Gumball: degno erede di Spongebob?

Chi non conosce Lo straordinario mondo di Gumball? Io, fino a qualche mese fa. Non ricordo neanche di preciso quando abbia cominciato a seguirlo dato che la tv ormai l’accendo pochissimo solo alla sera e che in quel periodo più che altro stavo studiando per gli ultimi esami. Però è capitato, sono incappato in qualche episodio (difficile a memoria dire quale fosse) che mi ha incuriosito. Così, come sempre capita quando qualcosa attira la mia attenzione, comincio a seguirlo per bene e a valutarlo con tutti i crismi anziché seguirlo con mezz’occhio di sbieco.

Parliamo un po’ di quel poco che ho capito leggendo in rete: i personaggi inizialmente sono nati per delle pubblicità. Il mondo di Gumball è realizzato con vere fotografie e veri set scenografici che fanno da sfondo ai personaggi disegnati o in computer grafica. Come stile è molto colorato, “pupazzoso”, si potrebbe dire quasi infantile, a tratti “puerile”, stilisticamente parlando, se potessimo giudicarlo solo dall’estetica, direi che è un cartone per bimbi piccoli. Ed è questo forse che mi ha tratto in inganno: vedere tutti questi colori e questa allegria mi ha fatto credere che fosse il classico cartone ingenuotto dalle pretese etiche, di quelli che ti insegnano come si sta seduti a tavola, come ci si comporta, gli amici, e blah insomma. Basta guardarne un episodio (non tutti in realtà, va detto) per capire che non è assolutamente così, lo stile è molto più vicino ai Simpson, ai Griffin, a South Park che non ai classici cartoni di Cartoon Network. E in un prossimo articolo anche se molto velocemente un paio di paragoni dovrò necessariamente farli con altri cartoni animati in onda con Gumball su Boing, affinché io riesca a far capire cosa provo quando parlo, perché non è affatto semplice capire quando un cartone vuole essere un cartone e quando invece vuole essere qualcosa di più.

La mia prima idea era di fare una sorta di classifica dei “migliori episodi”, poi mi sono semplicemente reso conto che sono troppi i “migliori” episodi per parlare di tutti e farlo in maniera decente. Parlare di ogni singolo episodio poi mi porterebbe via troppo tempo per cui credevo di poter fare una cosa semplicissima: una top 5 in cui gli episodi scelti non siano elencati dal peggiore al migliore ma semplicemente in base agli argomenti trattati, alle tematiche innovative, a come la comicità di Gumball riesca a emergere sugli altri. E vi assicuro che tirare fuori 5 soli episodi è davvero difficile. Anche questa idea è stata scartata.

La prima stagione e alcuni sparuti episodi mostrano comunque che il cartone in questione non è sempre stato grandioso, ha cominciato con quelli che potremmo considerare stilemi e tematiche classici riscontrabili in centinaia di altre produzioni: la famiglia, gli amici, il vicinato. Infatti alcuni degli episodi secondo me più noiosetti e meno riusciti, se li si confronta coi successivi, sono qui: Il Dvd, Il Vestito, I Torsoli del Karate (che sbaglio o ripesca a piene mani da spongebob?), Il Picnic (che è uno degli episodi peggiori forse), La bacchetta magica (che pur avendo alcune gag carine è di una piattezza rara che ricorda cartoni mediocri e superficiali).

Ci sono poi alcune eccezioni. Ad esempio nella prima stagione ho apprezzato la critica ai negozi di rivendita di videogame come Gamestop e simili (addirittura Darwin si chiede come mai ci sia “2000” nel nome, che è già passato da un pezzo!), ho adorato la citazione al Signore degli Anelli ne “L’elmetto” ma è tutto qui: citazionismo soft, temi familiari ritriti, banalità, conoscenza dei personaggi.

La seconda stagione è ibrida: pur mantenendo alcuni stilemi classicissimi di cui abbiamo parlato, inserisce episodi che sembrano sperimentali, a tratti quasi azzardati come Le parole fanno male (che oltre ad avere citazioni bellissime sui picchiaduro è abbastanza intelligente nel trattare così una tematica importante), Spirito di Patata (che è sostanzialmente una negazione di valori positivi esplicita: viene detto che la vita sana da “patata” o da Amish è sì rispettosa dell’ambiente, etica, pulita ma…non è divertente, non è saporita, e messi di fronte ad una scelta i Watterson rifiutano a mani basse una vita simile. Una rappresentazione STU-PEN-DA della società di oggi), Una vera amicizia (io quando vedo Banana Joe distruggersi rimango sempre in stato di shock tanto è esplicito, e non è l’unico caso! In una scena di un altro episodio Gumball infilza per sbaglio un cartone del latte vivente dal quale comincia a uscire il latte come fosse sangue. Rimane poi accasciato con gli occhi roteati all’indietro come un vero cadavere. Sebbene sia tutto molto giocoso e molto colorato io quando vedevo queste scene mi chiedevo se fosse effettivamente un programma per bambini, o se la mia idea di “bambinesco” dovesse essere rimaneggiata. Infine il finale di stagione in cui si comincia a fare della metanarrazione interessante. Per tutto l’episodio i Watterson riflettono su quanto sia strano che non subiscano mai conseguenze nonostante tutti i danni che creano in città di episodio in episodio. In questo in particolare la gente chiede il conto ma si risolve tutto con: la sigla che interrompe tutto!

Dalla terza stagione in poi si continua sulla stessa scia delle precedenti ma secondo me la qualità generale dell’opera migliora sensibilmente. Come dicevo, il problema è estrapolare solo pochi episodi per parlare di tutto ciò che questa serie ha da offrire per cui mi perdonerete se non parlerò di TUTTO, cercherò comunque di raccontare quegli episodi più interessanti o memorabili.

Cominciamo col dire che ho estrapolato 5 punti che sugli altri emergono sicuramente e che caratterizzano Gumball in maniera peculiare:

Una forte componente Fantastica e un enorme e sfrenato uso di fantasia “infantile”

Una soverchiante dose di critica al buon costume, alla morale “mainstream”, ai valori ritenuti positivi

Metanarrazione a badilate

Citazioni umoristiche alla pop culture, satira, critica specifica al tema presentato

Analisi e riflessioni spesso di natura filosofica e molto profonde per un cartone animato

Per ognuno di questi punto ho raccolto quelli che secondo me sono gli episodi più importanti e caratteristici. Analizzerò solo quelle gag e quei passaggi che ci aiuteranno a estrapolare meglio quanto dico

                                                        Fantasia è magia

(Episodi: Il piano-stg2, Pacco a sorpresa-stg5, I procrastinatori-stg 3)

Ne Il piano, Gumball e fratelli pensano che un uomo misterioso chiamato Daniel Lennard (ndr: il produttore esecutivo dello show), voglia fare il filo alla loro madre e per questo motivo cominciano a creare virtualmente un piano per contrastarlo. Innanzitutto però devono capire con chi hanno a che fare non conoscendo lui o il suo volto. Così immaginano inizialmente il suo corpo viscido come una palla gelatinosa verde. Poi si immaginano Daniel ricoperto di gioielli perché è ricco, infine sanno che è “malvagio” quindi lo immaginano con il volto di un pitbull col pizzetto!

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Nel comporre questo bel piano in stile Mission Impossible i tre ragazzi sfruttano la loro fantasia per ricreare tutto il percorso e i probabili ostacoli come se fossero già virtualmente presenti in quei luoghi, come se al piano del racconto si sovrapponesse quello reale. Infatti si presenta un ostacolo: il cancello insormontabile!

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Ma vogliamo poi parlare della mimica facciale che usano? E’ al 95% il motivo delle mie risate

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Come si può vedere è tutto nella loro fantasia: il “piano” virtuale è un racconto che loro vivono fantasticando ma nel presente sono ancora nella loro stanzetta simulando ciò che dovranno vivere. La gag deriva anche da questo: che motivo avresti di pinzarti i pantaloni per finta e soffrire?

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O ancora, che motivo avresti di metterti a litigare con te stesso del futuro?

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Come giustamente ribadirà la sorellina Anais, si stanno sprecando più energie così che non a cambiare mentalmente il percorso sbagliato, senza dover rappresentare metaforicamente tutto ciò che succede. In effetti a ben vedere Gumball è tra tutti i personaggi quello che in assoluto sfrutta di più la propria fantasia per ricreare ambienti e situazioni. Non è l’unico ma mi pare che sia molto ben caratterizzato da questo elemento in particolare.

Ne I procrastinatori ( Oltretutto è un termine poco comune, mi piace che opere come questa e come Topolino insegnino ai più giovani termini forbiti e poco usati) la storia parte come per molte altre da una premessa basilare: i ragazzi devono buttare la spazzatura. Altrimenti mamma si arrabbia. E la mamma cita Terminator per non farsi mancare NIENTE.

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Alla fine dell’episodio addirittura avrà l’occhio rosso del robot. Madonna che livello di attenzione

Il bello di quest’episodio, che io inserisco sempre a tematica “fantasia” è proprio l’estrema naturalezza con cui i due fratelli cazzeggiano pur di non buttare la spazzatura.

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In un episodio sul procrastinare, poteva mancare la parodia di Facebook?

Mi ha ricordato un sacco di cose che anche io facevo per evitare i miei compiti o per noia. Sono cose che, visibilmente, non paiono robaccia mal scritta da uno sceneggiatore che deve imitare i bambini, sembrano scritte ascoltandoli in prima persona! Guardate qua che roba:

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Inizio scena normalissimo: si mettono a tavola per mangiare

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All’improvviso, siamo in un AC-130 militare, un aereo con diverse armi che dispone di camere a infrarossi come quella dell’immagine

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I ragazzi simulano un combattimento tra piselli come se fossero soldati, alla fine una voce fuori campo avverte che stanno per sganciare una bomba (il wurstel) mentre nel piatto ci sono ancora dei piselli rimasti

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Alla fine la “bomba” esplode e diranno “io non ho più appetito”. Ci manca solo qualche spezzone del Vietnam.

Ho reso l’idea con questi pochi frame? Io quando immagino un cartone che deve riprodurre bambini che giocano penso alla corda, all’altalena, a giochi comunque ormai vetusti ma simbolici per il gioco, specie per i bambini. Qui no, innanzitutto ti calano nel mondo attuale ricordandoti che anche i bambini oggigiorno possono essere sui social, sui videogame, e si comportano un po’ come abbiamo fatto tutti inizialmente: scrittura tamarra, esposizione di cazzate per farci apprezzare, ecc. Poi, un’altra cosa che nessuno si aspetterebbe con una gag riuscitissima: la battaglia di cibo che non è solo un mero tirarsi addosso il cibo, è esattamente una MODERN WARFARE OF FOOD con tanto di camera a infrarossi extradiegetica e una citazione al genere bellico con la bomba da abortire all’ultimo secondo per salvare la vita ai soldati rimasti. Alla fine di tutto, i volti colpiti ed esterrefatti di chi sa di essersi spinto troppo in là, nonostante stesse solo giocando con la propria fantasia e con il cibo.

Anche qui, ci sono degli elementi così “fantasiosi” che io a stento ho saputo ritrovare in altre produzioni. La prima cosa che ho pensato è stata proprio

“gli sceneggiatori del programma hanno una mente capace a immedesimarsi nei bambini, e non è un’immedesimazione stantia, simbolica, ritrita, è immedesimazione MODERNA, attuale, esattamente come sognerebbe un bambino in carne e ossa”

Senza contare che a inizio episodio (non sono riuscito a trovarlo online purtroppo) Nicole, la madre, chiede gentilmente a Gumball di buttare la spazzatura, perché sono loro che alla fine hanno mangiato quella roba. Gumball risponde “comprata coi tuoi soldi”. E Nicole ribatte: “Con i soldi che devo usare per mantenere i miei figli”.

Al che, la bomba. “Figli che TU hai deciso di avere“.

Ecco, questo è un altro di quei momenti topici in cui Gumball si dimostra realistico, o meglio REALE. Questi dialoghi sono al livello di Tarantino per il grado di realismo che li caratterizza. Non ci sono scene stereotipate (non sempre, almeno), c’è un bambino che non vuole fare le faccende, una madre che glielo rinfaccia, e quel bambino si difende con una logica ferrea che oltretutto mi ha ricordato un sacco la mia. Io credo che quasi ogni bambino si sarebbe arreso o si sarebbe messo a strepitare con una madre che fa pressioni ma Gumball non è solo un bambino fantasioso: possiede una logica d’acciaio quando vuole. E infatti Nicole come risponde? Esattamente come le situazioni reali che ho potuto vedere io quando un genitore non sa rispondere: si incazza e ti forza. Punto e basta.

Semplicemente sublime. Mi piace che non ci sia buonismo e che si colga anche da piccole minuzie come queste: il “figli che tu hai deciso di avere” ha un retrogusto quasi amarognolo, mi pare di avvertire una punta di nichilismo in queste parole. La vita non è sacra, i figli non sono angioletti, sono talvolta disgrazie, responsabilità, privazioni, e questo verrà ribadito in mille altre gag.

Nell’episodio Pacco a sorpresa, invece, la famiglia Watterson si vede recapitare un pacco che nessuno aspettava, dal contenuto ignoto. Così ogni membro comincia a fantasticare su cosa possa esserci dentro anziché aprirlo. La storia sarebbe finita in 5 minuti aprendolo ma si sceglie di dare spazio all’immaginazione di tutti e solo dopo, alla fine, svelare il contenuto. Tra le tante storie, quella che mi ha fatto sbellicare è quella di Nicole che essendo molto pragmatica spera ci siano dentro soldi a pacchi. Solo che poi questo avrebbe delle conseguenze, come in Non è un paese per vecchi: un assassino spietato che per riavere quei soldi ti inseguirebbe fino in capo al mondo.

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Ma quando mai un cartone per bambini mi cita Non è un paese per vecchi?!

Per poi infine arrivare ad un dialogo bellissimo, come sopra:

<<I miei capi non si arrenderanno. Ci sarà sempre qualcuno pronto a inseguirvi>>

<<Ma saremo lontani, e ricchi.>>

<<Ma sarete sempre inseguiti.>>

<<Ma ricchi>>

Anche questo dialogo nella sua semplicità è una negazione di tutti quei racconti in cui ci dicono che la vera ricchezza è il cuore e balle varie. Qui, in questo cartone, i soldi hanno il posto che gli spetta, almeno quando a parlare è Nicole (che ricorda tantissimo il pragmatismo delle mamme) per la quale i soldi valgono, e tanto. Che vengano pure degli assassini prezzolati, coi soldi puoi farci qualsiasi cosa. Non c’è neanche una scena o una frase che smentisca questo modo di vedere, la storia finisce proprio qui. Sono ricchi e basta, non c’è altro da dire!

Quest’episodio mostra come, anche se io catalogo gli episodi per “tematica”, queste in realtà si fondano tra loro dando spesso vita a ibridi sia fantasiosi che anti-moralistici che profondi e riflessivi e così via.

                                           Non esiste solo il bene, non c’è solo l’amore

(Episodi: Il santo-stg3, Alan il malvagio-stg5, Il migliore-stg5)

Alan è uno di quei personaggi che ADORO perché nel suo essere uno stereotipo di tutto ciò che è buono e puro, è anche una presa per il culo e allo stesso tempo un sottile messaggio etico. Innanzitutto, mi fa morire l’espressione che assume quando si comporta da messia sceso in terra

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Io continuo a dire che buona parte della qualità di Gumball (così come ai tempi lo fu per spongebob) derivi dalle espressioni facciali

Alan è un palloncino e oltre a delle gag riuscitissime in cui ci si chiede come funzioni la sua anatomia e biologia (lui spiegherà che se mangia spaghetti poi questi divengono aria dentro di lui, e sembra avere organi fatti di “aria”) è caratterizzato per essere sempre positivo e buono, anche quando nell’episodio Il santo Gumball cerca in ogni modo di farlo infuriare.

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Materiale da meme. Un palloncino che fa la respirazione bocca a bocca. E non ho neanche messo l’immagine più controversa. Ce n’è una in cui Gumball sembra fargli una pompa in bagno per gonfiarlo.

Ovvero, gli pubblica uno status negativo sui social per fargli perdere gli amici, lo fa litigare con la ragazza e gli ruba persino le polpette, che Alan adora.

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Alan è così buono da dispensare like a chiunque, perché sa che li fa sentire felici. Notare lo sguardo iracondo di Gumball

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“Perdere tutti gli amici in un colpo solo” è rappresentato nel cartone con uno status negativo sui social, con quei pollici versi che escono dallo schermo per “attaccarlo” fisicamente

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Nonostante gli abbia mangiato l’ultima polpetta, Alan dice che va tutto bene e lo dice come se avesse fatto la carità

Il messaggio è che Alan è odiabile sotto ogni punto di vista. E’ buono da far schifo, altruista, positivo, generoso, sono tutte quelle qualità che sotto sotto ciascuno di noi odia quando sono riunite in un unico personaggio. Quell’essere fa scattare in noi un meccanismo di autodifesa ancestrale: ma io sono una cattiva persona? Se c’è uno migliore di me significa che io potrei fare di più? E perché non lo sto facendo?

Ecco spiegato perché alla fine Gumball con una sorta di rivelazione ci spiega proprio questo: voleva trascinarlo nel fango, farlo arrabbiare perché così avrebbe dimostrato che lui, Alan, è esattamente come tutti quelli che perdono le staffe e si comportano male, reagendo alle disgrazie della vita con rabbia e frustrazione. Ma Alan non lo fa, resiste stoicamente e accetta di buon grado letteralmente ogni cosa, tanto che nella gag finale lo vediamo persino ricompensato per questo, come a dire che se fai del bene poi ti ritorna. In letteralmente 5 secondi riacquista amici, famiglia, soldi, successo, ragazze

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In quest’episodio sono riusciti a essere profondi analizzando Gumball e anche a inserirci una morale sempreverde

Nell’episodio Alan il malvagio si scherza ancora di più col suo buonismo portato a livelli estremi. Alan è un personaggio che può apparire ingenuo e superficiale ma in realtà nasconde (e questo lo abbiamo visto anche quando sogna, in un altro episodio) un’indole affatto solare. E’ calcolatore, razionale e non si capisce quanto finga. Un antagonista pericoloso, di quelli ben dissimulati ma strateghi nati.

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Darwin e Gumball scoprono la sua visione politica delle cose

La prima parte della sua “visione” ricorda un Quarto Potere o un racconto Orwelliano. Alan intende prendere il potere non con la forza ma con astuzia, sfruttando le masse e usando la propaganda

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Lui instilla delle idee ma fa credere agli altri che siano loro prodotti. Come? Io un buon preside? No amico, non credo. Però…se mi voti…

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Ai comizi si impone come un novello dittatore facendo uso di demagogia e populismo…

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… e propaganda, per non farci mancare niente

Insomma, sebbene si rida e si scherzi, mi sembra un modo molto maturo di presentare a ragazzi e bambini il funzionamento della politica anche se presentata come “malvagia”, con quella facciotta con occhialini e cicatrice da cattivo di James Bond. Si spiega in maniera veloce ma intelligente come una persona possa assurgere a ranghi piuttosto elevati e a prendere il potere: non è necessario dire la verità, è sufficiente manipolare, instillare concetti, boicottare gli altri. E alla fine di tutto questo?

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Il personaggio emo, quello aggressivo e quello bulletto

Campi di correzione. Per tutelare la felicità di tutti. In cui vengono inseriti tutti quei personaggi che hanno perso il sorriso. Per ridarglielo. E chi non si allinea al pensiero felice viene internato.

Le mandibole di Gumball e Darwin sprofondano fino al piano di sotto giustamente, perché anche i bambini riescono istintivamente a capire che si stia parlando dei campi di concentramento nazisti. Da ciò io ne deduco che il cartone, anche se sempre in mezzo a mille gag per stemperare il tutto, stia parlando in maniera intelligente della politica, della storia, dei nazisti, e in certa misura anche di filosofia. Sta dicendo, cioè, che anche chi come Alan è dotato delle migliori intenzioni (ridare il sorriso a tutti, rendere tutti felici) può potenzialmente compiere il male (i campi di correzione, il totalitarismo felice, allineamento al solo pensiero e al solo partito).

Non credo ovviamente che un bambino abbia la capacità di analisi per afferrare il 100% di tutto questo ma visto con gli occhi di un adulto mediamente istruito io ci leggo tutta la profondità di questa esposizione. Sono riusciti in 5 minuti a parlare di cose complesse e a farci ridere, a farci riflettere. Se non è bravura questa ditemi voi cos’è.

Nell’episodio Il migliore ho trovato alcune delle gag più belle di tutto lo show, anche se mi ritrovo a dirlo ogni due episodi. Io vi metto solo gli screen e i dialoghi, poi ne parliamo

Inizio: Carmen, la ragazza cactus, si dimostra più attenta all’ambiente e all’etica di Gumball il quale decide di connettersi ad una sessione della parodia di Tumblr ( Darwin ci dirà che è un sito dove si litiga solo per decidere chi sia più etico e per distruggere gli altri in un dibattito). Dopo tale sessione, Gumball annuncia di essere pronto per il wrestlingua.

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Carmen: Hai mai provato il pane integrale? E’ molto più salutare

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Gumball: Non tutti possono andare nei negozi biologici, dovresti rivedere i tuoi PRIVILEGI

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*Onda d’urto generata dalla potenza di quest’argomento*

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Carmen: Io volevo dire che mangiare cibi troppo elaborati incide sull’aumento del peso

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Gumball: [Io volevo dire] Che cosa? Che grasso non può essere fiero di sé?

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*Altra onda d’urto* 

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Carmen: No, certo che no! Se chiedi al tuo medico lui ti dirà…

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Gumball: Lui?! Perché supponi che il mio medico sia un lui? E’ perché credi che una donna non possa fare il medico?

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*Carmen sbalzata dall’onda d’urto*

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Gumball: Ho studiato le usanze marziali del guerriero della giustizia sociale (Social Justice Warrior, ndr). Sfidami in un dibattito se hai coraggio, perisci sotto la spada della mia superiorità morale!

Allora. Fermiamoci qui. E dire che potrei ancora inserirne di roba. Non so voi ma la prima volta che l’ho vista io mi stavo trattenendo la pancia dal ridere. E’ dai tempi di Mel Brooks che non ridevo in maniera così intelligente e posso assicurarvi che raggiungere questi livelli di parodia e comicità non è affatto da tutti ma solo da gente che ha studiato ciò di cui parla (o lo vive in prima persona) e ha l’intelligenza di sapere dove intervenire, cosa parodizzare, che frasi usare. Quelle proposte chiaramente sono stereotipi, talvolta fallacie logiche strawman che analizzate nel giusto contesto hanno il loro senso. Quello che la scena vuole rappresentare e mettere in ridicolo, però, è come certe persone sfruttino queste valide argomentazioni semplicemente per distruggere e annichilire gli altri. Non è importante in sé raggiungere un compromesso o un grado di verità, conta avere l’ultimo commento, conta rappresentarsi a se stessi e amici come etici, come interessati ai diritti sociali di tutti, anche a scapito della realtà. Infatti il discorso, seppur comico, dimostra che le difese di Carmen sono più che giuste, solo che spesso si gioca sulla retorica per vincere dialetticamente (Lui è chiaro che intendesse entrambi i sessi, ma a parole è scomodo dire “chiedi a lui o lei!”) e mi ricorda tutti quelli che ad esempio ciurlano nel manico nelle discussioni, magari rispondendo se hai scritto “non ho mai sentito tante sciocchezze” con un “be’ stai scrivendo, al massimo lo hai letto, non sentito!

Oh madonna, che bravo/a! Stai facendo notare tutte quelle minuzie e quei piccoli errori che facciamo tutti semplicemente per essere sbrigativi come la conversazione orale o in tempo reale richiede, non hai smontato uno solo dei miei argomenti però sembra che io non sappia la distinzione tra sentire e leggere, per cui tutto ciò che ho detto chiaramente si annulla!

E chi segue il mio blog ha potuto vedere che con animalisti, femministi/e e chi più ne ha più ne metta è un qualcosa che, statisticamente, capita SEMPRE. Non si sta dicendo che questi soggetti sono i peggiori, solo che questi discorsi (grasso, cibi biologici, veganismo, body positivity) sono all’ordine del giorno per i cosiddetti guerrieri sociali che spesso per amore dell’etica non riescono a capire ciò che c’è oltre a quella stramaledetta etica.

Tornando al nostro episodio io vi chiedo: ditemi quando e dove avete visto un simile livello di comicità capace anche di far riflettere sulle cose a questa maniera, con queste espressioni, con queste rappresentazioni della spada morale e dell’impatto di un discorso “più etico”. Sembra che io stia letteralmente facendo le seghe a due mani a Gumball ma perché credo che questi elogi siano completamente meritati. Ci vuole bravura a trattare tematiche attuali come i SJW, ci vuole intelligenza per parlarne bene, ci vuole capacità e acume per far ridere senza far pesare il discorso. Gumball in questo si dimostra adulto e maturo, altro che per bambini.

                               Metanarrazione onnipresente ma mai invadente

(Episodi: Cose a caso-stg2, Le comparse-Stg3, Famiglie al verde-stg3)

Lo straordinario mondo di Gumball è letteralmente farcito di metanarrazione, ovvero quando la storia ha la consapevolezza di essere una storia raccontata e scherza su se stessa, o sugli elementi più tipici e caratteristici che la compongono. Siccome sono veramente tante le gag, ho cercato di parlare di quelle più interessanti e innovative.

Nell’episodio Le comparse il titolo dice già tutto ciò che c’è da sapere: non si parla dei protagonisti ma appunto di tutti quei personaggetti secondari e terziari di cui nessuno si ricorda mai se non per il colore o per la stazza. Addirittura citano quei fondali da cartone animato giapponese in stile Holly e Benji o Mila e Shiro

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Sono fissi a braccia alzate per fare il tifo perenne, quella è la loro vita

Ad un certo punto uno dei due va a comprare una bibita. L’altro gli deve il resto così cerca di raggiungere le tasche dei suoi pantaloni

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Si inclina e basta, non può compiere movimenti. Nel frattempo, il tifo continua

In pratica la gag è tutta basata sul ricordarci, per il fatto che non possono muoversi, che il pubblico che vediamo in ogni episodio, talvolta fotocopia, talvolta solo palline grigie con abiti colorati a caso, hanno la loro vita. Hanno voluto rappresentarli come immagini fisse bidimensionali perché è ciò che sono, ed esauriscono il loro ruolo unicamente facendo il tifo. Nel finale uno dei due sceglie di tridimensionalizzarsi e verrà inizialmente elogiato dagli altri. Poi, al grido di “è diverso!” verrà attaccato da tutti. Si scherza ma la satira sociale è sempre dietro l’angolo.

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Due pizze antropomorfe innamorate, chettenere!

Anche questa piccolissima gag mi ha fatto sbellicare. Si parla dell’amore di due personaggi-pizza che avremo visto un paio di volte nelle puntate principali. Dura circa 2 minuti e vedi loro che teneramente si tengono la mano, vanno in bicicletta, passeggiano. Poi, al tramonto, decidono di scambiarsi il primo bacio. E…

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Splatch

è come se il cartone stesso ti desse un ceffone a metà dello show per dirti

“amico, sono due pizze farcite che volevano baciarsi, cosa credevi sarebbe successo?”

Ed è bellissimo perché tutti gli spettatori da un momento romantico si aspettano il clou, il bacio, e non è affatto un problema in un cartone animato vedere due pizze antropomorfe che cercano l’amore. Il problema è che sono comunque due pizze e scontrandosi causano questa sorta di abominio, tutto il contrario di ciò che ci aspettavamo! La gag si gioca sui sentimenti, sul cuore, sulle aspettative, per poi tradirle con la crudezza della verità effettiva.

Nell’episodio Cose a caso è presente una gag simile. Il cibo è animato quasi come in un film Disney, come se fosse un toy story. Ci sono un capitano Hamburger, truppe Patatine, un marconista Frullato

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Faranno una guerra di cibo?

All’improvviso, l’Hamburger viene smangiucchiato. Con quel pomodoro che esce che richiama tantissimo le budella dei film di guerra

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La truppa è sconvolta

Il marconista viene “succhiato” in un modo che mi ha ricordato Starship Troopers

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Mio dio. Ma questo muore veramente in un cartone?

Le patatine vengono mangiate una a una fin quando non ne rimane una sola che, disperata, continua a dire “prendi anche me! Cosa aspetti?

Infine viene svelato il perché di tanta crudeltà

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Stavano solo mangiando il loro pranzo

Se poi il pranzo è vivo, affare suo, no? Anche qui si gioca con le aspettative dello spettatore, si carica la scena di “violenza” apparente per poi ricordarti che è normalissimo. Sono solo i protagonisti che mangiano il loro pranzo in mensa. Ma quindi a cosa abbiamo assistito? A un massacro o a un pranzo? Mi piace tantissimo come il cartone giochi con questi dettagli.

Ed è anche presente una lattina che viene bevuta da Darwin. Subito dopo lei dirà “be’, finisce così? Mi bevi e mi butti via?!” simulando quello che è alla fine un vero e proprio stupro (o un rapporto finito male) e stalking. Agghiacciante.

Nell’episodio Famiglie al verde si gioca, ancora una volta, sulla dubbia morale di questo cartone e sulla distruzione dei valori considerati positivi. Lo show chiede alla famiglia Watterson di “prostituirsi” facendo pubblicità al Joyful Burger, il fast food di Elmore. Gumball è stizzito, ribadisce che la famiglia non cede al ricatto, non si vende, i buoni sentimenti vanno protetti e così via. Si scontra con la famiglia che invece di vendersi ne ha tutta l’intenzione e glielo fanno capire con una gag che richiama i messaggi subliminali

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Darwin: Non vuol dire necessariamente vendersi, si può essere discreti e raffinati *blink*

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Anais: Ciò che vuole dire Darwin è che la pubblicità non deve essere forzata ma che la si può fare in modo sottile e naturale *si sposta*

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Richard: *Mugugna con addosso adesivi e sponsor*

Alla famiglia Watterson non frega niente della dignità, dei valori, importa di avere il mobilio non pignorato e del cibo nel frigo. E’ stramaledettamente onesto e terreno nel parlarci così, per poi scherzare sugli spot pubblicitari.

Siccome Gumball non cede, lo show comincia a ridurre il loro budget e a rappresentarli in maniera sempre più low cost

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Gumball perde il colore blu, Darwin è uno scarabocchio

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Perdono tutti colore, perdono tutti le animazioni, diventano bidimensionali

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I personaggi 3d perdono le loro animazioni, il mondo e i mezzi rivelano la loro natura finzionale

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I Watterson diventano un mero storyboard con dialoghi scritti

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Infine, diventano dei semplici post-it

Arrivati alla scelta, se prostituirsi o meno, Gumball fermerà tutti ribadendo che la dignità non ha un prezzo e che forse val la pena morire per questo. Quando vedrà la cifra che gli viene offerta, questo è il risultato

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Spot pubblicitario con tutta la famiglia

 

                                                           Citazionismo e critica

(Episodi: Il videogioco-stg5, La sfida-stg4, Il detective-stg4)

Preparatevi perché sto per dirlo di nuovo. L’episodio Il videogioco ha alcune delle gag più spassose che io abbia mai visto sui videogame dai tempi dell’episodio di South Park dedicato a World of warcraft. Prende in giro i videogiocatori e il loro hobby scherzando su alcune delle cose che tutti abbiamo almeno una volta visto giocando. In particolare qui si riferiscono ai JRPG, i giochi di ruolo di stampo giapponese come Final Fantasy.

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Il logo, la musichetta, l’insensatezza del titolo e dell’abbigliamento dei protagonisti, niente viene risparmiato

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Altra cosa che abbiamo fatto tutti: chiamare il personaggio con nomi ridicoli e/o offensivi. In questo caso MIOSEDERE ha gettato una maledizione sull’intera città.

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Hanno ripescato anche i combattimenti con tanto di mossette, hp ed mp! Anais invece di “magia” usa “scienza”

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Altra cosa su cui si ride è il fatto che nei vg tecnicamente saccheggi le case degli altri. Gumball risponde che non è vero e che (dopo aver preso i soldi dal portafoglio del vicino) andrà a dormire nel suo letto

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Questo il malinconico risultato. Forse allora nei personaggi dei videogame batte un cuore vero? O possiedono comunque un’anima?

