Passo 5: Elementi di Critica

Specifico subito che per me Critica ha valore Kantiano, ovvero di “valutazione”. Come tema lo inserisco nei miei assiomi perché è un insieme di elementi che uso spesso per analizzare il mondo testuale che mi circonda. Da quando ho conosciuto l’approccio Semiotico e Sociosemiotico, l’analisi del testo, del linguaggio, della stilistica, ho aggiunto molti più elementi di quelli che avevo prima per valutare ciò che vivo.
Partiamo da una domanda:

Perché valutare il mondo in cui viviamo? (Con mondo si intende l’insieme delle cose con cui entriamo in contatto, fossero anche cartoni animati o fumetti)

In realtà i motivi potrebbero essere i più disparati, e qualcuno potrebbe perfino non averne. Si può benissimo vivere senza valutare o fare ragionamenti su quel che ci circonda. Un albero E’, chissene importa di cosa sia nello specifico o di cosa significhi per me, saranno botanici e poeti a pensarci. Per me questo modo di pensare, nonostante i luoghi comuni aristocratici, è assolutamente legittimo. Non tutti hanno voglia o capacità per arrovellarsi sulle cose del mondo. Del resto dico sempre che si vive per essere felici, non per essere novelli Socrate tutti quanti.

Tuttavia, pur rispettando questo modo di vedere le cose, io invece trovo interessantissimo pormi questioni su ogni cosa che mi circonda e con cui entro in contatto. Una valutazione a priori e posteriori mi aiuta a chiarire meglio a me stesso quale sia la mia posizione nel mondo, quali siano i miei bisogni, fisici o intellettuali, chi io sia, la mia identità.
Interrogarmi sulle cose, e valutarle poi, mi aiuta quindi a vivere meglio. Come già spiegato nei miei articoli L’oggettivo Assoluto e L’oggettivo Relativo, avevo già scritto che per me termini come “realtà”, “verità”, “oggettivo”, “concreto” hanno un significato fluido, di volta in volta negoziabile, anche se esprimono concetti molto forti. Quando io parlo di una cosa oggettiva parlo in realtà di un campo molto ristretto di cose come la materia (il tutto sempre dando per scontata l’affidabilità dei sensi, senza la quale ogni discorso cadrebbe)mentre per molte persone sono erroneamente oggettivi anche elementi riscontrati in lettura, o visivamente, senza alcun aiuto o intercessione esterna mediata da un minimo di senso critico. Per fare un esempio, l’italiano medio che guarda Le Iene e postula che sia tutto vero perché “In video lo hanno fatto veramente”. Ma non solo, anche chi mi dice cose come “Il signore degli Anelli è OGGETTIVAMENTE il miglior fantasy di sempre”. Sono cose che una mente con spirito critico e con un minimo di basi di logica e studio alle spalle non possono e non devono accettare senza prima imbastire un sano discorso decostruttivo prima, ricostruttivo poi. Ed è questo il mio obiettivo in questa sede. Elencherò tutti gli elementi che io uso per valutare il mondo testuale che ci circonda, cosa che ripeto essere estendibile a fumetti, anime, film e qualcosa anche alla musica, e spiegherò perché certe posizioni, anche se in qualche misura rispettabili, son più deboli di altre.

Introduzione

  1. Che cos’è una storia?

Secondo Prince una storia è composta da una situazione iniziale, una finale, e una situazione di transizione al centro. Servono dunque 3 elementi minimi per formarne una di senso compiuto che venga percepita come tale.
Il mondo delle storie è strettamente interconnesso con noi e la nostra psicologia

<<Ora ti racconto una storia>>
<<Ho avuto una storia con lei>>
<<Vedi di non raccontare storie>>

Molti significati, ma in generale si può ricondurre a degli eventi ordinati cronologicamente. Ad esempio, dire: Paolo sparò. Estrasse la pistola. Paolo aveva una pistola è una sequenza di eventi non ordinata cronologicamente, non ha senso.
Paolo aveva una pistola, la estrasse e sparò invece ha senso, è logico, evoca in noi il senso dell’esperienza e della consuetudine, dunque è un racconto di fatti e, anche se banale, una piccola storia.

2. Come nasce in noi la percezione delle storie?

Secondo la Narratologia, corrente della Semiotica, e secondo studi delle scienze cognitive, l’infante inizialmente possiede uno stato intellettivo quasi quiescente in cui percepisce che su di lui agiscono forze esterne incalcolabili. L’esperienza, il linguaggio, la voce dei genitori e altri elementi concorrono a creare in lui delle distinzioni intellettuali. Ciò che prima era tutto un miscuglio di cose e suoni comincia, se ogni cosa ha un ordine o un nome, a prendere senso. Quando il bambino butta i giocattoli dal seggiolone oltre a divertirsi sta sperimentando il mondo intorno a lui, sta scoprendo, cioè, che il giocattolino torna su dopo esser caduto, e torna a farlo finché l’adulto non si stanca. Quando il bambino piange adotta lo stesso meccanismo: vuole qualcosa e ha scoperto che piangere è un modo per ottenerlo.
Ad un certo punto del suo sviluppo cerebrale il bimbo ha sufficiente coscienza di una parte del suo mondo, e comincia a operare distinzioni via via sempre più complesse: l’assenza e la presenza. Sono questi due fattori a giocare un ruolo chiave nella sua esperienza e nella creazione di una “storia” nel bambino. Se la mamma è presente, sono presenti anche tutti quegli elementi a lei collegati: latte, coccole, la sua voce, il battito del suo cuore, protezione. Se lei manca, vengono irrimediabilmente persi anche tutti quei vantaggi. Il bambino comincia quindi a capire cosa può portargli beneficio e cosa no a seconda di chi c’è e chi non c’è. La presenza di un padre autoritario, al contrario, potrebbe voler significare per lui “mangiare tutto” o “stare composti”.

3. Qual è il senso delle storie?

Il senso non è mai qualcosa di definito e ontologico, è piuttosto un risultato di una mediazione di forze in gioco tra le persone che hanno interesse in quel significato o che ne fanno uso frequentemente. Un significato non è mai fisso nel tempo, non è mai oggettivo e cambia sulla base di chi lo usa e di come lo usa.
Ad esempio, anticamente “Poesia” era il termine con cui si intendeva quella che oggi chiamiamo “Letteratura”. La tecnica, le invenzioni, le rivoluzioni, i personaggi illustri, sono tutti elementi grazie ai quali il senso delle cose continua a mutare inesorabilmente.
Tuttavia guardando alla storia è possibile tracciare un limite significativo per alcuni significati per quanto riguarda le storie, o la Letteratura in generale.
-C’è chi pensa che la Letteratura debba formare e istruire le persone, e debba dunque avere una morale.
-C’è chi pensa che la Letteratura possa anche essere solamente piacere e intrattenimento.
-C’è infine chi pensa che possa essere una buona mediazione tra le due.

In ogni caso tutto è destinato a due cose in particolare: a significare qualcosa (anche lo star zitti e non dire nulla per qualcuno significa qualcosa) e a veicolare emozioni.
Le emozioni non sono controllabili né quantificabili, in genere sono un prodotto di una tensione differenziale tra ciò che è e ciò che sarebbe dovuto essere.

Indignazione: Qualcuno ha fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare.
Vergogna: Io non ho fatto quello che avrei dovuto fare.
Rabbia: La situazione attuale, o una persona, sono molto diversi da come secondo me dovrebbero essere.
Parsimonia: Ciò che ho potrebbe non bastare per la situazione che immagino avverrà.
Orgoglio: Ho fatto quel che avrei dovuto, o forse anche di più.

Quando leggiamo trasferiamo queste emozioni da noi stessi ai personaggi coinvolti. L’antagonista è odiato e scatena la rabbia perché fa ciò che non dovrebbe fare: danneggia il protagonista o rapisce la principessa.
Quando il protagonista vince sul nemico e riscatta il proprio nome siamo contenti, perché la situazione torna come sarebbe dovuta essere.

Quindi, se si usa la definizione di cambiamenti di stato data da Prince per le storie, appare chiaro che ad esse siano correlate delle emozioni almeno potenziali, e lo scrittore scrive anche al fine di risvegliare queste emozioni nel lettore per coinvolgerlo.

I primi elementi di critica vanno quindi scremati con un setaccio iniziale:

4) Cosa è veramente oggettivo

Questo passaggio credo non richieda altre spiegazioni, rimando ai miei articoli linkati sopra. E’ necessario scremare di molto la nostra percezione di “oggettivo” a quei pochi elementi che sono veramente validi per tutti. La lettura di una storia, ad esempio, anche se mediata da parole scritte oggettivamente, si affida in larga misura all’interpretazione umana soggettiva. Ecco spiegato perché anche essendo massimi fan di un libro non potrete mai arrogarvi il diritto di decidere a vostro arbitrio la corretta interpretazione dei suoi significati.

5) Gli strumenti intellettuali di critica

Quel che va subito chiarito è che l’analisi di qualcosa non può mai essere completa, organica, soddisfacente al 100% o cristallina a tutti. Men che meno posso farlo io, che dispongo anche di meno strumenti di quel che vorrei per poterlo fare.

