Spartacus: Analisi Narratologica

Credo di poter ammettere senza ombra di dubbio che, dopo il Trono di Spade, quella di Spartacus sia nella mia top di opere preferite. A giudicare da una prima ricerca in rete sembra oscillare da una media di 3 stelle su 5 alle 5 su 5 sia per i critici specializzati che per i semplici spettatori.

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Molto è stato già detto sugli anacronismi, sul gore eccessivo da videogame, sull’uso incessante di ralenty per esaltare la violenza, per cui vorrei provare ad analizzare in dettaglio una cosa un po’ trascurata: la capacità di creare una buona storia a partire da elementi semplici. Ovvero, mi impegnerò ad analizzare la narratologia della serie, come essa costruisca un racconto da noi percepito così vivido e pulsante, tutti quegli elementi che ne fanno un’opera dai tratti caratteristici pur ripescando a piene mani dal cinema Hollywoodiano/Tarantiniano e dal mondo fumettistico di Miller.

Ed è da qui che vorrei partire per una prima analisi; sicuramente i più esperti avranno notato le svariate analogie tra l’estetica di 300 e quella di Spartacus fatta di uomini duri e puri, depilati, dai muscoli tonici e in bella vista, possibilmente sudati o ricoperti di sangue.

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Non è mistero neanche l’uso di ralenty proprio durante le scene di maggior violenza per meglio enfatizzare il gore e l’esaltazione della lotta gladiatoria. Non ultimo in Spartacus alberga uno stile extradiegetico di rappresentazione del danno “critico”, un po’ come nei videogiochi quando abbiamo la “telecamera” sporca di sangue, per capire che siamo feriti.

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Come si può vedere, un colpo portato non di taglio…

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…genera sangue a fiotti come se fosse stato sventrato

Il sangue pertanto non è solo indicatore reale di ferite ma anche indice per noi di sofferenza, di dolore, di crisi mentale o interna. Non a caso la prima stagione ha nome Sangue e Sabbia, fondandosi tutto l’impianto su questi due elementi principali: il sangue, valuta della vita, la sabbia, sporca (ma anche sacra, per qualcuno), è l’elemento reale e realistico con cui i gladiatori, con la faccia nella polvere, avranno a che fare a lungo. Da questi due simbolici elementi possiamo già tracciare una linea di ciò che il testo si propone, un qualcosa di vitale, di energico, di sanguigno, di terreno e slegato da concetti metafisici (non è “Sangue e Cielo”, ad esempio).

Sempre collegandoci al concetto di sabbia, va detto che per qualcuno è sacra. Nella serie infatti sarà il maestro prima, le reclute poi, a declamare versi per decantarla come se fosse qualcosa di puro, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Laddove alla domanda Cosa c’è ai vostri piedi? ingenuamente rispondono semplicemente sabbia, viene detto che invece è Terra Sacra. Un primo sovvertimento dei ruoli, tra cielo e terra: contrariamente a quanto avevamo previsto, la terra non è sporca perché la calpestiamo ma sacra perché vi versiamo il sangue combattendo. Sangue di nemici ma anche di fratelli, impregnata anche di lacrime, sudore, sforzi. Pur essendo un elemento comunque terreno viene portato alla gloria dalla -chiamiamola propaganda- del maestro e del gestore della scuola che creano concetti onorevoli anche laddove mai avremmo creduto di trovarne.

E in effetti, a ben guardare, questo esempio non è il solo. Il continuo richiamo di uno dei personaggi più “ammaestrati” ai concetti di “fratello”, “fratellanza”, la prova che i gladiatori devono superare per potersi fregiare del titolo e ricevere un marchio a fuoco, la distanza tra chi non ha un marchio e chi sì, ci mostra uno spaccato antropologico del mondo in un microuniverso come una scuola: un marchio sulla pelle non è niente di cui vantarsi, non è che un tatuaggio, eppure è un riconoscimento. Superando una prova di abilità e forza il gladiatore può entrare a far parte di una cerchia di privilegiati che, pur non avendo quasi niente, può contare su elementi come l’onore, la forza, la fratellanza, il rispetto. Tutta una serie di cose che, per chi ha studiato un po’ di storia medievale, sono utili a manipolare attraverso la costruzione di un’etica di valori condivisi e accettati, un ideale come quello cavalleresco dove, se il cavaliere stupra e deruba i poveri, può almeno essere denigrato, insultato e non invitato ai tornei ufficiali in quanto “cattivo esempio di cavaliere.”