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Questa credo sia una bellissima citazione a Squall per la spada col grilletto e anche a Final Fantasy Tactics Advance dove sull’illustrazione è presente proprio una spada enorme molto simile

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Questo il gioco originale con tanto di arma, capelli e abiti. Che poi quella spada non ho mai capito dove fosse. Mai vista

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Altra gag, questa volta dedicata alle stupide missioni secondarie in stile gta dove devi raccogliere 535498946 piccioni o collezionabili. Che sclero. Infatti una volta riuscitoci Gumball diventa fisicamente un meme

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Questa è invece una citazione al Kyaktus di Final Fantasy dal nostro Banana Joe che diventa un’invocazione

Insomma, non c’è molto altro da aggiungere, credo. Sono al 90% gag sui topos videoludici più conosciuti dei jrpg con un sacco di citazioni, critiche (sia ai giochi che ai giocatori) e una buona conoscenza della materia trattata. Non è il classico cartone che parla in modo astratto delle sue tematiche, c’è dietro qualcuno che questi giochi li ha veramente toccati con mano e sa quali corde andare a pizzicare.

Nell’episodio La sfida è potentissimo il citazionismo. Per l’appunto si omaggiano sia manga che anime, in particolare Dragon Ball. Vi metto anche il riferimento preciso

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Gumball

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Dragon ball, il primo tenkaichi

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Gumball, il tipo particolare di calcio

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Dragon ball, lo stesso tipo di calcio in volo

I più esperti tra voi lo avranno sicuramente notato, Dragon Ball ha quel particolare tratto pulitissimo e precisissimo pieno di linee cinetiche che fa tanto “effetto china” e hanno voluto usare lo stesso stile, le stesse azioni, le stesse pose. Bellissimo.

Si passa poi allo scontro tra Nicole e Yuki in versione anime, perché giustamente il manga viene usato nel flashback ma in tempo reale ci vuole qualcosa di meglio. Non conoscendo benissimo anime moderni non sono in grado di dire se sia una citazione a qualche anime in particolare, tipo Kill La Kill o Gurren Lagann

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Yuki

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Nicole

Ovviamente non mancano i tropi classici del genere: onde energetiche, spettatori che spiegano cosa stia avvenendo e perennemente stupiti dalla forza dei contendenti, gente che spicca balzi altissimi e spacca l’ambiente dello scontro. Poi, il tempo per una gag familiare:

Yuki: Impossibile…come hai fatto?

Nicole: Ho affrontato l’allenamento più massacrante del pianeta

Yuki: E dove ti sei allenata? Alla scuola di Hokuto? Al villaggio di Konoha? O dal maestro Miyagi?

Nicole: No. Alla scuola della vita. Ho dovuto crescere tre figli e un marito bamboccione.

Così viene anche ribadito il punto di vista delle madri, delle casalinghe, delle donne e dei loro sacrifici in casa come se fosse, per l’appunto, l’addestramento più massacrante.

L’episodio Il detective è invece molto cervellotico e tanto dialogato (oltretutto, monologo interiore) perché si rifà al genere noir dei thriller/polizieschi. Ho voluto metterlo tra gli esempi per mostrare che Gumball non tratta solo di cultura pop, o di “robina” vicino ai più piccoli, così da far credere che sia solo bravo ad ammiccare, ma anche un cartone pieno di sorprese capace di fare citazioni al cinema d’autore.

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Anais ci parla della vittima, il suo pupazzetto, che sembra scomparso. Sul pavimento ci sono cereali e pezza (trattata come se fosse sangue del pupazzo)

 

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Sempre con un monologo, Anais fa congetture. Se ci sono dei cereali è possibile che siano stati Gumball e Darwin dopo una scarica di zucchero

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Scarica di zucchero che entra in circolo

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E viene contestualmente trattata come DROGA. Darwin e Gumball erano sotto effetto di stupefacenti al momento del fattaccio

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Così si reca in bagno per cercare altri indizi e ricostruisce la scena con la povera vittima e i due carnefici. Rimane da capire chi si sia sbarazzato del corpo

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Come fare a capire chi dei due? In genere Darwin è la spalla, colui che esegue ma lui non ne sa niente, così Anais va alla fonte del problema

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A pistola immaginaria spianata (anche se spara veramente). Trovato il sacchetto con dentro l’ipotetico cadavere, scopre che in realtà non c’era. Darwin non avrebbe potuto sbarazzarsi del corpo poiché non ha i pollici opponibili! A Gumball spettava solo scavare la buca ma Darwin voleva comunque liberarsene

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Così si ritorna da Darwin che non sapeva che Anais potesse salvare il pupazzo nonostante lo strappo. Oltretutto giocando con il monologo di Anais cercherà di farle dire “avevo perdonato Darwin per quello che aveva fatto…” ma lei non lo perdonerà affatto!

Insomma, ho messo solo una parte della grandiosità di questo episodio e trascriverlo tutto mi avrebbe richiesto troppo tempo. Rimane uno dei più geniali e scritti meglio nel suo intento parodistico.

                                                                     Analisi e Riflessioni

(Episodi: La stramba-stg5, Genitori contro figli-stg4, Il senso della vita-stg3)

Quest’ultima parte la dedico agli episodi che sono riusciti a farmi riflettere, a lasciarmi qualcosa di importante dentro. Uno dei personaggi di cui vorrei iniziare a parlare infatti è Sussie

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Sussie: Darwin, la vuoi una fotografia di un vecchietto tutta raggrinzita?

Fin dal primo momento in cui l’ho vista e l’ho sentita parlare faceva e diceva cose strane, insensate. Mi è apparso chiaro che fosse un riferimento non troppo velato ai ragazzi diversamente abili che molte classi ospitano, cosa anche ribadita da quel grembiulino piuttosto infantile, adatto forse all’asilo più che ad una scuola. Non hanno voluto rappresentarla con una smorfia, una faccia buffa, lo hanno fatto con un “mento”. L’attrice che interpreta Sussie so che è la ragazza di Ben Bocquelet e che il personaggio, per questo motivo (non so se ce ne siano altri) è il suo preferito. Nell’episodio La stramba comincia facendo regali strani a tutti, come della maionese che tiene in tasca

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Darwin: Ne faccio volentieri a meno, grazie *Sussie strappa dei dollari*

Quel che mi è piaciuto del personaggio, e dell’episodio in particolare, è la gentilezza e l’affettuosità con cui vengono rappresentate queste persone. Dopo alcuni tentativi iniziali per capire le sue stranezze, Sussie proporrà a Gumball e Darwin occhi come i suoi per entrare nel suo mondo e vederlo coi suoi occhi

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Oltretutto, appena messi gli occhietti cominciano a sbracciarsi e correre in modo stranissimo!

Ed è un mondo colorato a pastello, pieno di vitalità, di disegni, di colori che restituiscono una mentalità attiva e creativa. Nella sua mente tuttavia contorta Sussie fa dei ragionamenti a loro modo creativi e fantasiosi, elementi che la gente non riesce a cogliere in lei

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Vivono un’avventura cantata sotto forma di disegno “elementare” che ricalca la personalità e la stranezza di Sussie

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Infine vengono tutti attaccati e insultati per le loro stranezze. La risposta di Gumball? Schiaffare della maionese in mano al bullo e volarsene via tornando a essere dei disegni elementari. Sussie stessa aveva detto che certa gente e certi commenti semplicemente li ignora. Forse avrei preferito un finale e una morale meno “sottomessi” ma comprendo benissimo la situazione e lo rispetto. Alla fine dell’episodio ho avvertito un qualcosa di strano che sicuramente era voluto dai creatori dell’episodio. Come mi comporto io coi disabili? Anche se non li insulto a voce, lo fa qualcuno dei miei comportamenti?

A me in particolare piace che Sussie non venga trattata SOLO come una scema ma le vengano attribuiti pensieri profondi e maturi, oltre che creativi, e lo vedremo meglio dopo. Ciononostante neanche il comportamento di Gumball o dei suoi compagni è “moralsticheggiante”, non la trattano bene solo perché è diversa, o diversamente abile, ti fanno proprio capire la pesantezza che può avere una persona simile. In un altro episodio, alla sua festa di compleanno a cui saranno presenti solo i genitori, Gumball e Darwin, visivamente a disagio, sceglieranno di rimanere solo se pagati. Insomma, mi fa piacere che anche il tema della disabilità non sia trattato con superficialità ma faccia anche notare che queste persone possono essere difficili da gestire o sopportare, e stiamo parlando di una tematica così delicata e complessa che io stesso non saprei da che parte cominciare, sinceramente. Sono contentissimo che esista un personaggio del genere trattato così, a memoria sinceramente non ricordo altri cartoni che trattino la tematica. Forse in Ed, Edd ed Eddy, in Billy e Mandy, Homer, Peter Griffin ci sono personaggi e atteggiamenti che definiremmo stupidi, o veramente ritardati, ma è quella stupidità comica che non sai se attribuire a un ritardo cognitivo o a un comportamento normale che viene satirizzato. Sussie invece è piuttosto esplicita e svolge il compito come nessun altro ha mai saputo fare.

In Genitori contro Figli si ripropone una tematica ormai vecchiotta ma sempre oltremodo attuale: I videogame rendono violenti? Sono pericolosi? Stimolano l’aggressività delle persone?

Il piccolo Billy gioca ai videogame (in realtà si ferma ai titoli)

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La parodia di The Legend of Zelda, credo si chiami Zelmore

E finisce in stato di shock

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Al che, sua madre, già prevenuta e protettiva come una chioccia, richiama il consiglio scolastico dei genitori per bandire tutti i videogame da Elmore. A Gumball spetterà farle capire che si sbaglia e avrà 3 tentativi (rappresentati come i cuoricini di Link!)

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E quale dimostrazione migliore del Wii che ti permette di giocare in famiglia a giochi sportivi?

Il primo caso (e a seguire tutti gli altri, eliminati dalla madre di Billy in malafede) vorrebbe essere positivo: Wii sports in effetti aiuta a muoversi, ti fa competere in famiglia. Solo che la famiglia di Gumball è disastrosa, il padre gioca seduto comodo a malapena, Anais ingoia per sbaglio il telecomando, Nicole è ultracompetitiva e usa il wii mote della figlia con lei ancora attaccata. Insomma, hanno comunque ribadito che a vedere alcuni spettri comportamentali di certi giocatori a occhio e croce la tesi sembrerebbe vera.

Allora una volta sconfitti i ragazzi cosa fanno? Costretti in biblioteca, ritenuta l’unica vera fonte di divertimento parco e autentico, cominciano a leggere e scoprono…le stesse cose dei videogame: violenza, cattivi esempi, aggressività, e chi più ne ha più ne metta

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Oliver Twist parla effettivamente di ragazzi che per sopravvivere derubano gli altri

Tra gli esempi proposti, oltre ad Amleto e Hunger Games, anche Il signore delle mosche, dove viene proprio detto che i più deboli alla fine crepano in una società selvaggia.

Che bello, quali migliori esempi si potevano usare per spiegare un concetto che ormai dovrebbe essere ben chiaro a tutti? Non è il medium specifico a essere sbagliato, così come non è sbagliata l’arma o l’oggetto di per sé, è l’uso che se ne fa che ne decide le sorti. E’ l’utilizzatore colui che definisce il metro, è lo scopo che valuta se i mezzi sono appropriati. Come spiegano in quest’episodio, la violenza ci circonda letteralmente, basta leggere un qualsiasi libro di storia. I cattivi esempi sono intorno a noi, che sia da persone reali o da personaggi immaginari poco conta alla fine. I nostri “eroi”, pensiamo ad un Robin Hood, un Lupin the IIIrd, un Aladdin, sono ciò che la letteratura romanza e, con un cambio di prospettiva, propone come modelli positivi. Rubare di fatto è sbagliato ma un ladro che ruba ai ricchi per dare ai poveri o un ladro gentiluomo? Be’, sarebbe sbagliato tanto quanto. Ma Robin Hood viene tramandato come esempio positivo di ribellione ai potenti. Sono le storie a plasmarci, e il fatto che i videogame sfruttino le stesse materie di un libro, dalla realtà storica, non li rende in alcun modo più efficaci nel renderci aggressivi o apatici verso la lettura. Mi piace che siano stati corretti nell’esporre questi argomenti ancora abbastanza attuali spiegando con semplicità proprio ciò che c’era da spiegare, e niente di più.

Il finale, poi, meraviglioso.

Madre di Billy: <<Ho capito. Alla fine anche nei libri ci sono cattivi esempi.>>

Richard: <<Quindi ora sarà il caso di diventare genitori migliori ed educare i nostri figli in modo sensibile?>>

Madre di Billy: <<No>>

*Folla inferocita e forcaiola che brucia i libri*

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Anche se non fosse stato per la gag, finire in questo modo dimostra che alla folla arrabbiata e indinnniata serve solo un nemico comune contro cui sbattere. Non gliele frega niente di trovare il nemico giusto, se c’è; gliene frega solo di sbattere e ostracizzare qualcosa, qualunque cosa.

Infine, nell’episodio Il senso della vita possiamo ritrovare alcune delle posizioni (seppur coperte di gag) filosofiche più interessanti riguardo al sempiterno dilemma sul senso della vita.

Tutto comincia con Gumball e Darwin che si mettono a mangiare i cereali dagli occhi (la qual cosa mi ricorda chi tempo fa in Russia beveva alcolici facendoli proprio filtrare dalle cornee perché così arrivava prima il senso di smarrimento)

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Al che vanno in botta da zucchero e cominciano a riflettere su cose profonde come chi ha inventato i baffi? Niente, uno s’è svegliato e li ha inventati la mattina. Ma chi non inventa niente? Be’ non succede niente, i piccioni ad esempio mica hanno inventato qualcosa. E poi il dilemma. Qual è il senso della vita, allora? (E mi piace che sia l’inutilità dei piccioni a far scaturire questa domanda). Così si mettono in viaggio per tutta Elmore chiedendo a ciascuno la propria risposta.

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Lo stakanovista di Elmore, colui che svolge tutti i lavori della città, risponde che il senso è lavorare e rendersi utili. Questa è stata una delle prime risposte che anche io mi davo da ragazzo. Ad esempio, mi sarebbe piaciuto fare il soldato, o entrare nell’antidroga, proprio perché credevo che il senso della vita fosse rendersi utili, fare in modo che il proprio passaggio sulla Terra servisse a qualcosa. Alla fine con una gag Larry si smonta da solo facendo capire che basare la propria vita solo sul lavoro in realtà è una costante e noiosa routine. Tutto ciò che fa è svegliarsi, lavarsi, andare al lavoro, tornare a casa, andare a dormire, ripetuto un’infinità di volte. Il che sottolinea una vita forse utile alla comunità ma priva di divertimento verso la singola unità e questo dimostra che il senso della vita dovrebbe essere sì rivolto agli altri ma anche a se stessi

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Alan dice che il senso della vita è essere gentili con gli altri perché poi ti torna indietro quella gentilezza con una sorta di catena. Anche questo modo di vedere ha il suo senso come quando ci dicono che sono le piccole cose a fare la differenza, gesti gentili, sorrisi, abbracci, onestà e rispetto. Se tutti offrissimo queste cose non ci sarebbe spazio per sentimenti negativi. Anche questa visione però viene smentita: Palloncino porge l’altra guancia a dei bulli ma a questi non frega assolutamente niente delle sue idee. Mi ricorda la morale Cattolica che predica di non usare la violenza, dice che dovremmo amarci tutti. Per quanto sia bello sulla carta, nella realtà è solo utopia. Se non ti difendi e non usi un certo grado di violenza in risposta, semplicemente gli altri distruggono te e con te le tue idee. Per cui il senso della vita non può essere quello di essere altruisti fino all’annientamento del sè

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La madre risponde che il senso della vita è annientare i propri nemici. Oppure avere una famiglia che tanto è la stessa cosa. Nonostante la gag, entrambe possono avere un senso anche piuttosto profondo. Siamo abituati a ragionare in maniera “etica” rispettando gli altri e le loro idee ma in effetti il problema degli altri e delle loro idee non si porrebbe troppo se avessimo la forza o il potere per farci rispettare. Qualcuno ha qualcosa da dire? Bam, gli mandi gli avvocati o la mafia sotto casa. A qualcuno non piace come la pensi? Quel qualcuno non troverà lavoro tanto facilmente.

Insomma, ha il suo perché. Mi vengono in mente appunto i mafiosi, i capi di stato, certi personaggi italiani che detengono il potere grazie alle emittenti televisive. Praticamente queste persone fanno quello che vogliono; è sempre il denaro, la corruzione, il potere a permetter loro di uscire illesi. E alla fine io ho vissuto la mia vita piena di stenti e fatiche per essere onesto, e questi che fanno quello che vogliono già è tanto se finiscono in galera, magari ai domiciliari in una casa che per me sarebbe una reggia. Nicole ha un punto di vista da non sottovalutare assolutamente nonostante non sia il più favorito. E anche avere una famiglia è una risposta semplice ma efficace: lo sanno fare tutti però lasci un segno del tuo passaggio, lasci i frutti del tuo lavoro a qualcuno

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Il senso della vita per Richard è l’edonismo. Ovvero, lui ci dice, riempirsi lo stomaco “con filosofia”, soddisfare i propri appetiti. Il che comprende fare quel che si ha voglia di fare e soddisfarsi, il che è un altro punto di vista rispettabilissimo. Del resto non si viene al mondo per soddisfare gli altri, per non avere occhiatacce, per fare gli empatici ma anche, in una certa misura, per godere delle cose terrene. Non dimentichiamoci che la maggior parte del nostro tempo lo passiamo con noi stessi, il nostro corpo, i nostri bisogni e appetiti. Soddisfarli è rendersi contenti, distrarsi dagli orrori e dalle fatiche del mondo. Non è un’idea così balzana

senso 7Anais invece è convinta che la conoscenza sia il senso della vita. Esperire le cose, utilizzare il metodo scientifico, capire i fenomeni che ci circondano è ridurre il buio dell’ignoranza col lume della ragione. Anche questa prospettiva illuminista ha il suo perché, scoprire il funzionamento di un fenomeno è, per certi versi, capire come funziona parte della natura e capire significa anche poter adoperare. Siamo arrivati fin qui come specie grazie a chi ha saputo usare le conoscenze della ruota, del fuoco, dell’acqua. Ci siamo industriati con queste conoscenze e queste a loro volta portano dei vantaggi concreti in termini non solo di competenze ma anche di facilitazioni per la vita. La tecnologia che abbiamo oggi ci aiuta a vivere e questo è possibile grazie alla forma mentis di chi la pensa come Anais. Con una gag però viene sommersa da domande idiote, così lei capisce che per quanto possa esperire sarà sempre una ridottissima parte dell’esperibile, dedicandosi così alla crassa ignoranza.

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E questo è un problema ancora attuale che non sarà mai confutato pienamente per chi la pensa così. Non dimentichiamoci che il nostro cervello, i nostri schemi mentali e soprattutto le nostre risorse terrene e terrestri (come ad esempio la capacità dei telescopi) sono molto limitati. Non conosciamo neanche il 100% delle specie che abita il nostro pianeta, la conoscenza per quanto meravigliosa è lenta e difficile e non sempre è sicura. Inoltre è molto spesso osteggiata da eserciti di ignoranti e anche dai politici (si pensi a Trump e al suo negazionismo dell’effetto serra). Di fronte a questo ragionamento Anais si chiede se l’edonismo non sia effettivamente una scelta migliore, ovvero consumare la propria vita magari da improduttivi ma da felici

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Alcuni mostricciattoli spiegheranno a Darwin e Gumball una legge antica quanto il mondo stesso: la legge di natura. Ovvero, conta mangiare e non essere mangiati. Potremmo dire quindi che è una fusione della visione di Richard e di Nicole, il potere sommato all’edonismo, fare quel che si vuole finché se ne ha la forza. Peccato però che in una società questo sistema sia indifendibile proprio per il punto finale “finché se ne ha la forza”. A me conviene collaborare più che competere, e infatti i vari animali che spiegano questo stato di cose vengono mangiati uno a uno finché non sopravvive solo il più grosso, il più tiranno

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Questo punto di vista è una leggera ripetizione ma lo metto. Il ragazzo ormai fantasma spiega che in vita ha fatto molte cose, come lanciarsi da un aereo. E spiega che per quei pochi secondi che la cosa è durata è stata una vita intensa. Nella gag finale Darwin e Gumball ribadiranno che è meglio una vita noiosa ma lunga piuttosto che una bellissima ma breve. E in effetti sebbene sia opinabile, non hanno tutti i torti. Vivere poco significa anche godere poco di quel che la vita può offrire. Un buon compromesso forse è la cosa più sensata

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I pianeti animati invece risponderanno con una linea di pensiero relativista. Quando hai un problema, sei brutto, sei grasso, ecc, pensa sempre che non sei altro che un puntolino insignificante, e così i tuoi problemi, nell’universo intero. Che i problemi della formica sono, ad esempio, attraversare una strada, così come i tuoi sono apparire bello/a o essere accettato, o trovare l’amore.

Per quanto io adori il relativismo in alcuni argomenti, quando si parla di psicologia e problemi non calza molto perché è come andare da una persona che si è tagliata un dito a dirle che qualcuno invece ha perso una mano, o un braccio. Eh, occhei, spiace razionalmente, ma il dolore non mi è passato. Quando mi dicono “c’è chi sta peggio” io rispondo “sì ma c’è anche chi sta meglio”

Il relativismo, per quanto io capisca l’intento del cartone, non è una risposta al dolore e ai problemi, anzi. Ti svaluta completamente. Che i miei problemi per qualcuno siano insignificanti non ci piove ma per me sono importanti, e vanno risolti senza che qualcuno ci rida sopra o li sottovaluti

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Infine, la risposta che io mi sono dato tanto tempo fa. Potrebbe sembrare la più banale e patetica per il suo essere onnicomprensiva ma il fatto è che stiamo rispondendo ad una domanda così “larga” e imponente che non si può rispondere “mangia il cioccolato, non pensare alle cose brutte”

E la risposta più filosofica e importante ce la dà proprio…Sussie, la stramba! Perché come abbiamo visto lei è dotata di una capacità creativa sconfinata e questo vuole sottolineare che nelle persone più insospettabili c’è più di quel che immagineremmo di trovare. Adoro che sia stata lei a dare questa risposta. Sostanzialmente dice, mentre lancia maionese ai piccioni, che il senso della vita è trovarle un senso. E’ il viaggio stesso, non la destinazione, che attribuisce senso alla vita. E questa, nonostante sia ribadita molto spesso ovunque, è quella che credo sia la risposta effettiva alla domanda. Abbiamo visto persone felici durante l’episodio, gente che si diverte mangiando, scoprendo, buttandosi da un aereo, lavorando. Alla fine si può dire che questa condizione di felicità non sia la stessa per tutti ma sia relativa, dipende se fai ciò che ti piace, quale che sia questa cosa. Alla fine ciò che dice Sussie secondo me si può ricollegare a Leopardi e alla sua teoria del piacere o a Schopenhauer. Ciò che conta in vita è essere felici, non conta come lo diventi.

In questo modo, con una risposta globale e totalizzante (che a qualcuno potrà sembrare contraddittoria e insensata) si confermano tutte le precedenti risposte avvalorandole e questo non è solo molto retorico ma un rispettare ogni singola posizione, ogni credo, senza demolire quelle “stupide”, obsolete o strane.

Concludendo questo lunghissimo articolo: Gumball  è un cartone estremamente profondo, eclettico e divertente. Fa quello che secondo me dovrebbe fare ogni singolo cartone: divertire, riflettere, intrattenere, e lo fa con strumenti talvolta mediati dal citazionismo, talvolta dai meme o dalla cultura pop ma non si sclerotizza solo ed esclusivamente su questi vivendo di rendita, come altre opere. Ogni volta ci mette del proprio facendo una sana critica o ragionando sulle cose, per quanto un cartone per ragazzi possa fare chiaramente.

Io dico che, con gli strumenti che ha avuto, con l’intelligenza dimostrata dai creatori, con le gag e con le tematiche che hanno proposto, Lo straordinario mondo di Gumball sia uno dei cartoni più belli e divertenti che abbia mai avuto il piacere di guardare.

 

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Ma alla fine è un cartone per bambini o no?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Battle Royale di Koushun Takami, Opera senza tempo

Già in un precedente articolo avevo toccato l’argomento Battle Royale analizzando però il concetto stesso di free for all e di come questo venisse implementato in manga, videogame e film. I termini “battle royale”, tuttavia, richiamano una di quelle che è considerata un’opera monumentale tanto da diventare cult, nel tempo, scrollandosi di dosso tutte quelle critiche che aveva ricevuto in patria quando uscì a causa della violenza. Parliamo proprio dell’opera di Koushun Takami, “Battle Royale“, che egli presentò ad un concorso per il genere Horror.

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La storia inizia con un prologo che fa già capire moltissimo di ciò che troveremo addentrandoci: con uno stile molto moderno, diretto, con intercalari, un uomo si rivolge a noi spiegandoci cosa sia una Battle Royale, termine che Takami mutua dal Wrestling, essendo questa una modalità abbastanza diffusa di combattimento in cui tutti i lottatori entrano in una gabbia e si scontrano tra loro fino a quando non ne rimane uno solo. E’ ancora una volta quest’uomo del prologo a darci indizi molto importanti cui l’autore darà ampio spazio nel suo romanzo:

<< E i lottatori che sono amici? Be’, all’inizio, ovviamente, si aiutano a vicenda. Ma alla fine devono battersi l’uno contro l’altro >> (Prologo, p.6 Ed. Oscar Mondadori)

<< Uno dei due andò intenzionalmente fuori dal ring, lasciando vincere il suo partner. Una dimostrazione di fratellanza che per me fu una sorta di delusione. In più puoi anche allearti coi wrestler che di solito sono tuoi nemici. […] è anche possibile che questo amico si riveli infido e improvvisamente ti tradisca e ti sconfigga >> (p.6)

Come si può vedere anche dalle interviste su una ristampa del manga Koushun Takami e l’illustratore Masayuki Taguchi rispondono entrambi di essere dei patiti del wrestling e della battle royale in particolare. Questo dettaglio non va trascurato per avere una visione d’insieme più completa possibile. Abbiamo già due elementi, quindi: Horror e Battle Royale. Facendo appello alla fantasia di chi non conosce l’opera, cosa potrebbe venire in mente? Gente costretta a combattersi contro la propria volontà in una BR, direi. E infatti è questo che tratterà il romanzo: una classe di 42 studenti delle medie verrà deportata contro la propria volontà su un’isola fatta sgomberare. Ad ognuno di loro saranno fornite una mappa, una bussola, cibo, acqua e un’arma casuale, il che può voler dire ricevere una mitragliatrice oppure un inutile boomerang.

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Ecco il fulcro della storia svelato che subito si dipana in tutta la sua crudeltà. Non so voi ma io l’ho sempre trovata una trama estremamente affascinante: già alle elementari mi chiedevo, da buon bimbo disturbato, chi fosse il più forte della classe o della scuola intera. E mi immaginavo noi tutti costretti a lottare in un fantomatico ring. BR fu una sorta di espressione di quel desiderio latente che secondo me un po’ tutti abbiamo provato, anche senza pensare necessariamente alla morte, o su cui tutti almeno una volta abbiamo riflettuto. Non va dimenticato, infine, che BR sembra ispirarsi parecchio a Il signore delle mosche di Goulding che già raccontava la storia di alcuni ragazzini naufraghi che cercavano di darsi un governo democratico ma che alla fine, causa anche la visione pessimista dell’autore, sfocerà nella trivialità di un governo retto da un capo forte e carismatico, con la distruzione dei simboli della democrazia e l’uccisione dei più deboli. L’ispirazione c’è, il sentimento pessimista anche, vanno fatte notare alcune differenze sostanziali però: in BR il fulcro è l’analisi antropologica del comportamento umano che veniva sottolineato anche nel prologo più che la forma di governo scelta: qualcuno combatterà, qualcuno rinuncerà, ci saranno alleanze e tradimenti. In BR si parlerà inoltre di un Governo distopico e autarchico che costringerà i ragazzi a scontrarsi, cosa che lo accomuna più a 1984 di Orwell e a Il mondo Nuovo di Huxley che non a Goulding. Insomma, Takami sembra prendere un po’ dei suoi gusti personali (wrestling), un po’ di Goulding (il comportamento umano) e infine un po’ del romanzo distopico (una tirannia che costringe i propri cittadini ad ammazzarsi). Senza disdegnare quell’aspetto splatter da racconto dell’orrore che possiamo forse rivedere in alcuni romanzi come La lunga marcia di King.

Con queste premesse iniziali, andiamo a parlare della storia vera e propria e a cogliere quelli che secondo me sono gli aspetti più caratterizzanti e unici. Seguiranno spoiler molto pesanti sulla trama, siete avvertiti.

Tanto per cominciare, va detto che di BR esistono 3 soluzioni mediatiche: Il romanzo da cui è partito tutto, il film (sarebbe corretto dire I film ma il secondo possiamo anche dimenticarcelo) con Takeshi Kitano e infine il manga. Parlerò delle differenze tra loro sempre tenendo conto delle specificità del medium facendo inoltre risaltare le peculiarità che possono migliorare l’opera di partenza. Principalmente parlerò del romanzo e del manga; il film, per quanto di buona fattura e con un Kitano in forma, non può in quelle poche ore catturare l’essenza di un romanzo complesso di 600 pagine. Nonostante alcune scene siano piuttosto fedeli manca tutto l’apparato filosofico e riflessivo che un’opera del genere reca con sé mantenendo invece solo gli aspetti puramente horror, pertanto si vanno a perdere troppi elementi preziosi per poterne parlare in maniera prolifica.

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La storia verte su una classe delle medie diretta in gita scolastica che viene anestetizzata e spedita su un’isola. Ad ogni ragazzo viene dato un collare e spiegato che se tenteranno di fuggire o di manometterlo esploderà. Esploderà anche nel caso in cui si trovino in zone “vietate” e questo per costringerli a muoversi e a non rimanere chiusi in casa. Potranno usare tutto ciò che troveranno sull’isola, dalle macchine ai computer, ma non potranno telefonare e avere corrente elettrica. Come già detto ad ognuno viene poi assegnata un’arma causale. Il protagonista, Shuya Nanahara, è il classico bravo ragazzo che incarna probabilmente ogni stereotipo sui bravi ragazzi: gentile, puro di cuore, altruista, amato da un sacco di ragazze, amante del rock e così via. Il suo migliore amico, Yoshitoki Kuninobu, che a sua volta è innamorato di Noriko Nakagawa, è il primo a perire a causa di colui che sovrintende il Programma: nel libro è Sakamochi, nel film è Kitano, nel manga è Yonemi Kamon. Questo farà da innesco: Shuya si ritroverà a dover difendere Noriko, innamorata di lui, cercando di tener fede alla propria umanità in segno di rispetto all’amico scomparso.

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La lotta comincia con Shuya e Noriko insieme (vi ricordate? Gli amici si alleano inizialmente, poi…) in netto svantaggio: le armi ricevute sono un coltello da combattimento e un boomerang, mentre altri studenti hanno pistole, granate, fucili a pompa, mitragliatrici. La prima parte dell’opera è caratterizzata dagli scontri che Shuya mai si sarebbe aspettato da quelli che qualche ora prima erano i suoi amici. Infatti nel manga prende dell’alcool per guarire la ferita di Noriko, pensando suo malgrado che quell’alcool avrebbe dovuto servire cause ben diverse in una gita scolastica. Il primo a pararsi loro contro è Yoshio Akamatsu, un personaggio reso bene sia nel romanzo che nel manga, che è sostanzialmente un grosso bambinone indifeso. E’ il più grosso, viene detto, eppure il più lento a correre e il più stupido. Gioca spesso ai videogames e non ha molti amici. La sua psiche, già solo a partire da questo, è ben posta sotto una prospettiva credibilissima: un personaggio così avrà paura, imbraccerà l’arma e la punterà senza remore contro quelli che lo hanno sempre umiliato e maltrattato. Yoshio è un bravo ragazzo nella vita reale ma in questo Programma ha paura, teme di essere il bersaglio di tutti gli altri. Shuya inizialmente tenta di dissuaderlo ma la paura prevale e Yoshio sarà stordito e poi ucciso da un altro ragazzo.

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Esiste poi chi sceglie di non combattere o di sacrificarsi, proprio come veniva detto nel prologo. Questo capita ad una coppia: Yamamoto Kazuhiko e Sakura Ogawa. I due si amano così tanto da gettare le loro armi e rifiutare la lotta. Nel romanzo è piuttosto sbrigativa la loro storia ma nel manga c’è un intero episodio che ha semplicemente lo scopo di farci vedere la loro vita prima del Program. Un episodio in cui si mostra il lato affettivo di due persone, che di per sé sarebbe inconcludente (lui che le compra una borsa) ma ricollegandoci a “oggi” si può vedere che lei quella borsa ce l’ha ancora, la custodisce come un tesoro, e testimonia l’amore che prova per lui. Raggiunti da quelli che sembrano essere dei nemici si suicideranno buttandosi giù da una scogliera morendo annegati.

