Passo 3: La dimensione spirituale

Parlando precedentemente di cosa reputo oggettivo e cosa no, mi ero posto la domanda: “Ma quindi che ruolo ha la dimensione spirituale in tutto ciò?”

Dai miei scritti emerge che sono fortemente pragmatico e io stesso me ne accorgo, perché ritengo che un rapporto di causa-effetto tocchi tutti, sempre, mentre gli aspetti etici e morali, per quanto importanti siano, per me hanno posizione di sovrastruttura e risultano “fluidi” in base a ciò che si vuole sostenere una volta chiarito che vantaggio si ottiene nel sostenere quella posizione.

Contrariamente a quanto si possa pensare, il discorso sulla spiritualità, la religione e dio è estremamente affascinante e spesso mi interrogo su questi temi. Anche qui non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma di illustrare come io ho costruito il mio pensiero a partire dagli elementi che ho e che posso usare.

Tanto per cominciare, ogni discorso secondo me dovrebbe partire dalla contrapposizione casualità/disegno intelligente. A creare tutto quanto è stato un essere perfetto che così voleva creare o è semplicemente frutto di una natura meccanicista?

Non esistono, credo, argomenti definitivi per smentire nessuna delle due posizioni. La logica viene spesso usata per demolire i dogmi religiosi ma secondo me non si rivela altro che un gioco fine a sé stesso, anche perché è stata usata da ambo le parti ottenendo risultati completamente opposti. Cito ad esempio i casi più famosi:

Contro

Dio può creare una montagna inamovibile per lui?

Per come è posta la questione, risulta per forza che dio, onnipotente, può fare tutto, tranne creare qualcosa che non possa fare. Ma ci si rende conto che questo è un gioco retorico, dio resterebbe onnipotente, e cioè in grado di creare a piacimento, anche se non riuscisse a creare montagne per lui inamovibili. Noi di fronte a lui avremmo la gloria eterna del dirgli che in realtà è imperfetto, ma a conti fatti non sarebbe cambiato nulla, resterebbe comunque intatta tutta la sua potenza.

A favore

Essendo dio un essere perfetto, ed essendo l’esistenza una caratteristica propria della perfezione, dio deve per forza esistere

Anche qui, usando metri di paragone e concetti umani fila tutto liscio, ma il problema è sempre lì: non abbiamo niente di certo oltre ad un giochetto logico creato usando significati umani delimitati dalla percezione umana. Chi dice che esista solo la dicotomia esistenza/non esistenza? Chi dice che non ci siano più piani dimensionali o universi multipli comunicanti? In tal caso dovremmo rivedere completamente le nostre definizioni.

Per questo io non ritengo affidabile la logica nel discorso su dio, perché partendo dalle premesse si può arrivare alla conclusione che si vuole.

A titolo informativo mi sento di inserire in questo paragrafo due argomenti molto usati quando si discute di questi temi: La teiera di Russelle l’unicorno rosa.

Questi due discorsi sono molto utili per far ben comprendere che un discorso su dio è così potente che si potrebbe affermare qualsiasi cosa e, senza esibire prove, crederci e basta, per fede. La teiera di Russell infatti fa notare che senza un approccio scientifico ove si mostrino prove a supporto delle proprie idee, è possibile che anche una teiera, proprio come dio, possa esistere in questo momento in orbita, e nessuno potrebbe dir niente, a patto che si dica che non abbiamo gli strumenti per rilevarla.

Li trovo estremamente interessanti perché definiscono appunto QUANTO possa essere pericolosa, sotto certi punti di vista, la religione. Qualsiasi ciarlatano, potenzialmente, può creare la sua religione a partire da zero e, raggruppato un congruo numero di fedeli e fatto trascorrere del tempo in modo che qualsiasi fatto venga accettato come giusto e naturale, pretendere che venga riconosciuta come religione. In tal senso anche il pastafarianesimo agisce in maniera non dissimile dai concetti espressi poco sopra.

Tuttavia, per quanto siano interessanti questi argomenti, non fanno altro che ribadire che il concetto di dio è enorme, incolmabile, indefinibile, e non fanno che dire l’ovvio. Se dio è onnipotente bisogna anche aspettarsi una chiesa e una dottrina prossime a questa onnipotenza, o una storia epica a farne da prologo. Non è poi che sia granché utile applicare criteri umani e metodi umani come la scienza ad un concetto così potente. Nell’articolo prima parlavo di limite dei sensi ma anche degli strumenti: è possibile che le prove dell’esistenza di dio esistano, ma non abbiamo le facoltà mentali o tecniche per arrivarci. E questa è una delle conclusioni sulla metafisica cui giunge persino Immanuel Kant.
Come con gli atomi, prima teorizzati da mente umana “libera” anche solo in forma approssimativa, e solo dopo millenni concretizzata. Un concetto infinito come quello di dio non si può esaurire con la critica “scientifica” sulla mancanza di prove dell’esistenza, proprio perché è troppo illimitato lui, siam troppo limitati noi, e anzi si corre il rischio di creare teoria sopra ad un errore madornale: tutto ciò che non è empiricamente provabile non esiste. Esistono casi all’ordine del giorno in cui non si dispone dei mezzi per provare qualcosa, ma non è detto che quel fatto non sia mai successo davanti ai nostri occhi.

Facciamo un banalissimo esempio: una persona per strada mi insulta pesantemente e mi pesta. Non ci sono testimoni. Come ce la giochiamo in quel caso? E’ la mia parola contro la sua, e se non sono in grado di provare nulla è come se non fosse successo nulla, con la differenza che io sono stato umiliato e pestato. Non si contano casi di gente che è stata rapinata sui mezzi, o per strada, e nonostante la videosorveglianza molto spesso si può poco e niente. Mi è capitato spesso, ad esempio, di essere insultato da quegli idioti spacciatori di penne che cercano sempre di farti pena parlando di fantomatiche case-famiglia, e se non gli dai almeno una banconota  ti insultano. Lì è pieno di testimoni ma cosa fai? Fermi qualcuno e gli chiedi di perdere le giornate con te in tribunale perché quello ti ha insultato la mamma? Così ti fai mandare a quel paese oltre che dal tizio delle penne anche da quello che costituirebbe la tua prova.
Inoltre molto spesso l’esibizione della prova è legato anche alla dimensione umana. Che cosa è una “prova”? Chi decide cosa sia prova e cosa no? Sulla base di quali criteri? Molto interessante al fine del mio discorso decostruttivo è questo articolo di query, la rivista del CICAP, in cui si spiega bene che il ruolo del testimone è messo in discussione dopo anni che ad esso ci si era affidati. Mi chiedo allora, abbiamo costruito, nel corso degli anni, prove su altri elementi fallaci e/o così incerti? Sia ben chiaro, il mio discorso non è volto a intendere che siccome è difficile definire cosa sia una prova, allora non esistano mai prove. Tutt’altro, rigetto questa affermazione.
Ma mi preme far notare che anche laddove le prove esibite sono molto forti, si incontra sempre difficoltà a farle accettare a tutti, o ad una massa particolare. Mi viene in mente il caso dei creazionisti, quello dei “sindonologi” (gente che non accetta neanche la datazione al carbonio 14!), o a quello dei vegani estremisti che credono alla teoria sull’uomo odierno frugivoro. Non c’è mai una prova definitiva esibita la quale tutti riconoscano, si deve accertare chi la esibisce, che studi ci sono dietro, quali eventuali bias, quali eventuali ideologie. Quindi il mio discorso non è esplicativo, semmai “complicante”, e siccome ci vuole molto tempo e molta esperienza a tirare le somme su questi discorsi, non è roba che possa essere esaurita da chiunque, con giochetti logici o con video su youtube.