Le nostre azioni nel mondo non sono mai libere ma sempre in qualche modo vincolate da chi abbiamo intorno, dagli ideali che pervadono i nostri spazi e i nostri tempi, dall’etica riconosciuta e accettata. Va detto, infatti, che essere buoni col prossimo non è solo un modo per sentirsi meglio, è anche e soprattutto un modo per vantarsi e poter giustificare la propria esistenza. Abbandonare una persona in difficoltà non è solo vedersela con la propria coscienza ma anche vedersela con chi ti criticherà per quel gesto. Come facevo l’altra volta l’esempio del ragazzo che non si alza per cedere il posto ad un anziano, qui è la medesima cosa: non c’è solo la tua intimità, se sei buono o cattivo, c’è anche la paura di essere giudicati, a volte pestati, insultati, criminalizzati per qualcosa che facciamo contro una convenzione.

E ai gladiatori quanto può fregare di essere marchiati come vitelli, o di essere rispettati da gente che prima o poi li macellerà nell’arena? Tanto, se crei un ideale a cui attenersi.

Nei personaggi di Crisso, che incarna lo spirito metabolizzato dell’ideale, e Spartacus, che incarna invece lo spirito di ribellione e la totale coscienza di sé, si consuma un dibattito intellettuale oltre che fisico.

Quando Gneo cagiona la morte di un amico di Spartacus, questi lo butterà giù da un dirupo. Non meritava di vivere, dirà al suo padrone. A rispondergli è proprio Crisso: Era un fratello, meritava di morire nell’arena in quanto gladiatore.

Spartacus è semplicemente pragmatico: ad un danno si risponde col danno. Crisso però è completamente parte del meccanismo di costruzione ideale che impregna la scuola, e non riesce ad accettare la sua visione delle cose. Tuttavia, volente o nolente, Spartacus verrà riconosciuto dagli altri gladiatori e finalmente gli verrà tolta l’etichetta d’infamia, e questo avverrà proprio grazie ad una Performanza, una prova di forza, ciò che tutti i gladiatori rispettano.

Potremmo chiamarlo deus ex machina visto che era piuttosto difficile ribaltare la situazione di un “disertore” come Spartacus a eroe riconosciuto da compagni, maestro e folla, tuttavia è un cliché rodato sempre funzionale. Anche il gladiatore più scarso e meno rispettato può diventare un grande quando sconfigge sul campo il gladiatore più forte e temuto.

Nelle parole, per un’intera puntata, viene costruito il personaggio di Teocoles

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Soprannominato L’ombra della morte, nessuno riesce a tenergli testa, nemmeno il guerriero riconosciuto come più forte, il maestro. Possente, veloce, forse anche intelligente. Addirittura devono affrontarlo in due per avere una chance.

Ed è in questa lotta che Cielo e Terra ancora una volta si scambiano di posizione: il disertore Spartacus riesce a infliggere il colpo di grazia, dunque è lui il vincitore, Crisso invece viene ferito gravemente, è sconfitto insieme a Teocoles e ai suoi stessi ideali, costretto in seguito a fare i conti con la sua etica di rispetto ai fratelli e al campione, incarnati questa volta da una persona che odia a morte. Sarà però coerente, rispettando il volere e la parola di Spartacus quando Crisso cercherà di riproporre gli stessi schemi comportamentali alle nuove reclute: I gladiatori devono subire privazioni, sosterrà cercando di ancorarsi ai valori che lo hanno portato lì. E invece Spartacus ancora una volta non è d’accordo: pur non condividendo gli ideali etici di Crisso ne crea di suoi, e forse anche più funzionali al cameratismo. Non è necessario sputare nella ciotola di un novizio, non è necessario rendergli la vita ancora più dura, Spartacus si dimostra con ciò un capo pragmatico, votato al cameratismo e a suo modo degno di valore anche senza usare la forza. Crisso invece sarà sempre tenuto da conto dai suoi compagni come capo (sarà l’unione dei due gruppi a tenere uniti tutti) ma si delinea come molto meno malleabile e molto più rude. Sarà infatti, alla fine della storia, una nuova divergenza tra questi due personaggi principali a decretare la fine del gruppo, quando si dovrà decidere se puntare a salvare più vite possibili o se vendicarsi dei soprusi.

