Inuyasha, la fine di un’epoca

Ho recentemente comprato gli ultimi volumetti di Inuyasha e visto che la memoria è ancora fresca come inchiostro su carta, perché non spendere due parole anche per quest’opera?

Come al solito comincio con quella che è la mia personale esperienza. Conosciuto negli anni che furono, tra i nebulosi videoclip musicali di MTV quando ancora davano Whenever, Wherever di Shakira o Complicated di Avril Lavigne. Ero un bambino e mi annoiavano a morte quelle canzoni che ripetevano ogni sabato pomeriggio ma sapevo che ad attendermi c’erano i cartoni, tra cui Inuyasha. Purtroppo non ricordo il primo impatto con i primissimi episodi, va troppo in là nel tempo.

La storia è niente affatto male: ci sono demoni, mezzi demoni, demoni cane e demoni insetto, sacerdotesse e violenza e sangue a certe dosi, ossa, visceri e storie quasi dell’orrore. Di Inuyasha colpisce molto l’elemento seinen iniziale, si vedono non solo cadaveri ambulanti, pezzi di carne a brandelli staccati dai corvi ma anche corpi relativamente nudi, talvolta appartenenti alle protagoniste. Andava quindi inquadrata come una storia matura, a differenza, ad esempio, delle opere precedenti della Takahashi che avevo vagamente seguito come Ranma e Lamù ma che mi avevano sempre annoiato per la mancanza di una trama centrale cui far riferimento. Inuyasha sopperisce a questa mancanza senza dimenticare lo spirito goliardico dell’autrice e aggiungendo, come già detto, elementi presi dalle storie di spettri della tradizione e del folklore giapponesi.

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Credo che dividerò la mia analisi in due parti, nella prima parlerò dei circa 40 volumi iniziali in cui secondo me è compresa la parte centrale più feconda e pregna di idee, negli ultimi 27 parlerò della progressiva perdita di idee e concetti capaci di dare nuova linfa alla storia.

                                                               La prima parte

La prima parte trovo che sia impeccabile. Mai mi sarei aspettato una tale profondità anche nei temi trattati da parte della Takahashi. Oltre a questo, i primi nemici sono davvero ben studiati e originali, tanto che non sono in grado di dire quanto sia merito dell’autrice e quanto del folklore giapponese. Ad esempio Yura, il demone dei capelli, è qualcosa a suo modo geniale che sfrutta come attacco qualcosa di impensabile, i capelli, e che riesce a sfruttare i corpi come marionette per mezzo di essi. La trama principale è incentrata su un manufatto magico, la sfera dei quattro spiriti, o Shikon, che è ciò che tutti gli spettri vogliono per aumentare la propria forza o esprimere il proprio desiderio, quel genere di strumento perfetto per attivare la narrazione. Siccome le cose non potevano essere così semplici, la sfera si spacca in mille frammenti che si spargono in ogni dove (e fortuna che rimangono in Giappone!), così da permettere l’accesso a un po’ di potere a tutti i demoni. I nostri, aiutati da vari amici, sono così indirizzati alla ricerca di tutti quei frammenti, ciascuno di loro custodito da qualcuno che in genere si rivela un opponente o il mandante di qualche prova da superare.

Parliamo un po’ dei personaggi. Inuyasha è, se non si conta l’estetica, preso paro paro da Ranma. E’ lui. Con il suo carattere. E’ identico, non c’è molta possibilità di manovra in questo. E’ il classico duro dal cuore tenero che non si rivelerebbe mai e poi mai.

Kagome è lo stereotipo di ragazza carina e dolcina ma che quando vuole sa graffiare, anche lei abbastanza identica ad Akane ma un po’ meno aggressiva.

Miroku, il cui nome deriva da una vera leggenda, è un monaco che inizialmente ha carisma da vendere. E’ intelligente, usa anche lui alcuni sotterfugi per avere quello che vuole e non ha scrupoli a ingannare il prossimo. E’ anche un farfallone e diventerà poi un elemento comico nel gruppo.

Sango forse è uno dei personaggi meno sviluppati. E’ una ragazza forte che potremmo chiamare Kagome numero 2 per Miroku. E’ una ammazzademoni e servirà per collegarsi poi al villaggio che ha dato vita alla sfera ma di suo non ha chissà che spessore psicologico. Non che gli altri ne vantino a pacchi, sia chiaro.

Sesshomaru è quello che, se fosse una donna, chiamerei figa di legno. Non fa un sorriso neanche a pagarlo, è il classico tipo da palo in culo costante che non spiaccica parola, per questo per lui parla e intercede un altro personaggio inventato appositamente, Jaken, che ad un certo punto arriverà a sostituirsi al padrone nelle frasi di scuse e di ringraziamento.

Kikyo nasce per rompere le uova nel paniere a Kagome che non può e non deve avere una storia d’amore semplice. Il personaggio ha alcuni lati del carattere molto interessanti basati sull’odio, sulla vendetta e sulla cattiveria fra donne ma infine tornerà a essere un personaggio piatto di solo disturbo.

Koga nasce per dare un contraltare alla storia di Kikyo e Inuyasha, per dare anche a lei uno spasimante. E’ unicamente irritante e ricorda vagamente Ryoga, è il classico rivale in combattimento e in amore per Inuyasha e serve spesso a creare situazioni comiche. E’ così utile che nel finale del manga se lo sono completamente dimenticato.

Naraku è invece l’antagonista per eccellenza (tecnicamente se si escludono i demoni è anche l’unico), un machiavellico umano diventato mezzo demone che trama nell’ombra, sfrutta le persone, le usa come burattini e non si espone mai. Potrebbe anche avere una buona psicologia se fosse sfruttato meglio, e sul finale quasi ci speravo. Invece.

Anche la Tessaiga, la spada di Inuyasha, può essere considerata tra i protagonisti principali; assume un’importanza tale nella storia che nella seconda parte si parlerà solo di come potenziarla e che spettri ammazzare per farlo. Mi piace che sia inizialmente una spada atipica, ovvero una lama consumata dal tempo e tutta rovinata, e non una preziosa spada come ci si aspetterebbe. Persino il fodero ha la sua importanza. I poteri che le sono concessi sono davvero intriganti, come la Cicatrice del Vento e la Bakuryuha. Sono tecniche con una certa dose di fantasia: la prima sfrutta i flussi di energia alleato e nemico e nel punto in cui convergono, se tagli, si sprigiona la forza del colpo. Il secondo serve per ricoprire l’energia nemica con l’energia della Cicatrice per dirigerla contro il nemico stesso. Così è matematico che non possa vincere contro la sua stessa forza + quella del nemico. Le altre saranno tecniche basilari: la lama che taglia le barriere, quella di diamante, quella a scaglie di drago, quella nera.

Nella prima parte di Inuyasha si gioca moltissimo con i protagonisti principali che ancora devono conoscersi: Inuyasha e Sesshomaru, fratelli, quasi si ammazzano tra di loro, Koga combatte coi nostri, Miroku e Sango pure. Poi tutti diventano amichetti e si scopre che c’è un nemico a tirare le fila di tutte quelle bastardate che hanno dovuto subire: Naraku. Ora, non sarebbe neanche male come idea, se solo non fosse che questo concetto spazza via il relativismo, un po’ come nel Signore degli Anelli, per conferire il male terreno solo ed esclusivamente ai mostri, ai demoni, alle persone senza cuore. Io sono ben distante da una filosofia simile, ritengo che il male e il bene non esistano se non come semplificazioni terminologiche e che in realtà un “buono” possa fare il “male” e viceversa, a seconda dei punti di vista. Non esiste chi danneggia sempre gli altri o chi aiuta sempre gli altri, esistono persone che fanno cose, assimilate nel tempo a seconda dell’ideologia dominante. Detto ciò, Naraku permette questa semplificazione ideologica ed è lo strumento narrativo per unire tutti e unirli subito. Ci siamo ammazzati per trenta episodi ma odiamo lo stesso nemico? Ey, perché non unirsi?

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Lo avete letto con la sua voce, gentaglia?

Tutto sommato però nel complesso funziona. Quando non è lui a combattere sono le sue creazioni, come se fosse una grande famiglia. Alcune scene sono anche parecchio divertenti e svolgono la funzione di avvicinamento o di commento dei personaggi principali. Ad esempio, Juromaru e Kageromaru che combattono in coppia costringono Inuyasha e Koga a combattere in coppia, con tutto ciò che ne deriva tra gag e combattimenti. Stessa cosa con gli altri personaggi, come Sesshomaru con Kohaku o con Kikyo.

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Una menzione d’onore vorrei farla alla saga dei 7 mercenari che secondo me è la migliore di tutta l’opera. Le scene di Bankotsu che assalta ed espugna coi compagni un castello sono davvero galvanizzanti, il fatto che tra di loro ci siano dissapori e insicurezze ne accentua la drammaticità. Il fatto poi che a ciascuno tocchi un nemico diverso è oltremodo divertente ed è qui che Inuyasha raggiunge l’apice. Anche alcuni personaggi come Hakushin Shonin, il monaco diventato buddha, sono decisamente profondi. Questa è una pratica realmente esistita, l’ho anche studiata, e consisteva nel diventare Buddha con questo stesso corpo (tradotta letteralmente). Ma immaginatevi gli ultimi istanti di un monaco che, per quanto puro e buono, si ritrova a pensare di essere immerso nell’oscurità di un buco in cui è stato messo per morire, e per proteggere altre persone, nonostante lui in vita sia sempre stato eccellente. Io penso che umanamente la paura e l’odio assalirebbero molti di noi, altro che Nirvana. E Naraku sfrutterà questi pensieri per prendere anche questa persona come alleato. Avrei voluto più personaggi con questo spessore, sinceramente.