Per esaurire una critica totale si dovrebbe saper discettare non solo di Semiotica ma anche di Filosofia (del linguaggio anche), di Linguistica, di Storia della Letteratura cui appartiene l’opera, di analisi strutturale, morfologica e pragmatica di un testo. Cinematografia, Narratologia, teorie della traduzione e molte altre ancora. Appare subito chiaro che una persona normale si dedicherà a quel che ritiene più proficuo e importante in una storia, coerentemente con quelli che sono i suoi ambiti di studio.
Il mio intento non è demolire qualsivoglia analisi alla radice, quanto piuttosto dare coscienza al lettore della parzialità di ogni analisi intrinseca al modo, agli strumenti, all’opera. Tutto ciò che si può fare è cercare di essere il meno riduttivi possibile e, come in campo scientifico, rimanere aperti a tutte le teorie, per quanto strambe possano apparire all’inizio. E’ questo quindi che vorrei incoraggiare con le mie analisi critiche, mettere da parte i luoghi comuni per una visione armonica e globale di un testo, non dettata dal sentire emotivo del momento o da fazionismi di sorta ma dall’amore per l’analisi in sé.
Gli strumenti che propongo io non sono i soli, non saranno i migliori, ma ci sono, e fanno un lavoro discreto, grazie al quale si può tracciare un confine sensato nella massa informe di significazioni che un testo può assumere.

5.1. Sincronico/diacronico

Ferdinand de Saussure utilizza questi due termini come ben spiegato qui per la lingua, intendendo una distinzione tra la lingua che è presente oggi, parlata da una massa (Sincronia) e la lingua così com’era nel passato (Diacronia). I due termini non sono sovrapponibili con “presente” e “passato” come fa notare l’articolista, ma in buona misura ci danno una vaga idea sul come gestire un testo. Molto spesso ad esempio si critica qualcosa ritenendo che non sia “recente” o che trasmetta valori “arcaici”. Di un libro che difenda, supponiamo, lo schiavismo, come questo qui, addirittura di Aristotele, potremmo criticarne l’intento o i contenuti?
E’ possibile farlo con i valori che vuole trasmettere sullo schiavismo come pratica accettata, oggi non accettata, ma non possiamo farlo mettendo al bando il libro e l’autore alla gogna per le sue intenzioni in quanto secondo alcuni lo schiavismo (e tante altre cose oggi comunemente accettate) sia sempre oggettivamente qualcosa da rigettare, e dunque Aristotele avrebbe commesso fin dall’inizio un errore a sostenere tale pratica.
Questo è un chiaro esempio di un errore molto comune: non capire che valori oggettivi non esistono e non esisteranno mai in nessuna società, essi non sono che il risultato di una mediazione tra poteri in gioco, bisogni e sentire personale. Se avessero vinto i Sudisti molto probabilmente oggi staremmo parlando di quanto erano buonisti i Nordisti e quanto bislacche le loro idee di libertà per tutti, anche se diversi. La storia peraltro conferma questa ipotesi visto che ad alcune colonie alleate coi Nordisti fu concessa una proroga sullo schiavismo, che Lincoln prima di scendere in guerra cercò una mediazione pacifica, e che il Sud si basava prettamente sull’agricoltura e sulla coltivazione di cotone e tabacco, mentre il nord si basava già su commercio e industria. Non era mica un valore storicamente buono che vince sui cattivi, era un’ideologia utile ad una guerra che ha poi vinto e si è affermata nelle menti di tutti. Ciò non toglie che possa essere continuamente messa in gioco. Facciamo l’esempio di uno statista che per risolvere la questione immigrazione proponga di reinserire lo schiavismo, ma sotto altro nome, come modo per aiutare con sinergia noi e loro: loro verrebbero pagati con vitto e alloggio, fosse anche una cantina (che sarà sempre meglio di una strada), in cambio dovrebbero assolvere alcuni compiti semplici come portare i bambini a scuola, fare da scorta alla signora di casa e così via. Non ci sarebbero padroni, né tantomeno avrebbero diritto di vita e di morte, ma avrebbero comunque delle pretese. Come chiamarla una forma simile?
<<Aiuto reciproco>>, <<Neocontrattualismo>>, <<Rapporto coercitivo di aiuto sinergico.>>
E dunque la vecchia idea di schiavismo sarebbe superata dialetticamente, ma una nuova si farebbe strada, come mezzo per uscire dalla crisi passando sull’etica che vede le persone uguali. Cosa comunque testimoniata da varie forme di sfruttamento umano che, non si chiameranno schiavismo, ma sono una nuova configurazione più accettabile dello stesso. E questo secondo me funziona tutte le volte che si ripropone qualcosa di già visto ma parzialmente modificato o integrato sotto altro nome: come considerare la cosa? Col vecchio nome, pur presentando analogie, o come un fatto nuovo, avendo nuovi elementi?
Ad esempio, un neofascismo che abbia idee patriottiche e di superiorità dell’uomo mediterraneo (qualunque cosa sia) ma che non preveda censura o azioni violente, per le quali il fascismo è criticato, sarebbe ancora fascismo? Sarebbe una nuova forma? Come comportarsi? La Chiesa, che ha avuto la Santa Inquisizione, per me è una prova: essa mantiene intatto il suo potere, dunque la Chiesa si difende dalle critiche alle atrocità commesse con gli stessi argomenti:
-La Chiesa di oggi non è più come quella di allora
-La Chiesa di oggi non usa più i metodi di allora
-Non possiamo pagare noi per le colpe dei nostri padri
Qual è la differenza? Che schiavisti, fascisti e nazisti han perso il loro potere per far valere le loro idee, la Chiesa, pur avendo commesso atrocità se non peggiori molto simili, ha ancora oggi sostenitori. E sono dell’idea che questo valga per ogni valore in gioco: è sufficiente che un potente manipoli una massa per renderlo legittimo. Mentre invece si ritiene oggettivamente vero solo ciò per il quale nessuno ha più la forza, dialettica o militare, per far valere una posizione simile. Nella creazione di valori la massa delle persone, l’esercito, il carisma, sono tutti elementi che concorrono a creare la realtà che viviamo, bisogna quantomeno analizzarle tutte.

Dunque ogni libro non è che il prodotto di una cultura, e ogni autore non fa che ricapitolare la propria, e valori che siano sempre accettati e condivisi ovunque non esistono in realtà. E’ il contrario: il vincitore di una guerra (anche politica) impone le proprie idee e su di queste si costruisce l’etica del “buono”.
Non solo, nella vita quotidiana le cose che critichiamo in altra sede sono comunemente accettate. Detenere animali, anche se non necessario, per compagnia, e castrarli e decidere per loro, non è una forma di schiavismo? Certo, gli animali non sono uomini, quindi lo schiavismo va bene basta che sia su esseri inferiori? Esiste già chi la pensa diversamente: vegani e animalisti. Per alcuni di loro noi stiamo vivendo una forma di schiavismo 2.0, così come si criticavano gli antichi negrieri loro oggi criticano noi. E dunque stiamo vivendo oggettivamente un valore sbagliato? O è giusto e rimarrà tale fin quando una massa o un esercito non ci imporranno di vederlo come sbagliato?
Ho voluto sproloquiare un poco in questo piccolo excursus perché mi serviva per far capire che libri che difendono posizioni che oggi riteniamo arcaiche o superate in realtà non facevano che difendere la situazione che comodava all’epoca, come oggi facciamo con ciò che ci comoda.
Quindi no, Aristotele che difendeva la schiavitù non era stupido, era figlio del suo tempo e il suo libro non è considerabile oggettivamente come spazzatura.
E’ possibile semmai ribadire che OGGI, e dunque con l’elemento sincronico, la schiavitù come allora era intesa sarebbe totalmente illecita. Questo avrebbe senso.
In un contesto diacronico, che prevede quindi anche l’elemento temporale, questo non si può fare, e se ne deve tener conto per non incappare in errori grossolani.

