Non vi ho mai parlato in questi lidi di Bastardi senza gloria, quello che ritenevo il peggior film di Tarantino in assoluto e prometto che un giorno lo farò sicuramente.

Peggio ancora di Jackie Brown che nella sua spiazzante linearità risultava un film come tanti privo della cifra stilistica che aveva caratterizzato il famoso regista a partire dal suo film più celebre: Pulp Fiction. Fin da allora si può dire che la formula tarantiniana fosse fatta, con le dovute eccezioni, di dialoghi iperrealisti in primis, e cioè di quei dialoghi come i massaggi ai piedi, il discorso sul detenere un’arma (Grindhouse), il discorso su Superman (Kill Bill) che di fatto sembrano inseriti a vuoto ma che rendono il personaggio che li propone enormemente umano, sfaccettato. Lo estrapola dal suo contesto e dal suo stereotipo (tipo gli assassini che parlano del quarto di libbra con formaggio, anziché di lavoro) per elevarlo a qualcosa di più. Il dialogo tarantiniano viene emulato da un sacco di persone ma non è sempre facile renderlo al meglio, nemmeno Bastardi senza gloria ci riusciva pienamente, del resto.

La violenza è anch’essa parte dei connotati del regista: sangue a fiotti, a spruzzi, carico di tonalità chiarissime come in Django, esageratamente esagerato come in Kill Bill, diventa volutamente grottesco poiché surreale ma anche per questo divertente.

L’intreccio: le storie di Tarantino hanno molto di Hitchcock, più che puntare sulla messa in scena ad effetto si mira ad un clou, ad uno stallo alla messicana in cui ci si chiede “come faranno a uscirne?”

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Il bello de Le Iene, della scena finale di Pulp Fiction, del confronto con Bill, di Django e di Hateful 8 è sì il senso di impotenza dei protagonisti coinvolti ma anche l’enorme lavoro svolto sui protagonisti e sulla loro psicologia che porta loro a combattersi e noi spettatori a cercare di prevedere le loro mosse mentre ora sono in stallo davanti ai nostri occhi. Il regista solitamente colpisce duro, andando a distruggere stereotipi sedimentati dal genere svolgendo la matassa con qualche colpo di scena impensabile: ne Le Iene una delle cose che più ho apprezzato è che l’unico a uscirne illeso è il personaggio più stronzo e teoricamente egoista. In Pulp Fiction, così violento, il confronto finale coi ladri termina in un nulla di fatto perché il massacro è ciò che tutti si aspettavano. Colpire lo spettatore non significa necessariamente arrivare alla violenza o al confronto e Tarantino lo ha compreso perfettamente, e io con lui. Ci siamo sempre capiti a vicenda su questo, ma perché a conti fatti c’era sempre da guadagnarci: se non mi offri un bel duello ma distruggi uno stereotipo cinematografico per me sei ok, sei già sopra la massa di pellicole Blockbuster che escono ogni anno e che guardi una volta sola tanto per.

La calma piatta. Altro elemento caratterizzante delle pellicole del regista è una formula che potremmo sintetizzare così per molte situazioni: disegno dei personaggi in assoluta tranquillità a cui segue una fase di violenza esplosiva. Grindhouse ha un primo blocco di SOLO disegno dei personaggi, e un secondo blocco diviso a metà: al 50% ancora disegno, l’ultimo tratto è violenza esplosiva, risultando così in un 75% + 25% estremamente funzionale e coerente con la tensione narrativa creatasi.

Django e The Hateful 8 seguono lo stesso schema, talvolta criticati per scene troppo lente ma in realtà preparatorie e propedeutiche ai veri scontri. In verità, vi dirò, ho sempre negato queste accuse. Tarantino non è MAI lento, non è MAI fine a se stesso nei dialoghi, perché sono sempre tesi a qualcosa di più, ad una psicologia ben definita da un dialogo sui fumetti, o sul sistema metrico decimale. Sullo schermo si agitano persone reali, e mai macchiette. Questo almeno fino a Bastardi senza gloria, un film in cui Tarantino sembra emulare e parodizzare se stesso. Dialoghi che dovrebbero aggiungere maturità ad un ufficiale nazista ma che risultano inutilmente pomposi, barocchi, spropositati. Disquisizioni sui dolci, o sul latte di fattoria, o sulla somiglianza tra topi e scoiattoli. La scena iniziale di una lunghezza eccessiva, la scena alla taverna che viene compressa da personaggi (prima il soldato tedesco, poi l’ufficiale delle S.S.) che si prendono con troppa forza i loro spazi, e che costretti dalla narrazione scoprono i protagonisti, risultando in una ovvia carneficina. In B.S.G. infastidisce anche il fatto che ci siano più soldati e ufficiali nazisti ma che, pur cambiando volto e attore, siano lo stesso identico personaggio ogni volta: sofisticato ma crudele, un dualismo ormai stantio che da un distruttore di stereotipi non mi sarei mai aspettato.

