Ho degli enormi problemi col termine “canonico”. Parliamo di Epistemologia Narrativa

Questo articolo nasce dall’esigenza di chiarire a me stesso uno dei concetti che ultimamente vedo più spesso, quello di canonico. Avevo già in mente di scrivere qualcosa ma non ne ho mai avuto il tempo. Si avvicendano poi nel giro di pochi giorni due notizie abbastanza simili che mi spingono a riflettere ulteriormente: Sapkowski, autore della saga dello Strigo che chiede altri soldi a CD Projekt Red, e Toriyama che riscrive una parte della sua storia con il nuovo trailer del film su Broly.

Proviamo a partire da questi due esempi per discutere un po’ di cosa sia questo “canonico” di cui si sente tanto parlare e svisceriamolo nei dettagli.

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La prima notizia, quella di Sapkowski che chiede il risarcimento, penso che venga riassunta abbastanza bene da questo articolo. E’ bene fare un passo indietro: Sapkowski è l’autore di una storia che tra l’altro tratterò meglio fra qualche mese, quella dello Strigo o Witcher Geralt. Quando la software house chiese i diritti per poter pubblicare il primo videogame basato su questa saga propose due opzioni: un pagamento sostanzioso ma unico per lo sfruttamento dei diritti oppure un pagamento in percentuale da definire a seconda dell’andamento delle vendite del gioco, costante nel tempo. Sapkowski è uno scrittore forse non più al passo coi tempi e dai suoi scritti emerge quanto sia pragmatico e poco idealista. Forse non era del tutto convinto dell’affidabilità del team di sviluppo o del medium videoludico per cui scelse il pagamento sostanzioso subito, rinunciando ad altre percentuali sui giochi futuri. Il caso volle che il gioco ebbe una fortuna immensa lanciando altri due capitoli, tra cui un blasonatissimo e amatissimo The Witcher 3, uno dei pochi casi in cui i DLC riescono a rivaleggiare per qualità di contenuti col celeberrimo Shivering Isles di Bethesda. Di suo, CD Projekt Red ha saputo portare avanti lo spirito dei romanzi e sviluppare trame decisamente buone per la media dei dark-fantasy e questo non è piaciuto troppo all’autore che ha cominciato a dire che il successo deriverebbe dai suoi romanzi e non, viceversa, che i giochi possano aver dato lustro ai libri. Un fatto ancora da accertare su cui è piuttosto difficile ottenere dati attendibili. Infine, la sua frase più famosa sulla saga videoludica (la trovate qui):

«The Witcher è un videogioco ben fatto, il suo successo è largamente meritato e i suoi creatori meritano tutto il fasto e gli onori del caso. Ma non potrà mai essere considerato una ‘versione alternativa’ né un ‘sequel’ delle storie dello strigo Geralt. Questo perché solo il creatore di Geralt può deciderlo. Un certo Andrzej Sapkowski.»

“The game – with all due respect to it, but let’s finally say it openly – is not an ‘alternative version’, nor a sequel. The game is a free adaptation containing elements of my work; an adaptation created by different authors,” he noted.
“Adaptations – although they can in a way relate to the story told in the books – can never aspire to the role of a follow-up. They can never add prologues nor prequels, let alone epilogues and sequels.

Va aggiunto, poi, che all’epoca (non so ora) Sapkowski parlava senza aver mai giocato i giochi in questione. Aveva solo guardato gli artbook. Continua parlando dei danni che alcuni libri, usando le immagini dei videogame come copertina, gli avrebbero in qualche modo causato. Secondo Sapkowski la storia vera è contenuta solo nei suoi libri. Insomma il quadro è quello di una persona non ferrata al 100% della materia di cui parla, che tratta ancora il medium videoludico come se fosse un bastone per l’appoggio dell’anziana ma riverita Letteratura, una dama che secondo lui avrebbe sempre il primato sulla storia.

L’articolo linkato di Everyeye spiega che l’autore si è improvvisamente ricordato che della Saga sono usciti altri due capitoli, molto apprezzati da critica e pubblico, e guarda caso Sapkowski si è accorto che non gli avevano pagato i diritti se non per il primo capitolo. Secondo CDPR invece i debiti sono stati saldati per lo sfruttamento di quei contenuti per ogni capitolo che fosse uscito. Insomma, vien da chiedersi se non sia piuttosto da arraffoni ricordarsi dell’amore per le proprie storie e creature esattamente nel momento in cui queste diventano famose e remunerative. Ah, la buon’anima della Letteratura. In tutti questi anni, guarda caso, non c’era nessun ammanco per l’autore, nonostante covasse questa specie di rancore per quella Software House che stava avendo più successo di lui almeno presso il giovane pubblico.

Non si può proprio concedere il beneficio del dubbio all’autore, specie quando scrive, con parole diverse, che i giochi sarebbero non canonici rispetto alla sua visione della storia. I giochi per lui non costituiscono né prequel né sequel, nemmeno storie alternative. Non si sa cosa siano, forse Fanfiction, o forse come Martin non accetta nemmeno quelle. Abbiamo però un casus belli davvero importante, motivo per cui ho deciso di parlarne in quest’articolo, ed è anche una delle ragioni per cui io non cedo alcun primato all’autore né gli accordo la priorità quando si tratta di integrare informazioni in una storia ormai conclusa, a meno che non ci siano valide argomentazioni. Sapkowski ha dimostrato di non essere del tutto sincero e come autore non ha concesso la sua “benedizione”, motivo per cui dal suo punto di vista è legittimo che tratti come non canonici i giochi ma quando questa scelta è condizionata più da ignoranza e risentimento che da una attenta riflessione sulle tematiche dei giochi e sullo spirito che questi rappresentano, va da sé che le sue considerazioni siano soggettive e personali. A questo punto dobbiamo chiederci:

Ma esattamente cos’è il “canonico”?

Cito da Wikipedia:

<< Il canone è, nel contesto della fiction, sia l’insieme di quei romanzi, storie, film, e simili che sono considerati come originali, cioè ufficiali, di un dato universo immaginario, sia l’insieme di quegli eventi, personaggi, ambienti e affini la cui esistenza all’interno di quell’universo è accertata. Talvolta per indicarlo viene usato anche il termine mitologia, soprattutto per riferirsi ad un canone ricco di particolari di fantasia che richiedono un elevato grado di sospensione dell’incredulità o ad un particolare filo conduttore della narrazione.
Affinché l’universo immaginario risulti coerente, specialmente in quelle fiction che comprendono diverse opere, sia gli autori che il pubblico possono trovare utile definire cosa è “veramente” accaduto in quell’universo e cosa no. Solitamente è considerato canonico tutto quello che è stato prodotto dalla fonte originale dell’universo immaginario(autore originale), mentre sono “non canoniche” (o apocrife) quelle opere di adattamento, di derivazione o non ufficiali, spesso prodotte su media differenti da quello originale.
La pratica di definire un canone nella fiction deriva dal concetto di canone letterario, una collezione che elenca quei lavori che sono considerati rappresentativi e migliori di un certo genere o cultura. Pare che il canone appaia per la prima volta tra gli appassionati delle avventure di Sherlock Holmes, in modo da distinguere i lavori originali di Arthur Conan Doyle dagli adattamenti di questi e dai lavori di altri scrittori che usano gli stessi personaggi e ambientazioni.
I due universi più famosi in quanto a interesse e controversie sulla canonicità sono le due saghe fantascientifiche Star Trek (vedi canone di Star Trek) e Guerre stellari. Si ricorda anche la serie Warcraft, il cui canone è spesso soggetto a cambiamenti, a volte anche profondi, all’uscita di ogni nuova opera. >>

Trovo che sia molto chiaro così descritto. Un po’ meno chiaro, però, è come comportarsi in queste casistiche dato che si presuppone che nel mondo di fantasia ricreato da uno o più autori ci sia una voce autoritaria anziché autorevole. Il mio dubbio è presto detto, come abbiamo visto con il caso di Sapkowski non esiste solo l’ambito romantico in cui un caro e dolce autore scrive per la gioia dei suoi lettori ma anche ambiti politici, emblematici, spesso casi in cui semplicemente l’autore o l’azienda che detiene i suoi diritti resuscita storie e personaggi per poter spingere la trama a oltranza e spremere quanto più possibile il pubblico. Il termine canonico, che pure potrebbe avere una sua utilità, si scontra con quelle che sono esigenze terrene (che io non disprezzo assolutamente, il denaro non è lo sterco del diavolo) e non con esigenze narrative. Trovo dunque difficile sentirmi dire che un autore voglia mantenere attaccata alle macchine la propria storia perché ne è così innamorato da non lasciarla andare, o perché vuole accontentare i fan e continuare a raccontare, e a tal proposito mi chiedo se esigenze remunerative possano coesistere con quella tanto decantata immagine poetica di autore che ancora in troppi coltivano. Ovvero, lo Sherlock Holmes o gli Star Wars usciti per primi, per il desiderio di raccontare una storia in un certo modo, sono la stessa “cosa” dei seguiti scritti in maniera quasi industriale non più col racconto come fine ma col racconto come mezzo per il mero guadagno?

Quel che mi chiedo io è quali debbano essere i confini del testo, se devono o possono esserci. Alcuni sembrano rispondere: l’autore scrive finché vuole, finché vende. Io dal canto mio non sono troppo d’accordo e sposto l’asticella su un qualcosa di assolutamente astratto e difficile da quantificare ma lo faccio perché stiamo alla fine parlando di storie, di narrazione; queste si basano in larga parte sull’accettazione del pubblico e questo a sua volta si dà per coerenza narrativa, qualità di scrittura (o qualità visiva), capacità dell’autore di intessere trame interessanti o unire tra loro punti che mai avremmo collegato.

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Immagino che non sia necessario citare Han Shot First, un celeberrimo caso in cui dalla versione originale di Star Wars venne modificato e parzialmente rimontato in una scena particolare il personaggio di Han Solo dallo stesso ideatore. La scena originale prevedeva un Han che, dopo un dialogo con un creditore, scendesse all’uso della violenza per primo (da qui “Han sparò per primo“) come risoluzione del conflitto. Nella versione rimontata e corretta dall’autore figura invece l’alieno a far partire il colpo di pistola per primo con un Han che si difende giustamente. I fan criticarono aspramente questa scelta esattamente come oggi critichiamo altre scelte che impoveriscono una storia, depauperano i propri personaggi semplificandoli, come in questo caso, dove un eroe con dei lati in ombra si ritrova buttato nel calderone insieme ad altri eroi senza lati in ombra che uccidono poiché costretti.

Allora quando una massa critica di fan ha ragione e quando un autore ha torto?

Va detto che, se Star Wars fosse uscito con la versione “corretta” sicuramente meno fan si sarebbero agitati, perché il primo modello non sarebbe entrato nelle loro coscienze e nelle loro grazie. Un autore deve sempre tenere a mente questo: una volta che pubblichi, una volta che dai in visione la tua opera, essa, narrativamente parlando, non appartiene più solo a te ma ad un immaginario comune che contribuisce alla gioia (o al disprezzo, volendo) di un determinato pubblico. Ciò che credo sia evidente è che un autore non può solo in forza del proprio nome permettersi di modificare questo immaginario comune senza interagire anche con chi questo enorme immaginario lo detiene: i fan (perché è chiaro che al pubblico disinteressato non interessi la questione).

Se mi si dice che ogni prodotto di un autore, fosse anche il centesimo sequel, va considerato a pari livello dell’originale io rispondo: No, calma. Valutiamo la qualità dell’opera e poi si decide. In alcuni casi, quando una Saga raggiunge la saturazione e quando gli scrittori/sceneggiatori sono ormai svogliati e non ci provano neppure a scrivere qualcosa di interessante, ecco che avviene la spaccatura (prendete le ultime stagioni dei Simpson, l’ultima trilogia Disney di Star Wars che qualcuno addirittura voleva scanonizzare). Se un autore, ormai stanco e desideroso solo di vendere, mi scrive l’ennesimo sequel che sa di già visto ci perdo io perché mi rovina una parte dell’esperienza di quel mondo bellissimo che inizialmente amavo, ci perde lui, in credibilità, perché oltre a perdersi un cliente perde anche la stima che aveva di lui. Quel che voglio dire è che un autore cessa di avere la mia attenzione quando smette di metterci qualità nelle sue opere. Non sono tenuto ad accettare acriticamente ogni cosa che quel signore infili nel proprio mondo perché è anche il mondo fantastico che io, tutti noi, abbiamo contribuito a creare. Ecco che allora si forma una resistenza “semantica”, da parte di tutti quei fan che sono stati saturati e che cominciano a non accettare più ogni cosa inventata da un autore, pur detenendo lui ogni diritto ed ogni esclusiva.