Non mancano neanche prove di questo discorso nella storia della biologia. Cito, ad esempio, il caso della scoperta dell’ornitorinco

“Quando l’ornitorinco fu scoperto dagli europei alla fine del Settecento, una pelle fu mandata in Gran Bretagna per essere esaminata dalla comunità scientifica. Gli scienziati inglesi in un primo momento si convinsero che quell’insieme a prima vista bizzarro di caratteristiche fisiche dovesse essere un falso, prodotto da qualche imbalsamatore asiatico.”

Da questo emerge che il discorso scientifico e il discorso sulle prove va bene fino a un certo punto ma è inadeguato già nella vita quotidiana, figurarsi a demolire un concetto come quello di dio.

Dato questo preambolo per cercare di far capire che in realtà vorrei mantenermi il più neutrale possibile, proverò a esporre uno per uno i miei pensieri in merito.

Tanto per cominciare, ritengo che sia utile partire da COSA possa essere dio. Il primo motore immobile? La Forza? Il Karma? Serve, secondo me, cancellare tutto ciò che le rappresentazioni iconiche fino a oggi hanno creato. L’idea del dio maschile, vegliardo, saggio e sapiente, non è altro che la rappresentazione che l’uomo si dà, fin dove riesce ad arrivare, con una mediazione cultural-convenzionale. Perché dio non potrebbe essere rappresentato con un bambino capriccioso? Perché non con un animale (animale non umano, chiaro)? Un animale onnipotente, magari. Tutto ciò che sappiamo di dio è in qualche modo “inquinato” da tutto quel che si è sedimentato nel corso dei millenni, con una o più religioni anche fuse insieme. Altri elementi sono il fatto che sia onnipotente e onnisciente. Anche di questo non v’è certezza, è possibile che dio abbia creato molto, ma che non sia in grado di fare tutto, o che sia un essere estremamente potente seppur limitato. Avrebbe quindi potuto dare il “la” alla creazione ma non esser necessariamente onnipotente. Oppure potrebbe esistere, ma al tempo stesso essere partito tutto dalla casualità, e potremmo avere un dio totalmente disinteressato, come è anche lecito supporre. Potrebbe essere un alieno o un ricercatore alieno per quel che ne sappiamo, e infatti Scientology e i Raeliani hanno modi molto simili di vedere la cosa. Ma perché l’uomo sente il bisogno di chiamare in causa dio? Secondo me ci sono alcuni motivi base:

  1. Dio è la spiegazione più semplice che si possa dare a qualcosa di sconosciuto per spiegare un fenomeno. Da questo punto di vista, dio e la magia sono qualcosa di simile, solo che dio possiederebbe una coscienza propria, e ciò è tranquillizzante dal nostro punto di vista. Se fosse una forza bestiale, o cieca, priva di comprensione, noi ne saremmo irrimediabilmente travolti senza poterne nulla.
  2. Dio è anche la spiegazione al dolore. Farebbe troppo male sapere di essere a questo mondo per soffrire inutilmente e poi finire in una bara come tutti gli altri. La nostra sofferenza è al centro della vita, abbiamo bisogno di credere che ci sia qualcuno in grado di premiare noi e i nostri patimenti.
  3. Sono più che d’accordo con quanto dice Nietzche a proposito del ribaltamento dei valori cristiani: ricchi e potenti in questo mondo sono avvantaggiati, dunque si deve creare un mondo ulteriore in cui siano svantaggiati, e i poveri possano riscattarsi da una vita di fatiche.
  4. Dio costituisce una risposta filosofica “semplice” quando non sappiamo darne di concrete ma la religione svolge un compito analogo, mancando inizialmente delle nozioni scientifiche che invece abbiamo oggi, era estremamente utile sovrapporre il piano etico con quello utilitaristico. Ad esempio, so che l’incesto danneggia la prole. Non so cosa sia la genetica. Vuol dire che uno spirito mi punisce se compio incesto. Ergo, l’incesto è male, lo dice dio. La religione ha un ruolo in qualche modo prosociale, crea i valori come farebbe uno stato, con la differenza che lo stato può rimetterli in gioco e cambiarli, una religione dogmatica no. Conosce quel modo di vivere e quello solamente tramanda.
  5. Le divinità esistono quasi sempre in una dimensione che contempla anche l’utilitarismo. Non si prega un dio perché è bello e intelligente, lo si prega per tornaconto personale: perché si spera ci conceda la salvezza, la fertilità, la forza in battaglia, e così via. Anche fosse solo un tornaconto spirituale, sapere di fare la cosa giusta, dio ha senso solo se ci concede qualcosa. Altrimenti non è che un gingillo intellettuale senza alcun valore. Che senso ha fare sacrifici, pregare o anche solo tramandare una divinità che non ci concederà nulla?

Questi sono i criteri base con cui grosso modo affronto la questione. Per me, quindi, se esiste un dio, non corrisponde ai criteri con cui gli altri lo concepiscono. Per me dio, se esiste, è un essere talmente superiore da essere oltre i preconcetti umani e le convenzioni sociali. Quindi lui sarebbe totalmente disinteressato a punire cattivi e premiare buoni perché comprenderebbe i motivi di tutti quanti, e gli sembrerebbero così infantili da non importargliene nulla. Inoltre, quando guardo un bel micio che gioca con un filo o con un laser sul muro non penso a come punirlo per quanto sia stupido, dato che non ha gli strumenti per capire a fondo cosa lo circondi e che quel laser non sia un uccellino ma solo un’illusione. Ho un piano di conoscenze superiore a quello del micio ma non provo disprezzo per lui, non lo punisco se non “arriva” a quel che so io, semmai provo tanta tenerezza, voglia di proteggerlo e coccolarlo. Non vedo perché quindi un dio non dovrebbe fare altrettanto con me. Se non ho le facoltà cognitive per raggiungerlo, perché dovrebbe punirmi per le azioni che compio mosso dai miei sentimenti, fossero anche rabbia e odio?

Se io sono un prodotto organico di ormoni, neurotrasmettitori, influenze esterne e interne, e non posso avere il controllo totale su di me e su quel che mi circonda, come può un dio punirmi, anche se compio crimini efferati tra gli uomini?

Da qui altre considerazioni: non è detto che dio abbia un’etica, o che sia come la nostra. Per noi rubare, uccidere, stuprare, è criminale perché ci siam dati delle leggi TRA UOMINI, per convivere in pace. Chi dice che invece tutto questo non sia contro “natura”, e che dio invece ci voglia in una continua battle royale? Stando così le cose, potrebbe addirittura arrivare a premiare i più criminali, ovvero quelli più simili a questo stato di cose, e punire chi invece per codardia si è rifiutato di vivere nella violenza naturale per rifugiarsi nella tranquillità cittadina.

Oppure, e questa è la mia visione attuale, dio è così comprensivo che comprende tutto, e giustifica tutto. Un dio relativo. Se già l’uomo è in grado di capire che tutti i propri simili sono mossi da ideologie, convinzioni, motivazioni per le quali darebbero la vita, come distinguere tra loro meritevoli e no? Dio non può farlo, è così superiore che ai suoi occhi le persone sono tutte uguali. Così Hitler così chi aiuta i bisognosi, perché immersi nel loro contesto han fatto quello che potevano fare tutti: fare quel che si poteva, con i mezzi che avevano. Approfondirò questa questione sicuramente più avanti, perché merita considerazioni in più.

