterioso diario che Lucius sembra aggiungere ai libri di Ginny (azione sottolineata dalla frase “i libri sembrano più pesanti!”) e il fatto che per liberare un elfo domestico il padrone debba regalargli un indumento. Harry restituisce il diario a Lucius ma riprenderselo causerebbe forti sospetti, così lo regala a Dobby come se fosse spazzatura. In quello stesso diario regalato Harry ha inserito un indumento, un calzino. Questo libera Dobby e fa infuriare Malfoy che tenterà in preda all’ira di ucciderlo ma verrà difeso dall’elfo appena liberato. Un finale molto intelligente, lieto, dove i buoni sono liberi e perdonati, i cattivi morti o umiliati. Un finale che non può non lasciare un grande enorme sorriso sulla bocca dei lettori/spettatori.

3. Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban

Il prigioniero di Azkaban è il primo romanzo che abbia effettivamente letto di HP, per i motivi già spiegati: mi ero spoilerato i primi due con i film. Mi sembra di poter dire che da questo terzo libro si inizi veramente ad alzare l’asticella, specie per quanto concerne il mistero. Se la pietra filosofale e il mistero ad essa legato era costruito in maniera molto semplice, con una risoluzione anch’essa molto semplice, e la camera dei segreti seguiva a ruota, il mistero del terzo libro è molto più complesso ed elaborato e vorrei cominciare a parlarne da qui.

Ci sono un gruppo di amici: Il padre di Harry, l’amico Sirius, l’amico Remus e l’amico Peter Minus. Uno di loro diventa Lupo Mannaro involontariamente e gli amici soffrono con lui quando è costretto a trasformarsi nelle notti di luna piena. Così, per supportarlo psicologicamente diventano tutti animaghi: maghi capaci di trasformarsi in un tipo di animale solo. Il padre di Harry poteva trasformarsi in un Cervo, da qui il soprannome “Ramoso”, Sirius in un grande cane nero, da qui “Felpato” e Peter Minus in un topo, da cui “Codaliscia”. Viene anche spiegato un dettaglio aggiuntivo: le trasformazioni non erano casuali ma in qualche modo correlate tra loro, lavorando in sinergia riuscivano a bloccare il Platano Picchiatore, un albero magico già visto nei primi due film, e ad entrare in un rifugio segreto. Si scopre che il Platano picchiatore, prima solo un elemento strano e di disturbo, aveva uno scopo, ed era un nobile scopo: allontanare chiunque da quel luogo per permettere a Remus di trasformarsi e di non essere un pericolo per gli altri studenti.

Insomma, assistiamo ad una eccellente commistione di flashback, novità su personaggi secondari, sentimenti, legami di amicizia che si riflettono nel presente su Harry.

Sirius Black è un elemento positivo ma per tutta la storia ci fa credere di essere un assassino, e questo grazie ad un altro twist molto interessante: pare che Sirius abbia ucciso il fedele amico del padre di Harry a sangue freddo, lasciando di lui solo un mignolo fumante! La cosa viene poi risolta ribaltando i ruoli, il traditore non fu Sirius ma Peter che, con la sua capacità di trasformarsi in topo, si privò di un dito per poi scomparire per sempre dato per morto, nascondendosi così presso la casa di Ron sotto il nome di Crosta. Viene anche ribadito, a inizio volume, che Crosta aveva un dito in meno, una di quelle cose che si leggono di sfuggita pensando solo che sia normale per un topo vecchio, per poi mettere insieme tutti i pezzi: un topo che vive a lungo, senza un dito, un animago capace di trasformarsi in topo, et voilà, un altro bel mistero sapientemente orchestrato. Mi piace tantissimo come la Rowling sia riuscita a costruire l’intreccio del terzo libro senza mai apparire indigesta o inutilmente prolissa. Le nozioni sono essenziali ma sono sapientemente mixate e dissimulate per darti il piacere di una scoperta. Siamo su un livello ben superiore ai precedenti.

Per il resto il libro non mi pare che apporti significativi cambiamenti ai personaggi o al mondo magico, il fulcro è essenzialmente questo grande mistero di Sirius e Lupin. Harry riceve un nuovo manufatto magico -la mappa del malandrino- che ancora una volta potremmo chiamare “passivo” come il mantello dell’invisibilità. Non è qualcosa che gli conferisce un potere, è qualcosa che gli conferisce un sapere. La mappa del malandrino gli consente di spostarsi in tutta sicurezza e di sapere in anticipo chi incontrerà e dove. Al protagonista non vengono dati nuovi incantesimi (cioè quello sì ma non incide troppo come in uno shonen manga), al più gli vengono attribuite conoscenze di quel mondo.

Il finale a modo suo è intelligente, ci trasporta in un viaggio nel tempo e, siccome nel libro prima Hermione era invalida, stavolta si fa a cambio ed Harry procede senza Ron per salvare la vita a Fierobecco, l’ippogrifo. Il gioco di prospettive è carino perché essenzialmente ha la stessa formula dei misteri: elementi che all’inizio non siamo in grado di leggere e inquadrare in un discorso più ampio. Infine, rilettura degli stessi elementi da un’altra angolazione con conseguente comprensione del testo: il sassolino per chiamare l’attenzione, l’ululato, il Patronus. Che si vada in un senso o nell’altro c’è sempre qualche antagonista o qualche problema da risolvere.

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Per quanto concerne le differenze da libro a film, invece mi dispiace moltissimo che si sia perso tutto il pezzo sul gruppo dei malandrini. La stessa mappa non si capisce chi l’abbia creata e perché, Harry sembra già sapere i nomi “felpato, ramoso, codaliscia” ma non mi pare gli venga spiegato dettagliatamente. E’ un gran peccato perdere un elemento così interessante ma ne comprendo i motivi, purtroppo.

4. Harry Potter e il Calice di Fuoco

Con il quarto libro/film si assiste ad una vera e propria svolta: l’antagonista, che era assente nel romanzo precedente, acquista un nuovo corpo con cui minacciare di nuovo il mondo dei maghi. Il romanzo è molto più corposo dei precedenti e a ragione: ci viene innanzitutto spiegato qualcosa sui Riddle, con un preambolo poi vediamo che Codaliscia, scappato, è tornato dal suo padrone per paura. In questa avventura il mistero è costruito intorno a un torneo nonostante il titolo richiami il calice che per lo più vedremo in poche scene per poi non riprenderlo più. Al calice magico spetta decidere chi potrà partecipare al torneo tremaghi tra scuole di magia differenti e dopo aver estratto i tre candidati salterà fuori anche il nome di Harry. Ora, fermo la mia analisi per parlare di una cosa su cui in genere i fan spaccano le palle senza motivo.

Nei libri la scena appare così:

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Nel film così:

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E tutti quanti si incazzano per sta cosa, non ho ancora capito perché. Nei libri la scena originale è con Silente che chiede “calmamente, in maniera calma”, non è detto che lui sia calmo, può anche essere solo una facciata. Si può anche chiedere con calma ma nervosamente qualcosa o celando disappunto. Nel film viene ribadito, con la rabbia di Silente, che è successo qualcosa che NON doveva succedere. In tal senso il libro non comunica lo sbaglio che Harry avrebbe commesso mettendo il suo nome, il film lo sottolinea per far comprendere la situazione allo spettatore. Ci è stato detto che gli studenti più piccoli non possono, che il calice usa la magia per bloccare i nomi, e lo vediamo con Fred e George, ma magari Harry lo ha fatto e ne è uscito indenne? No, la rabbia di Silente sta proprio a significare che anche vista così è sbagliata la situazione e non lo fa “dicendolo” ma facendotelo capire dalle espressioni e dai comportamenti per economia del film.

Tornando a noi, il torneo tremaghi è una tradizione antica che mi piace, un po’ come olimpiadi magiche tra scuole (ma solo tre scuole?!) che si sfidano. Come torneo per ragazzi mi sembra piuttosto pericoloso e, per quanto interessante, trovo curioso non si tutelino gli studenti, ma alla fine risulta tutto molto divertente con le varie prove. Ce n’è addirittura una con una sfinge che pone un indovinello, una scena che ci tenevo tantissimo a vedere nei film ma che purtroppo è stata tagliata del tutto. Le prove sono quasi Proppiane, l’eroe deve farsi strada tra nemici ostili e indovinelli acquisendo manufatti magici per proseguire la propria avventura e ottenere l’oggetto desiderato. Quel che non mi è piaciuto è stato vedere, almeno nei film, come abbiano realizzato quel che sarebbe dovuto essere un triangolo amoroso. Diciamolo sinceramente, in tutta onestà: leggete HP se vi piace la magia o l’avventura ma se volete storie d’amore ben costruite guardate proprio altrove. Né i film né i romanzi sono capaci minimamente di ricreare scene interessanti, romantiche o in qualche modo poetiche e la cosa mi stupisce tantissimo essendo l’autrice una donna. In genere tendo ad aspettarmi bei duelli dai maschi e belle storie melense dalle donne. Mi stupisce che qui invece ci sia una storia bellissima, un fantastico intreccio e qualche bel duello, ma storie amorose blande ed effimere costruite malaccio. Non è chissà che problema però siamo ben distanti da una narrazione perfetta che comprenda di tutto un po’.

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Tralasciando questo fatto, il mistero è ancora una volta ben costruito intorno al nuovo professore Malocchio Moody e al figlio del Giudice che cerca vendetta e che si trasforma in lui. Un nuovo mezzo magico si fa strada ed è il Pensatoio, altro elemento che ci fornisce dei flashback “reali” inserendo i ricordi che andremo a visionare, come dei dvd magici. Si può vivere il ricordo da fantasmi, perché giustamente noi non eravamo là al momento, ed è un concetto molto profondo.

Il confronto finale è pazzesco, vediamo per la prima volta Voldemort in persona risorto grazie a un artificio oscuro. Ora Harry non è più protetto e Voldemort può toccarlo e ferirlo, la narrazione qui è intelligente: ha allontanato Voldemort per dare ai primi libri un tocco magico, fiabesco, per non gravare troppo sul mondo magico, e ora che è ritornato lo fa grazie al sangue che contiene l’incantesimo di protezione del nemico, risultandone così immune. Questo sì che è concatenare bene i fatti senza scadere in troppe forzature. Per di più muore un ragazzo, Cedric, che è il classico fighetto che tutti a scuola abbiamo odiato, e che anche Harry probabilmente vorrebbe veder morto visto che si strombazza Cho, la ragazza cinese che gli piace. Anche se poi si torna ai cliché già visti e stravisti in cui il personaggio scomodo viene ammazzato per liberare la fanciulla ma Harry lo piange, si sente in colpa, non si propone anche potendo. Terminando il tutto in una sorta di nulla di fatto confuso e irritante per quanto riguarda i temi sentimentali. Sul lato politico invece la morte del ragazzo dovrebbe essere monito d’avvertimento per il ritorno del nemico ma la cosa viene insabbiata dal ministero e dal ministro che stenta ad accettare la cosa. Anche qui, sembra strano che non esista uno strumento magico per capire cosa sia veramente successo in un dato luogo, trattando la cosa non più da maghi ma da babbani. Insomma, ci vengono presentati alcuni aspetti di questo mondo ma chiaramente non tutti e questo, lo capisco bene, per esigenze narrative. Altrimenti concludiamo che con la magia possiamo tutto e finiamo il libro in due pagine.

Il Calice di Fuoco non alza di troppo l’asticella come faceva il Prigioniero di Azkaban ma sicuramente oscura molto di più i toni, l’andamento generale diventa molto più dark, segno che il ragazzo sta cominciando a crescere e insieme a lui i primi amori e dissapori, i primi veri nemici, i primi problemi seri.

5. Harry Potter e l’Ordine della Fenice

Taglio già la testa al toro dicendo che per me questo è stato il libro/film della saga meno ispirato e in generale molto più lento, vediamo perché:

La struttura è essenzialmente di transizione, per Harry dalla fase di ragazzo alla fase d’uomo, per i maghi da una fase di pace a una di guerra, per noi lettori da una dimensione più concitata e scolastica a una politicizzata in cui il Ministero della Magia cerca di nascondere, di insabbiare la cosa, non ci crede. C’entra anche la propaganda, il modo di vedere gli eroi da una parte e dall’altra, il modo, assolutamente umano, con cui si descrivono fatti e aneddoti, addirittura le prime cause in tribunale. In realtà la quinta avventura è matura però rompe un po’ con la tradizione. Anche il mistero in questione è qualcosa di banaluccio, mentre prima avevamo mostri, manufatti magici e lupi mannari, ora abbiamo Harry che fa un sogno, forse collegato con Voldemort in cui sembra morire il padre di Ron e solo alla fine scopre cosa succeda veramente: era un mezzo per controllare Harry e indurlo a fare qualcosa. Insomma, molto sottotono. La questione scolastica cerca di essere classica presentando un professore di quelli odiosi (in effetti per essere una scuola Hogwarts non aveva o quasi insegnanti bastardi) che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita. La Umbridge nasce SOLO ed esclusivamente per farsi odiare, non ci sono mezze misure ma non è un personaggio così interessante come ad esempio Gilderoy Allock, è monodimensionale in tal senso. Mentre lui era un codardo, non sappiamo perché lei sia così, perché faccia questo doppio gioco, è così e basta. Anche il suo epilogo è molto veloce e trascinato via, letteralmente.

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Il vero epilogo della trama si infittisce un po’ nel confronto al Ministero in uno spazio angusto che ci viene mostrato un po’ più nel dettaglio. Qui devo anticipare una cosa di cui volevo parlare nel finale: la Rowling è furba, ha capito come si intrattiene e ha capito che una delle regole principali per farlo è far interagire ad alcuni livelli i personaggi principali. Mi spiego meglio: una storia dove agiscono solo personaggi secondari e fanno cose di poco conto appare qualcosa di indefinito, di banale, in ultima istanza qualcosa di cui si potrebbe fare a meno. La storia ne risente e così la godibilità e soprattutto l’impressione che ci fa, far agire i personaggi principali ci permette di ricordarci meglio dei fatti: Harry uccide il basilisco nel secondo libro, Harry conosce Sirius e Remus nel terzo, nel quarto muore Cedric. E così via.

Il quinto libro, siccome ha un po’ di meno da offire rispetto a quelli già visti, sa che sul piatto della bilancia deve mettere qualcosa di valore per cui essere ricordato, e così farà anche il sesto libro con un altro personaggio. Sirius muore e questo darà motivo ad Harry di vendicarsi di Bellatrix, considerata il luogotenente di Voldemort e a lui fedelissima.

Anche per la profezia spenderei due parole. La parola “profezia” confesso che mi aveva dato l’illusione di qualcosa di eccezionale, una scoperta come la Torre della Gioia in Got, e invece mi è sembrata molto blanda, una non-scoperta o qualcosa di facilmente intuibile. Spesso i fan dei libri criticano il film dicendo che nel quinto romanzo la figura dell’eroe può essere interpretata anche a favore di Neville considerato che la profezia potrebbe anche parlare di lui, mentre nei film questo non viene detto. In realtà basta leggere un rigo dopo per vedere che Harry chiede questa cosa a Silente e gli viene risposto che solo Harry poteva essere il prescelto in quando predestinato da Voldemort stesso. E’ stato lui a sceglierlo, prima ancora che la profezia. Questa lettura non è poi tanto duplice, Harry è l’eroe e rimane tale, è solo una bella linea di dialogo che è stata tagliata per fare spazio.

Per il resto il libro è davvero pieno di dettagli sommariamente inutili che servono a ricreare il mondo vissuto: gli esami con tutte quelle votazioni-acronimo, Harry che vuole fare il prefetto e l’Auror ma non ha i voti necessari, Hermione che si batte per i diritti degli elfi, tutto molto bello ma che in sostanza non porta a niente, è “scena” potremmo dire. Proprio come tutta quella marea di dettagli negli ultimi libri del trono di spade che ti vengono rovesciati addosso per ribadire che stai vivendo un bel mondo fantastico ma che se non ci fossero stati l’avventura base non sarebbe stata intaccata minimamente.

In sostanza è pur sempre una buona avventura ma leggermente più lenta e meno ispirata delle precedenti.

6. Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Ho sempre reputato la sesta avventura di gran lunga superiore alla precedente ma comunque sottotono rispetto alle prime. Credo che in parte si possa ascrivere al fatto che l’infanzia, e così i giochi e gli sberleffi, sono finiti. I colori fulgidi lasciano il posto al grigio e al nero, i temi natalizi, familiari, di amicizia, lasciano il posto anche al lutto e alla responsabilità. Sebbene non tutte le avventure mi piacciano allo stesso modo devo comunque ammettere che nel complesso ogni cosa trova il suo posto in maniera sublime.

Il Principe Mezzosangue” ritorna per la prima parte a scuola facendoci immergere di nuovo nelle lezioni più che nella politica tra maghi e lo fa aggiungendovi un mistero: Harry deve preparare una pozione difficilissima e sarà un libro vecchio e logoro, appartenuto a questo fantomatico principe, ad aiutarlo a ottenere il premio. La Felix Felicis come molti altri manufatti magici è uno strumento pericoloso, viene da chiedersi come mai ad esempio Voldemort non la assuma per uccidere Harry, o perché i maghi non la assumano almeno una volta nella vita per fare tutti fortuna. Insomma, non mi perdo in queste illogicità perché comprendo il punto, comprendo che la storia vuole risultare interessante senza perdersi in dettagli (non sempre però!) ma lo faccio comunque notare perché stiamo sempre parlando di magia e di strumenti così potenti da poter essere usati da chiunque in qualunque momento, Harry Potter ci ha dimostrato di non essere solo una storia per bambini e ragazzi ma anche una storia molto coerente, matura.

Tolti questi piccoli dettagli la storia procede più che con il mistero del Principe, che alla fin fine sia nel libro che nel film ho trovato sinceramente buttato lì a casaccio, con il mistero degli Horcrux e la scoperta dell’invincibilità di Voldemort, oltre a una parte della storia della sua famiglia che purtroppo è andata perduta. Vediamo comunque la sua infanzia insieme ad un più giovane Albus e fa piacere vedere come siano nati alcuni rapporti tra i personaggi. Anche qui una piccola riflessione: Albus Silente a questo punto della storia dovrebbe essere già un potente mago. Non è mai riuscito, durante tutta la carriera scolastica di Tom, a leggergli la mente, a predire il suo futuro, non ha mai notato cose STRANE in Tom? Ci sono dei punti in cui sembra che abbia capito

<< C’è qualcosa che vuoi dirmi, Tom? >>

ma vengono completamente glissati. Non è chiaro se Silente sappia e speri in una redenzione, e questo getterebbe alcune ombre anche sulla sua moralità e sulla sua ignavia ad agire, o se Silente non sappia proprio, dimostrando così di non essere quel gran mago che credevamo. Del resto di Silente abbiamo visto molto poco: una scena al Ministero più che altro, che nei libri è persino più ridotta. Per il resto più che un potente mago pare essere un valido stratega, e spesso neanche quello. Alla fine della sesta avventura lo vedremo scagliare una tempesta di fiamme contro degli zombie e sarà praticamente la prima e unica esibizione di forza che vedremo. Del suo passato conosciamo qualcosa, sappiamo del duello con Grindelwald ma una cosa che non mi è tanto chiara per come è stato reso Silente è il suo vero animo e le sue capacità. Viene presentato come un anziano buono, sapiente, paziente, ma anche come uno stratega lucido capace di mandare un ragazzo al macello per poi pentirsene, sacrificarsi per Draco e ancora una volta apparire in sogno a Harry. E’ un personaggio sicuramente sfaccettato ma la sua gestione deve essere stata terribile per l’autrice, ed è un problema che si riscontra sempre con i personaggi troppo forti: se sono così forti come hanno fatto a lasciare che certe cose accadessero?

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E questo in effetti è un punto che a differenza dei precedenti non si può più di tanto lasciare in sospeso. Hai tutta una serie di strumenti magici che ti consentono di capire, di vedere, di leggere le persone e, posso capire che magari sia illegale, ma stiamo parlando di una persona che causerà morte e dannazione per gli anni a venire. Insomma, non facciamo niente? Non raduniamo qualche oggetto magico, prima di distruggerlo, capace di portarci indietro nel tempo, e finire la storia per sempre?

Comunque, a parte questo excursus su Silente, che è perfettamente sovrapponibile a tutti gli altri maghi delle storie considerati potenti (Gandalf, ad esempio) comprendo le esigenze narrative, faccio finta di niente e proseguo nella lettura. E la sesta avventura procede tutto sommato bene, a parte l’idea della pozione della fortuna ho apprezzato come questa sia stata non-usata su Ron come Effetto Placebo, ho trovato davvero ben fatto il personaggio di Lumacorno e le scene con Harry per cercare di accattivarsi l’un l’altro, e ho davvero apprezzato il pensatoio. La morte di Aragog porta qualche vantaggio a tutti, Hagrid si vede pochissimo (ma poi suo fratello nei film che fine fa?!), e a Quidditch vediamo Ron che, stranamente, fino ad allora non avevamo mai visto.

C’è un altro mistero da svelare e questo aggiunge sicuramente punti alla trama: la moralità di Draco, quella di Piton e i loro ruoli. Rimane da capire chi sia buono, chi un traditore, e cosa stiano cercando di fare entrambi, per poi arrivare ad un finale al quale si deve stare molto attenti e che sarà rivalutato nell’ultima avventura: Draco non riesce a uccidere Silente, Piton gli sottrae la bacchetta e lo uccide. Silente lo supplica e Piton senza pietà infiligge il colpo. Questa scena sarà importantissima successivamente. Analizzando nel complesso il finale si vede l’ultimo baluardo del “bene” ucciso, Hogwarts sconfitta e distrutta nella scena di Bellatrix che spacca i piatti delle 4 grandi tavole che abbiamo imparato a riconoscere e amare. I mangiamorte fanno il bello e il cattivo tempo in un luogo di culto per noi lettori/spettatori, è il segno che il male sta vincendo sul bene e che qualcosa deve essere fatto per porvi rimedio. La scena del funerale di Silente, poi, è il fiore all’occhiello di questo discorso: bacchette in alto come fossero fucili, una tomba bianca a significarne la purezza. Il finale della sesta avventura serve da preambolo all’ultima: sono finiti i giochi, sono finite le gozzoviglie, ora tocca crescere e tocca farlo in fretta.

In sostanza sebbene abbia delle criticità passabili, la sesta avventura è un degno inizio della fine con alcune trovate affatto niente male.

