Analisi Critica di One Piece (Parte 2)

Per chi se l’è persa, qui la Prima Parte

E veniamo ora, sigh, alla parte per me più indigesta di quest’opera monumentale.

Se ci si fa caso, a parte la mia serrata critica a Rufy, non ho segnalato praticamente nulla di negativo fino alla battaglia per la supremazia. Questo perché ho adorato (e non è un termine che uso a sproposito) TUTTO fino a quel punto. Ho parlato di alti e bassi alludendo principalmente a Rufy per i bassi ma è sempre tutto ottimo: dagli scontri ai flashback, dalla psicologia dei personaggi fino alle nuove isole.

Si rileva però una pesante spaccatura a partire più o meno dall’Isola degli uomini Pesce, che segue i due anni in cui ciascun membro della ciurma si è allenato con il rispettivo insegnante per diventare più forte e capace.

E il risultato è un buco nell’acqua salata di mare.

Partendo dal volume 61, il re-inizio dell’avventura, dopo i due anni di allenamento, la storia riprende a pieno regime. Abbiamo un volume molto denso pieno dei soliti dettagli di ogni membro della ciurma che si allena, compreso Rufy, per poi arrivare alla fine del loro allenamento con una dimostrazione di forza esemplare. Laddove prima Sanji e Zoro riuscivano appena a intaccare i Pacifista, ora riescono a distruggerli senza alcuna fatica. E’ una buona strategia per farci capire QUANTO effettivamente si siano potenziati.

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Altro elemento che ci riconduce al vasto e complesso mondo di Oda è la presenza di alcuni “falsi” dei protagonisti, un’idea che ho trovato molto ingegnosa per farci capire QUANTO i nostri protagonisti siano diventati importanti. Abbastanza da avere qualcuno che si spacci per loro e sfrutti la loro fama.

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L’inizio della saga degli uomini pesce è classico: problemi (Caribù), misteri e bellezze (la cascata sottomarina) e assistiamo anche ad un altro assaggio della forza dei protagonisti, anche se contro un Kraken anonimo che nulla ci dice sulla sua effettiva forza.

Anche i vari antagonisti della saga vengono presentati. Si alleeranno per un obiettivo comune e viene introdotto anche il tema della droga, che in realtà trovo sia stato trattato molto superficialmente, se il suo scopo era introdurre temi più adulti e complessi. Qui viene vista solo come “doping” e poco altro che, se abusato, danneggia il fisico.

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Il resto della ciurma è caratterizzato con passi poco più in là dello stereotipo ma è una cosa su cui Oda gioca molto. Del resto anche Pciù era un grosso stereotipo ma, come dico sempre, se li sai usare, vanno bene anche quelli.

Per quanto riguarda le motivazioni dell’antagonista principale, già deboluccio di suo, c’è da dire che sono quasi del tutto inesistenti.

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Mentre prima si era arrivati a parlare del destino di due popoli costretti in guerra e legati da un patto di amicizia ancestrale molto toccante (Calgara e Noland), o alla ricerca di Nico Robin, che è a conti fatti un elemento pericoloso per il Governo Mondiale, qui è un po’ fumoso. Hody Jones è erede spirituale di un vecchio nemico e vuole continuarne l’opera. Tutto qua. Umani cattivi, noi siamo i migliori, ora vi picchio. Un primo segno di cedimento l’ho trovato qui, perché non puoi chiaramente coinvolgere più di tanto un lettore se le pedine si muovono su una scacchiera ideologica così blanda. E ribadisco: non blanda in assoluto ma rispetto alle meraviglie che hai saputo creare prima.

Anche lo scontro sarà molto fugace e per niente all’altezza dei vecchi. Mentre prima Oda dedicava in genere 2-3 volumi allo scontro con gli ufficiali, e poi un altro alla battaglia finale insieme al fatidico count down, in questa saga assistiamo ad un’accelerata totale verso la fine del volume 65. Non più di 3-4 paginette dedicate ad ogni singolo scontro, con nemici assolutamente non all’altezza dei nostri. Può in effetti essere stato fatto apposta per farci capire quanto siano migliorati i protagonisti ma considerato che erano già ad un livello superiore degli uomini pesce, incontrati all’inizio della storia, non aggiunge chissà che pepe alla storia. Sembra di rivivere un parziale déjà-vu con cose già viste. E considerato lo spirito del numero 61, forse era voluto.

Anche il flashback non offre chissà che storia ad alto impatto emotivo pur trattando il tema della trasfusione e del rifiuto del sangue di persone considerate “infette”. E’ stata una mossa carina unire quel filo al famoso filo rosso giapponese ma nel complesso non decolla.