Altri esempi si potrebbero fare con libri che promuovono idee oggi ritenute stupide come Twilight, spesso attraverso meme o cultura internettiana come
Still a better love story than twilight
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oppure
Harry potter ti insegna a credere negli amici, Twilight a trovarti un fidanzato

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Queste sono analisi parziali e faziose, allo stesso modo potremmo dire: “Twilight mi insegna a superare le avversità con le mie forze, Harry Potter le supera con l’uso di una bacchetta magica” oppure “Twilight sviluppa l’amore in 4 libri e insegna ad aspettare il matrimonio, Harry Potter sviluppa tutto in retroscena nell’ultimo capitolo” oppure ancora “Harry Potter in quanto personaggio è insipido, banale e privo di una psicologia ben definita, ma le persone associano questo stereotipo a Bella, non a lui”.
A decretare il successo di un meme, e dunque di una posizione ideologica, è una massa quindi. Da un testo si possono cogliere a piacere gli elementi che di volta in volta ci servono per demolirlo o apprezzarlo ma questo metodo non esaurisce la critica ai contenuti.
Poniamo caso che veramente Twilight voglia promuovere l’idea di una donna dipendente da un uomo. E’ un’idea superata dialetticamente? Non esistono assolutamente donne che per non lavorare fanno le casalinghe mantenute?
Da una parte c’è chi vuole l’emancipazione della donna, e critica testi in cui questa è sottomessa o da lui dipendente, ma dall’altra c’è il diritto di altre donne a farsi mantenere, se possiedono la bellezza o l’intelligenza necessaria. Non è propriamente una posizione stupida né inusuale (esistono anche casi maschili, sia chiaro) ma è stigmatizzata dalla massa che si fa più sentire. Perché?
Perché è appunto strumento delle masse per cercare di condizionare gli altri, laddove la legge o l’etica non arrivano.
Ti fai mantenere mentre io sgobbo? Allora vuol chiaramente dire che sei inutile e che io sono emancipata, tu no.
Questo è un luogo comune, ma è un mezzo di difesa contro una persona che vive meglio di noi senza dover lavorare, e che è comunque emancipata ma che di quell’emancipazione ne fa quel che vuole.
La maggior parte della società DEVE sgobbare, per cui non è bello vedere le nostre eroine NON sgobbare o farsi fare i compiti dagli altri.
Ciò non toglie che anche qui abbiamo due fazioni in gioco, ognuna con le sue motivazioni, e che non esiste un argomento, che non sia un luogo comune o un meme, per demolire definitivamente una delle due.
A maggior dimostrazione porto l’esempio di Hunger Games, opera in cui la protagonista ha la caratterizzazione di una qualsiasi Bella, la classica belloccia che si risveglia amabile e abile, ma non viene più di tanto criticata perché a differenza di Bella lei sgobba, e lavora da sé. Ha l’amore, ma non viene calato dal cielo, in un certo senso se lo guadagna. Questo il pubblico vuole vedere, gente che fa cose riconducibili alla vita reale, e  non scorciatoie.

Per questo io sostengo che non è possibile dichiarare cosa sia oggettivamente valido e cosa no, eccezion fatta per la distinzione sincronico/diacronico. OGGI non sono accettate certe cose, e possiamo rilevarlo. Che sia SEMPRE stato così o che SEMPRE SARA’ così è falso.

 

5.2. Interpretazione

Anche quando si tratta di interpretare un testo, le persone ragionano per luoghi comuni pensando che il significato di un testo sia qualcosa di oggettivo e realmente esistente, riconducibile ad un filo logico unico e immanente che al lettore spetta trovare.
Anche questo è falso: l’interpretazione di un testo si basa su moltissimi criteri e questi non possono essere separati da alcuni elementi quali l’autore, il lettore e la cultura di riferimento. Quello dell’interpretazione è un punto cardine snocciolato da molti autori per cui alcuni passaggi li demando alla bibliografia sotto con autori quali Eco, con il suo Lector in Fabula, e Greimas con il suo Del Senso.
Per fare una sorta di riassunto però partiamo da un esempio.

Una persona disegna un dollaro su un foglio, un semplicissimo dollaro, un taglio da 1.
Ora ditemi, cosa rappresenta?

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Qualcuno, di quelli convinti che il testo sia qualcosa di oggettivo, potrebbe dire che c’è semplicemente disegnata della carta moneta. Una valuta estera, i soldi americani.
Bene, ma è tutto qui? L’interpretazione di questo disegno si esaurisce con l’oggetto in sé?
Chi dice, ad esempio, che con il dollaro non sia stato rappresentato il capitalismo, il cui mezzo principale è appunto il dollaro? Tu che dici che c’è solo un dollaro, puoi demolire la mia tesi?
Di fatto no, perché è vera anche la mia. Il dollaro è un veicolo del capitalismo, e questo può essere esteso anche ad altri concetti simili come il consumismo. Il dollaro è americano ma è anche una banconota. E il consumismo è veicolato da banconote. In questo caso abbiamo un dollaro, ma il suo scopo sarebbe rappresentare ogni valuta, cosa che concretamente non possiamo fare in poco spazio.
Chi riesce a demolire questa teoria? Nessuno, perché sono cose oggettive e riscontrabili nell’esperienza. Cos’è successo? Che ogni persona, a partire da quel che già ha, ovvero una cultura e un’enciclopedia (in semiotica il termine indica, diciamo, il bagaglio culturale) che gli permettono di attivare nel testo ciò che per lei ha senso. Chi vede l’oggetto materiale, chi vede una rappresentazione culturale, chi un simbolo. Perché un testo, come può esserlo un’opera, sono a loro volta simboli, segni, e dunque interpretabili.
Ma allora è possibile dire qualsiasi cosa di un testo, solo perché tutto è soggettivo?
No, questo è parzialmente sbagliato. L’analisi funziona sì a partire dall’elemento soggettivo ma comincia da un elemento che nel testo deve esserci per forza. Il dollaro c’è, la teoria del consumismo e del capitalismo sono ad esso connesse: vanno bene tutte. Ma non posso collegare quest’opera con qualcosa che in essa non è riscontrabile. Ad esempio sostenere che rappresenti Abramo Lincoln. Lincoln fa parte della storia degli Stati Uniti ma è rappresentato su un’altra banconota, quella da 5 dollari. Se io avessi voluto rappresentare Lincoln avrei usato qualcosa di più appropriato, e non George Washington. Non ci sono elementi riscontrabili nel testo, ergo questa teoria non ha basi.
E’ sempre possibile che come nella Scienza qualcuno proponga qualcosa fuori dal coro: in realtà rappresenta sì Lincoln, ma lo fa in maniera velata. La banconota rappresenta UN presidente, il primo presidente americano, e se io voglio riferirmi ad un presidente americano in generale come Lincoln è sufficiente questo. In molti esempi storici nei quali vigeva la censura, si usavano azioni e personaggi del passato per rappresentare la situazione politica e sociale odierna (Nei Promessi Sposi, ad esempio, la dominazione Spagnola del romanzo è un modo per parlare della dominazione Austriaca ai tempi di Manzoni. Gli spagnoli rappresentano gli austriaci? No, ma in quel contesto possono). Al tempo stesso si può dire quindi che questa banconota contenga tutti i presidenti, pur non raffigurandoli.
E’ una tesi debole, per qualcuno può anche valere, ma non è destinata ad avere riscontri empirici e quindi anche se non smontabile resta comunque impraticabile. Se avessimo un artista, e questo artista avesse creato altre opere simili, e in queste ci fossero altre conferme di questa tesi, essa diverrebbe valida. Ma quando si ha un solo mezzo a disposizione, si lavora con quel che si ha.
Quindi si può dire al massimo che ci sono teorie più deboli e altre più forti, fino a prova contraria, grazie agli elementi empirici rintracciabili nel testo, ma senza mai dimenticare il contesto.
Di un romanzo come I promessi sposi ad esempio è possibile dire che la morale vigente sia quella cristiana in cui alla fine i cattivi vengono puniti dalla provvidenza e gli sforzi dei buoni ricompensati. Certe parole e certi temi compaiono molte volte nel testo, e ognuna di queste è una conferma alla tesi di cui sopra. E’ sempre possibile che un nuovo filologo o uno studioso faccia emergere nuove qualità di un testo, e ribaltarne i contenuti o stravolgerne l’interpretazione, e a quel punto dovremo farci i conti. Fino ad allora le persone per semplificazione diranno che OGGETTIVAMENTE nei promessi sposi sia quella la morale.
Si badi però che tutto si basa sempre su una forma di convenzione e su una semplificazione: in realtà non è neanche detto che ad un testo occorra un’interpretazione poiché definire è limitare, dunque ricavare pochi elementi da molti elementi ha senso in un’ottica pragmatica (ottenere un insegnamento) ma questa non è certo l’unica ottica con la quale analizzare un testo.

Vi sono poi 4 principali “interpretanti”, ovvero i modelli attraverso cui le persone analizzano i testi:

Apex: L’interprete sa che il testo ha un senso, e cerca in esso tutti gli indizi (scene più frequenti o anomale) che possano ricondurre ad un’isotopia di significato. Induttivo.
Apple: Opera per analogie e differenze. Se un film è un “non film di guerra” si stabilisce una classe di appartenenza e poi si ricercano conferme nel testo. Deduttivo.
Basket: L’interprete riconosce certi elementi come culturalmente definiti (passi danteschi, scene famose) e il testo ripropone elementi conosciuti in una maniera nuova.
Cage: Questo interprete si affida all’esperienza emotiva e lascia che l’interpretazione sia soggetta a ciò che il testo comunica in prima battuta. Per questo interprete il senso è esplicito nelle immagini e nei suoni, e non “interno” al testo.
Molto più comune è comunque usare una sommatoria di tutte queste teorie.

5.3 Connotazione / Denotazione

Questi due sono tra gli elementi di analisi che preferisco: illustrano quanto sia sfumato il mondo dei significati umani ma allo stesso tempo quanto sia evanescente e inafferrabile. Barthes nel suo Elementi di Semiologia descrive molto bene queste due componenti. In sintesi potremmo dire che la denotazione è il “nocciolo duro” di significato all’interno di una parola. La parola “colomba” identifica un particolare volatile.
La connotazione invece può essere intesa come lo strato superficiale di significati che una parola acquista nel tempo: la colomba significa anche “Pace”.
La colomba è oggettivamente la “pace”? No, ma per mediazione culturale e intertestuale quando leggiamo questa parola le sovrapponiamo non solo il suo referente nel mondo, il volatile, ma anche eventuali significati “nascosti”.
Per questo motivo l’interpretazione di un testo si può complicare, ciò che il testo dice è oggettivamente scritto, ma non possiamo che selezionare arbitrariamente i livelli di significato cui di volta in volta si riferisce.