7. Harry Potter e i Doni della Morte

Con l’ultima avventura arriviamo a quello che secondo me è l’apice, il romanzo/film più bello/i in assoluto, ma questo perché a me piacciono in genere le mattanze. Gli ultimi libri avevano cominciato a dedicarsi alle questioni politiche, sociali, il che non è un male ma così facendo si dilatavano, si allungavano in un brodo di chiacchiere che non portavano da nessuna parte. Nel sesto libro viene aggiustato un po’ il tiro, per di più l’autrice cercava di rendere ogni avventura in qualche modo utile alla storia facendo morire qualche personaggio importante ma in generale erano avventure che offrivano pochino se confrontate con quelle iniziali, a mio parere. Si è perso molto ad esempio dell’alone di fantasia e spensieratezza che prima sentivo con i dolciumi, con le lezioni, con gli scherzi e le invenzioni magiche. I toni si fanno più cupi e adulti e questo spiazza, inequivocabilmente. Il settimo libro però è la conclusione di tutto, i nodi che finalmente vengono al pettine.

Cominciamo col dire che, a differenza degli ultimi due libri, qui non ci sono punti morti. Neanche uno, neanche a cercarlo col lanternino. Nonostante sia un libro corposo ricordo di averlo letto in pochissimo tempo e senza accusare il minimo di stanchezza, come invece mi era ben capitato per gli ultimi due. Il mistero è quello dei Doni della Morte ma ci si trascina anche una parte di storia precedente: quella degli Horcrux. Così ad un certo punto si crea quest’immagine di Harry con i suoi Doni e Voldemort con i suoi Horcrux, qualcosa che ho trovato molto divertente, quasi da shonen manga o da videogame. Si abbandona per quasi tutta l’avventura l’edificio scolastico per dedicarsi completamente alla ricerca di questi manufatti malefici per distruggerli, nel frattempo le azioni di Voldemort e del suo esercito riguardano la ricerca di una potente bacchetta, di nuovi alleati e del ragazzo. E’ ricreata bene la parte della fuga, anche se si ripropone il solito problema: quanto può non essere rintracciabile un mago contro altri maghi specialisti che dispongono della magia? Non esiste un solo strumento capace di tracciare la sua posizione? Abbiamo pozioni e manufatti per tutto ma non per un compito simile? E, anche se dipendesse dalla bravura del mago…stiamo parlando di uno che le magie le sa fare appena come abbiamo visto. Anzi, a ben vedere la storia si è sempre concentrata pochissimo sugli incantesimi. Abbiamo sì visto i Patronus ma a parte quello cosa c’è? L’occlumanzia, che Harry non padroneggia se ricordo bene le letture. Gli schiantesimi e simili ma qual è il livello effettivo di forza raggiunto? Se due maghi utilizzano lo stesso incantesimo chi vince? Il più veloce? Quello con più magia? Quello con più forza di volontà?

Queste piccole sbavature permettono di poter alleggerire il carico narrativo ma non permettono al lettore/spettatore di capire bene come funzionino questi duelli magici. Possibile che un mago navigato non abbia la meglio su gente che ha appena finito di studiare? Magari si poteva aggiungere che le magie sono un po’ come le conoscenze scolastiche per ribaltare il punto di vista: uno studente appena uscito dalla maturità ricorda sicuramente meglio date e concetti rispetto ad un adulto. E avrebbe aggiunto un elemento eccellente e furbo per farci capire che in realtà i nostri hanno qualche chance.

Comunque a parte queste piccole analisi minuziose torno a dire che la storia funziona: a Hermione viene donato un libro che tornerà utile per spiegare i doni della morte, a Ron l’acciarino di Silente, a Harry il boccino che aveva ingoiato, tutta roba che come da tradizione servirà in seguito. Qui faccio un plauso alla Rowling: ha proprio capito come si scrive una storia in maniera accademica. Poniamo che mi invento un protagonista che alla fine avrà un nemico troppo ostico da battere. Cosa faccio? Uso un deus ex machina? Forzo la narrazione facendo arrivare gli alleati? Sì, si può, ma il senso di appagamento è ridicolo, il contratto col lettore/spettatore verrebbe a perdersi, la sospensione di incredulità messa a dura prova. Allora un modo intelligente è preannunciare alcune cose. Possiamo dire che esiste una spada nella roccia che verrà estratta solo da un ragazzo che avrà bisogno. Durante tutta la storia il ragazzo non ha bisogno della spada ma durante il finale sì, ecco che si giustifica l’intervento con un attrezzo molto potente che tecnicamente è sempre stato lì, non è arrivato per aiutarlo.

Capito il meccanismo? Proprio come con Fanny la fenice.

La storia dei doni poi, non so se sia tutta farina del sacco dell’autrice o si sia ispirata a qualcosa ma ricalca al 100% una antica fiaba in maniera così poetica da poterla scambiare per una qualsiasi dei fratelli Grimm. Inoltre:

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Il “flashback-narrativo” viene rappresentato con questo stile che non saprei come definire se non fiabesco, con questo giallo e nero, in cui il giallo ricorda una fotografia vecchia e sbiadita, il nero le silhouette dei personaggi. Ogni fratello ha pregi e difetti ma solo il più umile riesce a sopravvivere ad una forza magica e inarrestabile che per di più spiega il senso del mantello di Harry il quale lo accompagna fin dalla primissima avventura.

Anche questa avventura è costruita un po’ come un giallo, un rompicapo da risolvere quasi come se fosse una storia di Sherlock Holmes. Occorre capire cosa stia succedendo, dove siano gli Horcrux, dove siano i Doni e, al netto di qualche sbavatura che cerca di velocizzare le scoperte (la Coppa di Corvonero, ad esempio, altrimenti introvabile) si assiste ad una storia senza un attimo di tregua toccando alcuni dei posti più belli, magici e misteriosi che abbiamo visto durante tutto il percorso. La Gringott, ad esempio, che fino ad allora avevamo visto come un edificio intoccabile e ben protetto, e che ora possiamo assaltare forti dei nostri nuovi e potenti mezzi. Alla fine sono scoperti ma vediamo ad esempio la cascata-spezza-incantesimi, gli interni, gli incantesimi posti a protezione come quello che moltiplica. Harry Potter torna ad essere se stesso e a riproporre quella fantasia intrigante che ci ha saputi catturare fin dal primo libro, solo che ora si rivolta contro di noi. Non solo: le cose non vengono facilitate eccessivamente perché l’elfo non aiuta Harry senza compensi ma pretende la spada, che serve per rompere i vari Horcrux. La storia così si dinamizza, accentua le caratteristiche drammatiche e conferisce peso al tutto (come se ce ne fosse bisogno!), una scelta molto matura che ho apprezzato. Mi aspettavo infatti che essendo l’ultima avventura bastasse collezionare tutti gli amici, i favori, i trucchetti raccolti nel corso degli anni per risolvere anche quest’ultima senza problemi. Invece è sofferta, goduta. Mi piace.

Anche la scelta di rivedere lo scheletro del basilisco, di utilizzarne le fauci, altro non è che un rimando ad un vecchio ricordo, qualcosa messo lì per dirci che quelle cose le abbiamo superate, che stiamo usando delle conoscenze utili, che gli altri anni non abbiamo cazzeggiato, che stiamo crescendo con tutto ciò! Il basilisco sostituisce la spada momentaneamente e in più ci si dedica per qualche capitolo a Draco, ora semi-alleato, e alla relazione Ron-Hermione che, vabbè, stendiamo un velo pietoso. E’ nata dal nulla, ha continuato con il nulla e finisce nel nulla senza un briciolo di passione. Siamo sinceri, è tutto molto stereotipato, costruito in maniera banalotta su inciuci vari e gelosie, e basta. Harry Potter non è la storia che fa per voi se cercate romanticismo serio.

 

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L’avete sentita la passione in scene come questa, bifolchi?

 

A parte questo, la guerra serve a tutti i personaggi per dichiararsi (nel film anche a Neville!). Già, parliamo un attimo di questa guerra. Che dire? E’ spettacolare. Come molti fan già sapranno, vengono coinvolti ragni, giganti, mostri vari, perché è come se rappresentasse l’esame finale metaforizzato. Così i nostri eroi che prima avevano affrontato queste minacce singolarmente ora devono affrontarle tutte insieme e provare definitivamente la loro maturità. Non mancano scene -sia nel libro che nel film- di assoluto rispetto volte a ricreare un’atmosfera epica, facendo anche dell’edificio un personaggio capace di difendersi con il piertotum locomotor. Quelle statue danno un senso di imponenza e di fierezza, e sono carne da macello che sostituiscono alcuni morti tra gli studenti.

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Anche i professori partecipano, la Scuola è così potente da risultare una fortezza inespugnabile, la guerra finale è costruita sulla base di un assedio magico sostanzialmente, un’idea di tutto rispetto. Per di più in un luogo che è stato protagonista per sei avventure insieme, il luogo magico per antonomasia ormai. A scandire gli ultimi istanti intercorrono i filoni principali dei due versanti: Harry deve finire di trovare gli oggetti, Voldemort deve trovare il ragazzo, ciascuno con il proprio esercito e i propri luogotenenti ad aiutarli, e questo è l’elemento che accomuna queste fasi finali a quelle di una guerra. Ancora una volta la Rowling ha capito perfettamente (ricorda un po’ Eichiro Oda in questo) come narrare e con che modalità farlo, come quella piramidale. Parliamo di un’altra furberia che usa ma non solo in quest’ultima avventura ma fin da quando è nata questa storia.

In generale la morte di un personaggio sconvolge la platea perché abbiamo assistito alle sue vicende, abbiamo empatizzato con lui, lo abbiamo conosciuto. Magari ci sono personaggi più o meno amati ma i protagonisti in genere piacciono sempre a qualcuno e vederne uno morire lascia un senso di vuoto. La Rowling ha già dato prova di poter sacrificare personaggi tutto sommato di prim’ordine: Sirius, Malocchio e Silente. Ma c’è un altro motivo per cui questo avviene, c’è un motivo per cui nel settimo libro/film muore così tanta gente ed è anche esplicitato da Voldemort stesso quando dice

<< Hai lasciato che i tuoi amici morissero per te >>

Non è solo una frase da cattivo, un invito, è proprio un’ammissione narratologica dell’autrice ben conscia del fatto che farà sopravvivere i personaggi più amati, il trio, sapendo bene però di non potersi permettere una leggerezza simile in un finale di una storia che rimarca la crescita ma anche la perdita e tutto ciò che esso comporta. Non sarebbe stata una vera vittoria senza qualche morto, non sarebbe stato credibile se tutti fossero sempre sopravvissuti. Così, per esigenze narrative come nel caso di Silente e Piton, o con personaggi-scudo come Dobby, Harry riesce sempre a cavarsela. Lui stesso dirà che tutte le sue avventure una volta elencate possono sembrare grandiose ma la verità è che è sempre stato fortunato. E qui Harry stesso, l’autrice, sa che va a toccare un tasto dolentissimo per una storia che voglia essere adulta, matura e presa sul serio. Se vuoi che le persone ti ascoltino, se vuoi destare i loro cuori, qualcuno di importante deve morire. La tua storia deve essere ricordata anche per chi ci lascia, e devi scegliere chi sacrificare.

Nel settimo libro così assistiamo ad una grande mattanza che nasce anche per parare Harry da qualsiasi accusa di plot armour: sì ma Harry non poteva vincere lo scontr…Sì ma è morto un personaggio importante. Ma non poteva farcela in quel cas…sì ma sono morte molte persone per proteggerlo. Capito il meccanismo? Se hai deciso che qualcuno va protetto a qualunque costo, per non far sentire i lettori degli idioti, qualcuno di importante deve morire.

Così cosa ci ha offerto sull’altare del sacrificio? Edvige. Bah, siamo seri, chi si cagava Edvige? Dai.

Malocchio. Ok, ci scalfisce. Uno dei gemelli. Peraltro non quello ferito ma quello sano. Ok, questo già ci devasta. Li abbiamo visti ridere e scherzare tutto il tempo, fare progetti, costruire il loro emporio coi soldi di Harry, sono due gemelli, e la cosa ribadisce quanto siano inseparabili. Dobby! Che era libero, aveva la sua vita ora.

Remus, addirittura, l’ultimo “amico” del gruppetto dei malandrini, nonché personaggio di spicco dell’Ordine. Tonks. Vabbè, non la conoscevamo così tanto ma sappiamo che stavano insieme, e una coppia morta non fa più progetti.

 

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Peccato però che sia un fuori campo poco catartico. Si poteva insistere tantissimo anche su questa scena

 

Tutte queste morti sono in un certo senso importanti ma se ci si pensa bene non così tanto. Alla fine sono personaggi secondari, o che sono diventati secondari già da un bel po’, come Remus. Non è uno scambio molto onesto però sono così tanti che con questa furberia la Rowling ci paga il conto. E’ come se invece che aver pagato al ristorante con un pezzo da cento avesse pagato lo stesso totale coi centesimi. Non è proprio la stessa cosa anche se il risultato finale è lo stesso. Ma in ogni caso, un plauso va sicuramente a questo modo di vedere la narrazione, dove non si prende in giro il lettore ma lo si tratta in maniera onesta.

Il duello finale trovo che sia stato un po’ riduttivo, avere così poco dopo 7 libri e 8 film sinceramente delude, anche se va tenuto conto che questo duello è come se andasse avanti dall’inizio senza esclusione di colpi. Si vince il nemico con una strategia -che si rivela giusta- che dura per tutta la settima avventura, ovvero puntando sul fatto che a uccidere Silente materialmente sia Piton, poi ucciso a sua volta, ma la bacchetta con cui l’ha fatto era di Draco. In effetti non mi è chiarissimo se questo aspetto fosse già stato deciso in precedenza (Piton che prende la bacchetta di Draco per poi farsi uccidere a sua volta) o se sia solo una incredibile sequela di coincidenze fortuite per Harry. Nel libro poi il cadavere di Voldemort viene adagiato nel tavolo della stanza accanto come se niente fosse, nel film è reso tutto in maniera più spettacolare facendo sparire il suo corpo come cenere, come se in lui non fosse rimasto più niente. Trovo questa seconda scelta esteticamente molto più gratificante ma va a gusti.

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Che dire ancora su Voldemort? Non mi piace che non gli abbiano dato una psicologia ben definita e un certo spessore nei temi che affronta. Quando si parla di maghi che non tollerano estranei, o di unire il sangue dei maghi puri a quello di impuri, se rivelare o meno il mondo magico, si stanno affrontando questioni che meritano un certo approfondimento. Pensiamoci bene: è un mondo dove chiunque ha una bacchetta e questa è essenzialmente un’arma. Vi immaginate i discorsi che fanno in America sulle armi trasposti nel mondo magico?

Anche se la narrazione ce la mette tutta per farteli apparire come dei fascisti quando si pronunciano certe frasi come “sporca mezzosangue” che alla fin fine è come dire “sporca ebrea”, in realtà si dimostra un po’ ingenua e manichea, sempliciotta potremmo dire. Il tema sulla razza e sul razzismo dei maghi è ben diverso da quello umano. Scientificamente abbiamo dimostrato che le razze tra uomini non esistono a livello genetico ma qui stiamo parlando delle differenze tra chi può usare la magia e chi no; il mago è di fatto un super uomo, qualcosa di più, il discorso si ripropone in una veste aggiornata ma anche con molti argomenti in più. Si poteva perlomeno discutere queste cose:

-Cosa comporta miscelare il sangue tra chi usa la magia e chi no, sul lungo periodo? Si indebolisce il potere? Aumenta? Niente?

-A livello sociale cosa comporterebbe? Rivelare la magia a sempre più babbani ha l’inevitabile conseguenza di aumentare il rischio di esporsi anche a chi non conosce il mondo magico.  Permettere le coppie miste o le amicizie miste tra figli babbani e non è in un qualche modo pericoloso. Quanti ragazzini maghi possono essere preparati a nascondere le proprie abilità?

-Anche fosse solo una questione di arianesimo spicciolo, perché a Voldemort dovrebbe interessare, considerato che è sempre stato un personaggio molto pragmatico e poco incline alle cose più superficiali come questa?

Insomma, nessuno di questi temi è approfondito, segno che la storia vuole comunicare una delle due fazioni in gioco come la vincente, anche sul piano ideologico, dotata dei motivi giusti e della forza per spingerli; l’altra come sconfitta, anche sul piano ideologico. Pérdono perché le loro motivazioni in primis sono deboli, pur avendo un esercito e la forza militare per sottomettere chiunque.

E qui, bisogna ammetterlo, la storia si banalizza. Diventa una storia dal cuore antifascista ma in maniera già decisa, non perché c’è stato un vero confronto dialettico o una riproposizione di tematiche attuali sulle quali c’è bisogno di discutere, l’opera ti dice in cosa credere e fine, in questo assomiglia ad una fiaba più che a un racconto di formazione. Non ti dà gli strumenti per decidere, ti dice proprio cosa decidere.

Chiariamoci, questo non è un difetto che rovina tutto, è piuttosto un limite oggettivo che le impedisce di ascendere a capolavoro indiscusso. E’ una buona storia ma non così buona come sarebbe potuta essere. Anche Star Wars ha questi elementi molto manichei però il lato dei Sith in alcuni casi è affrontato con più cura mentre Voldemort e consoci sono presentati semplicemente come codardi, fascisti, squadristi e paurosi della morte. Non c’è onore né orgoglio in loro, sono tutto l’insieme delle cose sbagliate da combattere, non c’è una battaglia ideologica, è già tutto vinto. Non c’è da riflettere su quello che abbiamo letto, è già tutto deciso.

Quindi, concludendo questa mia lunga disamina, mi ritrovo a dire alcune cose già dette ma che vorrei ribadire. La mia è un’analisi critica, per questo ho cercato di tirare fuori sia il meglio che il peggio dai contenuti per discuterne, per proporre e per illustrare quali pezzi potevano essere migliorati ulteriormente. Anche non facendolo, però, non è una brutta storia. E’ una storia che ha un determinato target nei ragazzi più giovani e nei bambini, sarebbe poco onesto confrontarla con altre opere dalle tematiche ben più adulte e filosofiche. Quello che fa però lo fa in maniera eccellente: intrattiene, in un certo senso ti forma, stimola la fantasia e la creatività, spaventa con i mostri e allieta con le creature magiche, ti emoziona con le storie dei maghetti e ti immerge in un altro mondo, letteralmente.

Ci si deve confrontare con Harry Potter prima poi, soprattutto gli studiosi di narratologia che cercano di carpirne i motivi del successo e secondo me sono questi che ho elencato.

I “veri” animalisti son tanto simili a quelli farlocchi

Questo è un sassolino che volevo togliermi dalla scarpa da parecchio tempo ma non ho mai trovato occasione. Mi è capitato di parlare nel mio blog di animalisti “veri”, presunti animalisti “falsi” eccetera e nel cercare i primi avevo trovato solo un paio di paginette, che all’epoca contavano qualcosa come 2000 fan su fb, paragonandole a pagine come Logica Onnivora che di fan ne contava già 10.000 all’epoca. In sostanza, sti animalisti “seri” tutti ne parlano ma nessuno li vede mai. Le pagine che si propongono come serie hanno attirato la mia attenzione ma non ne ho mai discusso approfonditamente. Dando un’occhiata ogni tanto ho avuto modo di lodare il fatto che parlassero di ricerca in maniera decorosa, proprio come coloro che la difendono, usando praticamente gli stessi argomenti. Peccato che per tutto il resto sciorini più o meno la stessa propaganda veg che si può riscontrare ad ogni angolo del web, solo con più fonti in calce e un fare molto più convinto. Come Logica Onnivora si vedono spesso gli admin, una in particolare, nascondersi dietro la frase “non lo dico io, lo dice la scienza” che spesso abbiamo visto in bocca ai ciarlatani. Un paio di esempi tanto per gradire:

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Quando parlano di ricerca e S.A. è ok

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Qui parlano delle far oer e della grindadrap proprio come esaltati

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Con alcuni errori. Parlano ad esempio dei problemi legati al mercurio nella carne di globicefalo dimenticandosi anche l’azione benefica del selenio di cui sono pregne

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Nei commenti le stesse puttanate che potremmo trovare in letteralmente qualsiasi pagina veganimalata

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Qui un altro esempio in cui l’etica animalista esce dalla porta per poi rientrare dalla finestra. Dà per scontate cose che non lo sono affatto e in altre parti sparerà la sempiterna puttanata del consumo dei litri d’acqua, dei cereali e della piramide trofica, tanto cara ai bufalari che si attaccano alle diete veg con la scusa dell’ambientalismo spicciolo

 

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La cosmesi è “inutile”, nessuna risposta pervenuta. La signora userà la fuliggine per truccarsi!

 

 

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Capito? Loro possono cazzeggiare quando gli pare ma gli altri no. E ricordate bambini, cacciatori e allevatori livello etico (qualsiasi cosa voglia dire) pari a zero, perché lo dicono loro.

 

Quindi che dire, a conti fatti questa pagina è l’ennesimo tentativo di alcuni animalari di darsi una placcatura d’oro e ripulire le merdate fatte dagli altri, sempre con una certa accondiscendenza. Ad esempio, Sea Sepherd viene presentata come un’associazione di persone buone ma forse un po’ troppo sprovvedute, povere, che fanno cose buonine anche se illegali. E dunque non sbagliano, eh? Semplicemente corrono il rischio di rovinare l’immagine di tutti gli altri ;(

Una pagina di “veri” animalisti farlocchi, motivo per cui non mi sono mai sognato di intervenire, perché almeno per metà faceva il suo lavoro, per l’altra metà se la cagavano comunque in pochi, dato che si attirava comunque le ire degli animalisti più accesi. Infatti ancora ora sono in 5.000, nel cui numero è compreso sicuramente chi già ricerca o segue il mondo della ricerca. La cosa ci dimostra che animalisti “veri”, per ora, ce ne sono ben pochi, anche meno di quei 5.000. Non ho neanche citato, poi, le posizioni della pagina sul circo: stessa identica propaganda animalata con in più studi sulle stereotipie degli animali, per poi estendere il tutto a tutti, sempre, ovunque, nonostante le siano stati fatti notare gli studi contrari favorevoli al circo e al benessere degli animali.