La saga di Punk Hazard sembra invece un vero e proprio filler. Il suo scopo è unire diversi fili della trama tra Kin’emon, Trafalgar Law, Caesar Clown e il Joker. Addirittura TROPPE sottotrame, che sembrano inserite a forza nel contesto per poter toccare diversi punti. Oda è solito accennare appena un discorso per poi riprenderlo molto più avanti. Il problema è che a Punk Hazard la prima parte è classica, con misteri (un drago, un samurai a pezzi) e un’isola misteriosa (divisa tra fuoco e ghiaccio) ma la seconda sfiora il patetico. Caesar Clown è la parte “cattiva” della scienza del mondo di One Piece dove presumibilmente Vegapunk sarà quella buona o neutra. Dunque il kattivo sperimentatore che per far progredire la conoscenza (e il proprio conto in banca) sperimenta anche sui bambini, con bieco opportunismo, e nessun lato positivo a rivalutarlo. Non si può neanche parlare veramente di sottoposti, ufficiali e scontro finale perché Vergo e Mone sembrano più un pretesto che veri e propri oppositori.

In generale ci sono anche più gag e più giochi sullo scambio di ruoli che, in base ai propri gusti, possono anche essere una trovata simpatica.

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Del resto non si può pretendere che tutte le saghe sfondino, o riescano a colpire forte come le precedenti. Certo è che dopo quella molto sottotono (e che alla fin fine scopriva veramente poche carte, rendendola di fatto poco utile) dell’Isola degli uomini-pesce, se ne aggiunge un’altra molto sottotono che ha solamente lo scopo di collegare alcune sottotrame e personaggi secondari. Qui siamo tra i volumi 67-70 che sommati a quelli precedenti fanno circa 9 volumi. E’ anche molto desolante per un fan comprare 9 volumi a quasi 5 euro l’uno ricevendo in cambio solo filler e situazioni decisamente poco interessanti. Però proseguiamo con la prossima saga, magari sarà meglio. E a vederne l’inizio in effetti parte bene con i numerosi ufficiali, che sono la “Famiglia” di Do Flamingo, che preannunciano un ritorno al vecchio stile. Vediamolo!

Do Flamingo interviene per sistemare la situazione e salvare i propri sottoposti (nel corso della saga vedremo poi che pur avendo i suoi difetti è abbastanza legato a quella che lui chiama famiglia) e si scontra brevissimamente con l’ex ammiraglio Aokiji.

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C’è sempre qualcuno pronto a intervenire per salvare i personaggi, c’è sempre qualche scontro potenzialmente fantastico da rimandare e c’è sempre qualche forzatura. Però è accettabile, perché vediamo degli spostamenti nei ranghi della Marina. Quando non si passa all’azione, OP riesce a essere godibile anche solo parlando della macro-storia: doveva essere lui il nuovo grand’ammiraglio ma, dopo uno scontro molto brutale, si è autoeletto Sakazuki, la versione estremista della giustizia.

E’ arrivato il momento di fare un’altra riflessione su alcune ideologie di OP. Siccome si parla essenzialmente di Pirati come di persone buone e libere (ma non è proprio così anche se la storia ce la mette tutta) occorre far notare che i veri buoni in realtà sono cattivi. L’espediente utilizzato è questo, si parla spesso di corruzione (Hermeppo, Vergo, saga di Arlong), di piani alti che vivono in torri d’avorio senza pensare ai problemi della gente ( i 5 astri di saggezza) e di estremisti che ucciderebbero pur di salvare il loro ideale basato sulla giustizia (Akainu). Le controparti positive del lato della Giustizia, come Smoker, Kobi e Aokiji, sono in genere ufficiali di rango più basso o estromessi del tutto dai ranghi, per farci capire che, se già prima la Marina e il Governo erano dei brutti cattivoni corrotti che uccidono innocenti per preservare la loro verità e la loro pace, ora la situazione sta precipitando. E così si assiste ad un ribaltamento: chi assicura la Giustizia è un vero criminale, e quelli considerati criminali sono in realtà eroi.

Credo che verso il finale assisteremo a qualcosa di simile, e in realtà se sviluppato bene può rivelarsi molto interessante anche se pare essere sempre molto manichea come idea: chi ci governa in realtà non ci capisce ed è cattivo, chi viene considerato criminale è solo uno che ha idee differenti. C’è da ambo le parti gente estremista, tra Marines violenti e pirati che depredano, dunque servirà qualcosa di molto forte per convincerci che in realtà il pirata è solo un personaggio buono che vuole essere libero, come ci dice Rufy molto romanticamente.

Dressrosa segue poi il solito schema: una stranezza (abitanti giocattoli), equivoci (Rufy-Lucy, Don Chinjao, ecc), e scontri iniziali con quelli che poi nella seconda parte diventeranno alleati contro i veri nemici. E qui comincia una prima parte che, anche se si impegna, è piuttosto noiosa perché vediamo principalmente una marea di personaggi secondari e terziari interagire. One Piece ha a disposizione personaggi primari di alta qualità ma quegli scontri vengono sempre rimandati per fare spazio a questi, tra gambelunghe, braccialunghe e re lottatori. A salvare parzialmente la situazione è Bartolomeo con i suoi poteri interessanti.