5.4 Sintagma / Paradigma

Anche di questi due elementi Barthes fa discreti esempi. A me piacerebbe proporne uno personale più vicino ai ragazzi. Il termine Sintagma è usato in linguistica per riferirsi grosso modo ad una frase (esistono vari tipi di sintagma).
Senza scendere nei particolari, potremmo dire che “Io amo la mia donna” è un sintagma.
Invece dire “io amo la mia console” è un sintagma in cui è stato cambiato un paradigma, ovvero una parte della stessa.
Possiamo immaginarci il sintagma come il menù di un videogame:

>Armi
>Vestiario
>Accessori
>Abilità

e possiamo pensare al paradigma come a tutto quell’insieme di elementi che ciascun frammento del sintagma contiene, o con cui può essere sostituito

Sintagma             Paradigma 1      Paradigma 2     Paradigma 3
>Armi                       Spada               Arco                    Magia
>Vestiario              Armatura          Cuoio                 Vestito
>Accessori            Anello                Diadema            Collana
>Abilità                 Salto                    Forza                  Velocità

Detta in poche parole, l’Avatar che creiamo in ogni videogame, se ci è permesso farlo, è associazione di un sintagma: caratteristiche facciali, pantaloni, armi, abilità, razza; e di un paradigma: colore degli occhi blu, labbra carnose, tatuaggio tribale, ascia, nano, ecc.

5.5 Montaggio

Capire il montaggio è in parte smontare il cinema. Questo elemento l’ho inserito per tutte quelle persone che credono che tutto ciò che sia in “video”, e questo vale anche per il cinema verità e soprattutto per YOUTUBE, sia effettivamente vero e veramente accaduto perché “si vede”.
A tal proposito vorrei ribadire che il montaggio funziona secondo il criterio “Post Hoc Ergo Propter Hoc” (Viene dopo, dunque a causa di questo) e cito l’aneddoto dell’effetto Kulesov.

“L’effetto Kulešov è forse l’esempio più importante di sintassi filmica. La visione di una scena è in effetti un fenomeno di “stimolo-risposta”, poiché lo spettatore partecipa attivamente al processo di creazione dei significati. Il pubblico proietta le proprie emozioni sul viso dell’attore, basandosi su canoni di rappresentazione delle espressioni, sicché le successive inquadrature della zuppa, della bara e della bambina portano a metterle in relazione con i corrispondenti sentimenti di appetito, tristezza e felicità. L’effetto percettivo prodotto dalla successione di immagini è rapido, inconscio e quasi automatico: ordinando le inquadrature di una scena in una particolare sequenza, la pellicola induce aspettative negli spettatori.[1][4]

Riguardo all’ordine delle immagini, la psicologia della Gestalt spiega che la giustapposizione consecutiva di immagini tende a suggerire, alla grande maggioranza delle persone, che esse siano in relazione. Vedendo le immagini, vengono formulate ipotesi immediate sul significato narrativo degli eventi e inconsciamente li si mette in connessione. In altre parole, collocando un’immagine o sequenza prima di un’altra si costruisce tra esse un’unione semantica.[1][3]

In questo modo, Lev Kulešov dimostrò che la manipolazione del contesto può alterare la percezione del pubblico dell’espressione facciale dell’attore (e quindi dei suoi pensieri e sentimenti), alterazione possibile attraverso la creazione delle aspettative.[5]

Esistono molte tecniche per creare queste aspettative e forme di manipolazione dello spettatore. E se è vero per il cinema, rimane vero anche per eventuali servizi televisivi di sedicenti giornalisti con assurde pretese di verità. Cito qui la mia risposta a Marco Togni per far capire meglio cosa intenda, e vi rimando anche al link contenuto in essa sulla Grindagrap.
I servizi delle Iene per certi versi sono intelligenti ma anche pericolosi perché selezionano tutta una serie di dati, e li presentano con una dialettica compiacente e ammiccante, tanto che lo spettatore ne esce persuaso e convinto. Striscia la notizia è un altro clamoroso esempio, in particolar modo con tutta la faccenda di Stoppa e Pro test
Parte 1
Parte 2

Qui si vede chiaramente come si possa manipolare frasi estraendole dal loro contesto. Facciamo caso che una persona dica “Gli esperimenti fatti con elettrodi collegati al cervello non fanno alcun male”. E’ vera, verificata, e la confermerà chiunque abbia studiato un minimo: il cervello è privo di nocicettori. Ma se mettiamo solo questa frase, senza questa spiegazione, ne emerge una persona che sembra quasi avulsa dalla realtà. Ma come? Un elettrodo in testa non fa male? Chiaramente questa è una persona che spara balle a cuor leggero.
Anche le Iene fecero una cosa molto simile coll’esimio Professor Paolo Bianco interpellato sul caso Stamina. Le Iene mostrarono un professore visibilmente arrabbiato che diceva che le Iene parlano di argomenti delicati a mo’ di “piazza del popolo”, e senza cognizione di causa. Lo disse con un certo impeto, ma non venne spiegato perché.
Lo spettatore vede dunque una iena calma e posata che fa solo domande, e un professore a cui viene fatta una domanda “scomoda” che si arrabbia. E se si arrabbia chiaramente ha torto.
Ma quel che non viene detto, e che è emerso poi anche grazie a Pro Test e associazioni di divulgazione scientifica, è che è NATURALE che una persona si arrabbi se vengono dette bugie, non solo quando viene detta la verità!
Provate a immaginare che un membro della vostra comitiva cominci a dire al vostro partner e ai vostri amici che avete il cattivo gusto di mangiarvi le caccole del naso.
E’ una bugia, ma siccome c’è il passaparola tutti ne parlano come se fosse una cosa vera, tant’è che te lo chiedono apertamente e guardandoti pure un po’ schifati.
Voi reagireste con assoluta calma spiegando la situazione o vi arrabbiereste un minimo? Anche se la spiegaste sapreste già che la balla ha attecchito e che ora i vostri amici vi guarderanno schifati ogni volta che ci pensano. Vi è stato fatto un danno, e non avete fatto assolutamente nulla! Ovvio che il professore si sia incazzato, ne aveva tutti i diritti.
Ma, tornando a noi, se mostriamo solo la sua rabbia, emerge un concetto ben diverso, di cui parlavo prima.
Questa mia puntualizzazione non vuol dire che sia sempre così, ovviamente. Rendo merito alle Iene quando fanno decentemente il loro lavoro. Così è stato nel caso della Dottoressa (ciarlatana) Mereu (quella della madonnina nelle mutande anche per interposta persona, se vi ricordate, e che dice che le malattie sono inventate dai medici. Quella che al paralitico disse che mentiva, e tante altre mirabolanti avventure mediche) dove lei stessa affermava delle cose gravissime e dove non basta la difesa del “montaggio” per salvarsi.
Molti suoi fan infatti ricorsero a questa scusa “alle iene è tutto montato”. Questo è vero fino a un certo punto, ma se affermi che la medicina sia inutile lo stai dicendo tu, non c’è modo di montare meglio una frase simile. Lo ha detto, lo ha ripetuto, i soldi li ha presi, c’è poco che il montaggio possa scusare e qui usarlo sarebbe arrampicarsi veramente sui vetri.

Dunque, valutare sempre, come in ogni cosa. Io qui non fornisco la verità, fornisco utili strumenti che di volta in volta vanno soppesati.

6. Errori comuni, Luoghi comuni

A questo punto vorrei parlare di alcune tipologie di errori molto comuni che ho ritrovato spesso nelle discussioni sui social e sui forum. Posto che ciascuno è libero di dire la propria opinione, assume particolarmente senso un’opinione informata e basata su elementi teorici dalle solide fondamenta, molto più di opinioni sparate sulla base del sentimento a caldo del momento.