                                                                 La seconda parte

Ne ho parlato bene fino a qui ma, come ben sa chi mi conosce, non può essere tutto così semplice. Anche Inuyasha ha dei difetti e ne ha parecchi, e parecchio grossi e ho notato che sono menzionati anche su Nonciclopedia. Tanto per cominciare, vediamo se riesco a comunicarvi il primo fastidioso difetto che ho avuto leggendo.

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Ok, dopo un po’ mi sono rotto di cercare e di fare il collage ma si capisce? Ho scelto a caso due personaggi. Se non lo avete capito proviamo ancora con queste.

Nomi

Niente?

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Lo so che la mia potrebbe sembrare una critica sterile perché i personaggi dovranno pur chiamarsi tra loro. Ma qui si esagera, cazzo. In ogni scena c’è un personaggio che pronuncia il nome di quello con cui sta avendo a che fare con il risultato che lo ripete ogni volta, anche quando non sta succedendo niente e senza chiamarlo in causa! E’ come se i nomi volessero restituire i dialoghi che in realtà non ci sono, perché Inuyasha è terribilmente carente di buoni dialoghi. Così si sopperisce al tutto unicamente chiamando i personaggi. E così è un tripudio di Sorella mia, Kohaku, Kagome, Kikyo, Koga, Kohaku, Inuyasha!

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Quando leggo Inuyasha ho questa sensazione

Il mio potrebbe sembrare cherry picking, ovvero sembra che io abbia accuratamente selezionato solo le parti in cui ci sono i nomi che ci interessano. In realtà no, non si fa alcuna fatica. Basta aprire un qualsiasi volume in una pagina a caso, o sfogliare giusto un po’, per avere questo tripudio incessante di nomi. Guardate ancora questa:

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Praticamente c’è solo un dialogo PRIVO di nomi. Tutti gli altri balloon ne hanno almeno uno, e anche quello privo ne ha vicino uno. E’ come se i personaggi riuscissero a comunicare solo continuando a ripetersi tra loro come si chiamano, che tecniche usano, cosa stanno facendo. Quello che io ho fatto solo con alcuni personaggi provate a moltiplicarlo per TUTTI gli altri che a loro volta chiamano TUTTI gli altri, in più sommate quelle situazioni-cliché in cui succedono, senza variare di una virgola, tutte quelle cose a cui abbiamo assistito migliaia di volte, come le scene di Kohaku e della sorella, Kagome-Kikyo-Inuyasha; Kagome-Koga-Inuyasha; Miroku-Sango. E così via.

Si sarà capito a questo punto che uno dei difetti peggiori di quest’opera è la ripetitività di azioni, nomi, situazioni. Sono riproposti senza un minimo di variazione di volta in volta e questo fa invecchiare la storia nel complesso, è come se potesse allungarsi solo per mezzo di déjà-vu. Quando mi chiedono cosa ne pensi, ad esempio, di Koga, la mia testa si ricrea un frame totale con dialoghi e situazioni viste migliaia di volte. So che anche per voi è così. Anche senza immagini provate a capire cosa sta succedendo.

>Io vi precedo!

>Koga aspettaci!

>Ehi Kagome, ancora appresso a quel botolo?

>Lupo spelacchiato, giù le mani da Kagome!

Quante, quante, quante volte l’abbiamo vista? Fino alla nausea. E lo stesso vale per “Padron Sesshomaru” e il già visto “Sorella-Kohaku-Sorella mia-Kohaku.” Praticamente basta una sola frase per richiamare alla mente tutta una serie di script già visti e questo non è tanto un bene perché conferma la presente opera come qualcosa di veramente tanto ripetitivo. Si può obiettare saggiamente una cosa, e cioè che la ripetizione, un po’ come in una Soap Opera, ricrei un sostrato che al lettore piace vivere e che rivive con piacere. E’ una cosa che personalmente non capisco e non capirò mai ma ho visto persone vivere tranquillamente questa cosa e gradirla anche tanto, appunto perché non crea effetto sorpresa (o lo crea quando si devia dai binari del solito discorso ma qui non capita) e il lettore sa già cosa aspettarsi. E’ vero che ci sono degli ostacoli da superare ma siamo così TANTO abituati alla narrazione di Inuyasha che sappiamo già come finirà, che cosa dirà ciascun personaggio, come si comporteranno tra loro. Ora Miroku ci proverà con qualcuna e subito Sango lo guarderà male. E’ arrivato Koga, chissà che scenetta carina con Kagome ci attende.

Inuyasha, proprio come Ranma anni fa, non gioca con le aspettative del proprio lettore, si limita ad esaudirle seraficamente come un genitore che accontenta il figlio.

Ci sono dei punti in cui la narrazione riesce a sorprendere, specialmente in tutta la prima parte (mi riferisco a quando si spezza Tessaiga, a quando Kikyo viene ferita sul monte Hakurei, ecc) mentre per la seconda parte ci sono decisamente pochi momenti importanti. Nella scena in cui a Kohaku viene sottratta la scheggia della sfera ho quasi gridato al miracolo, mi sarei aspettato che prima di morire parlasse altri 30 minuti rompendoci il cazzo con i suoi “sorella mia” a oltranza e invece è morto in maniera cruenta, senza poter esprimere le sue sensazioni del momento e con gli occhi vitrei prima di toccare terra. Stupendo. E’ ancora Inuyasha questo fumetto?

 

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Ci avevo sperato, porca di quella troia

 

Poi ok, vengo smentito un capitolo dopo, però dai, ci siamo divertiti per quelle 30 paginette scarse in cui ci avete fatto credere che fosse diventata una bella storia.

La parte finale di Inuyasha pare stanca, svogliata. Il punto di luce di Kikyo che salva Kohaku pare essere proprio un deus ex machina, Koga privato delle sue schegge semplicemente scompare dopo aver rotto il cazzo per chissà quanto. Nell’anime almeno hanno il buon gusto di dargli una fine meritevole ma nel manga è proprio stato dimenticato. Sesshomaru ha un ruolo che chiamare strano è un simpatico eufemismo. Mi hanno raccontato che all’epoca, regalare Kimono ad una donna significava corteggiarla.

WTF. Avrà qualcosa come 70/100/120 anni e se la fa con una di meno di 10?

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Penso che tutti ci siamo posti un paio di domande e dati una tripletta di risposte. Comunque, a parte questo, mi hanno deluso maggiormente alcune cose che ora elencherò un po’ meglio:

-La battaglia con Naraku. Insomma, ce lo tiriamo dietro da una sessantina buona di numeri e lo scontro finale con quello che dovrebbe essere il nemico supremo, per di più potenziato al massimo, è una mezza cagata. Solite illusioni, soliti sotterfugi, fa quello che fa dall’inizio senza aggiungere NULLA. C’è quest’altro Magatsuhi che non si capisce bene chi sia e cosa voglia, e perché non abbia una controparte buona considerata l’iconografia yin-yang della sfera. Fa anche lui le stesse cose di Naraku, quasi come se si fosse sdoppiato il personaggio, quando si poteva tranquillamente usarne solo uno. Boh.

Le storie di tutti cercano di essere terminate, ad esempio quella del vortice di Miroku, ma sono state risolte in una maniera così svogliata che non so neanche come commentarla. C’è così poco da dire. Per essere una battaglia finale attesa da 70 numeri mi aspettavo decisamente di più, ragazzi. Per poi finire con un Naraku così blando e arrendevole da chiedersi se non si sia stancato pure lui di vedere la solita pantomima ogni singola volta. Anche lui ha chiesto pietà all’autrice e le ha detto ” basta, lasciami morire in pace

-Il bacio finale tra Kagome e Inuyasha. Come dite, non c’è? E perché non c’è? (N.B. riferito al manga, pare che nell’anime ci sia)

Perché non c’è il bacio romantico e platonico alla fine di un’opera che ha scassato i cazzi per tutta la sua durata con la storia d’amore/triangolo/quadrato amoroso tra i protagonisti? Cioè ok alla fine si sposano ma non li vediamo in atteggiamenti romantici. E’ come se fossero rimasti amiketti del cuore e finita lì. Tutto qua? E’ così che ripaghi i tuoi lettori e soprattutto le lettrici che fantasticavano sui demoni cane? Ma poi tutto quel bel discorso del rendere Inuyasha umano, o completamente demone? Finito tutto nel dimenticatoio? E’ una grave mancanza per me. Sarà un cliché quanto volete vedere i due protagonisti sempre interrotti quando provano a baciarsi ma in genere si vedono sempre portare a conclusione il gesto nei momenti più importanti. Qui non c’è, è come quelle ragazze che ti fanno credere di starci, fanno i giochettini dialettici, e alla fine ti friendzonano. Che tristezza, signori!

La cosa è parzialmente recuperata con Miroku e Sango che hanno addirittura 3 figli anche se continuo a chiedermi perché non farli fare ai protagonisti.

-Shippo ce lo siamo dimenticato. Mi aspettavo una scena alla tomba del padre o lui cresciuto, che ne so, e invece gli hanno fatto continuare quella specie di accademia-filler che abbiamo visto pochissimo negli ultimi volumi e che non viene neanche ben spiegata, come se fosse qualcosa di importante.

-Kohaku va a fare il paladino de noartri. Ma con una falce più grossa.

Che dire? Veramente deluso. Non è un finale decente, sbaglia quasi tutto, non spiega le cose più strane e non fornisce la catarsi adeguata che ci si aspetterebbe dopo una storia così lunga. Per cui sono veramente basito, era una storia dall’ottimo potenziale che però è stata tirata davvero troppo per le lunghe. Ha perso lo smalto nel tempo continuando a vivere di rendita grazie alle scene più amate dai fan che però sono un loop continuo che annoia e fa invecchiare l’opera, già vecchia di suo per quanto concerne il tipo di narrazione utilizzata. I dialoghi non sono chissà che e come abbiamo visto sono per lo più nomi di personaggi e di tecniche ogni volta che li si vede in azione, e si vedono SPESSO in azione. I temi trattati, quando seri, sono superficialmente analizzati e non si riflettono quasi mai in modo permanente sulla storia.