Però ieri mi è capitato di trovare uno degli admin, che conosco di fama per le sue posizioni arroganti e spesso ascientifiche (quella degli screen che sproloquia di etica e naturalità, in pratica), con un commento che mostrava il fianco. Ho quindi deciso di metterlo alla prova e vedere se avevo ragione a dubitarne. Questa in particolare me la ricordo per la tipica arroganza con cui scrive e non ammette repliche, tanto che lei stessa lo ammette ma semplicemente continua, perché dice che è il suo modo di scrivere. Talvolta la si ritrova col profilo personale anche su Italia Unita x la Scienza, pagina che seguo e che ho citato parecchio per smontare molte delle bufalacce sull’allevamento che lei stessa spara. Da altre parti l’ho vista commentare contro il Gene Egoista di Dawkins arrivando sempre a estendere il proprio parere (e cioè che sia un volume ormai obsoleto e in disuso presso qualunque scienziato serio) a tutta la comunità scientifica in toto. Una strategia retorica tipica dei ciarlatani, come abbiamo visto grazie a Logica Onnivora.

Capite bene che la situazione era ghiotta per uno di quei confronti che tanto mi piacciono, per cui ho proprio voluto intervenire. Quindi vi presento il battibecc…cioè il profondo e sensato scambio che abbiamo avuto, da me medesmo meco commentato.

Il casus belli è stato un post fb di un video (vi metto poi le fonti in calce per agevolare la lettura) in cui, in una trasmissione tv, comparivano Giuliano Grignaschi e un allevatore che non conosco, a confronto con Vassallo, noto animalista estremista, e la famosa Lemon Pepper, quella che davanti alle telecamere si è coperta di ridicolo chiedendo “Loro nei laboratori cosa fanno? EH? COSA FANNO? Io il raffreddore lo curo con limone e peperoncino”. Tanto per curare altre malattie bastano altri condimenti, no?

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Sul post commentava l’admin di cui parlavo sopra, presunta “vera” animalista, scrivendo:

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Ora, potrei soffermarmi sulle solite bufale veggye già rilette chissà quante volte senza alcun contraddittorio, però vorrei piuttosto soffermarmi su come questa persona scriva, i toni, le parole usate. Abbiamo visto che parlare per assoluti è sempre in qualche modo pericoloso se si vuole usare un criterio scientifico. Il fatto è che anche qui dimostra una certa ignoranza, diamo per veri i dati che ha: per quale motivo ricerca e allevamento non dovrebbero essere entrambi scientifici o importanti in egual misura? Abbiamo visto che sulla sua pagina dice più o meno le stesse cose: ricerca sì, tutto il resto collegato con gli animali no. Allora sono andato a parare lì. Si tenga anche conto della faziosità: gli animalisti hanno proferito balle dall’inizio alla fine, erano una quindicina e spesso bercianti, che affermazione cretina è dire “poteva rispondere in altro modo” quando il pubblico è schierato e non ti ascolta? Abbiamo visto già un sacco di volte, come anche nel caso Stamina o Burioni, che chi comunica con dati e numeri viene sommerso da chi urla. E ora questa recrimina se, oralmente, in tv, uno si permette di dire che i dati sono falsi.

Segue la mia risposta. Ho inserito il discorso cosmesi per stuzzicarla, perché volevo sondarla. Infatti all’inizio non recepisce, le dà fastidio che ne parli, è un’altra di quelle cose che non tollera e che molto probabilmente tratta come io ho descritto. Infatti, notare il “eh” finale sempre molto aggressivo, fa notare che non si parlava di quello. Ma dai?

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La signora si sente punta e risponde un po’ piccata ma almeno è carina a ribadire le paroline magiche che si era dimenticata prima: per me. Queste cose non vanno date per scontate, tantomeno sui social. Anche la frase: “Il paletto etico oltre il quale non è accettabile indurre sofferenza a scopo di lucro, non scientifico, nel caso delle scaloppine è parecchio più basso” dimostra grande ignoranza in materia. Ma da una che usa la piramide trofica come prova del nove non mi stupisce affatto. Pone arbitrariamente un paletto tra ciò che considera scienza e ciò che secondo lei non lo è. Cioè, il rapporto mutualistico tra fauna-territorio per lei non esiste, il concime non ha alcuno scopo, si alleva solo per la carne, per venderla, per quella brutta parola, “lucro”, come se gli allevatori fossero capitalisti cattivissimi! Il discorso viene da lei banalizzato in una maniera atroce, per quanto si possa darle relativamente ragione sul consumo (non è spreco trasformare le risorse, è impiegarle semmai) è chiaro che si dimentica di tutto un sottobosco di valide ragioni per allevare oltre a mangiar carne. Non ultimo anche il discorso “povertà”, che lei tocca: l’allevamento permette il sostentamento di famiglie poverissime. (fonte FAO)fao livestock poveri.jpg

Insomma, i veg giocano sempre sui soliti numeri: acqua, cereali, effetto serra, dimenticandosi degli altri discorsi. Un po’ come parlare del fumo unicamente in termini di cancro, nicotina e dipendenza, quando si può parlare di sigarette anche in ambito cinematografico ad esempio, come strumento rilassante e distensivo, e così via. Avrete capito che a me i discorsi piace estenderli, a loro ridurli.

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Lei non è contro la “scaloppina”, termine con cui intende parlare della carne con un unico esempio che li rifletta tutti ma questo non era neanche da spiegare, si capiva. Evidentemente è convinta di dire qualcosa di sacrosanto che solo un babbeo può non aver capito. La mia risposta è che ad ogni elemento corrisponde un uso: non si fa a meno della carriola perché abbiamo il trattore. Potremmo dire che uno è più veloce, protetto, fa meglio il suo lavoro, ma ne fa un altro. Non si buttano via le cose perché a te non piacciono, o non servono, anche questo mio discorso lo trovo banale. Così banale che ancora non capisco come facciano gli animalati a non capirlo. Boh. Nella seconda parte faccio notare, sempre con un tono distaccato, che i famosi paletti etici può metterli chiunque, su letteralmente qualsiasi cosa. Ne ho già parlato a sufficienza di questo, vi rimando ad altri miei articoli sulla questione. Chi ci dà il diritto di avere un gatto, che uccide animali, se ne nutre ed è un pericolo per la biodiversità? Chi ci dà il diritto di avere troppi figli? E così via e così via.

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Lei non è contro le scaloppine, è contro quel sistema che le produce. Ricordiamo, però, che poco fa ha parlato di “indurre sofferenza” parlando dell’allevamento. Eppure se si seguono leggi e criteri sviluppati da esperti del settore, l’allevamento non è questo “indurre sofferenza” di cui parla, sempre che non ci si affidi ai video youtube come fonte. Sulla cosmesi, come immaginavo, ha abboccato. Le dà fastidio, vuole sapere, vuole capire, non accetta quel che ho detto e che per qualcuno sia difendibile. Concludo dicendo che per me, il termine “animalista”, che so bene che cerca di riabilitare nella sua paginetta, per me ha poco o nessun valore proprio come “femminista”. Si sono succeduti così tanti stronzi, così tanta feccia, così tante balle e controballe che ogni movimento definitosi tale si giudica “vero” bollando gli altri di essere “falsi”. Chi è l’animalista? NON è colui che ama gli animali, e nemmeno colui che protegge il territorio. E’ un termine che vuol dire tutto e niente, che allo stato attuale delle cose non è molto ben visto a causa degli invasati ma lei, anche sapendolo, fa finta di niente, continuando a proporsi come tale, come se fosse una cosa normale o auspicabile. Chissà qual è la sua posizione quando qualcuno augura il cancro a chi mangia carne, se fa la paracula dicendo che “effettivamente le ricerche dicono che…” o se almeno cerca di evitare questi folli. Io sulla sua pagina ho letto che si è scontrata con altri animalisti ma vedo che mantiene sempre un comportamento piuttosto ambiguo, a sé. Mai visti, ad esempio, commenti e critiche a Logica Onnivora o a Sbarella, per dirne due.

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Questo è il momento in cui prende visione che dopo 3-4 commenti non sono uno che lascia perdere, quindi comincia a essere piuttosto aggressiva e poco lucida. Come molti fanno punta sul cercare inesistenti contraddizioni nell’interlocutore, infatti come le ho risposto ha preso due pezzi differenti di discorso (senza capirli, tra l’altro) e credendo fossero in antitesi tra loro. Geniale. Da qui comincerà una parte a cui vi chiedo di fare attenzione, farà un mischione di cose. “Etica oggettiva” non significa nulla per chi ha studiato un minimo di filosofia ma posso immaginare che voglia dire “il pensiero comune di tutti, della società”, parlando poi di Obama (?) e dello schiavismo. In sostanza sta parlando delle stesse cazzate già lette migliaia di volte, traduco:

La soggettività delle persone è importante. Quando c’era lo schiavismo le persone erano TUTTE schiaviste ma grazie alle persone “soggettive” contrarie si è messo un freno allo schiavismo. Così oggi abbiamo Obama non in catene. 

Con un po’ di sforzo si capisce cosa voglia dire ma è comunque una frase da social, acritica, astorica, insignificante e semplicistica.

La cosmesi, ci dice lei, è uno strawman. Qui è piuttosto ambigua. A essere uno strawman è la cosmesi stessa in quanto tale, io che ne ho parlato o la versione animalista di cui ho parlato?

Chiaro che, se si riferisse a me, sarebbe piuttosto sciocca. Non solo gli animalisti, tutti quelli contrari alla cosmesi ne parlano come di cremine per le mani o per vecchie decrepite, non ho mai visto in migliaia di discorsi gente che avesse l’onestà intellettuale di far notare che la cosmesi serve anche ad esempio per l’acne, per le occhiaie, per avere autostima, per uscire di casa apprezzandosi, in ultima istanza per piacersi e avere stima di sé. Ora, spero che Giulia non fosse così cretina da volere ogni singola frase stupida che io ho riassunto in una ma concretamente non c’è una sola versione che si differenzi da quella. Motivo per cui io sono a favore della cosmesi e contrario a vederla stereotipizzata, quello sì che è uno strawman, quello animalista.

La frase seguente è la piena rappresentazione di ciò che mi aspettavo di vedere confermato: per lei la ricerca è ok, l’allevamento per: “produttori a basso costo di scaloppine a scapito di esseri senzienti”. In questa frase sono già compresi numerosi strawman, visto che li ama tanto

-Non esiste solo la produzione a basso costo, non è corretto parlare solo di quella

-Anche ammesso che esistesse solo quella, è una generalizzazione.

-Esseri senzienti, detto così, non vuol dire nulla. Lei stessa sa bene che gli animali vengono sedati se si segue l’iter, quindi qui o sta facendo finta di niente per avere discorso facile, o se l’è “dimenticato” per puro caso. Al massimo si può parlare di uccisioni di animali incoscienti ma qui non avrebbe gioco facile per cui, come molti animalari, punta sulle parole d’impatto.

L’ultima frase è l’emblema alla stupidità: muore più gente di cancro che di scaloppine economiche, sempre con quell’eh che vuole essere aggressivo, povera piccola.

Lei sta semplicemente sostenendo che, siccome c’è gente che muore da una parte, e la ricerca la salva, e gente che NON muore di fame dall’altra, allora una sia meglio dell’altra. Ma sta facendo paragoni arbitrari del tutto insensati, lo scopo della ricerca è salvare vite, le scaloppine NON hanno quello scopo, che cazzo di confronto è? Allora io ti dico che siccome un medico salva le vite, e un operaio no, il medico sia meglio dell’operaio.

Lo scopo delle scaloppine è farti godere la vita con un piacere, magari un lusso, un taglio pregiato che ti fa felice. Questo lo spiegherò dopo. Le ho postato uno dei miei articoli sull’ottica riduzionista, secondo la quale, ragionando che tutto ciò che non è vitale può essere tolto, si arriverebbe alla logica conclusione che vivere coperti di frasche in una grotta mangiando radici sia la soluzione migliore, se si eccettua il suicidio.

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Anche qui enormi strawman e semplificazioni: non è affatto vero che fosse l’etica di tutti, che fosse accettato da tutti sempre e in qualunque momento, tantomeno dagli schiavi. Roma ebbe il suo famoso Spartaco, tanto per citarne uno. Era una convenzione molto solida, quello sì, ma da qui a dipingerla come accettata acriticamente da tutti ce ne passa. Lei ne parla come se ci fosse stato un unico periodo storico durante il quale, grazie ai soggettivisti, questa versione si sarebbe poi smorzata, dipingendo la cosa quasi con tinte romantiche, ed è una cosa che farebbe inorridire qualsiasi storico. Glielo perdono perché, come dice lei, ha un enoooooorme curriculum scientifico, ma frasi come questa sono imbarazzanti, tanto che gliela correggo. E qui cascherà l’asino perché permetterà a lei di svicolare in seguito, purtroppo.

Lei “rivendica” la legittimità delle azioni soggettive. E’ furba, sta usando frasi molto fuffose: cosa vorrebbe dire rivendicare la legittimità di queste azioni? Che sei come loro? Che gli animalisti sono come loro? O che gli altri sono schiavisti?

Non occorre chissà che intelligenza per capire che è il solito discorso che fanno gli animalisti, e glielo spiego pure, fallace: chi sfrutta gli animali dunque è schiavista o come loro, chi vuole la loro liberazione è come i soggettivisti, tanto buoni e cari come descrizione manichea vuole.

La sua ultima frase mi ha lasciato ben sperare, credevo si fosse arresa, avesse capito e mollato, e invece, vedremo dopo. Nella mia risposta ho tenuto conto di un contesto, quello americano, che lei già aveva citato con Obama, semplicemente perché è il caso più eclatante. I famosi nordisti abolizionisti contro i sudisti cattivi, coi loro campi di cotone, che non vogliono lasciare i negretti. Quanta retorica ci è stata costruita sopra, in ottica retroattiva? E’ un errore che capita sempre, le persone cercano di rinegoziare il passato in base a come conviene al presente, non bisogna mai fare l’errore, come fa lei, di credere che il mondo tutto fosse cattivo e che grazie a un manipolo di buoni il mondo tutto sia cambiato in meglio. Non è così, mai stato così, mai lo sarà.

Ora, lei non ha poi aggiunto un discorso, facendo notare che gli animali effettivamente siano “schiavitù” ma per esperienza ho giocato d’anticipo rispondendo preventivamente per non sentire la stessa cazzata già letta più volte, sempre alla stessa maniera. E questo mio anticipare le cose rovinerà la discussione, purtroppo, perché le darà modo di scappare.

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Qui, sentendosi punta veramente, e capendo di avere di fronte non uno qualsiasi, passerà all’offensiva senza ritegno in un modo che credeva furbo, probabilmente.

Insomma il suo era un paragone. Parla di schiavi e negrieri perché voleva SOLO ribadire quanto fosse importante la soggettività, fra mille esempi che avrebbe potuto usare senza coinvolgere gli schiavisti. E questo perché, suppongo, il bias è suo: premeditava già di passare al seguente discorso ma se lo è visto stoppare con malagrazia, così arriverà ad una arrampicata di specchi ridicola: non parlava dello schiavismo USA.

E di grazia, quali altri casi eclatanti sullo schiavismo vengono discussi, se non quello Americano, per la loro importanza? Come faccio notare io, poi, non sono esistiti solo abolizionisti ma anche luddisti, soggettivisti tanto quanto i primi. E lei, sempre arbitrariamente, sceglie quelli che hanno già vinto e sono già considerati i “buoni”, tutti gli altri esempi che la sbugiardano ce li dimentichiamo. Comodo, eh!

Poi, ennesima arrampicata di specchi, tenta il tutto per tutto con la parolina magica, il deus ex machina per eccellenza: No, hai torto, hai capito male, il tuo è un BBBBBBIAS.

Bias in questo senso nelle discussioni è usato come “fallacia logica”; un po’ come dei bambini gli interlocutori si accusano vicendevolmente di aver detto balle, ma non dicono “balle”, devono usare argomenti razionali per dire “balle”. E bias è uno di questi, qui usato completamente a caso considerato che LEI aveva citato Obama e che io per seguirla a ruota ho parlato del caso più eclatante USA. Ora magicamente salta fuori che gli USA non c’entrano più coi loro abolizionisti non così etici e soggettivisti. Nono, nonnossignore, fidatevi signori miei! Intendevo ALTRI abolizionisti.

Ridicola.

Non mi ha insultato ma io non mi riferivo a lei, chiaramente. Parlavo di quelli che lo hanno fatto con quegli stupidi argomenti che lei sta usando, e che indirettamente mi danno fastidio. Coda di paglia?

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Questa parte è meravigliosa. Comincia sproloquiando del Foie Gras. Cerca di giocare in casa usando un argomento marginale, su cui più o meno tutti sono concordi, come pellicce, cosmesi, stupratori e pedofili, ecc

L’esempio però è un’altra semplificazione e fallacia logica: usare un caso estremo per rappresentare la categoria al completo della produzione di carne. Ribadisce che sono tutti paletti personali, per fortuna, ma questi rientrano poi dalla finestra quando mi chiede “tu che ne pensi?” come se nella sua scelta la mia decisione fosse importante. Sono tue opinioni o no? Sono quelle che chiunque dovrebbe avere per essere “etico” o no? Sempre lì siamo coi discorsi dei veganimalati, con la differenza che lei è più furbetta e si nasconde meglio senza mai dare conferma. Al massimo ritratta, o dice che non hai capito tu, quando il discorso è chiarissimo.

Cerca di farmi capire che altrove (sulla sua pagina, l’ho capito, ho anche visto il post) si è attirata le ire di gente. E’ sicuramente meno codarda di quel che pensassi, lo apprezzo questo esporsi ma allo stesso modo non apprezzo le uscite arroganti e spesso arbitrarie che fa, spacciandole per qualcosa di vero e accettato da tutti. Anche se ora con me sta ritrattando molto.

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Qui c’è la mia risposta, poco da aggiungere, direi. Un po’ di vittimismo spicciolo che non fa mai male. Ma poi fatemi capire, anche se non intendeva lo schiavismo USA, in quale altra parte del mondo non vale ciò che ho scritto? Dopo, con il proseguire del discorso, aggiungo una fonte.

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Anche qui ho fatto un errore di comunicazione a cui lei poi si aggrapperà abilmente per scappare, dicendo “attribuisci valore zero”. In effetti non è vero, non è zero, è un valore inferiore, sempre arbitrario, in riferimento alla ricerca. Lo ha detto, l’ho capito, ma ho voluto scrivere velocemente. Concedetemelo, scrivere ogni volta “attribuisci valore arbitrario superiore alla ricerca rispetto all’allevamento” è più lungo e noioso di “Attribuisci valore zero alla scaloppina”. Il senso era chiaro a entrambi ma capisco che poi uno debba appigliarsi a qualcosa pur di non perderci la faccia.

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Qui, capendo che non se ne tira fuori facilmente, comincia a cercare escamotage per scappare dalla discussione. Infatti come sempre capita comincia a rispondere a pizzichi e mozzichi, solo alle frasi che le convengono, o sulle mie “facilonerie” comunicative. Tutto ciò che ho detto viene rigettato in toto (ma lo capisco, eh) con un pretesto, si permette di annullare tutto il discorso sacrosanto che le ho fatto prima su storia, etica, rapporto uomo-animale con quest’ennesimo strawman. Ci mancava solo un “ah-ah non sai leggere, quindi non vale!”

Anche questo suo essere così aggressiva, “ti spiccia casa”, wow, abbiamo quasi sicuramente una lettrice di Zerocalcare, eh? Ou nou, aspettate, il mio è un azzardo! Magari è veramente romanesco e lei di Roma! Chiaramente tutto ciò che ho sempre studiato, letto e discusso ora è una balla a causa della mia semplificazione, noooooo

Ma andate a cagare, va.

“CVD” completamente a cazzo di cane, tanto per dimostrare il nulla. Cioè non ha detto niente oltre a ripetere come un mantra la parola “bias”, è tutta lì la sua difesa. A sto punto dovevo dirlo io il cvd.

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La nostra amica comincia a involtolarsi nel suo stesso discorso. Prima dire “valore zero” equivaleva a non aver capito niente del suo discorso, dire che equiparava uomini e animali parlando di schiavitù era “metterle parole in bocca”, però a lei è concesso. Lei può tranquillamente permettersi di mettermi in bocca cose che non ho mai detto. Infatti parlavo della mia esperienza in discussioni al 100% identiche a questa. Ora, non è che siccome sei una persona con un ego ipertrofico, gestisci una paginetta del cazzo con 5000 utenti e ti reputi una persona seria, o diversa, a te spetti un qualche trattamento speciale. Non si dà a nessuno. Anzi, ti si riserva il trattamento che meriti a seconda di come hai condotto la discussione e, ma questo non possono saperlo, quello che io già so di te. Ergo tutte le puttanate trovate in pagina come la grindadrap eccetera. Questa discussione è conforme a tutte quelle che ho avuto con gli invasati con un filo di retorica in più, un livello sopra logica onnivora ma sempre con facilonerie e argomenti banali e banalizzanti, niente di nuovo e niente di diverso. Cioè questa dice di mangiare carne, di non doversi giustificare, poi ti attacca il pippotto sulle scaloppine che devastano l’ambiente. Ma si può? Rido. Poi sono gli altri a non capire le cose belle e giuste che voleva dire. Ceeeerto.

Comunque io cerco di essere propositivo, sia all’inizio che alla fine. Le ho dato per buono quel che intendeva e le ho chiesto di spiegarsi. Lo avrà fatto? Scopriamolo, amisci.

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Da questo punto, purtroppo, a causa di un Matteo non richiesto, la discussione si allontanerà dal fulcro permettendo a lei di tergiversare anziché rispondere e a lui di mischiare le carte in tavola. Infatti la sua obiezione per me non ha alcun significato, e anzi contiene errori gravissimi: “sei tu che non dovresti interpretare in base alle tue esperienze”

Ah no? E sulla base di cosa? Dovrei interpretare secondo grazia divina? Secondo il verbo di Dio? Matteo, che da ora in poi chiamerò anche “Il Chierichetto”, si esprime, o meglio cerca, di parlare come un libro stampato riuscendo solo a dimostrarsi uno stereotipo vivente di frasi fatte belle, bellissime, ma in ultima analisi ridondanti o superflue.

“Poi non entro nel merito della discussione”

E’ furbetto, Matteo, voler far notare un errore (presunto tale) all’interlocutore, cercando così di spostare l’attenzione dal discorso principale e di annullare quanto precedentemente scritto, e cavarsela con “non entro nel merito”. Eh no, o la discussione la leggi tutta e intervieni o stai zitto. Cosa fai, chiami in causa una parola tra mille? Un discorso fra cento? E poi non entri nel merito, cioè parli senza cogliere il contesto? Intellettualmente disonesto.