6.1 Autorità dell’autore? (Han solo, The last of us)

Quanto vale l’interpretazione dello stesso autore nell’analisi di un’opera? Se è stato lui stesso a crearla, è giusto che sia tenuta maggiormente da conto la sua interpretazione?
La risposta è no. Un autore, di qualsiasi opera, non inventa mai (o quasi mai, ma è una cautela pro forma la mia) cose ex novo. Semmai le rielabora. Chi studia letteratura, una qualsiasi, può accorgersi del fatto che anche eccezion fatta per gli autori più antichi, che in genere si ispiravano alla natura, è sempre stata decisa una condizione di “classicità” in maniera più o meno arbitraria, son sempre stati decisi modelli e forme sulla base dell’andazzo ideologico del periodo. Correnti filosofiche si traducono a loro volta in correnti letterarie, concezioni sull’uomo, sulla natura, sul rapporto con la conoscenza si traducono in opere in prosa e in versi. L’uomo attinge dal reale per scrivere storie che abbiano un’illusione referenziale, che ci sembrino “vere” quando in realtà sono solo il riflesso di un’idea.
Ad esempio, scrivere di un antagonista che ferisce un protagonista, e che dopo alcune avventure si “riscatta” enuclea già un modo di vedere il mondo: i cattivi alla fine vengono puniti, i buoni premiati. Qualcosa di molto simile alla morale cattolica.
Se invece è il lavoro, o l’acquisizione di esperienze e competenze, a riscattare il protagonista, siamo vicini a modelli borghesi.
Qualunque storia si riesca a immaginare, ha al fondo dei modelli culturali che sono sedimentati nell’immaginario collettivo di una o più cerchie di persone. Il senso di “nuovo” ci deriva non dal conoscere cose mai viste prima, ma dal vederle reinterpretate sotto una nuova prospettiva, o messe in relazione da una riflessione che non ci saremmo mai aspettati. Le cose del mondo sono limitate ma sono illimitati i modi attraverso cui rappresentarle.
Questo excursus serve a far capire che un autore non si mette mai davanti a un foglio bianco scrivendo cose straordinarie mai viste, neppure Tolkien e la Rowling lo hanno mai fatto, ma prende ciò che già c’è e lo modernizza o lo fonde con altri elementi. Harry Potter ad esempio non ha inventato la magia, ma ha reinventato l’idea del mago, prima concepito come essere soprannaturale alla Merlino, anziano e saggio, e ora “ridotto” a studente giovane e inesperto, tra amori e passioni proprio come i ragazzi della sua età.
Se provassimo a chiedere l’interpretazione dello stesso autore della sua opera non ne ricaveremmo l’unica interpretazione possibile ma solo quella che lui/lei intendeva con ciò che ha scritto, in tutto ciò non vi è un rapporto di sudditanza o superiorità con le altre teorie ma di parità.
Può sembrare contro intuitivo: come può l’autore non sapere meglio di altri cosa voleva dire?
Vi rimando all’esempio della banconota sopra, come prima cosa. Secondariamente, ogni testo è passibile di più letture e vi sono diversi livelli di senso. Prendiamo come esempio sempre Harry Potter.
Può sembrare una banale storia di crescita di un adolescente che grazie agli amici e alle esperienze diventa più saggio e autonomo.
Ma non è l’unica lettura possibile, potremmo darvi ad esempio un’interpretazione allegorica: Harry Potter, che è un predestinato, rappresenta le forze del bene, magari di Dio, e i vari mostri come Voldemort la corruzione dello spirito. Le forze del bene alla fine prevalgono su quelle del male, a significare che Dio vince sempre e con lui chi ha fede in lui.
Non solo, Harry Potter è anche, tra le tante cose, un esempio di storia Borghese. Infatti è grazie al sacrificio e al duro lavoro che arriva dove è. Accumula conoscenze e competenze e queste lo dirimono nell’affrontare mostri e avventure via via sempre più pericolosi.
Nello scrivere, quindi, l’autore utilizza modelli e forme che non gli appartengono, che non ha coniato lui, ma che appartengono alla cultura di riferimento. L’autore ha creato il nome del suo protagonista, lo ha fatto muovere nel suo mondo che lui ha plasmato ma nel farlo ha implicitamente utilizzato creazioni di millenni di storia, filosofia e religioni fusi in un sostrato indistricabile.
Volete scrivere la storia di un messia nuovo che non rivela se c’è vita oltre la morte? Esiste già, è Buddha.
Volete scrivere di un eroe iconoclasta che si ribella contro un impero? E’ storicamente esistito: Spartacus.
Volete scrivere di un profeta iconoclasta che combatte un impero? Avete fuso due elementi, e ciò può essere creativo, ma non avete inventato il modello, e quindi non avrete privilegi nell’elaborare la vostra interpretazione, al pari di chiunque altro.

Ci sono degli esempi pratici? Ovviamente sì, ne ho cercati due in particolare.
Il primo è molto famoso tra i fan di Star Wars, è una specie di movimento chiamato Han Shot First, che si “ribella” all’autore e creatore di Han Solo per questo motivo qua:

“Han shot first (in italiano “Ian ha sparato per primo”) è una frase (divenuta un meme di internet) riferita alla controversa modifica apportata a una scena del film Guerre stellari (1977), nella quale Han Solo (“Ian” nella versione italiana) fronteggia il cacciatore di taglie Greedo nella cantina-bar di Mos Eisley. La modifica venne fatta in occasione della riedizione del film nel 1997 in versione “special edition”, e da allora la scena è stata ritoccata altre due volte. La frase, diventata una sorta di slogan dei nostalgici delle versioni originali dei film della trilogia classica di Star Wars e riprodotta negli anni su magliette, spille e altri prodotti (non autorizzati dalla Lucasfilm), è in realtà ingannevole, in quanto nella versione originale del film del 1977, Greedo non spara, poiché non ha il tempo di farlo. […] La modifica alla scena divenne oggetto di accese critiche da parte di molti fan, e addirittura ingenerò la creazione di una petizione online con la richiesta di riportare la scena alla sua versione originale. L’intento di Lucas era quello di dare alla sequenza una versione politicamente corretta (Solo è il buono, Greedo il cattivo). La principale obiezione alla revisione della scena riportata dai fan è che la nuova versione altera l’iniziale ambiguità morale del personaggio di Han, rendendo così la sua successiva transizione da anti-eroe a eroe meno pregna di significato e meno interessante dal punto di vista psicologico”

I fan si sono “ribellati” ad un creatore, e alla sua precisa (re) interpretazione di un personaggio. Nei film originale traspariva quella sfumatura che rendeva più interessante e meno archetipico il personaggio di Solo che lo stesso creatore ha voluto rimuovere. Chi meglio di lui poteva sapere cos’era il suo personaggio? Eppure non conta, perché ormai il personaggio è diventato parte integrante di una cultura, un modello. Una volta entrato in “circolo” Han Solo è percepito così come è stato rappresentato, a nulla vale la spiegazione che può dare il regista su quanto in realtà Han sia buonissimo. Perché quella scena può essere un errore, può essere sconveniente, può essere casualità, ma c’è, e l’interpretante decide cosa farne.

Un altro esempio mi è capitato sotto mano parlando del Dlc di The Last of Us in cui pare che emerga un tratto di Ellie prima sconosciuto, ovvero la sua sessualità tendente al gay.
Qui un articolo. Gli sviluppatori hanno dichiarato quello che volevano effettivamente comunicare con quella scena e tutti si sono piegati a tale interpretazione adducendo “eh, sono gli autori, decidono loro!”. No, per il discorso di cui sopra. Gli autori possiedono nomi e personaggi ma non i modelli attraverso cui interagiscono.
C’è una scena dove una ragazza ne bacia un’altra? Poco importa cosa dicono gli sviluppatori, può veicolare un’infinità di scelte:
-E’ sempre stata lesbica e non lo abbiamo mai capito
-Era una situazione difficile, il bacio era il massimo che si poteva fare, e allo stesso tempo troppo poco, in una scena del genere
-Un ringraziamento come tanti altri. Magari Ellie non è ancora così consapevole della sua sessualità da capirlo
-I ragazzi sono molto attivi a livello ormonale alla sua età, è naturale la voglia di scoperta
-Sono molte le donne che giocano a TLOU e che lo recensiscono. Gli sviluppatori se ne sono accorti e hanno voluto ingraziarsi il pubblico
-Gli sviluppatori volevano dimostrare che in un mondo post apocalittico cade anche ogni moralità dietro certi atti. Succede con la violenza, non dovrebbe succedere col sesso?
-Gli sviluppatori volevano ingraziarsi la comunità LGBT

E tantissime altre ancora. E nessuna di queste può essere facilmente smentita perché a conti fatti sono tutte vere, anche le più controverse (Naughty dog alla fine è un’azienda che guadagna sul pubblico, non la si deve idolatrare come totalmente disinteressata ai soldi o a più fan). E se anche gli sviluppatori ne avessero scelta una in particolare, non sarebbero in grado di far tacere le altre solo col loro “nome”, esattamente come nel caso di Han Solo. Perché hanno rappresentato un bacio tra donne, e può voler significare anche altro oltre a quello che volevi dire.

Ancora scettici su questo punto? So che è difficile da accettare. Provate con questo esempio.
“Io amo casa mia”
Cosa ho voluto dire realmente? Che amo l’edificio chiamato casa? O che amo la mia famiglia, che con una metafora chiamo “casa”?
Io posso dire “la seconda” in quanto autore, e far capire che non sono attaccato a un edificio ma a chi mi ama. Però nella frase che ho usato, e che ho ormai reso oggettiva, le parole che ho scelto dopo averci pensato possono anche comunicare la prima. La mia interpretazione è esterna al testo, ma il testo è solo “io amo casa mia”. Quindi nessuno sbaglia se sta pensando che a questo tizio piaccia il suo televisore, il suo giardino o le sue cose anziché chi la abita, quella casa, dando quindi una connotazione più materialista e meno emotiva alla frase.
Il senso di una lettura è data anche da chi legge, e una persona portata al materialismo potrebbe leggerci il primo senso, viceversa una persona più emotiva e sociale il secondo.
Nell’usare le nostre parole però non possiamo sempre intervenire per spiegare (talvolta anche l’intervento è inutile) ed è tutto demandato a chi legge e alla sua natura di lettore.

