La riflessione su questo articolo nasce da due libri che ho dovuto leggere ultimamente: Il proiezionista (Abe Kazushige), di cui ho parlato nell’articolo scorso, e Il quaderno Canguro (Abe Kobo), di cui non ho parlato approfonditamente, almeno per ora.

Come si può intuire dal titolo la mia riflessione è incentrata non tanto su questi due romanzi quanto sulla tipologia che li accomuna: il romanzo onirico. Con questo termine mi riferisco in particolar modo a quelle opere che rimangono volutamente o velatamente ambigue nei riguardi del narrato, non permettendo al lettore di cogliere quanto sia “mimeticamente vero” e quanto sia “mimeticamente falso”. Lo specifico con “mimeticamente” perché è da ingenui ritenere che un romanzo rappresenti la realtà, esso sarà sempre in qualche misura un’opinione, una punto di vista dello scrittore esplicitato attraverso le azioni e le parole dei personaggi che interagiscono. Eppure, anche così, un romanzo ha perfettamente senso: attraverso la mimesi e la riproduzione di realtà posso spacciare le mie opinioni per reali e, tramite romanzo, convincere le persone ad una visione del mondo, la mia. Favole e Fiabe, ad esempio, svolgono questo ruolo propedeutico in una certa misura: Cappuccetto Rosso ci spiega perché è inopportuno disobbedire agli adulti e uscire dalla stradina conosciuta, Il canto di Natale ci insegna che la cupidigia è male, La bella e la bestia che l’aspetto estetico è secondario, e così via. In realtà si potrebbe confutare ciascuna di queste storie con altrettante antitetiche: come faccio a maturare e vedere il mondo se non devio mai dalla stradina conosciuta? La cupidigia non è anche una forma mentis di chi si preoccupa del proprio e dell’altrui avvenire, e cerca di mettere da parte delle risorse per stare più tranquillo? L’estetica ha un suo valore, ci piace ciò che riteniamo bello e pensiamo che il bello sia anche buono. E’ un primo meccanismo di difesa che va integrato, non azzerato.

Insomma, le storie sono punti di vista sul mondo; per qualcuno intrattengono, per altri insegnano e formano ma in generale non sono la realtà, cercano solo di rappresentarla come possono.

Tra tutte queste narrazioni ve n’è una però, e qui torno ai due libri iniziali, che mi dà profondamente fastidio, ed è proprio quella onirica. Chiariamoci subito:

Il romanzo onirico ha degli indiscutibili vantaggi, non ultimo il poter parlare liberamente e fare satira politica senza toccare persone o faccende reali. Ha anche un grado molto alto di valorizzazione poetica. Difficile in effetti distinguere tra poesia e sogno, molto spesso uno rinforza gli elementi dell’altro per mezzo della retorica affabulatrice e da ciò ne conseguono frasi contorte ma bellissime o frasi incomprensibili su cui ci sforziamo di trovare significati. Ed è questo il primo punto che contesto:

Frasi contorte, ossimori, figure retoriche, sono “falle” del linguaggio che molto spesso sono rivalutate dalla letteratura. Prendiamo un esempio banale: “Ti amo così tanto che se potessi avere una stima vagamente accettabile di questo amore corrisponderebbe al massimo numero possibile”

Bella, vero? Me la sono appena inventata. Il fulcro è quel collegamento tra l’amore che provo, che è soggettivo e non quantificabile, con un numero, che è oggettivo e quantificabile, rappresentato attraverso il linguaggio. Il massimo numero possibile non è di fatto possibile, eppure la mente afferra immediatamente ciò che intendo: se esistesse un numero così alto da riempire l’universo, quella sarebbe la misura del suo amore che dunque è tantissimo. Eppure non ho fatto altro che dare un inghippo al mio lettore senza di fatto sforzarmi né provare nulla: non ho quel numero, non so a quanto corrisponda, non esisterà mai quel numero e nello scriverlo non ci ho messo né sentimento né impegno. Ma se non aveste letto queste righe immagino che la frase vi avrebbe colpito molto, almeno i più romantici fra voi. Allora vediamo, come si distingue una frase scritta con sentimento da una frase scritta per lucrarci sopra? Non si può, in genere, perché abbiamo solo lettere e parole scritte, siamo noi ad attribuire significati alle cose. Queste sono indipendenti una volta scritte, e non è più possibile scindere il bello dal brutto (che attenzione, non significa “grammaticale” o “convenzionale”) o il sensato dall’insensato.