E’ difficile poi non fare paragoni con Alabasta in questa saga, visto che sono presenti regnanti che amano il proprio popolo costretti a tradire, eroi buoni che si sacrificano e principesse buonissime che amano il proprio popolo. Anche il personaggio del soldatino e relativo flashback in realtà ricorda cose già viste e sperimentate: l’ideale è sempre in primo piano, anche rispetto al corpo. Un personaggio, per essere rappresentato particolarmente buono in OP, sacrifica in genere un arto, come Zef, o una gamba, come Kiros, per salvare qualcuno. Anche Rufy in misura minore lo fa (contro Creek ad esempio sacrifica le mani contro la sua difesa di spine, contro Magellan sacrifica sempre i pugni contro il suo veleno per poter sferrare degli attacchi e non fermarsi mai).

Ritorna Bellamy, personaggio onestamente dimenticabile che in teoria sembrava esser stato giustiziato e che magicamente ritorna come un fringuel di bosco di cui a nessuno frega niente. E’ rivalutato parzialmente perché ora non deride più Rufy e i suoi sogni, dimostrandoci che GLI ALTRI intorno a Rufy cambiano, lui no. C’era davvero bisogno del ritorno di un personaggio simile? Secondo me no, aveva già esaurito tutto ciò che potesse dire e non aggiungerà quasi nulla al discorso.

Viene anche messo in campo il personaggio di cui parlavo che andrà a sostituire Ace creato dal nulla, e per quanto possa piacere, non si dimentica la faciloneria con cui è stato dimenticato Ace con un altro personaggio privo di carisma per dare il contentino al pubblico, buttando così nel cesso tutta la trattazione adulta che avevi intrapreso.

La storia di Don Chinjao e Garp, poi, sembra un riempitivo che vuole essere emozionante ma che in realtà sembra tirata giù in due minuti. Un personaggio può accedere al proprio tesoro solo tramite la propria testa fortissima, che viene colpita e deformata da un colpo di Garp, impedendogli così di accedere al tesoro. Ora giura vendetta al nipote di chi gli ha fatto quel torto. Bahhh. Siamo ben lontani anche da storie come quella di Nami, che essendo all’inizio dell’opera non poteva essere chissà quanto emozionante.

Proseguendo poi per Tontatta e scontri-non-proprio-scontri tra Do Flamingo e il nuovo ammiraglio, assistiamo anche al Flashback “importante” in cui vediamo come il Joker abbia preso il potere. Difficile anche qui non fare paragoni con la magnifica storia di Alabasta considerato che si tratta il tema del falso re, o del re sotto costrizione che agisce contro il proprio popolo. Non ci sono doppioni ma sarà centrale il potere del Joker per manovrare il re. Anche se con modalità differenti, il senso di déjà-vu c’è, ed è palpabile.

Gli altri flashback poi in linea generale sono pretenziosi, quando non apertamente un fastidio. Kiros, Rebecca e in particolare quello di Senor Pink, che vorrebbe farmi emozionare per un personaggio che abbiamo appena conosciuto, di cui non sappiamo un benemerito e di cui non ci fregherà più niente tra due pagine. Perché? Perché lui dovrebbe avere questo trattamento? Tutti i suoi compagni sono dei bastardi ma lui è un vero uomo che si batte come un marmocchio, e ha un motivo profondo per farlo? Solo per lo scontro con Franky? Non ha alcun senso questa spesa di energie e risorse in un personaggio inutile, quando ci si poteva concentrare su altre cose decisamente più interessanti.

Il potere di Sugar poi è qualcosa che trovo inconcepibile. Il suo malus soprattutto: quando è priva di coscienza smette di funzionare. Avevamo già visto che con Van Der Decken la cosa avviene quando sono svenuti o quando muoiono. Ma quando dormono perché non dovrebbe funzionare allo stesso modo? Infatti una volta colpita da Usop tutto tornerà normale, con una forzatura abbastanza evidente.

Il flashback di Trafalgar, che dovrebbe essere uno dei momenti emotivamente più forti, sa molto di cose già viste e straviste. L’idea di una città sacrificata perché pericolosa ricalca Ohara e la città dei rifiuti del passato di Ace, Sabo e Rufy. Il personaggio buonissimo (Corazon) che in realtà è speciale e diverso dagli altri (e spesso sotto qualche aspetto strano ma carismatico) e che si sacrifica per dare spazio al personaggio di turno. Il flashback di Do Flamingo (quanti, in una sola saga!) che poteva avere qualche potenzialità ma che a me sinceramente ha comunicato poco, perché non fa nulla per far sì che si empatizzi con lui anche se ora scopriamo parte del suo passato.