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La paura fa novanta sarebbe “non canonico” nel senso che nel mondo narrato abitualmente non è mai esistito. Anche Dietro la risata. Ad uno sguardo attento questo è però controintuitivo. Alcune opere sono da prendersi come testi teatrali con attori che possono sfondare la quarta parete

E invece, se prima citavo Han Solo, ora vi cito un caso speculare: Il Joker di Heath Ledger. Non ha bisogno di presentazioni, fa parte di una trilogia e in particolar modo di un film diretto da Christopher Nolan, un regista di prim’ordine, che sì si è basato sul fumetto ma che ha anche contribuito a rinnovare, rimaneggiare, reinventare gran parte della storia, come Bane e lo stesso Joker anarchico. Il Batman di Nolan si è così imposto nell’immaginario comune da diventare quasi il Batman per antonomasia: realistico, cupo, oscuro, con un nemico pericoloso e non più un buffone cialtronesco dalla risata pronta. Forse lo zoccolo duro dei fan risponderebbe che il VERO BATMAN rimarrà sempre quello del fumetto n.1, o chissà quello di Adam West, fatto sta che non si può sottovalutare la gloria che un film tecnicamente non canonico avrebbe portato al personaggio quasi sostituendosi ad esso.

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Se dovessimo far riferimento solo alle opere originali, solo Adam West sarebbe il vero Batman

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Non dimentichiamoci che Batman inizialmente era un tizio in calzamaglia con le fisime per i pipistrelli. Sono stati altri autori e altri seguiti “non canonici” a “reinventarlo”

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Yeeesh. Nonostante alcuni errori, il lavoro di traduzione, modifica, aggiornamento, è costante e non va sottovalutato

E allora riprendiamo il discorso dell’autorialità: quando una storia può considerarsi canonica? Quando un autore lo decide, quando cede i diritti a qualcuno o quando una buona storia si impone nell’immaginario comune? Ogni tanto vedo gente che ci prova a dire che il VERO BATMAN sia questo o quell’altro, che il VERO JOKER sia quello di Nicholson ma sono tutti discorsi tra fan che giocano coi pupazzetti per decidere chi è il più forte, se questi arrivano a discutere significa che già quell’elemento si è imposto con forza, fa parte di quell’immaginario comune.

Mi sembra, quando si parla di certi concetti, che la gente dimentichi che le storie possiedono sia una dimensione personale (ciò che io creo nella mia testa, fosse anche una ship stupida) e ciò che la comunità crea attorno a quell’opera (fossero anche le teorie più sciocche e pretestuose).

Il termine canonico, allora, servirebbe da spartiacque per differenziare le fanfiction in rete, le teorie più gettonate dall’opera originale, ma si scontra con diverse criticità, non ultima quella dell’adattamento. Se un film, un’opera tratta o un’opera ispirata sono “cose diverse” il nostro modo di recepirle va in cortocircuito.

Prendiamo Harry Potter, la saga cinematografica. Ci sono effettivamente delle differenze ma rimanendo minuzie è possibile affermare che sia la stessa macro-storia dei libri che a sua volta mantiene delle peculiarità date dalle specificità del medium cartaceo. Il lavoro cognitivo non è enorme. Diverso sarebbe dire che quell’Harry Potter non è il vero Harry Potter. E’ un…sosia? Un clone che vive le stesse identiche avventure? Un alieno con la stessa faccia del maghetto? Per come la vedo io la risposta più semplice è considerare Harry Potter del videogioco, del romanzo e del film come un’unica storia raccontata da punti di vista parzialmente diversi. E’ un po’ come se il romanzo fosse una voce narrante che fornisce costantemente informazioni ma noi possiamo scegliere di pigiare il tasto “mute” e renderci conto di molto altro. Ad esempio tagliando fuori i personaggi secondari emergono meglio i tratti dei principali, come nel film. Analizzando meglio incantesimi, carte e combattimenti emergono meglio le qualità magiche o fisiche, come nel videogame.

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Quetta shena nn è kanonika!11!

Magari la gente non si interroga nemmeno su questi temi e le va bene così, io invece trovo che cominciare a definire il problema potrebbe aiutarci a lavorarci sopra.

Una storia o esiste tutta o non esiste tutta, e se invece ci viene raccontata sotto diverse forme? Io in quanto fruitore decido da me cosa accade in quel mondo, al massimo mi scontrerò con chi la pensa diversamente. Diverso è quando un autore mi dice che cosa io debba metterci nel mio mondo immaginario, anche se ha contribuito lui a crearmelo in buona parte. La narrazione è comunque cooperativa, questo andrebbe sempre tenuto bene a mente. E la trasposizione, per quanto possa essere non fedele, se è ufficiale e porta il nome dell’opera originaria, ha un effetto mimetico che mira proprio a raccontare la stessa storia ed è una percezione di realtà. Dal momento in cui io lo leggo/lo vedo quel fatto è successo. Dal momento in cui io apro il libro e leggo, tutto ciò sta già accadendo.

Ma chi è che decide cosa sia il canonico?

Convenzione vuole che secondo il pubblico sia sempre l’autore ad avere l’ultima parola. Questo perché, secondo me, vive ancora lo stereotipo romantico dell’autore investito dalla grazia di dio che scrive su carta storie che mai nessuno ha concepito, un po’ come la storiella che spingeva Gaiman per parare il culo a Martin in qualche articolo fa e che io ho smontato spiegando perché non sia decisamente così. L’autore non è un “profeta”, non è un miracolato, non è una persona che ha la scintilla che lo renda un superuomo. E’ un essere umano, talvolta con dure esperienze nel suo passato che lo hanno formato, che scrive, spesso ispirandosi, talvolta variando pochi elementi, talora avendo buone idee che vengono vendute come innovative, ad altri autori prima di lui e questo vale per chiunque. L’autore, inoltre, non è come il pittore che si mette di fronte alla tela bianca aspettando l’ispirazione (altra immagine romantica che andrebbe demolita) ma è un artigiano della parola secondo la terminologia Shakespeariana. Ovvero, come un giornalista, scrive tot pagine seguendo indicazioni precise sul numero delle parole, sulle immagini da usare, sulle scene da descrivere. Chi fa sceneggiatura lo sa, la scrittura può essere una catena di montaggio dove le idee vengono riciclate e buttate fuori con una spolverata, in barba a tutti quegli scrittori che, una volta ottenuta la fama, ricostruiscono il proprio percorso e le proprie idee reinventandosi poveri contadini che hanno studiato con il sacrificio dei genitori e che un giorno sono stati investiti dall’inventiva più totale mai vista prima. In questo Apple e la Rowling sono maestri perché aggiungono la figura autoriale alla storia aumentandone la popolarità, con il piccolo problema che così facendo si costruiscono totem intoccabili di fronte a quella figura, dai tratti simili alla religiosità.

Tornando a noi, è legittimo credere in questa mitica figura dell’autore infallibile, che tiene tutto sotto controllo, che scrive non per vil denaro ma per accontentare le schiere di bimbi buoni nel mondo; peccato che io non ci creda. Per cui quando un autore tenta di retconnare (modificare una trama già conclusa, cambiare alcune regole) io valuto sempre alcuni elementi: perché questo cambio? Cosa apporta? Che fatica cognitiva comporta questo cambio?

E quando parlo di “fatica cognitiva” sento già ridere, perché si pensa erroneamente che il lavoro intellettuale non sia fatica, o che un fastidio psicologico non crei problemi. Sono conscio che la stragrande maggioranza delle persone non considera nemmeno ciò che sto dicendo e che riesca a far coesistere insieme uno Sherlock Holmes cartaceo con uno cinematografico interpretato da Robert Downey Junior come se nulla fosse ma questo semplicemente perché le persone non ci pensano, evitano il problema, non se lo pongono, non ci riflettono sopra. Con un numero sempre più crescente di problemi legati alla figura dell’autore, della proprietà intellettuale, del diritto di retcon, credo che i tempi siano maturi invece per alimentare questa riflessione, che ne dite?

Ora parliamo invece del buon Toriyama, il secondo esempio recente che mi ha portato a riflettere. Quest’altro articolo, sempre di Everyeye, secondo me ha tutti i caratteri che io cerco di smontare.

Riassumendo in brevissimo: Dragon Ball è un’opera monumentale che di rimanere morta non ne vuole sapere, specie quando c’è di mezzo un pubblico pagante che si berrebbe qualsiasi cosa per avere altre botte da tizi steroidei. Il problema che si pone con una storia amata e famosa, e ho scelto Dragon Ball appositamente ma avrei potuto farlo con Naruto, Star Wars e tanti altri, è che di mezzo ci si mette l’aspetto pragmatico hollywoodiano. Ovvero, se è una storia che vende è bene che continui a vendere, con il risultato piuttosto confusionario che le trame cominciano a intricarsi, a sovrapporsi, costringendo a un buon lavoro cognitivo per far quadrare tutto. Le regole date all’inizio si cancellano e il lettore-spettatore giustamente si sente preso in giro, sente come se un rebus o un sudoku cambiasse la propria struttura prima di averlo terminato. Chiunque si chiederebbe: “Ma allora perché giocare, se tanto in quel gioco non posso vincere?“. Terminator Genisys è solo uno dei tanti esempi di storia che cancella ciò che è successo per poter parlare ancora senza interruzioni in un modo a mio parere grave: per non avere problemi di continuità narrativa facciamo proprio finta che gli altri film non siano mai esistiti. Li avete pagati? Li avete voluti? Ora basta, si cambia registro. Anche il mondo videoludico non è esente da questo aspetto: sono nati i cosiddetti Reboot, quei giochi che prendono un titolo famoso come Tomb Raider o Devil May Cry e lo ricontestualizzano, lo modernizzano, talvolta lo reinventano. Il lavoro mentale del fruitore di questo testo però è messo a dura prova: mi trovo davanti una Lara Croft o un Dante che ha un viso, un’età, una storia completamente diversi da quelli cui sono abituato. La domanda è legittima: qual è la vera Lara o il vero Dante, allora?

Non possono coesistere due me stesso che fanno cose diverse sullo stesso piano spazio-temporale, giusto? Perché a questo punto si tratterebbe di un altro, o di un sosia. Ma questa si chiama Lara Croft anche lei, e quindi?

Allo stesso tempo credo che un Reboot sia un miglioramento, una revisione. Capita che storie di nuova concezione diano più spazio ai sentimenti, all’etica, alle ideologie che nelle prime versioni davamo per scontate o ci eravamo persi. Può capitare quindi che una storia considerata più “completa” possa avere il primato narrativo sull’originale, poiché la si vede come un miglioramento. E allora avviene un processo di riscrittura e integrazione mentale.

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Nonostante non sia piaciuto a molti va detto che Il Potere di Elektro batteva molto sulla spy-story, un aspetto che non è preponderante ma pure esiste in quella macro storia di Spiderman

La Marvel, che è stata tra le prime ad avere questo problema con tutti i personaggi che tentava di rilanciare in nuove testate, ha utilizzato il concetto di multiverso, di piani differenti in cui gli stessi personaggi fanno cose diverse, motivo per cui possiamo fruire della stessa storia ripetuta e rinnovata più volte semplicemente aggiungendo all’equazione l’universo nuovo in cui si svolge la trama. E devo ammettere che funziona, anche se ha dalla sua più autori, quindi in un certo senso è più facile credere a tutti o alla differente versione di ciascuno sulla medesima storia, pur non mantenendo i dettagli. Nel caso in cui un singolo autore lavori con più persone e differenti media?

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Esistono poi anche versioni che con una buona dose di furbizia riscrivono tutto ma dandoti comunque storie di buona qualità. Forse si può parlare di canone cartaceo, canone filmico, canone videoludico?

Dragon Ball nello specifico si ritrova a dover lottare con questo problema fin dalla trasposizione anime (l’anime di qualsiasi manga è quasi sempre costituito in larga parte da filler considerati non canonici o a metà, perché non appaiono nell’opera originale). Non serve che io ricordi il famoso quanto odiato episodio in cui Goku e Piccolo prendono la patente, una roba mai vista nel manga. Si aggiungono poi i problemi dati dall’anime di Dragon Ball GT che per lungo tempo è stato considerato un seguito (a quei tempi i discorsi sul canonico e sul non canonico non si ponevano con l’insistenza di adesso) della storia. Dragon Ball Kai, poi, mirava a togliere dalla serie animata tutti quei filler insopportabili (alcuni comunque creati talvolta con la collaborazione di Toriyama stesso) e snellire i vari dialoghi riempitivi presenti in ogni battaglia, riuscendo praticamente a dimezzare il numero degli episodi. Dragon Ball Minus invece è una storia one shot che in una decina di pagine presentava la madre di Goku e spiegava la sua partenza in un modo differente da come era stata spiegata nell’anime (fate riferimento all’articolo di Everyeye per avere il quadro ben chiaro o a ordinare tutto non finiamo più.)

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Dragon Ball Super a sua volta era a metà tra il reboot e il “mid-sequel” (temporalmente si situa prima delle ultime pagine di epilogo del manga) perché andava comunque a riscrivere la gerarchia degli dei (una cosa mai letta né vista né accennata da nessuna parte, con gli dei Kaioh all’apice) e nuove trasformazioni che andavano a cancellare il gorillone super saiyan 4 del GT per inserire un altro livello, il super saiyan god.