L’intelligenza della serie, dunque, non è solo proporre temi interessanti ma anche affidarli ai personaggi, alle loro mire, alle loro paure. Non si può neanche dire che Spartacus sia sempre nel giusto e Crisso in torto, dipende unicamente dalla volontà del singolo scegliere cosa sacrificare sull’altare, e i personaggi si comportano come veri esseri umani nelle loro scelte, dettate dalla loro identità e da ciò che hanno subito, non da ciò che la sceneggiatura dice di fare. Ciò almeno in parte riduce il rischio di situazioni forzate e farraginose costruite per dovere di cronaca.

Se si nota, infatti, si può vedere che nei finali di stagione gli sceneggiatori vogliono ottenere un determinato risultato: La rivolta dei gladiatori, la morte di Batiato, la fuga (Prima stagione).

Per rendere la storia interessante non sarebbe certo bastato far entrare nella scuola uno Spartacus già deciso a farsi dei compagni per fuggire ma il suo spirito viene creato poco per volta da alcuni piccoli passaggi quasi impercettibili che cambiano la sua visione del mondo come in un domino. Faccio un esempio sempre con la prima stagione:

-Spartacus è un ausiliario trace ma gli viene detto di combattere altrove lasciando scoperta la sua gente, per questo viene catturato e venduto come schiavo disertore insieme alla moglie

-Spartacus subisce tutto ciò come un’ingiustizia, del resto è colpa del suo superiore romano e della sua dabbenaggine se lui e sua moglie sono in questa situazione. La vendetta è l’unico sentimento che potrebbe provare

-La scuola non riesce a disciplinarlo, occorre un legame più forte col padrone. Spartacus gli salva la vita, il padrone in qualche modo gli è debitore morale

-Nell’essergli debitore, gli promette di trovare la moglie e lo eleva, anche se di poco, agli occhi di tutti

-L’uccisione di un gladiatore riconosciuto come il più forte lo eleva al di sopra di chiunque, e conquista la benevolenza di alcuni ma l’odio di altri

-Nel vedersi attribuire importanza, Spartacus è quasi tentato dal lasciarsi andare in questo nuovo mondo

-Il suo migliore amico muore, e con ciò ne deriva: odio per chi lo ha costretto, odio per se stesso e le sue scelte, la scoperta di chi ha commissionato l’assassinio della moglie

-La morte della moglie, orchestrata dal padrone, lo spinge definitivamente a capire che lì non c’è spazio per lui, e che il Legato non è il solo di cui debba vendicarsi

-L’ultimo ostacolo è Crisso, con cui condivide un rapporto di amore e odio, che va sconfitto eticamente prima ancora che fisicamente

-Crisso sulle prime non cede ma in seguito capisce di dover mettere da parte gli antichi rancori per coalizzarsi con Spartacus e fuggire

Situazione che volevamo: Spartacus uccide il padrone, almeno parzialmente i gladiatori lo rispettano, la fuga

Ovviamente ho dovuto riassumere solo il filone principale ma la storia è resa molto più coerente da altre trame e sottotrame tra loro intrecciate e speculari a quella di Spartacus, ognuna dedicata a uno o più protagonisti dalle ambizioni equivalenti ma diverse: Batiato, il Maestro, Ashur, Crisso e Naevia, e così via. Tutti hanno giustamente un proprio disegno delle cose e tutti devono avere a che fare con gli altri per ottenerlo:

-Il Legato vuole vedere disciplinato, e poi possibilmente morto, chi lo ha infamato

-La moglie del Legato prova desideri simili, in più è elemento di congiunzione con la moglie di Batiato

-Batiato vuole elevarsi di ceto sociale ed è costretto a compiacere i magistrati coi giochi dei suoi gladiatori

-La moglie di Batiato prova desideri simili, in più è elemento di congiunzione con la moglie del Legato