Quanti flashback! Quanta storia! Quante sottotrame, quanti spunti accennati e mai approfonditi. Questo è uno dei problemi principali di One Piece che comincia a farsi evidente: troppa, troppa, troppa carne al fuoco, troppa voglia di mettere in mezzo roba “seria” anche per personaggi terziari inutili senza focalizzarsi sulle cose veramente importanti. Troppa dispersività, troppi personaggi tirati fuori all’ultimo momento di cui si poteva fare tranquillamente a meno e, per finire, pochissima interazione della ciurma eccetto Rufy. Nelle ultime saghe infatti abbiamo visto che a ciascun membro toccava in genere una parte di storia e uno scontro conclusivo con cui giustificare il proprio intervento o la propria amicizia alla causa. Qui no, abbiamo metà personaggi principali, e quella metà agisce poco, ha quasi zero voce in capitolo e sono per lo più mansioni superficiali. Gli scontri sono ridotti all’osso, basti vedere anche solo il numero di tavole con cui Zoro sconfigge Pica. Se si ripensa ad uno scontro come quello di Mister One a me viene da piangere.

Se il messaggio è che i nostri dopo l’allenamento si sono fatti più forti e nessuno riesce a tener loro testa a parte i “big” che andremo più avanti a incontrare sa, ancora una volta, di forzatura. Praticamente sono bastati due anni per superare chiunque nel mondo ed essere a livelli estremi. Neanche Dragon Ball, con lo stratagemma della stanza dello spirito e del tempo è così veloce e sbrigativo.

I personaggi principali non hanno lo spazio che meritano, ci sono troppi personaggi nuovi con cui non si riesce a empatizzare bene, troppi tentativi di farci piacere personaggi inutili, troppi personaggi in generale che sfilacciano la trama senza che questa possa concentrarsi sui punti interessanti e importanti.

Per finire in bellezza con un gear fourth tirato anche quello fuori dal cilindro. Perché Rufy è un protagonista e i protagonisti si sa, in genere sono genietti che imparano tutto in due secondi da sé. Vale per Goku con la kamehameha, vale per Naruto con…ah no, per lui no, solo qualche volta.

Il personaggio di Do Flamingo è forte, forse pure troppo, per cui per riequilibrare le forze in campo occorreva qualcosa di nuovo. Spiace solo che quel nuovo non sia, come in altre opere, qualcosa frutto di uno stratagemma, un richiamo ad altre parti della storia (qualcosa che abbiamo visto all’inizio e che ora si rende utile), con Oda quasi sempre è una tecnica sbucata dal nulla che salva la situazione. E se non basta, credi nei tuoi amichetti che ti salvi comunque!

Devo ammettere però che l’idea dell’alleanza tra pirati alla fine è qualcosa di molto interessante, anche se ogni occasione viene sfruttata per farci capire quanto Rufy sia buonino, dolcino e puro di cuore rispetto a tutti gli altri, che fanno alleanze cattive e non riescono a capire il profondo significato del non avere legami! Che banalità.

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E stendo direttamente un velo pietoso sulla sottotrama del figlio di Barbabianca, ennesimo personaggio secondario che forse rivedremo fra altri 50 volumi per qualche flashback e qualche altra ridicola gag in più per allungare il brodo, già riscaldato di suo.

L’ultima saga attualmente disponibile, e non terminata, è quella di Big Mom, una dei quattro imperatori.

Non sarebbe del tutto corretto parlarne senza attenderne gli sviluppi finali per cui mi limiterò a impressioni superficiali. L’idea di dare nuova linfa al passato di uno di uno dei membri della ciurma può avere un senso, anche perché Sanji alla fin fine non lo conosciamo così bene. Il suo passato alla fine cela un padre che lo ripudia come figlio. Diciamo non proprio all’altezza di significati forti come quello di Zef che sacrifica e mangia la sua stessa gamba, o dei motivi alla base per cui un cuoco usa i piedi e non le mani per combattere.

Il matrimonio, l’idea del ricevimento, del tè e tutto il resto l’ho trovato noioso, prolisso, quasi del tutto inutile. Scontri neanche per sbaglio, la trappola non poteva fisiologicamente andare peggio, gli ufficiali sono ridicoli tra quello che usa i biscotti e quello che usa il Mochi, dove lo stesso Oda ha fatto casini tra rogia/non rogia. Ma che mi si spacci questi poteri come qualcosa di fortissimo mi fa solo sorridere, sinceramente.

La stessa Big Mom è praticamente uno stereotipo che cammina, passa da un dialogo in cui dice di voler dolci a un altro in cui dice di voler dolci se no ti ammazza. Nel frattempo, fa faccette buffe e loschi intrighi che non porteranno da nessuna parte.

Se prima si poteva salvare qualcosa a Dressrosa qui non salvo proprio niente. Se prima il problema era un buster call, o una gabbia per uccelli, ora è fare una torta.

Se prima lo scontro si risolveva con la forza, ora la si risolve a chiacchiere e buone maniere.

One Piece era un’opera già buonista all’inverosimile prima, non aveva nessun bisogno di dolcificarsi a questa maniera. Mi viene il diabete a leggere gli ultimi volumi, e non solo perché si tratta di dolciumi, ma perché fa veramente venire la nausea questo continuo dilungarsi in questioni poco interessanti rimandando continuamente quelle che vorremmo vedere. Un fan tempo fa mi scriveva

Non temere, vedremo presto i nuovi livelli di forza sicuramente al paese di Wa

A me questo fa arrabbiare, ed è come con Martin. Ogni volta è un trascinarsi, un rimandare, un “poi vediamo” che non fa onore a nessuna causa. Un buon autore sa inventarsi qualcosa di decente anche se non è previsto. Diamine, Oda è riuscito a creare un filler come quello di Foxy che nella sua stupidità era geniale e sapeva tenere sulle spine con il problema del perdere membri dell’equipaggio! E ora ti fa le torte.