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Sono variazioni inferiori ma considerato che viene detto dei Saiyan che i loro capelli non crescono e rimangono gli stessi, anche un cambiamento simile è una parziale opera di riscrittura. Aggirabile comunque dal “è sempre lo stesso Vegeta che si è pettinato diversamente”

A far esplodere il web e a far discutere però è stato il trailer del nuovo film su Broly in cui compare anche Bardak, già spiegato ne Le origini del mito, un film decisamente apprezzato dalla fanbase.

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Un comportamento quasi fideistico ma che ben riflette ciò di cui si parlava. E’ accettato tutto ciò che sia di buona qualità, anche se non lo dice espressamente l’autore

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L’utente Dom dice una cosa da non sottovalutare. Oltre alla qualità è importante la quantità. Immaginate di crescere con delle idee per tutta una vita solo per poi sentirvi dire che sono sbagliate. La somma delle rappresentazioni ha un ruolo chiave in quella percezione di realtà di cui parlavamo. Se più persone od opere parlano di un qualcosa, quel qualcosa è molto più percepito come reale. Basti pensare a quanto parliamo ancora oggi di Nazismo/Comunismo 

 

Ora che ho messo queste pietanze in tavola cerchiamo di servirci con ordine, un po’ alla volta.

Everyeye scrive:

<<Bardak fu introdotto in Dragon Ball Z: Le Origini del Mito, uno special TV della serie animata che fu trasmesso per la prima volta nel 1990.

Il tragico eroe dei saiyan piacque così tanto alla fanbase, e a Toriyama stesso, che l’autore decise di renderlo in tutto e per tutto canonico, inserendolo in un paio di tavole del manga originale nel corso della sua prima serializzazione[…]>>

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Da qui apprendiamo che la storia di Bardak nasce come speciale, da collegarsi all’anime, e che piacque persino all’autore, tanto da canonizzarlo nel suo stesso manga. Broly non è poi troppo diverso: nasce come un filler per film fino a diventare canonico, anche se con una storia diversa. Come si può vedere infatti la scena dipinta è esattamente quella di Bardak con la stessa armatura rotta dello speciale, in piedi insieme ai suoi compagni di fronte all’imperatore poco prima della fine. Emerge subito un problema quando si canonizza un personaggio s-canonizzando il suo contesto: che lo abbiamo conosciuto come un tutt’uno, è difficile scollegare Bardak o Broly da tutto ciò in cui li abbiamo visti perché dobbiamo presupporre l’esistenza di quel personaggio ma non dei loro mondi narrati.

Bisogna chiedersi se il nuovo film su Broly saprà collegare i diversi momenti già visti per cui sospendiamo il giudizio su questo un attimo e parliamo invece delle Origini del Mito. La frase che ora si vede più spesso è che “si sapeva che non fosse canonico” attorno alla quale secondo me ruota gran parte del discorso. Ma si sapeva veramente una cosa simile? O è piuttosto qualcosa che nasce recentemente, a causa dei numerosi cambiamenti apportati alle storie dagli stessi autori? Quando si fruiva di questi contenuti (peraltro come già detto, apprezzati dallo stesso Toriyama) non si poneva il dubbio se fossero canonici o meno perché vedevamo, filler o meno, Bardak in un contesto realistico o Goku che faceva Goku, con lo stesso personaggio del manga. Come potevi arbitrariamente scindere ciò che era “vero” da ciò che non lo era? L’unico discrimine era la presenza di quei fatti nel manga? E se a contare è solo ciò che fa l’autore, non teniamo conto che anche il manga non è fatto al 100% da un singolo autore ma anche grazie ai suoi assistenti? Dovremmo quindi considerare che un 10% del manga stesso possa essere non canonico?

No, chiaramente. Non funziona così. Questo perché a contare non è, e non deve essere, solo ciò che l’autore materialmente produce con le sue mani o le sue idee, ma tutto ciò che nel mondo da lui creato ci viene infilato. In tal senso la differenza con l’anime si accorcia di molto: vero è che sono presenti tante sciocchezze ma sono sciocchezze ufficiali alle quali l’autore ha dato il proprio benestare. Nessun autore dice ai propri fan “non guardate l’anime, è un plagio di cose da me mai pensate né volute!” perché l’anime si situa a metà: un po’ esiste, un po’ non esiste; non perché sia corretto ma semplicemente perché è utile all’autore che di volta in volta si mantiene aperta una porticina per poter scappare in caso di bisogno. Allora l’anime è ufficiale o no? Esigenze specifiche a parte, succede o no quello che viene raccontato? Boh forse sì, forse no. Voi intanto compratelo. E in tutto questo non dovrei sentirmi preso per il culo?

L’anime è vero che crea numerosi filler per dare tempo all’autore di proseguire con la sua opera in attesa di nuovi capitoli, per cui il filler di base serve solo a occupare un episodio senza dire niente di importante o ripetendo e riassumendo ciò che abbiamo già visto. A questi filler però se ne aggiungono altri che hanno esattamente lo scopo di spiegare tutte quelle parti non presenti nel manga che l’autore per motivi di spazio o di economia narrativa non ha voluto inserire. Prendiamo un altro caso, quando in Naruto si parla della maschera di Kakashi. E’ un episodio cretino pieno di ovvietà e gag dimenticabili ma affronta una tematica che in effetti qualche domanda l’ha sollevata ai tempi. Kakashi non se la toglie mai la maschera? E quando mangia? Può essere una domanda cretina da cui partire ma solletica la curiosità del pubblico con una cosa che Kishimoto giustamente non ha messo per non annacquare la storia, e Kakashi dovrà pur mangiare, per cui anche se non tratta la questione essa esiste nel suo mondo, solo che non ne siamo a conoscenza. Così come non vediamo Kakashi cagare o fare sesso (la versione Hentai potrebbe tecnicamente funzionare alla stessa maniera?).
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Dunque l’episodio filler, almeno in certi casi, analizzerebbe ciò che viene eliso per esigenze narrative (cose come i viaggi, il sonno) ma che pure in quella storia è avvenuto. Da ciò si potrebbe dedurre che il filler non sia altro che un’elisione narrativa (nel manga) mostrata (nell’anime) e pertanto possa essere considerata canonica in toto. L’anime di Dragon Ball però in alcuni episodi (quando Goku è piccolo con nonno Gohan) o in questo speciale tenta di spiegare cosa sia successo in momenti abbastanza determinanti. In effetti, sebbene non sia mai descritto nel manga, viene naturale chiedersi chi fosse il padre di un potente guerriero come Goku, se fosse potente o super saiyan pure lui, che rapporti avesse con il re, e così via. Tutto materiale che è stato giustamente sfruttato e che ora viene cancellato con un bel colpo di spugna. Ha ragione chi dice che, se non è presente nel manga, sia da buttare via?

No, e per diverse ragioni. La prima, che ho già spiegato, è che anche il manga è una collaborazione a certi livelli tra diverse persone. L’autore per me non è un monarca o un dittatore che decide il bello e il cattivo tempo quando pare a lui. Immaginatevi di vedere in strada un padre che picchia i figli. Non sono ceffoni tali da svitare il cranio ma lasciano un bel segno rosso. Voi intervenite e quella persona vi risponde che è il padre e che può legittimamente farlo. Del resto i figli mica sono morti, no?

Per me la situazione è esattamente questa: Dragon Ball non ne esce irrimediabilmente rovinato, però…però è qualcosa che fa star male, che è difficile da collocare. E’ un qualcosa che poteva essere gestito meglio con più cura, no? O possiamo concedere tutto ad un autore perché è come un imperatore che legittima a piacere il figlio bastardo che preferisce?

Scrive sempre Everyeye:

<< Il sensei, nel 2014, si è semplicemente preso la legittima libertà di voler fornire una sua personale versione su un accadimento che soltanto l’anime aveva narrato: in tal senso, dunque, è più corretto affermare che sono stati altri (leggere alla voce “Toei”) ad aver arricchito la visione del creatore che, in quanto tale, ha il pieno diritto di avere l’ultima parola sull’argomento >>

Prima una piccola premessa che l’autore per fortuna mi ricorda, ed è il discorso su chi detenga il diritto per fare qualcosa. E’ infatti la TOEI ad aver comprato la proprietà intellettuale di Akira Toriyama, non gliel’ha estorta con la forza, è stato un regolare contratto. Goku, tecnicamente, non appartiene più solo a Toriyama ma a chi per lui ha pagato i diritti di sfruttamento. Se proprio volessimo mettere dei paletti dovremmo desumere che il canonico derivi da chi legalmente ha pagato per pubblicare, un’argomentazione che l’autore invece sembra superare con nonchalance forte di quell’idea romantica di cui parlavo prima: l’autore può perché sì, basta che lo voglia. Fosse anche una violenza alla propria opera. E il motivo per cui debba prevalere sulla TOEI è lasciato arbitrariamente al caso, alla convenzione. Al contrario, se l’autore vuole proseguire un’opera ormai rediviva e saturata perché desidera guadagnarci ben venga, sono soldi benedetti. Non come quei soldi sporchi che l’autore si è preso dalla TOEI.

E’ questo il rapporto che molta gente sembra avere col manga e con l’autore: lo vedono come un monarca assoluto e quel che decide è giusto e deciso da dio, perché sì. Si è sempre fatto così e seguire questo metodo assicura l’ordine contro il caos, salvo poi accorgersi che siamo già in guerra. Il sensei avrebbe dovuto tenere in conto ciò che era già stato narrato e ripartire da lì, questo per una questione di semplice rispetto. Con questo gesto Toriyama se ne frega altamente di una parte consistente di fan che hanno apprezzato quegli avvenimenti e dice loro cosa pensare da ora in poi. Chiariamo una cosa: l’autore vende le proprie idee che poi un pubblico in ascolto compra. Una volta che mi vendi il manga o l’anime o il videogame che sia, quelle idee “appartengono” anche a me. E non intendo diritti legali di sfruttamento, io non potrei mai fare la mia opera con Goku e Vegeta. Intendo dire che quel Goku è ormai nella mia testa; tu autore hai contribuito a darmi un’esperienza attraverso cui questo personaggio di nome Goku fa determinate cose. Non puoi a distanza di anni venire nel mio cervello a dirmi come debba cambiare i miei ricordi, o far finta che qualcosa non sia mai esistito specie quando quel qualcosa ha sopra sedimenti di anni e rappresentazioni che lo davano per buono, è un lavoro cognitivo enorme. L’autore avrà forse il diritto legale, ma non quello morale, di fare ciò che vuole con la “nostra” storia, perché questa esiste solo se viene letta e recepita da un pubblico. L’autore disegna su carta ma se non apri mai quel fumetto quella storia esiste solo nella testa dell’autore. La situazione con Dragon Ball è che non puoi comportarti come ti pare perché maggiore è il tuo pubblico maggiore è la tua responsabilità, devi avere a che fare con chi quella storia con te la condivide, devi vincere le resistente con gentilezza e umiltà, non condannando a morte come farebbe un monarca assoluto. Non ti sorprendere poi se perdi credibilità o se la gente fa la guerra a te e ai tuoi prodotti.

<< ha davvero importanza se a progettare l’aracnide radioattivo che morse Peter Parker fosse stato Norman Osborn o un altro scienziato? O magari contano gli ideali che muovono il personaggio e il fatto che sia diventato un eroe che prende sul serio le proprie responsabilità perché non ha impedito la morte di zio Ben? Conta davvero che Goku sia stato adottato a 3 mesi o 3 anni, o piuttosto è centrale il fatto che sia stato allevato come un essere umano, imparando da Son Gohan dei valori che l’hanno reso uno dei più grandi eroi che l’intrattenimento ricordi? >>

Su una parte Everyeye ha certamente ragione ma per il resto mischia pericolosamente le carte. Va benissimo modificare alcuni pezzi meno importanti (ad esempio chi crea l’aracnide radioattivo che punge Peter Parker), specie se si tratta di un film di due ore che deve necessariamente modificare alcuni aspetti. Con una differenza però: immaginatevi che la Marvel dica che il film su Spider Man, che ha ottenuto un successo planetario di critica e pubblico, arrivi a dire che il vero “canonico” ora è il film e non più i/il fumetti/o. Secondo voi sarebbe la stessa cosa?

Giustamente l’articolista parla di minuzie che -penso- nessuno criticherebbe in un adattamento. Ma la situazione è ben diversa e confido che sia una semplificazione e non un’argomentazione in cattiva fede il fatto che qui si stia parlando di un personaggio enorme, Bardak, amato dalla comunità dei fan, con un film tutto sommato accettabile che si incastra bene e che si è incastrato nella storia per decenni, salvo poi correggere tutto anni dopo e uscirsene fuori dicendo che quel film, quel personaggio, quelle azioni, sono false, non ci sono mai state o non così. E’ chiaro che a essere importante sia il contenuto e il messaggio di una storia, non vanno però dimenticati i metodi e le minuzie, perché il pubblico impara ad amare una storia fino a saperla a memoria e se cambi le carte in tavola fai violenza a quella storia e a chi la ama. Cambiare le minuzie non è necessariamente un problema, le abbiamo sempre accettate nelle opere derivate. Cambiare drasticamente intere porzioni di storia che credevamo vere sì, lo è.