Ma se dio fosse relativista, sarebbe un problema sul piano pratico. Se io, buono, pacifico e umano, sono uguale ai peggiori criminali della storia secondo un essere superiore, o lui è un falso dio, o il mio dolore e i miei sforzi per essere una brava persona su questo mondo sono completamente inutili. Svanirà tutto nel flusso temporale, tutto ciò che ho passato sarà stato solo fine a sé stesso e non avrò né punizioni né gloria. Ma allora perché vivere? Perché soffrire? No. Deve essere un falso dio per forza.

Per questo io vedo che con il ragionamento si riesce a creare un dio che però non corrisponde a nessuna aspettativa. Come le persone relativiste, che non ti danno mai conferme, che senso ha di esistere un dio così? Un dio DEVE dare conferme, deve dare risposte e in quelle risposte IO devo vincere. Non è ammesso che io sia in torto, nessuno su questa terra concorda di aver vissuto una vita interamente sbagliata, finché la vive ed è convinto di quel che fa. Infatti, anche avendo provato a immaginare un dio perfetto, ho in realtà creato un mostro che all’uomo non serve, e che inoltre lo danneggia e lo lascia in balia dei suoi incubi. Dio deve avere dunque una finalità pratica, anche a costo di addossargli concezioni dicotomiche tutte umane come la distinzione buono/cattivo che in realtà non hanno alcun senso se non pratico nell’immediato.

Un frutto marcio, è buono o cattivo agli occhi di dio? Dio non mangia, quindi per lui il frutto non è né buono né cattivo, è un oggetto a sé stante. Dovremmo addossare a dio un punto di vista pragmatico e umano per poter dire che dio definisce cattivo un frutto marcio.
Allora, un uomo che uccide è buono o cattivo?  Uccidere in sé non è un atto negativo, come il frutto marcio, a priori ma un atto che va valutato a posteriori, a seconda di chi si uccide. Gli illuministi hanno ghigliottinato un sacco di persone, e quindi? Lo hanno fatto per preparare un terreno fertile alle loro idee e al mondo che volevano edificare. Gli americani e la loro democrazia esportata continuano a fare stragi di popoli (e ne hanno fatte in passato, checché se ne dica). Anche chi mangia carne uccide, anche chi vive uccide comunque, quindi come può un dio valutare quest’atto, e in base a cosa, dato che a posteriori vi sono sempre e solo condizioni umane?
Ne deduco che dio non giudichi l’azione in sé ma, e questa è sempre una speculazione, il disegno finito e completo. Ma io non sapendolo non posso comportarmi come vuole lui, e agirò come voglio io nei miei interessi, non negli interessi che non conosco, e non potrebbe in alcun modo farmene una colpa. Questo, ovviamente, sempre a meno di non riconoscere che le persone che intercedono per lui siano oneste, corrette e si basino su dati reali. Ma qualunque comandamento divino è stato trasgredito più volte da praticamente ogni essere umano considerato sia positivo che negativo, quindi è indifferente pensare all’atto in sé ma sempre e solo a cosa si è ottenuto. Ci sono poi altre considerazioni aggiuntive.

Se ho eletto (inconsciamente) un politico scorretto e mafioso che ha causato vittime, che parte ho in tutto questo?
Se ho dato l’elemosina a un ragazzo e questo ha usato i soldi per la droga, o per finanziare il mercato delle armi, che percentuale di colpa ho io?
Avendo un pc, fumare, avere cotone, palloni, magliette, cacao, spezie, e tecnologia varia, sono assolutamente sicuro di non avere MAI in qualche modo aiutato il mercato di sfruttamento dei bambini nelle parti più povere del mondo? E se così fosse, sarebbe effettivamente colpa mia non essermi informato bene, o sarebbe colpa della mancata informazione del commerciante, o sarebbe, più propriamente, una forma organica di sfruttamento continuo in cui chiunque in qualche modo è parte del meccanismo ed è impossibile quantificare di chi sia la colpa?
I casi di questo tipo sono risolvibili solo con la frase:

Forse NOI non riusciamo a fare i nostri calcoli, ma un dio superiore può eccome

Ma a quel punto come si fa comunque a convivere con sé stessi? Si raccomanda sempre il lavoro ad altri, foss’anche un essere superiore, e non entriamo mai nella logica del fatto che effettivamente non è quantificabile il dolore che diamo e lo sfruttamento che causiamo, e che ogni forma usata si porta dietro pro e contro. E in tutto questo come fare per capire che metodo utilizzare? Cambiare i governanti? Cambiare il governo? Cambiare il sistema? Son comunque cose che il singolo non può materialmente fare. Io dunque mi ritrovo, ammesso che qualcuno veramente mi giudichi, peccatore in un mondo di peccatori, dove non posso cambiare le cose, e dove a cambiarle non si cambierebbe comunque nulla.
Ma allora che senso ha questo discorso? Per me, nessuno. Mi fa stare meglio quei 5 minuti sapere che da lassù qualcuno mi batte la pacca sulla spalla per dirmi che va tutto bene, ma se ci rifletto un attimo non va per niente bene, pur vivendo in società civili avallo sempre in qualche modo il male. La nostra vita, concludo quindi, è ancora una volta basata su una convenzione. Lo sappiamo benissimo che si può fare poco e niente per cambiare le cose, lo sappiamo benissimo che stiamo sfruttando bambini od operai cinesi sottopagati ma a preoccuparsi di qualsiasi cosa che influisca sulle nostre vite non potremmo, letteralmente, vivere. Allontaniamo questi pensieri e basta, sostanzialmente. Non pensarci, e credere di avere dio dalla nostra è un palliativo, tutto lì. Siam tutti lì a dirci “viva la pace” ma in concreto facciamo poco e niente, mutano le forme di sfruttamento diventando via via più subdole o accettabili dalla massa, ma siamo sempre lì. Gente che muore affinché altra gente viva. E d’altronde, l’alternativa qual è? Vivere male? Non vivere? Martirizzarsi?

No. Sono tutte semplificazioni. Valide per noi e basta. Certo che un essere umano in base alle sue convenzioni definisce cosa è male e cosa no ma dato che queste nel corso del tempo sono cambiate continuamente, quel che decidiamo noi oggi ha valore sempre? Valore assoluto? Secondo me è molto più probabile che ogni persona al mondo abbia un motivo. Un motivo dato da un sentire. Un sentire dato dall’essere, o dall’esperire, incontrollabili. Sulla base di ciò siamo tutti uguali, e definiamo buono o cattivo semplicemente tutto ciò che ci torna comodo o meno. Ma dio non ha tornaconto, ergo valuterebbe tutti alla stessa maniera: gente che fa cose per ottenere cose, e basta.

Me lo immagino così.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tirando le somme sull’oggettivo (poi basta)

Ho chiarito quindi, secondo il mio pensiero, cosa siano l’oggettivo assoluto e quello relativo, ma perché fare questa distinzione? Perché non usare “oggettivo” e “soggettivo” o “relativo” come tutti? Perché parlerò presto di opere in cui mi serviranno questi due strumenti utili a spiegare che anche quando si parla di concetti che per “tutti” sembrano essere oggettivi e innegabili, in realtà non sono altro che convenzioni umane. Tanto per fare un esempio, giusto qualche tempo fa una persona mi ha detto “ma come fai a dire che OGGETTIVAMENTE il signore degli anelli non sia il migliore?” o “che Fabio Volo OGGETTIVAMENTE non sia il peggiore?”