-Crisso vorrebbe compiacere il padrone ed essere riconosciuto, il suo obiettivo è eliminare chiunque distrugga il suo mondo di gloria, come Spartacus

-Naevia prova desideri simili, in più è elemento di congiunzione con la moglie di Batiato, la vita di intrighi e la vita dei gladiatori

-Agron è gregario di Spartacus, ne rappresenta l’indole più bellicosa ma meno attenta

-il Maestro è umile servo del padrone, lo difende e allena i gladiatori come ha fatto con Crisso, fino a quando il rapporto di fiducia col padrone non si rompe

-Ashur cerca di ottenere quello che può, quando può. Soldi, riconoscimenti, Naevia, danneggiare Crisso, salvare la propria vita, e spesso alcune di queste coincidono. In più è elemento di congiunzione tra il mondo dei gladiatori e quello degli intrighi del padrone. Nella seconda stagione sarà elemento di congiunzione anche col Legato

In definitiva, tutti hanno qualcosa a cui puntare costruito non di punto in bianco ma talvolta modificato dalle situazioni in gioco, come nel gioco degli scacchi, che ne rende pulsante e vivido il personaggio, dipinto come se fosse una persona reale, coadiuvato poi dall’enorme presenza di nudità e sangue di cui si parlava all’inizio.

Non solo la dimensione fisica, anche quella intellettuale e psicologica è spesso sondata in Spartacus. E, riprendendo Miller, vorrei anche parlare di quelle che secondo me sono le due macrotrame, che a loro volta si snodano in diverse sotto-trame: quella gladiatoria e quella politica, che riprende a piene mani da 300.

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In 300 oltre alla storia di Leonida, incentrata su azione e combattimenti, si affianca la storia della Regina che invece si occupa della questione diplomatica.

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Ne risulta una storia fresca che, un po’ come faceva il teatro greco-romano o ancor di più quello Shakespeariano con Plot (trama principale) e Subplot (trama secondaria), innanzitutto raffredda gli spiriti incendiati dalla lotta, secondariamente permette un momento di rilassatezza e di riflessione nell’economia del racconto. Non si può infatti assaporare una morte o un evento senza una adeguata pausa per poterci pensare; nei momenti concitati possiamo fare attenzione solo a ciò che sta per accadere, non a ciò che è già successo, la morte passerebbe in secondo piano. Dunque se a Leonida spetta trucidare le orde persiane in effettiva superiorità numerica, alla regina spetta vedersela con chi, dietro le quinte, agisce per combattere una guerra con la retorica e la parola.

Leonida infatti non parte con la sua armata a causa di un oracolo non propizio che però è stato manipolato dalla corruzione dei Persiani. Una guerra non si combatte solo con le lame, e un’opera che voglia essere più profonda e completa riesce ad approfondire sia gli aspetti meramente ludico-estetici che quelli più intellettuali e riflessivi, per quanto semplificati.

Tornando al nostro Spartacus, si coglie un’analogia strettissima tra il mondo guerriero dei gladiatori, a cui spesso si riserva il combattimento nel finale della puntata o della stagione, che occupa sicuramente una parte preponderante nel racconto, e il mondo

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della politica che vede i protagonisti cercare di fare previsioni, piani, di attuare trappole e sotterfugi. Come 300 anche Spartacus, oltre che dello stile visivo, fa tesoro della narrazione divisa principalmente in due macrofiloni, in modo che si possa avere il momento di “gioco” e quello di “studio”, senza mai annoiare lo spettatore con eccessive lungaggini.

Se si vuole muovere una critica (deboluccia, comunque), va detto che tra le tre stagioni principali e quella prequel, una volta individuata la formula della narrazione è quasi tutto quanto riproposto in maniera accademicamente pedissequa. Le uniche eccezioni sono costituite da Gannikus che è un protagonista sopra le righe e indisciplinato che non ha un vero e proprio antagonista, e Crasso, che è un protagonista che si ritrova Spartacus come antagonista, a seconda di come la si guardi, e che non fa uso solo di forza e intelletto ma anche di strumenti accennatamente onorevoli. Cerca di ingaggiare comunque battaglia con il suo rivale, lo rispetta, non lo denigra unicamente in quanto schiavo, ribelle o disertore ma ne apprezza il valore e riflette sull’amaro destino che li vede contrapposti. In tal senso Crasso è un personaggio atipico nella terza serie che non è del tutto corretto vedere come un vero personaggio negativo.

