Conobbi la serie su Nickleodeon taaaanto tempo fa e la prima cosa che mi colpì fu un duello, mi pare di ricordare tra Aang, l’ammiraglio Zhao e Zuko, in cui più che esibire forze e poteri dei personaggi si desse risalto alle coreografie dei movimenti, associati ai vari domini della storia. E questo mi fece capire che mi trovavo davanti a qualcosa di potenzialmente diverso.

Molto tempo fa nel mondo regnava la più completa armonia. Poi tutto cambiò quando la nazione del fuoco decise di attaccare. 

L’incipit non si può proprio dire che sia originale, il concetto stesso di Avatar, attraverso le sue rivisitazioni più o meno famose, è pressoché identico in molte narrazioni che pongono al centro della storia un messia speciale, talvolta divinità portatrice di valori reincarnata, che ha il compito di mantenere la pace o ristabilire gli equilibri. Se ancora non si fosse capito, trovo molto molto banali queste tipologie di racconto perché mi ricordano le fiabe della buonanotte. C’è una situazione ideale paradisiaca in cui la gente vive, ed è una cosa che non è mai successa e mai esisterà, e un elemento negativo, di solito un dittatore cattivo ed egoista, conquista il mondo o fa del male alle persone perché è cattivo ed egoista. C’è un eroe che è tanto buono, lui non è cattivo ed egoista, è generoso e altruista, e aiuta tutti. Sconfigge il cattivo e la situazione torna come prima, senza più cattivi a sbilanciare il mondo.

Per quanto io possa comprendere questo tipo di narrazione che codifica valori molto importanti per la società, è ormai iperabusata, stravista e viziata, nonché superficiale. Comunica essenzialmente mondi che sono giusti, senza problemi e senza conflitti, in cui è solo un elemento nocivo a pervertire gli altri. E’ una visione filosofica che non condivido, e che vede l’uomo come connaturatamente buono, rovinato da influssi negativi che spesso sono anche metafisici, come demoni e divinità varie.

Io credo che il conflitto sia parte dell’uomo, decidere se cedere un posto sui mezzi E’ conflitto, decidere se mangiare per primi o per ultimi E’ conflitto, persino giocare a carte o a bocce, figurarsi questioni ideologiche, sociali, politiche, sessuali. L’uomo non è né buono né cattivo, egli è, e basta. Fa quel che sente, fa quel che deve, a volte è egoista, perché una serie di eventi lo ha portato a esserlo, a volte fa anche bene a esserlo, perché una società che non ti ha mai dato niente non merita certo di essere amata o difesa; anzi, quel personaggio avrebbe tutte le ragioni di questo mondo per voler distruggere o riequilibrare in altro modo la società.

Un esempio di narrazione che adoro è quella del Trono di Spade, e mi scuserete se la porto sempre a esempio. Siamo portati a credere nelle motivazioni dei “cattivi”, se così si possono chiamare, perché sono motivazioni umane a spingerli. Una madre perde tutti i figli, unico suo appiglio al mondo, cosa gliene dovrebbe fregare del popolo sporco e pezzente che l’ha pure derisa?

Un personaggio tradisce per amore, per tornaconto, usa gli altri e li manipola perché è quello che sa fare meglio, non è un guerriero. Ci ha provato a fare il guerriero idealista, ha perso e ne ha sofferto, e ora rimedia con i mezzi che ha. Sono le sfaccettature, i chiaroscuri a dare valore aggiunto ai personaggi, anche quando non necessariamente ci piacciono.

Tornando al nostro Avatar: all’inizio ne fui colpito, sì, ma anche disorientato. Ad alcuni elementi molto originali come quello delle coreografie ben caratterizzate che davano ampi spazi al campo di battaglia, alle personalità dei personaggi, si univano alcuni elementi molto classici che faticavo a digerire. In realtà non si può neanche dire che usi SOLO quelli: durante le varie stagioni i personaggi (quasi tutti almeno) vengono approfonditi parecchio, caratterizzandone la psicologia in modo molto interessante.

Katara si comporta da mamma perché fin da piccola ne ha fatto le veci avendola persa, Zuko è inizialmente uno stereotipo aggressivo e col tempo diventerà un principe giusto e leale, Iroh è invece l’eccezione che conferma la regola sugli stereotipi che produciamo su una tipologia di persona (ovvero, non è come tutti gli altri della propria nazione), Toph è forse il personaggio meglio caratterizzato fisicamente e psicologicamente e così via. Ad essere tralasciati sono in parte proprio gli antagonisti: il Signore del Fuoco, il nemico finale, non è neanche preso in considerazione eccettuato qualche lieve flashback in cui non scopriamo niente di nuovo. Azula in qualche modo ci rivela che è così forte perché fin da piccola non è mai stata la preferita della madre, che invece adorava Zuko.

Pertanto la caratterizzazione è leggermente sbilanciata da una delle due parti, e ci comunica che alla fine ci sono persone cattive che rimangono cattive, non si possono cambiare, solo limitare o uccidere. Posso trovarmi in qualche modo d’accordo, è un compromesso preferibile al “vi sterminiamo perché noi siamo i buoni e zitti tutti.”