Questo genere di cose mi fan rizzare i capelli. Non perché me ne freghi in particolar modo di queste due opere in particolare, ché potevamo sostituire i titoli con qualsiasi altro classico/titolo odiato del momento, ma perché continuare a giudicare le cose del mondo usando la parola oggettivo è per me criminale. Già la nostra interpretazione del mondo è basata su una convenzione, e la realtà è frutto di un mettersi d’accordo tra di noi, figurarsi parlare di un campo altamente soggettivo come quello dell’arte, della letteratura o dell’interpretazione!

Scriverò più avanti in dettaglio comunque articoli più chiari sulla questione. Per ora mi preme chiarire gli ultimi dettagli

Per te tutto pare essere relativo, sembra che tu non abbia punti fermi. Non ne esistono per te? Cosa ne pensi della scienza?

Ottima domanda. Dunque, quando io dico di essere relativo non sostengo affatto che non esista la scienza o che non sia utile o che dica cose relative smentibili da chiunque. La scienza è MOLTO importante, tendo solo a vederla come lo strumento più utile a nostra disposizione e non come una semi divinità in grado di fornire tutte le risposte. Quando parlo di inaffidabilità dei sensi e di percezione mi riferisco al fatto che non dobbiamo dare per scontate che le nostre percezioni siano le uniche. Ad esempio, noi vediamo solo quella parte di spettro luminoso chiamata “luce visibile” Spettro-onde

Quello che può “vedere” il nostro occhio, poi, altro non è che un contenuto del cervello che l’organo occhio “interpreta” per noi. Quindi il nostro occhio, limitato, non vede che una parte di “realtà” che i nostri strumenti percepiscono. Se potessimo vedere tutto lo spettro, che realtà vedremmo? Colorata come? E come cambierebbero le nostre vite, i nostri abiti, le nostre arti, le nostre relazioni se avessimo uno spettro così ampio a disposizione?

Questo vale per tutti i sensi, anche per l’orecchio. slide_11.jpg

Ciò che sentiamo e percepiamo non è che una sezione di tutto ciò che ci circonda e che il nostro cervello interpreta. Dunque in tal senso, secondo me, è molto difficile capire se questa interpretazione sia vera o meno.

Ma se riusciamo a estendere i nostri sensi grazie alla tecnica, e se conosciamo anche solo in linea teorica ultrasuoni e spettro non visibile, che differenza fa?

Qui si entra piano piano in campi sempre più difficili, e io non posso far altro che proporre ciò che penso, senza mettermi in cattedra:

  1. Ciò che conosciamo è comunque qualcosa che per forza deve essere misurabile e rilevabile dagli strumenti umani. Se qualcosa sfugge alla sensibilità dei nostri strumenti potenzialmente non esiste. Gli atomi, prima che arrivasse conferma dalla scienza, erano stati teorizzati da Democrito ma fino ai primi esperimenti di fatto non “esistevano” nella concezione umana. Questo ci porta ad avere una certa cautela nel giudicare: se non lo vedo o non riesco a misurarlo, non è detto che non ci sia.
  2. Se riesco solo a misurarlo, non mi sto interfacciando con quell’elemento in prima persona ma con calcoli e rappresentazioni funzionali. La chimica ad esempio, che utilizza formule e nomenclature, lo fa per istituire un codice ma non è la “vera” rappresentazione delle cose. Non a caso sono esistiti più modelli atomici, più modelli per rappresentare le formule, ecc. L’importante è capire come funzioni, non come sia “veramente”.
  3. Come detto prima, i nostri strumenti sono comunque amplificazioni dei nostri sensi o calcoli razionali e probabilistici basati sull’esperienza. A questi giustamente sfuggono tutti quegli aspetti non convenzionali che non abbiamo mai esperito prima, alcune scoperte sono state fatte per caso cercando tutt’altro.
In ultimo, ciò che possiamo rappresentare è strettamente connesso a ciò che riusciamo a immaginare, o ciò che conosciamo e con cui siamo a contatto. Esistono ad esempio concetti spiegati con una sola parola in certe lingue, ma impossibili da tradurre in altre, perché in quella cultura quel concetto non è così usato o utile, o avrebbe coniato una parola per riferirvisi. Mi viene in mente “Schadenfreude” in tedesco che significa “piacere procurato dalla sfortuna (altrui)”. O “Komorebi”, in giapponese, che indica l’effetto particolare della luce quando filtra dagli alberi. “Tsundoku”, l’abitudine di ammucchiare libri e non leggerli e tantissime altre qui . Esistono anche differenze linguistiche per quanto riguarda i rapporti di parentela in persiano, o i diversi modi di riferirsi alla neve ; i popoli quindi, pur avendo matrici comuni di pensiero e linguaggio, si riferiscono al mondo in base a quel che riescono a percepire, concepire, spiegare a sé stessi più facilmente e ne sono influenzati. E’ possibile che per capire ciò che rimane da capire si debba affrontare un’ulteriore evoluzione sul piano dei sensi, o intellettuale, in tal senso sono possibilista e mi limito a rilevare che anche ciò che la scienza ha scoperto fino a oggi non è un punto d’arrivo ma l’attuale stato di conoscenze. Non voglio sminuirla, ma mi è capitato spesso di leggere persone molto fomentate, che definire scientiste è eufemismo, scrivere che se qualcosa non è misurabile allora non esiste (indovinate parlando di cosa?), che magari è pure un’affermazione corretta, ma denota solo arroganza nel modo di porsi verso il mondo. La scienza NON DEVE essere impositiva, la scienza ti ragguaglia sullo stato attuale delle cose, il resto lo decidiamo dopo.
Tuttavia comprendo che certe derive scientiste sono dovute al dilagare continuo di analfabeti funzionali, ciarlatani, omeopati, schiachimisti e chi più ne ha più ne metta, e questo ovviamente non fa che irrigidire le posizioni. Io invece vorrei mantenermi neutrale. Il che non vuol dire che comincerò a blaterare di omeopatia o imposizioni delle mani ma che bisogna sempre lasciare spazio a chi ha validi argomenti a supporto delle proprie tesi.
Dato il colpo al cerchio, diamolo alla botte: è vero che qualche scientista può dar fastidio, ma credo sia il problema minore in un’Italia dove al 47% sono analfabeti funzionali incapaci di comprendere un testo in maniera appropriata. Se la comunità scientifica è schierata da una parte, e dall’altra ci sono O ciarlatani dal torbido curriculum e zero pubblicazioni, O arrivisti pronti a sfruttare una massa di gonzi, O la Wanna Marchi di turno, ragazzi, questa è una sconfitta su tutta la linea. E ci sono casi simili di cui probabilmente parlerò in prossimi articoli. Sempre restando sul tema scienza, non è importante che uno studio dica A o dica B, per me è importante che le prove si accumulino e che a sostenere A siano in diverse decine di persone diverse. Quando c’è consenso scientifico intorno a un tema, non siamo al 100% di certezza (non c’è mai) ma di sicuro è la % più alta cui si possa arrivare cercando di ridurre al minimo interferenze e incompetenze. Quindi anche se mi ritengo relativista e possibilista, il consenso scientifico è un elemento attorno al quale ruota, se non tutto, comunque molto e bisogna tenerlo in conto. Quando io comincio a informarmi su un tema, il consenso scientifico è la prima cosa che cerco. Se invece c’è una divisione netta spaccata, si comincia a leggere tutti gli studi e a capire qualcosa sui ricercatori che li hanno fatti. Neanche così c’è la certezza assoluta, ma si riduce di molto la possibilità di errore. Ed è così che mi piace ragionare: il limite del consenso scientifico da una parte, il limite delle fallacie logiche dall’altra. Dati questi limiti, cosa rimane?