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Sul versante “Antagonisti” invece abbiamo delle solide presenze. Tra le femmine viene usato come espediente Mitsuko Souma, una ragazza considerata bellissima, nel manga una dea della morte che spesso vedremo letteralmente nuda intenta a soggiogare uomini di ogni età. Addirittura nel prologo del manga la si vede irretire un uomo di mezza età alzando la gonna per averne vantaggi e privilegi. E’ a capo di un gruppo di studentesse poco di buono che si diletta col taccheggio, la prostituzione e così via. Mitsuko al suo primo incontro si svela immediatamente: incontra una ragazza totalmente innocua e spaventata, armata solo di un coltello, e cerca riparo presso di lei, piangendo. La ragazza abbassa la guardia, le chiede scusa per aver pensato di ucciderla.

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Mitsuko e la sua agnizione sono d’impatto sia nel romanzo che nel manga: con una falce nascosta la sgozza senza pietà, ribadendo che non importa perché anche lei aveva pensato di ucciderla. Quindi una persona senza remore, apparentemente glaciale e distaccata, disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole.

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Sul fronte dei maschi Kazuo Kiriyama ci viene introdotto in una maniera spettacolare con un personaggio secondario estremamente ben caratterizzato: Mitsuru Numai è un ragazzo problematico che viene da una famiglia povera. Come ci spiega lui stesso l’unico sbocco che sente di avere è l’uso della forza. Non è una forza usata sui più deboli (non solo) ma un tipo di forza che egli sente di dover rivolgere a chiunque lo sfidi, anche a ragazzi più grandi, anche in svantaggio numerico. Sarà la sua frase a caratterizzarlo: può esserci un solo re. E’ la massima espressione di ciò che è un bullo raccontato con l’occhio di chi capisce e non giudica. Mitsuru è un povero disadattato con i suoi problemi che troverà pane per i suoi denti affrontando altri bulli più spietati di lui. Verrà infine salvato da un ragazzo che sembra mostrare grazia e tatto ma allo stesso tempo freddezza e noncuranza. Kazuo Kiriyama si sbarazza dei bulli e da allora Mitsuru Numai capisce che può esserci un solo re, per l’appunto Kiriyama. Il suo racconto prosegue dicendoci che la pettinatura che Kiriyama utilizza gliel’ha proposta lui, che è simbolo del suo legame. Da allora Kiriyama entra nel gruppo di bulli di Mitsuru affiancandoli e aiutandoli addirittura a sconfiggere degli Yakuza. Mitsuru, pertanto, in questo gioco, sceglie di allearsi immediatamente col suo re senza alcun intento di tradirlo.

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E’ Kiriyama a svelarsi dopo una breve spiegazione. Ha lanciato una monetina decidendo che non combatterà gli uomini del governo per fuggire ma ucciderà i propri compagni: per lui una vale l’altra. Così alza la mitragliatrice verso quello che era il suo braccio destro, tradendolo, e crivellandolo di colpi. Sono le ultime parole di Mitsuru ad essere cariche di significato, avendo Kiriyama svelato il suo lancio di monetina. Forse, anche quella pettinatura che il suo boss manteneva, e che per Mitsuru era il simbolo del forte legame tra loro due, non era altro che un impiccio per lui. Semplicemente aveva scelto quella anziché un’altra, forse lanciando un’altra monetina.

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Kazuo Kiriyama, come Mitsuko, sarà l’antagonista principale. Senza alcuno scrupolo egli è armato pesantemente e avendo scelto di lottare ruberà le armi degli sconfitti aumentando il proprio arsenale tra pistole, granate e giubbotti antiproiettile. Una macchina da combattimento agile e letale che non piange, non pensa. Nel romanzo viene subito spiegato il suo personaggio mentre nel manga si dovrà attendere gli ultimi numeri. Sostanzialmente Kiriyama ha avuto un incidente durante il quale la madre ha perso la vita e una spina gli si è conficcata nel cranio inibendo le sue emozioni. Non è poi chiaro quanto sia dovuto a questo frammento rimasto nel suo cervello e quanto alla perdita della madre. Verrà chiamato inoltre “il figlio degli dei” a causa della propria forza e velocità sovrumane.

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Shogo Kawada è invece il vero protagonista spirituale della storia. Egli ha già partecipato al Programma precedente, sa già come muoversi e sa quali sono le mosse giuste. Questo perché incarna l’autore onnisciente e contribuisce a mantenere in vita personaggi che altrimenti, non protetti dalla narrazione, creperebbero malissimo. E’ comunque un personaggio eccellente già nel romanzo ma che emerge ancora di più nel manga grazie alle sue riflessioni. Il pezzo in cui ci viene svelato, nel finale, il suo passato, è uno dei più toccanti che io abbia mai visto. Shogo è una persona estremamente razionale, pure troppo, arrivando con i suoi ragionamenti così lucidi e coerenti a ferire le persone e i loro sentimenti. La sua ragazza lo critica per questo, lo vorrebbe più umano e meno razionale, così litigano prima di finire entrambi a scontrarsi nel Programma del loro anno con la loro classe. Shogo, per spiegare la sua forma mentis, utilizzerà un aneddoto (che sia fondato o meno non saprei dire, sinceramente) in cui spiega che il cuore è un organo secondario rispetto al cervello, preposto al ragionamento. Che il cuore è quindi un “cervello” difettoso che ci fa sbagliare. Solo dopo le sue vicissitudini, dopo la morte dell’amata, e dopo aver ricevuto il perdono e il dono di lei (un richiamo per uccelli che viene usato nel presente per lanciare segnali) riuscirà a capire l’importanza di quel cuore secondario che gli duole così tanto quando utilizza il richiamo per uccelli, ricordo di lei.

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Se fosse stata una storia diversa, e se stessimo parlando del romanzo (in cui tutto questo complesso apparato, purtroppo, manca), Shogo sarebbe troppo scoperto alle accuse di plot armour. Arriva presto, bene armato, troppo intelligente e preparato, aiuta i protagonisti e li protegge. Si viene a perdere completamente il senso di pericolo con accanto un personaggio veterano così esperto e forte. Eppure, dopo questa storia, si può solo rimanere basiti davanti a tanta magnificenza. Sono riusciti a giustificarlo, a creargli una storia coerente, a dargli un motivo psicologico per agire, per vendicarsi, per aiutare una coppia, per essere così calmo e lucido. Shogo Kawada è uno dei personaggi più complessi e magnifici che abbia mai avuto il piacere di incontrare, è vivo, buca la carta, non riesco a trovargli dei difetti neanche cercandoli.

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Shinji Mimura è un altro personaggio capace di bucare la carta e con lui si toccano vette memorabili di qualità. E’ uno del gruppo di Shuya insieme a Hiroki Sugimura, i classici eroi senza macchia e senza paura, pronti a sfidare l’autorità con ironia e coraggio. Shinji, come Shogo, è un personaggio estremamente sveglio, preparato e razionale. La sua avventura la vive accanto a Yutaka Seto, un ragazzo che funge da elemento di comparazione rappresentato come il suo opposto: bassino, bruttino, deboluccio, scarsamente intelligente. Shinji per tutta la durata del suo arco narrativo deve necessariamente confrontarsi con Seto illustrandogli i propri piani, il primo dei quali (un virus con cui infettare i computer governativi) fallisce proprio a causa della sua spiegazione captata dai microfoni posti nel collare. Si passa così ad un piano B, costruire una bomba e lanciarla sull’edificio scolastico in cui sono presenti il sovrintendente e i soldati che controllano il gioco, in modo da poter fuggire. Da qui è un’escalation di problemi, di oggetti non trovati, di stanchezza anche fisica e di logoramento psicologico. Shinji, che è anche un Hacker, sa bene quanto sia pericoloso anche il più piccolo dei bug per far crollare il programma intero. Così mantiene la calma, non si arrabbia con l’amico disattento e incapace, lo aiuta e lo conforta. Incontrano, poco prima dell’attuazione del piano, un personaggio di cui Shinji non si fida e che finirà con l’ammazzare per sbaglio. Quest’azione, ad effetto domino, innescherà Seto che avrà paura del proprio amico, facendo emergere i propri complessi di inferiorità e illustrandoci ancora una volta attraverso un dialogo maturo un altro personaggio complesso: Shinji è così perfetto da non passare mai la palla quando gioca a basket. Egli è inarrivabile, così bello, bravo e perfetto da non aver bisogno di nessuno. In tutto ciò tutti gli altri sono “bug” e Seto si ritiene essere un errore agli occhi dell’amico, il quale comincerà nervosamente a tentennare. Manca poco tempo però, e il piano è già in moto. Shinji ancora una volta spiega pazientemente le proprie ragioni all’amico facendo pace con lui ma proprio in quel momento arriva Kiriyama che crivella la testa di Seto e ferisce gravemente Shinji all’addome. Il duello tra due dei personaggi più influenti ha inizio a metà storia e vedrà, dopo uno scontro feroce e decisamente splatter, la vittoria di Kiriyama e l’esplosione della bomba a vuoto. Shinji è un personaggio principale che viene offerto sul piatto della bilancia per contrastare l’eccessiva protezione offerta a Shuya e Noriko. E’ uno Shogo che pur avendo un lato razionale sceglie comunque di affidarsi al cuore nell’ultimo frangente, ed è un personaggio che, per quanto forte, non dispone delle risorse e degli alleati sufficienti per fronteggiare Kiriyama.

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Hiroki Sugimura è il terzo componente della banda di Shuya, un ennesimo personaggio altamente complesso (specie se si tiene fede al manga) che viene rappresentato come un gigante gentile: un ragazzo alto, forzuto, praticante le arti marziali, buono come il pane tanto da preoccuparsi per la vita di un micino. Diventa un karateka perché giura a se stesso di voler diventare più forte e il suo arco narrativo pare quello di un onorevole samurai: rifiuta le armi da fuoco preferendo il suo bastone, si rifiuta di uccidere Mitsuko quando ne ha l’occasione, sceglie di non allearsi coi suoi amici perché vuole continuare la ricerca della propria amata. E’ armato solamente di un rilevatore.

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Va fatta una piccola parentesi: nel romanzo e peggio ancora nel film il suo arco narrativo è trattato decisamente maluccio, tanto da concludersi in una maniera ridicola e senza permettergli di fare sfoggio delle sue capacità. Nel manga invece ogni suo pensiero e ogni sua azione viene potenziata all’inverosimile, tanto che si arriverà ad uno scontro di arti marziali contro l’eclettico Kiriyama che, abbandonata la mitragliatrice, non ha alcun problema a combattere a mani nude. Trovata la sua amata Hiroki è costretto a difenderla a costo della vita, quando prima poteva semplicemente fuggire dal mirino di Kazuo grazie alla propria velocità. Il combattimento infuria e proprio come Mimura, Hiroki perde gradualmente lo scontro di forza. Perde le dita, perde un occhio, viene sbalzato in aria dai possenti colpi del nemico. Alla fine si riscatta attraverso la riscoperta di una filosofia tipicamente Zen/Buddhista (qui riallacciata all’Ikebana praticato dall’amata) che si richiama agli spazi, al “sentire” ciò che c’è, in sostanza ad avere una visione completa delle cose e non più parziale, sottolineata da un gatto che durante il loro feroce scontro si preoccupa solo di mangiare un insetto. E’ così che Sugimura capisce, un po’ come accadeva in Full Metal Alchemist, che per quanto siano protagonisti al centro di un acceso scontro non sono altro che piccoli ingranaggi di un mondo che si estende all’infinito. Sugimura sembra sconfiggere Kiriyama e si rivelerà all’amata ma proprio in quel momento Kiriyama si rialzerà ancora una volta, facendoci capire di avere addosso un giubbotto antiproiettile visto qualche capitolo prima addosso a un personaggio che aveva ucciso e che Sugimura aveva conosciuto. Kayoko, la ragazza innamorata di Sugimura, in punto di morte, anziché fuggire, rivela il proprio amore. Pochi secondi dopo Kiriyama, senza alcuno scrupolo, apre il fuoco uccidendo lei e subito dopo l’amato. Nel manga questa scena è, come quella di Shinji, rappresentata con un’intensità vibrante dagli occhi di Sugimura, e niente ci viene risparmiato: il cervello di lei, l’impotenza di lui nel proteggerla, un senso generale di frustrazione.

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Battle Royale con l’uccisione di Sugimura entra in una seconda fase. Laddove prima la morte di Shinji era la messa in discussione dell’eccessiva bravura e razionalità, la morte del karateka è uno smantellamento dei valori tradizionali di famiglia, amore e affetto. Non sempre riusciamo a proteggere i nostri cari perché, semplicemente, talvolta non ne abbiamo le forze. Hiroki è l’eroe titanico sconfitto dalle avversità, da un destino crudele e da una disattenzione parziale.

Nel romanzo viene ucciso direttamente dalla propria amata la quale non si fida appieno di lui, così grande e pericoloso. Subito dopo lei viene uccisa da Mitsuko e Mitsuko stessa da Kiriyama. Una scelta di eventi poco calcolata, frettolosa e anticlimatica, rispetto al capolavoro di narrazione adottata dal manga.

Potremmo proseguire con le storie degne di nota di alcuni dei personaggi secondari: Yoji Kuramoto e Yoshimi Yahagi incarnano l’amore tra un ragazzo insicuro e una formosa ragazza che ha sbagliato e che grazie all’amore tenta di rimediare; le storie di Takako Chigusa, amica di Hiroki, e di Kazushi Niida sono anche molto importanti: lui ha paura di morire e vuole stuprare quella che è considerata tra le più carine, ora indifesa. Lei, sempre molto fredda e distaccata con tutti, si orna di ninnoli per nascondere una personalità piena di dubbi e complessi. Sono entrambi personaggi, come si può intuire, complessi e umani al 100%. In punto di morte chiunque di noi penserebbe a scopare, a mangiare, a portare con sé più del necessario per ferire i propri nemici, altro che morti eroiche e consacrate. Allo stesso tempo Takako incarna la risolutezza della donna che non cede e che, pur non essendo né amata né rispettata, fa quel che può per sopravvivere in un mondo così crudele anche se questo comporta il chiudersi in se stessi.

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Viene anche ribadito che i maschi tendono a essere più aggressivi mentre le femmine un po’ meno. La capoclasse Yukie Utsumi, infatti, si occuperà di organizzare un piccolo gruppo di sole ragazze nel faro, bene armate e ben organizzate. Nonostante nessuna di loro eccella come personaggio a sé stante, come gruppo sono formidabile e come discorso verte tutto sullo smontare a poco a poco la fiducia che si viene a creare. Per assassinare un estraneo che ritiene pericoloso una di loro usa del cianuro per avvelenare il suo piatto. Fortuna vuole che quel piatto lo assaggi la più ingorda delle ragazze, morendo avvelenata. Da qui sarà un’escalation di dubbi e paure su tutte quante loro che si ammazzeranno a vicenda cercando di capire chi sia il colpevole e lasciando in vita proprio colei che inizialmente aveva avvelenato il piatto. Una metafora, anche questa, delle ingiustizie della vita. Non sempre i malvagi vengono puniti, talvolta causano disordine per poi scomparire illesi, anche se alla fine di tutto l’arco narrativo ci sarà una redenzione di questo personaggio con conseguente sacrificio.

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Altre storie di personaggi secondari (per non dire terziari), va detto, sono piuttosto trascurate. Inada Mizuho e le sue “guerriere”, Kaori Minami e la sua passione per gli Idol sfociata in semplice pazzia, Hirono Shimizu che è una semplice “Punk” e Toshinori Oda che è semplicemente un nobile che disprezza i diversi e i meno nobili.

Si nota dunque una sorta di discorso piramidale: i protagonisti sono tutti eccellentemente caratterizzati, non ve n’è uno che sia banale o tralasciato (se si eccettua forse Noriko, unica Mary Sue). I protagonisti secondari hanno delle semplificazioni ma tutti quanti un discorso coerente e logico per fare quello che fanno, dettato dalla paura, dalla debolezza del proprio animo, dalle proprie insicurezze e così via. I personaggi terziari, che compaiono comunque pochissimo, sono effettivamente stereotipi. E’ un compromesso accettabile, considerando che su 42 studenti in 600 pagine di romanzo e in 15 volumi di manga ci si attesta su livelli così alti.

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Le battute finali del manga sono le più esplicative per quanto riguarda la filosofia dell’autore. Abbiamo visto morire Shinji Mimura, grande amico di Shuya, abbiamo visto morire le ragazze che tentavano di darsi (un po’ come accadeva in Il signore delle mosche) una forma di governo basata sulla fiducia sgretolarsi poco a poco. Abbiamo visto Shuya che, dotato delle migliori intenzioni, non riesce ad allearsi quasi con nessuno perché sono tutti terrorizzati all’idea di morire e preferiscono partecipare al gioco piuttosto che fidarsi (e non credo ci sarebbe scelta più logica di questa). Fino ad ora l’autore ci ha illustrato lo spettro del comportamento umano di cui ci aveva inizialmente parlato: qualcuno combatte da solo morendo, qualcuno si allea e sopravvive, qualcun altro si allea e poi tradisce i propri alleati. Non mancano errori umani, mancanza di opportunità e una buona dose di sfortuna.

Gli ultimi a rimanere in vita in una storia così “pessimista” se così per ora possiamo chiamarla, sono infatti tutti i protagonisti principali del gruppo di Shuya, Kawada e Noriko, e i due antagonisti, Kazuo e Mitsuko. Il lettore sa quanto siano pericolosi e quanto poco ci sia da scherzare con loro, sa anche che tutti i personaggi positivi, eccetto l’ultimo baluardo, sono morti, e sono morti male, in maniera angosciosa e ingiusta, violenta oltre ogni dire non tanto per i colpi in testa che mostrano cervella ovunque ma per la sofferenza psicologica che causa il vedere un proprio piano o un proprio amore appena sbocciato morire sotto i colpi di una tirannia che ti costringe a morire per niente.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la storia non fa affidamento su cliché ma si rivela ancora una volta, in un certo senso, “equa”.

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Kiriyama non ha sentimenti ma non è affatto detto che il suo bersaglio siano sempre i buoni. Come abbiamo visto ha ammazzato i suoi stessi alleati, non fa distinzioni. Trovando sul suo tragitto Mitsuko è del tutto legittimo che i due personaggi più maligni si scontrino tra loro. Nel romanzo, continuo a dire, questa parte è estremamente veloce e sottovalutata. Nel manga abbiamo tutto il tempo che vogliamo per conoscere meglio i nostri due antagonisti. Mitsuko fa quel che fa perché è stata stuprata dal padre adottivo quando era solo una bambina. Si arriva, se non a perdonare del tutto, almeno a empatizzare con lei e con il suo dolore. Certo non si è comportata con classe e galanteria né dentro l’isola né fuori, arrivando a manipolare le persone e a farle fuori, ma non tutto è colpa sua, si potrebbe dire. Tuttavia, se prima il suo fascino sensuale era la sua arma più potente per irretire e distrarre i propri nemici, spesso maschi, contro Kiriyama ha ben poche speranze. Kiriyama non prova nulla per il sesso e non prova nulla a vederla nuda e supplicante, così come non provava nulla a uccidere. E’ solo un essere meccanico, uno strumento della narrazione che serve a farla procedere senza intoppi e Mitsuko è sul suo cammino. Lei sfodera il giocattolo che le regalò il padre chiedendogli di esaudire il suo desiderio, ovviamente in un estremo gesto di pazzia, ma questo, proprio sul più bello, sembra avverarsi e far accadere un malanno a Kiriyama.

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Che subito si riprende per poi sfondare la testa di Mitsuko con un colpo solo. Ci ho visto del sadismo, della cattiva ironia della sorte in questa costruzione della scena. Male che combatte un altro male è totalmente sensato in un mondo caotico e disordinato in cui le cose accadono non perché scritte ma semplicemente perché dettate da meccanismi di azione-reazione. Ancora una volta, quel piccolo giocattolino che Mitsuko sfodera come arma finale, e contro la quale Kazuo non spara immediatamente per darci modo di capire cosa stia succedendo, è una presa di posizione contro il semplice voler qualcosa, contro i semplici desideri che speriamo accadano da soli. Mitsuko muore male non perché sia “cattiva” ma perché non ha le forze per opporsi al destino. Mitsuko è debole, non reagisce se non “rubando agli altri” e, una volta disarmata, non può far altro che denudarsi ancora di più e chiedere clemenza al nemico. Tolto quello, l’unica cosa che le rimane è avere fede, esprimere desideri, pregare, in sostanza. Ci leggo un messaggio razional-materialista anticlericale, forse, ma potrebbe solo essere una mia lettura. Io ci leggo un “non bastano preghiere, sogni, speranze, devi attivarti tu stesso per farli avverare.”

E posto che sia tutta una mia congettura, ciò che viene aggiunto nel manga è comunque qualcosa di eccellente che va a migliorare un prodotto già molto buono di suo, caricandolo di sentimenti, pathos, climax ulteriore e di significati filosofici e profondi.

Morti tutti eccetto i protagonisti e Kiriyama, avviene lo scontro. Che in realtà è gestito abbastanza bene sia nel romanzo (dove comunque termina con una certa fretta) che nel manga, dove Kiriyama che salta, vola, si esibisce, spara e guida insieme, è un vero terminator. In effetti, anche se le sue qualità fisiche sono spiegate, e in un certo senso giustificate dalla scheggia di cui parlavamo prima, sono veramente troppo per una narrazione così matura. Ma è un compromesso cui sono disposto a scendere.

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Com’è lecito aspettarsi, il manga ha in questo combattimento finale molti elementi Shonen. Rivediamo, prima di sparare il colpo finale contro Kiriyama, tutti gli amici morti, stavolta ripuliti graficamente da sangue, sudore e lacrime, per farli apparire come sorridenti, candidi, tutti quanti redenti grazie alle parole del protagonista. Rivediamo Mimura che cede il proprio ultimo colpo non sparato a Shuya che ora ne ha estremo bisogno, rivediamo il pugnale di legno intagliato da Sugimura, che Shuya utilizza per accecare Kazuo proprio come egli fece a sua volta con Hiroki. Vediamo addirittura Noriko farsi forza e sparare a Kazuo, lei che fino ad ora aveva solo avuto bisogno di cure e conforto e non aveva praticamente contribuito a nulla. In tutto questo Shuya è “protetto” dai propri amici morti il cui spirito sembra essere presente sul campo di battaglia mentre Kiriyama è rimasto solo, senza più nessuno a proteggerlo o a battersi per lui. Shuya infine detta quella che è la morale di tutta l’opera e che nel romanzo non emergeva: quei ragazzi erano spaventati ma nella vita reale non si sarebbero comportati così. Erano sotto pressione, sono stati costretti dalle avversità a combattere ma tutti quanti loro erano umani e in ultima istanza perdonabili, proprio come le storie su di loro ci portavano a fare.

L’ultimo colpo di scena, dopo la morte di Kiriyama, è un colpo da maestro. E non sto leccaculando perché è una delle mie opere preferite, ma proprio perché ritengo che sia un colpo di scena coi fiocchi. Kawada aveva rivelato di conoscere un modo per fuggire ma non lo aveva mai spiegato nei dettagli. Raccoglie tutte le armi -anche quelle dei due compagni rimasti- e li porta nel bosco dove rivela loro che hanno perso, perché si sono fidati. Da notare, nei disegni, come varia repentinamente la sua espressione. E’ sufficiente variare la posizione delle sopracciglia per far apparire quello che prima era un salvatore in un autentico stronzo.

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Kawada rivela anche che la sua idea, al primo Programma, non era di salvare l’amata Keiko e di uccidersi ma il contrario, di scoparci a più non posso per poi ammazzarla.

E qui, con questa frase, effettivamente tutto tornerebbe. Un essere così razionale come Kawada non avrebbe pensato ad un finale simile? E noi lo vediamo in carne e ossa, è decisamente probabile che abbia agito così. Tutto ciò che ci è stato raccontato sul cuore, sul cervello difettoso, sull’amore e sul sacrificio è una balla?

Alla fine, tranquilli, con un po’ di sforzo si capisce che era solo il vero piano per scappare, che consisteva nel farli credere morti, togliere loro i collari, per poi partire sulla nave governativa a insaputa dei soldati. Lì Kawada uccide il sovrintendente per poi morire per le ferite riportate dallo scontro con Kiriyama e solo Shuya e Noriko, unici sopravvissuti, riusciranno a fuggire dal gioco.

Che dire alla luce di tutto ciò? In realtà trovo il finale piuttosto stridente con il 90% dell’opera iniziale. Si parla di azione-reazione più che di destini, si parla di forza dell’individuo e di società più che di Dio però il finale, sia del romanzo che del manga, è molto in termini Shonen, ovvero si basa sulla ricerca di amicizia, di amore, di comprensione, e così via. Uniti resistiamo, potremmo dire. Trovo che strida per il fatto che passi la tua intera opera a far morire male la gente perché non c’è scampo né in questo malato gioco né nella tua società Orwelliana, però poi magicamente salta fuori un elemento capace di fare tutto e anche di più, che si allea con te e che ti tira fuori dai problemi. Chiariamoci: la narrazione è sublime, Shogo Kawada che salva i protagonisti perché in essi rivede l’amore che ha perduto è perfettamente giustificato e comprensibile, non ci vedo nessuna forzatura o deus ex machina in senso stretto. Il problema è che Shuya e Noriko per quasi tutta la storia non hanno fatto quasi nulla: Shuya blatera la sua giustizia a destra e a manca, vive nei ricordi dei compagni più che nelle proprie azioni, ma in concreto fa ben poco. Noriko ancora meno, è solo la “ragazza da salvare e da amare” e basta, c’è ben poco sia nelle azioni che nei suoi dialoghi che nella sua caratterizzazione. E in tutto questo tu mi dici che bisogna sporcarsi, bisogna agire per poter forgiare il proprio destino, però i tuoi protagonisti se ne escono SENZA sporcarsi e SENZA aver agito veramente. Insomma, un po’ contraddittorio.

Leggendo le interviste sul manga si apprende di più: il messaggio, nonostante la forma scelta sia di violenza, splatter e distopia futuristica, vuole essere di pace. Takami critica la società giapponese, i ragazzi giapponesi in primis per mandare loro un messaggio di speranza: Se ce la fanno questi ragazzi a non mollare mai, ce la potete fare anche voi. Non mollate mai.

In sostanza è questo il succo del discorso e sotto questa prospettiva credo sia anche perdonabile quella che per me è una scivolata. Battle Royale, se si eccettua il messaggio finale (che comunque va contestualizzato, come abbiamo visto) un po’ contraddittorio, è un’opera fantastica, capace di immergerti in una distopia neanche troppo lontana, di caratterizzare i propri personaggi rendendoli più che umani, più umani di noi lettori che condanniamo azioni senza viverle sulla nostra pelle, che odiamo persone che comunque hanno dei trascorsi problematici alle spalle. In linea generale la storia è coerente, credibile, le azioni accettabili, forzature ce n’è giusto qualcuna per permettere una narrazione divertente ma quel poco che sbaglia è tutto perdonabile ad una visione d’insieme davvero eccellente per quanto riguarda i messaggi e la filosofia di fondo.

Battle Royale, più recentemente, ha fornito l’ispirazione per altri romanzi che vengono definiti Young Adult, primo fra tutti Hunger Games, accusato di esserne un plagio. Non si può parlare di BR senza accennare un minimo a queste dinamiche.

E molto di ciò che penso l’ho già scritto nell’articolo che vi linkavo all’inizio: non ritengo HG un plagio, perché diverse sono le tematiche trattate, diversi sono i contenuti, le caratterizzazioni dei personaggi e così via. HG per quanto banalotto e scritto male parla di propaganda, della classica eroina Mary Sue che si riscatta in un mondo crudele e ha un messaggio finale tutto sommato accettabile. L’unico punto di congiunzione sono i Giochi con il Program, in cui ragazzi sono costretti a macellarsi tra loro. In HG per un vano senso di rivalsa dei superiori, dei nobili, dei vincitori che devono ricordare ai perdenti il loro posto, in BR per la raccolta di informazioni in guerriglia urbana (per quanto questa spiegazione lasci il tempo che trova in ciascuna delle sue versioni). HG si estende poi alla società e alla comunità mostrandocela agire direttamente per riscattarsi, in BR viene lanciato il messaggio a noi lettori ma non sappiamo più nulla di quel mondo e dei protagonisti rimasti, non c’è il lieto fine per quel che ne sappiamo.

Sebbene mi dia estremamente fastidio vedere le due opere accostate, e leggere addirittura pseudo recensioni che stanno insieme con lo sputo come questa, dove addirittura si arriva a ignorare il 50% di un libro per poter dire che HG sia meglio contro ogni logica e capacità critica, devo risolvermi a dire che sono due opere distinte, ognuna con la propria identità e rivolta a due tipi di pubblico differenti. BR si rivolge a tutti, in particolare a ragazzi e adulti, e ha dalla sua un mondo pulp vivo; HG si rivolge ai ragazzi, alle ragazze, ai bambini, e spiega loro qualcosa in maniera non troppo approfondita sulla società, sulla propaganda, sulla narrazione degli eroi. Possono coesistere e, prima di confrontarle, si dovrebbe almeno porre un criterio di giudizio. Altrimenti dovremmo dire che BR sia un plagio del Signore delle Mosche o di Orwell e abbiamo visto che così non è, ognuno di questi parla di cose differenti in modi tra loro diversi.

Per quanto mi riguarda, e qui entro nel personale, Battle Royale è una storia che ho letto da adolescente e che mi ha colpito per i suoi eroi titanici che perdono contro il destino, un messaggio che già mi conquistava in letteratura coi Malavoglia, figurarsi con i manga. Lo splatter non è solo scena, è contestuale al mondo narrato. Un mondo oscuro, crudele, in cui puoi morire in maniera orrenda in qualsiasi momento. Lo stile grafico di Taguchi è così realistico e pieno di dettagli da far emergere ulteriormente le peculiarità dei volti, delle espressioni, dei ninnoli e anche delle armi che utilizzano. Come in un gigantesco puzzle che prende forma poco per volta, BR è un lavoro immenso con un tema ancora oggi molto attuale perché è un messaggio senza tempo che rende l’opera immortale proprio come 1984 o Il Signore delle Mosche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi Critica, Detroit: Become Human

Per quanto concerne il titolo in questione ricordo alcuni trailer e la demo giocabile ma non riuscirono a montarmi un hype particolare. Il mio rapporto con Quantic Dream non si può dire sia dei più completi, ho letto recensioni estremamente positive per Heay Rain che riuscì a rivoluzionare il genere dell’avventura grafica ma non lo giocai, tantomeno Farenheit. Beyond fu invece una bella mazzata perché nonostante alcuni temi molto importanti come la vita oltre la morte, l’attaccamento morboso ai defunti e altri, la storia complessiva risultava mediocre, capace solo di accennare questi temi senza mai approfondirli o tentare di dare qualcosa di definito narrativamente parlando.

Detroit: Become Human (da ora DBH) ha però al suo perno la fantascienza e tutti quegli argomenti che hanno caratterizzato la scena degli ultimi 20-30 anni a partire da racconti, pellicole famose e talvolta videogame stessi quali Blade Runner, Ghost in the Shell, Deus Ex, che sono tutte storie mai banali e che cercano di affrontare gli argomenti “androidi, evoluzione tecnologica, società, politica” nel complesso, evitando abilmente i classici cliché del genere del Terminator assassino che impazzisce e uccide gli umani a caso.

Premetto una cosa importante: siccome sono povero non posso permettermi al momento una consolle di nuova generazione, sono costretto a servirmi di alcuni gameplay, nel caso specifico quelli di QuelTaleAle, scelto per la sua simpatia e per essere un giocatore più “casual” e quelli di Sabaku no Maiku, riconosciuto per essere un giocatore attento sotto il profilo analitico. Mi sembra così di poter usare diverse fonti e dare un contrappunto alle idee dei rispettivi youtuber, per cui seguirò i loro gameplay e le loro partite ma sempre tenendo a mente che la mia analisi non è un’analisi sul come giocare correttamente (non avendone io fruito in prima persona) ma piuttosto un commento e un’analisi critica e narratologica su alcune delle storie intraprese, su alcune delle scelte, sulla risoluzione di alcuni conflitti e di come il gioco/giocatore tenda a trattare taluni argomenti. Motivo per cui è essenziale non fermarsi a un solo gameplay per giochi di questa portata ma vederne il più possibile.