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Le arrampicate di specchi di Matteo continuano e mi fanno sentire in pena per lui. Capito? Esistevano anche altri schiavismi. Oh, vi giuro, mai nessuno li cita, mi cita casi esemplari o discorsi inerenti, mai nessuno dà una lettura diversa da quella animalista alla cosa, e qui di fronte a me ho l’unica persona, fra milioni di utenti, migliaia di animalisti, centinaia di pagine, che NON si comporta così e ha qualcosa di diverso da dire. Con lo schiavismo inglese e quello francese! Ahahahahah

Tornando seri, si vede subito che anche il suo è uno strawman, cerca a tutti i costi, come nel gioco del “ce l’hai”, di affibbiarmi un bias, perché così salverebbe in corner l’amichetta, che di bias non ne aveva, nonnnonono. Allora se io ho un bias ha sempre avuto ragione lei, capito?

Andiamo a vedere un po’ cosa scrive una buona fonte in merito (ve la metto in calce):

L’Inghilterra, che probabilmente era stata la principale nazione schiavista del mondo, si era così trasformata nella principale nazione emancipatrice grazie a un profondo cambiamento collettivo delle coscienze[1]. L’abolizionismo francese, infatti, fu più debole e incerto di quello inglese

Ok, va bene, il risveglio delle coscienze ce lo siamo puppato. Poi però sembra che quello francese non fosse così “etico” come voleva farci intendere, quindi non stava parlando di quello francese.

L’uomo ‘illuminato’, tuttavia, non era esattamente un abolizionista. Era sì un critico del sistema schiavistico, ma ondeggiava fra la volontà di riformarlo per accrescerne l’efficienza, la compassione che poteva nutrire per la figura dello schiavo, la speranza che questi potesse migliorare la propria condizione e l’auspicio che, progressivamente, la schiavitù potesse essere abbandonata. Si era ancora all’interno di un modo di pensare nel quale convivevano la tolleranza del sistema e l’idea di una sua riforma: “il progetto grandioso e radicalmente nuovo chiamato ‘abolizionismo’ non esisteva affatto prima del 1770-1780

Ops. Questo dà ragione a me. Non esiste, in quella forma romanzata che ci proponeva Anna Giulia, un gruppo di buonissimi che fa cambiare idea al mondo. Ma vediamo ancora:

L’abolizionismo fu una tappa fondamentale nella progressiva affermazione dei diritti universali dell’uomo. L’obbiettivo fu raggiunto grazie alla pressione di movimenti a forte componente morale e idealista che si trovarono ad agire in una situazione di evoluzione dei costumi e di cambiamenti economici e sociali. Per abolire il traffico degli schiavi, residuo di un ancien regime agonizzante ma duro a morire, furono anche necessari, come si è visto, il pragmatismo, le pressioni politiche e l’impiego della forza militare.

La componente etica di alcune frange di credenti fu essenziale, sicuramente, ma come spiegato qui la componente del pragmatismo, di cui parlavo, le pressioni politiche e la guerra furono necessari e molto probabilmente decisivi. Cioè? Cioè ho ragione io. Di qualunque schiavismo si parli, non cambia la sostanza dei fatti e bisogna essere scorretti o ignoranti per non capire cosa dico.

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Matteo non è onesto con me ma soprattutto con se stesso. E’ intervenuto non a caso per difendere l’amichetta, non per “spiegare cosa fosse un bias”, altrimenti non avrebbe insistito. Anche lui poi usa strumenti fallaci per argomentare parlando proprio di leghisti, come a dire che io sono quello che dà dei leghisti a tutti i veneti. Povero piccolo, voleva solo spiegare il discorso lui. Per poi alzare le mani e ribadire che lui è pro sa e tutto, ma già lo sapevo. Anche se non ricordo particolari interventi brillanti da parte sua quando seguivo varie discussioni. Sta di fatto che non è sicuramente una cima della comunicazione, esistono le tendenze, esistono le masse critiche di persone che fanno cose, non possiamo pragmaticamente fare finta di niente ogni volta che si inizia un discorso. Animalisti violenti? Quali? Insulti e auguri di morte per aver mangiato carne? Mai visti, e se c’ero dormivo, non puoi generalizzare. Capito il paraculo?

Quello che si mette in mezzo per fare la battutona da sympa della cumpa è ciò che temevo: gente che si mette in mezzo a casaccio per buttarla in caciara, purtroppo. Non che la situazione fosse salvabile, del resto.

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Matteo almeno ammette sia una tendenza (oh, mi aspettavo accuse di generalizzazione, strano!) ma dice che su questa non posso costruire risposte preimpostate. Come se io avessi risposto come un bot, no? Come se per lui avessi cominciato apertamente così fino a proseguire con questa risposta preimpostata. Nel frattempo, l’altra simpaticona tergiversa postando memetti da bimbaminchia quale è. Perché rispondere è per le persone serie, per bene, e lei ride godendosi i commenti. Guai però a farle notare che è poco carino, eh? Malpensanti affetti da bias!

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Matteo capisce che la strada comunicativa non è quella più sensata con uno che studia comunicazione. Ci riprovo con esempi sparati totalmente a cazzo, senza capire una mazza del discorso globale, perché spendersi a leggerlo era un bias. Difendere l’amichetta a spada tratta invece no. Ma quel che vorrei chiarire, oltre a far notare come ormai la discussione ci abbia purtroppo portato lontano, è che la sua obiezione è sciocca. Non è il nome a fare la persona ma come si comporta, nel caso specifico come dialoga. Io ovviamente ho altre conoscenze sulla persona, so che dice balle e ne dice spesso tra propaganda e strambe posizioni personali. Tuttavia anche tenendo solamente conto di questa discussione si può vedere che è stata arbitraria, aggressiva, non ha inizialmente usato il “secondo me”, è capziosa nel presentare dati e situazioni. In sostanza, non sta grande amica, probabilmente, o almeno io un’amica così la rimuoverei subito dai contatti.

Questa persona NON mi ha dimostrato niente di diverso dagli altri con cui ho discusso, niente di nuovo e neanche mi ha dimostrato di saper dibattere in maniera onesta. Vien da chiedersi: perché dovrei concederle il beneficio del dubbio, o peggio, la ragione, quando palesemente non ce l’ha? Lo sa solo Matteo.

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Purtroppo come spesso capita si degenera in caciara. E questo mi spiace, veramente. Non saprò mai cosa intendesse, tra le mille cazzate sparate completamente a caso e un’accusa (dieci accuse) di bias.

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Non ho capito qui l’uso del caps lock, se era per farmi il verso per la mia battuta prima o se voleva solo sottolineare la cosa. In ogni caso è una frase del cazzo, un po’ come dire “io non uccido mai nessuno”, “io non uso farmaci e non li userò mai” e così via.

Semplicemente, è improponibile ripartire da zero ogni volta che si sta discutendo. Uno formula domande e affermazioni ANCHE sulla base delle conoscenze pregresse sulla materia e sull’interlocutore. Ormai si sta parlando del nulla, purtroppo.

 

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La bambina continua a pestare i piedini, a far vedere che lei c’è, ma semplicemente si è arresa. Non perché non avesse argomentazioni valide o altro, eh? Macché. Colpa degli altri, come al solito. Furfanti, che non capiscono le cose stupende che voleva calarci dall’alto!

Per il resto, ogni volta che Matteo scrive, posso dirvi che ho questa faccia:

 

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E perché non facciamo tutti la pace? Eh? eh? Perché esiste la guerra? Basta non combattersi, giusto?

Facepalm decuplo. Non ho parole. Non so neanche più se sia serio o se semplicemente il suo bias non gli permetta di vedere che le minchiate che l’amica scrive sono le stesse che sentiamo dagli animalati ogni giorno.

 

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Non so di che abominii parlino gli altri due ma so che sproloquieranno ancora facendo finta di niente e facendo finta che non sia successo nulla, purtroppo con i vari animalati questa situazione l’ho vista migliaia di volte. Non accettano critiche, non accettano confronti, non concedono nulla. Hanno ragione loro e se non cedi chiamano gli amichetti a raccolta per affrontarti in branco e prenderti per sfinimento, o per fallacie ad nauseam, potendo poi ballare impettiti sulla scacchiera cagata.

Sullo sfondo, un chierichetto ci parla del bene che è in ognuno di noi e bla bla. Gente slegata e avulsa dalla realtà. Che poi intendiamoci, anche la pagina in questione di animalisti banna, vorrei vedere Matteo a fare catechismo e a dire che non si banna nessuno, neanche chi insulta, sbeffeggia, caga sulla scacchiera e non ti ascolta.

No Matteo, non funziona così, mi piange il cuore a dover rovinare un sì animo gentile.

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Oh buon dio, cosa mi tocca leggere, mi sanguinano gli occhi. Quante cazzate. Lui sminuisce i discorsi fatti dall’amichetta perché la conosce, magari sa dove voleva andare a parare, peccato non conosca me, non sappia cosa intendessi IO. Questo non ce lo mettiamo tra i discorsi? No, interveniamo solo da una parte, in maniera faziosa, redarguendo solo l’altra e continuando a dire che erano solo opinioni.

Anche chi augura la morte a chi mangia carne ha solo una “opinione”. Anche Vassallo, quando auspica la morte alla madre qualora questa dovesse far uso di medicinali, ha un’opinione. Si tratta di capire quali sono accettabili e quali no. Quali cancerogene per la società e quali no. “Mi sembra”, eh sì, costruiamo critiche e castelli per aria sui mi sembra, dai. Va bene uguale cosa sembra a Matteo che si è intromesso a caso. La spiegazione, la sua amica, l’ha ricercata così tanto che al primo pretesto se l’è svignata zitta zitta, cercando almeno di salvare la faccia ormai irrimediabilmente compromessa.

E sul rispettare tutte le idee stendo un velo pietoso perché semplicemente, non è vero. Sembra una di quelle frasi del Papa quando dice che tutti dobbiamo amarci, dobbiamo comprenderci. Cioè, belle sulla carta, eh, ma inapplicabili in qualsiasi contesto reale. Tant’è che non ha incluso Lio che citavo, forse perché non lo conosce o perché è furbo e non si vuole compromettere, sa bene che gente che ne fa una crociata non cambierà MAI idea. Io ho anche chiesto di avere delle prove: sto famoso discorso sugli schiavisti non americani, sti famosi animalisti che parlano nei loro caffè di argomenti alti e massimi sistemi, di capire come mai questa preferisse sbeffeggiare anziché dialogare o capire cosa intendessi IO. Infatti l’ultima mia risposta era l’unica possibile, scusate. Mi sembrava di parlare seriamente con invasati mormoni.

Quel che mi preme ancora dire, e che Matteo non ha capito o non ha voluto capire, è che non è vero che tutti meritano rispetto. Le persone di base lo hanno, poi questo si modifica sulla base delle azioni, o nel discorso delle parole.

>Una persona che mi uccide un familiare NON ha il mio rispetto<

>Una persona che insulta mia madre o non le permette di curarsi NON ha il mio rispetto<

>Una persona che fa cherry picking, lo fa ogni giorno, fa disinformazione, causa a sua volta delle vittime emotive, economiche, sociali, che non possono essere messe sotto al tappeto come se niente fosse<

In sostanza, il rispetto va guadagnato e in questa discussione non ne ho visto dall’inizio alla fine, NON pretendetelo perché chiaramente non funziona così il mondo, e siete voi a doverlo capire, non gli altri.

 

Concludendo, ho avuto proprio ciò che mi aspettavo, niente di diverso in sostanza. Questi famigerati animalisti seri sono totalmente identici agli altri, solo un po’ più furbi. Abbiamo smesso di discutere con loro di S.A. per metterci a discutere di catechismo, rispetto e altre sciocchezze quando sono i primi a non darlo e a fare disinformazione.

 

 

Alcune fonti:

Sullo schiavismo: http://www.storiain.net/storia/inghilterra-1807-labolizione-della-tratta-degli-schiavi/

Il dibattito: https://www.facebook.com/espansionetv/videos/10155435227101188/?hc_ref=ARSmNr9WeraXdzQXIciHhhZvOboX4pfJOPhIJi0z2EEiCN0drLjWqsCZ1bi4hx_RyeU

Sulla grindadrap e le varie balle della pagina: “Le Iene, tra creduloni ed analfabetismo funzionale”, dal blog: Grindadrap sostenibile.

Alcune info sull’allevamento: Italia unita x la scienza, blog, “L’impatto ambientale di agricoltura e allevamento secondo la scienza”, che dipinge una realtà molto diversa dalla propaganda animalista

Sullo spreco di acqua dei bovini, i valori spesso fuori scala citati e altri articoli consiglio:

https://umanoproprioumano.wordpress.com/2018/03/20/vegetariani-ambiente-risorse-ovvero-tanti-assunti-e-poche-prove-atto-i-bovini-e-acqua/

 

 

 

Final Fantasy X / X-2 Remastered (2 di 2)

E veniamo infine al capitolo X-2 del corposo pacchetto. Può sembrare che io sia stato un pelo eccessivo nel valutare la parte finale di FFX ma posso assicurarvi che se lì ero critico qui arriverò a essere acido. Come ho già scritto più volte mi piace fare il bastian contrario, trovare l’oro laddove per gli altri c’è solo merda e di conseguenza già mi immagino -prima di cominciarlo- a trovare rari e profondi significati nascosti che nessuno ha mai colto.

Eh no. Stavolta i commenti del pubblico generalista che si possono leggere nei vari forum hanno proprio ragione, sia quando si parla di bieca operazione commerciale che di pessimo gameplay che di pessima trama e personaggi. Non sto parlando accecato dal furore del fanboy, credetemi. Sto usando tutto il raziocinio di cui dispongo per cercare elementi salvabili ma faccio veramente fatica. Anche se provo a fingermi un nerd-otaku-weaboo che adora le action figure delle tipine scostumate degli anime, e gioca con le barbie e magari fa sesso col proprio cuscino…faccio anche lì fatica a trovare più di 1-2 motivi scarsi per apprezzarlo.

Date queste generose premesse, cominciamo. Da quel che ho letto da alcune interviste, il motivo iniziale per questa produzione era innanzitutto dare un lieto fine ad una storia d’amore che non aveva pienamente soddisfatto i fan, e secondariamente sfruttare il successo che derivò da quel X fortuito capitolo. Infatti fu l’unico all’epoca ad avere un seguito diretto.

Già qui abbiamo un problema. Non tutte le storie necessitano per forza di un lieto fine, lo vogliamo capire? Anzi, trovo che le tragedie, le morti di personaggi importanti, i conflitti ci facciano maturare più di quanto non facciano le vittorie, l’amore, il sole e il cuore. Siamo circondati da opere di un buonismo unico che ovattano la realtà e ci fanno credere che bastino i buoni sentimenti per risolvere qualsiasi problema, non so voi ma io ne sono saturato quanto un Agente Smith quando parla con Morpheus. Nel mio articolo “Le strategie dei seguiti“, che ci sarà abbastanza utile ora, parlavo di alcuni elementi che vengono usati ricorrentemente per allungare un brodo: potenziamento di dinamiche, analisi dei personaggi, nuovi parenti e familiari, prequel e sequel, e così via. Quale strategia può aver adottato FFX-2?

In realtà nessuna di queste, la trama principale è tanto semplice quanto banale: Tidus non c’è più e lo rivogliamo. Così c’è uno che gli somiglia: è lui o non è lui? Cerrrrrto che è lui (chiedo scusa per la pessima citazione, vado a nascondermi)

E a suo modo poteva essere una storia tutto sommato buona. Yuna, ormai “trasformata” e resa meno acerba, viaggia per il mondo per trovare indizi su una persona che non c’è più. Quanto poteva essere metafisico se sviluppato bene? Il problema è che l’elemento della scoperta di Spira è di fatto spoilerato, sappiamo già com’è questo mondo e da chi è popolato, non c’è nulla che ci invogli a riscoprirlo di nuovo. Hanno dunque tirato fuori una simil bozza di trama che poteva anche funzionare e che si accorda con gli eventi passati: ci sono i Neoyevoniti, gli Automisti, La Lega della Gioventù e tutti e 3 hanno idee diverse. Carino, simile ai concetti precedentemente visti ma…oltre quello? Niente! Neoyevon fa praticamente le stesse cose di prima; gli Automisti sono…Albhed. E basta. La Lega è fatta da facinorosi squadristi capitanati da uno storpio. Graficamente carino ma il suo apporto alla storia è nullo. Ci dovrebbe essere una sorta di sottotrama che lega i 3 leader dei gruppi ma è così vacua, così indefinita e blanda da sembrare solo increspatura sull’acqua. C’è poi un boss finale che è Sin 2.0 ma che viene solo accennato per tutto il gioco, non lo vediamo se non alla fine, con la differenza che Sin impariamo a conoscerlo e a temerlo, sappiamo di cos’è capace, Vegnagun no. Che poi che nome dimmerda, dai.

La storia è divisa in 5 capitoli e in ognuno di questi è possibile selezionare le varie località di Spira per affrontare delle missioni. O meglio, ci sono delle missioni principali e il restante 99% sono minigiochini di merda ancora più inutili e frustranti di quelli che già odiavo del X.

Chiariamoci: i vari FF sono infarciti di giochini di merda, dal saltacorda al tetramaster al triple triad alle corse coi chocobo. Ma finché sono opzionali ok. Finché non servono a niente è un conto. Quando crei un gioco SOLO a partire da quelli, con una trama che in realtà è solo uno sfondo pretestuoso, stai sostanzialmente dicendo che preferisci concentrarti su eventi secondari. Ma ancora posso capirlo! Vuoi narrare una storia fatta di dettagli, minuzie, approfondimenti psicologici? BE-NIS-SI-MO.

E invece no! Non ci sono chissà che rivelazioni perché i personaggi originari sono stati tutti dismessi: Wakka è bloccato su un’isola di merda e sta per diventare padre, Lulu idem. Auron e Tidus sono al creatore. Kimahri fa…Kimahri. Cioè è utile quanto prima. Rikku è il 30% meno vestita e il 54% più zoccoletta di prima, dovrebbe anche qui servire per allietare una tensione che non c’è, quindi è ancora più inutile come personaggio. Le uniche “rivelazioni” serie saranno quelle su Dona che ama Barthello o su Maechen che in realtà è un trapassato. Cazzzzzzzo che suspance, signori. E’ un po’ come guardare Uomini e Donne e scoprire che al tizio scemo di turno piace la bionda anziché la mora. E tu sei lì, che giochi magari da 30 ore in attesa di un sussulto spasmodico, e loro ti fanno vedere Dona che dorme attraverso una trasmisfera (c’è molto voyeurismo in questo episodio).

I minigiochi come dicevo sono tanti, troppi. Sono loro il vero gioco. Nella piana della Bonaccia ce ne sono 5 diversi, mi pare, che non ho mai neanche fatto per pudore e senso di amor proprio. Su Besaid c’è un’inutile gara di tiro da fare per due volte. I Kyaktus sono ANCORA da trovare e catturare. Le torri parafulmini le devi ricollocare con dei giochini a tempo che fanno solo innervosire oltre ogni misura. Lo sferocentro…signori non fatemi bestemmiare perché non è carino. Per me la matematica NON è un gioco, anche quando cerchi di intortarmi e di farmela piacere con le monetine. E’ una cosa che può funzionare se a quei numeri associ dei personaggi, delle carte collezionabili, ma se mi dai delle monete è solo pura matematica e niente più, è qualcosa di freddo, spoglio, fatto male.

Il Blitzball? Bah, l’ombra di se stesso. La sottomissione del Detective Rin? Qualcuno le trovi un senso. Non è né divertente né bella da vedere, è solo una sequela di script che attivi solo se hai visto determinate scene in sequenza. O la rifai mille volte studiandoti le combinazioni o la fai con una guida. Dove sia il divertimento non l’ho ancora capito.

Insomma, sono solo all’inizio e ho già trovato più problemi che capelli in testa a Rikku. Un altro problema è Paine, un lesbicone (dai, si scherza) che dovrebbe essere la “sostituta” di Auron. Se Rikku è l’istanza gioiosa e bambinesca, Paine dovrebbe essere quella adulta e matura. E Yuna quella intermedia. Il problema è che la squadra ha un pessimo bilanciamento che si basa solo su questi 3 elementi di sesso femminile (e io da maschio, mi spiace, mi sento escluso) alla Charlie’s Angels e che quindi non offre gli spaccati ideologici che avevamo prima con 7 personaggi. Non mi dà fastidio che Yuna si sia inzoccolettata un po’, lo capisco anzi. E’ un mondo che ha detto basta agli eccessi di un clero corrotto, ci sta che vogliano giochi, svaghi e scopate a cielo aperto (ma queste forse me le sono solo immaginate). Il problema non è Yuna ma il gruppo intero. Poi l’inserimento di Paine in questo gruppo, se l’hanno spiegato, me lo sono perso. E’ una sorta di personaggio-collegamento che serve a unire due fili di due trame sfilacciate differenti che altrimenti non si toccherebbero mai.

E se gli ambienti sono gli stessi, se la trama è quella che è e le cose da fare (belle) poche e poco interessanti, che altro c’è? Il combattimento. Qui spendo mezza parola di sostegno perché ho apprezzato l’essere tornati ai livelli classici senza lo sbattone dello sviluppo sferografico. Ho anche apprezzato lo sviluppo tramite AP come in alcuni vecchi FF. Le classi, poi, donano quella varietà che non avevamo nel X e che un gruppo di 3 persone non può darti da sola. Ci sono tanti vestitini da provare, mi sento come una ragazzina che ha appena ricevuto la casa di Barbie! No scherzi a parte, questa cosa l’ho vissuta con riluttanza. Fin da FF3 io ODIO il sistema coi vari JOBS ( e ODIO usare la parola Job per farmi capire) perché mi capitava di allenare quello che mi piaceva ma che era quello più inutile contro il boss successivo. Così dovevo spendere ore e ore a trovare quello giusto e allenare quello. Qui per fortuna la cosa è stata limata, non è così essenziale avere la classe giusta anche se di sicuro aiuta un sacco. Ma se hai maga nera + maga bianca hai già il 90% di quello che ti serve. Inoltre, una volta che hai addestrato tutte le abilità se continui a tenere quel vestito butti via AP, quindi sei “costretto” a usare altri vestiti se vuoi rimanere performante. E diciamo che togliermi il Cavaliere Nero per mettermi la soubrette (che, per quanto carina, mi irrita in battaglia) non è una bella cosa. E gli strumenti a parte quello che scaccia i mostri sono tutti abbastanza superflui. Non ho poi apprezzato lo stile più action perché è un casino a schermo, a volte mi capita di rubare qualcosa ai mostri ma siccome sto selezionando l’attacco successivo Rikku agisce mentre non guardo, così non so mai se al boss ho rubato l’oggetto o meno. E mo? Rifaccio? Muoio? Vado avanti? Infatti mi sono perso un oggetto così facendo. La cosa delle collezioni è una cagata immane, ti costringe a cambiarti spesso per “potenziarti” ma è una cosa così inutile che non ha mai inciso nei miei scontri. Certo, sono sicuro che servirà nei boss segreti ma per il 99% del gioco è una cancrata. C’è anche la modalità per saltare la scenetta (che dura un sacco, madonna! Come Sailor Moon, uguale) ma la prima vestizione te la devi puppare comunque e zitto. E per avere le trasformazioni finali devi sorbirti ore e ore di trasformazioni che, per quanto belle, son sempre le stesse. Un fottuto sailor moon dove i nemici prima di attaccare aspettano il tuo comodo cambio d’abito. No ma fate pure, eh?