 

 

 

Passo 2: L’Oggettivo Relativo

Avendo provato a esporre cosa significa per me “oggettivo”, ovvero semplicemente uno strumento umano a uso e consumo umano che ha senso solo nella limitata percezione umana non scevra da convenzioni umane, sarebbe opportuno avvicinarsi a qualcosa di più concreto e meno “teorico”. Perché sì, va bene, la filosofia è bella, ma è anche un esercizio mentale un po’ fine a sé stesso. Per quanto sia interessante discutere se siamo veri o no, se non siamo altro che versioni più grandi di micetti che inseguono il laser in tutta la nostra quotidianità, è pur vero che tutto ciò che l’uomo ha creato a misura d’uomo è parecchio materiale, ed entro i confini dati dalle città e dalla legge, è necessario abbandonare il pensiero teorico per entrare a fondo nel pratico.

L’Oggettivo Assoluto, quindi, l’ho spiegato mio malgrado. L’Oggettivo Relativo è sempre un tipo di oggettivo che in linea puramente teorica non è altro che ancora SOGGETTIVO ma che nella dimensione umana diventa vero e difficilmente negabile. Facendo un esempio molto banale: uccidere.

In natura io posso uccidere per tornaconto, per gelosia, per rendere una femmina di nuovo fertile, per sollazzo, per cibo, per tantissimi motivi, uccidere è utile e non è associato solo alla morte dell’altro ma anche al guadagno della specie e del singolo esemplare.

In una società umana concetti come questi sono aberranti, non perché OGGETTIVAMENTE e di per sé siano negativi, perché qualche divinità è scesa dall’empireo a dircelo, ma solo perché sono il prodotto di millenni di riflessione umana sul guadagno della collettività. E’ vero che uccidere porta vantaggi al singolo, ma danneggia altri singoli. Quindi che singolo si tutela? In base a cosa? La società non può permetterlo, deve tutelare gli elementi che la compongono e deve arbitrariamente definire, sulla base di questi piccoli ragionamenti, cosa si può fare e cosa no. Altrimenti semplicemente sarebbe caos & anarchia. Un comportamento prosociale che privilegia la collettività non è, in ottica assoluta, né bene né male, ma se la collettività riesce a mantenere l’armonia sociale grazie a questo, allora diventa automaticamente un valore “positivo”.

Perché, ad esempio, abbiamo nel corso del tempo scritto libri su quanto siano belli l’amore e l’amicizia? E perché le storie, in preponderanza, si basano quasi tutte su almeno uno di questi due temi? Perché sono tra i pilastri del comportamento prosociale. Se io ho amici, se io amo il prossimo, tendenzialmente non sarò un pericolo per la società.

Perché non ci sono libri che esaltano invece l’arte di uccidere, o l’arte di far del male?
(Magari qualcosa di filosofico lo si trova anche, qualche passaggio quando si descrive un killer ci sarà pure, ma un trattato su questi tipi di arte non credo di averlo mai visto).
Perché sono tendenzialmente valori antisociali e pericolosi per l’armonia sociale. Se io scopro che uccidere è un’arte e ne divento cultore, potenzialmente sarò un pericolo per la società.
Si noti che tutto questo discorso si può estendere a qualunque cosa praticamente.
Lo stupro, anche. Mettiamo un secondo da parte le leggi, evitiamo di dire “eh ma la legge dice che…” dato che in altre parti del mondo la legge dice che i gay possono essere discriminati e le donne infibulate.
Partiamo da zero: non si stupra non perché una divinità è venuta a dirci di non farlo, ma perché  nel corso del tempo (e anche grazie a studi scientifici, ovviamente) abbiamo capito che se lo stupro ha una sua valenza nel mondo animale (trasmettere la discendenza checché ne dica l’ospitante),  questo sistema risulta pericoloso per la psiche e la salute fisica di una cittadina, ben più complessa di una bestia da monta. E’ possibile che lei stessa, abusata, cominci a essere pericolosa per la società. Non a caso buona parte delle persone con dei problemi hanno subito loro stesse abusi durante l’infanzia. E’ possibile che si suicidi, o che diventi un peso (droghe, alcool, violenza verso altri).

Stai dicendo forse che va bene stuprare? O che dovremmo riconsiderare la cosa?

Assolutamente no. Ma vorrei far notare lo slittamento semantico che cose come amore, matrimonio, prole, ecc hanno avuto nel tempo. Se proviamo a fare mente locale, e a ricordarci delle letture fatte alle superiori, magari facenti riferimento al medioevo, in cui la priorità era proprio la trasmissione dei geni della casata e la purezza del sangue nobiliare, ce se ne impippava altamente di cosa ne pensasse la donna, o che dare in sposa una donna contro il suo volere e raccomandarle di fare il proprio dovere come fosse una fattrice fosse cosa buona o meno. La società doveva tutelare sé stessa (la società o almeno i membri eminenti della stessa), quindi l’importante non era il pensiero degli sposi, o della donna, era importante tramandare un certo tipo di discendenza.

La società cambia: si assiste al livellamento (almeno teorico) delle classi sociali e il titolo nobiliare diventa un vezzo più che un vero strumento. Da qui, e sottolineo DA QUI, non perché è intervenuta la solita divinità a dirci

Ehi, smettila di maltrattare le persone che vogliono amarsi e avere gioia e felicità con i loro bimbi diligentemente pianificati!

DA QUI, abbiamo potuto permetterci una nuova concezione dell’amore, permeata di romanticismo, diritti umani e tutto. Non perché il bene ha trionfato, non perché un bel cavaliere ha vinto un torneo, ma perché son cambiati i presupposti con cui la società mantiene sé stessa.

Prima di passare al prossimo argomento vorrei che questo concetto fosse chiaro perché per me è estremamente importante per definire come cambi la società a partire dalla materialità delle cose, e non necessariamente dalle sovrastrutture.
I genitori che costringevano i propri figli a sposarsi senza essersi mai visti, o che costringevano le donne ad avere tanti figli da un uomo che forse non amavano, con un gesto se non simile, prossimo allo stupro, erano cattivi? Si son svegliati un giorno decidendo di fare cose cattive?
Non sono di questo avviso.
Io ritengo che, come tutti quanti quelli prima di noi e dopo di noi, abbiano agito cercando di mediare tra interessi interni ed esterni. La felicità di mia figlia vale più o meno della mia nobile casata? Eh be’, scusate, ma l’amore forse di fronte ad un blasone che mi garantisce privilegi viene dopo. Scusate, eh? E penso che se tornasse in auge il blasone e relativi privilegi avremmo una bella spaccatura nella società, altro che romanticismo.
Le madri che allora preparavano psicologicamente le figlie a quella, per noi oggi, barbarie, semplicemente trasmettevano un modo di vivere che aveva garantito benessere e armonia sociale. Intessere legami con famiglie potenti ERA importante, formare alleanze ERA importante, avere diritto al trono ERA importante e l’amore veniva dopo. OGGI dove nessuno forma alleanze o aspetta di ereditare un trono questo sistema di valori è diventato obsoleto. E solo ORA possiamo permetterci di dire che l’amore venga prima. Ma queste forme non sono mica scomparse, basti vedere tutte quelle ragazze molto giovani che vanno appresso a politici benestanti. Sarà vero amore? O forse è una forma parzialmente modificata delle stesse cose di cui parlavo poco sopra? Cambiano i modi per concepire certe cose ma queste non scompaiono mai del tutto.