Provate a non pensare a degli elefanti rosa. E’ un esperimento sempre molto valido che ci spiega la sfuggevolezza della mente: non le ordini cosa fare, lei fa cosa vuole lei. Tutti abbiamo pensato a degli elefanti rosa e chi dice di no mente spudoratamente. Ora provate a immaginare che qualcuno, col termine ingentilito “non canonico” venga a dirvi che tutto ciò che sapevate su Bardak è una cazzata e che dovete modificare anche solo parzialmente quanto raccontato, fosse l’armatura, fosse Goku piccolo, fosse il personaggio più “paterno” e meno menefreghista. Se rispondete che non fate alcuna fatica evidentemente non state parlando di una storia che seguite con passione o amate particolarmente. Riuscireste a dimenticare a comando un amore finito male? Non si ordina al cervello di dimenticare. Quelle idee l’autore non se le può riprendere dal mio cervello e riscriverle a piacere, al massimo può farsi furbo lui e sfruttare alcuni sotterfugi per modificare la storia, come viaggi nel tempo e altre amenità. La qualità ne risente, la scrittura si impoverisce, ma almeno non ti attiri l’odio dei fan.

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Riuscite ancora a non pensare agli elefanti rosa ora che li avete visti? Tanto basta dire che non sono canonici e “puffete!”

Un altro discorso da fare è che l’autore, quando accetta la versione animata, SA BENISSIMO a cosa va incontro. Non cascatemi dal pero dicendo che certi episodi li fanno senza che l’autore sappia niente perché anche Eiichiro Oda, autore di One Piece, scrive nelle sue famose sbs della posta che quando vogliono fare un film (Oda ha collaborato anche al film Gold ma viene considerato non canonico) o un episodio in cui compare un personaggio dotato di poteri gli chiedono sempre il consenso per utilizzarli, proprio perché questo potrebbe rovinare il manga. Anime e manga non sono slegati completamente come il fan medio vorrebbe far credere, quando si propone un dilemma che potrebbe compromettere la storia gli autori si mettono d’accordo tra di loro su cosa far vedere e sul come. Addirittura Toriyama ha collaborato con alcuni episodi per cui mi sembra proprio ingiusto definire l’anime in toto come non canonico. Se Toriyama non era d’accordo con quella versione dov’è stato per tutti questi anni? Perché è saltato fuori solo anni dopo con una nuova versione come Sapkowski? L’autore ha accettato le conseguenze prendendosi i soldi e dando l’ok alla versione animata, ha comunque un ruolo di consulente sulle cose più importanti che ci vengono mostrate, motivo per cui quando un episodio sul passato o un approfondimento (a maggior ragione se si chiama Le origini del Mito, se no che origini sarebbero?!) ha l’ok e va in onda diventa, per interposta persona, già canonico esattamente come il manga. Mi immagino i cattivi animatori che vogliono a tutti i costi fare uno speciale sul padre di Goku e nessuno che chieda un parere all’autore, nessuno che gli chieda consigli o dritte. Niente, Toriyama era all’oscuro di tutto e se c’era dormiva. Mi spiace, cazzi di Toriyama che avrebbe dovuto pensarci prima. E così anche per Dragon Ball Minus che è pur sempre una storia esterna al manga originale e che per me va preso come un qualsiasi altro prodotto, anche se ha il marchio dell’autore sopra. L’autorialità non ha alcuna autorità. 

Ed è questo un altro motivo che concerne la psicologia cognitiva (che molti sottovalutano) per cui è un problema considerare l’autore come un padre-padrone.

Alcuni però pongono quesiti interessanti, specie per quanto concerne le parti contraddittorie, perché se l’anime dice una cosa e il manga un’altra, non dovremmo avere delle priorità? Prendete questo scritto, secondo me abbastanza fornito di esempi su One Piece. Si cita anche il pensiero dell’autore nelle sbs che menzionavo poco fa:

<< If his opinions (NDR, parla dell’head director) and mine do not meet, Luffy instantly ceases to be Luffy and the world becomes entirely different. Even if I create the most heart-wrenching moment in the manga, if the anime’s “directing” is wrong, it becomes a forgettable scene. But the reason that doesn’t happen, and in fact, becomes even more memorable in the anime, is thanks to Uda-san and his crew of Director-Fighters, for understanding the world of OP so well and their directing skills. >>

Può capitare, dunque, che si abbiano pareri contrastanti tra l’anime e il manga. L’autore però fornisce una supercazzola come risposta, ovvero che in quell’esatto momento Rufy (e tutto il suo mondo con lui) smettano di essere “gli originali” e diventino “completamente differenti”.

Va da sé che questa risposta, anche se accontenta i fan, non significa assolutamente nulla sul piano dell’analisi. Come fa, un personaggio che fino ad ora abbiamo sempre visto come originale, a smettere di esserlo? La benedizione una volta che l’hai data non la puoi mica togliere con questa facilità. E’ un concetto che puoi esprimere, come “il massimo numero pari”, ma che non puoi assolutamente concepire.

Sta qui uno dei problemi della filosofia, quello relativo al linguaggio. Che spesso parliamo di cose che non esistono, per semplificarci la vita. Dio ad esempio altro non è che il risultato delle falle del linguaggio usate tutte insieme: un essere inconoscibile, assoluto, eterno, ingenerato, onnipotente, onnisciente, onnipresente. Ho descritto le qualità di Dio ma sono ben lungi dal capire cosa sia. Eppure se parlo di dio tutti mi comprendono.

Secondo me la questione è la stessa: i fan, gli autori, chi li segue, usano termini spropositati per fare prima e per togliersi il cruccio ma a ben vedere non risolvono nulla. Mi chiedono di capire l’inconcepibile, di cancellare l’incancellabile, di perdonare come se niente fosse errori gravi di scrittura o dimenticanze. Quando si parla di canonico o non canonico, specie con me, è sempre bene tenere a mente che stiamo parlando del nulla. Io capisco cosa vuoi dire ma il tuo messaggio (o la tua richiesta, se mi stai chiedendo di considerare canonico/non canonico qualcosa che per me non lo è/lo è) non attecchisce su di me. Non attribuisco alcun valore a questo termine.

Io non dico che l’autore debba essere perfetto: errori sono concessi a tutti. Dico che se dai l’ok a opere derivate o figlie devi assumerti la responsabilità di controllare che sia tutto in ordine senza poi comportarti come Sapkowski o come Toriyama che fanno quello che vogliono perché sì. Possono farlo, per qualcuno sarà anche lecito, per me no. Il pubblico detiene quelle idee, quei personaggi, li ama e li rispetta. Per apportare modifiche devi avere il LORO consenso e per ottenerlo devi incastrare bene il tutto.

Vuoi solo guadagnare e ricostruisci male la storia? Va benissimo, perdi in qualità e credibilità

Non dai la benedizione a dei giochi che hanno al 100% lo spirito delle tue opere e dei tuoi personaggi? Va bene, perdi in credibilità e la prossima volta se sono indeciso tra libro e gioco compro il secondo, che almeno mi tratta meglio

Insomma, molti fanno l’errore di credere che l’autore sia un totem intoccabile, che sia libero di capitalizzare ciò che vuole quando vuole secondo le proprie esigenze, con riverenza accettando i peggio soprusi come manco gli operai sottopagati a inizio ‘900.

Io dico che questa violenza narrativa non vada accettata in maniera indiscriminata, che un autore è soggetto a errori come chiunque altro, che il canonico sia semplicemente soggettivo e facente riferimento a chi desidera o meno accettare una trama, non a un ente esterno che decide per lui.

Prima di concludere definitivamente questo articolo infinito e complicato, vorrei rispondere brevemente alle obiezioni che più spesso mi vengono rivolte:

Ma trattandosi di storie inventate perché è un problema “fare finta che” qualcosa non sia mai esistito? 

Innanzitutto per il lavoro cognitivo di cui parlavo, che non andrebbe sottovalutato. In secondo luogo perché non è sufficiente che una storia sia inventata per far accadere ciò che vogliamo a piacimento, una storia è anche un contratto che io lettore stipulo con te scrittore e questo contratto si regge sulla tua bravura nel sapermi intrattenere. Va da sé che se scrivi delle cazzate, come un personaggio che torna in vita la pagina dopo che è morto, senza spiegarmi perché, tu puoi farlo e nella tua storia “accade” ma perdi completamente la mia attenzione e rischi che quella storia, senza seguito, non esista proprio se non nella tua testa.

Quando io spingo tanto in quella direzione non sto facendo altro che ribadire che una storia più va avanti con seguiti di scarsa qualità più perde di credibilità. A quel punto dobbiamo chiederci se un albero nella foresta con nessun testimone cada facendo rumore. Boh?!

Che problema c’è se ogni volta uso l’evergreen multiverso?

Quella degli universi differenti è una buona risposta ma bisogna tenere a mente due cose:

1) Che abusarne significa consumare le storie in precedenza. Volenti o nolenti, molte cose le percepiamo in maniera “stanca” proprio perché le abbiamo già sentite miliardi di volte. Provate a pensare ai Blockbuster con Arnold o Steven Seagal e venitemi a dire che non sono storie già finite ancora prima di cominciare.

2) In secondo luogo, non bisogna sottovalutare che questo è un incentivo per lo scrittore a non sforzarsi troppo nelle sue storie. Io autore ci ficco tutta la merda che ritengo sia giusto vendere, cazzi loro poi ficcarla nell’universo giusto. Più un autore dimostra fantasia, meno questo metodo è utilizzato, più ne guadagniamo tutti.

Ma sostanzialmente hai solo detto che ciascuno decide per sé, o che lo decide una massa critica. Come fai a deciderlo? O a fare discorsi di priorità quando vanno affrontati?

Io in questo articolo non ho voluto imporre le mie idee, quanto demolire preconcetti e convenzioni basate sul nulla. Ho semplicemente cercato di dare degli strumenti utili per affrontare meglio l’argomento ma in alcun modo direi alle persone come decidere, perché sta a loro attribuire autorità o rispetto, un autore non deve pretenderle solo in quanto tale, per me. Ciò detto, ritengo anche io che la voce di un autore possa avere più autorità di una fanfiction o di un episodio filler che dice una cosa contraddittoria con l’opera originale. Il risultato non è distruggere il mondo, semplicemente renderlo un po’ più strano o meno coerente

Ma perché tutti sti problemi su ciò che esiste o non esiste?

Mi rendo conto che le mie parole potrebbero essere male interpretate. Il fatto è che l’argomento “canonicità” viene troppo spesso usato nelle discussioni come se fosse uno spartiacque leale, giusto, a cui chiunque deve sottomettersi come un maglio divino. Per me non è così e ho solo voluto, con diversi esempi, dimostrare che siamo ben lungi dall’afferrare quella che io ho chiamato epistemologia narrativa in alcuni casi di “crisi” e che non sta a nessuno, se non ad una o più comunità, decidere.

Ma che poi, come fa a “esistere” qualcosa che già di per sé non è reale?

Qui risiede uno degli interrogativi più interessanti. E’ chiaro che quando usiamo il termine “esistenza” riferendoci all’ambito narrativo stiamo parlando di qualcosa che è parzialmente diverso. Anche se il termine in questione è difficoltoso usato anche normalmente. Di norma cos’è l’esistenza? Occupare un certo spazio? Avere autocoscienza? Dei sentimenti?

Quando si parla di storie bisogna capire che l’esistenza altro non è che lo svolgimento di immagini e parole di una ipotetica bobina attivata da un qualche dispositivo, che sia il libro, che sia il videogame, che sia il film. Una volta che tu accendi e fruisci di quel medium la storia sta già “esistendo” dentro il singolo e a sua volta più singoli costituiscono un immaginario comune che viene conteso poi dalle istanze di ciascuno. Chi ci legge messaggi particolari in azioni e personaggi, chi ci legge cose che possono non essere descritte e così via. In tutto questo discorso ho sottolineato quanto possa essere sfuggevole e difficilmente controllabile una storia e i suoi prodotti e che il termine “canonico” cerca di sistemare con delle pezze che ritengo peggiori del buco. Si crea un’autorità decisionale in un campo, quello della fantasia, che sarebbe meglio lasciare libero. Si crea il dogma laddove non ce n’è necessariamente bisogno, si crea un totem laddove prima c’erano già altre leggi, costumi e divinità. Il risultato è una forma di aggressione colonialista a questo mondo ideale e idealizzato, che cerca di metterlo su binari per motivi arbitrari o non contestuali alla storia.

Ma perché proprio “epistemologia narrativa”?