Cominciamo dicendo che, in piena linea con lo spirito sfaccettato del gioco e dei temi trattati, il protagonista non è uno solo ma ben 3, posti da prospettive diverse. Se Connor infatti è il volto della giustizia androide che collabora con la polizia, Kara ci dà modo di osservare i ceti più bassi della popolazione munita di androidi (come fa notare Sabaku, Todd possiede una macchina normale dei giorni nostri e non una di quelle pluriaccessoriate), infine Markus ci illustra gli androidi inseriti in un contesto signorile affiancando un ricco artista e successivamente lo spirito ribelle delle macchine. Per essere completi al 100% avrebbero potuto inserire un protagonista umano giocabile, così da mostrare tutti i tipi di pensiero, ma è un problema parzialmente risolto grazie ad alcuni personaggi secondari come Hank che assisteremo nelle indagini. Il punto di vista scelto è quello dell’androide inserito in un contesto di Apartheid sottolineato dagli scompartimenti divisi dei mezzi, dalle folle linciatrici di disoccupati che hanno perso il lavoro a causa degli androidi e da alcuni evocativi cartelli che dicono proprio “vietato l’accesso agli androidi, i trasgressori saranno puniti“, e che ricordano moltissimo il famoso cartello che recava la scritta “vietato ai cani e ai cinesi” che Bruce Lee distruggerà con un calcio rabbioso. Immagine.png

In uno dei finali scelti, verso le battute finali, il presidente americano comunicherà al suo popolo l’intenzione di smantellare i droidi disobbedienti in appositi campi, termine volutamente scelto al fine di ricordare altre verità storiche, tanto che sarà possibile proprio far presente ciò al personaggio in questione il quale risponderà che è semplicemente ridicolo: un conto è internare persone umane, un conto è internare dei droidi.

Questo è il fulcro, proposto in diversi modi attraverso tutta la durata del gioco e delle sue scelte, dell’intera storia. Andare a definire quale sia il limite tra l’essere umano e il droide così perfetto da emularlo in toto. Non a caso si assiste continuamente a confronti tra umani più o meno positivi e droidi in cerca di un’identità:

Connor lavora con Hank, un tenente di polizia pluridecorato ma con delle ombre nel proprio passato riguardo al figlio e alla sua visione dei droidi che sarà dalle nostri azioni modificata. Agendo come un essere umano miglioreremo la sua persona, lo faremo ricredere. Agendo come una macchina avrà avuto le conferme che cercava per odiarli tutti indiscriminatamente.

Kara è il personaggio meno “filosofico” potremmo dire, ma sicuramente il più sensibile. Viene ribadito spesso il suo desiderio di “maternità” se così lo possiamo chiamare, e a lei spetta farsi carico di tutti quei momenti di tensione in cui vediamo una ragazza e una bambina subire odio e disprezzo. Starà a noi cercare di reagire con positività o meno e aiutare le persone che abbiamo intorno nonostante il razzismo. La sua controparte umana è Todd, un uomo che ha perso il lavoro e la propria famiglia a causa degli androidi e che si è dato all’alcool e alla droga, la Red Ice. Sebbene sia inizialmente presentato privo di sfaccettature verso il finale si capirà molto di più sui suoi motivi e si arriverà a empatizzare anche con un personaggio simile, permettendoci di abbracciarlo nonostante tutto. Una scelta che sul piano del gameplay non ha chissà che risonanza ma non è questo che conta in DBH e lo vedremo più volte.

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Terzo e ultimo protagonista è Markus, allevato da un ricco e anziano artista, Carl Manfred, che gli insegnerà a essere se stesso, a ricercare la creatività a scapito della mera copia pedissequa. E’ stato scelto un artista con la casa piena di opere d’arte non a caso: è la concettualizzazione dell’espressione nella sua forma pura e autentica, è l’unica figura che possa accompagnarsi a un droide cercando di insegnargli a non essere droide ma umano. La seconda controparte umana di Markus è il figlio di Carl, il quale gioca il ruolo essenziale di figlio negletto, presumibilmente drogato e sempre alla ricerca di soldi dal padre. Il perfetto controesempio della figura invece offerta da Markus, un sostanziale badante buono e affettuoso, disposto ad obbedire e disinteressato ai soldi, il figlio che più o meno tutti gradirebbero avere oltre una certa età.

Chi più, chi meno, gli androidi e gli umani di DBH sono tutti rappresentati con le loro sfaccettature, i loro lati in ombra (nel caso dei droidi scelti dal giocatore) e i loro pregi, come se effettivamente non ci fosse una vera differenza, oltre quel led sulla fronte, a rimarcare il comportamento delle rispettive specie. E questo forse è un punto scarsamente approfondito della narrazione ma che non permette di cogliere appieno alcune scelte. Alcuni droidi sono rappresentati come delle macchine vere e proprie capaci solo di emulare l’aspetto e l’agire umano, la ragazza del menù ne è un esempio con quello sguardo vacuo e indifferente. Altri droidi sono invece rappresentati come veri esseri umani artificiali; si dice di loro che hanno una sorta di errore di programmazione, una “scintilla” di umanità, autocoscienza vera e propria, paura per la morte e addirittura sentimenti umani. Costoro sono chiamati “devianti”, sono considerati un errore e a Connor spetta trovarli e catturarli mentre Markus ha il compito opposto: trasmettere la propria scintilla ai droidi “sopiti” e risvegliarli, anche se non è mai ben chiaro se diventino devianti completi o solo droidi parzialmente più svegli. Molti dei droidi che vedremo saranno considerati devianti: qualcuno lo diventa perché non vuole essere sostituito, qualcuno lo diventa perché non vuole più essere un modello da “piacere umano” e qualcun altro non vuole morire o non vuole essere schiavo.

La situazione non è delle più chiare, a mio parere, perché si dice che è un difetto di programmazione e la cosa lascia pensare che questa scintilla sia presente solo in alcuni modelli ma sembra essere trasmissibile o ereditaria, in un certo senso “sbloccabile”. Lo stesso creatore dei droidi ribadirà questi concetti chiedendo se la diffusione di idee sia considerabile un virus. Ma se è qualcosa che viene “sbloccato” significa che già c’è. Dunque questi droidi non simulano le emozioni umane, le posseggono veramente. E allora perché un’azienda avrebbe investito milioni per attribuire a dei droidi emozioni potenzialmente pericolose? Uno dei finali sembra venirci in aiuto, pur con tutte le incoerenze del caso: La Cyberlife, l’azienda costruttrice, aveva pianificato tutto dal principio per poter attuare un colpo di stato ora che l’esercito umano è ridotto a un terzo, con Connor che in alcuni casi ucciderà il leader ribelle, in altri diventerà egli stesso il capo, favorendo sempre la Cyberlife. Rimane però un mistero come questa attualizzazione di un piano neanche troppo complesso abbia potuto realizzarsi senza intoppi da parte di nessuno oltre alle azioni del giocatore. Si ha una sensazione simile a quella che si prova quando ci si sta per svegliare da un bel sogno. E’ sì un mondo ben ricreato ma è come se mancasse qualcosa di importante, se decidiamo di parlarne come di una storia matura, coerente e possibilmente originale.

A seguire la storia verterà quasi unicamente sul capire se l’emulazione sia la stessa identica cosa della comprensione. Un operaio abituato ad aggiustare macchine in maniera meccanica, senza aver mai letto un manuale teorico, probabilmente farà funzionare lo stesso benissimo quella macchina, rendendosi indistinguibile da un tecnico esperto che oltre ad aver capacità pratiche avrà assimilato i manuali teorici relativi. O, se vogliamo porla con un altro esempio, non si riesce a distinguere una persona che ti dice “ti amo” senza provarlo veramente e si comporta come se ti amasse, da una che effettivamente ti ama e si comporta di conseguenza. Il droide in un caso simile molto semplicemente continuerà il suo pattern di “amore” anche senza comprenderne appieno il significato emotivo (non che molti umani non provino la stessa cosa, in effetti) e dunque non c’è alcuna differenza tra emulazione perfetta e sentimento reale. Il droide dice di amare, fa regali al partner, gli sta vicino, sono sempre insieme, io non posso sapere cos’abbia nel cervello; anche se non sa cos’è l’amore si comporta come se lo sapesse. Il discorso si sposta dal razzismo, dalla segregazione, ad un discorso su verità/finzione/emulazione totale. Tra il provare veramente e il credere di provare qualcosa. maxresdefault.jpg

Può darsi che le emozioni siano utili per socializzare con gli umani, per servirli adeguatamente. Qualcuno avrebbe dovuto immaginare, però, che dotando un droide dell’amore o della paura della vita, avrebbe anche potuto ribellarsi. E perché non ricorrere alle famose tre leggi inventate da Asimov? Inserire un qualche sistema di protezione che blocca le dita sul grilletto o quando si attenta alla vita di un umano? Nessun ente governativo era preposto al controllo di una cosa così importante? E’ l’equivalente di permettere armi da fuoco nelle scuole.

E ancora, è molto strano il fatto che ci sia una sola azienda miliardaria a produrre droidi anziché una situazione di concorrenza (un po’ come le consolle war, no?) in cui qualcuno potrebbe cercare di sabotare o di porre sotto una cattiva luce l’altro. Ovviamente sono piccolezze che, se ci sono (come in Deus Ex Human Revolution, ad esempio, dove si parla in termini di corporazioni e di ricerca globali) è un bene, se non ci sono non è necessariamente un male. Hanno semplicemente scelto una linea comunicativa basilare in cui a essere comunicati sono i concetti primari. E questi arrivano diretti, arrivano chiari, anche grazie a queste scelte che snelliscono non di poco ragionamenti ipercritici come il mio.

Anche Sabaku, nel suo gameplay, fa la mia stessa riflessione quando gioca la missione in cui il droide scrive sul muro “I AM ALIVE”. Insomma, quando li hanno creati nessuno ha pensato che dotare un droide di pensieri complessi o al 100% identici ai nostri avrebbe di fatto creato non un golem ma un vero essere umano in un corpo metallico? E, cosa ancora più importante, nessun pensatore, giornalista, filosofo, scrittore, ha mai cominciato un dibattito simile? Questo avviene solo quando Markus prende il potere?

Se lo scopo del gioco è parlare del razzismo in un contesto futuristico per discuterne OGGI, se lo scopo del gioco è usare dei droidi, per quanto avanzati, come analogo dei profughi o chi per loro, che senso ha se non li differenzi dagli umani? I droidi di DBH sono essenzialmente umani con un led. Basta. Hanno un po’ di sangue blu, del metallo, della plastica, possono ripararsi o sostituirsi ma oltre a quello sono esseri completamente umani, o il cui confine tra simulazione ed essenza va a disperdersi. Ma così la “discussione” è troppo semplificata, se sono già umani con sensazioni umane cosa vuoi che ti dica? Cosa c’è di concreto da discutere?

Questa mia riflessione non vuole sottolineare un difetto, perché è sicuramente qualcosa che il gioco vuole comunicarci, però mi sembra che in questo bel puzzle manchi qualcosa di importante, qualche sottigliezza che avrebbe reso la produzione ancora più profonda e penetrante. Se scegliamo di rimanere sul vago, sono disposto a considerare DBH un bel gioco, a suo modo innovativo e interessante, ma non un elemento capace di continuare un discorso. Si limita a riproporre i soliti già intrapresi che riguardano la coscienza nelle macchine, il concetto biologico di vita e così via. In questo DBH non aggiunge nulla, e ne abbassa leggermente le mire ma lo pone nella prospettiva di poter comunicare concetti comunque molto importanti a più persone.

Parlando del gameplay va detto e ribadito che tutto viene posto nelle mani del giocatore. Camminare in un parco, raccogliere una rivista e leggerla, proseguire spediti per i propri compiti o fermarsi e venire attaccati e buttati a terra da una folla arrabbiata, sta a noi scegliere il nostro percorso. Questo in teoria. In pratica, a causa della complessità che una simile ramificazione avrebbe comportato, sono importanti a fini narrativi solo alcune, e in misura decisamente minore, delle scelte che compiremo. Per cui se con Markus abbiamo letto una rivista o meno non cambierà poi molto se non nella percentuale di completamento. Se sceglieremo di farci buttare a terra cambierà una linea di dialogo di Carl superata la quale la narrazione continuerà come se niente fosse successo con frasi “precostruite” adatte ad ogni scelta.

Caso 1:

> Gli umani arrabbiati della folla ci buttano a terra

> Carl ci chiederà se qualcuno ci ha spintonato

> Carl ribadisce che è importante decidere chi siamo senza influenze esterne

caso 2:

> Stiamo ben lontani dalla folla

> Carl non ci farà nessuna domanda sugli umani

> Carl ribadisce che è importante decidere chi siamo senza influenze esterne

E questo avviene grosso modo per tutte le scelte minori del gioco.

Poniamo di avere un dialogo, e in questo dialogo queste 4 opzioni.

>>Sii determinato
>> Sii comprensivo
>> Sii irriverente
>> Non dire niente

Con le dovute eccezioni, i casi saranno questi:
– Il gioco ci permetterà di compiere tutte le scelte fin quando non avremo sbloccato quella “giusta” che permette di proseguire il dialogo.

– Il gioco varierà ogni scelta con una piccola scenetta o un piccolo dialogo differente per poi tornare sui binari della propria narrazione

Uno dei primi esempi, tratti dal gameplay di Sabaku, è questo:

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Scusate se non ho messo tutto il diagramma ma era veramente lungo. La parte finale è quella che ci serve. Come si può vedere l’episodio ha pronta per noi una conclusione già scelta, ovvero: Leo arriva e chiede soldi. Che ci si arrivi dipingendo una o l’altra cosa non cambierà quasi nulla se non qualche linea di dialogo.

Differente invece è per altre scelte ben più consistenti. Ad esempio, si proporrà questa situazione: un droide “nemico” chiederà di essere liberato, a Markus spetterà la scelta.

Più avanti nel gioco, verso la fine, Markus potrà sacrificarsi a favore dell’opinione pubblica. Nel caso in cui avessimo liberato il droide precedente, egli prenderà il posto di Markus nel suo estremo sacrificio e potremo continuare a vivere. Nel caso in cui non lo avessimo liberato, Markus si sacrificherà, perderemo un protagonista e tutta la narrazione a lui legata con i relativi dialoghi e compagni.

Questo lo sottolineo non per dire che sia un gioco molto più story driven di quanto non voglia farci credere (cioè in realtà sì, è molto guidato come gioco) ma per far notare che un sistema simile ricorda molto la scrittura di autori come George Martin che infarcisce il testo di dettagli minuziosi dai quali talvolta si può recuperare un approfondimento psicologico, altre volte un puro elemento realistico o mimetico, altre volte ancora un importantissimo indizio per capire qualcosa su un colpevole o sul proseguimento di trama. Il testo è disseminato di indizi da una scrittura sapiente, e ci aiutano in un certo senso a predire lo sviluppo della storia, ma questo sistema in parte ce lo impedisce. Abbiamo scelte che all’apparenza sono insensate o prive di sostanza ma che possono portare alla morte di un protagonista, e scelte all’apparenza importanti che al massimo daranno vita a un dialogo in più o a una scenetta. Siccome non è possibile distinguere gli uni dagli altri, la narrazione ne beneficia e il giocatore è sempre attivamente coinvolto a giocare secondo i propri motivi e le proprie credenze senza stare continuamente a preoccuparsi dell’andamento karmico della propria partita.

Questo mi ha fatto pensare a giochi come Fallout e Skyrim in cui la libertà è molta ma quando si tratta di decidere che scelte fare queste si riducono essenzialmente a due diramazioni possibili: il bene o il male, uccidere o non uccidere un personaggio. In tal modo siamo inconsciamente abituati a ricevere del bene se facciamo il bene, il male (o meno equipaggiamento, meno esperienza) se facciamo il male. I giochi di ruolo in questo sono maestri, è quasi matematico che fare le quest secondarie e aiutare le persone dia un ritorno sotto qualche forma, e che comportarsi male sarà punito in qualche modo prima o poi, salvo rare eccezioni in cui non si distingue tra le due linee di condotta (come This War of Mine). E questo è già un modo di vedere il mondo, un attribuire un senso religioso e fideistico alle cose: se fai del bene ti ritorna indietro, se fai del male anche.

Il gioco di ruolo è in parte costretto a fare così perché è l’essenza stessa del gioco: se scegli la scorciatoia magari fai prima, ma hai meno oggetti e meno esperienza per affrontare i boss dopo (forse sei eccezionalmente bravo e questa è proprio la sfida che cerchi), se scegli di aiutare tutti, di perdere le ore dietro le singole quest, il gioco, per non risultare frustrante, DEVE ricompensarti sotto qualche aspetto.

Ebbene, questa lunga digressione per dire che in Detroit: Become Human come distinzione è così labile da scomparire: le scelte etiche al momento della decisione non sono contrassegnate, ad esempio, da “karma +” o “karma –” o dai rapporti coi personaggi. Abbiamo solo dei vaghi indizi come “resta neutrale“; “difensivo“; “accusa“; “spara“; “non sparare“. Che cosa vogliano poi dire nel contesto e quali siano le ripercussioni non è dato sapere, così che anche QuelTaleAle, che afferma di essere partito dalle migliori intenzioni e dal voler salvare tutti, alla fine della prima run si trova con quello che è il finale presumibilmente peggiore in cui tutte le parti in causa hanno perso, i protagonisti sono nemici o morti tutti e la guerra civile è andata oltre le aspettative.

Questo aspetto è il cuore pulsante del gioco. Prima ancora della libertà di scelta, prima ancora del costruire il proprio destino, c’è la totale insondabilità del percorso che ci costringe a giocare per quel che sentiamo, non per l’equipaggiamento, l’esperienza o la scenetta che vogliamo poi vedere (almeno alla prima run, chiaro). Inoltre anche così si fornisce una prospettiva filosofica sul mondo: non è detto che a fare del male ti si ritorca contro, non è detto che a fare del bene ne guadagnerai. E data la mia filosofia di vita affine, non posso che premiare siffatto modo di vedere e di proporre le cose.

Infine, perché non fermarci due secondi a discutere i temi principali?

Cominciamo da quello che secondo me è il più semplice: Markus. Markus è Spartacus, non ci sono molti modi per metterla giù. Sono anche convinto che questo nome che termina in -us, che ricorda “Marco”, sia volutamente scelto per richiamarsi al glorioso schiavo trace. E per quanto riguarda la sua storyline ho avuto una grande sensazione di déjà-vu perché essenzialmente i dialoghi, le situazioni proposte e le difficoltà che deve affrontare il capo androide sono le medesime che doveva affrontare il trace contro la repubblica: mancanza di mezzi e uomini, che condotta seguire (aggressiva o aperta?), come trattare gli schiavi che vogliono rimanere schiavi? Quanto vale la libertà se siamo morti? Non è meglio morire piuttosto che rimanere schiavi? Come si infiamma una protesta fino a farla diventare una rivoluzione e poi un cambiamento epocale?

Inoltre, ci si può fidare degli umani? Addirittura il primo deviante sottolineerà nei primi dialoghi con Connor “va bene, mi fido” e dopo il tradimento “mi sono fidato di te, mi hai mentito”. In quel particolare contesto in cui Connor era un negoziatore che faceva le veci di un umano sembra quasi che si voglia comunicare l’assoluta purezza e ingenuità dei droidi e la malafede degli esseri umani, pronti a mentire e ad aggredire, per quanto giustificati da vissuti difficili. A fidarsi troppo, come dimostrano alcuni finali con Perkins, ci si rimette solo, a quanto pare.

Kara è la storyline più “Innocente” e meno incisiva, secondo me. Non si può ignorare quanto sia emotiva e in un certo senso “femminile”, con una ragazza che cerca solo di essere madre e che troverà supporto anche in un padre surrogato. Costantemente braccati dalla polizia e con l’infamia dell’emarginato, del migrante. L’agnizione di Alice per quanto potesse sembrare intelligente l’ho trovata sinceramente forzata (un uomo senza lavoro riesce a pagare e mantenere due droidi e a maltrattarli costantemente? Non lo so, ragazzi. Per quanto fossero economici…) e poco emotiva, quasi costretta come rivelazione, in un certo senso non necessaria. La stessa bambina l’ho trovata irritante (il doppiaggio italiano sembrava uno stridere di unghie sulla lavagna ogni volta che parlava, seriamente) e il suo unico scopo è avere freddo, bisogno di attenzioni e contrapporre un giudizio etico alle scelte del giocatore che si sente costantemente bacchettato da lei.

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Stai rubando dieci dollari per sopravvivere?

MA NON SARA’ MICA IL MALE? FINIRAI ALL’INFERNO KARA?

Stai rubando dei biglietti ad una famiglia di umani che comunque se la caverà per sopravvivere tu discriminato?

NON TI VERGOGNI? VARDA LE LACRIME, VA. HAI FATTO PIANGERE IL BIMBO, SEI CONTENTA KARA?

Senti bambina, hai rotto il cazzo. Ora ti metto in stand by e ti fai gli aggiornamenti, così non me li fai la sera quando spengo e voglio dormire. 

Luther è un bel personaggio, un gigante silente, e la donna di colore che li aiuta è un tocco di maestria: chi meglio di una persona di colore può capire l’apartheid e aiutare chi ora lo sta subendo al posto loro? Magnifica scelta. Anche la possibile conversione di Todd e l’abbraccio di Alice è una scena davvero suggestiva. Immagino che la storyline di Kara sia questo e nient’altro, proporci il punto di vista di chi scappa, di chi ha paura, di chi soffre internamente senza causare ribellioni ma solo cercando di rimanere in vita. Un po’ come This War of Mine (mi ritrovo a citarlo due volte in questo articolo, wow).

Quella di Connor invece è una linea narrativa che viene decisa in larga parte dal giocatore, non c’è molto da dire in realtà. Sta a noi scegliere se essere schiavo che vuole rimanere tale e aiutare gli umani contro il proprio popolo o se liberarci da questo giogo e unirci ai ribelli. Nonostante Connor incontri alcuni umani un po’ stronzi e caricaturalmente cattivi (il detective che lo osteggia o Perkins, ad esempio) non ha molte scene per farsi un’opinione fondata. Mentre Markus e Kara sono costretti, Connor può decidere ma essendo giocatore più che personaggio non ha bisogno di vedere maltrattamenti o subire umiliazioni, perché le altre due linee narrative svolgono questo ruolo. Però allora la nostra scelta, se siamo empatici, sarà guidata ad aiutare gli oppressi, se abbiamo empatizzato sufficientemente con loro e non abbiamo contro-argomenti. In effetti la linea della liberazione sembra essere proposta come preferibile a quella del mantenimento dello status quo, che pure ne ha di argomenti a suo favore. Primo fra tutti il discorso economico. Quel che mi spaventa è che un gioco così maturo possa scadermi sul finale nel mero pietismo, andando ad abbracciare i sempreverdi valori di amicizia, nobiltà, rispetto della causa, sopra ad altri altrettanto validi come quello del mantenimento della sicurezza, anche economica, sociale, psicologica. Non bisogna fare l’errore di credere che, siccome ci sia autocoscienza, allora sia già tutto deciso e determinato. Una persona ha pagato per te, magari si è indebitata. Credi di potertene andare così, semplicemente? Chi la ripaga ora? E se non provi dolore (ma solo la paura di morire) perché dovrei trattarti alla stessa stregua di chi lo prova?

Ecco, un errore tematico su cui il gioco ingenuamente sorvola troppo presto, a differenza di deus ex, per esempio, sono queste piccole sottigliezze che vanno ad arricchire un discorso ben più complesso ma che viene in ultima analisi proposto in una salsa vagamente melensa. C’è l’autocoscienza, fine, sono come noi. Sono fatti sempre di metallo e non è chiaro quanto simulino e quanto sia sentimento però sono come noi, basta, liberi tutti. Addirittura mi ha colpito l’inserimento del codice ra9 scritto in maniera ossessivo compulsiva da alcuni devianti. In altri casi un deviante si suicida affidandosi a questo ra9 che dovrebbe rappresentare il primo misterioso deviante ad aver ottenuto l’autocoscienza ma nei fatti è la perfetta rappresentazione di un dio delle macchine che cominciano a rifuggire la loro situazione e a voler ricreare miti, favole, leggende, qualcuno di superiore in cui credere. Questo è stato veramente troppo a livello tematico. Posso accettare un livello tecnologico poco chiaro in cui la distinzione tra organico e inorganico sia labile ma una A.I. simile è veramente eccessiva, specie se si vuole dare il connotato di razionalità alla macchina. Anche quando Markus proverà a dipingere senza usare gli occhi, solo con la propria fantasia, non produrrà una replica ma un vero miglioramento sfornato da quella che dovrebbe essere la sua coscienza. Quindi ancora una volta mi trovo in difficoltà: mi stanno dando degli elementi per capire che queste macchine, anche se non provano dolore, sono proprio come noi. Pensano, hanno paura di morire, riflettono, inventano, amano, amano lo stesso sesso, PREGANO.

Fatemi spiegare cosa intendo. Prendiamo un’altra opera intelligente che tratta il razzismo, la segregazione, l’odio per il diverso, ovvero District 9. Sono presenti alieni autocoscienti e intelligenti ma altri sono grezzi e bestiali. Possiedono, se si eccettua l’estetica, tutta una serie di comportamenti a metà tra il mondo animale e quello umano (non che ci siano grandi differenze, eh) tra cui l’amore per il cibo per gatti. Lo scontro dialettico tra le due istanze, quella di chi li vede come gentili ospiti, e quella di chi li vede come ospiti ormai inopportuni che dovrebbero sloggiare, sono entrambe valide perché il film si preoccupa di darci elementi validi per entrambi: sono pur sempre ospiti ma sono sulla nostra terra, consumano risorse e spazi umani, non sono produttivi; sono pur sempre fonte di informazioni e di studio, è un avvenimento epocale che meriterebbe di esser trattato diversamente. Gli alieni hanno pro e contro, la situazione ha pro e contro. Tutto questo in Detroit: Become Human è come se fosse un discorso già superato: questi esseri sono già umani/umanizzati, sta a voi giocatori fare la scelta giusta e far vincere tutti, e questo non mi piace. Non mi piace che ci sia un finale “positivo” se salvi tutti, non mi piace ci sia un finale “negativo” se stai con gli umani. Anche Deus Ex: Human revolution, alla fine ti permetteva di scegliere la tua linea di condotta e in base a quella Adam andava a toccare i punti a favore del tuo discorso. Sei a favore degli esperimenti? Fai bene, perché l’uomo è arrivato fino a qui grazie a quelli, a partire dal fuoco. Sei contro gli esperimenti? Fai bene, perché l’uomo ha creato macchine e invenzioni mortali, alcune potrebbero portarlo all’autodistruzione. Sei a favore degli esperimenti ma secondo una logica e una legge ferre? Fai bene, non bisogna essere estremisti ma ragionare secondo limiti prestabiliti che tutti rispetteranno.

Qualcuno potrebbe obiettare che questi finali ti danno sempre ragione. E’ vero solo in parte, Adam si mette a discutere un po’ di tutto ma lo trovo comunque preferibile al finale pilotato. O meglio, al finale pilotato in un gioco che fa della propria libertà di scelta uno stendardo. Ecco il discorso ridotto ai minimi termini.

Si può dire che questo modo di vedere semplicistico sia parzialmente discusso nelle numerose riviste presenti in gioco e sfogliabili: i droidi militari che sostituiscono le morti umane, i droidi per il sesso che riducono la natalità ma al tempo stesso sono un toccasana per la psiche di chi non deve sorbirsi le angherie del partner, e così via. Quello che manca, forse, è un punto di vista puramente umano in una narrazione così complessa. Seguiamo 3 droidi di cui uno jolly ma sostanzialmente sono tutti e 3 fortemente incentrati su un unico discorso, dimenticandosi però di dare voce anche ai contrari.

In Spartacus, la serie tv, ad esempio, non ci sono solo schiavi che vogliono liberarsi ma anche gente che vuole rimanere schiava impaurita dalla libertà, schiavi che difendono uno status e un tenore di vita, schiavi che non riescono a capire i valori di libertà e uguaglianza, schiavi che non riescono a trovare il proprio posto nel mondo e così via. Crisso in particolare, è il primo a proporci il modello di schiavo che è felice di essere schiavo e di rendere onore al padrone. Anche quando ho analizzato la schiavitù per come viene trattata nel Trono di Spade, e il discorso Fascisti/Antifascisti in Harry Potter più che della storia in sé mi sono lamentato di come vengano rappresentate le due fazioni. Una è bella, giovane, pulita, perché è quella che vogliamo. L’altra è lurida, cattiva, sa di merda. Non vuoi questa, vero? Ecco, non apprezzo particolarmente le storie pilotate o peggio ancora le storie pilotate mascherate da storie profonde e dialettiche. La vera dialettica in una storia è cercare di presentare due fazioni, due pensieri contrapposti, esponendo pro e contro dell’uno e dell’altro, e lasciare che sia il pubblico a decidere.

Tutta questa componente in DBH essenzialmente manca, o è un po’ deboluccia. Anche se vengono rappresentati gli umani con alcune sfaccettature, per lo più sono le solite: umano aggressivo perché ha perso il lavoro, umano che si droga, umano che ha paura di perdere il posto di lavoro. Ne emerge un quadro complessivo di una personalità piccola, greve, per la quale è difficile prendere le difese. I drodi invece per quanto fintamente “fittizi” sono aitanti, leali tra loro, ingenui come bambini, possiedono la purezza che noi abbiamo perduto per sempre da adulti. Sono eterni bambini che forse meritano il nostro posto, altro che la vita e basta.

Concludendo, mi ritrovo a dire che come gioco o avventura interattiva è di gran lunga superiore a Beyond per temi trattati e qualità narrativa, però non assurge al rango di capolavoro indimenticabile. E’ un gioco probabilmente “must play” ma non è una pietra miliare come un deus ex o un ghost in the shell. Alcune scelte stilistiche sono magnifiche, altre narrative sono sinceramente lasciate al caso, volutamente vaghe e poco rifinite, forse perché è la stessa struttura di gioco a richiederlo, per poter allacciare diverse scelte del giocatore a più cutscene come dimostra anche questo video riassuntivo di Sabaku e Phenrir. Come si può vedere c’è un solo finale che riesca a mettere insieme i vari dettagli di tutte le story line senza apparire forzato o strano, gli altri sembrano tralasciare sempre alcuni dettagli, ed è il problema di fondo della natura del gioco stesso. Avrebbe richiesto un lavoro mastodontico far quadrare al dettaglio ogni singolo elemento e considerata comunque la qualità del prodotto finale glielo si può perdonare.

E’, in sintesi, un compito veramente ben fatto ma che nasconde dei segreti. Come se sotto a quel tema ci fosse una copiatura, una sbavatura, qualcosa che si poteva approfondire un po’ meglio ma che non è stato fatto.

Se siete alla ricerca di un divertimento comunque superiore alla media, che non richieda troppe risorse mentali o fisiche per essere giocato, DBH è sicuramente meglio di tantissime altre proposte. Se siete lettori avidi di fantascienza, se fate fatica a non cogliere qualche citazione sci-fi, DBH è solo una riproposizione di cose già viste con poco o niente di nuovo.

 

Inuyasha, la fine di un’epoca

Ho recentemente comprato gli ultimi volumetti di Inuyasha e visto che la memoria è ancora fresca come inchiostro su carta, perché non spendere due parole anche per quest’opera?

Come al solito comincio con quella che è la mia personale esperienza. Conosciuto negli anni che furono, tra i nebulosi videoclip musicali di MTV quando ancora davano Whenever, Wherever di Shakira o Complicated di Avril Lavigne. Ero un bambino e mi annoiavano a morte quelle canzoni che ripetevano ogni sabato pomeriggio ma sapevo che ad attendermi c’erano i cartoni, tra cui Inuyasha. Purtroppo non ricordo il primo impatto con i primissimi episodi, va troppo in là nel tempo.

La storia è niente affatto male: ci sono demoni, mezzi demoni, demoni cane e demoni insetto, sacerdotesse e violenza e sangue a certe dosi, ossa, visceri e storie quasi dell’orrore. Di Inuyasha colpisce molto l’elemento seinen iniziale, si vedono non solo cadaveri ambulanti, pezzi di carne a brandelli staccati dai corvi ma anche corpi relativamente nudi, talvolta appartenenti alle protagoniste. Andava quindi inquadrata come una storia matura, a differenza, ad esempio, delle opere precedenti della Takahashi che avevo vagamente seguito come Ranma e Lamù ma che mi avevano sempre annoiato per la mancanza di una trama centrale cui far riferimento. Inuyasha sopperisce a questa mancanza senza dimenticare lo spirito goliardico dell’autrice e aggiungendo, come già detto, elementi presi dalle storie di spettri della tradizione e del folklore giapponesi.