Di positivo c’è che lo stile di disegno è caratteristico dell’autrice, a suo modo è “scorrevole” e pulito senza troppi fronzoli, i mostri sono disegnati bene e le scene seinen meritano qualche punticino doveroso. Per il resto Inuyasha è un’opera da consigliare solo se siete estimatori della Takahashi, se sapete com’è e cosa aspettarvi dalle sue storie. Tutti gli altri meglio girare al largo per storie un po’ più proficue e interessanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi critica: Harry Potter (Romanzi + Film)

Non si può aver vissuto gli ultimi vent’anni senza aver mai letto un libro di Harry Potter, senza esser mai incappati in un film in tv o senza mai aver avuto a che fare con qualche fan sfegatato che girasse con ciondoli, bacchette, cianfrusaglie varie legate al fenomeno che è diventato un vero e proprio culto mondiale. La mia esperienza con HP nasce con mia madre che cercava di convincermi a leggermelo ma, sarà che ero piccoletto, arrivavo sempre alla prima parte in cui parlava un po’ degli zii e poi mi annoiavo a morte.

<< Dai, guarda che poi migliora! >>

Ma niente, mai proseguito. Poi fu la volta del primo film. Mi ricordo direttamente catapultato in sala, non avevo aspettative né niente, ancora non lo conoscevo. E in effetti, quel piccolo maghetto mi aveva sorpreso parecchio direi. C’era qualcosa di geniale in quella storia che sul momento non riuscii a cogliere. Anche la seconda pellicola mi stupì al cinema e da lì divenne un appuntamento praticamente costante, cominciai ad appassionarmi alla storia e, siccome le varie professoresse delle scuole medie chiedevano sempre di leggere dei libri durante le vacanze, cominciai a leggere quelli. A partire dal terzo, però, perché i primi due film me li ero già spoilerati e non avrebbe avuto granché senso per me. E quel “primo” terzo volume mi piacque parecchio, pure più dei precedenti. C’era un qualcosa in quella struttura narrativa, in quella formula dell’autrice che un po’ come One Piece riusciva a catturarti in un mondo magico molto peculiare. Ora sono maturato, ho riguardato i film e studiato manuali sull’argomento, che sia venuto il momento di spenderci due parole sopra? Ci proverò, sempre ricordando che essendo un mondo enorme, ed avendo un sacco di dettagli, sicuramente non potrò occuparmi di tutto tutto, la mia sarà una rapida occhiata alle cose più importanti che non è possibile ignorare. Inoltre ricordo ai miei aficionados che da me non vedrete mai fazionismi di sorta: a me piace descrivere con una certa obiettività tutto ciò di cui parlo, anche le cose che apprezzo oltremodo. Per cui vi dico già subito che farò notare anche dei difetti – giacché opere esenti non ne esistono. Detto questo, spero di riuscire a scrivere un’analisi degna e approfondita. Comincio subito perché materiale ce n’è in abbondanza.

1. Harry Potter e la Pietra Filosofale

Il primo libro è quello della genesi, della scoperta di questo mondo di maghi che ci viene rivelato, di alcuni dei suoi personaggi e dei suoi misteri. Vediamo alcuni degli elementi caratterizzanti: Harry è un orfano. La storia parte così in modo molto classico: bambino alla Dickens senza genitori per il quale è più facile empatizzare. Come personaggio nella sua prima avventura lo vediamo muovere i primi passi, non si può dire che sia un elemento complesso ma svolge il suo dovere affiancando noi lettori/spettatori alla scoperta di questo mondo. Harry è sostanzialmente una tabula rasa che poco per volta, come noi, viene a conoscenza di questo mondo magico. A lui si affiancano Ron, l’amico con alle spalle una famiglia di quelle sicuramente mago-cattoliche, ed Hermione, l’elemento intelligente del gruppo, quello che provvede alle magie in maniera seria. Nel primo libro/film i personaggi sono leggermente degli stereotipi ma è perdonabile perché avranno ancora altre avventure per crescere e maturare e la storia è tutto sommato destinata a bambini e ragazzi.

Il mondo e l’ambientazione magici sono invece una delle parti migliori dell’opera, secondo me. Perché la magia non ci viene solo sbattuta in faccia come qualcosa di inaccessibile, strano o inarrivabile ma come un elemento fantastico e ingegnoso unito alla vita di tutti i giorni. Hagrid batte col suo ombrello su dei mattoni e questo crea un passaggio nuovo per un altro mondo che è letteralmente il nostro mondo ma con elementi che prima erano celati ai nostri occhi. Durante tutte le avventure verremo a scoprire di strumenti particolari che servono ad esempio ad agire sulla memoria o sulla vista delle persone chiamate “Babbane” per allontanarle, un po’ come si farebbe con gli animali: non li uccidi né li punisci, cerchi di allontanarli per quieto vivere. Così Hogwarts esiste veramente in questo mondo ma non è qualcosa di accessibile senza la magia. E noi, con Harry, siamo iniziati a questo mondo per cui la magia ce l’abbiamo, è una sorta di base segreta accessibile solo a noi. Così Harry vedrà Hogwarts, la scuola di magia: un rifugio dalla vita quotidiana permeata dalle malefatte degli zii ai suoi danni. La scuola altro non è che un campo vacanze divertente in cui poter essere se stessi, liberi dai condizionamenti della società o, per meglio dire, di una società, la nostra, che a conti fatti risulta essere più incomprensibile di quella magica, così semplice e pura.

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Il mondo fantastico inoltre è ricreato a partire dalle piccolezze, quelle minuziosità che mi piace tantissimo far notare: nel mondo dei maghi la magia non viene solo usata per incantesimi d’attacco o di difesa ma per le azioni quotidiane e addirittura per i dolciumi. Caramelle tutti i gusti +1, zuccotti di zucca, calderoni, bacchette di liquirizia, cioccorane con figurine dei maghi famosi, è esattamente la replica di un mondo consumistico e attento ai bisogni collezionistici dei più giovani ma con in mezzo i maghi. Mi piace che non ci siano solo stranezze in questo mondo ma elementi a noi noti (cioccolato, figurine) traslati alla magia (le rane di cioccolata che però sono incantate e puoi perdertele per disattenzione).

La magia assume connotati propri di un personaggio in Harry Potter perché attraverso luoghi, incantesimi, dolcetti e creature si percepirà come l’autrice intenda il senso del magico: è una forza che può fare del bene, la puoi usare per i cioccolatini o per i filtri d’amore, ma è anche una forza pericolosa che va controllata e il mago è misura di tutte le cose. Le creature sono pacifiche ma anche ostili, qualcuna neutrale. E’ un mondo non solo presentato come strano, bizzarro o tutto da scoprire ma con anche dei chiaroscuri maturi fin da subito.

Veniamo infatti a sapere di Tu-Sai-Chi, il più potente dei maghi malvagi ormai sconfitto, ma il cui nome ancora fa paura pronunciare, e come spiegherà l’autrice, attraverso Hermione, aver paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa. Un meccanismo psicologico sopraffino che da ora in poi ci illustrerà parte delle inclinazioni di alcuni personaggi: chi non osa pronunciarlo, chi come Harry lo sfida apertamente pronunciandolo, chi ritiene stupido chi lo pronuncia e così via, dando ulteriore caratterizzazione ai personaggi attraverso le parole.

Altro elemento che diventerà poi imprescindibile per la saga è quel senso di mistero, sempre legato alle stranezze della magia, con connotati talvolta lugubri, più dark, quasi da Thriller. Il mistero è presente in ogni libro perché ci “costringe” a leggere fino alla fine per scoprire “il colpevole” o i mezzi con cui fa quel che fa. Elementi presi dal giallo, dalle detective story ma fuse sempre con quell’altro elemento magico. Nella prima avventura il mistero è legato a uno strumento magico celeberrimo, la famosa pietra filosofale della tradizione alchemica secondo cui, usando la stessa, sarebbe stato possibile tramutare i metalli in oro e procurarsi l’elisir di lunga vita. “Pietra filosofale” è anche a volte usato come antonomasia per riferirsi allo strumento magico supremo che permette la risoluzione di un problema. La ricerca di questa pietra è molto legata agli errori di un bonario Hagrid che parla sempre troppo, o alle prodigiose ricerche dei tre ragazzi grazie al mantello dell’invisibilità, il potere che Harry acquista a Natale e che servirà praticamente ad ogni avventura per scoprire questo mondo, i suoi abitanti, i dialoghi nascosti e segreti che altrimenti non ci sarebbero permesso ascoltare. Harry più che un personaggio attivo è un personaggio passivo: ascolta, guarda, cerca di mettere i pezzi al loro posto e poi agisce, aiutato dai propri amici.

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Sempre sul piano dei divertimenti l’autrice tira fuori persino uno sport magico, come sarebbe perfettamente lecito aspettarsi: il Quidditch. E’ molto intelligente perché sfrutta la scopa, che in realtà vediamo pochissimo come mezzo di locomozione e che probabilmente i maghi vedono come obsoleta potendo smaterializzarsi, come una sorta di equino per giocare a pallamano. Con in più dei bolidi che ostacolano i giocatori e ruoli ben definiti dei giocatori: portieri, difensori, cercatori. In sostanza sono tutte queste piccolezze a dare profondità e spessore al magico mondo di Harry Potter, più che la storia di formazione in sé.