Non a caso, la dialettica più abusata dei film Disney è proprio contro un amore di comodo tipico di valori che oggi nessuno o quasi accetterebbe più. Alla Disney piace vincere facile, ma allo stesso tempo tramanda e codifica quelli che sono i valori oggi ritenuti moralmente corretti: l’amore è scelta, rispetto e venirsi incontro. cenerentola.jpg

Tutto questo excursus mi serviva assolutamente per definire una cosa che la gente, e la capisco anche, fatica ad accettare. Lo stupro è brutto, fine. Lo dice dio, è così, punto e basta. La schiavitù è cattiva. Uccidere è cattivo.
E io non dico che abbiano torto, ma mi preme far notare che questa altro non è che la morale oggi vigente, in base ai valori che codifichiamo su una ossatura pratica che delimita la sovrastruttura, che a sua volta giustifica l’ossatura pratica.
Quelli che sto cercando di esprimere sono concetti così difficili e strani che chi mi sta leggendo sicuramente crederà io sia pazzo. Mettere in discussione una cosa orribile come lo stupro? E l’assassinio?
Ebbene sì. Ma non lo faccio per dar risalto a queste azioni, o perché spero di patrocinare intellettualmente il prossimo pazzoide che smitraglierà in giro, mi preme far notare che in società niente è fisso, niente è definitivo, neanche valori che oggi riteniamo assoluti come il rispetto dell’individuo o della vita.
Non a caso ho parlato alla lontana di “medioevo” per l’amore, ma potrei farlo storicamente con qualsiasi valore. L’amore omosessuale? Basta guardare alla Grecia antica e a Sparta, dove un giovinetto era “virile”, più virile di una donna, e non c’era vergogna a portarsene a letto uno per un guerriero. Anzi. In giappone stessa cosa, la donna, così poco virile e utile, non era che un mezzo per la riproduzione. Per l’amore vero l’uomo doveva amare l’uomo. [1][2]
Oggi questi concetti ci appaiono così distanti che è difficile anche solo concepirli, però è importante provare a farlo. Avere certezze è un bisogno umano, ma avere certezze è anche fonte di dogmatismo pericoloso e militante. Gli estremismi arrivano proprio da persone che hanno troppe certezze sull’aver capito cos’è il mondo e come deve girare.

Va bene, abbiamo appurato una cosa tutto sommato banale, che i valori cambiano nel tempo. Ma se ORA è così, ha senso parlarne? Non diventano automaticamente oggettivi relativi?

In linea puramente teorica è così. Se la società, per tutelare sé stessa, ha deciso che non si deve uccidere e stuprare, oggettivamente (relativamente) è così. E se crea delle leggi è così punto e basta.
Ma.
Non si può mai escludere che si assista ad un cambiamento epocale come una rivoluzione, una guerra termonucleare, un qualcosa dove venga a mancare un ente governativo capace di dare valori e leggi. Se tutto venisse a cadere, tornerebbero a scontrarsi i valori istintivi degli uomini. Per cui la società come la conosciamo ha senso finché esiste, una volta caduta (vedi l’Impero Romano, ad esempio, che cadde sotto i colpi dei barbari, e vide disgregarsi tutto ciò che reputava nobile e civile) tutti i valori vengono rimescolati, metabolizzati, defecati, rimessi in gioco a seconda di quel che conviene sul momento.
Dovesse esplodere una nuova guerra atomica, dovessimo noi rimanere poche decine di migliaia, non faremmo in tempo a dire “ah ma l’etica” che avremmo già venduto nostra figlia come schiava per un tozzo di pane.
Ovviamente sto estremizzando per rendere chiaro un concetto, nella realtà è praticamente impossibile che succeda. Nella realtà però può comunque succedere qualcosa di simile. Ho parlato dell’Impero Romano prima, un’invasione culturale e militare, ma non è l’unica invasione possibile. Esiste anche l’invasione “gentile”, che è quella degli immigrati appartenenti a diverse culture. Lì è un problema per la società definire cosa è bene e cosa e male perché nel momento in cui dovesse cambiare la concezione della massa attorno a un tema, la società iniziale non avrebbe più senso d’esistere, e i governi provvederebbero a crearne una a uso e consumo della nuova società. Mi faccio più chiaro: facciamo finta che gli stranieri vogliano un tipo di donna più sottomessa. L’Italia non vede di buon occhio una cosa simile. Ma nel momento in cui gli stranieri, inizialmente, e poi i figli di stranieri, e poi la seconda, terza, quarta generazione di italian-stranieri cominciasse ad accettare per via culturale il ruolo sottomesso della donna, la società che mi venisse a dire “puoi non mettere il velo e puoi decidere da te chi sposare” cesserebbe di avere senso e utilità pratica.
Alt, alt, alt, lo so che esistono diritti umani, civili, altri paesi che condannerebbero il gesto, sto facendo un esempio terra terra per chiarire meglio i modi attraverso cui una concezione può cambiare nel tempo.
Esistono anche altri modi (e mode): uno scrittore particolarmente geniale scrive un libro su come trattare i bambini (così non tartassiamo solo le donne), ovvero come si faceva ai bei tempi in cui si prendevano a cinghiate (del resto, chi le ha prese mica è diventato uno psicopatico, no?)
Qualche intellettuale comincia a scrivere dei saggi critici per far notare che in realtà l’azione ha un suo perché, e le dà dignità attraverso esempi di grandi scrittori del passato passati a fil di cinghia.
Un ricercatore, mettendosi in coda, illustra tutti gli studi fatti su bambini cinghiati illustrando che qualche effetto positivo può esserci.
Il pubblico, vedendo intorno a sé solo maleducazione presso i giovani, comincia a prender per buono un ritorno alle origini, si crea una massa critica di persone con un’ideologia e il politico di turno ha tutte le intenzioni di sfruttare quella massa dandole corda e si torna a prendere a cinghiate i figli disubbidienti. Se, come nell’esempio prima, al 90% una società ha gente che vuole la donna sottomessa, o il figlio preso a cinghiate, è più probabile che la società destabilizzi sé stessa cercando di mantenere i diritti civili fino alla rivoluzione, o è più sensato che cambi le leggi a seconda di chi deve tutelare?

Ovviamente questi sono discorsi molto teorici, in linea pratica non c’è mai o quasi mai una distinzione così netta, quasi sempre siamo su percentuali irrisorie che rendono difficile capire chi vogliamo tutelare e chi no. Il caso dell’omosessualità è emblematico: dare diritti civili e legali è una cosa buonissima, ma lo stato non lo fa, perché? Perché esiste anche altra gente da tutelare, ovvero chi crede, per religione, pregiudizio o che so io, che l’omosessualità sia un male, o sia un’involuzione.
Questo prova ciò che sto dicendo: c’è un valore assoluto come la libertà individuale, la libertà di amare chi si vuole, ma lo stato ancora non lo permette, proprio perché siamo in un momento di transizione dei valori. Stiamo passando ad un passaggio epocale in cui sui libri, dal “e Lucia baciò Renzo” si passerà al “e Renzo baciò Cristoforo”. Un momento di confusione e caos perché la società stessa al momento non capisce se ha più senso tutelare su una base argomentata molto forte una parte di società, o se tutelare un’altra parte di società che anche senza argomentazioni è molto sentita. Non sta prevalendo il bene, sta prevalendo ciò che vuole la società per mantenere l’armonia sociale. Ma è ovvio che questa situazione si risolverà con la delusione di almeno una delle due fazioni, o ad una rivoluzione (foss’anche pacifica o intellettuale) fino a quando una delle due fazioni non avrà accettato come “normale” l’altro.