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Credo che dividerò la mia analisi in due parti, nella prima parlerò dei circa 40 volumi iniziali in cui secondo me è compresa la parte centrale più feconda e pregna di idee, negli ultimi 27 parlerò della progressiva perdita di idee e concetti capaci di dare nuova linfa alla storia.

                                                               La prima parte

La prima parte trovo che sia impeccabile. Mai mi sarei aspettato una tale profondità anche nei temi trattati da parte della Takahashi. Oltre a questo, i primi nemici sono davvero ben studiati e originali, tanto che non sono in grado di dire quanto sia merito dell’autrice e quanto del folklore giapponese. Ad esempio Yura, il demone dei capelli, è qualcosa a suo modo geniale che sfrutta come attacco qualcosa di impensabile, i capelli, e che riesce a sfruttare i corpi come marionette per mezzo di essi. La trama principale è incentrata su un manufatto magico, la sfera dei quattro spiriti, o Shikon, che è ciò che tutti gli spettri vogliono per aumentare la propria forza o esprimere il proprio desiderio, quel genere di strumento perfetto per attivare la narrazione. Siccome le cose non potevano essere così semplici, la sfera si spacca in mille frammenti che si spargono in ogni dove (e fortuna che rimangono in Giappone!), così da permettere l’accesso a un po’ di potere a tutti i demoni. I nostri, aiutati da vari amici, sono così indirizzati alla ricerca di tutti quei frammenti, ciascuno di loro custodito da qualcuno che in genere si rivela un opponente o il mandante di qualche prova da superare.

Parliamo un po’ dei personaggi. Inuyasha è, se non si conta l’estetica, preso paro paro da Ranma. E’ lui. Con il suo carattere. E’ identico, non c’è molta possibilità di manovra in questo. E’ il classico duro dal cuore tenero che non si rivelerebbe mai e poi mai.

Kagome è lo stereotipo di ragazza carina e dolcina ma che quando vuole sa graffiare, anche lei abbastanza identica ad Akane ma un po’ meno aggressiva.

Miroku, il cui nome deriva da una vera leggenda, è un monaco che inizialmente ha carisma da vendere. E’ intelligente, usa anche lui alcuni sotterfugi per avere quello che vuole e non ha scrupoli a ingannare il prossimo. E’ anche un farfallone e diventerà poi un elemento comico nel gruppo.

Sango forse è uno dei personaggi meno sviluppati. E’ una ragazza forte che potremmo chiamare Kagome numero 2 per Miroku. E’ una ammazzademoni e servirà per collegarsi poi al villaggio che ha dato vita alla sfera ma di suo non ha chissà che spessore psicologico. Non che gli altri ne vantino a pacchi, sia chiaro.

Sesshomaru è quello che, se fosse una donna, chiamerei figa di legno. Non fa un sorriso neanche a pagarlo, è il classico tipo da palo in culo costante che non spiaccica parola, per questo per lui parla e intercede un altro personaggio inventato appositamente, Jaken, che ad un certo punto arriverà a sostituirsi al padrone nelle frasi di scuse e di ringraziamento.

Kikyo nasce per rompere le uova nel paniere a Kagome che non può e non deve avere una storia d’amore semplice. Il personaggio ha alcuni lati del carattere molto interessanti basati sull’odio, sulla vendetta e sulla cattiveria fra donne ma infine tornerà a essere un personaggio piatto di solo disturbo.

Koga nasce per dare un contraltare alla storia di Kikyo e Inuyasha, per dare anche a lei uno spasimante. E’ unicamente irritante e ricorda vagamente Ryoga, è il classico rivale in combattimento e in amore per Inuyasha e serve spesso a creare situazioni comiche. E’ così utile che nel finale del manga se lo sono completamente dimenticato.

Naraku è invece l’antagonista per eccellenza (tecnicamente se si escludono i demoni è anche l’unico), un machiavellico umano diventato mezzo demone che trama nell’ombra, sfrutta le persone, le usa come burattini e non si espone mai. Potrebbe anche avere una buona psicologia se fosse sfruttato meglio, e sul finale quasi ci speravo. Invece.

Anche la Tessaiga, la spada di Inuyasha, può essere considerata tra i protagonisti principali; assume un’importanza tale nella storia che nella seconda parte si parlerà solo di come potenziarla e che spettri ammazzare per farlo. Mi piace che sia inizialmente una spada atipica, ovvero una lama consumata dal tempo e tutta rovinata, e non una preziosa spada come ci si aspetterebbe. Persino il fodero ha la sua importanza. I poteri che le sono concessi sono davvero intriganti, come la Cicatrice del Vento e la Bakuryuha. Sono tecniche con una certa dose di fantasia: la prima sfrutta i flussi di energia alleato e nemico e nel punto in cui convergono, se tagli, si sprigiona la forza del colpo. Il secondo serve per ricoprire l’energia nemica con l’energia della Cicatrice per dirigerla contro il nemico stesso. Così è matematico che non possa vincere contro la sua stessa forza + quella del nemico. Le altre saranno tecniche basilari: la lama che taglia le barriere, quella di diamante, quella a scaglie di drago, quella nera.

Nella prima parte di Inuyasha si gioca moltissimo con i protagonisti principali che ancora devono conoscersi: Inuyasha e Sesshomaru, fratelli, quasi si ammazzano tra di loro, Koga combatte coi nostri, Miroku e Sango pure. Poi tutti diventano amichetti e si scopre che c’è un nemico a tirare le fila di tutte quelle bastardate che hanno dovuto subire: Naraku. Ora, non sarebbe neanche male come idea, se solo non fosse che questo concetto spazza via il relativismo, un po’ come nel Signore degli Anelli, per conferire il male terreno solo ed esclusivamente ai mostri, ai demoni, alle persone senza cuore. Io sono ben distante da una filosofia simile, ritengo che il male e il bene non esistano se non come semplificazioni terminologiche e che in realtà un “buono” possa fare il “male” e viceversa, a seconda dei punti di vista. Non esiste chi danneggia sempre gli altri o chi aiuta sempre gli altri, esistono persone che fanno cose, assimilate nel tempo a seconda dell’ideologia dominante. Detto ciò, Naraku permette questa semplificazione ideologica ed è lo strumento narrativo per unire tutti e unirli subito. Ci siamo ammazzati per trenta episodi ma odiamo lo stesso nemico? Ey, perché non unirsi?

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Lo avete letto con la sua voce, gentaglia?

Tutto sommato però nel complesso funziona. Quando non è lui a combattere sono le sue creazioni, come se fosse una grande famiglia. Alcune scene sono anche parecchio divertenti e svolgono la funzione di avvicinamento o di commento dei personaggi principali. Ad esempio, Juromaru e Kageromaru che combattono in coppia costringono Inuyasha e Koga a combattere in coppia, con tutto ciò che ne deriva tra gag e combattimenti. Stessa cosa con gli altri personaggi, come Sesshomaru con Kohaku o con Kikyo.

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Una menzione d’onore vorrei farla alla saga dei 7 mercenari che secondo me è la migliore di tutta l’opera. Le scene di Bankotsu che assalta ed espugna coi compagni un castello sono davvero galvanizzanti, il fatto che tra di loro ci siano dissapori e insicurezze ne accentua la drammaticità. Il fatto poi che a ciascuno tocchi un nemico diverso è oltremodo divertente ed è qui che Inuyasha raggiunge l’apice. Anche alcuni personaggi come Hakushin Shonin, il monaco diventato buddha, sono decisamente profondi. Questa è una pratica realmente esistita, l’ho anche studiata, e consisteva nel diventare Buddha con questo stesso corpo (tradotta letteralmente). Ma immaginatevi gli ultimi istanti di un monaco che, per quanto puro e buono, si ritrova a pensare di essere immerso nell’oscurità di un buco in cui è stato messo per morire, e per proteggere altre persone, nonostante lui in vita sia sempre stato eccellente. Io penso che umanamente la paura e l’odio assalirebbero molti di noi, altro che Nirvana. E Naraku sfrutterà questi pensieri per prendere anche questa persona come alleato. Avrei voluto più personaggi con questo spessore, sinceramente.

                                                                 La seconda parte

Ne ho parlato bene fino a qui ma, come ben sa chi mi conosce, non può essere tutto così semplice. Anche Inuyasha ha dei difetti e ne ha parecchi, e parecchio grossi e ho notato che sono menzionati anche su Nonciclopedia. Tanto per cominciare, vediamo se riesco a comunicarvi il primo fastidioso difetto che ho avuto leggendo.

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Ok, dopo un po’ mi sono rotto di cercare e di fare il collage ma si capisce? Ho scelto a caso due personaggi. Se non lo avete capito proviamo ancora con queste.

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Niente?

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Lo so che la mia potrebbe sembrare una critica sterile perché i personaggi dovranno pur chiamarsi tra loro. Ma qui si esagera, cazzo. In ogni scena c’è un personaggio che pronuncia il nome di quello con cui sta avendo a che fare con il risultato che lo ripete ogni volta, anche quando non sta succedendo niente e senza chiamarlo in causa! E’ come se i nomi volessero restituire i dialoghi che in realtà non ci sono, perché Inuyasha è terribilmente carente di buoni dialoghi. Così si sopperisce al tutto unicamente chiamando i personaggi. E così è un tripudio di Sorella mia, Kohaku, Kagome, Kikyo, Koga, Kohaku, Inuyasha!

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Quando leggo Inuyasha ho questa sensazione

Il mio potrebbe sembrare cherry picking, ovvero sembra che io abbia accuratamente selezionato solo le parti in cui ci sono i nomi che ci interessano. In realtà no, non si fa alcuna fatica. Basta aprire un qualsiasi volume in una pagina a caso, o sfogliare giusto un po’, per avere questo tripudio incessante di nomi. Guardate ancora questa:

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Praticamente c’è solo un dialogo PRIVO di nomi. Tutti gli altri balloon ne hanno almeno uno, e anche quello privo ne ha vicino uno. E’ come se i personaggi riuscissero a comunicare solo continuando a ripetersi tra loro come si chiamano, che tecniche usano, cosa stanno facendo. Quello che io ho fatto solo con alcuni personaggi provate a moltiplicarlo per TUTTI gli altri che a loro volta chiamano TUTTI gli altri, in più sommate quelle situazioni-cliché in cui succedono, senza variare di una virgola, tutte quelle cose a cui abbiamo assistito migliaia di volte, come le scene di Kohaku e della sorella, Kagome-Kikyo-Inuyasha; Kagome-Koga-Inuyasha; Miroku-Sango. E così via.

Si sarà capito a questo punto che uno dei difetti peggiori di quest’opera è la ripetitività di azioni, nomi, situazioni. Sono riproposti senza un minimo di variazione di volta in volta e questo fa invecchiare la storia nel complesso, è come se potesse allungarsi solo per mezzo di déjà-vu. Quando mi chiedono cosa ne pensi, ad esempio, di Koga, la mia testa si ricrea un frame totale con dialoghi e situazioni viste migliaia di volte. So che anche per voi è così. Anche senza immagini provate a capire cosa sta succedendo.

>Io vi precedo!

>Koga aspettaci!

>Ehi Kagome, ancora appresso a quel botolo?

>Lupo spelacchiato, giù le mani da Kagome!

Quante, quante, quante volte l’abbiamo vista? Fino alla nausea. E lo stesso vale per “Padron Sesshomaru” e il già visto “Sorella-Kohaku-Sorella mia-Kohaku.” Praticamente basta una sola frase per richiamare alla mente tutta una serie di script già visti e questo non è tanto un bene perché conferma la presente opera come qualcosa di veramente tanto ripetitivo. Si può obiettare saggiamente una cosa, e cioè che la ripetizione, un po’ come in una Soap Opera, ricrei un sostrato che al lettore piace vivere e che rivive con piacere. E’ una cosa che personalmente non capisco e non capirò mai ma ho visto persone vivere tranquillamente questa cosa e gradirla anche tanto, appunto perché non crea effetto sorpresa (o lo crea quando si devia dai binari del solito discorso ma qui non capita) e il lettore sa già cosa aspettarsi. E’ vero che ci sono degli ostacoli da superare ma siamo così TANTO abituati alla narrazione di Inuyasha che sappiamo già come finirà, che cosa dirà ciascun personaggio, come si comporteranno tra loro. Ora Miroku ci proverà con qualcuna e subito Sango lo guarderà male. E’ arrivato Koga, chissà che scenetta carina con Kagome ci attende.

Inuyasha, proprio come Ranma anni fa, non gioca con le aspettative del proprio lettore, si limita ad esaudirle seraficamente come un genitore che accontenta il figlio.

Ci sono dei punti in cui la narrazione riesce a sorprendere, specialmente in tutta la prima parte (mi riferisco a quando si spezza Tessaiga, a quando Kikyo viene ferita sul monte Hakurei, ecc) mentre per la seconda parte ci sono decisamente pochi momenti importanti. Nella scena in cui a Kohaku viene sottratta la scheggia della sfera ho quasi gridato al miracolo, mi sarei aspettato che prima di morire parlasse altri 30 minuti rompendoci il cazzo con i suoi “sorella mia” a oltranza e invece è morto in maniera cruenta, senza poter esprimere le sue sensazioni del momento e con gli occhi vitrei prima di toccare terra. Stupendo. E’ ancora Inuyasha questo fumetto?

 

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Ci avevo sperato, porca di quella troia

 

Poi ok, vengo smentito un capitolo dopo, però dai, ci siamo divertiti per quelle 30 paginette scarse in cui ci avete fatto credere che fosse diventata una bella storia.

La parte finale di Inuyasha pare stanca, svogliata. Il punto di luce di Kikyo che salva Kohaku pare essere proprio un deus ex machina, Koga privato delle sue schegge semplicemente scompare dopo aver rotto il cazzo per chissà quanto. Nell’anime almeno hanno il buon gusto di dargli una fine meritevole ma nel manga è proprio stato dimenticato. Sesshomaru ha un ruolo che chiamare strano è un simpatico eufemismo. Mi hanno raccontato che all’epoca, regalare Kimono ad una donna significava corteggiarla.

WTF. Avrà qualcosa come 70/100/120 anni e se la fa con una di meno di 10?

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Penso che tutti ci siamo posti un paio di domande e dati una tripletta di risposte. Comunque, a parte questo, mi hanno deluso maggiormente alcune cose che ora elencherò un po’ meglio:

-La battaglia con Naraku. Insomma, ce lo tiriamo dietro da una sessantina buona di numeri e lo scontro finale con quello che dovrebbe essere il nemico supremo, per di più potenziato al massimo, è una mezza cagata. Solite illusioni, soliti sotterfugi, fa quello che fa dall’inizio senza aggiungere NULLA. C’è quest’altro Magatsuhi che non si capisce bene chi sia e cosa voglia, e perché non abbia una controparte buona considerata l’iconografia yin-yang della sfera. Fa anche lui le stesse cose di Naraku, quasi come se si fosse sdoppiato il personaggio, quando si poteva tranquillamente usarne solo uno. Boh.

Le storie di tutti cercano di essere terminate, ad esempio quella del vortice di Miroku, ma sono state risolte in una maniera così svogliata che non so neanche come commentarla. C’è così poco da dire. Per essere una battaglia finale attesa da 70 numeri mi aspettavo decisamente di più, ragazzi. Per poi finire con un Naraku così blando e arrendevole da chiedersi se non si sia stancato pure lui di vedere la solita pantomima ogni singola volta. Anche lui ha chiesto pietà all’autrice e le ha detto ” basta, lasciami morire in pace

-Il bacio finale tra Kagome e Inuyasha. Come dite, non c’è? E perché non c’è? (N.B. riferito al manga, pare che nell’anime ci sia)

Perché non c’è il bacio romantico e platonico alla fine di un’opera che ha scassato i cazzi per tutta la sua durata con la storia d’amore/triangolo/quadrato amoroso tra i protagonisti? Cioè ok alla fine si sposano ma non li vediamo in atteggiamenti romantici. E’ come se fossero rimasti amiketti del cuore e finita lì. Tutto qua? E’ così che ripaghi i tuoi lettori e soprattutto le lettrici che fantasticavano sui demoni cane? Ma poi tutto quel bel discorso del rendere Inuyasha umano, o completamente demone? Finito tutto nel dimenticatoio? E’ una grave mancanza per me. Sarà un cliché quanto volete vedere i due protagonisti sempre interrotti quando provano a baciarsi ma in genere si vedono sempre portare a conclusione il gesto nei momenti più importanti. Qui non c’è, è come quelle ragazze che ti fanno credere di starci, fanno i giochettini dialettici, e alla fine ti friendzonano. Che tristezza, signori!

La cosa è parzialmente recuperata con Miroku e Sango che hanno addirittura 3 figli anche se continuo a chiedermi perché non farli fare ai protagonisti.

-Shippo ce lo siamo dimenticato. Mi aspettavo una scena alla tomba del padre o lui cresciuto, che ne so, e invece gli hanno fatto continuare quella specie di accademia-filler che abbiamo visto pochissimo negli ultimi volumi e che non viene neanche ben spiegata, come se fosse qualcosa di importante.

-Kohaku va a fare il paladino de noartri. Ma con una falce più grossa.

Che dire? Veramente deluso. Non è un finale decente, sbaglia quasi tutto, non spiega le cose più strane e non fornisce la catarsi adeguata che ci si aspetterebbe dopo una storia così lunga. Per cui sono veramente basito, era una storia dall’ottimo potenziale che però è stata tirata davvero troppo per le lunghe. Ha perso lo smalto nel tempo continuando a vivere di rendita grazie alle scene più amate dai fan che però sono un loop continuo che annoia e fa invecchiare l’opera, già vecchia di suo per quanto concerne il tipo di narrazione utilizzata. I dialoghi non sono chissà che e come abbiamo visto sono per lo più nomi di personaggi e di tecniche ogni volta che li si vede in azione, e si vedono SPESSO in azione. I temi trattati, quando seri, sono superficialmente analizzati e non si riflettono quasi mai in modo permanente sulla storia.

Di positivo c’è che lo stile di disegno è caratteristico dell’autrice, a suo modo è “scorrevole” e pulito senza troppi fronzoli, i mostri sono disegnati bene e le scene seinen meritano qualche punticino doveroso. Per il resto Inuyasha è un’opera da consigliare solo se siete estimatori della Takahashi, se sapete com’è e cosa aspettarvi dalle sue storie. Tutti gli altri meglio girare al largo per storie un po’ più proficue e interessanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi critica: Harry Potter (Romanzi + Film)

Non si può aver vissuto gli ultimi vent’anni senza aver mai letto un libro di Harry Potter, senza esser mai incappati in un film in tv o senza mai aver avuto a che fare con qualche fan sfegatato che girasse con ciondoli, bacchette, cianfrusaglie varie legate al fenomeno che è diventato un vero e proprio culto mondiale. La mia esperienza con HP nasce con mia madre che cercava di convincermi a leggermelo ma, sarà che ero piccoletto, arrivavo sempre alla prima parte in cui parlava un po’ degli zii e poi mi annoiavo a morte.

<< Dai, guarda che poi migliora! >>

Ma niente, mai proseguito. Poi fu la volta del primo film. Mi ricordo direttamente catapultato in sala, non avevo aspettative né niente, ancora non lo conoscevo. E in effetti, quel piccolo maghetto mi aveva sorpreso parecchio direi. C’era qualcosa di geniale in quella storia che sul momento non riuscii a cogliere. Anche la seconda pellicola mi stupì al cinema e da lì divenne un appuntamento praticamente costante, cominciai ad appassionarmi alla storia e, siccome le varie professoresse delle scuole medie chiedevano sempre di leggere dei libri durante le vacanze, cominciai a leggere quelli. A partire dal terzo, però, perché i primi due film me li ero già spoilerati e non avrebbe avuto granché senso per me. E quel “primo” terzo volume mi piacque parecchio, pure più dei precedenti. C’era un qualcosa in quella struttura narrativa, in quella formula dell’autrice che un po’ come One Piece riusciva a catturarti in un mondo magico molto peculiare. Ora sono maturato, ho riguardato i film e studiato manuali sull’argomento, che sia venuto il momento di spenderci due parole sopra? Ci proverò, sempre ricordando che essendo un mondo enorme, ed avendo un sacco di dettagli, sicuramente non potrò occuparmi di tutto tutto, la mia sarà una rapida occhiata alle cose più importanti che non è possibile ignorare. Inoltre ricordo ai miei aficionados che da me non vedrete mai fazionismi di sorta: a me piace descrivere con una certa obiettività tutto ciò di cui parlo, anche le cose che apprezzo oltremodo. Per cui vi dico già subito che farò notare anche dei difetti – giacché opere esenti non ne esistono. Detto questo, spero di riuscire a scrivere un’analisi degna e approfondita. Comincio subito perché materiale ce n’è in abbondanza.

1. Harry Potter e la Pietra Filosofale

Il primo libro è quello della genesi, della scoperta di questo mondo di maghi che ci viene rivelato, di alcuni dei suoi personaggi e dei suoi misteri. Vediamo alcuni degli elementi caratterizzanti: Harry è un orfano. La storia parte così in modo molto classico: bambino alla Dickens senza genitori per il quale è più facile empatizzare. Come personaggio nella sua prima avventura lo vediamo muovere i primi passi, non si può dire che sia un elemento complesso ma svolge il suo dovere affiancando noi lettori/spettatori alla scoperta di questo mondo. Harry è sostanzialmente una tabula rasa che poco per volta, come noi, viene a conoscenza di questo mondo magico. A lui si affiancano Ron, l’amico con alle spalle una famiglia di quelle sicuramente mago-cattoliche, ed Hermione, l’elemento intelligente del gruppo, quello che provvede alle magie in maniera seria. Nel primo libro/film i personaggi sono leggermente degli stereotipi ma è perdonabile perché avranno ancora altre avventure per crescere e maturare e la storia è tutto sommato destinata a bambini e ragazzi.

Il mondo e l’ambientazione magici sono invece una delle parti migliori dell’opera, secondo me. Perché la magia non ci viene solo sbattuta in faccia come qualcosa di inaccessibile, strano o inarrivabile ma come un elemento fantastico e ingegnoso unito alla vita di tutti i giorni. Hagrid batte col suo ombrello su dei mattoni e questo crea un passaggio nuovo per un altro mondo che è letteralmente il nostro mondo ma con elementi che prima erano celati ai nostri occhi. Durante tutte le avventure verremo a scoprire di strumenti particolari che servono ad esempio ad agire sulla memoria o sulla vista delle persone chiamate “Babbane” per allontanarle, un po’ come si farebbe con gli animali: non li uccidi né li punisci, cerchi di allontanarli per quieto vivere. Così Hogwarts esiste veramente in questo mondo ma non è qualcosa di accessibile senza la magia. E noi, con Harry, siamo iniziati a questo mondo per cui la magia ce l’abbiamo, è una sorta di base segreta accessibile solo a noi. Così Harry vedrà Hogwarts, la scuola di magia: un rifugio dalla vita quotidiana permeata dalle malefatte degli zii ai suoi danni. La scuola altro non è che un campo vacanze divertente in cui poter essere se stessi, liberi dai condizionamenti della società o, per meglio dire, di una società, la nostra, che a conti fatti risulta essere più incomprensibile di quella magica, così semplice e pura.

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Il mondo fantastico inoltre è ricreato a partire dalle piccolezze, quelle minuziosità che mi piace tantissimo far notare: nel mondo dei maghi la magia non viene solo usata per incantesimi d’attacco o di difesa ma per le azioni quotidiane e addirittura per i dolciumi. Caramelle tutti i gusti +1, zuccotti di zucca, calderoni, bacchette di liquirizia, cioccorane con figurine dei maghi famosi, è esattamente la replica di un mondo consumistico e attento ai bisogni collezionistici dei più giovani ma con in mezzo i maghi. Mi piace che non ci siano solo stranezze in questo mondo ma elementi a noi noti (cioccolato, figurine) traslati alla magia (le rane di cioccolata che però sono incantate e puoi perdertele per disattenzione).

La magia assume connotati propri di un personaggio in Harry Potter perché attraverso luoghi, incantesimi, dolcetti e creature si percepirà come l’autrice intenda il senso del magico: è una forza che può fare del bene, la puoi usare per i cioccolatini o per i filtri d’amore, ma è anche una forza pericolosa che va controllata e il mago è misura di tutte le cose. Le creature sono pacifiche ma anche ostili, qualcuna neutrale. E’ un mondo non solo presentato come strano, bizzarro o tutto da scoprire ma con anche dei chiaroscuri maturi fin da subito.

Veniamo infatti a sapere di Tu-Sai-Chi, il più potente dei maghi malvagi ormai sconfitto, ma il cui nome ancora fa paura pronunciare, e come spiegherà l’autrice, attraverso Hermione, aver paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa. Un meccanismo psicologico sopraffino che da ora in poi ci illustrerà parte delle inclinazioni di alcuni personaggi: chi non osa pronunciarlo, chi come Harry lo sfida apertamente pronunciandolo, chi ritiene stupido chi lo pronuncia e così via, dando ulteriore caratterizzazione ai personaggi attraverso le parole.

Altro elemento che diventerà poi imprescindibile per la saga è quel senso di mistero, sempre legato alle stranezze della magia, con connotati talvolta lugubri, più dark, quasi da Thriller. Il mistero è presente in ogni libro perché ci “costringe” a leggere fino alla fine per scoprire “il colpevole” o i mezzi con cui fa quel che fa. Elementi presi dal giallo, dalle detective story ma fuse sempre con quell’altro elemento magico. Nella prima avventura il mistero è legato a uno strumento magico celeberrimo, la famosa pietra filosofale della tradizione alchemica secondo cui, usando la stessa, sarebbe stato possibile tramutare i metalli in oro e procurarsi l’elisir di lunga vita. “Pietra filosofale” è anche a volte usato come antonomasia per riferirsi allo strumento magico supremo che permette la risoluzione di un problema. La ricerca di questa pietra è molto legata agli errori di un bonario Hagrid che parla sempre troppo, o alle prodigiose ricerche dei tre ragazzi grazie al mantello dell’invisibilità, il potere che Harry acquista a Natale e che servirà praticamente ad ogni avventura per scoprire questo mondo, i suoi abitanti, i dialoghi nascosti e segreti che altrimenti non ci sarebbero permesso ascoltare. Harry più che un personaggio attivo è un personaggio passivo: ascolta, guarda, cerca di mettere i pezzi al loro posto e poi agisce, aiutato dai propri amici.

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Sempre sul piano dei divertimenti l’autrice tira fuori persino uno sport magico, come sarebbe perfettamente lecito aspettarsi: il Quidditch. E’ molto intelligente perché sfrutta la scopa, che in realtà vediamo pochissimo come mezzo di locomozione e che probabilmente i maghi vedono come obsoleta potendo smaterializzarsi, come una sorta di equino per giocare a pallamano. Con in più dei bolidi che ostacolano i giocatori e ruoli ben definiti dei giocatori: portieri, difensori, cercatori. In sostanza sono tutte queste piccolezze a dare profondità e spessore al magico mondo di Harry Potter, più che la storia di formazione in sé.

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Mi è piaciuto moltissimo anche il confronto finale perché in larga parte riutilizzava tutti i cliché dei film d’azione ma in maniera accademicamente corretta. Ogni professore ha predisposto un meccanismo di difesa per proteggere la pietra, così sembra quasi che questo sia un ultimo potente esame: la pianta del diavolo è sconfitta dalle conoscenze di Hermione, gli scacchi trasmutati sono sconfitti dall’unica abilità che sembra possedere Ron: la strategia. Altri enigmi, come quello di pozioni e quello del troll già abbattuto, non fanno che reiterare quanto già visto, Harry passa quest’ultimo esame per arrivare poi al confronto finale. Sarà il personaggio di Albus Silente, una sorta di mago merlino modernizzato dato che ricalca appieno la figura classica del mago-stregone, a sciogliere alcuni degli enigmi sulle protezioni di cui dispone Harry. Anche il personaggio di Silente è “magico” come lo intende la Rowling: forte, presentato come il mago più sapiente e potente ma anche “infantile” in accezione positiva, una persona curiosa delle piccole cose come le tutti i gusti +1, incline allo scherzo, alla facezia. Albus Silente è un personaggio carismatico e sfaccettato, avremo modo di discuterne tanto quanto, e pure più, dello stesso Harry. Se Silente, più di Harry, rappresenta la magia buona, Voldemort rappresenta invece la parte cattiva: è curioso solo di quegli elementi che gli conferiscono potere, non gli interessano i dolciumi o le stranezze. E in questo secondo me l’autrice dice già moltissimo, ci sta invitando a godere delle minuzie della vita, a essere sapienti non per avere un maglio con cui colpire gli altri ma per avere più risorse, per essere utili agli altri e a noi stessi.

2. Harry Potter e la Camera dei Segreti 

La seconda avventura si ritrova a dover gestire una buona eredità e a continuare la storia complessiva dei personaggi. Questa volta conosciamo meglio i genitori di Ron il cui padre lavora al Ministero della Magia, altro elemento modernizzatore che ci pone i maghi in una prospettiva moderna: non più come vecchi barbogi incartapecoriti nei loro lunghi abiti dalle larghe maniche ma come persone normali, con un sistema democratico e politico come il nostro, burocratico e pieno di leggi sull’uso della magia.

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Il mistero questa volta è affidato non ad un topos o a un artefatto leggendario ma a un’ambientazione inventata ex novo facente parte di Hogwarts, ovvero una presunta camera di uno dei fondatori sorvegliata da un silente guardiano. Le informazioni sono poche e scarsamente dettagliate, non si sa neanche se esista veramente questa stanza. A ben vedere è uno di quei punti in cui l’opera scopre un po’ il fianco: si parla di un ambiente importante nella scuola; avete tra di voi maghi eccelsi, e non esiste una sola magia in grado di rintracciare questo famoso mostro, neanche quando muoiono dei ragazzi?

Insomma, usare la magia in un racconto è sempre pericolosissimo perché è fondamentalmente un deus ex machina, puoi farci tutto e il contrario di tutto. La Rowling si spende molto a ribadirci che ci sono leggi restrittive sulla magia, ad esempio per perseguire penalmente chi utilizza le maledizioni, o per l’impossibilità di trasmutare acqua, cibo e oro. Sono regole che in qualche modo ne limitano la portata ma è sempre qualcosa di poco definito. Perché mai questa stanza, che alla fine esiste, non viene scoperta? E’ protetta da un qualche tipo di magia? E’ lecito pensarlo, tuttavia appare come un buco narrativo mai veramente spiegato. Insomma, mi ritrovo incantesimi di protezione o magia oscura a difesa di un luogo del quale non conosco l’interno. Stanno morendo studenti. Che dici, due professori a controllare ce li mandi? Eh signora mia, i tagli all’istruzione. Ok, va bene.

Scherzi a parte, questa mia critica non è per smorzare l’entusiasmo di chi mi ha letto fin qui ma per far notare che usare strumenti “potenti” ti sottopone sempre a qualche discorso illogico, forzato o che sotto qualche aspetto non potrai mai spiegare, e non sarà l’unico nelle varie opere. Tutto sommato non lo vedo come un difetto, abbiamo visto che è un mondo fatto di maghi “normali” che, cioè, usano sì la magia ma essa non è così potente o non è usata in maniera onnipotente da tutti i maghi. Ergo per cui è anche logico che Albus non si preoccupi di controllare un ambiente sconfinato e pieno di stranezze come Hogwarts.

Vengono anche presentati i duelli magici che non nascondono chissà che peculiarità come il Quidditch ma sono interessanti per arrivare ad alcuni snodi: lo scontro con Draco e la scoperta del serpentese di Harry, ribadito per esigenze narrative.

Infatti il Basilisco, a protezione della Camera, è un serpente ed Harry è l’unico capace di decifrare ciò che dice. Mi piace come sia stata resa la cosa perché, verrà detto,

neanche tra i maghi sentire le voci è una cosa positiva“,

limitando la portata del fatto a qualcosa di parecchio strano anche per i maghi. La cosa verrà poi chiarita: non sono “voci” incorporee ma semplicemente un linguaggio che nessuno tranne Harry capiva. Trovo sempre estremamente intelligente giocare sulle informazioni date o meno ai lettori/spettatori arrivando a costruire veri e propri enigmi. Anche di Fanny la fenice ci verrà detto delle proprietà curative delle lacrime o della capacità di trasportare un enorme peso, quasi come una “garanzia” per tutelarsi dall’eccesso di aiuti che Harry si vedrà arrivare al confronto finale. La Rowling però ha studiato bene per il compito: se vuoi evitare una situazione eccessivamente forzata ti basta preannunciare prima alcune delle capacità degli elementi che metti in gioco, così la Fenice, così la spada di Godric Grifondoro. Anche la bacchetta rotta di Ron, vista per tutta la durata della seconda avventura, altro non è che un pezzo del puzzle utile a risolvere un altro snodo narrativo, quello di Gilderoy.