6.2 L’opera possiede l’elemento x, quindi è meglio

Lo so che sembra strano questo punto, ma mi è capitato. In particolare contro un fanboy di Tolkien che sosteneva che il Signore degli Anelli fosse il miglior fantasy in circolazione poiché munito di una lingua inventata appositamente, l’Elfico.
Sono molte le critiche da rivolgere a questo modo di vedere, perché Tolkien è stato filologo e linguista, ha usato le sue conoscenze per dare della personalità alla sua opera: non ci piove e ha fatto benissimo. Ma non esiste alcun salto logico per poter dire “e dunque è meglio di chi non ce l’ha” perché è un elemento scelto arbitrariamente in un campo “favorevole”. Allo stesso modo io potrei dire, da studioso di filosofia, che il mio fantasy è pieno di disquisizioni filosofiche dei personaggi, e dunque è meglio di quelli che non le hanno. Non ha alcun senso.
Il sociologo a sua volta potrebbe inserire basi di sociologia nel suo fantasy, e così via. Lo stesso Martin dice di volersi ispirare alla storia quando scrive Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, dunque è meglio? Ovviamente no, le opere sono come le persone: hanno pregi, hanno difetti, sono figli di qualcuno che gli trasmette qualcosa e possono modificarsi nel tempo. Non le parole ovviamente ma il loro uso e la concezione che gli si attribuisce.
Le opere possono essere apprezzate o disprezzate da un singolo ma nessuno potrà mai dire che oggettivamente sia così per tutti, proprio come le persone.

6.3 Buchi di trama (Spoiler su 20th century boys,  Harry potter, Trono di Spade)

Altro luogo comune molto frequente, capita di vedere spesso commenti caustici con l’aggiunta di “ed è pieno di buchi nella sceneggiatura/scrittura”.
Posto che comunque esistono opere di questo tipo, è anche vero che questa critica è iperabusata spesso ingiustamente solo a causa di ignoranza nel campo della narratologia e dei suoi studi.
Un buco di trama, né più né meno, è qualcosa di molto importante che non viene spiegato che rischia di contraddirne lo svolgimento della storia o il senso.
Non dire chi sono i genitori di questo o quel protagonista, se la storia non lo richiede, NON è un buco di trama. Sappiamo ad esempio chi sia la madre di Goku di Dragon Ball? No, perché è assolutamente ininfluente ai fini della trama. Ci serve un padre, non una madre. Lei è data per scontata nella storia, cosa che si fa abitualmente con tutti quegli elementi che sarebbe troppo noioso mostrare o spiegare, come le notti di sonno di un protagonista (che si suppone dorma anche se non viene detto).
Il lettore caustico infatti confonde ciò che viene dato per scontato con “buchi di trama” e usa questa critica in maniera impropria.
Volendo fare altri esempi, non viene spiegato perché Voldemort usi l’Avada Kedavra su un infante piuttosto che strozzarlo con le proprie mani e con un minor rischio.
La storia non lo dice ma ancora una volta non è un buco di trama, è un voler lasciare al lettore ciò che ha importanza relativa.
A seconda di quel che si sostiene potremmo dire che Voldemort sia troppo orgoglioso per toccare il bambino, che non sospetti nulla dell’incantesimo protettivo e che sia così abituato ad usare la magia da non farci più caso.

Nei testi è molto frequente questo dispositivo di rilancio di alcune informazioni secondarie allo spettatore il quale a sua volta le condisce con ciò che vuole.
In un’opera non si può dire tutto ogni volta, anche perché sarebbe ridondante, ma si omettono molte cose. Non si dice che i protagonisti respirano ossigeno ma lo fanno, sta a noi ricordarcelo. Non viene detto che in quel mondo agisce la forza di gravità, perché è un altro di quegli elementi dati di default ad una storia.

Ma veniamo al dunque: quindi non esistono buchi di trama veri e propri?
Assolutamente sì che esistono, finora abbiamo spiegato che vengono usati come critica impropria ma ci sono eccome.
Uno dei più freschi è quello del Trono di Spade, primo episodio della sesta stagione in cui vediamo Trystane Martell su una nave, ucciso da due delle figlie di Oberyn che nell’episodio 10 della precedente stagione erano mostrate agghindate sul molo.
Il lettore dunque ne esce confuso e spaesato: se gli episodi 10 e 1 sono vicini temporalmente a giudicare dalle scene attigue, la sola cosa che mi è permesso dedurre è che:
-Fossero agghindate al molo, per salutare la partenza della nave
-Subito dopo si siano vestite e armate
-Si siano imbarcate
-Abbiano ucciso Trystane.

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La regola vorrebbe questo, che fossi io a riempire il vuoto, ma in questo caso è diverso perché non coinciderebbero i tempi della navigazione o delle azioni, dovrei ricorrere a elementi impossibili per tappare il buco. E’ qui che la sceneggiatura mi deve aiutare con qualcosa. Qui viene poi spiegato a posteriori della lettera di Jaime che rimanda indietro il ragazzo ma il tutto viene gestito senza una battuta, senza una spiegazione, in modo che il lettore ne esca confuso. Non si può sperare di risolvere un buco di trama con spiegazioni a posteriori, conta solo ciò che c’è nel testo, e che in questo caso non c’è e quasi contraddice le scene precedenti. Ecco un buco di trama. Troppe cose da spiegare e per nulla scontate in un colpo solo.

Anche in un altro esempio che porto, il manga 20th Century Boys di Naoki Urusawa succede qualcosa di molto simile.

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Kenji, il protagonista, viene investito da un’esplosione a un certo punto. Dopo molto tempo si scopre che è ancora vivo e ha solo perso la memoria.
Non è menomato fisicamente e il manga non spiega come abbia potuto salvarsi.
A me lettore è demandato un compito abbastanza difficile vista la situazione in cui si trovava (era in una cabina di un veicolo poco prima dell’eplosione, con poche o nulle possibilità e inoltre il suo corpo non viene ritrovato).
Anche qui, un buco nella trama. Io posso provare a immaginarmi che in realtà sia stato salvato da una lamiera che lo ha protetto dalla deflagrazione (?), o che sia riuscito a correre velocissimo tanto da portarsi fuori pericolo ma è comunque una situazione molto difficile che avrebbe giovato da una spiegazione razionale.
E’ un po’ come, in un libro di Sherlock Holmes, descrivere un omicidio in maniera perfetta, con un cadavere chiuso in una stanza chiusa dall’interno, con nessun accesso all’esterno e nessun indiziato. Per poi dire “Ah sì, anche in quel caso SH riuscì a risolvere il mistero”. Eh no, non funziona così. Se costruisci una situazione complicata che includa un protagonista per poi farlo uscire indenne o non crei proprio quella situazione o mi dici cosa hai inventato per tirarlo fuori. Anche il deus ex machina è uno strumento debole per risolvere buchi nella trama. Immaginate un samurai che combatte contro 100 nemici che lo stanno accerchiando. Però, guarda caso, il protagonista è su un masso asciutto, i 100 nemici tutti in un fiumiciattolo. Proprio in quell’istante un fulmine a ciel sereno colpisce l’acqua folgorando tutti eccetto il samurai.
No.
Si spezza completamente l’atto di cooperazione tra autore e lettore. Se io leggo la tua opera non vuol dire che son disposto a leggere di tutto, ma che mi aspetto una certa qualità e un rispetto intellettuale per me lettore (che magari ho speso anche soldi).
In questi casi non possiamo risolvercela riempiendo noi i buchi perché non si parla di convenzioni o di cose che tutti conosciamo come la gravità ma di situazioni in cui era impossibile districarsi risolte (o non risolte affatto) in maniera blanda e banale. Il che ne azzera totalmente il valore.

 

7. Innovazione/ formula

Questo è uno degli aspetti che preferisco e che coinvolge necessariamente anche fondamenti di psicologia. Viene utilizzato come luogo comune ma penso che si meriti un paragrafo tutto suo. Nello specifico si tratta di “come” noi riceviamo certe storie e i valori che veicolano e nel farlo utilizziamo una procedura mentale che viene riconosciuta con il nome di Schema Theory o Schema. Essa ci dice, molto brevemente, che il nostro cervello funziona sulla base dei dati che ha raccolto nel corso del tempo e che ha catalogato con un preciso ordine in script e frame.
Prendiamo ad esempio la situazione “cinema”. Cosa succede, cosa aspettarsi da questa situazione?
Con alcune possibili variazioni, in generale lo schema di una situazione simile prevede:

-Sento da amici o leggo su un social di un bel film.
-Chiedo ad amici di vederlo insieme
-Si sceglie il cinema
-Si va, si paga il biglietto
-In sala rumore di mandibole e odore di popcorn
-Il film era bello—>ne parlo coi miei amici e ci confrontiamo
-Il film era brutto—>ne parlo male ai miei amici e demolisco chi lo apprezza

E così via. Ovvero la somma delle volte in cui siamo stati in una certa situazione crea uno schema mentale in cui ogni cosa possa essere collocata. Perché creare schemi?
Perché il cervello è in grado così di rispondere reattivamente e senza dispendio di energie ad una situazione conosciuta, mentre ciò che distrugge lo schema lo mette in difficoltà costringendolo a usare nuove energie per fronteggiare il problema.
Questo vale per tutto ciò che arriva inaspettatamente. Ad esempio, guardando il film, alcuni ragazzi maleducati parlano a voce alta e spingono i sedili dietro di noi.
Che fare? Litigarci o fare finta di niente? Si smette temporaneamente di seguire il nostro schema per aggiungervi elementi nuovi in modo tale da renderlo più performante la prossima volta.