Quando si comincia a dire “vedrai, la prossima andrà meglio” per me è un segnale di pericolo, significa che qualcosa sta cominciando a scemare. Difficile capire se la voglia dell’autore, la mia, o la qualità generale dell’opera.

Riassumendo: Nella prima parte avevo ben poco da obiettare. Nella seconda quasi tutto, ed è una cosa che mi spiace oltremodo dire. E’ impossibile ritenere qualcosa un capolavoro per poi vedersi smentiti su due piedi. Sono io il problema? Sono forse diventato ipercritico senza pietà? Non credo, mi pare di aver detto quali cose funzionano. E’ un cambio di stile a cui non mi sono abituato? Forse sì, perché avere 60 numeri in un modo, e altri 20 in un altro, spiazza, e soprattutto delude a morte.

Sono ormai 20 volumi che non provo più niente a leggere One Piece, dove tutto è un trascinarsi, un correre di qua e di là, qualche gag, e una marea di personaggi terziari inutili di cui nessuno sente il bisogno. Le premesse per un buon finale ci sono tra Barbanera, la Marina, Raftel e la misteriosa storia degli 800 anni di vuoto che mi logora come non mai ma qui se non ci diamo una mossa l’entusiasmo mi calerà completamente.

Per questo mi sono sentito in dovere di buttare giù i miei pensieri sulle due parti dell’opera, spaccate a metà dal mio giudizio: prima metà 10/10, seconda metà MEH/10.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi critica di One Piece (Parte 1)

Vorrei cominciare questo articolo con la mia esperienza con One Piece.

Conosciuto grazie all’anime in onda su Italia Uno e alla memorabilissima sigla italiana, ho deciso di iniziare il manga comprando qualcosa da leggere in spiaggia. Il numero era quello in cui cominciava la lotta su Skypiea, per cui anche un discreto numero, ma era il 28. Non fa mica bella figura un numero solo in una libreria. Da lì ho cominciato a ritroso e in avanti a seguire le prime e le ultime uscite. Non sono quindi un fan del primo giorno ma fin da subito ho riconosciuto una maestria nell’opera di Oda che non riuscivo a riscontrare da nessuna parte. Naruto arriverà solo in seguito.

I disegni sono a dir poco approssimativi, pur non avendo studiato disegno riesco a capire che le tavole a volte sembrino pasticciate e, citando Caverna di Platone, mi trovo d’accordo nel dire che il cambio di stile non fa respirare il disegno. Oda sembra sopperire alla mancanza di nuove idee con pagine e pagine imbrattate di inchiostro

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Ecco una tavolta recente

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Eccone una meno recente

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Ed eccone una del primo volume

Non è solo maturazione artistica, negli ultimi volumi di Oda le tavole non reggono la quantità di linee cinetiche che vi vengono impresse sopra cercando forse di celare una quantità carente di contenuti. Ne discuterò con calma più avanti però.

Nonostante la qualità altalenante dei disegni e lo stile un po’ bambinesco pieno di forme arrotondate e di colossi dalle gambine esili, One Piece mi faceva comunque impazzire per il suo impianto narrativo. E lo dico senza problemi, credo mi abbia anche ispirato in molte occasioni per scrivere dei racconti.

One Piece è particolare perché sa di avere molto da dire e lo fa con garbo, poco per volta, con una certa metodicità. Un personaggio conosciuto o anche solo citato nei primi volumi è presentato anche 10, 20 volumi dopo, dando un’aria di sacralità a quella presentazione tanto attesa. Un esempio è Jimbe, citato addirittura prima della saga di Arlong.

La ciurma in genere arriva in una nuova isola e si segue quasi sempre questo schema:

1) Arrivo

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2) Conoscenza del luogo e degli abitanti, misteri inspiegabili

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3) Problemi del posto

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4) Presentazione dei vari antagonisti (legato al punto precedente)

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5) Malinteso (Rufy o chi per lui viene scambiato per il nemico)

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6) Flashback sul passato del protagonista coinvolto

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7) Confronto con gli ufficiali

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8) Confronto con il capitano nemico

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9) Risoluzione: mangiata, tesoro, amicizia

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10) Risoluzione 2: L’isola viene salutata con dei nuovi alleati o nuovi flashback di più ampio respiro (Vedi Garp, Dragon, Barbabianca)

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Ho usato diverse saghe ma avrei potuto bene o male fare lo stesso con ogni singola saga, perché One Piece utilizza una formula ben esposta che è un’amalgama di sentimenti, azione, ricordi che incredibilmente funziona anche se risulta essere molto ripetitiva.