A parte poi quelle 4-5 classi guerriere che mi sono piaciute, le altre le ho trovate graficamente poco ispirate. La mascotte? Dai, fate sul serio? La domatrice? La soubrette? E meno male che ho sempre preso per il culo i bardi, qua ce n’è a iosa pure peggio. Insomma si è capito che a me delle bamboline, per quanto abbiano cercato di sessualizzarle, non me ne frega niente quando gioco? Quando spengo la console può anche starci qualche Yuna o Rikku vestita da soubrette, quando gioco NO. Quando gioco voglio serietà e impegno, e qui non ne ho visti. Il tenore è sempre quello di gente spensierata, musichette allegre e talvolta rockettare o pop. Il clima generale mi ha fatto immedesimare in una storiella banale dalla portata ridicola priva di temi importanti e in tutta onestà inutile. Non c’è niente che venga narrato in questo episodio della saga che mi faccia dire “sì, è valsa la pena giocarlo”.

Poteva essere una buona idea ramificare la storia e suddividere le scelte e i finali in base ad esse ma è stata una cosa poco sviluppata, o che alla fine non diversificava troppo le une dalle altre, un po’ come in Life is Strange, ed è un peccato.

Dovessi catalogarlo, darei come voto un “Kimahri” a questo gioco: cerca di fare tante cose, non ne fa bene una sola. Ho reso l’idea?

Parlando dei boss cosa possiamo dire? Ammetto che qualcuno mi è piaciuto. In un mare di mediocrità, l’andamento opzionale con tanto di percentuale che ti mostra i progressi l’ho apprezzato. Vedere il 100% fa sempre eiaculare un giocatore compulsivo dalla smania collezionistica. Sono arrivato al 5o capitolo che mi rimanevano il fondo di Bevelle (non avevo più voglia dopo un po’), Angra Mainyu ed Experimento. Concatenare le cose mi è piaciuto, sono stato costretto prima a trovare degli oggetti utili a Bevelle, poi a battere Angra (e che battaglia epica che è stata signori, il vero boss finale di questo gioco), e infine a scavare nel deserto liberato per avere i pezzi per completare Experimento. Ammetto che mi ha esaltato finire le quest più importanti una dopo l’altra.

Poi si arriva al dungeon finale ed è…così insipido, così vacuo. Mi ha ricordato vagamente Tera di FF9 con quei colori azzurrini e quel tema così “macchinoso” ma l’enigma con le note musicali è proprio brutto, mal fatto, orribile da giocare e da guardare. Il Boss finale, Vegnagun, ricalca Sin e altri mostri da fare a pezzi cui FF ci ha abituato, solo che è totalmente privo di personalità. Sin aveva un non so che di bestiale, e aveva una personalità recondita che apprezzava l’inno, poi sfruttato per combatterlo. Vegnagun vorrebbe unire la bellezza di un pianoforte attraverso cui lo si comanda con la bruttezza di un’arma. Così vediamo il pilota-suonatore in questo duplice ruolo. Solo che è così poco approfondito e caratterizzato, anche figurativamente, che non fa breccia. Lo vediamo così poco su schermo che non fa alcuna differenza. Spaccare Vegnagun poi (ma per fortuna) l’ho trovato fattibilissimo in confronto ad Angra, due colpi e andava giù. Anche il boss finale, senza impegno e senza mascotte, l’ho sconfitto la prima volta. E ammetto che mi è piaciuto un sacco vedere le mosse turbo di Tidus, è stato come combattere contro di lui. Poi, quelle 3 linee scarse di dialogo di Auron? Il senso? Mah. Così ininfluenti, anche quelle, neanche una apparizione, zero.

La stessa Lenne poi è insipida, una mary sue che fa e dice poco, è solo bella, e basta. Ma anziché tirare fuori sti tizi, con Shuyin che sembra Tidus senza neanche provare a svelare sto mistero, perché non fare una storia col VERO Tidus, magari malvagio? Provare a imbastire una trama sulle looksfere che donano i ricordi dei vecchi possessori? Inventarsi qualcosa sul fatto che Shuyin è il personaggio reale della Zanarkand di 1000 anni fa e Tidus solo un falso? No, hanno optato per la strada lunga con dei tizi per i quali non empatizziamo. Tizi come noi, ma che non sono veramente noi, e con delle motivazioni abbastanza stereotipate se le confrontiamo con Yu Yevon che è quel tipo di nemico che apprezzo, che ha una filosofia dalla sua parte per quanto inaccettabile da alcuni, come Pain.

Il finale poi è…meh. Tarallucci e vino. Abbiamo tanto combattuto e ora pace fatta, bacini e bacetti. Ma per il 70% del gioco i tre tizi bellocci non erano comandati da altri, perché lottavano tra di loro?! Alla fine Yuna trova Tidus se sei stato abbastanza attento da fischiare in alcune scene (dai, può starci come scelta di game design). Peccato che io abbia seguito la guida per ottenere il 100% alla prima run, così da non farne altre e cosa mi dice alla fine?

Percentuale di completamento: 98%.

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Ora dovrò rifarmela nel nuovo gioco+ e so già che me la farò con incontri zero sempre attivo, facendo solo le missioni principali. Da una parte il nuovo gioco+ è qualcosa di stupendo, e tutti i FF per me dovrebbero averlo: ti permette di goderti di nuovo la storia ma con lo stesso livello, abilità e oggetti che avevi alla fine. Il problema è che per i completisti come me, se poi c’è da rifare tutto, come le cose secondarie che ti portano via tempo, è solo una immane perdita di tempo. Avrò sempre la sensazione di aver lasciato il gioco a metà anche se c’è scritto 100%, ed è una cosa che mi dà immensamente fastidio.

In sostanza, il gioco aveva tante potenzialità. Poteva spingerci a riscoprire Spira sotto qualche nuova luce e invece sfrutta cose già viste, di poco variate, mini giochi all’ennesima potenza e banalità sconcertanti. Non è più un piacere neanche interagire coi comprimari o dipanare la trama, che era il punto di forza del X, qui al massimo si salva qualche combattimento e la struttura da GDR con le classi, basta. Non trovo altro da salvare. Si poteva fare di più, e meglio.

 

Le polemiche sul Trono di Spade (Stg.3)

Era da un po’ che non mi mettevo a parlare del Trono ma visto che non manca ormai molto alla stagione 8, potrebbe essere una buona occasione per dire ancora qualcosa. Nei miei articoli trovate anche la stagione 1 e 2 con le solite trite e ritrite polemiche che si sentono dai fan più esagitati e dai soliti lettori aristocratici che non riescono a tollerare che una serie tv possa effettivamente dire qualcosa MEGLIO di un libro. Inoltre farò notare alcune delle scene che sono state aggiunte per approfondire caratterialmente questo o quel personaggio anche se assenti nei libri.

Come base userò l’ordine delle scene dei vari episodi e di volta in volta cercherò di parlare delle differenze col libro, laddove ce ne siano di importanti. E’ chiaro che, se una scena viene spezzata ma le due componenti ci sono entrambe solo in due episodi diversi, per me è solo un motivo logistico e/o economico, non apporta significative differenze per la trama.

1. La scena in cui Margaery aiuta i poveri

Non è presente nei libri perché Margaery è un personaggio di cui non abbiamo punti di vista e viene lasciato un po’ a sé per sfortuna. Nella serie hanno capito che andasse valorizzata e che il suo modo di agire e di pensare necessitasse di una spiegazione. La vediamo nei bassifondi sporcarsi il prezioso vestito in una pozzanghera, e la vediamo parlare agli orfani dei loro padri che hanno perso la vita nell’assedio della stagione precedente. Questo passaggio approfondisce il suo modo di vedere e la rende tridimensionale, inoltre ha il vantaggio di mostrarci un Joffrey sorpreso che potrebbe persino cambiare idea. Qualcuno dice che questi atteggiamenti sono falsi, e fa tutto parte del personaggio ambiguo e astuto di Margaery ma è importante vedere che almeno lei non sia crudele. Sembra anzi interessarsi ai più deboli, cosa che abbiamo visto fare a ben pochi nobili finora.

2. Qyburn, i guitti sanguinari rimossi

Nella serie trovano Qyburn quasi morto in un castello, lo salvano e questi poi salverà ciò che resta della mano di Jaime. Sono stati rimossi i personaggi del gruppo dei guitti sanguinari, mercenari del gruppo di Bolton capitanati da Vargo Hoat. Nel gruppo c’è anche un Dothraki che taglierà la mano di Jaime, un giullare e sicuramente qualche altro personaggio secondario che non ricordo. In realtà non apportano chissà che contributo alla storia, sono anzi parecchio stereotipati. Shagwell, il giullare, discuterà nel quarto libro di come scopare Brienne, se in un orifizio o nell’altro, e l’altro gli risponderà qualcosa del tipo “solo in uno dei due non avrai dei figli.” Insomma, volutamente volgari, così tanto che sembrano solo macchiette. Nella quarta stagione vedremo però Locke, il sostituto di Vargo, avere un ruolo decisamente più importante. Effettivamente spiace però aver perso il racconto di Vargo che viene messo alla fame e a cui viene dato in pasto il suo stesso corpo da Gregor Clegane, una scena che ci fa capire una volta di più quanto la Montagna sia pericolosa.

3. Daenerys e la perdita d’innocenza 

Nei libri Daenerys sente la mancanza di Drogo e per la prima volta si masturba, poi aiutata da una delle sue ancelle. Una scena che ricalca il fatto che non è una principessa Disney ma una donna con dei bisogni corporei ben specifici, umana e fatta di carne, non di parole. Nella serie si va a perdere la scena specifica ma viene poi comunque recuperata dai numerosi amanti che avrà. Il messaggio c’è.

4. L’incontro con Barristan 

Anche questo è profondamente diverso. Nei libri già verso la fine del secondo (dove Dany ha circa 4 capitoli mi pare di ricordare) le si presentano due personaggi inviati a proteggerla di cui uno è Arstan Barbabianca, che si rivelerà Barristan salvandola ad un certo punto da un aggressore. A quel punto seguirà una scena speculare in cui Barristan verrà perdonato e Jorah, per il suo tradimento, no. Nella serie Barristan arriva da solo e la salva da un assassino rivelandosi nel finale. Ho già parlato un po’ di Belwas e del suo personaggio relativamente inutile, diverso è per Barristan. Nella serie come si può intuire la sua agnizione è più veloce, sbrigativa, risolutiva. Nei libri ha qualche passaggio in più. Non ho capito perché avrebbe dovuto andare da Illyrio Mopatis quando poteva semplicemente fare delle ricerche lui stesso. Non si è perso niente.

5. Hoster Tully e Nancy 

La farò breve, questa è una perdita. Non mi sento di criticare chi lo fa notare. Nei libri in punto di morte Hoster rivelerà un nome, Nancy, chiedendo scusa. Per tutto il libro Catelyn crederà che sia il nome di una puttana che ha intrattenuto il padre, e in una locanda troverà una donna che porta quel nome. Arrivata alla Valle però scoprirà che in realtà Nancy è il nome del veleno che Hoster fece prendere alla sorella per farla abortire dal figlio di Ditocorto. E’ un elemento caratterizzante e spiace perderlo. Non è vitale rispetto ad altri, e in una serie tv correrebbe il rischio di confondere uno spettatore già intriso di nomi e titoli, però spiace.

6. Loras o Willas?

Nei libri la scena con Olenna è tutto sommato identica ma c’è un punto di divergenza: per sottrarre Sansa Stark alla Corona, progettano di darle in marito l’erede di Alto Giardino: Willas, che è uno storpio. Nella serie, esistendo solo Loras, lei è ben contenta di andare in sposa a lui. In realtà trovo che nella serie sia sviluppata meglio la cosa perché Sansa ne è innamorata, conosciamo entrambi e già prefiguriamo i problemi che abbiamo visto a Renly a letto. Willas è solo un nome, per ora non si è visto, la stessa Sansa ha dei dubbi se essere felice o meno. La scelta delle serie è più immediata, funziona meglio.

7. Cleos Frey 

Nei libri ad accompagnare Brienne e Jaime è la staffetta Cleos Frey. Morirà sbattendo la testa a cavallo e Jaime prenderà la sua spada per aggredire Brienne. Nella serie Brienne porta due spade e in un momento di disattenzione Jaime ne prende una. Le differenze sono praticamente nulle, si arriva comunque al punto in cui Locke/Vargo Hoat li cattura entrambi.

8. Ancora Talisa

Ho già parlato abbondantemente di Talisa e svolge bene il suo ruolo. E’ un personaggio che, per quello che deve fare, funziona benissimo e sostituisce il personaggio cartaceo che conosciamo appena. Nella serie si cerca di renderla tridimensionale facendole curare due bambini Lannister tenuti prigionieri.

9. Theon e Ramsay

Nei libri Theon ricomparirà solo nel quinto libro raccontandoci in una manciata di capitoli ciò che gli è successo in maniera piuttosto sommaria. La serie ha una narrazione ancora più corale dei libri, per cui non potevano lasciare insoluto il suo destino. Si capisce meglio cosa gli sia successo, a causa di chi, quali sotterfugi abbia usato Ramsay per farlo parlare, e non è roba da poco perché lo spettatore sente di non poter provare empatia per lui quando viene torturato ed evirato, si arriva a tifare per il torturatore. Poi, abbiamo avuto il famoso meme della salsiccia e il volto impagabile di Iwan Rheon, credo che la scelta sia stata azzeccata.

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10. Gli spostamenti di Melisandre

Nei libri Melisandre non lascia mai Roccia del Drago, e sfrutta il sangue di un altro bastardo di Robert, Edric Storm, trovato a Capo Tempesta. Nella serie, non essendo presente il personaggio di Edric, Melisandre va nel continente alla ricerca di Gendry, lo porta sull’isola, lo irretisce, gli prende il sangue e via così. La narrazione non è cambiata di una virgola, il senso della scena è sempre lo stesso, cambia solo che nei libri c’è un personaggio secondario in più che probabilmente non rivedremo mentre nella serie cercano, come al solito, di utilizzare quel che già si ha. Non è un problema la tempistica degli spostamenti perché è un punto chiave (serve sangue di re che ancora non sia di Shireen) ma non è così importante da chi viene preso. La scena anzi anticipa due cose: l’odio di Arya per la fratellanza, che lei ritiene corrotta, e le parole di Melisandre, che ci dicono che Arya è destinata a chiudere molti altri occhi e a ricontrarla. Motivo per cui sappiamo già ora che nella 8a stagione una scena simile ci dovrà essere, e lo spettatore ha degli indizi in più.

11. Le nozze rosse

Questo è un punto importantissimo, val la pena discutere alcuni dei cambiamenti. Di Talisa ho già parlato abbastanza, il suo personaggio cartaceo, Jeyne Westerling, non era così indispensabile. Nei libri Jeyne rimane al sicuro mentre nella serie Talisa, incinta, viene sventrata e uccisa insieme a Robb. L’aumento di violenza è congeniale al tipo di mondo che si vuole comunicare, in completo accordo con quanto già scriveva Martin di suo ma potenziato ulteriormente. D’altra parte avremmo avuto una scena meno consistente e una regina viva ma inutile come nei libri.

Nei libri muoiono inoltre Piccolo Jon, Dacey Mormont e Wendel Manderly i quali sono rispettivamente membri di alcune delle casate che rivedremo solo nella 6/7a stagione. Nei libri si dà molto peso a queste famiglie del nord, addirittura ci saranno interi capitoli dedicati a Davos che cerca l’appoggio dei Manderly anche se il tutto risulterà molto un girovagare a vuoto fine a se stesso. Nella serie invece sappiamo che grande Jon è stato catturato (che fine abbia fatto ancora non si sa però) e, mancando quei personaggi secondari dei libri, sono stati sostituiti dalla scena di Talisa. Inoltre viene apportato un piccolo grande cambiamento: nei libri Catelyn prende in ostaggio il figlio “scemo” di Lord Walder e gli taglia la gola, nella serie prende in ostaggio la sua ultima moglie. Forse hanno ritenuto che prendersela con i diversamente abili fosse sbagliato persino per questa serie? O c’è dell’altro? A dire il vero non lo so, non ho informazioni su questo ma credo proprio che le due scene siano equivalenti perché entrambe permettono di far dire a Walder che in un caso si risposerà come se nulla fosse, e nell’altro che quel figlio non è nessuno di rilevante per lui, e lo abbiamo già visto in numerose scene come tratta i propri figli.

Una cosa che invece è andata perduta è la versione dei Frey presente nei libri in cui si romanza il tutto facendo passare Robb per un mostro che assassina inutilmente il figlio down di Walder. Questo è invece un dialogo molto utile che avrebbe fatto piacere sentire magari nella sesta stagione, e che purtroppo si è perso.

12. Yara e Balon

Nei libri Balon muore prima di Robb, fuori campo. Verremo solo in seguito a scoprire, nel quarto libro, cosa gli è successo (in maniera ambigua). In realtà non farlo morire nella serie fa perdere un pezzetto piuttosto importante su Melisandre: lei aveva promesso la morte di Robb, di Joffrey, e di Balon, gli usurpatori. Quando morirà Robb Davos, stizzito per quel successo, risponderà “Due non è tre”. La cosa rimarrà in stallo fino alla morte di Joffrey, che darà poi il completo sostegno di Stannis a Melisandre per intervenire nel continente, e partire per difendere la barriera. Nella serie l’intervento è giustificato solo dal senso del dovere di Stannis, che è comunque pochino se si mettono sul piatto della bilancia tutti gli altri suoi problemi. Nei libri ha una spinta ideologica in più data dalla fede e che qui purtroppo si perde.

Yara (Asha) nei libri racconta di aver visto il cadavere di Theon a Grande Inverno, nella serie invece viene stuzzicata da Ramsay a intervenire. Nei libri si dimostra piuttosto statica e poco utile, nella serie viene elevato il suo personaggio ad amazzone e donna forte. In realtà anche nella serie il tentativo di liberazione, pur aggiungendo pathos, è piuttosto inutile e non porta a raggiungere l’obiettivo. Anzi, lei vedendo Theon ridotto così cambierà idea su di lui provando ribrezzo. Considerata la sesta stagione, e considerata la mancanza del sesto libro, difficile capire se questo cambiamento sia più o meno utile a qualcosa in particolare.

13. Samwell Tarly

Ci sono dei piccolissimi cambiamenti per quanto riguarda Sam e Gilly, uno di questi riguarda quel grosso confratello (piccolo Paul) che lo trasporta oltre la barriera e che poi diventerà uno zombie. Non apporta nulla di concreto. Un altro cambiamento riguarda Manifredde (che dovrebbe essere Benjen anche se Martin aveva smentito la cosa) che riporta Sam alla barriera, e il Portale delle Tenebre, che è uno strano elemento fantasy presente nella barriera che permette solo ad alcune persone di passare (Manifredde ad esempio non può). Curioso, non viene praticamente più citato, per cui sono dell’idea che non sia così essenziale, e difatti è stato tolto nella serie.

In conclusione, la Terza Stagione apporta piccoli cambiamenti, talmente piccoli da essere pienamente nella norma dell’adattamento da medium a medium. Volersi impuntare sull’utilità di Jeyne Westerling lo trovo sinceramente ridicolo, non capire l’intento della serie ancora di più. Si cerca di acuire alcune dinamiche (violenza in primis), a volte si perde qualche informazione (Nancy, Stannis e Melisandre) ma per lo più come si può vedere la storia c’è, e procede bene. Non sempre più informazioni sono meglio, specie per un pubblico di spettatori che risponde anche ad esigenze diverse: stare seduto per un’ora a seguire un episodio, ad esempio, ricordarsi dei nomi associandoli a un volto (e quindi, ricordarsi poco di nomi secondari visti per pochi secondi), e così via

14. Lady Stoneheart

Questo è invece un punto presente nel libro ma non nella serie, perché è stato tolto. Catelyn grazie al sacrificio di Lord Beric Dondarrion torna a vivere come un cadavere ma è molto più vendicativa e bastarda. Nei libri l’ultimo punto di vista di Jaime termina con Brienne che, per aver salva la vita, lo porta al cospetto di Catelyn per essere giustiziato. Non si sa altro. Dubito sinceramente che Jaime possa morire così e in maniera così annunciata, tantomeno Brienne. Siccome non è ancora uscito il sesto libro è difficile capire se questo possa essere un miglioramento o meno ma bisogna porsi dalla prospettiva degli showrunner: un prodotto filmico deve utilizzare elementi concentrati utili, il più possibile chiari a tutti. Nei libri sono presenti un’infinità di dettagli, da Daenerys che viene vista perdere un sandalo a dorso di Drogon a Davos che conta le oscillazioni di un lampadario. Sono inserite per dare un contesto maturo, variegato e realistico fatto di minuzie, e nei libri funziona, in una serie sarebbe solo un perdersi in quisquilie perfettamente inutili con grande perdita di tempo a schermo. Questi due elementi mi fanno propendere per una teoria, e sarà il tempo a darmi ragione: Stoneheart è stata inserita nei libri come diversivo e allungamento per tenere buoni i fan dopo le nozze rosse e sperare in una vendetta ma questa non ci sarà, o sarà compiuta da Arya. O Catelyn la aiuterà morendo, o è probabile, come tradizione da trono, che muoia in una maniera blanda per qualche sciocchezza. Se gli showrunner non hanno inserito questo personaggio e queste scene è perché nei libri non portava a niente di concreto o significativo, o lo faceva con un giro assurdo che ci hanno risparmiato. Tutte le altre scene significative sono state inserite, migliorate o parzialmente modificate, dubito che si sarebbero privati di un nozze rosse 2.0 o di un Hold the door se questa scena fosse stata tale. Però, ancora una volta, sono supposizioni.