Con il termine “epistemologia” mediato dalla filosofia ho voluto far riferimento a come percepiamo le storie. Per qualcuno sono così vere da viverci dentro, per qualcuno sono uno svago da accendere e poi spegnere, per altri sono a metà: esistono ma solo nel mio cervello. Ma a ben vedere tutta la realtà fenomenica non esiste se non nel mio cervello. Quindi, anche se non ne ho esperienza diretta e non posso toccare Goku, ho dei validi sostituti esperienziali nei fumetti, anime e videogame, che mi aiutano a renderlo “reale” quanto basta per crederci. Nel mio lungo articolo ho parlato di problemi legati ai diritti legali di sfruttamento, ai problemi finanziari, alle esigenze narrative e di alcune visioni piuttosto romantiche anche per far capire che trauma possa essere, per qualcuno, sentirsi maltrattato da un autore che gli ha dato tanto in precedenza, e quanto possa essere arbitrario e ingiusto sentirsi dire che il tuo mondo che fino all’altro ieri esisteva oggi non c’è più perché qualcuno lo ha deciso.

 

 

 

 

 

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Analisi Critica: La Quarta Grande Guerra dei Ninja (Parte 3)

Avevo iniziato dicendo che Naruto è una delle mie opere preferite ma ci tengo all’imparzialità. Questa terza parte tratterà infatti della Quarta Guerra dei Ninja, l’arco narrativo in genere più disprezzato della saga. Cercherò anche di dare qualche possibile spiegazione alle accuse più frequenti che in genere si sentono sempre quando si parla di Naruto e grosso modo sono queste:

-Dopo Pain non c’è più niente che valga la pena di vedere

-Sasuke cambia idea troppo repentinamente

-L’identità di Tobi è una banalità

-La Grande Guerra è mal gestita

-Molti personaggi importanti sono stati tralasciati completamente

-La battaglia finale rende Naruto un Dragon Ball

Kaguya non ha senso

-Naruto si è snaturato parlando di messia

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                                                         – Dopo Pain, il nulla –

Questa prima affermazione è falsa e sinceramente mi snerva quando la sento. Noto che si ricollega a un filone che come argomentazione principale ha sempre “dopo l’evento x l’opera y non è più la stessa“. Ho sentito dire che dopo Freezer Dragon Ball doveva finire per i fan, che dopo L Death Note non è più lo stesso. Ho sempre trovato queste affermazioni abbastanza sommarie, arbitrarie e in ultima analisi poco sensate, perché analizzando bene queste storie al più si può parlare di alti e bassi (ad esempio, lo scontro con Cell o con Majin Bu mi sembra che potenzi di molto le dinamiche avute con Freezer, come si fa a dire che gli sganassoni vanno bene prima ma non dopo? Come si fa a dire che i Cyborg sono troppo incredibili per una storia del genere? Non ha senso) ma quasi mai di una spaccatura così netta. Prendiamo Naruto in esame.

Dopo lo scontro con Pain abbiamo ancora un bel po’ di cose molto belle da vedere:

-Sasuke vs gli attuali Kage

-Lo scontro di Sharingan e di Izanagi tra Sasuke e Danzo che non ha niente da invidiare ad altri scontri celebri

-Il passato di Naruto con Kushina Uzumaki

-L’inizio della Guerra coi redivivi (che nelle fasi iniziali è entusiasmante come poche cose)

-Lo scontro con i precedenti Mizukage, Tsuchikage, Raikage e Kazekage

-Lo scontro con le forze portanti redivive

-Lo scontro Madara redivivo VS esercito alleato, che nell’anime è considerato uno dei migliori a livello visivo

Qualora non vi bastasse, è letteralmente pieno della stessa filosofia di prima:

-La filosofia di Itachi redivivo che parla a Sasuke 

-La filosofia di Kabuto e Izanami

-Il passato di Madara e Hashirama, il senso dei villaggi ninja

-La filosofia di Madara e Tobi

-Naruto vs Sasuke e la filosofia rinnovata di Sasuke

Insomma, come fate a dire che non ci sia nulla per cui valga la pena? Avete semplicemente individuato un personaggio enorme, a dir poco inarrivabile come Pain, e vi siete limitati a dire che siccome non è più stato eguagliato allora sia tutto da buttare via. Questo è falso e lo vedremo durante il corso di questo articolo. Sebbene Pain sia effettivamente un personaggio monumentale e la sua filosofia molto interessante, nella parte finale di Naruto ci sono elementi in grado di arrivargli almeno pari.

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                                             – Troppi personaggi dimenticati –

Questa affermazione invece è purtroppo vera. Troppi personaggi importantissimi (Rock Lee ad esempio) dimenticati e -aggiungo io- altri morti con puro nosense (vero, Neji?)

Naruto è cominciato con un esame di selezione, con vari piccoli protagonisti che si proteggevano le spalle dai pericoli e che difendevano il proprio villaggio. Per favorire la narrazione questa si è concentrata esclusivamente sulla guerra, su Sasuke, Naruto e Kakashi dimenticandosi i restanti 3/4 del cast. Solo occasionalmente faceva capolino Orochimaru o qualche altro personaggio come Gai che era voluto per dare una versione potenziata (ma comunque “copia”) di Rock Lee, o Neji che è servito per il discorso di Tobi ma che è morto come un idiota praticamente da solo e senza scopo con un anticlimax. Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi su Rock Lee che vuole diventare un ninja maestro di arti marziali? Dov’è finito il discorso sull’innatismo di Neji? Perché lo scontro con Asuma si riduce al nulla più assoluto e insensato? Perché un pirla semi-stereotipo come Killer Bee ruba spazio a gente come Hinata, Shino, Kiba?! Tutti questi personaggi si riducono a commentare brevemente qualche battaglia e a farsi da parte; nel combattimento finale Naruto cerca di dar loro spazio ma si riducono a personaggi sullo sfondo, copie carbone ormai svuotate di tutto, semplici “amici” a far bella figura come un quadro appeso. Lo capisco che vedere i Kage sia qualcosa di eccitante e che vedere ninja “comuni” lo sia molto meno ma così sembra quasi che Kishimoto voglia azzerare tutti i discorsi precedenti, anche se sono già stati trattati. In alcuni casi li ripesca e li ripete (Zabusa e Haku, Sasori), in altri se li dimentica proprio. Non c’è omogeneità.

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Uno scontro che aspettavo dall’inizio risolto fuori campo, sigh

                                                   – La guerra è gestita male –

Parzialmente vero. Abbiamo comunque visto, anche con One Piece e la Guerra per la Supremazia, che gestire troppi personaggi importanti si riduce a scontri e dialoghi fugaci giusto per mostrarli ma la partecipazione di ciascuno è ridotta in favore degli altri e non si riesce a dare spazio a tutti ma solo agli elementi centrali in una struttura piramidale: scontri tra soldati semplici, scontri tra ufficiali, scontri tra generali.

Kishimoto si ritrova a gestire un’enormità di personaggi anche nuovi, di tecniche mai viste e che non vedremo troppo spiegate – e questo anche per dare un minimo di pathos – e alcuni personaggi preponderanti sugli altri. Forse avremmo potuto avere una fase in meno dello scontro tra Tobi/Madara/Alleanza e qualche fase intermedia in più, tagliando completamente lo scontro con Kaguya. 

Ho scritto “parzialmente vero” perché un’altra metà invece la salvo tutta e se lo merita. La Guerra Finale è un furbo espediente per farci rivivere esperienze che abbiamo già superato (una caratteristica molto comune un po’ ovunque, pensate alla battaglia finale di Harry Potter) anche per farci capire il grado di maturità raggiunto da tutti, non solo dai protagonisti. Ad esempio rivediamo i pensieri di Sasori, quelli di Asuma (alcuni non cambiano proprio, come Kakuzu), quelli di Zabusa e di Hanzo la Salamandra. In più, è anche un sistema per far alleare quelli che precedentemente erano nemici in un’unica alleanza. Questo è un sotterfugio che vediamo spesso (prendete Doomsday che interrompe la lotta tra Batman e Superman facendoli unire, o l’agente Smith che fa unire umani e macchine in Matrix), così spesso che in genere tendo ad accordargli un valore medio di 6 su 10 come scelta. Nel senso che sta cominciando a diventare un cliché iperabusato per mandarla in caciara e far finire scontri interessanti a tarallucci e vino. Due entità entrambe molto importanti per la storia si scontrano? Ey, arriva un nemico ancora più nemico di entrambi che li fa alleare, e dopo averlo sconfitto saranno così esausti e così amiconi da non scontrarsi più! Che palle. E che banalità sta diventando.

Infatti in Naruto questo diventa un semi-problema per la filosofia che ci ha imbastito sopra: stiamo indagando un metodo per non far odiare le persone, per non farle combattere, per mettere un freno a tutto questo, ricordate? Ora immaginate che USA, Medio Oriente e Russia si alleino contro GLI ALIENI che vogliono conquistarci. Come sviluppo narrativo e soprattutto come risposta lascia molto a desiderare perché è solo a breve termine: ORA siamo alleati e non ci odiamo, e dopo? Una volta che Naruto e il motore della narrazione sarà morto? Questa non è una risposta definitiva, in sostanza, e io come lettore mi sento preso leggermente in giro.

Infine, ho letto anche critiche allo “smercio” di tecniche presenti, perché si vede Sasuke utilizzare gli occhi di Itachi, Kabuto che coi redivivi ottiene ogni tecnica al mondo + Orochimaru, Tobi che usa Sharingan, Rinnegan e le sei vie della trasmigrazione di Nagato. Il termine usato, “smercio”, che sembra indicare un mercato, una bettola, qualcosa a basso costo che viene svenduto e che invece meriterebbe magari una gioielleria, lo trovo alquanto inadeguato e ingiusto. Posso capire che stanchi vedere sempre le stesse tecniche ma Kishimoto si è spremuto le meningi per farci vedere le stesse cose da una prospettiva diversa, facendoci vedere personaggi come Hanzo che erano morti prima o gli Hokage che cooperano, tutte cose che senza questo espediente non avremmo avuto. Considerato che Kishimoto si giostra bene con le varie tecniche e regole che lui stesso si è creato e che ci offre la possibilità di vedere le nuove generazioni che scalzano le vecchie, ormai morte per esigenze narrative, non è un’idea così malvagia dopo tutto. In un certo senso si può dire che siamo riusciti ad avere un’idea generale di guerra in grande stile con elementi che già conoscevamo che hanno ridotto i tempi di spiegazione. Uno scontro vecchia maniera alla ricerca di Sasuke uno contro uno avrebbe solo dato l’idea dell’ennesimo duello mentre qui vediamo soldati-ninja che cooperano. Per questo dico che l’esperimento è riuscito almeno per metà molto bene.

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                                   – L’identità segreta di Tobi è gestita male –

Eh, dannazione se è vera questa. Mi fa incazzare come gli ultimi colpi di scena del Trono di Spade perché la mia fantasia ha superato di gran lunga quella degli sceneggiatori. Vi racconto cosa mi ero creato io nella mia testa, anche leggendo qua e là:

Innanzitutto, ripetere tobitobitobi porta a Obito, e fin qui è ok. Ho pensato che fosse un modo per depistarci tutti, anche l’occhio rimastogli visibile dal buco nella maschera era così lampante che devi letteralmente essere un deficiente per non arrivare a rispondere “è Obito“. Abbiamo visto che è morto ma il suo cadavere no, tutto è possibile in un mondo dove esiste la resurrezione. Al che ho cominciato a cercare possibili personaggi e ho rintracciato una scena che pensavo fosse la chiave di tutto, quando Tobi spiega a Sasuke la verità su Itachi.

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Il fratello di Madara è quasi felice di sacrificarsi. Quel “grab” poteva significare il suo ricordarsi di se stesso

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Quello nella bara gli somiglia ma poteva essere un trucchetto grafico per farci vedere UN Uchiha a caso, mentre il fratello era ancora vivo. Si parla di “sacrificio”, non necessariamente di morte

In sostanza, io credevo che Tobi fosse il fratello minore di Madara prima del flashback che spiegava come fosse morto. Tutto avrebbe avuto senso: un personaggio dagli enormi poteri, praticamente identici a quelli di Madara che può intercambiarsi gli occhi, che conosce tutta la storia. Obito se anche fosse stato vivo quando lo vediamo contro il Quarto Hokage è decisamente troppo forte, Kakashi ci viene mostrato ed è un Jonin ma pur sempre un ragazzino in confronto a Minato. Come poteva Obito averlo superato così tanto in così breve tempo? Inoltre mi insospettiva che un personaggio per Madara molto importante venisse taciuto ed eliminato così in fretta dal discorso. Siccome adoro i gialli e mi piace predire il colpevole con largo anticipo ho imparato a decifrare molte frasi e molti comportamenti e questo mostrarlo così poco era davvero sospetto. Credevo con tutto il cuore di averci preso, solo per poi essere smentito con il più banale dei cliché. Sul serio, trovatemi una rivelazione più banale e citofonata, in qualsiasi opera, dell’agnizione di Tobi. Io sinceramente fatico a trovarne. Persino scoprire che Minato è il padre di Naruto POTEVA essere non del tutto sicuro, visti solo i capelli. Cazzo, capisco il foro nella maschera ma almeno cambiagli il nome; Kishimoto ha esagerato con gli indizi o ci ha presi per degli idioti. Ma se uno legge Naruto e adora la riflessione, la filosofia e lo scontro tattico ti pare di poterlo fregare così? Quindi avete ragione, questo è davvero un punto debole nella trama che al massimo si rende più interessante quando veniamo a capire cosa sia realmente successo a Obito.