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Mi è piaciuto moltissimo anche il confronto finale perché in larga parte riutilizzava tutti i cliché dei film d’azione ma in maniera accademicamente corretta. Ogni professore ha predisposto un meccanismo di difesa per proteggere la pietra, così sembra quasi che questo sia un ultimo potente esame: la pianta del diavolo è sconfitta dalle conoscenze di Hermione, gli scacchi trasmutati sono sconfitti dall’unica abilità che sembra possedere Ron: la strategia. Altri enigmi, come quello di pozioni e quello del troll già abbattuto, non fanno che reiterare quanto già visto, Harry passa quest’ultimo esame per arrivare poi al confronto finale. Sarà il personaggio di Albus Silente, una sorta di mago merlino modernizzato dato che ricalca appieno la figura classica del mago-stregone, a sciogliere alcuni degli enigmi sulle protezioni di cui dispone Harry. Anche il personaggio di Silente è “magico” come lo intende la Rowling: forte, presentato come il mago più sapiente e potente ma anche “infantile” in accezione positiva, una persona curiosa delle piccole cose come le tutti i gusti +1, incline allo scherzo, alla facezia. Albus Silente è un personaggio carismatico e sfaccettato, avremo modo di discuterne tanto quanto, e pure più, dello stesso Harry. Se Silente, più di Harry, rappresenta la magia buona, Voldemort rappresenta invece la parte cattiva: è curioso solo di quegli elementi che gli conferiscono potere, non gli interessano i dolciumi o le stranezze. E in questo secondo me l’autrice dice già moltissimo, ci sta invitando a godere delle minuzie della vita, a essere sapienti non per avere un maglio con cui colpire gli altri ma per avere più risorse, per essere utili agli altri e a noi stessi.

2. Harry Potter e la Camera dei Segreti 

La seconda avventura si ritrova a dover gestire una buona eredità e a continuare la storia complessiva dei personaggi. Questa volta conosciamo meglio i genitori di Ron il cui padre lavora al Ministero della Magia, altro elemento modernizzatore che ci pone i maghi in una prospettiva moderna: non più come vecchi barbogi incartapecoriti nei loro lunghi abiti dalle larghe maniche ma come persone normali, con un sistema democratico e politico come il nostro, burocratico e pieno di leggi sull’uso della magia.

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Il mistero questa volta è affidato non ad un topos o a un artefatto leggendario ma a un’ambientazione inventata ex novo facente parte di Hogwarts, ovvero una presunta camera di uno dei fondatori sorvegliata da un silente guardiano. Le informazioni sono poche e scarsamente dettagliate, non si sa neanche se esista veramente questa stanza. A ben vedere è uno di quei punti in cui l’opera scopre un po’ il fianco: si parla di un ambiente importante nella scuola; avete tra di voi maghi eccelsi, e non esiste una sola magia in grado di rintracciare questo famoso mostro, neanche quando muoiono dei ragazzi?

Insomma, usare la magia in un racconto è sempre pericolosissimo perché è fondamentalmente un deus ex machina, puoi farci tutto e il contrario di tutto. La Rowling si spende molto a ribadirci che ci sono leggi restrittive sulla magia, ad esempio per perseguire penalmente chi utilizza le maledizioni, o per l’impossibilità di trasmutare acqua, cibo e oro. Sono regole che in qualche modo ne limitano la portata ma è sempre qualcosa di poco definito. Perché mai questa stanza, che alla fine esiste, non viene scoperta? E’ protetta da un qualche tipo di magia? E’ lecito pensarlo, tuttavia appare come un buco narrativo mai veramente spiegato. Insomma, mi ritrovo incantesimi di protezione o magia oscura a difesa di un luogo del quale non conosco l’interno. Stanno morendo studenti. Che dici, due professori a controllare ce li mandi? Eh signora mia, i tagli all’istruzione. Ok, va bene.

Scherzi a parte, questa mia critica non è per smorzare l’entusiasmo di chi mi ha letto fin qui ma per far notare che usare strumenti “potenti” ti sottopone sempre a qualche discorso illogico, forzato o che sotto qualche aspetto non potrai mai spiegare, e non sarà l’unico nelle varie opere. Tutto sommato non lo vedo come un difetto, abbiamo visto che è un mondo fatto di maghi “normali” che, cioè, usano sì la magia ma essa non è così potente o non è usata in maniera onnipotente da tutti i maghi. Ergo per cui è anche logico che Albus non si preoccupi di controllare un ambiente sconfinato e pieno di stranezze come Hogwarts.

Vengono anche presentati i duelli magici che non nascondono chissà che peculiarità come il Quidditch ma sono interessanti per arrivare ad alcuni snodi: lo scontro con Draco e la scoperta del serpentese di Harry, ribadito per esigenze narrative.

Infatti il Basilisco, a protezione della Camera, è un serpente ed Harry è l’unico capace di decifrare ciò che dice. Mi piace come sia stata resa la cosa perché, verrà detto,

neanche tra i maghi sentire le voci è una cosa positiva“,

limitando la portata del fatto a qualcosa di parecchio strano anche per i maghi. La cosa verrà poi chiarita: non sono “voci” incorporee ma semplicemente un linguaggio che nessuno tranne Harry capiva. Trovo sempre estremamente intelligente giocare sulle informazioni date o meno ai lettori/spettatori arrivando a costruire veri e propri enigmi. Anche di Fanny la fenice ci verrà detto delle proprietà curative delle lacrime o della capacità di trasportare un enorme peso, quasi come una “garanzia” per tutelarsi dall’eccesso di aiuti che Harry si vedrà arrivare al confronto finale. La Rowling però ha studiato bene per il compito: se vuoi evitare una situazione eccessivamente forzata ti basta preannunciare prima alcune delle capacità degli elementi che metti in gioco, così la Fenice, così la spada di Godric Grifondoro. Anche la bacchetta rotta di Ron, vista per tutta la durata della seconda avventura, altro non è che un pezzo del puzzle utile a risolvere un altro snodo narrativo, quello di Gilderoy.

Il confronto finale ha poi elementi che lo rendono simile al primo confronto e altri che lo diversificano parecchio. Innanzitutto viene eliminata per un po’ Hermione: troppo intelligente, ci sarebbe arrivata subito a certe cose. Così ad affiancare Harry per gran parte del finale sarà solo Ron con la sua paura dei ragni. Ron però non parteciperà alla battaglia contro il Basilisco perché è troppo pericoloso per lui, e Voldemort ancora privo di corpo non può ancora agire, così viene anticipato uno degli oggetti che sarà protagonista della parte finale di quest’opera monumentale: il diario contenente una parte di Voldemort, capace di agire entro certi limiti.

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Il finale è molto più intrigante del primo e mi sembra ci sia una catarsi e un senso di riscatto presenti in poche altre seguenti avventure. Viene liberato Dobby l’elfo domestico con un trucchetto che, metaforicamente, riallaccia un paio di trame: il misterioso diario che Lucius sembra aggiungere ai libri di Ginny (azione sottolineata dalla frase “i libri sembrano più pesanti!”) e il fatto che per liberare un elfo domestico il padrone debba regalargli un indumento. Harry restituisce il diario a Lucius ma riprenderselo causerebbe forti sospetti, così lo regala a Dobby come se fosse spazzatura. In quello stesso diario regalato Harry ha inserito un indumento, un calzino. Questo libera Dobby e fa infuriare Malfoy che tenterà in preda all’ira di ucciderlo ma verrà difeso dall’elfo appena liberato. Un finale molto intelligente, lieto, dove i buoni sono liberi e perdonati, i cattivi morti o umiliati. Un finale che non può non lasciare un grande enorme sorriso sulla bocca dei lettori/spettatori.

3. Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban

Il prigioniero di Azkaban è il primo romanzo che abbia effettivamente letto di HP, per i motivi già spiegati: mi ero spoilerato i primi due con i film. Mi sembra di poter dire che da questo terzo libro si inizi veramente ad alzare l’asticella, specie per quanto concerne il mistero. Se la pietra filosofale e il mistero ad essa legato era costruito in maniera molto semplice, con una risoluzione anch’essa molto semplice, e la camera dei segreti seguiva a ruota, il mistero del terzo libro è molto più complesso ed elaborato e vorrei cominciare a parlarne da qui.

Ci sono un gruppo di amici: Il padre di Harry, l’amico Sirius, l’amico Remus e l’amico Peter Minus. Uno di loro diventa Lupo Mannaro involontariamente e gli amici soffrono con lui quando è costretto a trasformarsi nelle notti di luna piena. Così, per supportarlo psicologicamente diventano tutti animaghi: maghi capaci di trasformarsi in un tipo di animale solo. Il padre di Harry poteva trasformarsi in un Cervo, da qui il soprannome “Ramoso”, Sirius in un grande cane nero, da qui “Felpato” e Peter Minus in un topo, da cui “Codaliscia”. Viene anche spiegato un dettaglio aggiuntivo: le trasformazioni non erano casuali ma in qualche modo correlate tra loro, lavorando in sinergia riuscivano a bloccare il Platano Picchiatore, un albero magico già visto nei primi due film, e ad entrare in un rifugio segreto. Si scopre che il Platano picchiatore, prima solo un elemento strano e di disturbo, aveva uno scopo, ed era un nobile scopo: allontanare chiunque da quel luogo per permettere a Remus di trasformarsi e di non essere un pericolo per gli altri studenti.

Insomma, assistiamo ad una eccellente commistione di flashback, novità su personaggi secondari, sentimenti, legami di amicizia che si riflettono nel presente su Harry.