Il confronto finale ha poi elementi che lo rendono simile al primo confronto e altri che lo diversificano parecchio. Innanzitutto viene eliminata per un po’ Hermione: troppo intelligente, ci sarebbe arrivata subito a certe cose. Così ad affiancare Harry per gran parte del finale sarà solo Ron con la sua paura dei ragni. Ron però non parteciperà alla battaglia contro il Basilisco perché è troppo pericoloso per lui, e Voldemort ancora privo di corpo non può ancora agire, così viene anticipato uno degli oggetti che sarà protagonista della parte finale di quest’opera monumentale: il diario contenente una parte di Voldemort, capace di agire entro certi limiti.

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Il finale è molto più intrigante del primo e mi sembra ci sia una catarsi e un senso di riscatto presenti in poche altre seguenti avventure. Viene liberato Dobby l’elfo domestico con un trucchetto che, metaforicamente, riallaccia un paio di trame: il misterioso diario che Lucius sembra aggiungere ai libri di Ginny (azione sottolineata dalla frase “i libri sembrano più pesanti!”) e il fatto che per liberare un elfo domestico il padrone debba regalargli un indumento. Harry restituisce il diario a Lucius ma riprenderselo causerebbe forti sospetti, così lo regala a Dobby come se fosse spazzatura. In quello stesso diario regalato Harry ha inserito un indumento, un calzino. Questo libera Dobby e fa infuriare Malfoy che tenterà in preda all’ira di ucciderlo ma verrà difeso dall’elfo appena liberato. Un finale molto intelligente, lieto, dove i buoni sono liberi e perdonati, i cattivi morti o umiliati. Un finale che non può non lasciare un grande enorme sorriso sulla bocca dei lettori/spettatori.

3. Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban

Il prigioniero di Azkaban è il primo romanzo che abbia effettivamente letto di HP, per i motivi già spiegati: mi ero spoilerato i primi due con i film. Mi sembra di poter dire che da questo terzo libro si inizi veramente ad alzare l’asticella, specie per quanto concerne il mistero. Se la pietra filosofale e il mistero ad essa legato era costruito in maniera molto semplice, con una risoluzione anch’essa molto semplice, e la camera dei segreti seguiva a ruota, il mistero del terzo libro è molto più complesso ed elaborato e vorrei cominciare a parlarne da qui.

Ci sono un gruppo di amici: Il padre di Harry, l’amico Sirius, l’amico Remus e l’amico Peter Minus. Uno di loro diventa Lupo Mannaro involontariamente e gli amici soffrono con lui quando è costretto a trasformarsi nelle notti di luna piena. Così, per supportarlo psicologicamente diventano tutti animaghi: maghi capaci di trasformarsi in un tipo di animale solo. Il padre di Harry poteva trasformarsi in un Cervo, da qui il soprannome “Ramoso”, Sirius in un grande cane nero, da qui “Felpato” e Peter Minus in un topo, da cui “Codaliscia”. Viene anche spiegato un dettaglio aggiuntivo: le trasformazioni non erano casuali ma in qualche modo correlate tra loro, lavorando in sinergia riuscivano a bloccare il Platano Picchiatore, un albero magico già visto nei primi due film, e ad entrare in un rifugio segreto. Si scopre che il Platano picchiatore, prima solo un elemento strano e di disturbo, aveva uno scopo, ed era un nobile scopo: allontanare chiunque da quel luogo per permettere a Remus di trasformarsi e di non essere un pericolo per gli altri studenti.

Insomma, assistiamo ad una eccellente commistione di flashback, novità su personaggi secondari, sentimenti, legami di amicizia che si riflettono nel presente su Harry.

Sirius Black è un elemento positivo ma per tutta la storia ci fa credere di essere un assassino, e questo grazie ad un altro twist molto interessante: pare che Sirius abbia ucciso il fedele amico del padre di Harry a sangue freddo, lasciando di lui solo un mignolo fumante! La cosa viene poi risolta ribaltando i ruoli, il traditore non fu Sirius ma Peter che, con la sua capacità di trasformarsi in topo, si privò di un dito per poi scomparire per sempre dato per morto, nascondendosi così presso la casa di Ron sotto il nome di Crosta. Viene anche ribadito, a inizio volume, che Crosta aveva un dito in meno, una di quelle cose che si leggono di sfuggita pensando solo che sia normale per un topo vecchio, per poi mettere insieme tutti i pezzi: un topo che vive a lungo, senza un dito, un animago capace di trasformarsi in topo, et voilà, un altro bel mistero sapientemente orchestrato. Mi piace tantissimo come la Rowling sia riuscita a costruire l’intreccio del terzo libro senza mai apparire indigesta o inutilmente prolissa. Le nozioni sono essenziali ma sono sapientemente mixate e dissimulate per darti il piacere di una scoperta. Siamo su un livello ben superiore ai precedenti.

Per il resto il libro non mi pare che apporti significativi cambiamenti ai personaggi o al mondo magico, il fulcro è essenzialmente questo grande mistero di Sirius e Lupin. Harry riceve un nuovo manufatto magico -la mappa del malandrino- che ancora una volta potremmo chiamare “passivo” come il mantello dell’invisibilità. Non è qualcosa che gli conferisce un potere, è qualcosa che gli conferisce un sapere. La mappa del malandrino gli consente di spostarsi in tutta sicurezza e di sapere in anticipo chi incontrerà e dove. Al protagonista non vengono dati nuovi incantesimi (cioè quello sì ma non incide troppo come in uno shonen manga), al più gli vengono attribuite conoscenze di quel mondo.

Il finale a modo suo è intelligente, ci trasporta in un viaggio nel tempo e, siccome nel libro prima Hermione era invalida, stavolta si fa a cambio ed Harry procede senza Ron per salvare la vita a Fierobecco, l’ippogrifo. Il gioco di prospettive è carino perché essenzialmente ha la stessa formula dei misteri: elementi che all’inizio non siamo in grado di leggere e inquadrare in un discorso più ampio. Infine, rilettura degli stessi elementi da un’altra angolazione con conseguente comprensione del testo: il sassolino per chiamare l’attenzione, l’ululato, il Patronus. Che si vada in un senso o nell’altro c’è sempre qualche antagonista o qualche problema da risolvere.

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Per quanto concerne le differenze da libro a film, invece mi dispiace moltissimo che si sia perso tutto il pezzo sul gruppo dei malandrini. La stessa mappa non si capisce chi l’abbia creata e perché, Harry sembra già sapere i nomi “felpato, ramoso, codaliscia” ma non mi pare gli venga spiegato dettagliatamente. E’ un gran peccato perdere un elemento così interessante ma ne comprendo i motivi, purtroppo.

4. Harry Potter e il Calice di Fuoco

Con il quarto libro/film si assiste ad una vera e propria svolta: l’antagonista, che era assente nel romanzo precedente, acquista un nuovo corpo con cui minacciare di nuovo il mondo dei maghi. Il romanzo è molto più corposo dei precedenti e a ragione: ci viene innanzitutto spiegato qualcosa sui Riddle, con un preambolo poi vediamo che Codaliscia, scappato, è tornato dal suo padrone per paura. In questa avventura il mistero è costruito intorno a un torneo nonostante il titolo richiami il calice che per lo più vedremo in poche scene per poi non riprenderlo più. Al calice magico spetta decidere chi potrà partecipare al torneo tremaghi tra scuole di magia differenti e dopo aver estratto i tre candidati salterà fuori anche il nome di Harry. Ora, fermo la mia analisi per parlare di una cosa su cui in genere i fan spaccano le palle senza motivo.

Nei libri la scena appare così:

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Nel film così:

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E tutti quanti si incazzano per sta cosa, non ho ancora capito perché. Nei libri la scena originale è con Silente che chiede “calmamente, in maniera calma”, non è detto che lui sia calmo, può anche essere solo una facciata. Si può anche chiedere con calma ma nervosamente qualcosa o celando disappunto. Nel film viene ribadito, con la rabbia di Silente, che è successo qualcosa che NON doveva succedere. In tal senso il libro non comunica lo sbaglio che Harry avrebbe commesso mettendo il suo nome, il film lo sottolinea per far comprendere la situazione allo spettatore. Ci è stato detto che gli studenti più piccoli non possono, che il calice usa la magia per bloccare i nomi, e lo vediamo con Fred e George, ma magari Harry lo ha fatto e ne è uscito indenne? No, la rabbia di Silente sta proprio a significare che anche vista così è sbagliata la situazione e non lo fa “dicendolo” ma facendotelo capire dalle espressioni e dai comportamenti per economia del film.

Tornando a noi, il torneo tremaghi è una tradizione antica che mi piace, un po’ come olimpiadi magiche tra scuole (ma solo tre scuole?!) che si sfidano. Come torneo per ragazzi mi sembra piuttosto pericoloso e, per quanto interessante, trovo curioso non si tutelino gli studenti, ma alla fine risulta tutto molto divertente con le varie prove. Ce n’è addirittura una con una sfinge che pone un indovinello, una scena che ci tenevo tantissimo a vedere nei film ma che purtroppo è stata tagliata del tutto. Le prove sono quasi Proppiane, l’eroe deve farsi strada tra nemici ostili e indovinelli acquisendo manufatti magici per proseguire la propria avventura e ottenere l’oggetto desiderato. Quel che non mi è piaciuto è stato vedere, almeno nei film, come abbiano realizzato quel che sarebbe dovuto essere un triangolo amoroso. Diciamolo sinceramente, in tutta onestà: leggete HP se vi piace la magia o l’avventura ma se volete storie d’amore ben costruite guardate proprio altrove. Né i film né i romanzi sono capaci minimamente di ricreare scene interessanti, romantiche o in qualche modo poetiche e la cosa mi stupisce tantissimo essendo l’autrice una donna. In genere tendo ad aspettarmi bei duelli dai maschi e belle storie melense dalle donne. Mi stupisce che qui invece ci sia una storia bellissima, un fantastico intreccio e qualche bel duello, ma storie amorose blande ed effimere costruite malaccio. Non è chissà che problema però siamo ben distanti da una narrazione perfetta che comprenda di tutto un po’.

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Tralasciando questo fatto, il mistero è ancora una volta ben costruito intorno al nuovo professore Malocchio Moody e al figlio del Giudice che cerca vendetta e che si trasforma in lui. Un nuovo mezzo magico si fa strada ed è il Pensatoio, altro elemento che ci fornisce dei flashback “reali” inserendo i ricordi che andremo a visionare, come dei dvd magici. Si può vivere il ricordo da fantasmi, perché giustamente noi non eravamo là al momento, ed è un concetto molto profondo.

Il confronto finale è pazzesco, vediamo per la prima volta Voldemort in persona risorto grazie a un artificio oscuro. Ora Harry non è più protetto e Voldemort può toccarlo e ferirlo, la narrazione qui è intelligente: ha allontanato Voldemort per dare ai primi libri un tocco magico, fiabesco, per non gravare troppo sul mondo magico, e ora che è ritornato lo fa grazie al sangue che contiene l’incantesimo di protezione del nemico, risultandone così immune. Questo sì che è concatenare bene i fatti senza scadere in troppe forzature. Per di più muore un ragazzo, Cedric, che è il classico fighetto che tutti a scuola abbiamo odiato, e che anche Harry probabilmente vorrebbe veder morto visto che si strombazza Cho, la ragazza cinese che gli piace. Anche se poi si torna ai cliché già visti e stravisti in cui il personaggio scomodo viene ammazzato per liberare la fanciulla ma Harry lo piange, si sente in colpa, non si propone anche potendo. Terminando il tutto in una sorta di nulla di fatto confuso e irritante per quanto riguarda i temi sentimentali. Sul lato politico invece la morte del ragazzo dovrebbe essere monito d’avvertimento per il ritorno del nemico ma la cosa viene insabbiata dal ministero e dal ministro che stenta ad accettare la cosa. Anche qui, sembra strano che non esista uno strumento magico per capire cosa sia veramente successo in un dato luogo, trattando la cosa non più da maghi ma da babbani. Insomma, ci vengono presentati alcuni aspetti di questo mondo ma chiaramente non tutti e questo, lo capisco bene, per esigenze narrative. Altrimenti concludiamo che con la magia possiamo tutto e finiamo il libro in due pagine.

Il Calice di Fuoco non alza di troppo l’asticella come faceva il Prigioniero di Azkaban ma sicuramente oscura molto di più i toni, l’andamento generale diventa molto più dark, segno che il ragazzo sta cominciando a crescere e insieme a lui i primi amori e dissapori, i primi veri nemici, i primi problemi seri.

5. Harry Potter e l’Ordine della Fenice

Taglio già la testa al toro dicendo che per me questo è stato il libro/film della saga meno ispirato e in generale molto più lento, vediamo perché:

La struttura è essenzialmente di transizione, per Harry dalla fase di ragazzo alla fase d’uomo, per i maghi da una fase di pace a una di guerra, per noi lettori da una dimensione più concitata e scolastica a una politicizzata in cui il Ministero della Magia cerca di nascondere, di insabbiare la cosa, non ci crede. C’entra anche la propaganda, il modo di vedere gli eroi da una parte e dall’altra, il modo, assolutamente umano, con cui si descrivono fatti e aneddoti, addirittura le prime cause in tribunale. In realtà la quinta avventura è matura però rompe un po’ con la tradizione. Anche il mistero in questione è qualcosa di banaluccio, mentre prima avevamo mostri, manufatti magici e lupi mannari, ora abbiamo Harry che fa un sogno, forse collegato con Voldemort in cui sembra morire il padre di Ron e solo alla fine scopre cosa succeda veramente: era un mezzo per controllare Harry e indurlo a fare qualcosa. Insomma, molto sottotono. La questione scolastica cerca di essere classica presentando un professore di quelli odiosi (in effetti per essere una scuola Hogwarts non aveva o quasi insegnanti bastardi) che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita. La Umbridge nasce SOLO ed esclusivamente per farsi odiare, non ci sono mezze misure ma non è un personaggio così interessante come ad esempio Gilderoy Allock, è monodimensionale in tal senso. Mentre lui era un codardo, non sappiamo perché lei sia così, perché faccia questo doppio gioco, è così e basta. Anche il suo epilogo è molto veloce e trascinato via, letteralmente.

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Il vero epilogo della trama si infittisce un po’ nel confronto al Ministero in uno spazio angusto che ci viene mostrato un po’ più nel dettaglio. Qui devo anticipare una cosa di cui volevo parlare nel finale: la Rowling è furba, ha capito come si intrattiene e ha capito che una delle regole principali per farlo è far interagire ad alcuni livelli i personaggi principali. Mi spiego meglio: una storia dove agiscono solo personaggi secondari e fanno cose di poco conto appare qualcosa di indefinito, di banale, in ultima istanza qualcosa di cui si potrebbe fare a meno. La storia ne risente e così la godibilità e soprattutto l’impressione che ci fa, far agire i personaggi principali ci permette di ricordarci meglio dei fatti: Harry uccide il basilisco nel secondo libro, Harry conosce Sirius e Remus nel terzo, nel quarto muore Cedric. E così via.

Il quinto libro, siccome ha un po’ di meno da offire rispetto a quelli già visti, sa che sul piatto della bilancia deve mettere qualcosa di valore per cui essere ricordato, e così farà anche il sesto libro con un altro personaggio. Sirius muore e questo darà motivo ad Harry di vendicarsi di Bellatrix, considerata il luogotenente di Voldemort e a lui fedelissima.

Anche per la profezia spenderei due parole. La parola “profezia” confesso che mi aveva dato l’illusione di qualcosa di eccezionale, una scoperta come la Torre della Gioia in Got, e invece mi è sembrata molto blanda, una non-scoperta o qualcosa di facilmente intuibile. Spesso i fan dei libri criticano il film dicendo che nel quinto romanzo la figura dell’eroe può essere interpretata anche a favore di Neville considerato che la profezia potrebbe anche parlare di lui, mentre nei film questo non viene detto. In realtà basta leggere un rigo dopo per vedere che Harry chiede questa cosa a Silente e gli viene risposto che solo Harry poteva essere il prescelto in quando predestinato da Voldemort stesso. E’ stato lui a sceglierlo, prima ancora che la profezia. Questa lettura non è poi tanto duplice, Harry è l’eroe e rimane tale, è solo una bella linea di dialogo che è stata tagliata per fare spazio.

Per il resto il libro è davvero pieno di dettagli sommariamente inutili che servono a ricreare il mondo vissuto: gli esami con tutte quelle votazioni-acronimo, Harry che vuole fare il prefetto e l’Auror ma non ha i voti necessari, Hermione che si batte per i diritti degli elfi, tutto molto bello ma che in sostanza non porta a niente, è “scena” potremmo dire. Proprio come tutta quella marea di dettagli negli ultimi libri del trono di spade che ti vengono rovesciati addosso per ribadire che stai vivendo un bel mondo fantastico ma che se non ci fossero stati l’avventura base non sarebbe stata intaccata minimamente.

In sostanza è pur sempre una buona avventura ma leggermente più lenta e meno ispirata delle precedenti.

6. Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Ho sempre reputato la sesta avventura di gran lunga superiore alla precedente ma comunque sottotono rispetto alle prime. Credo che in parte si possa ascrivere al fatto che l’infanzia, e così i giochi e gli sberleffi, sono finiti. I colori fulgidi lasciano il posto al grigio e al nero, i temi natalizi, familiari, di amicizia, lasciano il posto anche al lutto e alla responsabilità. Sebbene non tutte le avventure mi piacciano allo stesso modo devo comunque ammettere che nel complesso ogni cosa trova il suo posto in maniera sublime.

Il Principe Mezzosangue” ritorna per la prima parte a scuola facendoci immergere di nuovo nelle lezioni più che nella politica tra maghi e lo fa aggiungendovi un mistero: Harry deve preparare una pozione difficilissima e sarà un libro vecchio e logoro, appartenuto a questo fantomatico principe, ad aiutarlo a ottenere il premio. La Felix Felicis come molti altri manufatti magici è uno strumento pericoloso, viene da chiedersi come mai ad esempio Voldemort non la assuma per uccidere Harry, o perché i maghi non la assumano almeno una volta nella vita per fare tutti fortuna. Insomma, non mi perdo in queste illogicità perché comprendo il punto, comprendo che la storia vuole risultare interessante senza perdersi in dettagli (non sempre però!) ma lo faccio comunque notare perché stiamo sempre parlando di magia e di strumenti così potenti da poter essere usati da chiunque in qualunque momento, Harry Potter ci ha dimostrato di non essere solo una storia per bambini e ragazzi ma anche una storia molto coerente, matura.

Tolti questi piccoli dettagli la storia procede più che con il mistero del Principe, che alla fin fine sia nel libro che nel film ho trovato sinceramente buttato lì a casaccio, con il mistero degli Horcrux e la scoperta dell’invincibilità di Voldemort, oltre a una parte della storia della sua famiglia che purtroppo è andata perduta. Vediamo comunque la sua infanzia insieme ad un più giovane Albus e fa piacere vedere come siano nati alcuni rapporti tra i personaggi. Anche qui una piccola riflessione: Albus Silente a questo punto della storia dovrebbe essere già un potente mago. Non è mai riuscito, durante tutta la carriera scolastica di Tom, a leggergli la mente, a predire il suo futuro, non ha mai notato cose STRANE in Tom? Ci sono dei punti in cui sembra che abbia capito

<< C’è qualcosa che vuoi dirmi, Tom? >>

ma vengono completamente glissati. Non è chiaro se Silente sappia e speri in una redenzione, e questo getterebbe alcune ombre anche sulla sua moralità e sulla sua ignavia ad agire, o se Silente non sappia proprio, dimostrando così di non essere quel gran mago che credevamo. Del resto di Silente abbiamo visto molto poco: una scena al Ministero più che altro, che nei libri è persino più ridotta. Per il resto più che un potente mago pare essere un valido stratega, e spesso neanche quello. Alla fine della sesta avventura lo vedremo scagliare una tempesta di fiamme contro degli zombie e sarà praticamente la prima e unica esibizione di forza che vedremo. Del suo passato conosciamo qualcosa, sappiamo del duello con Grindelwald ma una cosa che non mi è tanto chiara per come è stato reso Silente è il suo vero animo e le sue capacità. Viene presentato come un anziano buono, sapiente, paziente, ma anche come uno stratega lucido capace di mandare un ragazzo al macello per poi pentirsene, sacrificarsi per Draco e ancora una volta apparire in sogno a Harry. E’ un personaggio sicuramente sfaccettato ma la sua gestione deve essere stata terribile per l’autrice, ed è un problema che si riscontra sempre con i personaggi troppo forti: se sono così forti come hanno fatto a lasciare che certe cose accadessero?

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E questo in effetti è un punto che a differenza dei precedenti non si può più di tanto lasciare in sospeso. Hai tutta una serie di strumenti magici che ti consentono di capire, di vedere, di leggere le persone e, posso capire che magari sia illegale, ma stiamo parlando di una persona che causerà morte e dannazione per gli anni a venire. Insomma, non facciamo niente? Non raduniamo qualche oggetto magico, prima di distruggerlo, capace di portarci indietro nel tempo, e finire la storia per sempre?

Comunque, a parte questo excursus su Silente, che è perfettamente sovrapponibile a tutti gli altri maghi delle storie considerati potenti (Gandalf, ad esempio) comprendo le esigenze narrative, faccio finta di niente e proseguo nella lettura. E la sesta avventura procede tutto sommato bene, a parte l’idea della pozione della fortuna ho apprezzato come questa sia stata non-usata su Ron come Effetto Placebo, ho trovato davvero ben fatto il personaggio di Lumacorno e le scene con Harry per cercare di accattivarsi l’un l’altro, e ho davvero apprezzato il pensatoio. La morte di Aragog porta qualche vantaggio a tutti, Hagrid si vede pochissimo (ma poi suo fratello nei film che fine fa?!), e a Quidditch vediamo Ron che, stranamente, fino ad allora non avevamo mai visto.

C’è un altro mistero da svelare e questo aggiunge sicuramente punti alla trama: la moralità di Draco, quella di Piton e i loro ruoli. Rimane da capire chi sia buono, chi un traditore, e cosa stiano cercando di fare entrambi, per poi arrivare ad un finale al quale si deve stare molto attenti e che sarà rivalutato nell’ultima avventura: Draco non riesce a uccidere Silente, Piton gli sottrae la bacchetta e lo uccide. Silente lo supplica e Piton senza pietà infiligge il colpo. Questa scena sarà importantissima successivamente. Analizzando nel complesso il finale si vede l’ultimo baluardo del “bene” ucciso, Hogwarts sconfitta e distrutta nella scena di Bellatrix che spacca i piatti delle 4 grandi tavole che abbiamo imparato a riconoscere e amare. I mangiamorte fanno il bello e il cattivo tempo in un luogo di culto per noi lettori/spettatori, è il segno che il male sta vincendo sul bene e che qualcosa deve essere fatto per porvi rimedio. La scena del funerale di Silente, poi, è il fiore all’occhiello di questo discorso: bacchette in alto come fossero fucili, una tomba bianca a significarne la purezza. Il finale della sesta avventura serve da preambolo all’ultima: sono finiti i giochi, sono finite le gozzoviglie, ora tocca crescere e tocca farlo in fretta.

In sostanza sebbene abbia delle criticità passabili, la sesta avventura è un degno inizio della fine con alcune trovate affatto niente male.

7. Harry Potter e i Doni della Morte

Con l’ultima avventura arriviamo a quello che secondo me è l’apice, il romanzo/film più bello/i in assoluto, ma questo perché a me piacciono in genere le mattanze. Gli ultimi libri avevano cominciato a dedicarsi alle questioni politiche, sociali, il che non è un male ma così facendo si dilatavano, si allungavano in un brodo di chiacchiere che non portavano da nessuna parte. Nel sesto libro viene aggiustato un po’ il tiro, per di più l’autrice cercava di rendere ogni avventura in qualche modo utile alla storia facendo morire qualche personaggio importante ma in generale erano avventure che offrivano pochino se confrontate con quelle iniziali, a mio parere. Si è perso molto ad esempio dell’alone di fantasia e spensieratezza che prima sentivo con i dolciumi, con le lezioni, con gli scherzi e le invenzioni magiche. I toni si fanno più cupi e adulti e questo spiazza, inequivocabilmente. Il settimo libro però è la conclusione di tutto, i nodi che finalmente vengono al pettine.

Cominciamo col dire che, a differenza degli ultimi due libri, qui non ci sono punti morti. Neanche uno, neanche a cercarlo col lanternino. Nonostante sia un libro corposo ricordo di averlo letto in pochissimo tempo e senza accusare il minimo di stanchezza, come invece mi era ben capitato per gli ultimi due. Il mistero è quello dei Doni della Morte ma ci si trascina anche una parte di storia precedente: quella degli Horcrux. Così ad un certo punto si crea quest’immagine di Harry con i suoi Doni e Voldemort con i suoi Horcrux, qualcosa che ho trovato molto divertente, quasi da shonen manga o da videogame. Si abbandona per quasi tutta l’avventura l’edificio scolastico per dedicarsi completamente alla ricerca di questi manufatti malefici per distruggerli, nel frattempo le azioni di Voldemort e del suo esercito riguardano la ricerca di una potente bacchetta, di nuovi alleati e del ragazzo. E’ ricreata bene la parte della fuga, anche se si ripropone il solito problema: quanto può non essere rintracciabile un mago contro altri maghi specialisti che dispongono della magia? Non esiste un solo strumento capace di tracciare la sua posizione? Abbiamo pozioni e manufatti per tutto ma non per un compito simile? E, anche se dipendesse dalla bravura del mago…stiamo parlando di uno che le magie le sa fare appena come abbiamo visto. Anzi, a ben vedere la storia si è sempre concentrata pochissimo sugli incantesimi. Abbiamo sì visto i Patronus ma a parte quello cosa c’è? L’occlumanzia, che Harry non padroneggia se ricordo bene le letture. Gli schiantesimi e simili ma qual è il livello effettivo di forza raggiunto? Se due maghi utilizzano lo stesso incantesimo chi vince? Il più veloce? Quello con più magia? Quello con più forza di volontà?

Queste piccole sbavature permettono di poter alleggerire il carico narrativo ma non permettono al lettore/spettatore di capire bene come funzionino questi duelli magici. Possibile che un mago navigato non abbia la meglio su gente che ha appena finito di studiare? Magari si poteva aggiungere che le magie sono un po’ come le conoscenze scolastiche per ribaltare il punto di vista: uno studente appena uscito dalla maturità ricorda sicuramente meglio date e concetti rispetto ad un adulto. E avrebbe aggiunto un elemento eccellente e furbo per farci capire che in realtà i nostri hanno qualche chance.

Comunque a parte queste piccole analisi minuziose torno a dire che la storia funziona: a Hermione viene donato un libro che tornerà utile per spiegare i doni della morte, a Ron l’acciarino di Silente, a Harry il boccino che aveva ingoiato, tutta roba che come da tradizione servirà in seguito. Qui faccio un plauso alla Rowling: ha proprio capito come si scrive una storia in maniera accademica. Poniamo che mi invento un protagonista che alla fine avrà un nemico troppo ostico da battere. Cosa faccio? Uso un deus ex machina? Forzo la narrazione facendo arrivare gli alleati? Sì, si può, ma il senso di appagamento è ridicolo, il contratto col lettore/spettatore verrebbe a perdersi, la sospensione di incredulità messa a dura prova. Allora un modo intelligente è preannunciare alcune cose. Possiamo dire che esiste una spada nella roccia che verrà estratta solo da un ragazzo che avrà bisogno. Durante tutta la storia il ragazzo non ha bisogno della spada ma durante il finale sì, ecco che si giustifica l’intervento con un attrezzo molto potente che tecnicamente è sempre stato lì, non è arrivato per aiutarlo.

Capito il meccanismo? Proprio come con Fanny la fenice.

La storia dei doni poi, non so se sia tutta farina del sacco dell’autrice o si sia ispirata a qualcosa ma ricalca al 100% una antica fiaba in maniera così poetica da poterla scambiare per una qualsiasi dei fratelli Grimm. Inoltre:

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Il “flashback-narrativo” viene rappresentato con questo stile che non saprei come definire se non fiabesco, con questo giallo e nero, in cui il giallo ricorda una fotografia vecchia e sbiadita, il nero le silhouette dei personaggi. Ogni fratello ha pregi e difetti ma solo il più umile riesce a sopravvivere ad una forza magica e inarrestabile che per di più spiega il senso del mantello di Harry il quale lo accompagna fin dalla primissima avventura.

Anche questa avventura è costruita un po’ come un giallo, un rompicapo da risolvere quasi come se fosse una storia di Sherlock Holmes. Occorre capire cosa stia succedendo, dove siano gli Horcrux, dove siano i Doni e, al netto di qualche sbavatura che cerca di velocizzare le scoperte (la Coppa di Corvonero, ad esempio, altrimenti introvabile) si assiste ad una storia senza un attimo di tregua toccando alcuni dei posti più belli, magici e misteriosi che abbiamo visto durante tutto il percorso. La Gringott, ad esempio, che fino ad allora avevamo visto come un edificio intoccabile e ben protetto, e che ora possiamo assaltare forti dei nostri nuovi e potenti mezzi. Alla fine sono scoperti ma vediamo ad esempio la cascata-spezza-incantesimi, gli interni, gli incantesimi posti a protezione come quello che moltiplica. Harry Potter torna ad essere se stesso e a riproporre quella fantasia intrigante che ci ha saputi catturare fin dal primo libro, solo che ora si rivolta contro di noi. Non solo: le cose non vengono facilitate eccessivamente perché l’elfo non aiuta Harry senza compensi ma pretende la spada, che serve per rompere i vari Horcrux. La storia così si dinamizza, accentua le caratteristiche drammatiche e conferisce peso al tutto (come se ce ne fosse bisogno!), una scelta molto matura che ho apprezzato. Mi aspettavo infatti che essendo l’ultima avventura bastasse collezionare tutti gli amici, i favori, i trucchetti raccolti nel corso degli anni per risolvere anche quest’ultima senza problemi. Invece è sofferta, goduta. Mi piace.

Anche la scelta di rivedere lo scheletro del basilisco, di utilizzarne le fauci, altro non è che un rimando ad un vecchio ricordo, qualcosa messo lì per dirci che quelle cose le abbiamo superate, che stiamo usando delle conoscenze utili, che gli altri anni non abbiamo cazzeggiato, che stiamo crescendo con tutto ciò! Il basilisco sostituisce la spada momentaneamente e in più ci si dedica per qualche capitolo a Draco, ora semi-alleato, e alla relazione Ron-Hermione che, vabbè, stendiamo un velo pietoso. E’ nata dal nulla, ha continuato con il nulla e finisce nel nulla senza un briciolo di passione. Siamo sinceri, è tutto molto stereotipato, costruito in maniera banalotta su inciuci vari e gelosie, e basta. Harry Potter non è la storia che fa per voi se cercate romanticismo serio.

 

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L’avete sentita la passione in scene come questa, bifolchi?

 

A parte questo, la guerra serve a tutti i personaggi per dichiararsi (nel film anche a Neville!). Già, parliamo un attimo di questa guerra. Che dire? E’ spettacolare. Come molti fan già sapranno, vengono coinvolti ragni, giganti, mostri vari, perché è come se rappresentasse l’esame finale metaforizzato. Così i nostri eroi che prima avevano affrontato queste minacce singolarmente ora devono affrontarle tutte insieme e provare definitivamente la loro maturità. Non mancano scene -sia nel libro che nel film- di assoluto rispetto volte a ricreare un’atmosfera epica, facendo anche dell’edificio un personaggio capace di difendersi con il piertotum locomotor. Quelle statue danno un senso di imponenza e di fierezza, e sono carne da macello che sostituiscono alcuni morti tra gli studenti.

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Anche i professori partecipano, la Scuola è così potente da risultare una fortezza inespugnabile, la guerra finale è costruita sulla base di un assedio magico sostanzialmente, un’idea di tutto rispetto. Per di più in un luogo che è stato protagonista per sei avventure insieme, il luogo magico per antonomasia ormai. A scandire gli ultimi istanti intercorrono i filoni principali dei due versanti: Harry deve finire di trovare gli oggetti, Voldemort deve trovare il ragazzo, ciascuno con il proprio esercito e i propri luogotenenti ad aiutarli, e questo è l’elemento che accomuna queste fasi finali a quelle di una guerra. Ancora una volta la Rowling ha capito perfettamente (ricorda un po’ Eichiro Oda in questo) come narrare e con che modalità farlo, come quella piramidale. Parliamo di un’altra furberia che usa ma non solo in quest’ultima avventura ma fin da quando è nata questa storia.