Questo modo di fare coinvolge il lettore mentre sta seguendo una storia ed è un elemento con cui gli autori e gli sceneggiatori giocano, specialmente nei Thriller o negli Horror.

I protagonisti si sono dati un caloroso bacio dopo aver sparato in testa al killer? L’esperienza, lo schema, ci dice che possiamo stare tranquilli (chi sopravviverebbe?) ma l’inquadratura successiva ci mostra che il cadavere è scomparso.
Lo schema viene intaccato, è un momento di spaesamento, non sappiamo come reagire ad una cosa sconosciuta.

Anche il Trono di Spade gioca moltissimo su questo aspetto. Ti fa credere che un personaggio sia salvo, o sia estremamente negativo, per poi cambiare le carte in tavola e uccidertelo o rendertelo positivo. Un personaggio ambiguo come Jaime infatti, come prenderlo? Ha fatto del male a un ragazzino, è privo di onore, ma ha salvato una città. E che dire dei personaggi positivi? Votati all’onore e ai valori così tanto da essere ciechi alla pragmatica e morire come scemi. E Cersei? Crudele quanto si vuole ma nulla più di una madre amorevole affezionata ai figli che farebbe qualsiasi cosa per proteggerli.
Quindi come giudicare questi personaggi? Buoni o cattivi?

Il cervello cerca sempre scorciatoie per fare meno fatica possibile, capire chi è buono e chi è cattivo fa sempre parte di uno schema mentale che però in alcuni casi risulta obsoleto e anzi deleterio. Non a caso le opere e i personaggi con molti stereotipi sono considerati banali e meno meritevoli proprio perché non coinvolgono il lettore in questo atto di cooperazione e interrogazione, mentre invece le opere dai personaggi sfaccettati e complessi sono apprezzati per questo motivo.

Quando ci troviamo di fronte ad una scelta che mette in crisi il nostro schema le cose che possiamo fare sono limitate:

-Rifiutare la nuova fonte di informazione o ignorarla. Questo capita in ambienti di dibattito scientifico. Mi è capitato ad esempio di vedere Creazionisti ignorare completamente le fonti, i fossili e le prove che dell’evoluzione venivano esibite. Il motivo è semplice: stavano rifiutando informazioni che avrebbero distrutto alla base il loro schema e loro avrebbero quindi dovuto ricostruirlo da capo. Cosa fare? Ritenere che le idee alla base della propria vita siano da rifare completamente, o ritenere piuttosto che davanti a te ci sia un bugiardo corrotto?
E questo capita molto spesso sotto diverse forme, come i complottismi vari ma anche al pensiero avverso che crede che non esistano mai cose fatte di nascosto o in segreto e che sia tutto scientificamente rilevabile con facilità.

-Integrare il nostro schema con le nuove informazioni ricevute. Il che vuol dire che avremo più lavoro mentale da fare per far quadrare tutto ma che alla fine avremo gli strumenti per poter fronteggiare un maggior numero di situazioni. Chi è eclettico e chi è considerato saggio infatti ha un vantaggio intellettuale su chi preferisce dogmi e assiomi assolutistici.

Se si può spezzare una lancia a favore del rifiuto, però, va fatto ricordando che le storie non propongono sempre e solo rotture di uno schema ma in larga parte riproposizione di vecchi schemi aggiornati.
Molte storie infatti utilizzano una forma intermedia tra la rottura e l’integrazione: Alcuni elementi sono dati per scontati, altri invece sono rinnovati. Il che non mette troppo in difficoltà ma aiuta anche riflettere sui nuovi elementi. Prendiamo ad esempio il valore “amicizia”. In quante opere è elevato a emblema di virtù e in quante invece è demolito per far spazio al nichilismo sociale? In molte opere per ragazzi è, oserei dire, praticamente onnipresente.
Ciò detto, come valutare le opere ai due punti estremi? Quelle troppo innovative e quelle troppo conservatrici? Va tenuto conto che valori pro sociali o anti sociali sono da accettare o rifiutare non tanto per le storie proposte quanto per gli effetti che queste storie potrebbero avere su alcuni giovani. Alcune persone lo fanno ancora con i casi di violenza da videogame o da fumetto, o per sessualità esplicita e così via. Non è l’opera in sé a essere brutta ma ciò che propone di fondo, e se ne deve tener conto.
In genere si osserva caso per caso ma capita spesso di vedere inutili polemiche solo per il fatto di aver proposto qualcosa di eccessivamente nuovo o eccessivamente vecchio.
Twilight secondo me ha sofferto in parte di questo problema, proponeva una visione della donna e dell’attesa del matrimonio che oggi è vista quasi come arcaica. A inizio articolo ho parlato di valori dicendo che non ne esistono di oggettivi e lo confermo: volere aspettare il matrimonio, o voler avere un bel compagno che ti protegga non è niente di infame per alcune. Però alla maggioranza (o a quelli che più alzano la voce) non piace questa idea retrograda perché potrebbe avere dei risvolti sociali implicati nel ruolo sottomesso della donna. E’ quindi naturale che sia apprezzata dai conservatori ed odiata dagli innovatori.

Un altro esempio è sempre 20th century boys che rende difficile, dopo aver letto l’ultima pagina, collocarlo in una nicchia precisa. E’ un buon lavoro o no?
Presenta personaggi sfaccettati però sono molti (fin troppi) e scarsamente analizzati dopo la metà della storia. Possiede un mistero che però è risolto quasi in anticlimax molto velocemente e con poca costruzione della scena. Anche lo “scontro” finale, se c0sì si può chiamare, è risolto quasi in maniera banale e sempre in anticlimax. Il protagonista perde molto del suo spessore e i personaggi sembrano quasi buttati via. In compenso la storia è molto gradevole fino ad un certo punto e il mistero viene svelato poco a poco in maniera molto intelligente coinvolgendo sapientemente i diversi personaggi. Come giudicare un’opera che ha punti di forza e punti di debolezza?
Molto semplice: la si giudica facendo notare punti di forza e di debolezza senza collocarla in nessuno schema mentale. Perché quando analizziamo e valutiamo dobbiamo ricordarci in primis che le opere sono come le persone. Possiamo prendere un elemento e giudicarlo ma da quel giudizio non dipende l’intera opera/persona, al più una percentuale della stessa.
Se una persona fuma non è “cattiva”, se un’opera ha un personaggio stereotipato non è “pessima”. Andrà invece fatto notare che la tale opera ha sì un personaggio stereotipato ma anche una storia coinvolgente con nuovi spunti di riflessione. E solo poi il singolo, e solo il singolo, senza alcuna pretesa di oggettività, dirà che per lui conta moltissimo quello stereotipo e dunque la boccerà, o al contrario che conta moltissimo la trama e la premierà.
Impossibile parlare di storie, dunque, senza accennare ai nostri schemi mentali e ai nostri bias con cui siamo soliti argomentare e ragionare. E la maggior parte delle critiche infatti non sono altro che bias e rifiuto di informazioni.
Ricordo che leggendo alcune recensioni al trono di spade ne trovai una strana. Lo bocciava portando come argomento “personaggi moralmente ambigui”.
Che motivazione è mai questa? Semmai è un punto di forza di una storia! Il recensore aveva completamente ribaltato ciò che io invece consideravo un enorme pregio del trono.
Lui non voleva essere coinvolto attivamente, voleva stereotipi e risposte semplici, voleva buoni e cattivi per poter giudicare senza fatica. In questo caso come giudicare questa critica? Chi vuole fare meno fatica ha torto e chi è più coinvolto ha ragione?
No, si rimanda sempre e soltanto al singolo e alla sua soggettività, tutto il resto è convenzione. Anche ritenere che Il Signore degli Anelli o Harry Potter siano meglio di Twilight è una forma di convenzione, basata sempre su assunti arbitrari di cui parlavo prima. Uno apporta modifiche di schema=è meglio. L’altro è conservatore e retrogrado=è peggio. Ma come ho dimostrato le storie non funzionano così, proprio perché l’ultimo a decidere quanto pesi un elemento, uno stereotipo o un valore conservatore è il singolo, non la massa e neanche la critica ufficiale. Per una ragazza che sta diventare madre, ipotizzo, Twilight veicolerà messaggi molto più forti di quanto possano fare gli altri sopracitati, seppur più apprezzati dalla massa fin quasi all’idolatria estremistica.

