Abe Kazushige: Il proiezionista (Indivijuaru purojekushon)

Il proiezionista è un libro che ho dovuto leggere per un esame, questo va premesso per far capire che non sono stato io di mia iniziativa a sceglierlo. Vero, ho dovuto comunque selezionarlo da una lista ma i criteri sono stati: minor numero di pagine possibile (dovevo sceglierne tanti, capitemi), trama intrigante, eventuali collegamenti con altre opere e così via. Una cosa immediatamente attira la mia attenzione sulla quarta di copertina:

Una storia che combina soprannaturale e reale. L’autore, pluripremiato, ravviva la letteratura poliziesca con una robusta iniezione di Tarantino.

E’ fatta. Non mi baso mai sui vari “il premio oscar consiglia” o “pluripremiato” ma a leggere “poliziesca” e “Tarantino” mi si accende la spia dell’interesse. E leggiamolo, questo bel libro. Da qui ci saranno alcuni inevitabili spoiler sulla trama.

Detta molto brevemente, la storia narra di un ragazzo che fa il proiezionista in un cinema di seconda categoria dove sono soliti riunirsi membri della Yakuza. Conduce una vita tranquilla intervallata giusto una volta da dei teppisti che insieme ad un compagno pesterà a sangue, per poi rivelarci che le abilità di combattimento del protagonista non sono innate ma sono state imparate in una scuola della <<pura trascendenza>> da parte di un sensei che pare essere stata una spia, insieme ad altri ragazzi.

La storia, dal raccontare di un ragazzotto di periferia e delle sue scaramucce, passa al macroscopico a parlare di Yakuza, interessi politici, intrighi spionistici fino ad arrivare ad un ordigno atomico sottratto proprio ai gruppi mafiosi. Il bottino è troppo ricco, va nascosto. Non molto tempo dopo, però, alcuni membri della scuola muoiono in un incidente, un fatto troppo sospetto per essere casuale. Il protagonista sospetta siano stati uccisi, deve solo capire da chi. A infittire il tutto, un suo compagno, Inoue, gli passa una pellicola sulla quale il protagonista si convince ci sia un codice da decifrare per trovare la famosa bomba di cui sopra.

Esauritasi questa parte tutto sommato razionale -banale ma nella norma-, il protagonista comincia ad avere delle “visioni” se così si possono chiamare, riguardo alle persone che lo circondano. E così, un ragazzotto che aveva conosciuto qualche tempo prima, e che aveva ucciso uno yakuza con degli stecchetti di metallo si scopre non esistere, e lui allora capirà di essere quel tale. Anche Inoue, dopo un po’, sembrerà un personaggio frutto della fantasia del protagonista: la cosa viene anche marcata dal fatto che nell’andare di nascosto a casa sua il protagonista riesce a tornare a casa propria.

Qui fermo un attimo la trama per dire come io lettore cominciavo a immaginarmi il finale. La storia sembra pescare a piene mani da quel mare letterario-cinematografico in cui un protagonista scopre che la propria realtà è il frutto di un sogno o di una manipolazione come in Fight-club o in Shutter Island, la qual cosa mi intriga perché è anche una forma di dissertazione filosofica sui modi attraverso cui percepiamo la realtà, la valutiamo, la scambiamo per i nostri sogni, e così via. Tutte queste storie, si noti, hanno nel finale un “innesco” grazie al quale si riesce a capire chi “mente”, chi è reale e chi no, e il lettore-spettatore capisce la “realtà” distinguendola dalla fantasia. Mi immaginavo dunque una situazione simile a questa.

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La trama prosegue con alcuni momenti apparentemente gratuiti di violenza, di riflessioni del protagonista sempre più infermo, sempre meno razionale, teso a dubitare di tutti, persino di se stesso. Tuttavia la storia continua, alcuni sopravvissuti della scuola non lo riconoscono e non capiscono cosa dica a proposito di ciò che ha con loro vissuto, paiono essere due perfetti estranei con indosso solo i nomi dei corrispettivi personaggi. Il cinema va a fuoco e una volta dimesso il protagonista si ritrova davanti Inoue, quell’altro allievo della scuola della Pura Trascendenza che sembrava essere mai esistito, con l’ordigno nucleare in macchina. Dice che non ucciderà il protagonista ma che in sostanza deve tenere la bocca cucita su tutto.