In generale la morte di un personaggio sconvolge la platea perché abbiamo assistito alle sue vicende, abbiamo empatizzato con lui, lo abbiamo conosciuto. Magari ci sono personaggi più o meno amati ma i protagonisti in genere piacciono sempre a qualcuno e vederne uno morire lascia un senso di vuoto. La Rowling ha già dato prova di poter sacrificare personaggi tutto sommato di prim’ordine: Sirius, Malocchio e Silente. Ma c’è un altro motivo per cui questo avviene, c’è un motivo per cui nel settimo libro/film muore così tanta gente ed è anche esplicitato da Voldemort stesso quando dice

<< Hai lasciato che i tuoi amici morissero per te >>

Non è solo una frase da cattivo, un invito, è proprio un’ammissione narratologica dell’autrice ben conscia del fatto che farà sopravvivere i personaggi più amati, il trio, sapendo bene però di non potersi permettere una leggerezza simile in un finale di una storia che rimarca la crescita ma anche la perdita e tutto ciò che esso comporta. Non sarebbe stata una vera vittoria senza qualche morto, non sarebbe stato credibile se tutti fossero sempre sopravvissuti. Così, per esigenze narrative come nel caso di Silente e Piton, o con personaggi-scudo come Dobby, Harry riesce sempre a cavarsela. Lui stesso dirà che tutte le sue avventure una volta elencate possono sembrare grandiose ma la verità è che è sempre stato fortunato. E qui Harry stesso, l’autrice, sa che va a toccare un tasto dolentissimo per una storia che voglia essere adulta, matura e presa sul serio. Se vuoi che le persone ti ascoltino, se vuoi destare i loro cuori, qualcuno di importante deve morire. La tua storia deve essere ricordata anche per chi ci lascia, e devi scegliere chi sacrificare.

Nel settimo libro così assistiamo ad una grande mattanza che nasce anche per parare Harry da qualsiasi accusa di plot armour: sì ma Harry non poteva vincere lo scontr…Sì ma è morto un personaggio importante. Ma non poteva farcela in quel cas…sì ma sono morte molte persone per proteggerlo. Capito il meccanismo? Se hai deciso che qualcuno va protetto a qualunque costo, per non far sentire i lettori degli idioti, qualcuno di importante deve morire.

Così cosa ci ha offerto sull’altare del sacrificio? Edvige. Bah, siamo seri, chi si cagava Edvige? Dai.

Malocchio. Ok, ci scalfisce. Uno dei gemelli. Peraltro non quello ferito ma quello sano. Ok, questo già ci devasta. Li abbiamo visti ridere e scherzare tutto il tempo, fare progetti, costruire il loro emporio coi soldi di Harry, sono due gemelli, e la cosa ribadisce quanto siano inseparabili. Dobby! Che era libero, aveva la sua vita ora.

Remus, addirittura, l’ultimo “amico” del gruppetto dei malandrini, nonché personaggio di spicco dell’Ordine. Tonks. Vabbè, non la conoscevamo così tanto ma sappiamo che stavano insieme, e una coppia morta non fa più progetti.

 

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Peccato però che sia un fuori campo poco catartico. Si poteva insistere tantissimo anche su questa scena

 

Tutte queste morti sono in un certo senso importanti ma se ci si pensa bene non così tanto. Alla fine sono personaggi secondari, o che sono diventati secondari già da un bel po’, come Remus. Non è uno scambio molto onesto però sono così tanti che con questa furberia la Rowling ci paga il conto. E’ come se invece che aver pagato al ristorante con un pezzo da cento avesse pagato lo stesso totale coi centesimi. Non è proprio la stessa cosa anche se il risultato finale è lo stesso. Ma in ogni caso, un plauso va sicuramente a questo modo di vedere la narrazione, dove non si prende in giro il lettore ma lo si tratta in maniera onesta.

Il duello finale trovo che sia stato un po’ riduttivo, avere così poco dopo 7 libri e 8 film sinceramente delude, anche se va tenuto conto che questo duello è come se andasse avanti dall’inizio senza esclusione di colpi. Si vince il nemico con una strategia -che si rivela giusta- che dura per tutta la settima avventura, ovvero puntando sul fatto che a uccidere Silente materialmente sia Piton, poi ucciso a sua volta, ma la bacchetta con cui l’ha fatto era di Draco. In effetti non mi è chiarissimo se questo aspetto fosse già stato deciso in precedenza (Piton che prende la bacchetta di Draco per poi farsi uccidere a sua volta) o se sia solo una incredibile sequela di coincidenze fortuite per Harry. Nel libro poi il cadavere di Voldemort viene adagiato nel tavolo della stanza accanto come se niente fosse, nel film è reso tutto in maniera più spettacolare facendo sparire il suo corpo come cenere, come se in lui non fosse rimasto più niente. Trovo questa seconda scelta esteticamente molto più gratificante ma va a gusti.

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Che dire ancora su Voldemort? Non mi piace che non gli abbiano dato una psicologia ben definita e un certo spessore nei temi che affronta. Quando si parla di maghi che non tollerano estranei, o di unire il sangue dei maghi puri a quello di impuri, se rivelare o meno il mondo magico, si stanno affrontando questioni che meritano un certo approfondimento. Pensiamoci bene: è un mondo dove chiunque ha una bacchetta e questa è essenzialmente un’arma. Vi immaginate i discorsi che fanno in America sulle armi trasposti nel mondo magico?

Anche se la narrazione ce la mette tutta per farteli apparire come dei fascisti quando si pronunciano certe frasi come “sporca mezzosangue” che alla fin fine è come dire “sporca ebrea”, in realtà si dimostra un po’ ingenua e manichea, sempliciotta potremmo dire. Il tema sulla razza e sul razzismo dei maghi è ben diverso da quello umano. Scientificamente abbiamo dimostrato che le razze tra uomini non esistono a livello genetico ma qui stiamo parlando delle differenze tra chi può usare la magia e chi no; il mago è di fatto un super uomo, qualcosa di più, il discorso si ripropone in una veste aggiornata ma anche con molti argomenti in più. Si poteva perlomeno discutere queste cose:

-Cosa comporta miscelare il sangue tra chi usa la magia e chi no, sul lungo periodo? Si indebolisce il potere? Aumenta? Niente?

-A livello sociale cosa comporterebbe? Rivelare la magia a sempre più babbani ha l’inevitabile conseguenza di aumentare il rischio di esporsi anche a chi non conosce il mondo magico.  Permettere le coppie miste o le amicizie miste tra figli babbani e non è in un qualche modo pericoloso. Quanti ragazzini maghi possono essere preparati a nascondere le proprie abilità?

-Anche fosse solo una questione di arianesimo spicciolo, perché a Voldemort dovrebbe interessare, considerato che è sempre stato un personaggio molto pragmatico e poco incline alle cose più superficiali come questa?

Insomma, nessuno di questi temi è approfondito, segno che la storia vuole comunicare una delle due fazioni in gioco come la vincente, anche sul piano ideologico, dotata dei motivi giusti e della forza per spingerli; l’altra come sconfitta, anche sul piano ideologico. Pérdono perché le loro motivazioni in primis sono deboli, pur avendo un esercito e la forza militare per sottomettere chiunque.

E qui, bisogna ammetterlo, la storia si banalizza. Diventa una storia dal cuore antifascista ma in maniera già decisa, non perché c’è stato un vero confronto dialettico o una riproposizione di tematiche attuali sulle quali c’è bisogno di discutere, l’opera ti dice in cosa credere e fine, in questo assomiglia ad una fiaba più che a un racconto di formazione. Non ti dà gli strumenti per decidere, ti dice proprio cosa decidere.

Chiariamoci, questo non è un difetto che rovina tutto, è piuttosto un limite oggettivo che le impedisce di ascendere a capolavoro indiscusso. E’ una buona storia ma non così buona come sarebbe potuta essere. Anche Star Wars ha questi elementi molto manichei però il lato dei Sith in alcuni casi è affrontato con più cura mentre Voldemort e consoci sono presentati semplicemente come codardi, fascisti, squadristi e paurosi della morte. Non c’è onore né orgoglio in loro, sono tutto l’insieme delle cose sbagliate da combattere, non c’è una battaglia ideologica, è già tutto vinto. Non c’è da riflettere su quello che abbiamo letto, è già tutto deciso.

Quindi, concludendo questa mia lunga disamina, mi ritrovo a dire alcune cose già dette ma che vorrei ribadire. La mia è un’analisi critica, per questo ho cercato di tirare fuori sia il meglio che il peggio dai contenuti per discuterne, per proporre e per illustrare quali pezzi potevano essere migliorati ulteriormente. Anche non facendolo, però, non è una brutta storia. E’ una storia che ha un determinato target nei ragazzi più giovani e nei bambini, sarebbe poco onesto confrontarla con altre opere dalle tematiche ben più adulte e filosofiche. Quello che fa però lo fa in maniera eccellente: intrattiene, in un certo senso ti forma, stimola la fantasia e la creatività, spaventa con i mostri e allieta con le creature magiche, ti emoziona con le storie dei maghetti e ti immerge in un altro mondo, letteralmente.

Ci si deve confrontare con Harry Potter prima poi, soprattutto gli studiosi di narratologia che cercano di carpirne i motivi del successo e secondo me sono questi che ho elencato.

I “veri” animalisti son tanto simili a quelli farlocchi

Questo è un sassolino che volevo togliermi dalla scarpa da parecchio tempo ma non ho mai trovato occasione. Mi è capitato di parlare nel mio blog di animalisti “veri”, presunti animalisti “falsi” eccetera e nel cercare i primi avevo trovato solo un paio di paginette, che all’epoca contavano qualcosa come 2000 fan su fb, paragonandole a pagine come Logica Onnivora che di fan ne contava già 10.000 all’epoca. In sostanza, sti animalisti “seri” tutti ne parlano ma nessuno li vede mai. Le pagine che si propongono come serie hanno attirato la mia attenzione ma non ne ho mai discusso approfonditamente. Dando un’occhiata ogni tanto ho avuto modo di lodare il fatto che parlassero di ricerca in maniera decorosa, proprio come coloro che la difendono, usando praticamente gli stessi argomenti. Peccato che per tutto il resto sciorini più o meno la stessa propaganda veg che si può riscontrare ad ogni angolo del web, solo con più fonti in calce e un fare molto più convinto. Come Logica Onnivora si vedono spesso gli admin, una in particolare, nascondersi dietro la frase “non lo dico io, lo dice la scienza” che spesso abbiamo visto in bocca ai ciarlatani. Un paio di esempi tanto per gradire:

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Quando parlano di ricerca e S.A. è ok

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Qui parlano delle far oer e della grindadrap proprio come esaltati

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Con alcuni errori. Parlano ad esempio dei problemi legati al mercurio nella carne di globicefalo dimenticandosi anche l’azione benefica del selenio di cui sono pregne

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Nei commenti le stesse puttanate che potremmo trovare in letteralmente qualsiasi pagina veganimalata

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Qui un altro esempio in cui l’etica animalista esce dalla porta per poi rientrare dalla finestra. Dà per scontate cose che non lo sono affatto e in altre parti sparerà la sempiterna puttanata del consumo dei litri d’acqua, dei cereali e della piramide trofica, tanto cara ai bufalari che si attaccano alle diete veg con la scusa dell’ambientalismo spicciolo

 

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La cosmesi è “inutile”, nessuna risposta pervenuta. La signora userà la fuliggine per truccarsi!

 

 

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Capito? Loro possono cazzeggiare quando gli pare ma gli altri no. E ricordate bambini, cacciatori e allevatori livello etico (qualsiasi cosa voglia dire) pari a zero, perché lo dicono loro.

 

Quindi che dire, a conti fatti questa pagina è l’ennesimo tentativo di alcuni animalari di darsi una placcatura d’oro e ripulire le merdate fatte dagli altri, sempre con una certa accondiscendenza. Ad esempio, Sea Sepherd viene presentata come un’associazione di persone buone ma forse un po’ troppo sprovvedute, povere, che fanno cose buonine anche se illegali. E dunque non sbagliano, eh? Semplicemente corrono il rischio di rovinare l’immagine di tutti gli altri ;(

Una pagina di “veri” animalisti farlocchi, motivo per cui non mi sono mai sognato di intervenire, perché almeno per metà faceva il suo lavoro, per l’altra metà se la cagavano comunque in pochi, dato che si attirava comunque le ire degli animalisti più accesi. Infatti ancora ora sono in 5.000, nel cui numero è compreso sicuramente chi già ricerca o segue il mondo della ricerca. La cosa ci dimostra che animalisti “veri”, per ora, ce ne sono ben pochi, anche meno di quei 5.000. Non ho neanche citato, poi, le posizioni della pagina sul circo: stessa identica propaganda animalata con in più studi sulle stereotipie degli animali, per poi estendere il tutto a tutti, sempre, ovunque, nonostante le siano stati fatti notare gli studi contrari favorevoli al circo e al benessere degli animali.

Però ieri mi è capitato di trovare uno degli admin, che conosco di fama per le sue posizioni arroganti e spesso ascientifiche (quella degli screen che sproloquia di etica e naturalità, in pratica), con un commento che mostrava il fianco. Ho quindi deciso di metterlo alla prova e vedere se avevo ragione a dubitarne. Questa in particolare me la ricordo per la tipica arroganza con cui scrive e non ammette repliche, tanto che lei stessa lo ammette ma semplicemente continua, perché dice che è il suo modo di scrivere. Talvolta la si ritrova col profilo personale anche su Italia Unita x la Scienza, pagina che seguo e che ho citato parecchio per smontare molte delle bufalacce sull’allevamento che lei stessa spara. Da altre parti l’ho vista commentare contro il Gene Egoista di Dawkins arrivando sempre a estendere il proprio parere (e cioè che sia un volume ormai obsoleto e in disuso presso qualunque scienziato serio) a tutta la comunità scientifica in toto. Una strategia retorica tipica dei ciarlatani, come abbiamo visto grazie a Logica Onnivora.

Capite bene che la situazione era ghiotta per uno di quei confronti che tanto mi piacciono, per cui ho proprio voluto intervenire. Quindi vi presento il battibecc…cioè il profondo e sensato scambio che abbiamo avuto, da me medesmo meco commentato.

Il casus belli è stato un post fb di un video (vi metto poi le fonti in calce per agevolare la lettura) in cui, in una trasmissione tv, comparivano Giuliano Grignaschi e un allevatore che non conosco, a confronto con Vassallo, noto animalista estremista, e la famosa Lemon Pepper, quella che davanti alle telecamere si è coperta di ridicolo chiedendo “Loro nei laboratori cosa fanno? EH? COSA FANNO? Io il raffreddore lo curo con limone e peperoncino”. Tanto per curare altre malattie bastano altri condimenti, no?

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Sul post commentava l’admin di cui parlavo sopra, presunta “vera” animalista, scrivendo:

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Ora, potrei soffermarmi sulle solite bufale veggye già rilette chissà quante volte senza alcun contraddittorio, però vorrei piuttosto soffermarmi su come questa persona scriva, i toni, le parole usate. Abbiamo visto che parlare per assoluti è sempre in qualche modo pericoloso se si vuole usare un criterio scientifico. Il fatto è che anche qui dimostra una certa ignoranza, diamo per veri i dati che ha: per quale motivo ricerca e allevamento non dovrebbero essere entrambi scientifici o importanti in egual misura? Abbiamo visto che sulla sua pagina dice più o meno le stesse cose: ricerca sì, tutto il resto collegato con gli animali no. Allora sono andato a parare lì. Si tenga anche conto della faziosità: gli animalisti hanno proferito balle dall’inizio alla fine, erano una quindicina e spesso bercianti, che affermazione cretina è dire “poteva rispondere in altro modo” quando il pubblico è schierato e non ti ascolta? Abbiamo visto già un sacco di volte, come anche nel caso Stamina o Burioni, che chi comunica con dati e numeri viene sommerso da chi urla. E ora questa recrimina se, oralmente, in tv, uno si permette di dire che i dati sono falsi.

Segue la mia risposta. Ho inserito il discorso cosmesi per stuzzicarla, perché volevo sondarla. Infatti all’inizio non recepisce, le dà fastidio che ne parli, è un’altra di quelle cose che non tollera e che molto probabilmente tratta come io ho descritto. Infatti, notare il “eh” finale sempre molto aggressivo, fa notare che non si parlava di quello. Ma dai?

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La signora si sente punta e risponde un po’ piccata ma almeno è carina a ribadire le paroline magiche che si era dimenticata prima: per me. Queste cose non vanno date per scontate, tantomeno sui social. Anche la frase: “Il paletto etico oltre il quale non è accettabile indurre sofferenza a scopo di lucro, non scientifico, nel caso delle scaloppine è parecchio più basso” dimostra grande ignoranza in materia. Ma da una che usa la piramide trofica come prova del nove non mi stupisce affatto. Pone arbitrariamente un paletto tra ciò che considera scienza e ciò che secondo lei non lo è. Cioè, il rapporto mutualistico tra fauna-territorio per lei non esiste, il concime non ha alcuno scopo, si alleva solo per la carne, per venderla, per quella brutta parola, “lucro”, come se gli allevatori fossero capitalisti cattivissimi! Il discorso viene da lei banalizzato in una maniera atroce, per quanto si possa darle relativamente ragione sul consumo (non è spreco trasformare le risorse, è impiegarle semmai) è chiaro che si dimentica di tutto un sottobosco di valide ragioni per allevare oltre a mangiar carne. Non ultimo anche il discorso “povertà”, che lei tocca: l’allevamento permette il sostentamento di famiglie poverissime. (fonte FAO)fao livestock poveri.jpg

Insomma, i veg giocano sempre sui soliti numeri: acqua, cereali, effetto serra, dimenticandosi degli altri discorsi. Un po’ come parlare del fumo unicamente in termini di cancro, nicotina e dipendenza, quando si può parlare di sigarette anche in ambito cinematografico ad esempio, come strumento rilassante e distensivo, e così via. Avrete capito che a me i discorsi piace estenderli, a loro ridurli.

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Lei non è contro la “scaloppina”, termine con cui intende parlare della carne con un unico esempio che li rifletta tutti ma questo non era neanche da spiegare, si capiva. Evidentemente è convinta di dire qualcosa di sacrosanto che solo un babbeo può non aver capito. La mia risposta è che ad ogni elemento corrisponde un uso: non si fa a meno della carriola perché abbiamo il trattore. Potremmo dire che uno è più veloce, protetto, fa meglio il suo lavoro, ma ne fa un altro. Non si buttano via le cose perché a te non piacciono, o non servono, anche questo mio discorso lo trovo banale. Così banale che ancora non capisco come facciano gli animalati a non capirlo. Boh. Nella seconda parte faccio notare, sempre con un tono distaccato, che i famosi paletti etici può metterli chiunque, su letteralmente qualsiasi cosa. Ne ho già parlato a sufficienza di questo, vi rimando ad altri miei articoli sulla questione. Chi ci dà il diritto di avere un gatto, che uccide animali, se ne nutre ed è un pericolo per la biodiversità? Chi ci dà il diritto di avere troppi figli? E così via e così via.

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Lei non è contro le scaloppine, è contro quel sistema che le produce. Ricordiamo, però, che poco fa ha parlato di “indurre sofferenza” parlando dell’allevamento. Eppure se si seguono leggi e criteri sviluppati da esperti del settore, l’allevamento non è questo “indurre sofferenza” di cui parla, sempre che non ci si affidi ai video youtube come fonte. Sulla cosmesi, come immaginavo, ha abboccato. Le dà fastidio, vuole sapere, vuole capire, non accetta quel che ho detto e che per qualcuno sia difendibile. Concludo dicendo che per me, il termine “animalista”, che so bene che cerca di riabilitare nella sua paginetta, per me ha poco o nessun valore proprio come “femminista”. Si sono succeduti così tanti stronzi, così tanta feccia, così tante balle e controballe che ogni movimento definitosi tale si giudica “vero” bollando gli altri di essere “falsi”. Chi è l’animalista? NON è colui che ama gli animali, e nemmeno colui che protegge il territorio. E’ un termine che vuol dire tutto e niente, che allo stato attuale delle cose non è molto ben visto a causa degli invasati ma lei, anche sapendolo, fa finta di niente, continuando a proporsi come tale, come se fosse una cosa normale o auspicabile. Chissà qual è la sua posizione quando qualcuno augura il cancro a chi mangia carne, se fa la paracula dicendo che “effettivamente le ricerche dicono che…” o se almeno cerca di evitare questi folli. Io sulla sua pagina ho letto che si è scontrata con altri animalisti ma vedo che mantiene sempre un comportamento piuttosto ambiguo, a sé. Mai visti, ad esempio, commenti e critiche a Logica Onnivora o a Sbarella, per dirne due.

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Questo è il momento in cui prende visione che dopo 3-4 commenti non sono uno che lascia perdere, quindi comincia a essere piuttosto aggressiva e poco lucida. Come molti fanno punta sul cercare inesistenti contraddizioni nell’interlocutore, infatti come le ho risposto ha preso due pezzi differenti di discorso (senza capirli, tra l’altro) e credendo fossero in antitesi tra loro. Geniale. Da qui comincerà una parte a cui vi chiedo di fare attenzione, farà un mischione di cose. “Etica oggettiva” non significa nulla per chi ha studiato un minimo di filosofia ma posso immaginare che voglia dire “il pensiero comune di tutti, della società”, parlando poi di Obama (?) e dello schiavismo. In sostanza sta parlando delle stesse cazzate già lette migliaia di volte, traduco:

La soggettività delle persone è importante. Quando c’era lo schiavismo le persone erano TUTTE schiaviste ma grazie alle persone “soggettive” contrarie si è messo un freno allo schiavismo. Così oggi abbiamo Obama non in catene. 

Con un po’ di sforzo si capisce cosa voglia dire ma è comunque una frase da social, acritica, astorica, insignificante e semplicistica.

La cosmesi, ci dice lei, è uno strawman. Qui è piuttosto ambigua. A essere uno strawman è la cosmesi stessa in quanto tale, io che ne ho parlato o la versione animalista di cui ho parlato?

Chiaro che, se si riferisse a me, sarebbe piuttosto sciocca. Non solo gli animalisti, tutti quelli contrari alla cosmesi ne parlano come di cremine per le mani o per vecchie decrepite, non ho mai visto in migliaia di discorsi gente che avesse l’onestà intellettuale di far notare che la cosmesi serve anche ad esempio per l’acne, per le occhiaie, per avere autostima, per uscire di casa apprezzandosi, in ultima istanza per piacersi e avere stima di sé. Ora, spero che Giulia non fosse così cretina da volere ogni singola frase stupida che io ho riassunto in una ma concretamente non c’è una sola versione che si differenzi da quella. Motivo per cui io sono a favore della cosmesi e contrario a vederla stereotipizzata, quello sì che è uno strawman, quello animalista.

La frase seguente è la piena rappresentazione di ciò che mi aspettavo di vedere confermato: per lei la ricerca è ok, l’allevamento per: “produttori a basso costo di scaloppine a scapito di esseri senzienti”. In questa frase sono già compresi numerosi strawman, visto che li ama tanto

-Non esiste solo la produzione a basso costo, non è corretto parlare solo di quella

-Anche ammesso che esistesse solo quella, è una generalizzazione.

-Esseri senzienti, detto così, non vuol dire nulla. Lei stessa sa bene che gli animali vengono sedati se si segue l’iter, quindi qui o sta facendo finta di niente per avere discorso facile, o se l’è “dimenticato” per puro caso. Al massimo si può parlare di uccisioni di animali incoscienti ma qui non avrebbe gioco facile per cui, come molti animalari, punta sulle parole d’impatto.

L’ultima frase è l’emblema alla stupidità: muore più gente di cancro che di scaloppine economiche, sempre con quell’eh che vuole essere aggressivo, povera piccola.

Lei sta semplicemente sostenendo che, siccome c’è gente che muore da una parte, e la ricerca la salva, e gente che NON muore di fame dall’altra, allora una sia meglio dell’altra. Ma sta facendo paragoni arbitrari del tutto insensati, lo scopo della ricerca è salvare vite, le scaloppine NON hanno quello scopo, che cazzo di confronto è? Allora io ti dico che siccome un medico salva le vite, e un operaio no, il medico sia meglio dell’operaio.

Lo scopo delle scaloppine è farti godere la vita con un piacere, magari un lusso, un taglio pregiato che ti fa felice. Questo lo spiegherò dopo. Le ho postato uno dei miei articoli sull’ottica riduzionista, secondo la quale, ragionando che tutto ciò che non è vitale può essere tolto, si arriverebbe alla logica conclusione che vivere coperti di frasche in una grotta mangiando radici sia la soluzione migliore, se si eccettua il suicidio.

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Anche qui enormi strawman e semplificazioni: non è affatto vero che fosse l’etica di tutti, che fosse accettato da tutti sempre e in qualunque momento, tantomeno dagli schiavi. Roma ebbe il suo famoso Spartaco, tanto per citarne uno. Era una convenzione molto solida, quello sì, ma da qui a dipingerla come accettata acriticamente da tutti ce ne passa. Lei ne parla come se ci fosse stato un unico periodo storico durante il quale, grazie ai soggettivisti, questa versione si sarebbe poi smorzata, dipingendo la cosa quasi con tinte romantiche, ed è una cosa che farebbe inorridire qualsiasi storico. Glielo perdono perché, come dice lei, ha un enoooooorme curriculum scientifico, ma frasi come questa sono imbarazzanti, tanto che gliela correggo. E qui cascherà l’asino perché permetterà a lei di svicolare in seguito, purtroppo.

Lei “rivendica” la legittimità delle azioni soggettive. E’ furba, sta usando frasi molto fuffose: cosa vorrebbe dire rivendicare la legittimità di queste azioni? Che sei come loro? Che gli animalisti sono come loro? O che gli altri sono schiavisti?

Non occorre chissà che intelligenza per capire che è il solito discorso che fanno gli animalisti, e glielo spiego pure, fallace: chi sfrutta gli animali dunque è schiavista o come loro, chi vuole la loro liberazione è come i soggettivisti, tanto buoni e cari come descrizione manichea vuole.

La sua ultima frase mi ha lasciato ben sperare, credevo si fosse arresa, avesse capito e mollato, e invece, vedremo dopo. Nella mia risposta ho tenuto conto di un contesto, quello americano, che lei già aveva citato con Obama, semplicemente perché è il caso più eclatante. I famosi nordisti abolizionisti contro i sudisti cattivi, coi loro campi di cotone, che non vogliono lasciare i negretti. Quanta retorica ci è stata costruita sopra, in ottica retroattiva? E’ un errore che capita sempre, le persone cercano di rinegoziare il passato in base a come conviene al presente, non bisogna mai fare l’errore, come fa lei, di credere che il mondo tutto fosse cattivo e che grazie a un manipolo di buoni il mondo tutto sia cambiato in meglio. Non è così, mai stato così, mai lo sarà.

Ora, lei non ha poi aggiunto un discorso, facendo notare che gli animali effettivamente siano “schiavitù” ma per esperienza ho giocato d’anticipo rispondendo preventivamente per non sentire la stessa cazzata già letta più volte, sempre alla stessa maniera. E questo mio anticipare le cose rovinerà la discussione, purtroppo, perché le darà modo di scappare.

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Qui, sentendosi punta veramente, e capendo di avere di fronte non uno qualsiasi, passerà all’offensiva senza ritegno in un modo che credeva furbo, probabilmente.

Insomma il suo era un paragone. Parla di schiavi e negrieri perché voleva SOLO ribadire quanto fosse importante la soggettività, fra mille esempi che avrebbe potuto usare senza coinvolgere gli schiavisti. E questo perché, suppongo, il bias è suo: premeditava già di passare al seguente discorso ma se lo è visto stoppare con malagrazia, così arriverà ad una arrampicata di specchi ridicola: non parlava dello schiavismo USA.

E di grazia, quali altri casi eclatanti sullo schiavismo vengono discussi, se non quello Americano, per la loro importanza? Come faccio notare io, poi, non sono esistiti solo abolizionisti ma anche luddisti, soggettivisti tanto quanto i primi. E lei, sempre arbitrariamente, sceglie quelli che hanno già vinto e sono già considerati i “buoni”, tutti gli altri esempi che la sbugiardano ce li dimentichiamo. Comodo, eh!

Poi, ennesima arrampicata di specchi, tenta il tutto per tutto con la parolina magica, il deus ex machina per eccellenza: No, hai torto, hai capito male, il tuo è un BBBBBBIAS.

Bias in questo senso nelle discussioni è usato come “fallacia logica”; un po’ come dei bambini gli interlocutori si accusano vicendevolmente di aver detto balle, ma non dicono “balle”, devono usare argomenti razionali per dire “balle”. E bias è uno di questi, qui usato completamente a caso considerato che LEI aveva citato Obama e che io per seguirla a ruota ho parlato del caso più eclatante USA. Ora magicamente salta fuori che gli USA non c’entrano più coi loro abolizionisti non così etici e soggettivisti. Nono, nonnossignore, fidatevi signori miei! Intendevo ALTRI abolizionisti.

Ridicola.

Non mi ha insultato ma io non mi riferivo a lei, chiaramente. Parlavo di quelli che lo hanno fatto con quegli stupidi argomenti che lei sta usando, e che indirettamente mi danno fastidio. Coda di paglia?

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Questa parte è meravigliosa. Comincia sproloquiando del Foie Gras. Cerca di giocare in casa usando un argomento marginale, su cui più o meno tutti sono concordi, come pellicce, cosmesi, stupratori e pedofili, ecc

L’esempio però è un’altra semplificazione e fallacia logica: usare un caso estremo per rappresentare la categoria al completo della produzione di carne. Ribadisce che sono tutti paletti personali, per fortuna, ma questi rientrano poi dalla finestra quando mi chiede “tu che ne pensi?” come se nella sua scelta la mia decisione fosse importante. Sono tue opinioni o no? Sono quelle che chiunque dovrebbe avere per essere “etico” o no? Sempre lì siamo coi discorsi dei veganimalati, con la differenza che lei è più furbetta e si nasconde meglio senza mai dare conferma. Al massimo ritratta, o dice che non hai capito tu, quando il discorso è chiarissimo.

Cerca di farmi capire che altrove (sulla sua pagina, l’ho capito, ho anche visto il post) si è attirata le ire di gente. E’ sicuramente meno codarda di quel che pensassi, lo apprezzo questo esporsi ma allo stesso modo non apprezzo le uscite arroganti e spesso arbitrarie che fa, spacciandole per qualcosa di vero e accettato da tutti. Anche se ora con me sta ritrattando molto.

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Qui c’è la mia risposta, poco da aggiungere, direi. Un po’ di vittimismo spicciolo che non fa mai male. Ma poi fatemi capire, anche se non intendeva lo schiavismo USA, in quale altra parte del mondo non vale ciò che ho scritto? Dopo, con il proseguire del discorso, aggiungo una fonte.

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Anche qui ho fatto un errore di comunicazione a cui lei poi si aggrapperà abilmente per scappare, dicendo “attribuisci valore zero”. In effetti non è vero, non è zero, è un valore inferiore, sempre arbitrario, in riferimento alla ricerca. Lo ha detto, l’ho capito, ma ho voluto scrivere velocemente. Concedetemelo, scrivere ogni volta “attribuisci valore arbitrario superiore alla ricerca rispetto all’allevamento” è più lungo e noioso di “Attribuisci valore zero alla scaloppina”. Il senso era chiaro a entrambi ma capisco che poi uno debba appigliarsi a qualcosa pur di non perderci la faccia.

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Qui, capendo che non se ne tira fuori facilmente, comincia a cercare escamotage per scappare dalla discussione. Infatti come sempre capita comincia a rispondere a pizzichi e mozzichi, solo alle frasi che le convengono, o sulle mie “facilonerie” comunicative. Tutto ciò che ho detto viene rigettato in toto (ma lo capisco, eh) con un pretesto, si permette di annullare tutto il discorso sacrosanto che le ho fatto prima su storia, etica, rapporto uomo-animale con quest’ennesimo strawman. Ci mancava solo un “ah-ah non sai leggere, quindi non vale!”

Anche questo suo essere così aggressiva, “ti spiccia casa”, wow, abbiamo quasi sicuramente una lettrice di Zerocalcare, eh? Ou nou, aspettate, il mio è un azzardo! Magari è veramente romanesco e lei di Roma! Chiaramente tutto ciò che ho sempre studiato, letto e discusso ora è una balla a causa della mia semplificazione, noooooo

Ma andate a cagare, va.