Diciamo che in genere tollero a bassi dosaggi sfoggi di retorica simile nei dialoghi di un romanzo, perché mi danno l’impressione di volermi colpire senza effettivamente darmi nulla. Un esempio è Il ritratto di Dorian Gray che tutti idolatrano per le profonde riflessioni che fa, quando invece sfrutta una tecnica retorica molto simile:

La sigaretta è il tipo perfetto di piacere: è squisita e lascia insoddisfatti. Cosa volere di più?

Il giochetto è semplice, invertire il buon senso comune: il Piacere è squisito ma dovrebbe lasciare estasiati, soddisfatti, non di certo IN-soddisfatti. Ma dirlo così è una figura retorica, uno straniamento che colpisce, e che per questo rimane. Se esistesse un generatore automatico di frasi simili penso che potremmo tranquillamente raggiungere se non superare questo livello qualitativo. Il che ovviamente non è una regola, molte altre frasi sono condivisibili:

Oggigiorno conosciamo il prezzo di tutto e il valore di niente

E’ abbastanza diverso però: il prezzo è numerico e sporco, riguarda i soldi. Il valore riguarda l’etica e i buoni sentimenti, è pulito e scarseggia. Morale: oggi imperversa il denaro e non più i buoni sentimenti. Qui viene espresso un concetto condivisibile e lo si fa attraverso un giro di parole più belle, è accettabile in tal senso, a differenza della sigaretta.

Ebbene, il mio discorso va a parare proprio sulla difficoltà che si incontra nel cercare di differenziare frasi scritte “automaticamente”, semplicemente sfruttando un effetto straniante o sorpresa, e frasi più o meno veritiere. Di fatto non è veramente possibile, proprio perché siamo noi ad attribuire significati alle cose e a investirci sopra dei sentimenti. Io ad esempio non fumo, qualcun altro potrebbe trovare molto profonda quella frase, seppur costruita a tavolino.

Ma se Dorian Gray ancora ancora rimane coi piedi per terra, che dire allora di un romanzo intero costruito così?

Alice nel Paese delle Meraviglie, ad esempio, è molto onirico. Però si capisce fin da subito che siamo entrati in un altro mondo, e da quel mondo poi ci usciamo.

E se invece il romanzo non ti desse gli strumenti per capire se si tratta di un sogno o meno? Se rimanesse volutamente ambiguo? O se, al contrario, fosse completamente immerso nel sogno? Questo è il caso di cui parlavo inizialmente: Il proiezionista è un romanzo che non ti fa capire quanto sia “proiezione” e quanto sia reale. Ne ho già discusso e fondamentalmente non mi è piaciuto, perché non mi permette di capire quanto sia immaginato dal protagonista e quanto effettivamente egli abbia fatto nella sua vita.

Parlando di Abe Kobo invece si tocca un argomento non dissimile anche se molto più ragionato: il nonsense unito al sogno. Il protagonista del Quaderno Canguro ha dei germogli di daikon che gli crescono sulla gamba (?), finisce in un ambulatorio dove la cosa non è gestita con professionalità e il dottore vomita perché a pranzo aveva mangiato proprio daikon. Gli vengono consigliate terme sulfuree e finisce così all’inferno (?) dove dei bambini cantano una litania incomprensibile (?). Il protagonista viaggia su un letto d’ospedale mosso dal pensiero (?), incontra la madre morta che lo combatte (?) un’infermiera vampiro (?) per poi finire in un altro ospedale dove si tratta il tema dell’eutanasia, dei dolcetti preferiti, delle fotografie pornografiche che un padre fa alla figlia (???) e così via, in un crescendo di situazioni completamente nonsense.