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E poi c’è il What If, quella distopia (o ucronia) che modifica la storia che può piacere o non piacere. Ad esempio nei videogame la trovo interessante, perché vi unisce l’elemento ludico. Se si parla di Seconda Guerra mondiale, un fattaccio ultrarappresentato che ci esce anche dalle orecchie, può anche starci voler uccidere Hitler in maniera aggressiva, cercando quell’amore per la vendetta di cui il dittatore ci ha privato suicidandosi. Tuttavia la trovo una forma un po’ pretestuosa, seppur coerente nel medium cinematografico, per modificare i fatti e ricamarci sopra. Ne parlerò meglio nell’analisi dedicata ma in sostanza si può dire che anche tutti i comprimari di B.S.G. fossero macchiette senza arte né parte, spalmati su quell’alone di americanità contrapposta alla violenza nazista che come al solito eleva troppo gli uni e affossa gli altri (che siano nazisti o meno, poco importa).

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E arriviamo infine a ciò che ho da dire di C’era una volta a Hollywood, film di cui in realtà sapevo pochissimo. Un po’ perché per la pubblicità è passato relativamente in sordina, un po’ perché non volevo spoilerarmi nulla. I primi trailer erano stranissimi, e citavano di fatto Bastardi senza Gloria con quel lanciafiamme. Sapevo che sarebbe andato a parare su un fatto di cronaca nera gravissimo, l’uccisione di Sharon Tate da parte dei seguaci indottrinati da Charles Manson di cui anche io sono a conoscenza solo per sommi capi per via della sua gravità: non ho mai approfondito i dettagli.

E’ stato questo il vero motivo per cui mi interessava il film, e sapevo bene che da un maestro della tensione mi sarei potuto aspettare sevizie, gravità e mutilazioni anche non realistiche ma impressionanti come solo lui sa fare.

Il film inizia con circa 1h 30m di disegno dei personaggi, una lunghezza decisamente pesante rispetto alla media. Questi protagonisti non segnano tacche, sono roba già vista e di poco conto nonostante la magistrale interpretazione di DiCaprio, come sempre. “Ecco che la prima parte ci parla dei difetti della Fabbrica di Sogni attraverso errori, scene tagliate, pianti isterici e alcolismo dei suoi attori“, penso inizialmente. Poi vedo la scena dell’antenna, e comincio a cambiare idea: “è la storia di un pazzo, Brad Pitt, che si rivolta contro il suo migliore amico“. Oppure ancora: “questi due stanno impazzendo, finiranno reclutati da Manson stesso“.

In mezzo a questo disegno di personaggi vengono presentati Sharon e Polanski stesso anche se le scene della Robbie sembrano non avere molto senso: lei che compra un libro, lei che si gode le sue scene al cinema. Hanno un retrogusto strano, è come se cercassero di delimitare il personaggio ma senza dirci nulla dello stesso. Ok, penso, sta a significare che morirà una persona buona e gioiosa che fa cose normali come tutti noi?

Il fatto è che finito il film capisci che tutto questo non ha senso. Non ha avuto alcun senso. Peggio ancora quando il film prova a giocare con lo spettatore, con un Brad Pitt al ranch in cui parrebbe essere morto qualcuno. Il tutto si risolve in un nulla di fatto, ancora una volta.

Insomma, penso, il regista sta ammucchiando una serie di buchi nell’acqua per poi colpire duro nel finale, in cui accadrà di tutto e di più. Continuo a guardare l’orologio e vedo le prime due ore scorrere lisce e senza intoppi. Credevo che il fattaccio avrebbe occupato non dico metà film, ma buona parte, mi aspettavo qualcosa alla Funny Games. Possibile che occupi gli ultimi dieci minuti finali? Vuole essere così intenso da mostrarci solo i cadaveri anziché la violenza in sé? Strano, ma accettabile.

Inutile dire che tutte le mie aspettative sono state infrante. Come B.S.G., forse pure peggio, il regista utilizza il solito escamotage del What If e tutti si salvano. Amicizia dei protagonisti ristabilita e grandi pacche sulle spalle.

Ok film, fermiamoci qui. Cosa ho appena visto? Cos’è successo? Sei davvero tutto qui?

Mi sono fermato a pensare. Non sono uno sciocco, lo capivo bene che in B.S.G. quel finale aveva lo scopo di fare del metacinema, comunicando la sua malleabilità e soprattutto la scarsa affidabilità delle sue immagini per parlare del male ineliminabile, in questo caso i nazisti. Ma qui perché? Non stiamo parlando di un fatto conosciuto nei minimi dettagli da tutti, non avrebbe forse meritato una rappresentazione più accurata, più tarantiniana?