Nel finale, il protagonista insieme ad una ragazza in un centro commerciale chiacchierano amabilmente quando lei gli fa notare che dei teppisti lo guardano insistentemente: sono gli stessi dell’inizio.

Blocco ancora una volta per provare a esprimere come io lettore avessi interpretato questa parte: Dunque, un personaggio (quello che uccide lo Yakuza con gli stecchetti) è finzione perché non compare più. Inoue invece ricompare, quindi non è frutto della fantasia del protagonista (o forse sì?). Gli altri vari collegamenti al mondo della mafia invece paiono solo voler distrarre dagli elementi importanti. Non c’è un cardine che spieghi lo stato mentale del protagonista o cosa sia successo in realtà, non viene spiegato se queste “storie” narrate non siano in realtà i film che lui proiettava con una certa noia che sono poi state adattate su misura e da lui reimmaginate sotto forma di sparatorie e pestaggi. Rimane ancora un ultimo passaggio, ovvero la relazione del vecchio sensei (che si era scoperto pedofilo, nei confronti di una parente del protagonista) su un tema che il protagonista aveva precedentemente scritto su Julio Iglesias, autore che adora e che gli procura erezioni. Anche qui niente, viene spiegato il senso di una canzone senza che ci siano collegamenti alla storia -quantomeno esplicitati- o, se ci sono, io non li ho proprio colti.

Io lettore mi ero anche immaginato che in realtà il protagonista fosse il sensei stesso, che avesse abusato di una sua parente e per questo impazzito, o che il sensei fosse morto in prigione per sviare le attenzioni da quel personaggio, come da abitudine di diversi gialli, o addirittura che fosse tutto un piano di Inoue per eliminare la concorrenza e godersi il bottino in santa pace. Nessuna di queste linee di lettura viene confermata, nessuna azione, in verità, viene né negata né confermata. Ed è qui che scatta la delusione e anche la mia analisi a proposito.

Ci sono alcune forme di narrazione in cui non si distingue tra sogno e realtà, e mi sta bene, perché in generale sono esplicitate come in Alice nel paese delle Meraviglie e si entra in un mondo nosense dove si può usare satira politica su personaggi fittizi e caricaturali per intervenire nel presente, ove magari vige la censura. Quello che però riesco a mal digerire è quel tipo di storia dove alla fine, per rimediare una situazione altrimenti impossibile, si usa l’escamotage del sogno. Il protagonista si risveglia e tutto ciò che è successo è stato finto. A quel punto che senso aveva quella storia? Nessuno è cresciuto, nessuno ha maturato esperienze, e posto in una situazione difficile se ne esce senza problemi perché tanto, chissenefrega, è un sogno. La vita non è esattamente così e il messaggio che mi lancia questa tipologia di finale lo trovo odioso oltre che inutile e dannoso talvolta. E’ anche vero che il sogno “premonitore” viene usato in alcune storie per cambiare l’attitudine di un personaggio, come Scrooge, ma parliamo appunto di storie un po’ infantili che vanno bene per spingere buoni sentimenti nelle fiabe o sotto natale. Fuori da questi contesti usare un escamotage simile è banalizzante.

Al contrario, quando la narrazione riesce a collegare i vari punti “onirici” della storia ricompattandoli in una matassa chiara e omogenea, ho l’impressione di avere davanti una storia che vuole sì prendermi in giro ma poi si scusa offrendomi oltre che una bella storia anche la verità, che io avrei potuto, come in un buon giallo, desumere, ma che non ho fatto per mancanza di indizi dati solo alla fine.

Se su questo possiamo concordare, il genere “onirico” è molto simile al poliziesco, con una ricerca continua di indizi volti a ricreare la realtà, anziché alla ricerca di un colpevole. Ne Il Proiezionista la realtà sembra essere messa da parte dal protagonista stesso così come molti personaggi secondari che non ho citato perché a conti fatti sembra non importargliene molto. E, citando il Nostalgia Critic, se non importa alla storia narrata, perché dovrebbe importare a noi?