Sirius Black è un elemento positivo ma per tutta la storia ci fa credere di essere un assassino, e questo grazie ad un altro twist molto interessante: pare che Sirius abbia ucciso il fedele amico del padre di Harry a sangue freddo, lasciando di lui solo un mignolo fumante! La cosa viene poi risolta ribaltando i ruoli, il traditore non fu Sirius ma Peter che, con la sua capacità di trasformarsi in topo, si privò di un dito per poi scomparire per sempre dato per morto, nascondendosi così presso la casa di Ron sotto il nome di Crosta. Viene anche ribadito, a inizio volume, che Crosta aveva un dito in meno, una di quelle cose che si leggono di sfuggita pensando solo che sia normale per un topo vecchio, per poi mettere insieme tutti i pezzi: un topo che vive a lungo, senza un dito, un animago capace di trasformarsi in topo, et voilà, un altro bel mistero sapientemente orchestrato. Mi piace tantissimo come la Rowling sia riuscita a costruire l’intreccio del terzo libro senza mai apparire indigesta o inutilmente prolissa. Le nozioni sono essenziali ma sono sapientemente mixate e dissimulate per darti il piacere di una scoperta. Siamo su un livello ben superiore ai precedenti.

Per il resto il libro non mi pare che apporti significativi cambiamenti ai personaggi o al mondo magico, il fulcro è essenzialmente questo grande mistero di Sirius e Lupin. Harry riceve un nuovo manufatto magico -la mappa del malandrino- che ancora una volta potremmo chiamare “passivo” come il mantello dell’invisibilità. Non è qualcosa che gli conferisce un potere, è qualcosa che gli conferisce un sapere. La mappa del malandrino gli consente di spostarsi in tutta sicurezza e di sapere in anticipo chi incontrerà e dove. Al protagonista non vengono dati nuovi incantesimi (cioè quello sì ma non incide troppo come in uno shonen manga), al più gli vengono attribuite conoscenze di quel mondo.

Il finale a modo suo è intelligente, ci trasporta in un viaggio nel tempo e, siccome nel libro prima Hermione era invalida, stavolta si fa a cambio ed Harry procede senza Ron per salvare la vita a Fierobecco, l’ippogrifo. Il gioco di prospettive è carino perché essenzialmente ha la stessa formula dei misteri: elementi che all’inizio non siamo in grado di leggere e inquadrare in un discorso più ampio. Infine, rilettura degli stessi elementi da un’altra angolazione con conseguente comprensione del testo: il sassolino per chiamare l’attenzione, l’ululato, il Patronus. Che si vada in un senso o nell’altro c’è sempre qualche antagonista o qualche problema da risolvere.

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Per quanto concerne le differenze da libro a film, invece mi dispiace moltissimo che si sia perso tutto il pezzo sul gruppo dei malandrini. La stessa mappa non si capisce chi l’abbia creata e perché, Harry sembra già sapere i nomi “felpato, ramoso, codaliscia” ma non mi pare gli venga spiegato dettagliatamente. E’ un gran peccato perdere un elemento così interessante ma ne comprendo i motivi, purtroppo.

4. Harry Potter e il Calice di Fuoco

Con il quarto libro/film si assiste ad una vera e propria svolta: l’antagonista, che era assente nel romanzo precedente, acquista un nuovo corpo con cui minacciare di nuovo il mondo dei maghi. Il romanzo è molto più corposo dei precedenti e a ragione: ci viene innanzitutto spiegato qualcosa sui Riddle, con un preambolo poi vediamo che Codaliscia, scappato, è tornato dal suo padrone per paura. In questa avventura il mistero è costruito intorno a un torneo nonostante il titolo richiami il calice che per lo più vedremo in poche scene per poi non riprenderlo più. Al calice magico spetta decidere chi potrà partecipare al torneo tremaghi tra scuole di magia differenti e dopo aver estratto i tre candidati salterà fuori anche il nome di Harry. Ora, fermo la mia analisi per parlare di una cosa su cui in genere i fan spaccano le palle senza motivo.

Nei libri la scena appare così:

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Nel film così:

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E tutti quanti si incazzano per sta cosa, non ho ancora capito perché. Nei libri la scena originale è con Silente che chiede “calmamente, in maniera calma”, non è detto che lui sia calmo, può anche essere solo una facciata. Si può anche chiedere con calma ma nervosamente qualcosa o celando disappunto. Nel film viene ribadito, con la rabbia di Silente, che è successo qualcosa che NON doveva succedere. In tal senso il libro non comunica lo sbaglio che Harry avrebbe commesso mettendo il suo nome, il film lo sottolinea per far comprendere la situazione allo spettatore. Ci è stato detto che gli studenti più piccoli non possono, che il calice usa la magia per bloccare i nomi, e lo vediamo con Fred e George, ma magari Harry lo ha fatto e ne è uscito indenne? No, la rabbia di Silente sta proprio a significare che anche vista così è sbagliata la situazione e non lo fa “dicendolo” ma facendotelo capire dalle espressioni e dai comportamenti per economia del film.

Tornando a noi, il torneo tremaghi è una tradizione antica che mi piace, un po’ come olimpiadi magiche tra scuole (ma solo tre scuole?!) che si sfidano. Come torneo per ragazzi mi sembra piuttosto pericoloso e, per quanto interessante, trovo curioso non si tutelino gli studenti, ma alla fine risulta tutto molto divertente con le varie prove. Ce n’è addirittura una con una sfinge che pone un indovinello, una scena che ci tenevo tantissimo a vedere nei film ma che purtroppo è stata tagliata del tutto. Le prove sono quasi Proppiane, l’eroe deve farsi strada tra nemici ostili e indovinelli acquisendo manufatti magici per proseguire la propria avventura e ottenere l’oggetto desiderato. Quel che non mi è piaciuto è stato vedere, almeno nei film, come abbiano realizzato quel che sarebbe dovuto essere un triangolo amoroso. Diciamolo sinceramente, in tutta onestà: leggete HP se vi piace la magia o l’avventura ma se volete storie d’amore ben costruite guardate proprio altrove. Né i film né i romanzi sono capaci minimamente di ricreare scene interessanti, romantiche o in qualche modo poetiche e la cosa mi stupisce tantissimo essendo l’autrice una donna. In genere tendo ad aspettarmi bei duelli dai maschi e belle storie melense dalle donne. Mi stupisce che qui invece ci sia una storia bellissima, un fantastico intreccio e qualche bel duello, ma storie amorose blande ed effimere costruite malaccio. Non è chissà che problema però siamo ben distanti da una narrazione perfetta che comprenda di tutto un po’.

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Tralasciando questo fatto, il mistero è ancora una volta ben costruito intorno al nuovo professore Malocchio Moody e al figlio del Giudice che cerca vendetta e che si trasforma in lui. Un nuovo mezzo magico si fa strada ed è il Pensatoio, altro elemento che ci fornisce dei flashback “reali” inserendo i ricordi che andremo a visionare, come dei dvd magici. Si può vivere il ricordo da fantasmi, perché giustamente noi non eravamo là al momento, ed è un concetto molto profondo.

Il confronto finale è pazzesco, vediamo per la prima volta Voldemort in persona risorto grazie a un artificio oscuro. Ora Harry non è più protetto e Voldemort può toccarlo e ferirlo, la narrazione qui è intelligente: ha allontanato Voldemort per dare ai primi libri un tocco magico, fiabesco, per non gravare troppo sul mondo magico, e ora che è ritornato lo fa grazie al sangue che contiene l’incantesimo di protezione del nemico, risultandone così immune. Questo sì che è concatenare bene i fatti senza scadere in troppe forzature. Per di più muore un ragazzo, Cedric, che è il classico fighetto che tutti a scuola abbiamo odiato, e che anche Harry probabilmente vorrebbe veder morto visto che si strombazza Cho, la ragazza cinese che gli piace. Anche se poi si torna ai cliché già visti e stravisti in cui il personaggio scomodo viene ammazzato per liberare la fanciulla ma Harry lo piange, si sente in colpa, non si propone anche potendo. Terminando il tutto in una sorta di nulla di fatto confuso e irritante per quanto riguarda i temi sentimentali. Sul lato politico invece la morte del ragazzo dovrebbe essere monito d’avvertimento per il ritorno del nemico ma la cosa viene insabbiata dal ministero e dal ministro che stenta ad accettare la cosa. Anche qui, sembra strano che non esista uno strumento magico per capire cosa sia veramente successo in un dato luogo, trattando la cosa non più da maghi ma da babbani. Insomma, ci vengono presentati alcuni aspetti di questo mondo ma chiaramente non tutti e questo, lo capisco bene, per esigenze narrative. Altrimenti concludiamo che con la magia possiamo tutto e finiamo il libro in due pagine.

Il Calice di Fuoco non alza di troppo l’asticella come faceva il Prigioniero di Azkaban ma sicuramente oscura molto di più i toni, l’andamento generale diventa molto più dark, segno che il ragazzo sta cominciando a crescere e insieme a lui i primi amori e dissapori, i primi veri nemici, i primi problemi seri.