E’ bene non eleggere mai un “vincitore” in queste diatribe, sebbene anche io parli di miglioramenti mi riferisco sempre a quelli nell’ambito cinematografico: un libro funziona bene così, una serie non funziona come un libro, ergo è un miglioramento limare alcune cose o toglierne altre.

Stagione 1

Stagione 2

Stagione 4

Stagione 5

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Stagione 7

Stagione 8

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le strategie dei seguiti

Corpus:

Film: Matrix, Pirati dei Caraibi, Alien, Rambo, Terminator, Resident Evil, Star wars, Cattivissimo me 

Anime e manga: Saint Seiya, Dragon Ball (film) saga, Shaman King, Boruto

Videogames: Matrix, Star wars, Life is Strange

Questo articolo ha una storia che nasce da un’esigenza, principalmente. Scrivendo altri articoli mi sono accorto che esistono alcune strategie che vengono usate intercambiabilmente tra loro per allungare una storia che ha già esaurito i propri contenuti iniziali. Per metterla giù in parole povere, come si valuta un Matrix 2 – 3 alla luce di un Matrix 1? O ancora, per stare in tema in questi giorni, uno Star Wars VIII?

Allora ho pensato che fosse meglio fare un passo indietro, vedere e analizzare qualche titolo che fungesse da corpus e trarre qualche conclusione sulle strategie che vengono usate maggiormente per poter allungare le storie dei fortunosi primi capitoli. Va da sé che non analizzerò TUTTI i titoli possibili e soprattutto ogni secondo/terzo capitolo esistente, come ad esempio Le Due Torri o Il Prigioniero di Azkaban. Nella mia analisi non sono compresi seguiti di storie già “pronte” nella mente di un autore ma seguiti in genere non previsti o solo teorizzati di primi capitoli che hanno sbancato al botteghino poi in seguito sfruttati per del franchise. Mi rendo tuttavia conto che se non tutte le storie, una gran parte ha dei rimandi, dei finali o dei punti oscuri che vengono lasciati appositamente per poter essere approfonditi in seguito, in caso di fortuna. Altre volte invece si ritiene opportuno inventarsi dei what if o degli universi paralleli come potenziale giustificazione, e i più furbi parlano di canonico e non canonico. Come si fa a capire quali sono i confini di un testo? Quand’è che una storia veramente finisce, o ricomincia?

Eh, difficile rispondere in maniera precisa e dettagliata. Io vi rispondo: cominciamo a vedere come funzionano certi seguiti, poi traiamo qualche conclusione.

———————————————————-FILM———————————————————————-

Matrix: Cominciamo con la parte inerente le pellicole cinematografiche. Una saga che, penso, metterà tutti d’accordo è quella di Matrix. Raramente si riesce a trovare uno stacco così forte tra il primo capitolo e i successivi. Il primo parlava del dubbio Cartesiano unendo tematiche di bioetica, il rapporto uomo/macchina accentuando il catastrofismo e usando come strumento di confronto il kung fu senza rinunciare alle armi da fuoco, con sequenze spettacolari che hanno fatto scuola.

1-2) Nel secondo e terzo capitolo alcune parti della formula vengono riprese: il principio di azione/reazione, il parallelismo tra Neo e il sacrificio di Gesù, i combattimenti a mosse di kung fu. In linea generale si ha una netta diminuzione delle tematiche filosofiche, solo blandamente accennate in qualche scena, a favore dell’azione. Il secondo capitolo inoltre ha ancor meno contenuti e funge solo da passaggio per il terzo capitolo che si conclude con la battaglia finale e la risoluzione del conflitto. L’antagonista del primo film, morto, viene ripreso, potenziato e utilizzato a oltranza. Viene persino duplicato.

Pirati dei Caraibi: Il primo capitolo nasceva quasi come azzardo: sfruttare l’idea di un’attrazione di un parco giochi, per quanto famosa. Gli elementi scelti erano storie di pirati, di fantasmi, di maledizioni in una buona miscela a base di umorismo e di sentimentalismo. Il tutto condito con scene spettacolari di azione funambolica e/o coreografata ottimamente.

3) Per il secondo capitolo, che esattamente come per Matrix funge da prologo al terzo, si è cercato di espandere le dinamiche del primo, un esempio è la scena di combattimento nella ruota del mulino. Vengono mantenute le storie di fantasmi e di “maledizioni”, in più si accentua una parte delle intenzioni dei personaggi, tesi a ottenere ciò che vogliono con conseguente scambio di persone e oggetti di mano in mano. Viene resuscitato un vecchio antagonista.

4) Il terzo va a concludere con una battaglia finale il conflitto e continua essenzialmente sulla stessa base del secondo. La trama sentimentale è invece sciolta non con un lieto fine ma con un finale agrodolce.

5) Il quarto capitolo prosegue su una scia nuova lasciando alcuni vecchi personaggi e mantenendone qualcuno dei principali. In generale ci sono storie basate sui pirati, meno sui fantasmi (ma l’elemento fantastico è sempre presente). Coreografie e scene ad alto tasso d’azione. Possiede sempre una trama romantica per mezzo di altri personaggi, in generale cerca di riproporre le stesse cose dei primi con argomenti diversi.

6) Alien: Il primo capitolo parlava dell’uomo come contenitore del male a livello metaforico. Nel secondo, come da tradizione di molti film horror, i superstiti non sono creduti né rispettati. La protagonista si unisce ad un gruppo di militari che tenta di ripetere l’esperienza. Molto più scenografico, si parla di una regina e di più esseri, non solo uno. Dinamiche di squadra e potenziamento di cose già viste.

7) Il terzo capitolo è quasi la stessa identica cosa ma con un cambio location.

8) Il quarto tratta il tema della resurrezione, della fusione col mostro e della clonazione.

9) Alien VS Predators è di per sé un escamotage esplicito su come continuare una storia: unendo due canoni tra loro differenti in una sorta di what if.

10) Prometheus è un prequel, per cui ha una storia che si ricollega solo in parte alle pellicole successive. Ripropone cose già viste come i classici droidi, alieni, parassiti e ritorna su concetti tipici della saga senza aggiungere veramente qualcosa. La strategia è dire le stesse cose, o accennarle solamente, ma nel passato o nel futuro.

 Rambo: Il primo capitolo parlava di un veterano che torna alla civiltà e non viene compreso dai suoi connazionali. Nel finale si spezza rivelando chi è veramente.

11) Nel secondo film non si aggiunge molto; si cambia la location e si cerca di aggiungere nemici più accattivanti.

12) Il terzo film è quasi la pedissequa copia dei precedenti, in più sfrutta il terrore che il comunismo e i sovietici incutevano quegli anni.

13) John Rambo è la stessa identica pellicola con un Rambo più vecchio. Stesse cose ma nel “futuro” del personaggio.

Terminator: Il primo capitolo non sembrava dovesse riscuotere successo e invece…

14) Il secondo partiva con la premessa di potenziare le dinamiche del predecessore, e lo fa con i maestosi effetti hollywoodiani, e con una storia di maggior respiro. Più veloce, dinamica e meno scontata, la trama di T2 è una pietra miliare della fantascienza. Il tema del viaggio nel tempo è parte della saga fin dal primo quindi non ne tengo conto. L’antagonista, per durare di più ai colpi di un androide, è fatto di “metallo liquido” ma la cosa ha una fisica propria che viene rispettata (solo lame).

15) Terminator 3, facciamola breve, è la stessa cosa del 2 con una terminator donna. Basta. La storia avanza di pochissimo e quasi su binari. E’ presente anche il tema del “controllo mentale”.

16) Terminator salvation cerca di parlare della saga da un punto di vista che non avevamo mai osservato: quello del futuro di cui tanto si parla. Come sopra, anche solo spostare nel tempo e nello spazio la stessa storia è sentito come qualcosa di nuovo. Più robot, più grossi. Tema della fusione uomo-macchina, del sacrificio, temi sull’emotività dei robot, il film aggiunge del suo.

17) Terminator Genisys sfrutta invece l’espediente degli universi paralleli per poter dire ancora qualcosa su una storia ormai satura, eliminando di fatto tutta la cronologia degli eventi precedenti e rendendoli anche inutili. Vengono potenziate meccaniche già viste e vengono fuse con nostalgia e citazioni: T-800, T-1000, T-3000.

18) The Sarah Connor’s Chronicles: parla di una parte di storia che effettivamente non abbiamo mai visto, quella in cui Sarah alleva John da sola. Vengono usate anche cose già viste ma da una diversa prospettiva come i T-1000. Dovendo arrivare ad un punto prestabilito le invenzioni e le rivelazioni devono essere contenute per forza, rendendo la serie molto fine a se stessa.

Resident Evil: Il primo capitolo cerca di riproporre gli zombie del franchise con situazioni tutto sommato nuove (l’ascensore). Tema della perdita della memoria della protagonista.

19) Resident Evil 2: Potenziamento delle dinamiche del primo, viene maggiorato il rischio infettivo e presentato un antagonista della saga, Nemesis.

20) Resident Evil 3: Maggiorati ancora i rischi, tema della clonazione e del controllo mentale. Nemico ucciso con una citazione al primo capitolo.

21) Resident Evil 4: Presentati altri personaggi della saga come Wesker e Chris Redfield, tema della perdita di poteri.

22) Resident Evil 5: Presentati altri personaggi come Leon e Ada Wong, vengono riutilizzati personaggi come Wesker, Axeman; situazioni in generale già viste.

23) Resident Evil 6: Tema dell’unione con l’antagonista per cause di forza maggiore. In più, viene resuscitato e clonato un vecchio antagonista.

24-25-26) Star Wars è un altro interessante esempio. La seconda trilogia è un prequel che narra delle vicende di un personaggio molto importante e della sua trasformazione nel tempo dei 3 episodi. Ad essa si aggiungono argomenti centrali che nella prima trilogia non erano stati trattati come la politica, la nascita dell’impero e alcune dissertazioni sulla democrazia e l’autorità. Alcune dinamiche vengono potenziate e spettacolarizzate come i duelli Jedi o la colonna sonora.

27) The clone wars narra di fatto una storia-non-storia, non aggiunge niente a quel che già si sa ma si limita a collegare tra loro alcuni punti aggiungendo personaggi o approfondendo la loro psicologia. L’escamotage è rivivere alcuni momenti e spazi già visti o inserire personaggi solo per quell’arco di tempo come una nuova padawan, sicari, nuovi membri di razze già viste (darth maul). Lo stesso darth maul viene riportato in vita e ricostruito, si riciclano quindi personaggi anche già morti, fratelli di personaggi morti.

28) Cattivissimo me 1 ha avuto un discreto successo, nel 2 hanno ripreso alcune delle dinamiche che avevano reso questo possibile come i minion. Infatti il 2 è praticamente interamente basato su di loro con poca altra storia a condire il tutto. Il film dedicato ai minion, poi, è una ulteriore conferma.

29) Cattivissimo me 3 inventa un fratello del protagonista, sfrutta meno i minion e utilizza un antagonista-stereotipo basato sulla nostalgia.

————————————————-ANIME&MANGA————————————————————–

Saint Seiya: La saga dei cavalieri dello zodiaco comincia anni fa con il manga di 28 numeri per poi proseguire fino a noi con svariate opere figlie e figliastre, talvolta canoniche e talvolta no. Difficile farne un sunto completo.

30) Saintia Sho è, riassumendo brevemente, un’intera strategia fattasi manga: raccontare potenzialmente la stessa storia, o poco variata, ma cambiando di sesso i personaggi. Questo però va addirittura contro alcune delle iniziali regole dell’opera originaria, che vedeva le saint donne costrette a coprirsi il volto con una maschera. Qui quella regola è ritrattata e a suo modo azzerata per poter continuare un discorso altrimenti impossibile o già troncato in partenza.

31) The lost canvas non può considerarsi veramente un “prequel” perché temporalmente si colloca prima degli avvenimenti originali ma non è poi troppo collegato a quei fatti se non per qualche personaggio. E’ più che altro una storia nuova che utilizza un contesto storico differente nello stesso mondo narrativo.

32) Next Dimension è opera dello stesso autore originale ed è un seguito canonico della storia. Si sfruttano i viaggi nel passato e viene rivelato un tredicesimo cavaliere d’oro completamente inventato dato che i segni zodiacali sono 12, non era mai stato citato e il suo segno era tecnicamente di un altro personaggio. Alcune parti di storia paiono ripetersi in maniera identica tra l’attraversamento delle 12 case e il tentato assassinio della dea, c’è quindi anche una riproposizione delle stesse cose già viste variate sotto qualche aspetto.

33) Episode G: è invece una serie prequel perché narra del passato dei giovani cavalieri d’oro. Riesce ad approfondire e a dare dignità con toni epici a eventi che prima erano solo sommariamente descritti o accennati.

34) Dragon Ball film saga (Z): Questo filone è oro puro per l’analisi. Esso comprende se non tutti i cliché narrativi almeno il 90%, perché cerca di riutilizzare lo stesso materiale di partenza variando di pochissimo la formula, e il materiale di partenza già di per sé è risicato.  In “La vendetta Divina” un nuovo nemico con nuovi scagnozzi minaccia la pace. Fisicamente somiglia molto alla stirpe dei namecciani. Riproposizione di cose già viste nell’anime. 

35) Ne “Il più forte del mondo” stessa cosa, si sfrutta uno scienziato cattivo che è essenzialmente un personaggio (Dtt. Gelo) già visto ma sotto altre sembianze. Cyborg e biocombattenti sono piccole varianti della trama principale.

36) “La grande battaglia per il destino del mondo” sfrutta un personaggio tecnicamente inedito ma che graficamente è la nemesi di Goku, il protagonista.

37) “La sfida dei guerrieri invincibili” utilizza ancora una volta qualcosa di già visto: un nemico namecciano, presentato come il vecchio Al-Satan/Mago Piccolo. Non cambia quasi nulla.

38) “Il destino dei saiyan” inserisce un personaggio inedito di un altro personaggio primario: il fratello di Freezer. Quando non si può usare un personaggio morto una strategia è farlo “rivivere” attraverso un familiare; potenzialmente non c’è nessuna caratterizzazione che differenzi i due infatti.

39) “L’invasione di Neo-Namek” utilizza il personaggio di cui sopra ma versione Mecha.

40) “I 3 super saiyan” sfrutta ancora un vecchio arco tematico, quello dei cyborg, presentando “fratelli” di personaggi già visti: c13, c14, c15, considerato che nella saga originale ci sono c16, c17, c18, c19 e c20. Anche inserire un possibile c21,c22 sarebbe stata la stessa identica cosa. Da notare un altro cliché molto utilizzato: una volta sconfitti singolarmente i tre nemici si fondono in uno solo.

41) “Il super saiyan della leggenda” sonda invece quella che è per l’appunto una leggenda della serie base e presenta un personaggio inedito che funge da nemesi ma conservando un’identità propria. Sfrutta le tecniche dei protagonisti in versione potenziata.

42) Ne “La minaccia del demone malvagio” assistiamo ad un altro ritorno nostalgico: il tema del torneo, in versione potenziata. La trama cerca di inserirsi nel contesto canonico dopo la morte di re Kaioh, dando quindi prova di essere “in linea” con la narrazione originale.

43) In “Sfida alla leggenda” si assiste ad una copia della copia: il ritorno di un personaggio inventato come Broly nella sua seconda apparizione, con condizioni di combattimento (assenza di Goku) parzialmente più sfavorevoli.

44) “L’irriducibile bio-combattente” unisce più cliché tra loro: la copia, Broly, i biocombattenti. In più con la presenza di c18 cambiano alcuni elementi della squadra, altro elemento da tenere in considerazione per alcune delle variazioni.

45) “Il diabolico guerriero degli inferi” sfrutta invece quasi le stesse cose della saga di Majin-Bu: un apparente ciccione bonario e incapace che si trasforma in un temibile guerriero. Inoltre rivediamo alcuni vecchi nemici perché i morti tornano in vita.

46) Ne “L’eroe del pianeta Conuts” assistiamo invece a qualcosa di potenzialmente innovativo, la spiegazione della spada usata da Trunks. La trama è, considerate le altre, una delle più fantasiose e originali.

47) “Il cammino dell’eroe” è un riassunto.

48) “La battaglia degli dei” merita due parole in più essendo un anello di congiunzione con una nuova serie canonica. Come al solito vengono potenziate dinamiche già viste: un nemico presentato come invincibile e poteri del protagonista aumentati. La strategia utilizzata prima consisteva nel variare la forma dei capelli e dell’aura, da adesso cambia il colore dell’aura.

49) “La resurrezione di Freezer”, lo dice già il titolo, sfrutta un cliché classico oltremisura: la resurrezione di un antagonista. Viene potenziato ma sostanzialmente si assiste a cose già viste.

50) In Dragon Ball GT, serie canonica/non canonica (a seconda di come la si guardi) sviluppata dal Bird Studio di Toriyama ma senza il suo autore originario, motivo per cui fu lapidata dai fan. Ciononostante è il vero seguito anche se molti se ne dissociano. Sfrutta cose già viste come robot combattenti, alieni, potenziamenti e trasformazioni. La parte più originale potrebbe essere l’ultima in cui combattono con la parte oscura delle sfere, elemento a suo modo innovativo.

51) Shaman King Flowers: anche se è stato interrotto cerca di sfruttare cose già viste e potenziare alcune dinamiche. Il protagonista è molto simile al precedente fatta eccezione per linguaggio e attitudine, il primo antagonista che incontra ricalca e cita lo stesso incontro con Ren con quasi le stesse modalità. Il ragazzo ha una sorella però è di costituzione gracile. Ad alcune cose già viste si cerca di aggiungerne altre per variare un po’. Tanto autocitazionismo e personaggi inseriti per fanservice.

52) Boruto: Boruto sfrutta alcune delle cose già viste in Naruto ma non riesce a esaltarle e finisce per essere l’ombra di se stesso. L’elemento strategico è ridotto al minimo, le sfide tra ninja anche. In generale è un sequel che mostra i figli dei protagonisti senza sforzarsi a ricreare una storia credibile, vivendo solo delle glorie del passato.

——————————————————-Videogames————————————————————–

53) Enter the Matrix, il titolo dedicato a Matrix, narra eventi paralleli al secondo film con personaggi secondari. La strategia utilizzata è quindi accantonare momentaneamente alcuni comprimari per focalizzarsi sulle storie di altri, pur mantenendo alcuni contatti con la storia.

54) Path of Neo invece utilizza la storia principale con il punto di vista del protagonista al fine di trasporre in maniera ludica la pellicola. Ci sono le stesse cose, di poco variate, e l’intento è utilizzare la stessa storia, non aggiungerne pezzi.

Star wars è una saga piena di tie-in, sarebbe lungo e impossibile analizzarli tutti. Ne prenderò solo qualcuno escludendo la serie Lego o quelli che ripropongono in forma videoludica la stessa identica storia o di poco cambiata.

55) Star Wars Battlefront (2015) non aggiunge niente alla storia ma permette di giocare nei panni dei protagonisti e di alcuni soldati.

56) Battlefront 2 (2005) invece aggiunge un pezzetto di trama cambiando punto di vista e illustrando il lato umano dei cloni.

57) Knights of the old republic (2003) sfrutta un espediente già visto, ambienta la trama circa 4000 anni prima, così che si possa avere ampia libertà di azione su spazio, tempo e personaggi. La stessa strategia viene utilizzata per il seguito.

58) The clone wars non aggiunge nulla, si giocano i momenti più importanti.

59) The old republic si situa dopo KotOR ma comunque 3500 anni prima del 4o film, per cui è una storia-non-storia. Qualsiasi cosa narri potrebbe essere cambiata senza modificare enormemente le trame principali. (Ed è uno dei motivi per cui si sceglie di ambientare certe storie in futuri o passati così distanti)

60) Life is Strange: Before the Storm è un prequel che riduce le dinamiche del primo mantenendo intatta la struttura narrativa. Cerca di esplorare il rapporto di Chloe con la sua famiglia, con il defunto padre, con la sua nuova amica e il rapporto di Rachel con la propria famiglia.

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Il corpus per forza di cose è contenuto e non potevo spendere troppe parole per ogni singola opera. Come si può vedere esso contiene per la maggior parte storie di azione/avventura per ragazzi e non sono molto presenti, a parte qualche raro caso, storie introspettive. Questo perché in realtà non ne ho trovati molti di seguiti e secondariamente perché trovo che le storie di azione/avventura siano le più presenti nelle sale cinematografiche, in tv, e così via. Il che non significa che le mie conclusioni vadano estese a tutto, sempre, ovunque, ad ogni storia possibile, ma che vanno delimitate ad un ben preciso range narrativo che ritengo essere attuale e in un certo senso impositivo.

Riassumendo molto brevemente, le strategie utilizzate sono:

Prequel: ambientare una storia nel passato permette di mettere in luce alcuni retroscena che hanno portato poi allo sviluppo di certi eventi già visti.

Sequelambientare una storia nel futuro permette di vedere come si sono evolute determinate scelte compiute dai protagonisti. 

Riproposizione: Con questo termine mi riferisco a tutte quelle scene, quei dialoghi e quelle situazioni che, all’interno di una saga si sentono come “già vissute”. Ad esempio Capitan Jack Sparrow e il suo verso con smorfia quando non lo chiamano “Capitan”, la struttura narrativa di One Piece o di Dragon Ball in cui si tende a variare di poco i protagonisti di volta in volta riproducendo le stesse dinamiche ad ogni nuova saga, o le scene di Kung Fu e di Parkour in film ad essi dedicati.

Potenziamento: Con questo termine mi riferisco a tutte quelle scene, quei dialoghi, quelle situazioni che riprendono delle dinamiche ma le aumentano di grado sotto qualche aspetto. Ad esempio il livello super saiyan 2, 3, 4, god, ma anche la doppia light saber di Darth Maul e la “trilama” di Kylo Ren, sono tutti punti in cui si cerca di “dire qualcosa di più” rispetto alle opere precedenti. E’ una strategia tipica dei manga shonen ma non solo.