Anche nel finale, ho adorato che i vari Avatar consigliassero a Aang l’uso della forza: un nemico, quando è un pericolo per tutti, va ucciso. Fine della spiegazione, punto, basta! Non andiamo oltre con la retorica da supereroe calzamagliato che se la cava grazie a gadget e complicità dello sceneggiatore di turno. Persino un precedente Avatar dei nomadi dell’aria -i più pacifici e idealisti, contaminati dalla filosofia buddhista del non uccidere- gli dirà che è opportuno farlo alle volte. E invece niente, il finale purtroppo si mantiene abbastanza classico: se piangi abbastanza prima o poi trovi qualcuno che ti accontenta.

Questo per quanto riguarda alcune delle idee portanti che soggiacciono al racconto in sé. Per quanto riguarda la fisicità di personaggi, colori e scelte artistiche devo dire di aver apprezzato l’amalgama.

Il mondo è diviso in quattro nazioni differenti, ognuna caratterizzata da un dominio elementale: Regno della Terra, Nazione del Fuoco, Tribù dell’Acqua, Nomadi dell’Aria.

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Ad ognuno di questi popoli, per caratterizzarli anche culturalmente, è stato attribuito uno stile adeguato

Eschimese/Inuit per quelli dell’Acqua

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Giapponese per quelli del Fuoco

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Cinesi per quelli della Terra

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e infine monaci buddhisti/himalayani per quelli dell’Aria

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Insomma ho molto apprezzato la rappresentazione estetica, oltre che magica, di diverse culture che si incontrano, talvolta si scontrano tra loro, altre volte si intersecano.

La serie prosegue liscia per tutta la durata delle 3 stagioni, con un’impennata qualitativa verso l’ultima. Non si può dire che alcune parti, specie il finale, siano esenti da forzature, come i dilemmi amletici di Azula all’improvviso, lo spirito tartaruga deus ex machina e il risveglio dell’Avatar sempre per caso, ma in sostanza s’è giocata bene le sue carte e quello che mette in campo piace.

I personaggi sono sufficientemente approfonditi se si fa riferimento al fatto che è una saga per bambini/ragazzi e che altre al suo posto sarebbero scadute nel macchiettismo estremo.

Alcune puntate sono di indubbia qualità filosofica: oltre al già citato contrasto fra culture onnipresente, spesso si parla di temi propri della cultura buddhista come Avatar, dell’Illuminazione buddhista, dei chakra e altri tipici della filosofia cinese antica come i 5 elementi (qui quattro).

La maturità di quest’opera poi sta nel suo equilibrio: non propende troppo per la vena comica, né troppo per quella drammatica, in genere una delle due cerca di rendere l’altra più gradevole e il risultato funziona.

Un’ultima considerazione vorrei farla sull’enorme quantità di fantasia spesa in un elemento della storia preponderante che viene esaltato senza scadere (o almeno non sempre) in abusati cliché: i domini.

Siamo abituati a pensare al fuoco come a sinonimo di Distruzione ma ci viene detto che in realtà anche il Sole è fuoco e il fuoco è innanzitutto vita, rinascita. Al contrario l’acqua non è solo l’elemento della vita, privare dell’acqua i corpi e i vegetali è mortale, controllarne i fluidi pericoloso.

Se il Vento è l’elemento sfuggente che cerca di trovare sempre una via diversa e di non contrapporsi mai all’ostacolo, la terra è invece l’elemento duro e puro contro cui ci si deve per forza scontrare, senza scappatoie e senza trucchi. Gli elementi dei domini vengono così ad assumere ulteriore caratterizzazione e, per forza di cose, a darne ai personaggi che li utilizzano e che maturano con essi.

Analizzare un dominio è innanzitutto capire il tipo di inclinazione di un personaggio, svilupparlo è come prima cosa sviluppare la maturità di quel personaggio. I soldati della nazione del fuoco ad esempio sono molto aggressivi, per loro l’elemento è solo distruzione, per il generale Iroh è molto di più: sono eticamente a due livelli differenti avendo raggiunto due stadi di dominio differenti.

Non mancano poi piccole chicche grafiche che fanno amare l’arte del dominio: non è solo lanciarsi acqua o palle di fuoco in faccia, è molto di più. Come mostra Katara l’acqua ha movimenti ondulatori e ciclici, può essere una tagliente lama. L’arte della terra non è solo rocce lanciate, può essere anche armatura o farsi mezzo di locomozione, e così il vento. I soldati della polizia segreta del Dai-Li utilizzano il dominio in un modo caratteristico: mani di pietra che alla bisogna possono colpire o imprigionare: utile per un corpo di gendarmeria, caratteristico e fantasioso.

Ai domini principali inoltre se ne uniscono alcuni di sottocategorie interessanti: il dominio del metallo manipola un elemento che proviene dalla terra, solo più raffinata. I domini del sangue o delle piante sfruttano i liquidi presenti nei corpi umani o vegetali. E infine il dominio nel fulmine, potente ma impreciso, altro non è che un dominio più raffinato del fuoco. Se l’idea dei soliti 4 elementi magici poteva sembrare uno stereotipo ormai stravisto nel mondo fantasy/videoludico, Avatar fa quello che ogni opera intelligente dovrebbe fare: aggiungere del proprio e personalizzare, e lo fa molto bene.

Concludendo, ho trovato la prima serie di Avatar-Aang sotto alcuni punti di vista molto intelligente, varia, divertente e dai temi mai scontati. Alcune scene sono esteticamente potenti, i personaggi unici e il messaggio, per quanto possa avere alti e bassi, è universale e intrattiene ancora oggi.

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