5. Harry Potter e l’Ordine della Fenice

Taglio già la testa al toro dicendo che per me questo è stato il libro/film della saga meno ispirato e in generale molto più lento, vediamo perché:

La struttura è essenzialmente di transizione, per Harry dalla fase di ragazzo alla fase d’uomo, per i maghi da una fase di pace a una di guerra, per noi lettori da una dimensione più concitata e scolastica a una politicizzata in cui il Ministero della Magia cerca di nascondere, di insabbiare la cosa, non ci crede. C’entra anche la propaganda, il modo di vedere gli eroi da una parte e dall’altra, il modo, assolutamente umano, con cui si descrivono fatti e aneddoti, addirittura le prime cause in tribunale. In realtà la quinta avventura è matura però rompe un po’ con la tradizione. Anche il mistero in questione è qualcosa di banaluccio, mentre prima avevamo mostri, manufatti magici e lupi mannari, ora abbiamo Harry che fa un sogno, forse collegato con Voldemort in cui sembra morire il padre di Ron e solo alla fine scopre cosa succeda veramente: era un mezzo per controllare Harry e indurlo a fare qualcosa. Insomma, molto sottotono. La questione scolastica cerca di essere classica presentando un professore di quelli odiosi (in effetti per essere una scuola Hogwarts non aveva o quasi insegnanti bastardi) che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita. La Umbridge nasce SOLO ed esclusivamente per farsi odiare, non ci sono mezze misure ma non è un personaggio così interessante come ad esempio Gilderoy Allock, è monodimensionale in tal senso. Mentre lui era un codardo, non sappiamo perché lei sia così, perché faccia questo doppio gioco, è così e basta. Anche il suo epilogo è molto veloce e trascinato via, letteralmente.

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Il vero epilogo della trama si infittisce un po’ nel confronto al Ministero in uno spazio angusto che ci viene mostrato un po’ più nel dettaglio. Qui devo anticipare una cosa di cui volevo parlare nel finale: la Rowling è furba, ha capito come si intrattiene e ha capito che una delle regole principali per farlo è far interagire ad alcuni livelli i personaggi principali. Mi spiego meglio: una storia dove agiscono solo personaggi secondari e fanno cose di poco conto appare qualcosa di indefinito, di banale, in ultima istanza qualcosa di cui si potrebbe fare a meno. La storia ne risente e così la godibilità e soprattutto l’impressione che ci fa, far agire i personaggi principali ci permette di ricordarci meglio dei fatti: Harry uccide il basilisco nel secondo libro, Harry conosce Sirius e Remus nel terzo, nel quarto muore Cedric. E così via.

Il quinto libro, siccome ha un po’ di meno da offire rispetto a quelli già visti, sa che sul piatto della bilancia deve mettere qualcosa di valore per cui essere ricordato, e così farà anche il sesto libro con un altro personaggio. Sirius muore e questo darà motivo ad Harry di vendicarsi di Bellatrix, considerata il luogotenente di Voldemort e a lui fedelissima.

Anche per la profezia spenderei due parole. La parola “profezia” confesso che mi aveva dato l’illusione di qualcosa di eccezionale, una scoperta come la Torre della Gioia in Got, e invece mi è sembrata molto blanda, una non-scoperta o qualcosa di facilmente intuibile. Spesso i fan dei libri criticano il film dicendo che nel quinto romanzo la figura dell’eroe può essere interpretata anche a favore di Neville considerato che la profezia potrebbe anche parlare di lui, mentre nei film questo non viene detto. In realtà basta leggere un rigo dopo per vedere che Harry chiede questa cosa a Silente e gli viene risposto che solo Harry poteva essere il prescelto in quando predestinato da Voldemort stesso. E’ stato lui a sceglierlo, prima ancora che la profezia. Questa lettura non è poi tanto duplice, Harry è l’eroe e rimane tale, è solo una bella linea di dialogo che è stata tagliata per fare spazio.

Per il resto il libro è davvero pieno di dettagli sommariamente inutili che servono a ricreare il mondo vissuto: gli esami con tutte quelle votazioni-acronimo, Harry che vuole fare il prefetto e l’Auror ma non ha i voti necessari, Hermione che si batte per i diritti degli elfi, tutto molto bello ma che in sostanza non porta a niente, è “scena” potremmo dire. Proprio come tutta quella marea di dettagli negli ultimi libri del trono di spade che ti vengono rovesciati addosso per ribadire che stai vivendo un bel mondo fantastico ma che se non ci fossero stati l’avventura base non sarebbe stata intaccata minimamente.

In sostanza è pur sempre una buona avventura ma leggermente più lenta e meno ispirata delle precedenti.

6. Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Ho sempre reputato la sesta avventura di gran lunga superiore alla precedente ma comunque sottotono rispetto alle prime. Credo che in parte si possa ascrivere al fatto che l’infanzia, e così i giochi e gli sberleffi, sono finiti. I colori fulgidi lasciano il posto al grigio e al nero, i temi natalizi, familiari, di amicizia, lasciano il posto anche al lutto e alla responsabilità. Sebbene non tutte le avventure mi piacciano allo stesso modo devo comunque ammettere che nel complesso ogni cosa trova il suo posto in maniera sublime.

Il Principe Mezzosangue” ritorna per la prima parte a scuola facendoci immergere di nuovo nelle lezioni più che nella politica tra maghi e lo fa aggiungendovi un mistero: Harry deve preparare una pozione difficilissima e sarà un libro vecchio e logoro, appartenuto a questo fantomatico principe, ad aiutarlo a ottenere il premio. La Felix Felicis come molti altri manufatti magici è uno strumento pericoloso, viene da chiedersi come mai ad esempio Voldemort non la assuma per uccidere Harry, o perché i maghi non la assumano almeno una volta nella vita per fare tutti fortuna. Insomma, non mi perdo in queste illogicità perché comprendo il punto, comprendo che la storia vuole risultare interessante senza perdersi in dettagli (non sempre però!) ma lo faccio comunque notare perché stiamo sempre parlando di magia e di strumenti così potenti da poter essere usati da chiunque in qualunque momento, Harry Potter ci ha dimostrato di non essere solo una storia per bambini e ragazzi ma anche una storia molto coerente, matura.

Tolti questi piccoli dettagli la storia procede più che con il mistero del Principe, che alla fin fine sia nel libro che nel film ho trovato sinceramente buttato lì a casaccio, con il mistero degli Horcrux e la scoperta dell’invincibilità di Voldemort, oltre a una parte della storia della sua famiglia che purtroppo è andata perduta. Vediamo comunque la sua infanzia insieme ad un più giovane Albus e fa piacere vedere come siano nati alcuni rapporti tra i personaggi. Anche qui una piccola riflessione: Albus Silente a questo punto della storia dovrebbe essere già un potente mago. Non è mai riuscito, durante tutta la carriera scolastica di Tom, a leggergli la mente, a predire il suo futuro, non ha mai notato cose STRANE in Tom? Ci sono dei punti in cui sembra che abbia capito

<< C’è qualcosa che vuoi dirmi, Tom? >>

ma vengono completamente glissati. Non è chiaro se Silente sappia e speri in una redenzione, e questo getterebbe alcune ombre anche sulla sua moralità e sulla sua ignavia ad agire, o se Silente non sappia proprio, dimostrando così di non essere quel gran mago che credevamo. Del resto di Silente abbiamo visto molto poco: una scena al Ministero più che altro, che nei libri è persino più ridotta. Per il resto più che un potente mago pare essere un valido stratega, e spesso neanche quello. Alla fine della sesta avventura lo vedremo scagliare una tempesta di fiamme contro degli zombie e sarà praticamente la prima e unica esibizione di forza che vedremo. Del suo passato conosciamo qualcosa, sappiamo del duello con Grindelwald ma una cosa che non mi è tanto chiara per come è stato reso Silente è il suo vero animo e le sue capacità. Viene presentato come un anziano buono, sapiente, paziente, ma anche come uno stratega lucido capace di mandare un ragazzo al macello per poi pentirsene, sacrificarsi per Draco e ancora una volta apparire in sogno a Harry. E’ un personaggio sicuramente sfaccettato ma la sua gestione deve essere stata terribile per l’autrice, ed è un problema che si riscontra sempre con i personaggi troppo forti: se sono così forti come hanno fatto a lasciare che certe cose accadessero?

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E questo in effetti è un punto che a differenza dei precedenti non si può più di tanto lasciare in sospeso. Hai tutta una serie di strumenti magici che ti consentono di capire, di vedere, di leggere le persone e, posso capire che magari sia illegale, ma stiamo parlando di una persona che causerà morte e dannazione per gli anni a venire. Insomma, non facciamo niente? Non raduniamo qualche oggetto magico, prima di distruggerlo, capace di portarci indietro nel tempo, e finire la storia per sempre?

Comunque, a parte questo excursus su Silente, che è perfettamente sovrapponibile a tutti gli altri maghi delle storie considerati potenti (Gandalf, ad esempio) comprendo le esigenze narrative, faccio finta di niente e proseguo nella lettura. E la sesta avventura procede tutto sommato bene, a parte l’idea della pozione della fortuna ho apprezzato come questa sia stata non-usata su Ron come Effetto Placebo, ho trovato davvero ben fatto il personaggio di Lumacorno e le scene con Harry per cercare di accattivarsi l’un l’altro, e ho davvero apprezzato il pensatoio. La morte di Aragog porta qualche vantaggio a tutti, Hagrid si vede pochissimo (ma poi suo fratello nei film che fine fa?!), e a Quidditch vediamo Ron che, stranamente, fino ad allora non avevamo mai visto.

C’è un altro mistero da svelare e questo aggiunge sicuramente punti alla trama: la moralità di Draco, quella di Piton e i loro ruoli. Rimane da capire chi sia buono, chi un traditore, e cosa stiano cercando di fare entrambi, per poi arrivare ad un finale al quale si deve stare molto attenti e che sarà rivalutato nell’ultima avventura: Draco non riesce a uccidere Silente, Piton gli sottrae la bacchetta e lo uccide. Silente lo supplica e Piton senza pietà infiligge il colpo. Questa scena sarà importantissima successivamente. Analizzando nel complesso il finale si vede l’ultimo baluardo del “bene” ucciso, Hogwarts sconfitta e distrutta nella scena di Bellatrix che spacca i piatti delle 4 grandi tavole che abbiamo imparato a riconoscere e amare. I mangiamorte fanno il bello e il cattivo tempo in un luogo di culto per noi lettori/spettatori, è il segno che il male sta vincendo sul bene e che qualcosa deve essere fatto per porvi rimedio. La scena del funerale di Silente, poi, è il fiore all’occhiello di questo discorso: bacchette in alto come fossero fucili, una tomba bianca a significarne la purezza. Il finale della sesta avventura serve da preambolo all’ultima: sono finiti i giochi, sono finite le gozzoviglie, ora tocca crescere e tocca farlo in fretta.