“CVD” completamente a cazzo di cane, tanto per dimostrare il nulla. Cioè non ha detto niente oltre a ripetere come un mantra la parola “bias”, è tutta lì la sua difesa. A sto punto dovevo dirlo io il cvd.

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La nostra amica comincia a involtolarsi nel suo stesso discorso. Prima dire “valore zero” equivaleva a non aver capito niente del suo discorso, dire che equiparava uomini e animali parlando di schiavitù era “metterle parole in bocca”, però a lei è concesso. Lei può tranquillamente permettersi di mettermi in bocca cose che non ho mai detto. Infatti parlavo della mia esperienza in discussioni al 100% identiche a questa. Ora, non è che siccome sei una persona con un ego ipertrofico, gestisci una paginetta del cazzo con 5000 utenti e ti reputi una persona seria, o diversa, a te spetti un qualche trattamento speciale. Non si dà a nessuno. Anzi, ti si riserva il trattamento che meriti a seconda di come hai condotto la discussione e, ma questo non possono saperlo, quello che io già so di te. Ergo tutte le puttanate trovate in pagina come la grindadrap eccetera. Questa discussione è conforme a tutte quelle che ho avuto con gli invasati con un filo di retorica in più, un livello sopra logica onnivora ma sempre con facilonerie e argomenti banali e banalizzanti, niente di nuovo e niente di diverso. Cioè questa dice di mangiare carne, di non doversi giustificare, poi ti attacca il pippotto sulle scaloppine che devastano l’ambiente. Ma si può? Rido. Poi sono gli altri a non capire le cose belle e giuste che voleva dire. Ceeeerto.

Comunque io cerco di essere propositivo, sia all’inizio che alla fine. Le ho dato per buono quel che intendeva e le ho chiesto di spiegarsi. Lo avrà fatto? Scopriamolo, amisci.

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Da questo punto, purtroppo, a causa di un Matteo non richiesto, la discussione si allontanerà dal fulcro permettendo a lei di tergiversare anziché rispondere e a lui di mischiare le carte in tavola. Infatti la sua obiezione per me non ha alcun significato, e anzi contiene errori gravissimi: “sei tu che non dovresti interpretare in base alle tue esperienze”

Ah no? E sulla base di cosa? Dovrei interpretare secondo grazia divina? Secondo il verbo di Dio? Matteo, che da ora in poi chiamerò anche “Il Chierichetto”, si esprime, o meglio cerca, di parlare come un libro stampato riuscendo solo a dimostrarsi uno stereotipo vivente di frasi fatte belle, bellissime, ma in ultima analisi ridondanti o superflue.

“Poi non entro nel merito della discussione”

E’ furbetto, Matteo, voler far notare un errore (presunto tale) all’interlocutore, cercando così di spostare l’attenzione dal discorso principale e di annullare quanto precedentemente scritto, e cavarsela con “non entro nel merito”. Eh no, o la discussione la leggi tutta e intervieni o stai zitto. Cosa fai, chiami in causa una parola tra mille? Un discorso fra cento? E poi non entri nel merito, cioè parli senza cogliere il contesto? Intellettualmente disonesto.

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Le arrampicate di specchi di Matteo continuano e mi fanno sentire in pena per lui. Capito? Esistevano anche altri schiavismi. Oh, vi giuro, mai nessuno li cita, mi cita casi esemplari o discorsi inerenti, mai nessuno dà una lettura diversa da quella animalista alla cosa, e qui di fronte a me ho l’unica persona, fra milioni di utenti, migliaia di animalisti, centinaia di pagine, che NON si comporta così e ha qualcosa di diverso da dire. Con lo schiavismo inglese e quello francese! Ahahahahah

Tornando seri, si vede subito che anche il suo è uno strawman, cerca a tutti i costi, come nel gioco del “ce l’hai”, di affibbiarmi un bias, perché così salverebbe in corner l’amichetta, che di bias non ne aveva, nonnnonono. Allora se io ho un bias ha sempre avuto ragione lei, capito?

Andiamo a vedere un po’ cosa scrive una buona fonte in merito (ve la metto in calce):

L’Inghilterra, che probabilmente era stata la principale nazione schiavista del mondo, si era così trasformata nella principale nazione emancipatrice grazie a un profondo cambiamento collettivo delle coscienze[1]. L’abolizionismo francese, infatti, fu più debole e incerto di quello inglese

Ok, va bene, il risveglio delle coscienze ce lo siamo puppato. Poi però sembra che quello francese non fosse così “etico” come voleva farci intendere, quindi non stava parlando di quello francese.

L’uomo ‘illuminato’, tuttavia, non era esattamente un abolizionista. Era sì un critico del sistema schiavistico, ma ondeggiava fra la volontà di riformarlo per accrescerne l’efficienza, la compassione che poteva nutrire per la figura dello schiavo, la speranza che questi potesse migliorare la propria condizione e l’auspicio che, progressivamente, la schiavitù potesse essere abbandonata. Si era ancora all’interno di un modo di pensare nel quale convivevano la tolleranza del sistema e l’idea di una sua riforma: “il progetto grandioso e radicalmente nuovo chiamato ‘abolizionismo’ non esisteva affatto prima del 1770-1780

Ops. Questo dà ragione a me. Non esiste, in quella forma romanzata che ci proponeva Anna Giulia, un gruppo di buonissimi che fa cambiare idea al mondo. Ma vediamo ancora:

L’abolizionismo fu una tappa fondamentale nella progressiva affermazione dei diritti universali dell’uomo. L’obbiettivo fu raggiunto grazie alla pressione di movimenti a forte componente morale e idealista che si trovarono ad agire in una situazione di evoluzione dei costumi e di cambiamenti economici e sociali. Per abolire il traffico degli schiavi, residuo di un ancien regime agonizzante ma duro a morire, furono anche necessari, come si è visto, il pragmatismo, le pressioni politiche e l’impiego della forza militare.

La componente etica di alcune frange di credenti fu essenziale, sicuramente, ma come spiegato qui la componente del pragmatismo, di cui parlavo, le pressioni politiche e la guerra furono necessari e molto probabilmente decisivi. Cioè? Cioè ho ragione io. Di qualunque schiavismo si parli, non cambia la sostanza dei fatti e bisogna essere scorretti o ignoranti per non capire cosa dico.

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Matteo non è onesto con me ma soprattutto con se stesso. E’ intervenuto non a caso per difendere l’amichetta, non per “spiegare cosa fosse un bias”, altrimenti non avrebbe insistito. Anche lui poi usa strumenti fallaci per argomentare parlando proprio di leghisti, come a dire che io sono quello che dà dei leghisti a tutti i veneti. Povero piccolo, voleva solo spiegare il discorso lui. Per poi alzare le mani e ribadire che lui è pro sa e tutto, ma già lo sapevo. Anche se non ricordo particolari interventi brillanti da parte sua quando seguivo varie discussioni. Sta di fatto che non è sicuramente una cima della comunicazione, esistono le tendenze, esistono le masse critiche di persone che fanno cose, non possiamo pragmaticamente fare finta di niente ogni volta che si inizia un discorso. Animalisti violenti? Quali? Insulti e auguri di morte per aver mangiato carne? Mai visti, e se c’ero dormivo, non puoi generalizzare. Capito il paraculo?

Quello che si mette in mezzo per fare la battutona da sympa della cumpa è ciò che temevo: gente che si mette in mezzo a casaccio per buttarla in caciara, purtroppo. Non che la situazione fosse salvabile, del resto.

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Matteo almeno ammette sia una tendenza (oh, mi aspettavo accuse di generalizzazione, strano!) ma dice che su questa non posso costruire risposte preimpostate. Come se io avessi risposto come un bot, no? Come se per lui avessi cominciato apertamente così fino a proseguire con questa risposta preimpostata. Nel frattempo, l’altra simpaticona tergiversa postando memetti da bimbaminchia quale è. Perché rispondere è per le persone serie, per bene, e lei ride godendosi i commenti. Guai però a farle notare che è poco carino, eh? Malpensanti affetti da bias!

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Matteo capisce che la strada comunicativa non è quella più sensata con uno che studia comunicazione. Ci riprovo con esempi sparati totalmente a cazzo, senza capire una mazza del discorso globale, perché spendersi a leggerlo era un bias. Difendere l’amichetta a spada tratta invece no. Ma quel che vorrei chiarire, oltre a far notare come ormai la discussione ci abbia purtroppo portato lontano, è che la sua obiezione è sciocca. Non è il nome a fare la persona ma come si comporta, nel caso specifico come dialoga. Io ovviamente ho altre conoscenze sulla persona, so che dice balle e ne dice spesso tra propaganda e strambe posizioni personali. Tuttavia anche tenendo solamente conto di questa discussione si può vedere che è stata arbitraria, aggressiva, non ha inizialmente usato il “secondo me”, è capziosa nel presentare dati e situazioni. In sostanza, non sta grande amica, probabilmente, o almeno io un’amica così la rimuoverei subito dai contatti.

Questa persona NON mi ha dimostrato niente di diverso dagli altri con cui ho discusso, niente di nuovo e neanche mi ha dimostrato di saper dibattere in maniera onesta. Vien da chiedersi: perché dovrei concederle il beneficio del dubbio, o peggio, la ragione, quando palesemente non ce l’ha? Lo sa solo Matteo.

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Purtroppo come spesso capita si degenera in caciara. E questo mi spiace, veramente. Non saprò mai cosa intendesse, tra le mille cazzate sparate completamente a caso e un’accusa (dieci accuse) di bias.

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Non ho capito qui l’uso del caps lock, se era per farmi il verso per la mia battuta prima o se voleva solo sottolineare la cosa. In ogni caso è una frase del cazzo, un po’ come dire “io non uccido mai nessuno”, “io non uso farmaci e non li userò mai” e così via.

Semplicemente, è improponibile ripartire da zero ogni volta che si sta discutendo. Uno formula domande e affermazioni ANCHE sulla base delle conoscenze pregresse sulla materia e sull’interlocutore. Ormai si sta parlando del nulla, purtroppo.

 

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La bambina continua a pestare i piedini, a far vedere che lei c’è, ma semplicemente si è arresa. Non perché non avesse argomentazioni valide o altro, eh? Macché. Colpa degli altri, come al solito. Furfanti, che non capiscono le cose stupende che voleva calarci dall’alto!

Per il resto, ogni volta che Matteo scrive, posso dirvi che ho questa faccia:

 

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E perché non facciamo tutti la pace? Eh? eh? Perché esiste la guerra? Basta non combattersi, giusto?

Facepalm decuplo. Non ho parole. Non so neanche più se sia serio o se semplicemente il suo bias non gli permetta di vedere che le minchiate che l’amica scrive sono le stesse che sentiamo dagli animalati ogni giorno.

 

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Non so di che abominii parlino gli altri due ma so che sproloquieranno ancora facendo finta di niente e facendo finta che non sia successo nulla, purtroppo con i vari animalati questa situazione l’ho vista migliaia di volte. Non accettano critiche, non accettano confronti, non concedono nulla. Hanno ragione loro e se non cedi chiamano gli amichetti a raccolta per affrontarti in branco e prenderti per sfinimento, o per fallacie ad nauseam, potendo poi ballare impettiti sulla scacchiera cagata.

Sullo sfondo, un chierichetto ci parla del bene che è in ognuno di noi e bla bla. Gente slegata e avulsa dalla realtà. Che poi intendiamoci, anche la pagina in questione di animalisti banna, vorrei vedere Matteo a fare catechismo e a dire che non si banna nessuno, neanche chi insulta, sbeffeggia, caga sulla scacchiera e non ti ascolta.

No Matteo, non funziona così, mi piange il cuore a dover rovinare un sì animo gentile.

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Oh buon dio, cosa mi tocca leggere, mi sanguinano gli occhi. Quante cazzate. Lui sminuisce i discorsi fatti dall’amichetta perché la conosce, magari sa dove voleva andare a parare, peccato non conosca me, non sappia cosa intendessi IO. Questo non ce lo mettiamo tra i discorsi? No, interveniamo solo da una parte, in maniera faziosa, redarguendo solo l’altra e continuando a dire che erano solo opinioni.

Anche chi augura la morte a chi mangia carne ha solo una “opinione”. Anche Vassallo, quando auspica la morte alla madre qualora questa dovesse far uso di medicinali, ha un’opinione. Si tratta di capire quali sono accettabili e quali no. Quali cancerogene per la società e quali no. “Mi sembra”, eh sì, costruiamo critiche e castelli per aria sui mi sembra, dai. Va bene uguale cosa sembra a Matteo che si è intromesso a caso. La spiegazione, la sua amica, l’ha ricercata così tanto che al primo pretesto se l’è svignata zitta zitta, cercando almeno di salvare la faccia ormai irrimediabilmente compromessa.

E sul rispettare tutte le idee stendo un velo pietoso perché semplicemente, non è vero. Sembra una di quelle frasi del Papa quando dice che tutti dobbiamo amarci, dobbiamo comprenderci. Cioè, belle sulla carta, eh, ma inapplicabili in qualsiasi contesto reale. Tant’è che non ha incluso Lio che citavo, forse perché non lo conosce o perché è furbo e non si vuole compromettere, sa bene che gente che ne fa una crociata non cambierà MAI idea. Io ho anche chiesto di avere delle prove: sto famoso discorso sugli schiavisti non americani, sti famosi animalisti che parlano nei loro caffè di argomenti alti e massimi sistemi, di capire come mai questa preferisse sbeffeggiare anziché dialogare o capire cosa intendessi IO. Infatti l’ultima mia risposta era l’unica possibile, scusate. Mi sembrava di parlare seriamente con invasati mormoni.

Quel che mi preme ancora dire, e che Matteo non ha capito o non ha voluto capire, è che non è vero che tutti meritano rispetto. Le persone di base lo hanno, poi questo si modifica sulla base delle azioni, o nel discorso delle parole.

>Una persona che mi uccide un familiare NON ha il mio rispetto<

>Una persona che insulta mia madre o non le permette di curarsi NON ha il mio rispetto<

>Una persona che fa cherry picking, lo fa ogni giorno, fa disinformazione, causa a sua volta delle vittime emotive, economiche, sociali, che non possono essere messe sotto al tappeto come se niente fosse<

In sostanza, il rispetto va guadagnato e in questa discussione non ne ho visto dall’inizio alla fine, NON pretendetelo perché chiaramente non funziona così il mondo, e siete voi a doverlo capire, non gli altri.

 

Concludendo, ho avuto proprio ciò che mi aspettavo, niente di diverso in sostanza. Questi famigerati animalisti seri sono totalmente identici agli altri, solo un po’ più furbi. Abbiamo smesso di discutere con loro di S.A. per metterci a discutere di catechismo, rispetto e altre sciocchezze quando sono i primi a non darlo e a fare disinformazione.

 

 

Alcune fonti:

Sullo schiavismo: http://www.storiain.net/storia/inghilterra-1807-labolizione-della-tratta-degli-schiavi/

Il dibattito: https://www.facebook.com/espansionetv/videos/10155435227101188/?hc_ref=ARSmNr9WeraXdzQXIciHhhZvOboX4pfJOPhIJi0z2EEiCN0drLjWqsCZ1bi4hx_RyeU

Sulla grindadrap e le varie balle della pagina: “Le Iene, tra creduloni ed analfabetismo funzionale”, dal blog: Grindadrap sostenibile.

Alcune info sull’allevamento: Italia unita x la scienza, blog, “L’impatto ambientale di agricoltura e allevamento secondo la scienza”, che dipinge una realtà molto diversa dalla propaganda animalista

Sullo spreco di acqua dei bovini, i valori spesso fuori scala citati e altri articoli consiglio:

https://umanoproprioumano.wordpress.com/2018/03/20/vegetariani-ambiente-risorse-ovvero-tanti-assunti-e-poche-prove-atto-i-bovini-e-acqua/

 

 

 

Final Fantasy X / X-2 Remastered (2 di 2)

E veniamo infine al capitolo X-2 del corposo pacchetto. Può sembrare che io sia stato un pelo eccessivo nel valutare la parte finale di FFX ma posso assicurarvi che se lì ero critico qui arriverò a essere acido. Come ho già scritto più volte mi piace fare il bastian contrario, trovare l’oro laddove per gli altri c’è solo merda e di conseguenza già mi immagino -prima di cominciarlo- a trovare rari e profondi significati nascosti che nessuno ha mai colto.

Eh no. Stavolta i commenti del pubblico generalista che si possono leggere nei vari forum hanno proprio ragione, sia quando si parla di bieca operazione commerciale che di pessimo gameplay che di pessima trama e personaggi. Non sto parlando accecato dal furore del fanboy, credetemi. Sto usando tutto il raziocinio di cui dispongo per cercare elementi salvabili ma faccio veramente fatica. Anche se provo a fingermi un nerd-otaku-weaboo che adora le action figure delle tipine scostumate degli anime, e gioca con le barbie e magari fa sesso col proprio cuscino…faccio anche lì fatica a trovare più di 1-2 motivi scarsi per apprezzarlo.

Date queste generose premesse, cominciamo. Da quel che ho letto da alcune interviste, il motivo iniziale per questa produzione era innanzitutto dare un lieto fine ad una storia d’amore che non aveva pienamente soddisfatto i fan, e secondariamente sfruttare il successo che derivò da quel X fortuito capitolo. Infatti fu l’unico all’epoca ad avere un seguito diretto.

Già qui abbiamo un problema. Non tutte le storie necessitano per forza di un lieto fine, lo vogliamo capire? Anzi, trovo che le tragedie, le morti di personaggi importanti, i conflitti ci facciano maturare più di quanto non facciano le vittorie, l’amore, il sole e il cuore. Siamo circondati da opere di un buonismo unico che ovattano la realtà e ci fanno credere che bastino i buoni sentimenti per risolvere qualsiasi problema, non so voi ma io ne sono saturato quanto un Agente Smith quando parla con Morpheus. Nel mio articolo “Le strategie dei seguiti“, che ci sarà abbastanza utile ora, parlavo di alcuni elementi che vengono usati ricorrentemente per allungare un brodo: potenziamento di dinamiche, analisi dei personaggi, nuovi parenti e familiari, prequel e sequel, e così via. Quale strategia può aver adottato FFX-2?

In realtà nessuna di queste, la trama principale è tanto semplice quanto banale: Tidus non c’è più e lo rivogliamo. Così c’è uno che gli somiglia: è lui o non è lui? Cerrrrrto che è lui (chiedo scusa per la pessima citazione, vado a nascondermi)

E a suo modo poteva essere una storia tutto sommato buona. Yuna, ormai “trasformata” e resa meno acerba, viaggia per il mondo per trovare indizi su una persona che non c’è più. Quanto poteva essere metafisico se sviluppato bene? Il problema è che l’elemento della scoperta di Spira è di fatto spoilerato, sappiamo già com’è questo mondo e da chi è popolato, non c’è nulla che ci invogli a riscoprirlo di nuovo. Hanno dunque tirato fuori una simil bozza di trama che poteva anche funzionare e che si accorda con gli eventi passati: ci sono i Neoyevoniti, gli Automisti, La Lega della Gioventù e tutti e 3 hanno idee diverse. Carino, simile ai concetti precedentemente visti ma…oltre quello? Niente! Neoyevon fa praticamente le stesse cose di prima; gli Automisti sono…Albhed. E basta. La Lega è fatta da facinorosi squadristi capitanati da uno storpio. Graficamente carino ma il suo apporto alla storia è nullo. Ci dovrebbe essere una sorta di sottotrama che lega i 3 leader dei gruppi ma è così vacua, così indefinita e blanda da sembrare solo increspatura sull’acqua. C’è poi un boss finale che è Sin 2.0 ma che viene solo accennato per tutto il gioco, non lo vediamo se non alla fine, con la differenza che Sin impariamo a conoscerlo e a temerlo, sappiamo di cos’è capace, Vegnagun no. Che poi che nome dimmerda, dai.

La storia è divisa in 5 capitoli e in ognuno di questi è possibile selezionare le varie località di Spira per affrontare delle missioni. O meglio, ci sono delle missioni principali e il restante 99% sono minigiochini di merda ancora più inutili e frustranti di quelli che già odiavo del X.

Chiariamoci: i vari FF sono infarciti di giochini di merda, dal saltacorda al tetramaster al triple triad alle corse coi chocobo. Ma finché sono opzionali ok. Finché non servono a niente è un conto. Quando crei un gioco SOLO a partire da quelli, con una trama che in realtà è solo uno sfondo pretestuoso, stai sostanzialmente dicendo che preferisci concentrarti su eventi secondari. Ma ancora posso capirlo! Vuoi narrare una storia fatta di dettagli, minuzie, approfondimenti psicologici? BE-NIS-SI-MO.

E invece no! Non ci sono chissà che rivelazioni perché i personaggi originari sono stati tutti dismessi: Wakka è bloccato su un’isola di merda e sta per diventare padre, Lulu idem. Auron e Tidus sono al creatore. Kimahri fa…Kimahri. Cioè è utile quanto prima. Rikku è il 30% meno vestita e il 54% più zoccoletta di prima, dovrebbe anche qui servire per allietare una tensione che non c’è, quindi è ancora più inutile come personaggio. Le uniche “rivelazioni” serie saranno quelle su Dona che ama Barthello o su Maechen che in realtà è un trapassato. Cazzzzzzzo che suspance, signori. E’ un po’ come guardare Uomini e Donne e scoprire che al tizio scemo di turno piace la bionda anziché la mora. E tu sei lì, che giochi magari da 30 ore in attesa di un sussulto spasmodico, e loro ti fanno vedere Dona che dorme attraverso una trasmisfera (c’è molto voyeurismo in questo episodio).

I minigiochi come dicevo sono tanti, troppi. Sono loro il vero gioco. Nella piana della Bonaccia ce ne sono 5 diversi, mi pare, che non ho mai neanche fatto per pudore e senso di amor proprio. Su Besaid c’è un’inutile gara di tiro da fare per due volte. I Kyaktus sono ANCORA da trovare e catturare. Le torri parafulmini le devi ricollocare con dei giochini a tempo che fanno solo innervosire oltre ogni misura. Lo sferocentro…signori non fatemi bestemmiare perché non è carino. Per me la matematica NON è un gioco, anche quando cerchi di intortarmi e di farmela piacere con le monetine. E’ una cosa che può funzionare se a quei numeri associ dei personaggi, delle carte collezionabili, ma se mi dai delle monete è solo pura matematica e niente più, è qualcosa di freddo, spoglio, fatto male.

Il Blitzball? Bah, l’ombra di se stesso. La sottomissione del Detective Rin? Qualcuno le trovi un senso. Non è né divertente né bella da vedere, è solo una sequela di script che attivi solo se hai visto determinate scene in sequenza. O la rifai mille volte studiandoti le combinazioni o la fai con una guida. Dove sia il divertimento non l’ho ancora capito.

Insomma, sono solo all’inizio e ho già trovato più problemi che capelli in testa a Rikku. Un altro problema è Paine, un lesbicone (dai, si scherza) che dovrebbe essere la “sostituta” di Auron. Se Rikku è l’istanza gioiosa e bambinesca, Paine dovrebbe essere quella adulta e matura. E Yuna quella intermedia. Il problema è che la squadra ha un pessimo bilanciamento che si basa solo su questi 3 elementi di sesso femminile (e io da maschio, mi spiace, mi sento escluso) alla Charlie’s Angels e che quindi non offre gli spaccati ideologici che avevamo prima con 7 personaggi. Non mi dà fastidio che Yuna si sia inzoccolettata un po’, lo capisco anzi. E’ un mondo che ha detto basta agli eccessi di un clero corrotto, ci sta che vogliano giochi, svaghi e scopate a cielo aperto (ma queste forse me le sono solo immaginate). Il problema non è Yuna ma il gruppo intero. Poi l’inserimento di Paine in questo gruppo, se l’hanno spiegato, me lo sono perso. E’ una sorta di personaggio-collegamento che serve a unire due fili di due trame sfilacciate differenti che altrimenti non si toccherebbero mai.

E se gli ambienti sono gli stessi, se la trama è quella che è e le cose da fare (belle) poche e poco interessanti, che altro c’è? Il combattimento. Qui spendo mezza parola di sostegno perché ho apprezzato l’essere tornati ai livelli classici senza lo sbattone dello sviluppo sferografico. Ho anche apprezzato lo sviluppo tramite AP come in alcuni vecchi FF. Le classi, poi, donano quella varietà che non avevamo nel X e che un gruppo di 3 persone non può darti da sola. Ci sono tanti vestitini da provare, mi sento come una ragazzina che ha appena ricevuto la casa di Barbie! No scherzi a parte, questa cosa l’ho vissuta con riluttanza. Fin da FF3 io ODIO il sistema coi vari JOBS ( e ODIO usare la parola Job per farmi capire) perché mi capitava di allenare quello che mi piaceva ma che era quello più inutile contro il boss successivo. Così dovevo spendere ore e ore a trovare quello giusto e allenare quello. Qui per fortuna la cosa è stata limata, non è così essenziale avere la classe giusta anche se di sicuro aiuta un sacco. Ma se hai maga nera + maga bianca hai già il 90% di quello che ti serve. Inoltre, una volta che hai addestrato tutte le abilità se continui a tenere quel vestito butti via AP, quindi sei “costretto” a usare altri vestiti se vuoi rimanere performante. E diciamo che togliermi il Cavaliere Nero per mettermi la soubrette (che, per quanto carina, mi irrita in battaglia) non è una bella cosa. E gli strumenti a parte quello che scaccia i mostri sono tutti abbastanza superflui. Non ho poi apprezzato lo stile più action perché è un casino a schermo, a volte mi capita di rubare qualcosa ai mostri ma siccome sto selezionando l’attacco successivo Rikku agisce mentre non guardo, così non so mai se al boss ho rubato l’oggetto o meno. E mo? Rifaccio? Muoio? Vado avanti? Infatti mi sono perso un oggetto così facendo. La cosa delle collezioni è una cagata immane, ti costringe a cambiarti spesso per “potenziarti” ma è una cosa così inutile che non ha mai inciso nei miei scontri. Certo, sono sicuro che servirà nei boss segreti ma per il 99% del gioco è una cancrata. C’è anche la modalità per saltare la scenetta (che dura un sacco, madonna! Come Sailor Moon, uguale) ma la prima vestizione te la devi puppare comunque e zitto. E per avere le trasformazioni finali devi sorbirti ore e ore di trasformazioni che, per quanto belle, son sempre le stesse. Un fottuto sailor moon dove i nemici prima di attaccare aspettano il tuo comodo cambio d’abito. No ma fate pure, eh?

A parte poi quelle 4-5 classi guerriere che mi sono piaciute, le altre le ho trovate graficamente poco ispirate. La mascotte? Dai, fate sul serio? La domatrice? La soubrette? E meno male che ho sempre preso per il culo i bardi, qua ce n’è a iosa pure peggio. Insomma si è capito che a me delle bamboline, per quanto abbiano cercato di sessualizzarle, non me ne frega niente quando gioco? Quando spengo la console può anche starci qualche Yuna o Rikku vestita da soubrette, quando gioco NO. Quando gioco voglio serietà e impegno, e qui non ne ho visti. Il tenore è sempre quello di gente spensierata, musichette allegre e talvolta rockettare o pop. Il clima generale mi ha fatto immedesimare in una storiella banale dalla portata ridicola priva di temi importanti e in tutta onestà inutile. Non c’è niente che venga narrato in questo episodio della saga che mi faccia dire “sì, è valsa la pena giocarlo”.

Poteva essere una buona idea ramificare la storia e suddividere le scelte e i finali in base ad esse ma è stata una cosa poco sviluppata, o che alla fine non diversificava troppo le une dalle altre, un po’ come in Life is Strange, ed è un peccato.

Dovessi catalogarlo, darei come voto un “Kimahri” a questo gioco: cerca di fare tante cose, non ne fa bene una sola. Ho reso l’idea?

Parlando dei boss cosa possiamo dire? Ammetto che qualcuno mi è piaciuto. In un mare di mediocrità, l’andamento opzionale con tanto di percentuale che ti mostra i progressi l’ho apprezzato. Vedere il 100% fa sempre eiaculare un giocatore compulsivo dalla smania collezionistica. Sono arrivato al 5o capitolo che mi rimanevano il fondo di Bevelle (non avevo più voglia dopo un po’), Angra Mainyu ed Experimento. Concatenare le cose mi è piaciuto, sono stato costretto prima a trovare degli oggetti utili a Bevelle, poi a battere Angra (e che battaglia epica che è stata signori, il vero boss finale di questo gioco), e infine a scavare nel deserto liberato per avere i pezzi per completare Experimento. Ammetto che mi ha esaltato finire le quest più importanti una dopo l’altra.

Poi si arriva al dungeon finale ed è…così insipido, così vacuo. Mi ha ricordato vagamente Tera di FF9 con quei colori azzurrini e quel tema così “macchinoso” ma l’enigma con le note musicali è proprio brutto, mal fatto, orribile da giocare e da guardare. Il Boss finale, Vegnagun, ricalca Sin e altri mostri da fare a pezzi cui FF ci ha abituato, solo che è totalmente privo di personalità. Sin aveva un non so che di bestiale, e aveva una personalità recondita che apprezzava l’inno, poi sfruttato per combatterlo. Vegnagun vorrebbe unire la bellezza di un pianoforte attraverso cui lo si comanda con la bruttezza di un’arma. Così vediamo il pilota-suonatore in questo duplice ruolo. Solo che è così poco approfondito e caratterizzato, anche figurativamente, che non fa breccia. Lo vediamo così poco su schermo che non fa alcuna differenza. Spaccare Vegnagun poi (ma per fortuna) l’ho trovato fattibilissimo in confronto ad Angra, due colpi e andava giù. Anche il boss finale, senza impegno e senza mascotte, l’ho sconfitto la prima volta. E ammetto che mi è piaciuto un sacco vedere le mosse turbo di Tidus, è stato come combattere contro di lui. Poi, quelle 3 linee scarse di dialogo di Auron? Il senso? Mah. Così ininfluenti, anche quelle, neanche una apparizione, zero.

La stessa Lenne poi è insipida, una mary sue che fa e dice poco, è solo bella, e basta. Ma anziché tirare fuori sti tizi, con Shuyin che sembra Tidus senza neanche provare a svelare sto mistero, perché non fare una storia col VERO Tidus, magari malvagio? Provare a imbastire una trama sulle looksfere che donano i ricordi dei vecchi possessori? Inventarsi qualcosa sul fatto che Shuyin è il personaggio reale della Zanarkand di 1000 anni fa e Tidus solo un falso? No, hanno optato per la strada lunga con dei tizi per i quali non empatizziamo. Tizi come noi, ma che non sono veramente noi, e con delle motivazioni abbastanza stereotipate se le confrontiamo con Yu Yevon che è quel tipo di nemico che apprezzo, che ha una filosofia dalla sua parte per quanto inaccettabile da alcuni, come Pain.

Il finale poi è…meh. Tarallucci e vino. Abbiamo tanto combattuto e ora pace fatta, bacini e bacetti. Ma per il 70% del gioco i tre tizi bellocci non erano comandati da altri, perché lottavano tra di loro?! Alla fine Yuna trova Tidus se sei stato abbastanza attento da fischiare in alcune scene (dai, può starci come scelta di game design). Peccato che io abbia seguito la guida per ottenere il 100% alla prima run, così da non farne altre e cosa mi dice alla fine?

Percentuale di completamento: 98%.

f8sbiu

Ora dovrò rifarmela nel nuovo gioco+ e so già che me la farò con incontri zero sempre attivo, facendo solo le missioni principali. Da una parte il nuovo gioco+ è qualcosa di stupendo, e tutti i FF per me dovrebbero averlo: ti permette di goderti di nuovo la storia ma con lo stesso livello, abilità e oggetti che avevi alla fine. Il problema è che per i completisti come me, se poi c’è da rifare tutto, come le cose secondarie che ti portano via tempo, è solo una immane perdita di tempo. Avrò sempre la sensazione di aver lasciato il gioco a metà anche se c’è scritto 100%, ed è una cosa che mi dà immensamente fastidio.

In sostanza, il gioco aveva tante potenzialità. Poteva spingerci a riscoprire Spira sotto qualche nuova luce e invece sfrutta cose già viste, di poco variate, mini giochi all’ennesima potenza e banalità sconcertanti. Non è più un piacere neanche interagire coi comprimari o dipanare la trama, che era il punto di forza del X, qui al massimo si salva qualche combattimento e la struttura da GDR con le classi, basta. Non trovo altro da salvare. Si poteva fare di più, e meglio.