Stesso discorso si potrebbe fare per i “numeri 1” di un’opera, sempre considerati i migliori in qualità di primi, e sempre considerati superiori ai “numeri 2”. Vedasi Star Wars che viene preso d’assalto ad ogni nuovo film, con il sempiterno “eh ma la trilogia originale era meglio”.
Anche questo è un bias, un modo per non accettare il “nuovo” e ciò che esso veicola nel suo linguaggio.
E anche questo va messo in conto quando valutiamo. Reputiamo un’opera migliore dell’altra perché abbiamo fatto un’attenta e ragionata analisi o perché la nostalgia e i sentimenti che proviamo per l’originale offuscano la nostra capacità di giudizio?
Ho visto moltissime persone purtroppo devastate dalla nostalgia parlare male di nuovi prodotti in preda ai bias più totali.
Un esempio è subito rintracciabile nei commenti sul Tubo sotto alle sigle dei vecchi cartoni animati. Si trova sempre il genio che commenta con
“I cartoni di oggi fanno schifo, ai miei tempi avevamo dragon ball e i cavalieri dello zodiaco, oggi hanno ben ten e i gormiti”
Questi commenti testimoniano la totale incapacità di riflettere sulle cose e si lasciano trasportare dalla nostalgia di qualcosa che si conosce per andare contro qualcosa che non si conosce, in maniera non molto dissimile dall’omofobia o dalla xenofobia.
Chi commenta in questo modo spesso non ha neanche visto le opere di cui parla, gli basta elargire un “noi” migliore e un “loro” corrotto, come da copione del più becero nonnismo da due spiccioli.
Il problema è che in realtà questi commenti sono preponderanti e spesso anche molto apprezzati, non capita quasi mai di vedere lo spirito critico di qualcuno reagire facendo notare che paragonare opere con diverso target è già una prima fallacia, e che le opere nuove sostanzialmente fanno le stesse cose che facevano quelle vecchie al netto dei miglioramenti grafici. Non solo, chi spara queste scemenze è ridicolo proprio come quei genitori che un tempo dei “nostri” cartoni, specialmente giapponesi, dicevano che erano violenti e sessualmente espliciti e che ci avrebbero traviato.

E la cosa si reiterava con la musica, del rock e del metal si diceva che parlavano di droghe e sesso libero e anarchia, cose che ci avrebbero traviato.

Notate l’assoluta mancanza di senso di queste polemiche sterili?
Ecco perché io le voglio contrastare, perché sono veleno ingiustificato tanto quanto l’omofobia e la xenofobia. Vanno contrastate con argomenti alla mano e conoscenza. Va eliminato il luogo comune nella critica per cercare di essere più obiettivi e onesti verso noi stessi e meno offensivi verso chi queste opere le apprezza.

 8. Traduzione e adattamento

La traduzione prevede sostanzialmente tre modalità, anche se in genere si pensa che sia solo da lingua a lingua.

Traduzione Interlinguistica: è la traduzione propriamente detta, da lingua a lingua

Traduzione Intralinguistica: è la parafrasi, usare parole diverse per comunicare la stessa cosa

Traduzione Intersemiotica: è la traduzione da media a media. Ovvero da libro a film, da fumetto a film, da film a videogioco, e così via

La traduzione e i traduttori, come si leggerà in ogni testo che vi dedichi la dovuta attenzione, sono sempre bistrattati. Dalla cultura di appartenenza, perché paiono dei “traditori linguistici”, dalla cultura di arrivo, perché paiono “stranieri che vogliono inserirsi”. Non c’è mai un modo per mettere d’accordo tutti definitivamente e molto spesso i più insultati sono proprio i traduttori, che traducono certi termini in modo diverso spesso aggiungendoci del loro. Sergio Altieri, infatti, per aver tradotto “male” un termine nel primo libro del Trono di Spade è stato più volte accusato di non saper fare il proprio lavoro da persone che di teoria della traduzione non hanno mai aperto un libro. Al traduttore non spetta solamente il compito di traslare un termine all’altro ma si occupa anche di adattare il significato alla lingua corrente. Motivo per cui un traduttore deve anche tenere conto di modi di dire, slang, attualità, tutto ciò che viene ritenuto vecchio o meno. Provate a tradurre un brano che parla di giovani con le classiche frasi fatte alla “giovane”. Esistono ragazzi di oggi che dicono ancora
Caspita, ci stai dentro di brutto!
Cavolo, spacchi proprio!

al posto di più moderni
sei un figo, frà
oppure
bella bro/bella frate?

Perché la traduzione non deve solo essere letterale ma deve comunicare anche lo spirito che l’autore originale voleva trasmettere.

Prendiamo un caso da social media molto famoso: La pagina Sesso, Droga e Pastorizia, che ha, con il suo numero di fan, dato uno scossone a un termine che prima significava semplicemente “ignoranza”.

Ignoranza è, banalmente, associato a chi ignora, chi non sa. Grazie al contributo della pagina invece è diventato quasi uno status, un modus vivendi, un vanto, associato ad altri concetti spesso usati insieme: pastore, trattore, pancia da birra, finkbrau, e così via.

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Una pagina con un tale successo in parte crea uno smottamento di significato; è difficile ora pensare a parole come “pastore” o “ignorante” o “poco studiato” senza collegarle alla pagina e al suo operato. Indi per cui un traduttore particolarmente attento potrebbe tenerne conto per venire incontro al suo pubblico. Se dovessi tradurre un brano simpatico e informale in cui si parla di un uomo panzone e stupido che beve birra e utilizza un pandino scassato, potrei perfino infilarci le parole “pastore poco studiato” che il mio pubblico, capendomi, avvertirebbe quella marcia in più giovanile che avrei voluto dare alla mia traduzione, anche qualora nella lingua d’origine non esistesse un simile concetto, o non avesse voluto espressamente dirlo l’autore.

Questa introduzione per dire che la traduzione non è scientifica e segue criteri soggettivi che però si innestano su una base condivisa, come il linguaggio. Non ha senso dire qualcosa se non lo capisce nessuno, ma ha senso dirlo in una certa maniera se lo capiscono tutti.

Detto questo, quasi ogni prodotto con cui veniamo a contatto è una traduzione: libri, film, fumetti, videogames, ogni medium è un derivato di un altro medium e in più ne è adattamento.

E’ impensabile creare un film che abbia il 100% dei contenuti di un libro perché il libro si focalizza sul dire e sul dire bene, utilizza termini talvolta ricercati e lunghi periodi, il film non può permetterselo; deve concentrarsi sul mostrare e sul mostrare bene, per cui utilizzerà paesaggi mozzafiato, primi piani, dettagli e voci fuori campo che comunque non possono sostituire migliaia di pagine ma devono condensare le frasi più importanti, celebri o significative.

Laddove il libro dice, il film mostra. Il videogioco permette di interagire, il fumetto è un connubio di immagine e parola, ognuno ha un proprio campo semantico delimitato da punti di forza e punti di debolezza. Anche la tesi de “il libro è sempre meglio” è stupida e banale.

Quando sei con gli amici o con il partner non vi mettete tutti a leggere un buon libro, semmai vi guarderete un film commentandolo.

Se sei una persona più tranquilla che cerca calma e silenzio un buon libro può aiutarti a ricreare mondi fantastici, mentre se non disponi di cultura e fantasia il film, il fumetto e il videogame lo fanno per te.

Perché anche per leggere un libro ci va sforzo, anche se in pochi lo capiscono, e dipende dal linguaggio con cui è scritto quel libro. Le descrizioni dei paesaggi o delle strutture coinvolgono spesso termini altamente specifici, le descrizioni di oggetti oggi obsoleti, le descrizioni di tessuti, di armi, di macchine, di vie, quando sono specifici non ti permettono di creare subito un’immagine, come farebbe un film, ma anzi ti lasciano il compito di immaginare con le tue forze, e se non sai cosa sia l’oggetto in questione immagini qualcosa che potrebbe risultare sbagliato, anche se simile.

Cos’è una lavorazione a “Niello”?

Cos’è una “Caditoia”?

Cos’è un “Trabucco”?

Che tipo di tessuto è “Lycra”?

Nella mente magari ci immaginiamo un tipo di lavorazione, un tipo di struttura, un tipo di macchina d’assedio, un tipo di tessuto, ma la nostra immaginazione può sbagliare. Per cui non è vero che è “sempre meglio il libro”, ogni medium ha punti di forza e di debolezza.

Detto questo, viviamo in un mondo dove tutto è in trasformazione mediatica e non esistono quasi più “veri” originali, esiste solo l’adattamento e la traduzione di ogni cosa, a seconda del tipo di pubblico.

 

Nota dell’autore: Per ora l’articolo, già molto lungo, finisce qui. Dovessi incappare in altri luoghi comuni potrei aggiungerli o scrivere addirittura una parte due.

 

 Bibliografia

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1) Manuale di Semiotica, Ugo Volli

2) Lector in Fabula, Umberto Eco

3) Elementi di Semiologia, Roland Barthes

4) Fondamenti di Teoria Sociosemiotica, Guido Ferraro

5) Greimas, Del Senso

6) Teorie della Narrazione, Guido Ferraro

7) G. Alonge, Il cinema. Tecnica e linguaggio, Kaplan, 2012

8) E. Siety, L’inquadratura,Lindau, 2004

9) G. Rondolino e D. Tomasi, Manuale di storia del cinema, Torino, Utet, 2013

10) G. Rondolino e D. Tomasi, Manuale del film. Linguaggio, racconto, analisi, Utet, 2011