Una menzione d’onore dedicherei anche alla complessità dei temi trattati, come la schiavitù in primis. Ci sarebbe da aspettarsi un’opera il più possibile propensa a elargire frasi anacronistiche sulla libertà e sul suo valore, e invece Spartacus, in particolare nella seconda stagione, fa capire quanto questo concetto in realtà sia labile.

Un esempio è quello dei due schiavi liberati in una villa, tra cui Nasir. La ragazza viene subito inquadrata come una in cerca di un protettore, e scambia con lui, in cambio di protezione, la sola cosa che ha: si prostituisce. Se la cava come può. Le verrà detto che anziché contare sugli altri potrebbe semplicemente alzarsi le maniche e cominciare lei stessa a lavorare e combattere, eppure non lo farà, e anzi si ribellerà cercando di uccidere lo stesso Spartacus il quale a sua volta chiarirà le cose illustrando la situazione: la libertà ha un prezzo, non è gratis. Una volta libero devi occuparti tu di te stesso, cosa che prima faceva il tuo padrone per te.

Ed è un’immagine così vivida, così realistica, che viene discussa anche nel Trono di Spade, di fronte a una Daenerys completamente assuefatta all’idea ammaliante di Libertà-punto-e-basta

 

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<<Anche se fossero sicuri…chi sarei là dentro? Con il mio padrone ero un tutore e avevo il rispetto e l’amore dei suoi figli. I giovani staranno bene nel nuovo mondo che hai costruito per loro ma per quelli come me, troppo vecchi per cambiare, c’è soltanto paura>>

 

Nei libri -questa scena purtroppo non è presente nella serie- un gladiatore delle fosse esprimerà lo stesso concetto. Non è più felice da quando è liberto perché mangia cibo povero sulla paglia, mentre prima rischiando la vita nelle fosse aveva pesce prelibato e un ottimo giaciglio. Il volere del popolo si riflette comunque nei bisogni della gente: cibo, sicurezze, riparo. Il sistema schiavista non era bello magari, creava disuguaglianze e di certo non era perfetto ma funzionava all’epoca, e la gente lo comprendeva e lo alimentava. Ci sono anche schiavi che vorrebbero rimanere schiavi, potendo scegliere tra la propria libertà e la sicurezza in una casa con cibo e coperte calde. Presentata con le lenti mature di una narrazione che illustra pro e contro lo spettatore non può che percepire il relativismo di cui questi mondi, così realistici, sono pregni. Abbiamo effettivamente eliminato un sistema, ne è valsa la pena? E’ giusto il sistema che abbiamo oggi? Indirettamente abbiamo fatto dei danni? Se sì, quanto sono costati, e a chi? Siamo diversi dagli schiavisti nei metodi oltre che nella forma?

In sostanza, Spartacus è un’opera che non ti sbatte in faccia parole, etica, cose in cui ti dice di credere perché sì, oggi vigono quelle e tu devi crederci. E’ intellettualmente onesto comportarsi così e reputo un gradino sopra questo modo di narrare a quelli che invece partono con già in testa l’idea netta e precisa di chi vince e di chi perde, di chi sono i buoni e chi i cattivi.

Del resto, in Spartacus, abbiamo tifato per i cattivi tutto il tempo. E’ sufficiente assumere un certo punto di vista, in un certo momento, in un certo luogo, per empatizzare con quei personaggi e con ciò che hanno vissuto.

 

 

 

 

 

Dunkirk: Promosso o bocciato?

Non posso fare a meno di fare spoiler per parlarne, siete avvertiti.

Partiamo dalle premesse.

Nolan lo sto seguendo da un po’ come artista. Non ho mai visto Memento purtroppo, per il quale viene da tutti elogiato, ma ho avuto modo di conoscerlo attraverso la sua pellicola più celebrata: Il Cavaliere Oscuro, che già faceva capire ci si trovasse davanti un genio della regia e della narrazione, capace di intrecci complessi.