Questo tipo di narrazione oniricheggiante pare più essere una scusa per far accadere cose a caso e poi non collegarle da un filo conduttore. Anche l’intento satirico pare essere ridotto al minimo checché ne dicano i vari saggi su Abe, che pure ho letto [1] , perché viene sì citata la Yakuza, la mafia giapponese, e anche un personaggio che sembra praticare bondage (?) con la propria donna ma per il resto? Si può veramente definire “affresco” di una società, con elementi così fugaci, così veloci e per questo così inafferrabili e spesso inconcludenti?

Cosa dovrei dedurne da questa storia? Che esiste la mafia, gente strana, la violenza o gente che sogna? Grazie, non ci sarei mai arrivato.

E parlando del “crimine” più grave ai miei occhi di questa storia, è che Tarantino non viene solo citato da altri ma pare essere proprio fonte di ispirazione per Abe Kazushige nello scrivere questo racconto. Infatti sono presenti i due elementi che io reputo elementi <<chiave>> nelle pellicole del regista, ovvero i dialoghi iperrealistici e la violenza esagerata dagli intenti ludici. In questo libro sono presenti dialoghi che cercano di scimmiottare il “quarto di libbra con formaggio” o la discussione sulla guardia del corpo e il detenere un’arma, solo che Abe fa parlare i suoi personaggi di politica e di filosofia spicciola. L’autore capisce che dovrebbe dare un’impronta seria al dialogo, e farlo apparire comunque realistico, ma non ci riesce. Infatti Tarantino è un maestro perché rende un discorso sui massaggi ai piedi come qualcosa di incredibilmente serio, argomento di discussione che può creare fazioni (se sia sessuale o solo sensuale) e approfondimenti. O ancora, le differenze sul sistema metrico decimale, se sia lecito o meno per una donna detenere un’arma, che valore abbia un orologio tenuto nel sedere dal padre in un campo di prigionia, e molte altre ancora. Discutere invece, come nel libro, di argomenti come l’eugenetica certo dà l’impressione di affrontare argomenti importanti ma se poi i tuoi dialoghi non sembrano naturali e sono solo stucchevoli è unicamente fumo negli occhi, come l’intera storia.

John Travolta, Samuel L. Jackson, Pulp Fiction

La violenza. La violenza è poca in realtà, e quando presente sembra essere totalmente gratuita ancora più che in Tarantino. I ragazzotti vengono pestati a sangue perché, ok, hanno minacciato e umiliato un collega del protagonista. Lo yakuza invece viene ucciso nella notte con degli stecchetti di ferro in gola perché…perché l’autore ha capito che regnava la noia e doveva ficcarci un cadavere totalmente a caso. La cosa non si traduce neanche in un problema per il protagonista, come poteva sembrare:

1) Lo uccide il mio amico

2) Il mio amico è frutto della mia fantasia

3) In realtà l’ho quindi ucciso io

4) La polizia cercherà me

No! Tutto finisce all’acqua di rose, con un incendio mai spiegato e un sacco di nodi che non vengono al pettine.

Una storia, in sostanza, inconcludente che non è né carne né pesce. Non vuole essere seria perché non si impegna, non vuole essere satirica o onirica al 100% perché alcuni elementi stridono tra di loro. Non beneficia solo della violenza per adolescenti o dei discorsi pseudo intellettuali, non beneficia neanche di una storia articolata a ben vedere ma solo di situazioni che è difficile gestire temporalmente. Non esiste un vero colpevole, o non è esplicitato, non esiste una vera ricerca del suddetto se non in mille elucubrazioni del protagonista.

Non basta cercare di riprodurre una buona formula, se poi usi ingredienti e qualità diverse; qui Abe si vede che cerca di imitare più stilemi, forse addirittura più tipi di storie, e non gliene riesce bene neanche uno perché sono incollati tra di loro con lo sputo. Non si potrebbe neanche definire sperimentale perché non c’è niente che sia veramente innovativo, è solo una storia banale che non punta a niente in particolare.

E mi stupisce che qualcuno la apprezzi anche, cercando di attribuirle significati profondi e complessi.

 

 

 

[1] Gianluca Coci, Agli antipodi della capitale: il caso di Abe Kazushige e la saga di “Jinmachi”