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TRIPLO KAIOH KEEEEEENNNNNN

                                      – La battaglia finale è Dragon Ball, non Naruto –

Indiscutibilmente vero. E la spaccatura avviene appena Tobi comincia a “trasformarsi”, io l’ho individuata lì. Con “scontro alla Dragon Ball” intendo un combattimento basato unicamente sui livelli di forza fisica e di scontro diretto con l’avversario, privato completamente di quegli elementi tattici come l’ambiente, la psicologia, le tecniche che avevamo visto nel primo articolo. Se da un lato è comprensibile la scelta di mostrare tecniche così potenti da rendere inutile qualsiasi strategia, il problema è dell’autore che non è riuscito a escogitare qualcosa di alto livello per sublimarne l’estetica. Con ciò intendo dire che, se si combatte un Dio che sa manipolare lo spazio-tempo, anche la tua strategia per fronteggiarlo deve essere grandiosa. Per fare un esempio, qualcosa di simile a ciò che Yugi fa contro Pegasus che gli legge le carte. Altrimenti il risultato è unicamente una serie di scazzottate in cui vince chi pesta di più l’altro, paradigmi che ormai ci siamo lasciati alle spalle da davvero tanto tempo e che Naruto stesso aveva contribuito a rendere obsoleti.

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Dai, qui abbiamo tutti sorriso, ammettiamolo

                                                           – Kaguya non ha senso –

Ovviamente ho dovuto semplificare tutte le posizioni contrarie a Kaguya. In realtà il suo senso ce l’ha, nella storia viene spiegato. Il problema principale è che lo scontro finale (ok, non è proprio quello finale, siamo d’accordo, ma è estremamente importante) deve riassumere in poche parole: la tua nuova forza, la tua maturazione etica e psicologica, la risoluzione e lo scioglimento dei vari problemi che il nemico ha causato. Va da sé che il finale e il colpo finale assestato hanno maggior peso dialettico tanto più il nemico è percepito come pericoloso. Per fare un esempio, Rob Lucci di One Piece è davvero ben gestito (se si esclude come viene sconfitto): è un personaggio che vediamo per tutto l’arco temporale, comanda il gruppo che ha causato il casino, è aggressivo, è forte, se lo lasci libero chissà che altro ti combina, ergo sconfiggerlo procura quella catarsi di cui siamo costantemente alla ricerca. Kaguya è, in parole povere, una sorta di semi-divinità che ha dato vita al chakra che i ninja hanno rubato e ora lo rivuole per sé. Insomma, mi sta bene dare sfaccettature e non permettere al lettore di definire cosa sia bene e cosa male, con Naruto è una costante, ma questa motivazione non è né malvagia né buona, è solo blanda. E’ istintiva e neutrale, tanto che mi spinge all’indifferenza più totale per questo personaggio che prima non è mai stato nominato e che nessuno di noi associava a un nemico. Un altro problema è il continuo cambio di prospettiva sui cosiddetti nemici finali: Uh! Non è Pain, è Tobi! Uh, non è Tobi, è Obito! Uh, non è Obito, è Madara vero! Uh, non è Madara vero, è Kaguya!

Sarebbe stato meglio a quel punto fare dell’Eremita delle Sei Vie il vero nemico perché lo abbiamo visto ripetutamente e sappiamo che era capace di creare delle lune e dei mostri di chakra. Una divinità insomma, che per esigenze narrative doveva essere buona e aiutare Naruto, così Kishimoto ha ideato come sostituto sua madre.

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Ve lo ricordate quando parlavamo di esami scritti? Ecco, ora parliamo di divinità, messia, salvatori e profezie

                                                        – Naruto si è snaturato –

Faccio solo un appunto: è sempre pericoloso parlare di Natura o di cose Innaturali o che si sono s-naturate, perché presuppone che si conosca la vera Natura, cioè l’essenza, di qualcosa. A sua volta questo porta a una fallacia logica conosciuta come “nessun vero scozzese“, come quando si risponde “quello non è il vero X, il vero X è ciò che dico io”.

E tu chi sei per dire che il VERO sia quello e non quell’altro? Naruto ha sempre parlato di temi come l’amicizia e il valore dei legami ma questo basta a renderlo la sua “natura”? Abbiamo anche visto che Naruto mette in piedi discorsi profondi come il sacrificio, la difesa della patria e dei propri cari, non sarebbe troppo strano veder maturare la sua posizione sull’amicizia per far comprendere a Naruto, e a noi di riflesso, che questa non sia tutto, o non sia la cosa più importante.

Fatta questa piccola premessa, effettivamente ritengo anche io che Naruto si sia snaturato in larga parte verso le battute finali, e ne avevo già fatto accenno all’articolo prima. La storia di Naruto è quella di un combinaguai che matura fino a diventare Hokage ma con il piccolo problema che più lui matura meno io mi sento simile a lui e invogliato ad ascoltarlo. Con il Naruto combinaguai, o anche con Rock Lee e Neji, potevo immedesimarmi e sentirmi parte di quella storia ma quando cominciano a essere tutti dei prodigi in qualsiasi cosa io lettore mi sento inevitabilmente escluso o allontanato. Tutto ciò si acuisce quando mi vieni a dire che chiunque può fare il miracolo col duro impegno ma poi tu giochi sporco perché hai un antico demone deus ex machina dentro di te e, senza fartelo bastare, sei tipo il messia del mondo eletto da una profezia e amato da un Ninja leggendario. Infine, il creatore del mondo dei ninja ti ha in simpatia e a quanto pare sei il discendente di una dinastia millenaria potentissima.

Ora, come fai a guardare in faccia il tuo pubblico e a raccontargli ancora quella cazzata dell’impegno? Naruto è stato letteralmente aiutato ogniqualvolta fosse in pericolo. E prima di una battaglia veniva allenato da gente di alto rango con tecniche sublimi, e durante la battaglia veniva salvato da compagni vari, e dopo la battaglia si alleava con altra gente forte. E’ come se il messaggio fosse << basta studiare per prendere il Nobel >> poi però si scopre che lui ce l’ha fatta perché è Stephen Hawking, ha un quoziente intellettivo a otto cifre e ha avuto come maestro Gesù. Dai ma vaffanculo, siam capaci tutti così, che insegnamento stupido e inutile!

Comprendo quella che è l’esigenza narrativa. Siamo ormai alle battute finali, ai nemici più forti e alla conclusione della storia. Però questo aspetto secondo me Kishimoto non è riuscito a gestirlo bene esattamente come il sovrannumero dei suoi personaggi principali. Si riscatta in parte con la filosofia di Sasuke e l’ultimo scontro etico del manga ma il senso di ingiustizia permane. Specie quando continui a chiamare “messia” quel personaggio che doveva essere uno qualunque. Perché c’è sempre bisogno di una profezia? Perché devi parlare di predestinati in un’opera che inizialmente dava a tutti le stesse opportunità?

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E gli occhi del fratello no e poi sì, e gli Hokage prima li ammazzi poi li rivuoi, e Orochimaru no e poi sì, du’ balle senza sharingan, Sasuke!

                                                      –  Quell’idiota volubile di Sasuke –

Qui cominciamo ad avviarci alla fine di tutti i discorsi e alla risoluzione della famosa domanda che Pain aveva posto a Naruto. Sasuke è stato criticato così tanto per tutte le sue scelte volubili ed egoiste che sono nate addirittura pagine per prenderlo in giro (come la ormai defunta Sharingan’s Force). In realtà, per quanto certe battute sessiste sul suo comportamento “poco virile” possano strappare qualche sorriso, a me hanno sempre fatto tristezza. Badate bene, non perché sia un fanboy di Sasuke ma perché questa gente analizzava il personaggio solo in maniera superficiale a partire dal cambio di capigliatura o dal fatto che di punto in bianco volesse fare l’Hokage. Ma cosa significa tutto questo? Perché Sasuke si comporta così?

Partiamo da dove lo avevamo lasciato: Sasuke scopre la verità su Itachi e decide di vendicarsi. Una scelta più che legittima oserei anche dire. Si allea ad Alba ma viene sempre in qualche modo manipolato da qualcuno. Uccide Danzo e si allontana sempre più dalla retta via ma perde gli occhi. Incontra Naruto il quale gli fa venire voglia di lottare ancora e si fa trapiantare da Tobi gli occhi di Itachi per avere uno sharingan ipnotico perfetto. Arriviamo così a quando si risveglia a guerra inoltrata e fugge dal suo nascondiglio. Qui trova un Itachi redivivo e con lui si allea per battere una delle pedine più importanti: Kabuto.

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Ma che poi ora mi chiedo: con una tecnica simile come fanno a non aver sconfitto e umiliato i Senju?

Ci viene presentata una tecnica che ricorda ancora gli albori di quel combattimento psicologista che era il primo Naruto: Izanami (si noti che Izanami e Izanagi sono nella mitologia giapponese le due divinità che hanno creato tutto quanto), la quale è una tecnica meno potente di Izanagi, non consente di modificare il proprio futuro ma di intrappolare in un loop chi ne fa uso. Un altro approfondimento su come possa un clan dirimere le faide intestine se tutti possono usare tecniche come Izanagi. Izanami permette dunque di valutare la volontà di chi è sotto questa tecnica e di intrappolarlo in quel loop fintanto che non accetta la propria identità e la propria natura, un elemento che si ricollega alla storia di Kabuto senza far pesare troppo gli interventi autoriali.

Il combattimento contro Kabuto e la morte di Itachi portano Sasuke a una riflessione tutta sua che neanche Naruto ha mai seguito, e questo perché entrambi sono protagonisti a modo loro: uno che segue la strada della pazienza e della temperanza, l’altro che sbaglia cercando la strada più veloce ma comunque interessato a capire la verità.

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Certe cose le abbiamo date per scontate ma non lo sono affatto

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Comincia così quello che è un viaggio a ritroso per cercare di capire come sia nato questo “sistema” tanto malato di cui parlava anche Pain e che ha causato così tante morti. Perché gente come Danzo si sacrifica (e sacrifica altre persone) per proteggere un villaggio? Cosa rappresenta tutto ciò? Questo ci dà l’occasione per immergerci in quella che sarebbe la Lore (anche se come termine non mi piace è per farvi capire) della storia passata. Incontriamo i primi Hokage che ci spiegano per filo e per segno l’amicizia tra Hashirama e Madara. Il flashback ricorda molto il periodo Sengoku o degli stati in guerra, il nostro medioevo. Quando non c’è un governo centralizzato o uno più potente capace di sottomettere gli altri, ognuno cerca di prevalere e i morti si moltiplicano.

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Hashirama vede morire un gran numero di fratelli e di persone, la riflessione che fa è semplicissima: vuole un sistema che impedisca ai bambini di morire così presto.

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Al centro di tutto viene messo il pensiero di Hashirama di proteggere i bambini, di qualunque clan. E’ così che nasce la prima grande alleanza tra quelli che erano i clan più potenti

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La traduzione non è completa ma Hashirama spiega il significato di Hokage: colui che come un ombra veglia sulla foglia

Viene anche spiegato il significato del nome attribuito ai Kage e questo ci servirà dopo, è un elemento molto importante. Il Kage è l’ombra di un determinato villaggio perché su di esso deve vegliare, lo deve proteggere a qualunque costo. Addirittura il primo Hokage propose Madara per il ruolo ma non godendo della fiducia dei più come Hashirama, sarà messo in ombra.

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Madara spiega inoltre una parte della poetica di Naruto, anche questa la vedremo meglio in seguito: sono due forze contrapposte che, collaborando, danno vita al tutto. Un po’ come il giorno e la notte, la vita e la morte, il senso risiede nell’avere entrambe, non solo una delle due. Vediamo costantemente i personaggi di Naruto spartirsi queste qualità: chi è vitale, allegro, solare, e chi funereo, infelice, desideroso di vendetta. Non si può avere solo uno o l’altro, la vita è fatta di tutto questo ed è solo agendo in sintonia che si può ottenere la felicità.

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Questa scena è emblematica, è un po’ come se tutto fosse partito da qui: abbiamo visto questi due nemici/amici rincorrersi per tutta la vita, combattersi ma mai uccidersi. Come il giorno e la notte che costantemente si inseguono. Hashirama risparmia la vita a Madara e viceversa fino a quando non si mette in mezzo qualcosa di veramente importante, capace di far cambiare Hashirama: il villaggio stesso. E’ qui che Madara prende coscienza del fatto che quello non è più il suo amico e si sente “tradito” da lui, dal suo clan, dalla realtà. E’ a causa di questa spaccatura nel ciclo perpetuo che cominciano i veri disordini, con Madara che cerca di inglobare il potere dei Senju e di inseguire il proprio, di sogno. Se quello di Hashirama, solare, era basato sulla realtà e sulla sua difesa, quello di Madara è invece un sogno/illusione che accontenta tutti ma che rimane tale. Da una parte la dura lotta per la difesa dei propri cari ma anche la difficoltà di un mondo contrapposto dalle esigenze terrene, dall’altro un mondo perfetto e utopico ma che corrisponde solo ad una felicità interna, provata ma non guadagnata. Sta qui una delle maggiori contrapposizioni tra i sogni di tutti i nostri protagonisti, ereditati ai giorni presenti da Naruto e da Obito.