E’, purtroppo, uno dei problemi delle pubblicazioni che vanno oltre il 40/50esimo volume. E sapete cosa? Non mi ha mai stancato questa formula, perché Oda riusciva sempre a superarsi. Se prima la storia di Nami poteva commuovere, quella di Alabasta la superava. L’amicizia di Noland e Calgara, l’equivalente di un romanzo o di un nuovo film sul Titanic per me. La storia di Tom il carpentiere a sua volta batteva le prime aggiungendo l’elemento dello spionaggio e dei servizi segreti, e così via fino a Brook che invece commuoveva con la canzone di Binks e con il suo ultimo assolo.

Questo stile narrativo univa una cornice, che è possibile vedere nei flashback di più ampio respiro in cui ad esempio vediamo i 5 astri di saggezza, la flotta dei sette, Barbabianca e Shanks, con una macro-storia, che è complessivamente quella di Rufy, ad una micro-storia, che è la trama della saga o del paese visitato attualmente. Ciò permette di avere un mondo molto complesso che tratta temi quali la politica, gli equilibri di potere (che vengono spesso citati nella battaglia per la supremazia!), il mondo dei criminali e dello smercio, e che a loro volta influenzano il mondo o lo svolgimento degli eventi. One Piece, quindi, come Naruto, non è solo “mazzate”. Sarebbe riduttivo parlarne in termini così semplicistici. E’ a tutti gli effetti una storia che parla di tutto, non solo di libertà, amore e amicizia.

Se vogliamo muovere una critica molto forte ai temi principali, va mossa sicuramente al protagonista, Rufy. Come Goku è costruito a partire da uno stereotipo di protagonista che è buono fino al midollo, disposto ad aiutare gli altri senza se e senza ma, mangione (perché avere dei difetti come alcool, sesso, droga è effettivamente un cattivo esempio mentre mangiare tanto non viene visto come un messaggio sbagliato), leale, idealista, onesto e altruista.

E’, insomma, un compendio di caratteristiche che potremmo trovare in qualsiasi messia, un po’ come Gesù su manga. Questo è il primo punto debole della narrazione di One Piece: non è un personaggio tridimensionale, non ha lati oscuri che lo rendano realistico.

Un eroe che ha sì buoni propositi ma che non crolla MAI. A differenza ad esempio di un Rave, in cui il protagonista sfiora la morte combattendo contro avversari che minano alle fondamenta il modo di vedere di Haru e la sua crociata per la giustizia, come Doryu e Shiba (foto),

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Shiba ha combattuto per 50 anni per la pace, non come Haru

Rufy si ritrova sì contro avversari che lo osteggiano sul piano ideologico, come Crocodile, ma sostanzialmente non sortiscono alcun effetto sul protagonista, perché è troppo stupido per comprendere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Crocodile gli dice proprio che il mondo è pieno di piratucoli che si credono padreterni, e finiscono tutti male prima o poi. E’ un messaggio estremamente potente contro tutti quegli arrivisti, quei giovani pieni di energie che vogliono cambiare il mondo senza comprenderlo esattamente come Rufy, il quale è dialetticamente sconfitto.

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Qui un altro eccellente esempio. Blueno ricorda a Rufy che si stanno mettendo contro il Governo Mondiale. E’ vero, utilizza i servizi segreti e spesso ottiene quello che vuole sacrificando qualcuno, ma è pur sempre un sistema che assicura la giustizia e protegge i più deboli dai pirati e dai criminali. Rufy, ancora una volta, se ne sbatte del dialogo, è lì solo per la sua amichetta. Sebbene possa sembrare molto romantico, in realtà è idiota. E’ un personaggio profondamente immaturo che se non fosse il protagonista protetto dalla narrazione sarebbe perfettamente inutile. Siamo tutti capaci a rispondere a dilemmi etici e politici mettendo in mezzo solo ciò che pare a noi. Ad esempio, Naruto è un protagonista decisamente più maturo pur essendo un bambinone pure lui. Messo di fronte alla filosofia di Pain, e poi di Tobi, si ritrova veramente in difficoltà. Cosa differenzia Naruto dai cattivi? E l’opera ti dà una risposta efficace, basata prima sul dialogo che sulle botte: L’hokage non camminerà sui cadaveri dei propri amici, perché è colui che apre la fila. A Rufy non gliene frega niente, c’è di mezzo la sua amica e come un cavernicolo ti abbatte anche ciò che protegge gli altri, se è per farlo contento. Chissene se ci va di mezzo altra gente. E’ facile trattare così un argomento delicato e complesso, perché con il plot armor Rufy esce da situazioni parecchio difficili con deus ex machina belli e buoni. Crocodile è il primo esempio ma non è il solo. Contro l’ammiraglio Creek viene detto che Rufy possiede una “lancia nel cuore” e che è grazie a quella se spesso si salva. Più avanti si chiarisce meglio il concetto e si parlerà di ambizione, o Aki, ma la cosa resta immutata.

Rob Lucci dirà una cosa molto importante quando vedrà il gear second in azione: “Praticamente ti stai ammazzando da solo.”