E nella storia dell’uomo è SEMPRE stato così. Non ha mai vinto il “bene”, non ha mai perso il “male”, si son sempre e solo fatti due calcoli su cosa convenisse e si son fatte scelte coerenti. Ma per il popolino è comodo credere che la fazione vincitrice sia il “bene” perché questo rende coesa e solida la società stessa. Se noi siamo il bene, allora abbiamo sconfitto il male. E se abbiamo sconfitto il male le loro idee erano sbagliate a priori e le nostre giuste. Quando invece c’è stata una battaglia, uno scontro ideologico o militare tra due posizioni, e a determinare il vinto e il vincitore è sempre la forza militare, la forza politica, la forza spirituale o il numero, o la capacità di trasmettere nel tempo quelle idee.

[1]: Il grande specchio dell’omosessualità maschile

[2]: Wikipedia, Omosessualità in Giappone, “In campo militare”

 

 

 

 

L’anfitrione di ogni pensiero: l’oggettivo

Per cominciare ogni discorso, non può mancare IL discorso. Definire cosa è oggettivo e cosa no è doveroso ogniqualvolta si cominci a creare un’impalcatura di pensiero. Lo dico perché molte volte, e troppo spesso, leggo di persone eccessivamente convinte che la propria opinione rispetti una verità indiscussa e indiscutibile o un fatto nel mondo davanti al quale tutti dovrebbero prostrarsi.

La mia linea di pensiero è molto vicina al relativismo: ritengo che in Natura, fuori dal microcosmo cittadino, prevalga la legge del più forte e del più adatto. Non esistono diritti e non esiste alcuna divisione tra buono e cattivo. E in molti casi questo vale anche per il microcosmo cittadino ma lo spiegherò più in là.

Partendo da questo misero presupposto, si accorgerebbe chiunque che non viviamo in stato di Natura, quindi il relativismo è poco utile per spiegare ciò che ci circonda. Siamo animali intelligenti, è vero, ma animali intelligenti che si danno delle regole per convivere in pace. Dunque, se è pur vero che per me non esiste alcuna verità rivelata, e che tutto il mondo è un processo meccanicista che non segue altre regole che quella del caso, l’uomo rappresenta un’eccezione in quanto può, nel SUO microcosmo cittadino, riscrivere le regole. E per vivere bisogna conoscere quelle regole. Il che non vuol dire che ogni umano debba piegarvisi, altrimenti non vi sarebbe storia o avanzamento culturale, ma che bisogna dialogare con esse e capirne la natura.

Tornando al discorso sull’oggettivo, qualcuno potrebbe anche chiedermi

Perché semplicemente non guardare cosa dice la Treccani sul termine?

Perché la lingua è uno strumento “coniato” dai parlanti, che si modifica sulla base dei cambiamenti che questi operano nel tempo. I concetti subiscono slittamenti semantici, basti pensare a come, alcuni giovini, oggi intendano la parola “disagio” per capire che l’uso di una parola non è solo quello fissato dai linguisti ma anche quello delimitato dagli usi quotidiani. Un sistema di regole quindi mai fisso, sostiene Saussure, ma che ha comunque carattere istituzionale (se parlassi un idioma da me inventato, nessuno mi capirebbe. Ergo necessito di un codice linguistico che tutti possano capire).

Ecco spiegato in brevissimo perché usare parole mie: perché a usare un dizionario non farei che ribadire cosa si intende oggi con la parola “oggettivo”, mentre invece io voglio elaborarla, e se possibile arricchirla, con quel che intendo io per questa parola.

Che cosa, dunque, è oggettivo?

Be’, tanto per cominciare qualcosa di oggettivo deve essere qualcosa di vero per tutti, possibilmente verificabile in ogni momento, e immutabile nel tempo.

Deve essere vero perché bisogna riconoscere che i caratteri di verità e di esistenza qualificano le nostre discussioni (ha senso parlare di ciò che vedo, non di ciò che non vedo).

Deve essere vero per tutti, perché altrimenti vivremmo su dimensioni slegate tra loro.

Deve essere immutabile nel tempo, perché fare affermazioni oggettive che restano tali per pochi secondi e subito dopo vengono contraddette è come non dire le prime.

Qui abbiamo già una selezione ampissima di ciò che io reputo oggettivo, e uno scarto enorme di elementi. Data questa definizione, cosa rimane?

Che la terra è un geoide. Che esistono gli atomi. Che esiste la vita. Esiste la fisica, e così via.

Bisogna però fare ulteriori considerazioni: Il mondo come lo conosciamo, si stima che abbia una vita rimasta di 5 miliardi di anni in correlazione con la durata del Sole. Questo renderebbe già inutile la definizione di oggettivo che voglio dare, perché non essendo le cose da noi conosciute ferme nel tempo e/o immutabili e/o percepibili o interpretabili da una specie senziente e intelligente, verrebbe a cadere il concetto di vero sempre e ovunque. Forse non si potrebbe applicare neanche all’universo, che pare sia in continua espansione e quindi mai fisso nel tempo.

Dobbiamo allora ridurre drasticamente il concetto di oggettivo per come lo intendo io: l’oggettività ha senso solo se
1) Esiste una specie abbastanza intelligente da intuirne il senso. Gli animali, ad esempio, non utilizzando un concetto come questo, non ne hanno alcun bisogno. Se non c’è alcun uso, questo termine è come se non esistesse da nessuna parte. La specie intelligente può essere umana, o aliena, o robot, ma deve avere la capacità di usare tale concetto.

2) Se ogni cosa è destinata a mutare nel tempo, allora non ha senso usare questo parametro. Dunque il tempo nella definizione di oggettivo ha senso solo se si usa per il tempo nel quale le cose vengono percepite. Non c’è bisogno che un vaso di fiori duri eternamente: è nella mia stanza ORA, tanto basta a renderlo oggettivo. Non importa se ad un certo punto non esisteranno più mele né alberi, la matematica e la fisica hanno senso ORA e tanto basta a renderle oggettive. Quindi si sposta il parametro tempo da “sempre” a “ora” ma sempre rimanendo in un contesto in cui qualcosa sia vero per tutti, ORA.

Abbiamo dato una sistemata alla definizione iniziale, per cui mi sento di integrarla con ulteriori riflessioni. Oggettivo per me non vuol dire qualcosa di immutabile, fisso nel tempo o valido per tutti sempre ma è una definizione di comodo che nella dimensione umana, per come viene percepito il tempo e lo spazio dagli umani, ha il suo perché. Usando la parola oggettivo non stiamo evocando Dio, o parlando veramente di qualcosa di immutabile, stiamo usando un concetto umano ad uso e consumo umano. Questo è importante ribadirlo per sminuire ogni pretesa di questa parola di voler definire ciò che ci circonda.

Alla luce di tutto ciò, cosa è rimasto quindi?

Alla luce di tutto ciò è rimasto il conoscibile e il misurabile. Ma anche qui stiamo già facendo uso della capacità della nostra mente per affermare qualcosa di cui non siamo totalmente sicuri: che cosa genera conoscenza? Sono adeguati i nostri strumenti?