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A ereditare quel sogno solare e reale, però, non è necessariamente un Senju. Sasuke comprende, dopo il racconto, che Itachi non fece altro che difendere il proprio villaggio e le piccole foglie esattamente come aveva fatto in precedenza Hashirama contro il suo amico Madara per proteggere ciò che c’è di più prezioso.

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Quello che viene contestato a Sasuke è il suo repentino cambio di idee ma se si guarda bene è un personaggio maturo che ascolta, valuta, e decide da sé come ciascuno di noi dovrebbe fare senza aver paura di cambiare idea

Sasuke infine cambia idea, capisce che suo fratello si batteva per una causa che val la pena proteggere a sua volta e che infangarla vorrebbe anche dire renderla inutile. Sembra che al pubblico le persone “indecise” non piacciano quando in realtà la scelta di Sasuke è matura e coerente con l’evoluzione del personaggio, e ce lo dice lui stesso: da piccolo pulcino che si fa sfruttare da chiunque Sasuke diviene falco in grado di volare con le proprie ali e ragionare con la propria testa, anche quando la decisione appare solo in superficie incoerente. Ci vorrebbero forse un po’ più persone così! Non ritengo questi flashback una forzatura narrativa per rendere Sasuke un alleato perché il tutto, se si tiene in conto ovviamente, è ben costruito e amalgamato tra passato e presente. Eventuali forzature scompaiono di fronte a siffatta narrazione.

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Infine, quello che per molti è stato un colpo di scena o una forzatura scema, quasi come se Sasuke avesse voluto imitare Naruto dicendo questo. In realtà non c’è niente di più sbagliato perché Sasuke fa riferimento a quei concetti di luce e ombra di cui già parlava Madara e che nell’articolo scorso abbiamo visto con Danzo e Sarutobi. I concetti stessi di foglia e di radice usano come leitmotiv ciò che spiegava Madara: è l’unione di questi due elementi a generare la felicità. Sasuke quando dice che vuole diventare Hokage non intende affatto diventare come Naruto o come gli Hokage che abbiamo visto ma una vera e propria ombra che vigila silente. Ce lo spiega nello scontro finale:

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Era stato Itachi stesso a dire a Naruto che l’Hokage non è colui che riceve la stima del villaggio, è colui che ha la stima del villaggio che diventa Hokage. Sasuke, però, parte da una riflessione più ampia che coinvolse a suo tempo già Orochimaru e Jiraiya quando nel loro scontro parlarono del significato del termine “Ninja”. Per Orochimaru significa colui che padroneggia molte tecniche, per Jiraiya significava invece “colui che resiste in segreto”. La storia a questo punto riprende quel tema e lo rigira tra i protagonisti, Naruto è colui che effettivamente padroneggia le tecniche tra le più potenti al mondo ormai ma Sasuke, memore del sacrificio di Itachi, arriva a una risposta non dissimile da quella che diede Danzo tempo addietro rifiutando la politica pacifista di Sarutobi. Ce lo spiega molto bene Sasuke stesso che questa pace è solo momentanea e dovuta, come dicevo io, a un terzo elemento contro cui si sono tutti alleati: prima è stata Alba, poi Madara, infine Kaguya. Ora che tutto è come prima se non queste generazioni, quelle successive che avranno dimenticato torneranno a muoversi guerra. Sasuke intende dunque essere una sorta di “Madara buono” se così vogliamo chiamarlo, un’ombra (Kage) silente e nascosta che agisce dietro le quinte per attirare tutto l’odio del mondo esattamente come hanno fatto Kaguya e gli altri e con questo sistema mantenere una forma di pace perpetua.

Ora che ci si riflette sopra un po’ meglio non sembra così tanto stupido e volubile, vero? Itachi per Sasuke era il vero Hokage perché pur essendo odiato aveva agito per il bene di tutti, aveva insomma fatto un sacrificio molto più grande ed eroico di quello fatto da Sarutobi o dall’idea che Naruto ha degli Hokage, gente forte e rispettata.

Tutte le esperienze passate rendono questo discorso in extremis magnificente e aiutano a dare spessore al personaggio di Sasuke e al suo modo di pensare. Un vero peccato che invece la controparte, Naruto, non offra vere risposte ma solo e soltanto la testardaggine protetta dalla narrazione che convincerà poi il suo amico, ribadendo in puro stile shonen che sono la costanza, la temperanza, la pazienza e soprattutto gli amici che ti aiutano a raggiungere gli obiettivi.

                                                      – La risposta di Naruto è…-

Sarebbe però un po’ una presa per i fondelli se al dilemma di Pain Nagato rispondessimo in maniera così blanda e impersonale. In sostanza un “credici e vedrai che ci riesci”. Puah, che banalità strasentita. In tutto questo e nell’enorme e complesso apparato filosofico che Naruto tratta fallisce per poter rientrare in quei canoni giovanili e stereotipati che ci spronano a provarci sempre, tuttavia una risposta un po’ meno ritrita esiste e ci viene data nello scontro con Tobi. Facciamo un passo indietro a quando Naruto dichiara che non lascerà morire nessuno dei suoi compagni, per poi veder morire Neji.

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La morte di Neji soleva essere uno shock per i lettori che, esattamente come con Pain, la morte di Kakashi e la distruzione della Foglia, serviva per farci empatizzare col discorso di Tobi. Il problema è che nel caso di Pain lo shock è stato devastante anche a causa del fatto che Kakashi è un personaggio primario onnipresente nella narrazione esattamente come Jiraiya. Neji, per quanto amato possa essere, ha smesso di comparire “seriamente” da parecchi capitoli. Il lettore/spettatore critico non è scemo, sa che i personaggi non vivono di rendita, occorre innaffiarli costantemente e tenere accese le loro braci o semplicemente smettono di vivere dentro di noi. Un altro esempio è Sakura: si dimostra al 100% del suo personaggio solo in un caso in tutti gli archi narrativi di Naruto, ovvero contro Sasori. Tutto quel che viene dopo, anche se si aggiunge il Byakugo, il suo essere ninja medico, è più un supporto alla narrazione che un vero e proprio contributo per modificarla anche solo parzialmente. Neji è un personaggio importante ma in questo contesto, dopo così tanto tempo che non lo vediamo seriamente in azione, è un agnello sacrificale debole per il discorso di Obito. Naruto lo recepisce comunque:

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Non è una risposta globale, rivolta a tutti e a riferita ad annientare l’odio in maniera totale ( e siamo corretti, sarebbe troppo pretenderlo da un fumetto per ragazzi! ) ma riferita all’Hokage. Egli non è costretto a calpestare i cadaveri dei propri compagni perché è colui che apre la fila e che si fa carico dei pericoli maggiori, proprio come abbiamo visto con il Secondo Hokage quando nomina il Terzo. Naruto sostiene che essere Hokage ma anche un ninja sia una forma di “resistere”, esattamente la risposta finale cui giunge Sasuke anche se con mezzi differenti. Però, da una parte c’è chi vorrebbe dirigere tutto in virtù della propria forza e saggezza, dall’altra chi vorrebbe permettere il libero arbitrio alle persone e farle decidere da sé. E’ come se avessimo assistito alla nascita di due divinità e al loro scontro per decidere quella che sarà la nuova realtà e la nuova etica da seguire.

                                                   -L’ultima critica mossa da me-
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Il vero problema di Naruto non sono tanto le tecniche abusate, i power up forzati e casuali o Kaguya. Il vero problema di Naruto risiede in questa immagine particolare e nello Zetsu nero che ci rivela che in realtà tutto ciò che abbiamo visto è stata opera sua. Ha fomentato Indra contro il fratello, ha aiutato Madara, ha riscritto la stele, ha aiutato Kabuto e chissà ancora quante altre fette di culo.

No ragazzi, questo è proprio sbagliato e completamente incoerente con il resto dei discorsi fatti. Hai passato 690 capitoli circa a ripetere, esplicitamente o meno, che il mondo è caos, che l’odio nasce da idee comunque valide ma contrapposte, che anche i nemici hanno i loro validi motivi per agire e poi te ne esci accentrando tutto il male del mondo in un unico essere? E questo significa che senza lo Zetsu nero magari avremmo avuto un mondo idilliaco e puro? Ma vaffanculova’!

E’ uno degli elementi più orridi, pacchiani e pericolosi della storia, odio queste scelte alla “Signore degli Anelli” dove il male è concentrato in un’entità esterna che corrompe il mondo buono e gentile. A livello concettuale e filosofico è un’idea che rigetto in toto. Naruto andava bene come stava procedendo prima: il mondo è caos e le guerre nascono da differenti visuali sulla stessa cosa, tutte valide in qualche modo ma vincenti sulla base della forza, degli alleati, delle tecniche, ecc. Lo Zetsu nero smonta completamente e banalizza in poche righe quella che è stata una trama complessa e un modo di vedere rispettabile e originale.

 

Concludendo questo articolo e questa serie su Naruto mi ritrovo a far notare delle cose che ho sempre sofferto nel vedere mutilate dal pubblico, mal capite, spesso denigrate per ignoranza. I miei articoli nascono con questo scopo: cercare di spiegare, di far comprendere meglio i temi e la filosofia che Naruto mette in campo senza però fare concessioni di sorta.

E’ un’opera perfetta? Assolutamente no. Abbiamo anche visto che narrativamente alcune scelte sono pessime, la trama dell’ultimo arco è diluita in un modo spaventoso, Naruto è un deus ex machina costante e vere risposte definitive non ne dà (anche se, a differenza di Rufy, si spreme e ce ne dà alcune comunque accettabili). Gli scontri ninja, che erano un tratto caratteristico eccellente dei primi archi narrativi, svaniscono a favore di scontri basati solo sulla forza fisica o quella di volontà che finiscono in un terribile anticlimax finale salvato solo dallo scontro fisico e ideologico con Sasuke.

Un’opera che si conferma, tra alti e bassi, di alto livello generale, a suo modo creativa come poche e una sfida intellettuale costante. Io vorrei dare solo un consiglio chiave a chi si approccia a Naruto: non dovete analizzarlo con gli strumenti per analizzare i classici shonen, in alcuni casi dovete uscire dagli schemi e collocarlo in una nicchia apposita per lui.

-Parte 1 della mia analisi su Naruto

-Parte 2 della mia analisi su Naruto

 

 

Analisi critica: La filosofia di Naruto (parte 2)

Nella parte 1 ci eravamo occupati principalmente degli elementi shonen inerenti i combattimenti e quelli riguardanti lo psicologismo spesso sottovalutato di Naruto. In questa parte 2 parleremo invece di un altro elemento talvolta sottovalutato dagli stessi estimatori di Naruto: la filosofia di gran parte dei suoi personaggi.

Ci eravamo lasciati proprio alla fine della prima serie dell’anime pertanto è opportuno ripartire da lì, da quella sezione che nell’anime corrisponderebbe allo Shippuuden e direi di cominciare al volo parlando di alcuni dei personaggi e degli aspetti più deboli.

                                                                     – Sai –

Sai è quello che dovrebbe sostituire Sasuke nel gruppo e penso che l’idea iniziale fosse di farne un personaggio antitetico, apparentemente simile ma in grado di differenziarsi. Per questo motivo più che un combattente è un artista, più che un vendicatore dominato dalle emozioni è un involucro privo di sentimenti, tanto che la storia batte veramente troppo su questo punto cercando di convincerci dell’esistenza di queste persone allevate nella Radice, la squadra speciale e segretissima della Foglia, che non sanno neanche come ci si siede come si sorride. Dico che è uno dei personaggi più deboli perché in realtà non si può parlare veramente di chissà che psicologia o filosofia di vita, Sai è uno strumento che la narrazione adopera per farci capire quanto siano cattivoni quelli della Radice e che anche uno privo di sentimenti può cambiare e provare qualcosa per i propri compagni. Bello, la scena finale con la finestra-quadro è anche molto poetica ma non ho potuto fare a meno di leggere tutte le parti di Sai con estremo disinteresse e fredda accondiscendenza. Per fortuna la storia da un certo punto in poi sembra dimenticarsene. Il discorso sulla Radice invece è meraviglioso ma lo vediamo più avanti.