In sostanza sebbene abbia delle criticità passabili, la sesta avventura è un degno inizio della fine con alcune trovate affatto niente male.

7. Harry Potter e i Doni della Morte

Con l’ultima avventura arriviamo a quello che secondo me è l’apice, il romanzo/film più bello/i in assoluto, ma questo perché a me piacciono in genere le mattanze. Gli ultimi libri avevano cominciato a dedicarsi alle questioni politiche, sociali, il che non è un male ma così facendo si dilatavano, si allungavano in un brodo di chiacchiere che non portavano da nessuna parte. Nel sesto libro viene aggiustato un po’ il tiro, per di più l’autrice cercava di rendere ogni avventura in qualche modo utile alla storia facendo morire qualche personaggio importante ma in generale erano avventure che offrivano pochino se confrontate con quelle iniziali, a mio parere. Si è perso molto ad esempio dell’alone di fantasia e spensieratezza che prima sentivo con i dolciumi, con le lezioni, con gli scherzi e le invenzioni magiche. I toni si fanno più cupi e adulti e questo spiazza, inequivocabilmente. Il settimo libro però è la conclusione di tutto, i nodi che finalmente vengono al pettine.

Cominciamo col dire che, a differenza degli ultimi due libri, qui non ci sono punti morti. Neanche uno, neanche a cercarlo col lanternino. Nonostante sia un libro corposo ricordo di averlo letto in pochissimo tempo e senza accusare il minimo di stanchezza, come invece mi era ben capitato per gli ultimi due. Il mistero è quello dei Doni della Morte ma ci si trascina anche una parte di storia precedente: quella degli Horcrux. Così ad un certo punto si crea quest’immagine di Harry con i suoi Doni e Voldemort con i suoi Horcrux, qualcosa che ho trovato molto divertente, quasi da shonen manga o da videogame. Si abbandona per quasi tutta l’avventura l’edificio scolastico per dedicarsi completamente alla ricerca di questi manufatti malefici per distruggerli, nel frattempo le azioni di Voldemort e del suo esercito riguardano la ricerca di una potente bacchetta, di nuovi alleati e del ragazzo. E’ ricreata bene la parte della fuga, anche se si ripropone il solito problema: quanto può non essere rintracciabile un mago contro altri maghi specialisti che dispongono della magia? Non esiste un solo strumento capace di tracciare la sua posizione? Abbiamo pozioni e manufatti per tutto ma non per un compito simile? E, anche se dipendesse dalla bravura del mago…stiamo parlando di uno che le magie le sa fare appena come abbiamo visto. Anzi, a ben vedere la storia si è sempre concentrata pochissimo sugli incantesimi. Abbiamo sì visto i Patronus ma a parte quello cosa c’è? L’occlumanzia, che Harry non padroneggia se ricordo bene le letture. Gli schiantesimi e simili ma qual è il livello effettivo di forza raggiunto? Se due maghi utilizzano lo stesso incantesimo chi vince? Il più veloce? Quello con più magia? Quello con più forza di volontà?

Queste piccole sbavature permettono di poter alleggerire il carico narrativo ma non permettono al lettore/spettatore di capire bene come funzionino questi duelli magici. Possibile che un mago navigato non abbia la meglio su gente che ha appena finito di studiare? Magari si poteva aggiungere che le magie sono un po’ come le conoscenze scolastiche per ribaltare il punto di vista: uno studente appena uscito dalla maturità ricorda sicuramente meglio date e concetti rispetto ad un adulto. E avrebbe aggiunto un elemento eccellente e furbo per farci capire che in realtà i nostri hanno qualche chance.

Comunque a parte queste piccole analisi minuziose torno a dire che la storia funziona: a Hermione viene donato un libro che tornerà utile per spiegare i doni della morte, a Ron l’acciarino di Silente, a Harry il boccino che aveva ingoiato, tutta roba che come da tradizione servirà in seguito. Qui faccio un plauso alla Rowling: ha proprio capito come si scrive una storia in maniera accademica. Poniamo che mi invento un protagonista che alla fine avrà un nemico troppo ostico da battere. Cosa faccio? Uso un deus ex machina? Forzo la narrazione facendo arrivare gli alleati? Sì, si può, ma il senso di appagamento è ridicolo, il contratto col lettore/spettatore verrebbe a perdersi, la sospensione di incredulità messa a dura prova. Allora un modo intelligente è preannunciare alcune cose. Possiamo dire che esiste una spada nella roccia che verrà estratta solo da un ragazzo che avrà bisogno. Durante tutta la storia il ragazzo non ha bisogno della spada ma durante il finale sì, ecco che si giustifica l’intervento con un attrezzo molto potente che tecnicamente è sempre stato lì, non è arrivato per aiutarlo.

Capito il meccanismo? Proprio come con Fanny la fenice.

La storia dei doni poi, non so se sia tutta farina del sacco dell’autrice o si sia ispirata a qualcosa ma ricalca al 100% una antica fiaba in maniera così poetica da poterla scambiare per una qualsiasi dei fratelli Grimm. Inoltre:

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Il “flashback-narrativo” viene rappresentato con questo stile che non saprei come definire se non fiabesco, con questo giallo e nero, in cui il giallo ricorda una fotografia vecchia e sbiadita, il nero le silhouette dei personaggi. Ogni fratello ha pregi e difetti ma solo il più umile riesce a sopravvivere ad una forza magica e inarrestabile che per di più spiega il senso del mantello di Harry il quale lo accompagna fin dalla primissima avventura.

Anche questa avventura è costruita un po’ come un giallo, un rompicapo da risolvere quasi come se fosse una storia di Sherlock Holmes. Occorre capire cosa stia succedendo, dove siano gli Horcrux, dove siano i Doni e, al netto di qualche sbavatura che cerca di velocizzare le scoperte (la Coppa di Corvonero, ad esempio, altrimenti introvabile) si assiste ad una storia senza un attimo di tregua toccando alcuni dei posti più belli, magici e misteriosi che abbiamo visto durante tutto il percorso. La Gringott, ad esempio, che fino ad allora avevamo visto come un edificio intoccabile e ben protetto, e che ora possiamo assaltare forti dei nostri nuovi e potenti mezzi. Alla fine sono scoperti ma vediamo ad esempio la cascata-spezza-incantesimi, gli interni, gli incantesimi posti a protezione come quello che moltiplica. Harry Potter torna ad essere se stesso e a riproporre quella fantasia intrigante che ci ha saputi catturare fin dal primo libro, solo che ora si rivolta contro di noi. Non solo: le cose non vengono facilitate eccessivamente perché l’elfo non aiuta Harry senza compensi ma pretende la spada, che serve per rompere i vari Horcrux. La storia così si dinamizza, accentua le caratteristiche drammatiche e conferisce peso al tutto (come se ce ne fosse bisogno!), una scelta molto matura che ho apprezzato. Mi aspettavo infatti che essendo l’ultima avventura bastasse collezionare tutti gli amici, i favori, i trucchetti raccolti nel corso degli anni per risolvere anche quest’ultima senza problemi. Invece è sofferta, goduta. Mi piace.

Anche la scelta di rivedere lo scheletro del basilisco, di utilizzarne le fauci, altro non è che un rimando ad un vecchio ricordo, qualcosa messo lì per dirci che quelle cose le abbiamo superate, che stiamo usando delle conoscenze utili, che gli altri anni non abbiamo cazzeggiato, che stiamo crescendo con tutto ciò! Il basilisco sostituisce la spada momentaneamente e in più ci si dedica per qualche capitolo a Draco, ora semi-alleato, e alla relazione Ron-Hermione che, vabbè, stendiamo un velo pietoso. E’ nata dal nulla, ha continuato con il nulla e finisce nel nulla senza un briciolo di passione. Siamo sinceri, è tutto molto stereotipato, costruito in maniera banalotta su inciuci vari e gelosie, e basta. Harry Potter non è la storia che fa per voi se cercate romanticismo serio.

 

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L’avete sentita la passione in scene come questa, bifolchi?

 

A parte questo, la guerra serve a tutti i personaggi per dichiararsi (nel film anche a Neville!). Già, parliamo un attimo di questa guerra. Che dire? E’ spettacolare. Come molti fan già sapranno, vengono coinvolti ragni, giganti, mostri vari, perché è come se rappresentasse l’esame finale metaforizzato. Così i nostri eroi che prima avevano affrontato queste minacce singolarmente ora devono affrontarle tutte insieme e provare definitivamente la loro maturità. Non mancano scene -sia nel libro che nel film- di assoluto rispetto volte a ricreare un’atmosfera epica, facendo anche dell’edificio un personaggio capace di difendersi con il piertotum locomotor. Quelle statue danno un senso di imponenza e di fierezza, e sono carne da macello che sostituiscono alcuni morti tra gli studenti.

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Anche i professori partecipano, la Scuola è così potente da risultare una fortezza inespugnabile, la guerra finale è costruita sulla base di un assedio magico sostanzialmente, un’idea di tutto rispetto. Per di più in un luogo che è stato protagonista per sei avventure insieme, il luogo magico per antonomasia ormai. A scandire gli ultimi istanti intercorrono i filoni principali dei due versanti: Harry deve finire di trovare gli oggetti, Voldemort deve trovare il ragazzo, ciascuno con il proprio esercito e i propri luogotenenti ad aiutarli, e questo è l’elemento che accomuna queste fasi finali a quelle di una guerra. Ancora una volta la Rowling ha capito perfettamente (ricorda un po’ Eichiro Oda in questo) come narrare e con che modalità farlo, come quella piramidale. Parliamo di un’altra furberia che usa ma non solo in quest’ultima avventura ma fin da quando è nata questa storia.