E’ giusto voler dare un contrappeso a mosse eccessivamente forti che ti sei tirato fuori dal cilindro, è molto onesto nei riguardi del lettore. Dunque, usare il gear second crea dei danni fisici permanenti a Rufy. Bene, com’è finita dopo quello scontro?

Niente. Ha continuato a usarlo indisturbato senza problemi. E’ bastato un po’ di allenamento e tutto risolto. One Piece in questo non è onesto con me, prima mi dice una cosa per poi ritrattarla subito dopo.

Capite cosa voglio comunicare? L’opera si basa sui sentimenti più intimi e forti di amicizia ma quando vengono contrapposti temi altrettanto importanti (ad esempio, è più importante la tua amica o mille civili? Se la tua amica dovesse cagionare la morte di duemila persone?) semplicemente vengono ignorati o scartati.

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Questa è un’altra di quelle scene che personalmente odio. Rufy non riesce a liberarsi da una situazione ma è sufficiente agitare davanti a lui l’amichetta in pericolo che magicamente trova la forza, che prima non aveva per liberarsi da solo, per spaccare due palazzi a mani nude. Il messaggio è chiaro: la forza dell’amicizia sovrasta ogni cosa e ti dà la forza per fare cose impossibili. Ok, ricevuto forte e chiaro, ma se già dialetticamente non riesci a mantenere questa tua idea quando ti fanno domande o ti oppongono ragionamenti complessi, mi aspetto una certa onestà intellettuale almeno nei duelli, quando quella forza non basta.

Sempre contro Rob Lucci avviene una delle battaglie più forzate che si riescano a immaginare: Sfinito dai precedenti combattimenti e dal suo stesso Gear Second, Rufy utilizza anche il Gear Third. E, tempestato di pugni, è riverso a terra sconfitto da Lucci.

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Rufy era GIA sconfitto e privo di forze ma, magicamente, se ripensa ai suoi amici, tutto si risolve. Il messaggio che mi lancia è questo, ed è stucchevolmente idealista fino a fare il giro e diventare pattume ideologico. E’ così esplicito da perdere qualsiasi significato. Mi sta bene che tu voglia dirmi che l’amicizia è un sentimento nobile e importante ma io so che il mondo è difficile, nel mondo reale non mi basta credere forte forte alle cose per farle avverare, cosa che tu nel tuo manga puoi fare senza sforzo con una matita. Ho bisogno di qualcosa in cui credere, di avere gli strumenti per poter dire che sì, l’amicizia vale veramente. In Naruto, ad esempio, la cosa è affrontata con maggior cura. Gli amici di Naruto non gli danno solo forza ma sono a volte la risposta con cui Naruto si differenzia dai nemici che in genere sono soli e abbandonati. Lui NON è solo e abbandonato, non più da quando ci sono loro, almeno. Nonostante anche Naruto abbia il dovere morale di proteggere le nuove generazioni e i suoi amici, non è solo un vessillo buttato lì, innalzato il quale tutto è concesso e permesso. Inoltre, per sopperire agli scontri più difficili, Naruto sperimenta nuove strategie e nuove tecniche. Contro Pain, pur non avendo chakra sufficiente, mette due copie a produrne in una maniera molto intelligente. Su suggerimento di Kakashi, poi, per velocizzare l’apprendimento sfrutta una tecnica vecchia in cui eccelle ponendola sotto una nuova prospettiva. In One Piece questo non avviene, Rufy tira fuori nuove tecniche dal cilindro alla bisogna, e quando è stato già sconfitto gli basta rialzarsi per finire lo scontro.

Comodo. Bello. Onesto, soprattutto.

No, vi precedo già, non venitemi a dire “eh ma è un manga, eh ma è un’opera di fantasia, per ragazzini” perché non è così. One Piece è estremamente maturo quando si parla di Flashback e di morti importanti nel passato, o di questioni politiche e ideologiche come per Alabasta e Skypiea, perché invece il protagonista non può avere una simile caratura morale ed etica? Non si può neanche dire che ci sia un processo di maturazione perché non è vero. Mentre Naruto migliora le proprie idee fino allo scontro finale, Rufy è identico dall’inizio alla fine, non è cambiato di una virgola. Ed è questo che mi snerva; mi stai dicendo che il mondo non ti cambia? Che le avversità non bastano a farti maturare da grezzo che eri, o addirittura a farti cambiare lato della barricata?

One Piece non è “per bambini” perché ci sono personaggi con le gambe tozze o esili, non è per bambini perché si parla di amicizia o buoni sentimenti, ma perché me li propone in salse stereotipate e infantili quasi come farebbe una favola della buonanotte.

Se la principessa è in pericolo basta un bacio del principe, se sei in una situazione complessa basta che aspetti e si risolve da sé. Wow!