Proseguendo con Inception, capivo vagamente gli stilemi del regista, e permaneva sempre quella capacità di intreccio e di complessità che permeava tutti i suoi film, sempre splendidamente accompagnati da quell’altro colosso che adoro dalla colonna sonora di Modern Warfare 2: Hans Zimmer.

Quando è uscito Interstellar è stato subissato di critiche alla coerenza (?) narrativa, alla fedeltà fisica (?), giuro, ho letto articoli che confutavano le teorie usate da Nolan nel film et similia, in un tripudio tra il bambinesco e il ridicolo. Una volta visionato sono riuscito ad apprezzare ciò che quel mattone indigesto di 2001: Odissea nello Spazio, aveva provato a suggerirmi. Una storia mozzafiato, un finale da pugno nello stomaco, la realtà che viene piegata a fini narrativi (e il cinema cos’è, alla fine?), situazioni forse forzate, incredibili ma che riuscivano a farmi penetrare i personaggi, a stare con loro, a vivere le loro esperienze. Non ultima la grande simpatia e fantasia del “restyle” dei robot, che ricordava molto Star Wars.

Infine, ho recentemente visto in tv The Prestige, opera che mi ha emozionato tanto quanto i precedenti con un tema che, ancora una volta, non avrei mai detto potesse emozionarmi. Attori impagabili, storia ramificata e piena di vendette personali, lati oscuri dei personaggi che in un crescendo di situazioni -sempre al limite dell’impossibile con quel Tesla- dà vita a un’opera monumentale e pregna di significati.

Queste erano le mie premesse prima di vedere Dunkirk, il quale trattava la guerra, un genere di film che, nonostante il mio aperto disprezzo verso la propaganda specie di tipo occidentalista/americanista riesce sempre a divertirmi.

Alcune delle pellicole che ho preferito, e con cui mi veniva da operare confronti, erano principalmente queste:

Salvate il soldato Ryan, con le sue immagini nude e crude dello sbarco in Normandia e alcune scene da pugno nello stomaco come il soldato tedesco che uccide l’ebreo

Black Hawk Down, che nonostante la propaganda a manetta offriva 1h 40m di pura adrenalina. Un videogame fattosi film.

Miracolo a S.Anna, che è il film più simile tra quelli che ho visto alla capacità immaginaria di Nolan, al suo intreccio, al suo sapiente uso di Analessi e Prolessi.

Come sarebbe stato questo bel Dunkirk? Purtroppo leggendo alcuni commenti il dubbio aumentava. Sapevo prima della visione che:

-Non si sarebbe visto nessun tedesco

-Non ci sarebbero state scene violente con sangue e interiora, al più scene “emotivamente forti”

Al momento della visione, si comincia con una prima scena non male.

Un gruppo di soldati girovaga in città, uno cerca l’acqua. E’ un film che parla delle difficoltà in guerra. Muoiono tutti, uno a uno, tranne l’ultimo rimasto, il quale riesce a passare oltre la barricata francese e ad arrivare al molo, dove altre migliaia di soldati aspettano di imbarcarsi e scappare. Da qui, alcuni aerei cominceranno a volare sopra i soldati, preceduti da ticchettii, battiti del cuore e soprattutto dal ronzio del motore con tutta calma, per farti percepire ciò che un soldato in quei momenti può provare, e una volta sganciate le bombe osservare la distruzione, il vuoto, e l’unico sopravvissuto tra loro.

Si passa poi ad altre sottotrame, con un babbo inglese che corre con la propria imbarcazione a salvare la situazione insieme a due ragazzi, e tre piloti della RAF che combattono nei cieli contro i velivoli tedeschi, mai stanchi per abbattere le navi inglesi ormeggiate.

Le trame una volta presentate si intrecceranno, dando vita ad alcuni rimandi visti prima dal punto di vista di uno dei tre piloti, il quale osserva cadere il proprio amico abbattuto, poi il pilota abbattuto stesso, venire salvato dall’imbarcazione del babbo.

E questo, parzialmente, è lo stile di Nolan, capace di darci una linea di lettura per poi ampliarla o confutarla al punto di vista successivo. Qui però non vi è la stessa ramificazione di intenti e di personaggi.