In generale la morte di un personaggio sconvolge la platea perché abbiamo assistito alle sue vicende, abbiamo empatizzato con lui, lo abbiamo conosciuto. Magari ci sono personaggi più o meno amati ma i protagonisti in genere piacciono sempre a qualcuno e vederne uno morire lascia un senso di vuoto. La Rowling ha già dato prova di poter sacrificare personaggi tutto sommato di prim’ordine: Sirius, Malocchio e Silente. Ma c’è un altro motivo per cui questo avviene, c’è un motivo per cui nel settimo libro/film muore così tanta gente ed è anche esplicitato da Voldemort stesso quando dice

<< Hai lasciato che i tuoi amici morissero per te >>

Non è solo una frase da cattivo, un invito, è proprio un’ammissione narratologica dell’autrice ben conscia del fatto che farà sopravvivere i personaggi più amati, il trio, sapendo bene però di non potersi permettere una leggerezza simile in un finale di una storia che rimarca la crescita ma anche la perdita e tutto ciò che esso comporta. Non sarebbe stata una vera vittoria senza qualche morto, non sarebbe stato credibile se tutti fossero sempre sopravvissuti. Così, per esigenze narrative come nel caso di Silente e Piton, o con personaggi-scudo come Dobby, Harry riesce sempre a cavarsela. Lui stesso dirà che tutte le sue avventure una volta elencate possono sembrare grandiose ma la verità è che è sempre stato fortunato. E qui Harry stesso, l’autrice, sa che va a toccare un tasto dolentissimo per una storia che voglia essere adulta, matura e presa sul serio. Se vuoi che le persone ti ascoltino, se vuoi destare i loro cuori, qualcuno di importante deve morire. La tua storia deve essere ricordata anche per chi ci lascia, e devi scegliere chi sacrificare.

Nel settimo libro così assistiamo ad una grande mattanza che nasce anche per parare Harry da qualsiasi accusa di plot armour: sì ma Harry non poteva vincere lo scontr…Sì ma è morto un personaggio importante. Ma non poteva farcela in quel cas…sì ma sono morte molte persone per proteggerlo. Capito il meccanismo? Se hai deciso che qualcuno va protetto a qualunque costo, per non far sentire i lettori degli idioti, qualcuno di importante deve morire.

Così cosa ci ha offerto sull’altare del sacrificio? Edvige. Bah, siamo seri, chi si cagava Edvige? Dai.

Malocchio. Ok, ci scalfisce. Uno dei gemelli. Peraltro non quello ferito ma quello sano. Ok, questo già ci devasta. Li abbiamo visti ridere e scherzare tutto il tempo, fare progetti, costruire il loro emporio coi soldi di Harry, sono due gemelli, e la cosa ribadisce quanto siano inseparabili. Dobby! Che era libero, aveva la sua vita ora.

Remus, addirittura, l’ultimo “amico” del gruppetto dei malandrini, nonché personaggio di spicco dell’Ordine. Tonks. Vabbè, non la conoscevamo così tanto ma sappiamo che stavano insieme, e una coppia morta non fa più progetti.

 

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Peccato però che sia un fuori campo poco catartico. Si poteva insistere tantissimo anche su questa scena

 

Tutte queste morti sono in un certo senso importanti ma se ci si pensa bene non così tanto. Alla fine sono personaggi secondari, o che sono diventati secondari già da un bel po’, come Remus. Non è uno scambio molto onesto però sono così tanti che con questa furberia la Rowling ci paga il conto. E’ come se invece che aver pagato al ristorante con un pezzo da cento avesse pagato lo stesso totale coi centesimi. Non è proprio la stessa cosa anche se il risultato finale è lo stesso. Ma in ogni caso, un plauso va sicuramente a questo modo di vedere la narrazione, dove non si prende in giro il lettore ma lo si tratta in maniera onesta.

Il duello finale trovo che sia stato un po’ riduttivo, avere così poco dopo 7 libri e 8 film sinceramente delude, anche se va tenuto conto che questo duello è come se andasse avanti dall’inizio senza esclusione di colpi. Si vince il nemico con una strategia -che si rivela giusta- che dura per tutta la settima avventura, ovvero puntando sul fatto che a uccidere Silente materialmente sia Piton, poi ucciso a sua volta, ma la bacchetta con cui l’ha fatto era di Draco. In effetti non mi è chiarissimo se questo aspetto fosse già stato deciso in precedenza (Piton che prende la bacchetta di Draco per poi farsi uccidere a sua volta) o se sia solo una incredibile sequela di coincidenze fortuite per Harry. Nel libro poi il cadavere di Voldemort viene adagiato nel tavolo della stanza accanto come se niente fosse, nel film è reso tutto in maniera più spettacolare facendo sparire il suo corpo come cenere, come se in lui non fosse rimasto più niente. Trovo questa seconda scelta esteticamente molto più gratificante ma va a gusti.

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Che dire ancora su Voldemort? Non mi piace che non gli abbiano dato una psicologia ben definita e un certo spessore nei temi che affronta. Quando si parla di maghi che non tollerano estranei, o di unire il sangue dei maghi puri a quello di impuri, se rivelare o meno il mondo magico, si stanno affrontando questioni che meritano un certo approfondimento. Pensiamoci bene: è un mondo dove chiunque ha una bacchetta e questa è essenzialmente un’arma. Vi immaginate i discorsi che fanno in America sulle armi trasposti nel mondo magico?

Anche se la narrazione ce la mette tutta per farteli apparire come dei fascisti quando si pronunciano certe frasi come “sporca mezzosangue” che alla fin fine è come dire “sporca ebrea”, in realtà si dimostra un po’ ingenua e manichea, sempliciotta potremmo dire. Il tema sulla razza e sul razzismo dei maghi è ben diverso da quello umano. Scientificamente abbiamo dimostrato che le razze tra uomini non esistono a livello genetico ma qui stiamo parlando delle differenze tra chi può usare la magia e chi no; il mago è di fatto un super uomo, qualcosa di più, il discorso si ripropone in una veste aggiornata ma anche con molti argomenti in più. Si poteva perlomeno discutere queste cose:

-Cosa comporta miscelare il sangue tra chi usa la magia e chi no, sul lungo periodo? Si indebolisce il potere? Aumenta? Niente?

-A livello sociale cosa comporterebbe? Rivelare la magia a sempre più babbani ha l’inevitabile conseguenza di aumentare il rischio di esporsi anche a chi non conosce il mondo magico.  Permettere le coppie miste o le amicizie miste tra figli babbani e non è in un qualche modo pericoloso. Quanti ragazzini maghi possono essere preparati a nascondere le proprie abilità?

-Anche fosse solo una questione di arianesimo spicciolo, perché a Voldemort dovrebbe interessare, considerato che è sempre stato un personaggio molto pragmatico e poco incline alle cose più superficiali come questa?

Insomma, nessuno di questi temi è approfondito, segno che la storia vuole comunicare una delle due fazioni in gioco come la vincente, anche sul piano ideologico, dotata dei motivi giusti e della forza per spingerli; l’altra come sconfitta, anche sul piano ideologico. Pérdono perché le loro motivazioni in primis sono deboli, pur avendo un esercito e la forza militare per sottomettere chiunque.

E qui, bisogna ammetterlo, la storia si banalizza. Diventa una storia dal cuore antifascista ma in maniera già decisa, non perché c’è stato un vero confronto dialettico o una riproposizione di tematiche attuali sulle quali c’è bisogno di discutere, l’opera ti dice in cosa credere e fine, in questo assomiglia ad una fiaba più che a un racconto di formazione. Non ti dà gli strumenti per decidere, ti dice proprio cosa decidere.

Chiariamoci, questo non è un difetto che rovina tutto, è piuttosto un limite oggettivo che le impedisce di ascendere a capolavoro indiscusso. E’ una buona storia ma non così buona come sarebbe potuta essere. Anche Star Wars ha questi elementi molto manichei però il lato dei Sith in alcuni casi è affrontato con più cura mentre Voldemort e consoci sono presentati semplicemente come codardi, fascisti, squadristi e paurosi della morte. Non c’è onore né orgoglio in loro, sono tutto l’insieme delle cose sbagliate da combattere, non c’è una battaglia ideologica, è già tutto vinto. Non c’è da riflettere su quello che abbiamo letto, è già tutto deciso.

Quindi, concludendo questa mia lunga disamina, mi ritrovo a dire alcune cose già dette ma che vorrei ribadire. La mia è un’analisi critica, per questo ho cercato di tirare fuori sia il meglio che il peggio dai contenuti per discuterne, per proporre e per illustrare quali pezzi potevano essere migliorati ulteriormente. Anche non facendolo, però, non è una brutta storia. E’ una storia che ha un determinato target nei ragazzi più giovani e nei bambini, sarebbe poco onesto confrontarla con altre opere dalle tematiche ben più adulte e filosofiche. Quello che fa però lo fa in maniera eccellente: intrattiene, in un certo senso ti forma, stimola la fantasia e la creatività, spaventa con i mostri e allieta con le creature magiche, ti emoziona con le storie dei maghetti e ti immerge in un altro mondo, letteralmente.

Ci si deve confrontare con Harry Potter prima poi, soprattutto gli studiosi di narratologia che cercano di carpirne i motivi del successo e secondo me sono questi che ho elencato.