Anche ad Impel Down si sviluppa una narrazione simile ma in qualche modo differente. Rufy è circondato da ex nemici che però si alleano almeno momentaneamente con lui in vista della battaglia. Posso capirlo, in realtà è interessante. Viene inoltre avvelenato da un veleno potentissimo che non lascia scampo ma viene salvato in extremis da un personaggio sbucato fuori dal nulla proprio per salvarlo. Gli inietta degli ormoni, non è sicuro che si salvi ma si salva, classico cliché stravisto. Anche qui l’autore mi sta comunicando che se sei una brava persona, poi anche gli altri si attivano per aiutarti e venirti incontro. Siamo sempre sul “meh” andante con questa stucchevole retorica Disney ormai iperabusata.

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Anche nella saga di Thriller Bark, pur essendo di ottima qualità generale, si abusa della pazienza del lettore. Viene detto che la ciurma potrebbe affrontare ben DUE membri della flotta dei sette. Incredibile, è l’organizzazione di pirati più forte al mondo, un’istituzione. Finora al massimo ne affrontavano uno per volta e ora se ne ritrovano ben due. Come escono dalla situazione? Il primo viene sconfitto con uno scontro niente male devo dire. Però, proprio come con Lucci, al secondo membro della flotta dei sette, tutti a terra sfiniti, la situazione si risolve praticamente con un deus ex machina.

Guarda caso quel Kuma è uno che non è proprio un cattivo.

Sempre guarda caso è uno che rispetta il rigore e la forza di Zoro.

Guarda casissimo, offre uno scambio privo di senso: unire il dolore e la fatica di Rufy a Zoro, già bello provato di suo. E se resiste, risparmia tutti. Ma perché? Non eri lì per la testa del capitano? Cosa dimostri così? E soprattutto, questa cosa avrà delle ripercussioni gravi?

NO. Zoro si mette due bende e torna più vispo di prima a fare le stesse cose.

Il problema, ragazzi, è che la sospensione di incredulità ha un limite oltre il quale non puoi più andare, e quel limite viene superato quando cerchi di fare lo spaccone. Mi metti i tuoi protagonisti in una situazione impossibile, contro nemici fortissimi, e me li fai uscire con un fulmine a ciel sereno che colpisce SOLO i nemici, per poi dirmi:

è la forza della narrazione, e tu devi adeguarti, biatch.

Questo vale per tutti: se devi uscirtene con un’idea stupida, banale o campata per aria, NON METTERE PROPRIO I PERSONAGGI IN QUELLA SITUAZIONE!

In Kenshin Samurai Vagabondo, ad esempio, viene detto che il protagonista utilizza delle tecniche troppo forti per un fisico gracile come il suo, e che continuando avrebbe perso gradualmente l’abilità nella spada. Succede nel finale, ma è un prezzo da pagare per aver abusato di un potere che non ti era concesso. In One Piece non c’è, almeno per ora, questa onestà nei riguardi del lettore.

Invece, One Piece diventa incredibilmente maturo e potente nella saga della supremazia, in cui per fortuna Rufy ha meno voce in capitolo. Qui finalmente abbiamo ciò che chiedevo e che Oda non voleva darci prima, la morte di un personaggio molto importante e nemici che contrappongono a Rufy idee e concetti che non può o non sa al momento affrontare. E’ eccezionale, gli viene sbattuta in faccia finalmente la sua impotenza e viene ridimensionato almeno un po’ da sbruffone che è.

La saga poi raggiunge vette inarrivabili con personaggi come Barbabianca e Barbanera e l’ultima grande morte del pirata. Tristezza, senso di impotenza e solitudine, questo è quello che ritengo un manga per adulti che tratta tematiche adulte con toni da adulti, e non il solito melenso stereotipo dell’eroe che si salva all’ultimo perché così ha deciso l’autore per far contenti i fan che poi frignano.

Ovviamente, Oda si smentisce quasi subito creando ad Hoc un personaggio mai visto né sentito che andrà a rimpiazzare Ace. Insomma, con una mano Oda ti dà, con l’altra ti toglie, dimostrandomi che un approccio completamente adulto qui non c’è e molto probabilmente non ci sarà più.

Vorrei concludere qui la prima parte della mia analisi per non appesantire troppo il discorso.

In sostanza, ritengo One Piece un bel manga e un’opera degna con alti e bassi almeno fino ai volumi della supremazia (gli altri li tratterò nella seconda parte). Preferirei che Rufy non ammazzasse ogni tentativo di dialogo e di crescita interiore, e che il pubblico non bollasse questo comportamento puerile sotto l’etichetta del “è un manga per ragazzi, può permetterselo“, perché quando parli di politica, di governo, di eserciti, di libertà e soprattutto vuoi dare maggiore enfasi ad alcuni sentimenti rispetto ad altri, non me li puoi svendere come migliori solo perché hai deciso che lo sono, e ti inventi qualsiasi tipo di sotterfugio per non essere mai contraddetto.

Allo stesso modo farei le medesime critiche ad un ipotetico antitetico di One Piece: la troppa libertà E’ un male, la troppo poca libertà è un male uguale. Un’opera con un protagonista che però ignora i problemi della realtà che rappresenta è un protagonista che smantella da sé tutti i propri buoni propositi.

Seconda Parte