Ho letto cosa scrive l’autore in proposito [1] e dice che vorrebbe un pubblico disposto a lasciare da parte la razionalità che usa tutti i giorni, vorrebbe un pubblico in grado di lasciarsi trasportare e soprattutto dice che per lui l’arte, la letteratura, non è scrivere con un preciso programma in testa ma anzi scrivere sulla base dell’ispirazione del momento. Specificherà anche che lui scrive solo se ispirato, quando la storia prende il sopravvento da sé e si scrive “da sola”.

Addirittura Abe Kobo lasciava un registratore sul comodino per annotarsi i sogni prima che se li dimenticasse, per poi usarli nelle proprie opere. Romantico, vero?

Eppure è qui che cominciano i miei problemi con lui. Se usi i tuoi sogni come storie, qual è la differenza sostanziale tra te e un generatore automatico di storie nonsense? Se tu scrivi, e lo ammetti tu stesso, senza riflettere su cosa tu stia scrivendo ma abbandonandoti completamente al caso, all’ispirazione del momento, se mi chiedi di abbandonare la mia razionalità, come posso io farmi un’idea di cosa tu sia e cosa abbia scritto?

Il romanzo onirico, in particolare quello di Kobo ora, mi chiede di essere letto senza spirito critico, senza fare analisi e recensioni (cosa che comunque si può fare entro certi limiti, ma senza poi cogliere un significato finale) e questo per me rappresenta un problema perché per capirti ho proprio bisogno della mia razionalità in primis.

E non riesco a trovare un metodo per distinguere cose scritte completamente a caso, o con le tecniche retoriche di prima, da cose artistiche e profonde, se non il mio gusto personale. Nel romanzo onirico qualsiasi cosa può, di fatto, essere scambiata per qualcosa di meraviglioso e profondo, se non mi fai tenere le basi per capire.

Allora è necessario che io crei da me delle linee guida per venirti incontro, perché è abbastanza ovvio che non posso giudicare un sogno come giudicherei un evento reale, giusto? Il sogno va trattato per quello che è, una bolla di sapone che esplode appena svegli, sempre che non lo si consideri premonitore in qualche maniera.

Il romanzo onirico non ammette critiche o analisi, perché puoi solo cercare di trovare tu significati nascosti, e quando non ce la fai perché troppo criptico (o scritto a caso) è un problema tuo, non suo. E’ un sogno, no?

Ecco allora la rivelazione: il romanzo onirico è come una persona speciale. Le sorridi, le batti una pacca sulla spalla e la incoraggi ma di fatto non la fai gareggiare coi campioni olimpionici quando occorre. Fai olimpiadi fatte apposta ma non lo accosti a niente e nessuno che non sia “speciale” quanto lui. Il romanzo onirico non può avere un voto realistico, se ne parla, se ne discute, ma in generale gli dai “accettabile” anziché 7+ o 8 e 1/2.

Dunque è così che ho deciso di trattare romanzi onirici come quello di Kobo e quello di Kazushige: non mi fanno capire quanto siano reali, quanto sia vero quello che dicono, mi chiedono addirittura di non valutarli, e allora non li valuto, perché hanno una categoria speciale tutta per loro. Nel mio caso però è ovvio che quella categoria speciale valga veramente poco, proprio perché è impossibile distinguere una buona retorica o sogni o cose scritte a caso da arte profonda. Così come accetto chi mi dice che il romanzo onirico sia fortemente espressivo, che distrugga gli stereotipi e sia libero dalle dinamiche del mondo proprio come un sogno. E vabbè, se parli di un mondo tuo a qualcuno potrà anche piacere, altri sono legittimati a dirti che quel mondo se non ha attinenza con questo e se non mi racconta una storia comprensibile non ha praticamente nessun valore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Gianluca Coci, Utopia, Sperimentalismo e rivoluzione nell’opera di Abe Kobo

 

 

 

 

 

 

 

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