E’ possibile, come diceva Cartesio, che un genio maligno ci stia ingannando, e che tutto questo non sia che un sogno. E’ possibile che il nostro cervello sia in una vasca di liquido, e che uno scienziato stia provando la sua realtà virtuale su di noi. In questi casi, come posso io provare la mia esistenza, o provare le sensazioni che mi danno i miei sensi?

Che prova ho io, inoltre, per poter affermare che la mia prova sia valida, o riconoscibile dagli altri, o da me stesso? Infatti, se mi si presentasse una divinità, svelandomi ogni arcano della vita, come potrei io valutare la bontà di tutto ciò? Io essere limitato ho bisogno di prove, ma per avere prove devo avere prove di prove, e così via in una spirale infinita. Per me, quindi, non v’è certezza ma solo convenzione. Mi spiego meglio.

Se io, in questa dimensione, vivessi ogni giorno un’esperienza diversa, indecifrabile o fine a sé stessa, sarebbe come se non esistessi. Ma se invece io, in questa dimensione, conduco una vita dove alcuni parametri (spazio, tempo, amicizie, conoscenze) sono in qualche modo legate tra loro e se il mio mondo ha un ordine, allora non mi serve chiedermi se sia vero: posso comunicare, posso vivere in questa dimensione, ergo questo è il MIO mondo. C’è altro? C’è di meglio? Forse. Interessante. Ma se non posso accedervi è come se non esistesse per me, inutile crucciarsi: preferisco esplorare questa dimensione.

E’ possibile che io sia la sola entità di questa dimensione, o che il mio lettore qui sia la sola entità, e che tutto sia una rappresentazione. Ma finché comunichiamo, finché abbiamo un accesso organizzato alle cose del mondo e possiamo usare strumenti rudimentali per condividere, non è importante sapere se questo è il vero mondo, perché per ora non c’è altro mondo.

ALT.

Sto già cosa starete pensando:

Eh ma cribbio, come sei utilitarista! Cosa dire allora del mondo spirituale? Che dire di possibili mondi ulteriori in cui migliorarsi o scontare pene o riscattarsi?

Dico che il mondo spirituale è importantissimo, ma lo vedremo meglio in un articolo apposito. Per ora rimaniamo qua.

Riassumendo:

Per me la parola “oggettivo” è uno strumento utile agli umani, utilizzabile  con altri umani. Delimita una condizione prossima al “vero”, tenendo sempre a mente che anche quel vero è relativo,  per tutti, per una quantità di tempo sensata alla percezione umana.

E questo è ciò che chiamo “Oggettivo Assoluto”, che già di per sé NON è assoluto, ma mi aiuta a districarlo dal concetto di “Oggettivo Relativo” di cui parlerò nel prossimissimo articolo.

 

 

 

 

 

 

Presentazione

10915059_881163125258139_5314456417655413580_oPrima di cominciare a postare qualsiasi argomento, sarebbe corretto spiegare due cose (giusto due di numero) su di me e sulle mie intenzioni.

Non dirò più di tanto sulla mia persona prima di tutto perché apro questo blog non per parlare di me, ma per esporre dei contenuti. Secondariamente perché vorrei essere qui in veste di voce e non di persona fisica.

Di me cosa posso dire? Fin da piccolo non sono mai stato il più intelligente o il più sveglio, avevo però una caratteristica che ho sempre faticato a trovare nei miei coetanei: un’insolita predisposizione all’analisi delle cose intorno a me, delle persone e di tutto ciò con cui entravo in contatto. Non sono mai stato il migliore tra tutti, ma di sicuro ero quello che si faceva più domande, e che si dava un maggior numero di risposte. Risposte che mi piacerebbe mettere su carta virtuale e nei limiti del possibile condividere e approfondire. Ho una formazione scolastica strana: liceo biologico e studi universitari linguistici; una formazione eclettica e “completa”, se così si può dire, per avere una vaga idea di quel che rappresenta il mondo scientifico e quel che sostiene il mondo umanistico. Molto spesso queste due entità si scontrano ingiustamente cercando sempre di eleggere un ultimo vincitore mentre io trovo che le due, almeno in me, possano coesistere per completarsi a vicenda aiutandomi a destreggiarmi in questo mondo così complesso e ricco di sfaccettature. Qui quindi un primo indizio sugli articoli che tratterò: non essendo uno scienziato non mi vedrete mai (MAI) lavorare con numeri, grafici et similia (ma potrei qualche volta far ricorso a simili articoli se questo dovesse aiutarmi a sostenere una tesi), bensì sono molto ben disposto a lavorare con letteratura, arte, filosofia, stilistica, sempre senza disdegnare la rigorosità del metodo scientifico. Semiotica e analisi del linguaggio, psicologia cognitiva, tutti strumenti che spero potranno tornare utili a me per scrivere, e a coloro che mi leggeranno, nella speranza di poter dire qualcosa in più su opere, autori, concetti.

Un secondo indizio è nel motto del mio sito: per peculiarità mia non mi piace fare quel che fanno in tanti, o parlare di quel che è sulla bocca di tutti, da qui il mio interesse a parlare delle minuzie, delle piccolezze, dell’infinitesimale e di tutto ciò che gravita intorno ad esse. Perché? Perché ai grandi concetti ci ha già pensato una nutrita schiera di pensatori, artisti e filosofi, mentre al microcosmo dei dettagli della vita quotidiana si degna poco spazio.

Mi reputo inoltre uno degli eredi spirituali  del movimento Razionale iniziato grazie alle brillanti menti di due persone che stimo, ammiro e apprezzo oltremisura: Marco Vinci e Alberto Ferrari. Avevo già il mio spirito critico prima di incontrare i loro blog ma posso affermare con tutta tranquillità che nella formazione della mia persona hanno contribuito tanto quanto le mie insegnanti o i miei studi. Il continuo dialogo, quindi, nel mondo dell’etica, dell’animalismo, dell’antispecismo, della sperimentazione animale, del sessismo, dei diritti, delle unioni civili, oltre a essere di per sé estremamente interessante, mi ha portato a delimitare meglio me stesso e i miei limiti. Ergo, questi argomenti e relative analisi saranno pilastri fondamentali attorno al mio blog; non per farne una bandiera ideologica, bensì per partire da essi e costruire così un’impalcatura di pensiero, la mia, che spero di poter condividere con altri, sfruttando i temi più al centro del dibattito.

Altri argomenti che tratterò saranno alla portata dei miei coetanei: videogames, attualità, manga, cinema, analisi di film e così via per poter dire la mia ma anche per partire da elementi comunemente conosciuti e poter fare un po’ di lavoro decostruttivo, una di quelle cose che mi manda socraticamente in brodo di giuggiole ma che mi inimica anche la stragrande maggioranza delle persone che risultano infastidite da un pensiero nuovo e controverso, per quanto saldamente argomentato.

Questo per quanto riguarda Icaro e Dedalo, creatura e creatore, sogno e sognatore. Tutto il resto lo deciderò strada facendo.

Se qualcuno invece si è chiesto il perché dello strano nome, a dire il vero non c’è un motivo così profondo: Deus Ex Machina è una locuzione latina tra le mie preferite ma usarla così com’è avrebbe per l’appunto significato appiattire me stesso su una cosa già esistente, mentre sostituire l’ultima parola con il dialettismo “maghena”, oltre a essere simpatico come biglietto da visita, risulta anche un minimo personalizzante. Tratterò i miei argomenti con il riguardo del rigore e dei guanti di velluto ma da personalità poliedrica quale ritengo di essere non disdegnerò ironia e toni leggeri.