Perché fargli fare un film su questo fatto, se poi non se ne parla proprio? Allora, il film non parla di quella notte. E’ un pretesto per parlare di Hollywood e di chi lo anima. Va bene, ma ciò che abbiamo visto, anche se la scena con Bruce Lee è carina (non di più, è solo carina), non è minimamente interessante. E’ un’increspatura sull’acqua del racconto, un abbozzo di vicissitudini e di situazioni giornaliere che ho visto elogiati come un grande omaggio al cinema, alla storia di Hollywood, come un’amorevole fonte di citazioni.

Chiariamoci: tutto molto carino, ma non me ne frega un cazzo a me di andare al cinema a vedere Tarantino che usa quella locandina, o che usa quel brano per citare il film anni ’60 che tanto gli piace. Non me ne frega proprio un cazzo. La citazione dovrebbe essere una simpatica chicca da ricercare nel tessuto del testo filmico, una simpaticheria come i quadri di Mucha nella stanza di Sharon Tate, non il vero fine del film. Vi immaginate se si facesse un film solo per esibire i costumi? O i brani? Allora parleremmo di una sfilata, di un concerto. Ma no, qui siamo al cinema, e non me la bevo la stronzataccia che tutti hanno usato per coprire la carenza di contenuti della pellicola, sull’amore del regista per il Cinema, perché non mi ha offerto una buona storia – come da contratto tra spettatore e regista – per tenermi incollato. C’era una volta ad Hollywood è l’equivalente degli zii noiosi che vanno a Finale Ligure e ti mostrano le diapositive mentre tu vorresti farti i cazzi tuoi. Una sciorinata di tropi, di cliché, di aneddoti sinceramente poco interessanti che dovrebbero accompagnare una partitura testuale che non arriva mai e che si sgonfia con l’andare dei minuti.

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Agli spettatori Tarantino offre un’esperienza differente, imbarcandoli nella sua nostalgia e nella deambulazione urbana piuttosto che costruire daccapo intrighi esplosivi. Per la prima volta rinuncia alla cavalleria, evocando con riguardo e pudore il soggetto che gli sta più a cuore: il suo amore per il cinema. C’era una volta…a Hollywood è un film intimo e contemplativo, lisergico e (incredibilmente) lineare su un’età dimenticata, perduta, sul cinema della sua infanzia, quello che lo ha innamorato perdutamente mentre il colore diventava la norma e Hollywood perdeva la sua innocenza sotto i colpi di coltello di Charles Manson e dei suoi adepti.

Questo lo scrivono su MyMovies.

Tarantino fa quello che sa fare meglio: intreccia storie, personaggi, piani narrativi. Mette insieme spezzoni di vita, di realtà, di finzione e di storia con la S maiusola per parlare della cosa che ama più di ogni altra: il cinema. E ne parla con un romanticismo malinconico e tenero che è inedito per lui, ma che è anche l’unica novità tematica di un film tutto teorico, tutto di testa, tutto proiettato verso conclusioni ovvie e un po’ banali

Questo lo scrivono su ComingSoon

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E questo lo scrivono gli esperti improvvisati negli ultimi dieci minuti.

Come si può vedere chi osanna questa pellicola se la gioca sui soliti due temi: le citazioni e l’amore per il cinema.

Ma questa non è una storia, è una scusa. Non ho ottenuto niente di concreto che valesse il prezzo del biglietto, e peggio ancora se a fare una porcata di questo tipo è Tarantino, regista per me stimato come pochissimi altri. Non è innovazione, perché non si parla di narrazione vera e propria ma solo di una carrellata di scene; non è reinvenzione, perché spero che questo aborto cinematografico rimanga un unicum nella carriera del regista, non è niente. E’ stato una perdita di tempo e anche chi lo difende ha vita parecchio difficile nel farlo. Oltre a tirare in ballo i gusti personali si può fare davvero poco. Se si parla di intertestualità, di ciò che questo film aggiunge al già visto, non c’è assolutamente nulla che valga la pena. Se non portasse in copertina il nome di un grande regista nessuno probabilmente lo avrebbe nemmeno considerato perché è mediocre, meno ancora che mediocre.

Che a me, di sentire “Sergio Corbucci” e ridere sommessamente per la grandiosa citazione allo spaghetti western, non me ne frega proprio un cazzo. Non è questo ciò che cerco da lui, e dal cinema in generale.

 

4 risposte a "C’era una volta a… Hollywood: uno scivolone Tarantiniano"

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