Resurrezione: Si tratta in alcuni casi di una resurrezione magica di un qualche antagonista o protagonista di cui la storia non poteva veramente fare a meno, oppure si tratta di un escamotage con cui si spiega che in realtà non è veramente morto. Viene usata anche all’interno di opere fatte e finite (Gandalf) per garantire della suspance ma è una strategia utilizzata molto spesso nei seguiti (Sherlock Holmes romanzo, Freezer)

Duplicazione o Clonazione: Che a sua volta è anche una dinamica di potenziamento specifica. L’agente Smith, Alien, sono alcuni degli esempi. Il nemico del primo capitolo in genere viene duplicato e poi battuto per dare un’idea di maggior pericolo (se già uno aveva messo in crisi il protagonista, come farà contro due, tre?) e un’idea di rafforzamento del protagonista (se prima aveva faticato con uno solo, avendone battuti di più vuol dire che è forte almeno il doppio o il triplo). La Clonazione ha dinamiche sue ben precise che a volte corrispondono con la resurrezione (Fantozzi, Alien)

Cambio Location: A volte capita di assistere alla stessa storia o quasi ma con un’ambientazione diversa. E’ il caso di molti horror (non l’ho potuto analizzare ma citerei Nightmare)

Unione di canoni: Questa strategia è specifica e non avviene spesso come tante altre. Come esempio ho citato Alien VS predators ma potremmo anche citare le pellicole di Mercenari (anche se, nel mondo finzionale del film, gli attori interpretano il personaggio che gli è stato attribuito nel corso del tempo e non, ad esempio, Terminator, Rambo o Walker Texas Ranger) e Freddy VS Jason.

Copia: Questo termine va precisato. Un seguito non può, tecnicamente, essere “copia” del precedente perché aggiunge situazioni nuove, personaggi nuovi, e trama nuova. Il significato è chiaro, io utilizzo il termine in altro senso: è Copia tutto ciò che sfrutta la formula del lavoro precedente mantenendone invariata la struttura ma cambiando SOLO alcuni punti, come i nuovi antagonisti. Rambo 2-3-John Rambo, ad esempio, non aggiungono quasi niente al personaggio. Non fanno altro che riproporre una situazione (in questo caso la sparatoria) variando l’antagonista e la situazione principale.

Rispondo ad alcune possibili obiezioni su questo: Quindi anche film/libri come Harry Potter/Trono di Spade sono Copie? Considerato che la “formula” si ripropone quasi sempre variando nemici e situazione, cosa va esattamente considerato “copia”?

Alcune opere di capitolo in capitolo sono molto simili tra loro ma NON uguali. In Harry Potter si ripete lo schema del mistero+competenza+performanza+scontro finale con signore oscuro ma la cosa è molto differente. Anche nel Trono di Spade si tratta principalmente di politica e guerre e di libro in libro o serie in serie si cambia prevalentemente antagonista e alleati. E’ differente perché di film in film o libro in libro la trama procede, i protagonisti amplificano il proprio spettro di competenze e conoscenze sul mondo che li circonda, lo stesso antagonista può maturare o degenerare, e così il protagonista, come nel caso di Anakin Skywalker. Io mi riferisco a opere che si limitano a riprodurre la formula di un primo capitolo riproponendo le stesse scene quasi invariate senza aggiungere alcuna caratterizzazione degna di nota, e in cui non c’è nessuna trama globale da far avanzare. Anche in Rambo ci sono alcuni accenni al suo passato o alcuni tentativi di illustrare il lato umano del personaggio ma i film non si basano su quelli. Quando si parla di storie concluse o “definite” (ed è il motivo per cui nel corpus non ci sono Harry Potter o Trono di Spade) è importante il cambiamento senza stravolgimento, perché poi il pubblico rigetterebbe parte della trama come è successo con il quarto e il quinto libro del Trono, o The Cursed Child (che non ho analizzato ma sarebbe stato perfetto per i viaggi nel tempo). Quando invece si parla di capitoli 1 autoconclusivi poi seguiti da un 2o capitolo, lì io vado a parare e a cercare di capire cosa giustifichi quel seguito. In tal modo posso parlare di “copia”, anche se in altri ambiti quella non lo sarebbe affatto. Un seguito deve in qualche modo giustificare la sua esistenza, se non fa altro che ripetere quanto già visto non ha modo di farsi valere né di aggiungere niente al discorso. E questo ho voluto spiegarlo degnamente perché si vede spesso nei film a carattere puramente commerciale.

Introspezione: Questa dinamica da sola non può reggersi, o non sempre, ma viene utilizzata come escamotage più astuto per non continuare una storia o una parte di trama ma allo stesso tempo approfondire i personaggi. Nel prequel Before the Storm la trama è molto ridotta di suo ma viene ad acquistare un certo senso per via del fatto che scopriamo dettagli inediti sui personaggi. Siccome questa strategia non si regge da sola ma si accompagna sempre ad altre, come al sequel o al prequel, è possibile ritrovarla spesso un po’ ovunque. Talvolta regge gran parte della storia pur non essendo l’unica strategia. Nel libro quarto e quinto del Trono di Spade sono molti i capitoli introspettivi di Jon, Dany, Tyrion e Jaime. Questo perché, senza stare a parlare dei problemi di stesura dell’autore, i libri potevano avanzare molto poco di trama pur avendo almeno 1000 pagine ciascuno. In questo caso l’escamotage utilizzato è stato di ampliare le parti introspettive raccontando flashback del passato, riflessioni sul presente e così via. L’eroe in questione non è attivo e non passa all’azione ma si giustifica parzialmente raccontandoci di sé.

Cambio sesso: Ho parlato per questa strategia di Terminator 3 e Saint Seiya sho ma avviene anche nel mondo Marvel/DC (che non ho portato non sapendo quale materiale analizzare tra i tanti, troppi, fumetti e film). Non è, come sopra, qualcosa che regge l’intera storia, o non sempre, ma è una dinamica che si accompagna ad altre. Ad esempio per inventare nuovi personaggi come Batgirl o Harley Quinn che sono controparti femminili, pur con una certa personalità negoziata nel tempo, di quelle maschili. Anche questa motivazione spesso nasce per motivi commerciali. Nel film de Lo Hobbit è stato aggiunto ex novo un personaggio femminile come Tauriel perché, a detta del regista, il pubblico femminile si sarebbe sentito poco rappresentato. Il personaggio su cui si costruisce Tauriel però è fiero, forte, audace, è praticamente Legolas al femminile. Non va sottovalutata la dimensione storica, sociale e culturale nelle storie, perché in un contesto in cui il femminismo assume una certa importanza le storie si comportano di conseguenza: Lo Hobbit è un romanzo prettamente maschile perché figlio del suo tempo ma raccontarlo oggi ad un grande pubblico significa scendere a compromessi. Ecco che questa strategia si ripresenta.

Cambio del punto di vista: Questo intelligente escamotage permette di raccontare anche la stessa storia ma di approfondire ciò che ha vissuto un altro personaggio. Utilizzato ad esempio in Kingdom Hearts: Chain of Memories, si assiste prima al punto di vista di Sora e successivamente a quello di Riku. La cosa sarà usata anche in Birth By Sleep. Alcuni film ripetono la stessa storia da un punto di vista differente, altri prendono il punto di vista di un personaggio secondario in una nuova storia a lui dedicata. A volte il punto di vista non è proprio di un personaggio conosciuto ma di una fazione, come nel caso di Terminator Salvation o di Lettere da Iwo Jima, che cambia il punto di vista di una storia famosa per rappresentarla a tutto tondo.

Mondi paralleli e/o Viaggio nel Tempo: Strategia usata nelle storie molto complesse come quelle ambientate nell’universo Marvel. Stratificando più opere, più autori, cercando di far quadrare un bilancio temporale che a volte non è possibile integrare, viene sfruttato l’escamotage dei mondi paralleli spesso in accoppiata con il viaggio nel tempo. Due situazioni, con lo stesso personaggio, possono coesistere perché uno ha fatto una scelta che l’altro non ha fatto nel suo universo. O, nel caso di Terminator Genisys, la storia che conoscevamo viene azzerata da un viaggio nel tempo per cominciare un nuovo canone, stessa cosa per il brand di X-Men.

Perdita dei poteri: In genere associato al mondo supereroistico, alcuni seguiti sono strutturati sul ritorno alla normalità dell’eroe. Oltre ad Alice di Resident Evil privata del suo virus T posso citare Spider Man ma anche Batman The Dark Knight Rises. Non si regge da solo, come altri già analizzati.

Unione con l’antagonista: Neanche questo si regge da solo. Quando c’è un particolare legame tra eroe ed antieroe può capitare che, anche un po’ per fanservice, i due vengano accostati in qualche modo. Si può parlare di cambio di punto di vista sul nemico ma anche di alleanza. In Shaman King, nel manga originale, i protagonisti si alleano momentaneamente con Hao, l’antagonista. Serve anche per illustrare come sarebbe facile la “via del male” se i buoni cedessero al lato oscuro e a volte per offrire intrattenimento contro terzi prima che qualcuno scompaia definitivamente. Si può citare come strategia utilizzata anche in Death Note dove Kira/Light si unisce momentaneamente al suo nemico L.

Nuovi parenti: Quando non è possibile utilizzare i protagonisti o sondarne la psiche alla ricerca di ricordi e giustificazioni, si può sempre inventare di sana pianta un nuovo familiare. Molto spesso è un nuovo personaggio costruito sulla formula di uno vecchio (ovvero, si evita la resurrezione per avere indietro lo stesso personaggio, come Anahol di Shaman King). Nel DLC The End of Zoe si può giocare nei panni dello zio di Zoe, personaggio mai presentato prima. Cooler ricalca il personaggio del fratello Freezer già a partire dal nome (“freddo” e “+ freddo”). A volte il film o parte dello stesso è invece basato sul notare analogie e differenze col nuovo parente (Cattivissimo me 3), altre volte è il perfetto espediente per la commedia quando si porta a conoscere il proprio partner.

Stesso spazio, tempo diverso: Abbiamo visto che può essere cambiata la location, il punto di vista, ha perfettamente senso che possa essere variato anche il tempo, pur utilizzando lo stesso universo. E’ il caso dei videogame di star wars presi in esame, dove si gioca in un tempo precedente di 4000 anni! Oppure in Saint Seiya the lost canvas. E’ utile come stratagemma per poter utilizzare certe condizioni come la Forza o le armature d’oro senza però invischiarsi troppo nella linea temporale cercando di far quadrare tutto. L’inserimento di troppi personaggi ed eventi in una linea temporale già satura può essere risolta con gli universi alternativi oppure cambiando completamente i personaggi senza di fatto “cambiarli”. The Lost Canvas è un esempio perfetto perché, pur avendo cavalieri d’oro differenti, fisicamente sono identici a quelli già conosciuti. Per sopperire questa parte si è cercato di attribuire loro personalità un po’ diverse. Non ne ho parlato ma il videogame Shogun ha poi due seguiti: un prequel e un sequel, uno ambientato 400 anni prima e l’altro 300 anni dopo. Si possono sempre usare i samurai ma nel primo caso sono completamente banditi cannoni e armi da fuoco, nel secondo sono quasi obsolete le armi bianche.

Cyborg, Mecha, Biocombattenti, dominio mentale: In alcuni casi un antagonista viene cambiato e allo stesso tempo potenziato, o resuscitato, o tutte insieme. Esistono molte varianti per fare ciò a seconda della narrazione (se si predilige la scienza o la magia, ad esempio). Il primo esempio da citare può essere Freezer di Dragon Ball, “resuscitato”, potenziato e riproposto come Cyborg, suo fratello viene invece resuscitato, potenziato e riproposto come Mecha. Anche Godzilla fu riutilizzato in forma Mecha. In film come Wolverine: Le origini, Deadpool non è altro che uno dei personaggi riproposto sotto forma di “biocombattente” modificato e potenziato. Altre volte è il protagonista a diventare un nemico perché viene controllato momentaneamente da qualcuno, come nel caso di Alice, di Mushrambo in Shinzo e a causa del grande sacerdote in Saint Seiya. Generalmente non si regge da solo ma è parte di una storia per allungarne la durata.

Conclusioni: L’analisi è lungi dall’essere completa o esaustiva ma credo che per un blog sia un buon inizio. Un giorno potrei pubblicare dei chiarimenti o degli approfondimenti ma già così credo di aver parlato di alcune delle strategie che vengono più spesso utilizzate nei seguiti veri e propri ma anche nelle storie originali per allungare un po’ di più la trama senza aggiungere necessariamente qualcosa a quanto già detto.

Chiarisco ancora una volta: un seguito che utilizzi qualcuna di queste strategie non è di conseguenza “brutto”, “peggiore” o “inutile”, il mio lavoro va preso per quello che è, una somma di tecniche che si possono utilizzare per allungare il brodo quando è stato già detto tutto il possibile nei seguiti, un sacco di storie utilizzano alcune delle cose che ho analizzato perché molte di queste hanno dei punti che vogliono approfondire o modificare.

Il discorso cambia quando una storia si basa INTERAMENTE su una o più di queste strategie, ed è questo che mi premeva sottolineare. Non è un male se Rambo sfrutta le solite sparatorie o se Jack Sparrow fa Jack Sparrow. Ma oltre a quello cosa c’è, in quelle pellicole?

E se una storia utilizzasse tutte queste tecniche, o buona parte, senza aggiungere altro?

Vi rimando ai prossimi articoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avatar – La Leggenda di Aang

Conobbi la serie su Nickleodeon taaaanto tempo fa e la prima cosa che mi colpì fu un duello, mi pare di ricordare tra Aang, l’ammiraglio Zhao e Zuko, in cui più che esibire forze e poteri dei personaggi si desse risalto alle coreografie dei movimenti, associati ai vari domini della storia. E questo mi fece capire che mi trovavo davanti a qualcosa di potenzialmente diverso.

Molto tempo fa nel mondo regnava la più completa armonia. Poi tutto cambiò quando la nazione del fuoco decise di attaccare. 

L’incipit non si può proprio dire che sia originale, il concetto stesso di Avatar, attraverso le sue rivisitazioni più o meno famose, è pressoché identico in molte narrazioni che pongono al centro della storia un messia speciale, talvolta divinità portatrice di valori reincarnata, che ha il compito di mantenere la pace o ristabilire gli equilibri. Se ancora non si fosse capito, trovo molto molto banali queste tipologie di racconto perché mi ricordano le fiabe della buonanotte. C’è una situazione ideale paradisiaca in cui la gente vive, ed è una cosa che non è mai successa e mai esisterà, e un elemento negativo, di solito un dittatore cattivo ed egoista, conquista il mondo o fa del male alle persone perché è cattivo ed egoista. C’è un eroe che è tanto buono, lui non è cattivo ed egoista, è generoso e altruista, e aiuta tutti. Sconfigge il cattivo e la situazione torna come prima, senza più cattivi a sbilanciare il mondo.

Per quanto io possa comprendere questo tipo di narrazione che codifica valori molto importanti per la società, è ormai iperabusata, stravista e viziata, nonché superficiale. Comunica essenzialmente mondi che sono giusti, senza problemi e senza conflitti, in cui è solo un elemento nocivo a pervertire gli altri. E’ una visione filosofica che non condivido, e che vede l’uomo come connaturatamente buono, rovinato da influssi negativi che spesso sono anche metafisici, come demoni e divinità varie.

Io credo che il conflitto sia parte dell’uomo, decidere se cedere un posto sui mezzi E’ conflitto, decidere se mangiare per primi o per ultimi E’ conflitto, persino giocare a carte o a bocce, figurarsi questioni ideologiche, sociali, politiche, sessuali. L’uomo non è né buono né cattivo, egli è, e basta. Fa quel che sente, fa quel che deve, a volte è egoista, perché una serie di eventi lo ha portato a esserlo, a volte fa anche bene a esserlo, perché una società che non ti ha mai dato niente non merita certo di essere amata o difesa; anzi, quel personaggio avrebbe tutte le ragioni di questo mondo per voler distruggere o riequilibrare in altro modo la società.

Un esempio di narrazione che adoro è quella del Trono di Spade, e mi scuserete se la porto sempre a esempio. Siamo portati a credere nelle motivazioni dei “cattivi”, se così si possono chiamare, perché sono motivazioni umane a spingerli. Una madre perde tutti i figli, unico suo appiglio al mondo, cosa gliene dovrebbe fregare del popolo sporco e pezzente che l’ha pure derisa?

Un personaggio tradisce per amore, per tornaconto, usa gli altri e li manipola perché è quello che sa fare meglio, non è un guerriero. Ci ha provato a fare il guerriero idealista, ha perso e ne ha sofferto, e ora rimedia con i mezzi che ha. Sono le sfaccettature, i chiaroscuri a dare valore aggiunto ai personaggi, anche quando non necessariamente ci piacciono.

Tornando al nostro Avatar: all’inizio ne fui colpito, sì, ma anche disorientato. Ad alcuni elementi molto originali come quello delle coreografie ben caratterizzate che davano ampi spazi al campo di battaglia, alle personalità dei personaggi, si univano alcuni elementi molto classici che faticavo a digerire. In realtà non si può neanche dire che usi SOLO quelli: durante le varie stagioni i personaggi (quasi tutti almeno) vengono approfonditi parecchio, caratterizzandone la psicologia in modo molto interessante.

Katara si comporta da mamma perché fin da piccola ne ha fatto le veci avendola persa, Zuko è inizialmente uno stereotipo aggressivo e col tempo diventerà un principe giusto e leale, Iroh è invece l’eccezione che conferma la regola sugli stereotipi che produciamo su una tipologia di persona (ovvero, non è come tutti gli altri della propria nazione), Toph è forse il personaggio meglio caratterizzato fisicamente e psicologicamente e così via. Ad essere tralasciati sono in parte proprio gli antagonisti: il Signore del Fuoco, il nemico finale, non è neanche preso in considerazione eccettuato qualche lieve flashback in cui non scopriamo niente di nuovo. Azula in qualche modo ci rivela che è così forte perché fin da piccola non è mai stata la preferita della madre, che invece adorava Zuko.

Pertanto la caratterizzazione è leggermente sbilanciata da una delle due parti, e ci comunica che alla fine ci sono persone cattive che rimangono cattive, non si possono cambiare, solo limitare o uccidere. Posso trovarmi in qualche modo d’accordo, è un compromesso preferibile al “vi sterminiamo perché noi siamo i buoni e zitti tutti.”

Anche nel finale, ho adorato che i vari Avatar consigliassero a Aang l’uso della forza: un nemico, quando è un pericolo per tutti, va ucciso. Fine della spiegazione, punto, basta! Non andiamo oltre con la retorica da supereroe calzamagliato che se la cava grazie a gadget e complicità dello sceneggiatore di turno. Persino un precedente Avatar dei nomadi dell’aria -i più pacifici e idealisti, contaminati dalla filosofia buddhista del non uccidere- gli dirà che è opportuno farlo alle volte. E invece niente, il finale purtroppo si mantiene abbastanza classico: se piangi abbastanza prima o poi trovi qualcuno che ti accontenta.

Questo per quanto riguarda alcune delle idee portanti che soggiacciono al racconto in sé. Per quanto riguarda la fisicità di personaggi, colori e scelte artistiche devo dire di aver apprezzato l’amalgama.

Il mondo è diviso in quattro nazioni differenti, ognuna caratterizzata da un dominio elementale: Regno della Terra, Nazione del Fuoco, Tribù dell’Acqua, Nomadi dell’Aria.

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Ad ognuno di questi popoli, per caratterizzarli anche culturalmente, è stato attribuito uno stile adeguato

Eschimese/Inuit per quelli dell’Acqua

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Giapponese per quelli del Fuoco

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Cinesi per quelli della Terra

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e infine monaci buddhisti/himalayani per quelli dell’Aria

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Insomma ho molto apprezzato la rappresentazione estetica, oltre che magica, di diverse culture che si incontrano, talvolta si scontrano tra loro, altre volte si intersecano.

La serie prosegue liscia per tutta la durata delle 3 stagioni, con un’impennata qualitativa verso l’ultima. Non si può dire che alcune parti, specie il finale, siano esenti da forzature, come i dilemmi amletici di Azula all’improvviso, lo spirito tartaruga deus ex machina e il risveglio dell’Avatar sempre per caso, ma in sostanza s’è giocata bene le sue carte e quello che mette in campo piace.

I personaggi sono sufficientemente approfonditi se si fa riferimento al fatto che è una saga per bambini/ragazzi e che altre al suo posto sarebbero scadute nel macchiettismo estremo.

Alcune puntate sono di indubbia qualità filosofica: oltre al già citato contrasto fra culture onnipresente, spesso si parla di temi propri della cultura buddhista come Avatar, dell’Illuminazione buddhista, dei chakra e altri tipici della filosofia cinese antica come i 5 elementi (qui quattro).

La maturità di quest’opera poi sta nel suo equilibrio: non propende troppo per la vena comica, né troppo per quella drammatica, in genere una delle due cerca di rendere l’altra più gradevole e il risultato funziona.

Un’ultima considerazione vorrei farla sull’enorme quantità di fantasia spesa in un elemento della storia preponderante che viene esaltato senza scadere (o almeno non sempre) in abusati cliché: i domini.

Siamo abituati a pensare al fuoco come a sinonimo di Distruzione ma ci viene detto che in realtà anche il Sole è fuoco e il fuoco è innanzitutto vita, rinascita. Al contrario l’acqua non è solo l’elemento della vita, privare dell’acqua i corpi e i vegetali è mortale, controllarne i fluidi pericoloso.

Se il Vento è l’elemento sfuggente che cerca di trovare sempre una via diversa e di non contrapporsi mai all’ostacolo, la terra è invece l’elemento duro e puro contro cui ci si deve per forza scontrare, senza scappatoie e senza trucchi. Gli elementi dei domini vengono così ad assumere ulteriore caratterizzazione e, per forza di cose, a darne ai personaggi che li utilizzano e che maturano con essi.

Analizzare un dominio è innanzitutto capire il tipo di inclinazione di un personaggio, svilupparlo è come prima cosa sviluppare la maturità di quel personaggio. I soldati della nazione del fuoco ad esempio sono molto aggressivi, per loro l’elemento è solo distruzione, per il generale Iroh è molto di più: sono eticamente a due livelli differenti avendo raggiunto due stadi di dominio differenti.

Non mancano poi piccole chicche grafiche che fanno amare l’arte del dominio: non è solo lanciarsi acqua o palle di fuoco in faccia, è molto di più. Come mostra Katara l’acqua ha movimenti ondulatori e ciclici, può essere una tagliente lama. L’arte della terra non è solo rocce lanciate, può essere anche armatura o farsi mezzo di locomozione, e così il vento. I soldati della polizia segreta del Dai-Li utilizzano il dominio in un modo caratteristico: mani di pietra che alla bisogna possono colpire o imprigionare: utile per un corpo di gendarmeria, caratteristico e fantasioso.