Ad esempio, quando l’imbarcazione del babbo raccoglie un pilota abbattuto in mare, mi aspettavo addirittura che fosse una trappola visto come si attorcigliava su se stesso per nascondere l’uniforme. E invece, proprio come mi era stato detto, non vi è nessun Tedesco esplicito, e quel pilota era soltanto un pilota inglese traumatizzato che cagionerà con la sua paura una morte molto pretenziosa e poco sentita tra l’equipaggio.

Fin qui avevo l’idea di un film molto lineare; buona fotografia, buon sonoro, ma niente Nolan.

Il film prosegue con altre situazioni sicuramente forti e interessanti: i soldati che affogano, la tensione del pilota costretto nella cabina di pilotaggio bloccata e sempre più sommerso dall’acqua, i soldati immersi nel greggio di una nave abbattuta che prende fuoco, soldati francesi che si camuffano da soldati inglesi scambiati per spie, e così via ma…ancora niente Nolan.

Arrivati verso la fine del film, l’ultimo pilota della Raf rimasto abbatte un pericoloso velivolo tedesco finendo il carburante e quindi “sacrificandosi”. Mi aspettavo allora che si sarebbe schiantato cambiando la propria direzione, invece il massimo che accade è la sua cattura e la distruzione del suo aereo, con la voce di sottofondo di un soldato che legge le parole di Churchill.

Penultima scena sull’aereo che brucia: “Il nuovo mondo scalzerà il vecchio”.

Ultima scena: Il viso stranito del soldato che ha finito di leggere quelle parole. Ci crede? Non ci crede? Un po’ come la trottola ma molto meno potente.

Che dire?

Alla fine del film ero combattuto: è indubbiamente un buon film ma…non ha tutti gli elementi di Nolan che accennavo.
È un film che farei vedere nelle scuole perché è privo di violenza esplicita e ti fa vivere, con il motore rombante di un aereo in avvicinamento, la paura quotidiana del soldato. Più che onore c’è voglia di scappare e tornare a casa, più che armi c’è fratellanza. Però spogliare i personaggi del nome o di un’identità (cosa voluta) mi impedisce anche di empatizzare, di entrare in quel personaggio, di dispiacermi se muore o di sorridere se vive. Senza un vero intreccio, senza un colpo di scena “potente” questo è un bel film per i sentimenti che trasmette, la fotografia e il sonoro ma non è complesso, non è intrecciato, non c’è da rifletterci più di tanto, non ci sono diverse linee di lettura, in sostanza se non avessi saputo il regista non avrei mai detto fosse suo.
Ci sono tanti film che grosso modo sono paragonabili a questo, mi viene in mente ad esempio l’italianissimo El Alamein-La Linea del Fuoco, e Dunkirk a differenza di altre pellicole molto coraggiose ma apprezzatissime del regista, rischia di scomparire nel nulla. Perché è per quello che le ricordiamo, oltre che per la loro qualità: osavano.

Osavano mettersi alla pari coi grandi registi, continuare temi che si credeva fossero estinti, concederci la magia di credere al fantastico se questo ci restituiva poi le emozioni che andavamo cercando. La chiave di lettura, fornita alla fine, con cui rileggere e rivalutare l’intera pellicola.

Tutto questo in Dunkirk non c’è.

Quindi come valutarlo?

E’ un buon film? 

Sì, indubbiamente, da far vedere nelle scuole come dicevo.

E’ un film che aggiunge qualcosa al genere, o rispetto a quanto sia già stato detto da altri?

No. Si mantiene su standard classici. Dà del proprio, tra il ticchettìo e Hans Zimmer ma non si eleva sopra alla massa come altri film di Nolan.

Sto cercando di dire che preso a sé, se non si ha una buona conoscenza del genere, può essere un film molto gradevole per passare 100 minuti, se si apprezza l’Inghilterra e la storia inglese o se non danno fastidio quei rari momenti di propaganda e patriottismo.

Non è un film da vedere se si spera di riavere la Nolan-Experience, quel pugno nello stomaco tipico, i suoi capaci intrecci e la sua astrazione, i suoi sentimenti.

Dunkirk è un film che avrebbe potuto dare effettivamente di più, molto di più.