Ai domini principali inoltre se ne uniscono alcuni di sottocategorie interessanti: il dominio del metallo manipola un elemento che proviene dalla terra, solo più raffinata. I domini del sangue o delle piante sfruttano i liquidi presenti nei corpi umani o vegetali. E infine il dominio nel fulmine, potente ma impreciso, altro non è che un dominio più raffinato del fuoco. Se l’idea dei soliti 4 elementi magici poteva sembrare uno stereotipo ormai stravisto nel mondo fantasy/videoludico, Avatar fa quello che ogni opera intelligente dovrebbe fare: aggiungere del proprio e personalizzare, e lo fa molto bene.

Concludendo, ho trovato la prima serie di Avatar-Aang sotto alcuni punti di vista molto intelligente, varia, divertente e dai temi mai scontati. Alcune scene sono esteticamente potenti, i personaggi unici e il messaggio, per quanto possa avere alti e bassi, è universale e intrattiene ancora oggi.

Analisi Critica di One Piece (Parte 2)

Per chi se l’è persa, qui la Prima Parte

E veniamo ora, sigh, alla parte per me più indigesta di quest’opera monumentale.

Se ci si fa caso, a parte la mia serrata critica a Rufy, non ho segnalato praticamente nulla di negativo fino alla battaglia per la supremazia. Questo perché ho adorato (e non è un termine che uso a sproposito) TUTTO fino a quel punto. Ho parlato di alti e bassi alludendo principalmente a Rufy per i bassi ma è sempre tutto ottimo: dagli scontri ai flashback, dalla psicologia dei personaggi fino alle nuove isole.

Si rileva però una pesante spaccatura a partire più o meno dall’Isola degli uomini Pesce, che segue i due anni in cui ciascun membro della ciurma si è allenato con il rispettivo insegnante per diventare più forte e capace.

E il risultato è un buco nell’acqua salata di mare.

Partendo dal volume 61, il re-inizio dell’avventura, dopo i due anni di allenamento, la storia riprende a pieno regime. Abbiamo un volume molto denso pieno dei soliti dettagli di ogni membro della ciurma che si allena, compreso Rufy, per poi arrivare alla fine del loro allenamento con una dimostrazione di forza esemplare. Laddove prima Sanji e Zoro riuscivano appena a intaccare i Pacifista, ora riescono a distruggerli senza alcuna fatica. E’ una buona strategia per farci capire QUANTO effettivamente si siano potenziati.

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Altro elemento che ci riconduce al vasto e complesso mondo di Oda è la presenza di alcuni “falsi” dei protagonisti, un’idea che ho trovato molto ingegnosa per farci capire QUANTO i nostri protagonisti siano diventati importanti. Abbastanza da avere qualcuno che si spacci per loro e sfrutti la loro fama.

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L’inizio della saga degli uomini pesce è classico: problemi (Caribù), misteri e bellezze (la cascata sottomarina) e assistiamo anche ad un altro assaggio della forza dei protagonisti, anche se contro un Kraken anonimo che nulla ci dice sulla sua effettiva forza.

Anche i vari antagonisti della saga vengono presentati. Si alleeranno per un obiettivo comune e viene introdotto anche il tema della droga, che in realtà trovo sia stato trattato molto superficialmente, se il suo scopo era introdurre temi più adulti e complessi. Qui viene vista solo come “doping” e poco altro che, se abusato, danneggia il fisico.

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Il resto della ciurma è caratterizzato con passi poco più in là dello stereotipo ma è una cosa su cui Oda gioca molto. Del resto anche Pciù era un grosso stereotipo ma, come dico sempre, se li sai usare, vanno bene anche quelli.

Per quanto riguarda le motivazioni dell’antagonista principale, già deboluccio di suo, c’è da dire che sono quasi del tutto inesistenti.

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Mentre prima si era arrivati a parlare del destino di due popoli costretti in guerra e legati da un patto di amicizia ancestrale molto toccante (Calgara e Noland), o alla ricerca di Nico Robin, che è a conti fatti un elemento pericoloso per il Governo Mondiale, qui è un po’ fumoso. Hody Jones è erede spirituale di un vecchio nemico e vuole continuarne l’opera. Tutto qua. Umani cattivi, noi siamo i migliori, ora vi picchio. Un primo segno di cedimento l’ho trovato qui, perché non puoi chiaramente coinvolgere più di tanto un lettore se le pedine si muovono su una scacchiera ideologica così blanda. E ribadisco: non blanda in assoluto ma rispetto alle meraviglie che hai saputo creare prima.

Anche lo scontro sarà molto fugace e per niente all’altezza dei vecchi. Mentre prima Oda dedicava in genere 2-3 volumi allo scontro con gli ufficiali, e poi un altro alla battaglia finale insieme al fatidico count down, in questa saga assistiamo ad un’accelerata totale verso la fine del volume 65. Non più di 3-4 paginette dedicate ad ogni singolo scontro, con nemici assolutamente non all’altezza dei nostri. Può in effetti essere stato fatto apposta per farci capire quanto siano migliorati i protagonisti ma considerato che erano già ad un livello superiore degli uomini pesce, incontrati all’inizio della storia, non aggiunge chissà che pepe alla storia. Sembra di rivivere un parziale déjà-vu con cose già viste. E considerato lo spirito del numero 61, forse era voluto.

Anche il flashback non offre chissà che storia ad alto impatto emotivo pur trattando il tema della trasfusione e del rifiuto del sangue di persone considerate “infette”. E’ stata una mossa carina unire quel filo al famoso filo rosso giapponese ma nel complesso non decolla.

La saga di Punk Hazard sembra invece un vero e proprio filler. Il suo scopo è unire diversi fili della trama tra Kin’emon, Trafalgar Law, Caesar Clown e il Joker. Addirittura TROPPE sottotrame, che sembrano inserite a forza nel contesto per poter toccare diversi punti. Oda è solito accennare appena un discorso per poi riprenderlo molto più avanti. Il problema è che a Punk Hazard la prima parte è classica, con misteri (un drago, un samurai a pezzi) e un’isola misteriosa (divisa tra fuoco e ghiaccio) ma la seconda sfiora il patetico. Caesar Clown è la parte “cattiva” della scienza del mondo di One Piece dove presumibilmente Vegapunk sarà quella buona o neutra. Dunque il kattivo sperimentatore che per far progredire la conoscenza (e il proprio conto in banca) sperimenta anche sui bambini, con bieco opportunismo, e nessun lato positivo a rivalutarlo. Non si può neanche parlare veramente di sottoposti, ufficiali e scontro finale perché Vergo e Mone sembrano più un pretesto che veri e propri oppositori.

In generale ci sono anche più gag e più giochi sullo scambio di ruoli che, in base ai propri gusti, possono anche essere una trovata simpatica.

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Del resto non si può pretendere che tutte le saghe sfondino, o riescano a colpire forte come le precedenti. Certo è che dopo quella molto sottotono (e che alla fin fine scopriva veramente poche carte, rendendola di fatto poco utile) dell’Isola degli uomini-pesce, se ne aggiunge un’altra molto sottotono che ha solamente lo scopo di collegare alcune sottotrame e personaggi secondari. Qui siamo tra i volumi 67-70 che sommati a quelli precedenti fanno circa 9 volumi. E’ anche molto desolante per un fan comprare 9 volumi a quasi 5 euro l’uno ricevendo in cambio solo filler e situazioni decisamente poco interessanti. Però proseguiamo con la prossima saga, magari sarà meglio. E a vederne l’inizio in effetti parte bene con i numerosi ufficiali, che sono la “Famiglia” di Do Flamingo, che preannunciano un ritorno al vecchio stile. Vediamolo!

Do Flamingo interviene per sistemare la situazione e salvare i propri sottoposti (nel corso della saga vedremo poi che pur avendo i suoi difetti è abbastanza legato a quella che lui chiama famiglia) e si scontra brevissimamente con l’ex ammiraglio Aokiji.

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C’è sempre qualcuno pronto a intervenire per salvare i personaggi, c’è sempre qualche scontro potenzialmente fantastico da rimandare e c’è sempre qualche forzatura. Però è accettabile, perché vediamo degli spostamenti nei ranghi della Marina. Quando non si passa all’azione, OP riesce a essere godibile anche solo parlando della macro-storia: doveva essere lui il nuovo grand’ammiraglio ma, dopo uno scontro molto brutale, si è autoeletto Sakazuki, la versione estremista della giustizia.

E’ arrivato il momento di fare un’altra riflessione su alcune ideologie di OP. Siccome si parla essenzialmente di Pirati come di persone buone e libere (ma non è proprio così anche se la storia ce la mette tutta) occorre far notare che i veri buoni in realtà sono cattivi. L’espediente utilizzato è questo, si parla spesso di corruzione (Hermeppo, Vergo, saga di Arlong), di piani alti che vivono in torri d’avorio senza pensare ai problemi della gente ( i 5 astri di saggezza) e di estremisti che ucciderebbero pur di salvare il loro ideale basato sulla giustizia (Akainu). Le controparti positive del lato della Giustizia, come Smoker, Kobi e Aokiji, sono in genere ufficiali di rango più basso o estromessi del tutto dai ranghi, per farci capire che, se già prima la Marina e il Governo erano dei brutti cattivoni corrotti che uccidono innocenti per preservare la loro verità e la loro pace, ora la situazione sta precipitando. E così si assiste ad un ribaltamento: chi assicura la Giustizia è un vero criminale, e quelli considerati criminali sono in realtà eroi.

Credo che verso il finale assisteremo a qualcosa di simile, e in realtà se sviluppato bene può rivelarsi molto interessante anche se pare essere sempre molto manichea come idea: chi ci governa in realtà non ci capisce ed è cattivo, chi viene considerato criminale è solo uno che ha idee differenti. C’è da ambo le parti gente estremista, tra Marines violenti e pirati che depredano, dunque servirà qualcosa di molto forte per convincerci che in realtà il pirata è solo un personaggio buono che vuole essere libero, come ci dice Rufy molto romanticamente.

Dressrosa segue poi il solito schema: una stranezza (abitanti giocattoli), equivoci (Rufy-Lucy, Don Chinjao, ecc), e scontri iniziali con quelli che poi nella seconda parte diventeranno alleati contro i veri nemici. E qui comincia una prima parte che, anche se si impegna, è piuttosto noiosa perché vediamo principalmente una marea di personaggi secondari e terziari interagire. One Piece ha a disposizione personaggi primari di alta qualità ma quegli scontri vengono sempre rimandati per fare spazio a questi, tra gambelunghe, braccialunghe e re lottatori. A salvare parzialmente la situazione è Bartolomeo con i suoi poteri interessanti.

E’ difficile poi non fare paragoni con Alabasta in questa saga, visto che sono presenti regnanti che amano il proprio popolo costretti a tradire, eroi buoni che si sacrificano e principesse buonissime che amano il proprio popolo. Anche il personaggio del soldatino e relativo flashback in realtà ricorda cose già viste e sperimentate: l’ideale è sempre in primo piano, anche rispetto al corpo. Un personaggio, per essere rappresentato particolarmente buono in OP, sacrifica in genere un arto, come Zef, o una gamba, come Kiros, per salvare qualcuno. Anche Rufy in misura minore lo fa (contro Creek ad esempio sacrifica le mani contro la sua difesa di spine, contro Magellan sacrifica sempre i pugni contro il suo veleno per poter sferrare degli attacchi e non fermarsi mai).

Ritorna Bellamy, personaggio onestamente dimenticabile che in teoria sembrava esser stato giustiziato e che magicamente ritorna come un fringuel di bosco di cui a nessuno frega niente. E’ rivalutato parzialmente perché ora non deride più Rufy e i suoi sogni, dimostrandoci che GLI ALTRI intorno a Rufy cambiano, lui no. C’era davvero bisogno del ritorno di un personaggio simile? Secondo me no, aveva già esaurito tutto ciò che potesse dire e non aggiungerà quasi nulla al discorso.

Viene anche messo in campo il personaggio di cui parlavo che andrà a sostituire Ace creato dal nulla, e per quanto possa piacere, non si dimentica la faciloneria con cui è stato dimenticato Ace con un altro personaggio privo di carisma per dare il contentino al pubblico, buttando così nel cesso tutta la trattazione adulta che avevi intrapreso.

La storia di Don Chinjao e Garp, poi, sembra un riempitivo che vuole essere emozionante ma che in realtà sembra tirata giù in due minuti. Un personaggio può accedere al proprio tesoro solo tramite la propria testa fortissima, che viene colpita e deformata da un colpo di Garp, impedendogli così di accedere al tesoro. Ora giura vendetta al nipote di chi gli ha fatto quel torto. Bahhh. Siamo ben lontani anche da storie come quella di Nami, che essendo all’inizio dell’opera non poteva essere chissà quanto emozionante.

Proseguendo poi per Tontatta e scontri-non-proprio-scontri tra Do Flamingo e il nuovo ammiraglio, assistiamo anche al Flashback “importante” in cui vediamo come il Joker abbia preso il potere. Difficile anche qui non fare paragoni con la magnifica storia di Alabasta considerato che si tratta il tema del falso re, o del re sotto costrizione che agisce contro il proprio popolo. Non ci sono doppioni ma sarà centrale il potere del Joker per manovrare il re. Anche se con modalità differenti, il senso di déjà-vu c’è, ed è palpabile.

Gli altri flashback poi in linea generale sono pretenziosi, quando non apertamente un fastidio. Kiros, Rebecca e in particolare quello di Senor Pink, che vorrebbe farmi emozionare per un personaggio che abbiamo appena conosciuto, di cui non sappiamo un benemerito e di cui non ci fregherà più niente tra due pagine. Perché? Perché lui dovrebbe avere questo trattamento? Tutti i suoi compagni sono dei bastardi ma lui è un vero uomo che si batte come un marmocchio, e ha un motivo profondo per farlo? Solo per lo scontro con Franky? Non ha alcun senso questa spesa di energie e risorse in un personaggio inutile, quando ci si poteva concentrare su altre cose decisamente più interessanti.

Il potere di Sugar poi è qualcosa che trovo inconcepibile. Il suo malus soprattutto: quando è priva di coscienza smette di funzionare. Avevamo già visto che con Van Der Decken la cosa avviene quando sono svenuti o quando muoiono. Ma quando dormono perché non dovrebbe funzionare allo stesso modo? Infatti una volta colpita da Usop tutto tornerà normale, con una forzatura abbastanza evidente.

Il flashback di Trafalgar, che dovrebbe essere uno dei momenti emotivamente più forti, sa molto di cose già viste e straviste. L’idea di una città sacrificata perché pericolosa ricalca Ohara e la città dei rifiuti del passato di Ace, Sabo e Rufy. Il personaggio buonissimo (Corazon) che in realtà è speciale e diverso dagli altri (e spesso sotto qualche aspetto strano ma carismatico) e che si sacrifica per dare spazio al personaggio di turno. Il flashback di Do Flamingo (quanti, in una sola saga!) che poteva avere qualche potenzialità ma che a me sinceramente ha comunicato poco, perché non fa nulla per far sì che si empatizzi con lui anche se ora scopriamo parte del suo passato.

Quanti flashback! Quanta storia! Quante sottotrame, quanti spunti accennati e mai approfonditi. Questo è uno dei problemi principali di One Piece che comincia a farsi evidente: troppa, troppa, troppa carne al fuoco, troppa voglia di mettere in mezzo roba “seria” anche per personaggi terziari inutili senza focalizzarsi sulle cose veramente importanti. Troppa dispersività, troppi personaggi tirati fuori all’ultimo momento di cui si poteva fare tranquillamente a meno e, per finire, pochissima interazione della ciurma eccetto Rufy. Nelle ultime saghe infatti abbiamo visto che a ciascun membro toccava in genere una parte di storia e uno scontro conclusivo con cui giustificare il proprio intervento o la propria amicizia alla causa. Qui no, abbiamo metà personaggi principali, e quella metà agisce poco, ha quasi zero voce in capitolo e sono per lo più mansioni superficiali. Gli scontri sono ridotti all’osso, basti vedere anche solo il numero di tavole con cui Zoro sconfigge Pica. Se si ripensa ad uno scontro come quello di Mister One a me viene da piangere.

Se il messaggio è che i nostri dopo l’allenamento si sono fatti più forti e nessuno riesce a tener loro testa a parte i “big” che andremo più avanti a incontrare sa, ancora una volta, di forzatura. Praticamente sono bastati due anni per superare chiunque nel mondo ed essere a livelli estremi. Neanche Dragon Ball, con lo stratagemma della stanza dello spirito e del tempo è così veloce e sbrigativo.

I personaggi principali non hanno lo spazio che meritano, ci sono troppi personaggi nuovi con cui non si riesce a empatizzare bene, troppi tentativi di farci piacere personaggi inutili, troppi personaggi in generale che sfilacciano la trama senza che questa possa concentrarsi sui punti interessanti e importanti.

Per finire in bellezza con un gear fourth tirato anche quello fuori dal cilindro. Perché Rufy è un protagonista e i protagonisti si sa, in genere sono genietti che imparano tutto in due secondi da sé. Vale per Goku con la kamehameha, vale per Naruto con…ah no, per lui no, solo qualche volta.

Il personaggio di Do Flamingo è forte, forse pure troppo, per cui per riequilibrare le forze in campo occorreva qualcosa di nuovo. Spiace solo che quel nuovo non sia, come in altre opere, qualcosa frutto di uno stratagemma, un richiamo ad altre parti della storia (qualcosa che abbiamo visto all’inizio e che ora si rende utile), con Oda quasi sempre è una tecnica sbucata dal nulla che salva la situazione. E se non basta, credi nei tuoi amichetti che ti salvi comunque!

Devo ammettere però che l’idea dell’alleanza tra pirati alla fine è qualcosa di molto interessante, anche se ogni occasione viene sfruttata per farci capire quanto Rufy sia buonino, dolcino e puro di cuore rispetto a tutti gli altri, che fanno alleanze cattive e non riescono a capire il profondo significato del non avere legami! Che banalità.

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E stendo direttamente un velo pietoso sulla sottotrama del figlio di Barbabianca, ennesimo personaggio secondario che forse rivedremo fra altri 50 volumi per qualche flashback e qualche altra ridicola gag in più per allungare il brodo, già riscaldato di suo.

L’ultima saga attualmente disponibile, e non terminata, è quella di Big Mom, una dei quattro imperatori.

Non sarebbe del tutto corretto parlarne senza attenderne gli sviluppi finali per cui mi limiterò a impressioni superficiali. L’idea di dare nuova linfa al passato di uno di uno dei membri della ciurma può avere un senso, anche perché Sanji alla fin fine non lo conosciamo così bene. Il suo passato alla fine cela un padre che lo ripudia come figlio. Diciamo non proprio all’altezza di significati forti come quello di Zef che sacrifica e mangia la sua stessa gamba, o dei motivi alla base per cui un cuoco usa i piedi e non le mani per combattere.

Il matrimonio, l’idea del ricevimento, del tè e tutto il resto l’ho trovato noioso, prolisso, quasi del tutto inutile. Scontri neanche per sbaglio, la trappola non poteva fisiologicamente andare peggio, gli ufficiali sono ridicoli tra quello che usa i biscotti e quello che usa il Mochi, dove lo stesso Oda ha fatto casini tra rogia/non rogia. Ma che mi si spacci questi poteri come qualcosa di fortissimo mi fa solo sorridere, sinceramente.

La stessa Big Mom è praticamente uno stereotipo che cammina, passa da un dialogo in cui dice di voler dolci a un altro in cui dice di voler dolci se no ti ammazza. Nel frattempo, fa faccette buffe e loschi intrighi che non porteranno da nessuna parte.

Se prima si poteva salvare qualcosa a Dressrosa qui non salvo proprio niente. Se prima il problema era un buster call, o una gabbia per uccelli, ora è fare una torta.

Se prima lo scontro si risolveva con la forza, ora la si risolve a chiacchiere e buone maniere.

One Piece era un’opera già buonista all’inverosimile prima, non aveva nessun bisogno di dolcificarsi a questa maniera. Mi viene il diabete a leggere gli ultimi volumi, e non solo perché si tratta di dolciumi, ma perché fa veramente venire la nausea questo continuo dilungarsi in questioni poco interessanti rimandando continuamente quelle che vorremmo vedere. Un fan tempo fa mi scriveva

Non temere, vedremo presto i nuovi livelli di forza sicuramente al paese di Wa

A me questo fa arrabbiare, ed è come con Martin. Ogni volta è un trascinarsi, un rimandare, un “poi vediamo” che non fa onore a nessuna causa. Un buon autore sa inventarsi qualcosa di decente anche se non è previsto. Diamine, Oda è riuscito a creare un filler come quello di Foxy che nella sua stupidità era geniale e sapeva tenere sulle spine con il problema del perdere membri dell’equipaggio! E ora ti fa le torte.

Quando si comincia a dire “vedrai, la prossima andrà meglio” per me è un segnale di pericolo, significa che qualcosa sta cominciando a scemare. Difficile capire se la voglia dell’autore, la mia, o la qualità generale dell’opera.

Riassumendo: Nella prima parte avevo ben poco da obiettare. Nella seconda quasi tutto, ed è una cosa che mi spiace oltremodo dire. E’ impossibile ritenere qualcosa un capolavoro per poi vedersi smentiti su due piedi. Sono io il problema? Sono forse diventato ipercritico senza pietà? Non credo, mi pare di aver detto quali cose funzionano. E’ un cambio di stile a cui non mi sono abituato? Forse sì, perché avere 60 numeri in un modo, e altri 20 in un altro, spiazza, e soprattutto delude a morte.

Sono ormai 20 volumi che non provo più niente a leggere One Piece, dove tutto è un trascinarsi, un correre di qua e di là, qualche gag, e una marea di personaggi terziari inutili di cui nessuno sente il bisogno. Le premesse per un buon finale ci sono tra Barbanera, la Marina, Raftel e la misteriosa storia degli 800 anni di vuoto che mi logora come non mai ma qui se non ci diamo una mossa l’entusiasmo mi calerà completamente.

Per questo mi sono sentito in dovere di buttare giù i miei pensieri sulle due parti dell’opera, spaccate a metà dal mio giudizio: prima metà 10/10, seconda metà MEH/10.