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“Compagno”, l’unico quadro titolato. Poetico ma poco incisivo

Nell’articolo prima avevo parlato anche del valore e dell’importanza degli allenamenti in Naruto, una cosa che in Dragon Ball diventava una routine sbrigata da quelle che in cinematografia sono sequenze brevi da videoclip con una musica potente dietro mentre in One Piece a malapena se ne scorge qualcuno. Non solo avevo elogiato il Rasengan, nonostante fosse qualcosa di apparentemente noioso ma mi ritrovo a farlo anche adesso con la spiegazione di Kakashi e Yamato sulla spiegazione dell’alterazione delle proprietà. Qui apprendiamo qualcosa in più sul mondo ninja e su come funzionino le tecniche, ovvero come un grande sasso, carta, forbici elaborato, dove ogni elemento ha le proprie qualità a contraddistinguerlo dagli altri sotto qualche aspetto (anche se chiaramente si parla più degli aspetti bellici che di altro). Non solo, Naruto si dimostra intelligente nel porti un dilemma apparentemente insormontabile

<<E’ come guardare a destra mentre si guarda anche a sinistra>>

Per poi rispondere con una soluzione elaborata e geniale che mostra cura anche nelle piccole cose. Scopriamo che la moltiplicazione del corpo non vale solo come tecnica diversiva in combattimento ma anche nello spionaggio (del resto Kakashi la utilizza sempre per avere informazioni preliminari durante lo scontro) e veniamo a sapere che ciò che la copia apprende si trasmette poi all’originale. Kishimoto reinventa questo paradigma per usarlo proprio nell’allenamento, perché se due copie dimezzano i tempi, tre copie riducono questi a un terzo, e così via. Sublime. E’ una mossa davvero astuta da parte di Kishimoto appunto perché ci dimostra che l’attenzione non è solo sugli scontri e sul confronto ma anche sull’apprendimento. Non credo di aver mai visto, oltre Naruto, così tanto allenamento in nessuno Shonen, mai così ben spiegato, mai così ben pensato, mai così coerente con le tecniche che già conoscevamo e che vediamo sotto una nuova prospettiva.

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Non basta ripetere una frase (“Proprio a me lo dici, Kakuzu? Sai quanto mi piacerebbe essere ucciso”) per rendere più interessante un personaggio monodimensionale

                                                           – Hidan e Kakuzu –

I personaggi di Hidan e Kakuzu invece trovo che siano dei meri riempitivi per la storia. Hidan è appena una bozza di quello che dovrebbe essere un immortale anche se il suo potere e la sua origine non ci vengono mai davvero spiegati, rendendolo molto più “fantasy” di quanto in realtà Kishimoto ci abbia abituati. Un conto sono le braccia in eccesso di Kidomaru o la mano-bocca di Deidara che possiamo anche vedere come innesti o tecniche particolari ma rendere un essere immortale e richiamare in causa una vera divinità è un pochino troppo. Scusate eh, Madara che fa il bello e il cattivo tempo con le tecniche di resurrezione? Orochimaru che voleva essere immortale? Loro non hanno mai sentito ‘sto Jashin? Boh.

Kakuzu è parzialmente perdonato perché già più coerente col mondo ninja, infatti rubare cuori per lui significa vivere in eterno e in più, giustamente, assorbirne il tipo di chakra e la particolare inclinazione, così da padroneggiarle tutte. Inoltre renderlo così resistente si dimostra utile per farci vedere la nuova tecnica di Naruto.

Qui non faccio proprio una critica ma un appunto su una cosa che non mi è tanto chiara per come è stata gestita. Viene detto che neanche il Quarto Hokage, che ci viene venduto ogni volta che se ne parla come un dio sceso in terra, è riuscito a completare il Rasengan. E vediamo Naruto (e non dimentichiamoci di Konohamaru che non lo completa ma lo usa contro Pain) farcela, nonostante la tecnica e il tempo speso con un trucchetto. Insomma, non è ben chiaro perché una tecnica come il Rasengan dovrebbe essere più difficile da padroneggiare del mille falchi e perché dovrebbe essere così complicato completarla a differenza di tutte le altre tecniche. Narrativamente serve a farci capire i progressi di Naruto che si sta avvicinando ai suoi predecessori ma va anche detto che il tutto viene gestito in maniera molto veloce e sbrigativa. Naruto che ci è stato presentato come un pasticcione ormai lo è solo di nome o nelle gag con Sakura; si può ancora parlare “male” di Naruto? No, ha smesso di essere tale da un bel pezzo, non sbaglia praticamente mai un colpo se non ogni tanto e nelle spiegazioni si dimostra lento ma alla fine dei conti non è scemo neanche la metà di quel che sembra. Possiede la fortuna della Volpe e questa specie di innatismo-shonen nei momenti critici che di fatto snaturano un po’ la goffaggine presunta del personaggio con cui tutti noi dovremmo empatizzare. Lo sottolineo perché Naruto si sta avvicinando a quella fase da messia che personalmente odio e che discuteremo meglio nella parte 3.

                                                            – Itachi VS Sasuke –

Non parlerò troppo del combattimento e delle strategie di battaglia e ciò che rimane poi di Itachi lo discutiamo sempre nella parte 3 finale.

Itachi è, senza troppi giri di parole, un filosofo, così come Pain. Per capire la sua storia dobbiamo confrontare ciò che Sasuke sa di lui inizialmente -ovvero che Itachi ha sterminato il clan- con ciò che Sasuke scopre da terzi dopo. A esemplificare questo una frase dello stesso Itachi:

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Cos’è la “realtà”, se non un insieme di credenze cui diamo credito?

Inizialmente non capiamo queste parole ma dopo lo svolgimento del duello grazie a Tobi il quadro sarà finalmente completo.

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Sono costretto a tagliare alcuni discorsi per velocizzare il mio, purtroppo. In sostanza, Itachi, il quale sterminò per davvero il clan Uchiha, non fece altro che eseguire una missione affidatagli dalle alte sfere della Foglia per una questione di ordine interno che fa riferimento addirittura alla fondazione della Foglia stessa. Abbiamo visto nell’articolo precedente un punto fondamentale: Itachi non voleva sentirsi parte di un’etichetta, di un clan soffocante o sentirsi indissolubilmente legato ad un villaggio. E’ un personaggio che ci ha dimostrato di essere cosmopolita e nel racconto di Tobi acquista senso ciò che ci ha detto, altrimenti come potrebbe uno sterminare il suo stesso clan dopo che abbiamo visto casi esemplari (Hyuga, ad esempio) in cui il clan è tutto e va protetto a qualunque costo? Itachi era pacifista e cosmopolita, metteva il bene del villaggio di Konoha sopra al proprio clan capendo e riuscendo a distinguere i concetti di “male minore” e “male necessario”. Tutto ciò è interessante perché inoltre getta delle ombre sulla Foglia stessa: il villaggio che abbiamo protetto, che Naruto ama e vorrebbe proteggere, il villaggio che ha dato i natali al terzo Hokage che ne parlava così bene, le piccole foglie…e ora si scopre che un villaggio considerato “buono” (anche se già la faccenda degli Hyuga complicava di molto le cose) è capace di un simile attentato a danno dei suoi cittadini?

Va detto però che il padre di Sasuke stava organizzando un colpo di stato. Ancora non aveva avuto luogo ma sarebbe stato peggio permetterglielo, pertanto le azioni della Foglia possono essere considerate preventive? Apprezzo questo svolgimento realistico della cosa. A differenza di Dragon Ball o di One Piece, dove “la gente da difendere” è un blocco unico di manichini privi di pensiero, in Naruto il Villaggio ha le mani lorde di sangue quanto gli altri, quanto gli antagonisti, ha dei lati in ombra che non ci permettono di perdonarlo a fondo ma che gli consentono di avere più forza retorica di qualsiasi altro discorso shonen stereotipato. La Foglia è esattamente come l’America, l’Italia, la Germania, il Giappone e così via. Puoi essere nazionalista e patriottico quanto ti pare ma il tuo paese avrà sempre in qualche misura qualcosa di cui vergognarsi della propria politica. Il problema è che non possiamo neanche condannare gesti simili, fosse anche lo sterminio dei pellerossa o degli indios, o il duca Vlad l’Impalatore. Quelle azioni per quanto deprecabili erano anche politiche, azioni politiche con il fine di sacrificare una parte per permettere ad un’altra (per qualcuno preferibile) di sopravvivere. A ben vedere la storia è una costante sequela di uccisioni e sterminii più o meno giustificati dalla necessità. Preferisco un villaggio come quello della Foglia a un qualsiasi indistinto paese sulla carta presentato come buono per esigenze narrative che appiattiscono il tutto.

A questo mi ricollego anche per un altro breve appunto. Dalla storia di Itachi apprendiamo che impiantarsi gli occhi del fratello (o di un altro membro del clan, suppongo) significa sviluppare uno Sharingan Ipnotico perfetto e duraturo. Ma allora perché semplicemente non scambiarsi gli occhi? Dal discorso di Tobi sembra che questa azione sia deprecabile ma in un mondo (e in un clan) di Ninja disposti a tutto suona balzana. Se il clan Uchiha tutto si fosse messo a smerciare occhi sarebbe semplicemente diventato imbattibile.

Il proseguimento della storia di Tobi è comunque eccezionale. L’unione dei due clan più forti e rinomati dell’epoca dà vita alla Foglia ma il problema della leadership è impellente. Come decidere il capo-villaggio? E’ chiaro che uno come Madara non avrebbe mai accettato il secondo posto ed è chiaro che gli Uchiha considerati pericolosi sarebbero stati controllati e sempre più estromessi dalla politica, anche grazie a Tobirama Senju. Insomma, Itachi si ritrova nel bel mezzo di una questione delicata e complessa e opta per la soluzione che ritiene migliore. In tutto questo si aggiunge Sasuke che crede ad una realtà che dava per scontata ma che per la prima volta si rivela falsa (e ci torneremo su questo). Allora decide di lottare contro questo sistema dei Ninja corrotto e malato, in particolare contro coloro che costrinsero Itachi a un patto simile, dichiarando guerra al Villaggio. Qualcuno ha ritenuto poco coerente e poco credibile questa scelta, eppure Sasuke stesso la spiega per bene e vorrei riportarla per intero:

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Si può accettare la pace ipocrita di chi ti ha costretto ad una simile scelta?

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La questione è semplicissima: La vita di Sasuke per Itachi valeva più del villaggio ma questo vale ora anche all’inverso

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In effetti. Se criticate Sasuke di essere infantile e volubile, di grazia, quanti familiari avete perso a causa del governo, voi? Riuscite a capire anche solo una parte dell’odio che si deve provare?

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Ma Sasuke non è un concentrato d’odio e basta. Egli è così a causa del troppo amore che provava per i suoi cari.                                                         

                                                                    – Pain –

Il personaggio di Pain non è troppo dissimile da Itachi, è un filosofo anch’egli e oserei dire uno dei più grandi nell’universo Shonen. La sua filosofia viene spesso bollata come minchiata da antagonista secondario semplicemente perché non viene colta nella sua interezza, alla pari di chi sproloquia di voler “conquistare il mondo” (che è una frase che dice, comunque, e le sue sbrodolate quando parla di essere dio ammetto che sono stronzate che poteva risparmiarci) senza poi specificare cosa farci, col mondo.

Inizialmente spiega a Hidan un piano molto complesso che però sembra essere una copertura e basta, verrà anche citata sulla soglia della Quarta Guerra Ninja dai Kage:

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I motivi di una guerra vengono definiti a posteriori

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La traduzione è quella che è

 

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Politica. Ho già perso quei pochi che mi leggevano

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Il discorso iniziale di Pain è complesso ma anche se fosse quello vero sarebbe molto interessante. Non abbiamo un antagonista balordo che combatte per la pura forza o per la conquista ma un vero e proprio “politicante” conscio dei sistemi del proprio mondo che cerca, quasi con strumenti legali, di vincere il sistema stesso e di batterlo al suo stesso gioco. Notevole, e si riallaccia all’antagonista sofisticato di cui parlavamo. Il vero Pain però non è proprio così, o per meglio dire, Nagato Pain è molto di più.

                                                                           – Nagato –

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La stabilità è importante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ma la stabilità si è fondata sulla violenza perpetrata su altre persone

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Pain enuncia una semplice regola, più vecchia del mondo. Se ferisci, aspettati la vendetta di qualcuno. Azione e reazione

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Anche quelli della foglia hanno avuto delle perdite. Probabilmente Pain ride come se avessero paragonato le perdite USA contro le perdite della Siria, o dell’Iraq, o dell’Afghanistan

Il discorso di Pain su cui voglio attirare l’attenzione con alcuni esempi all’ordine del giorno è proprio questo. Ve lo immaginate se oggi ci fosse un terrorista Siriano in grado di mettere in ginocchio il presidente degli Stati Uniti? Lui risponderebbe “anche noi abbiamo avuto migliaia di perdite contro di voi”.

Ci sarebbe effettivamente da ridere, lo penso anche io. Puoi anche avere dei lati in ombra come persona e come villaggio, puoi anche avere le mani parzialmente pulite grazie a personaggi positivi come il Terzo e il Quarto Hokage ma la realtà è che qualcuno ci è morto e i suoi compagni per te provano odio. Come ho sempre detto, al dolore non si parla, col dolore non si ragiona, ed è ciò che Pain esplica benissimo. Credi che i familiari uccisi dai tuoi torneranno in vita con le belle paroline? Credi che parlare male della vendetta o di chi la esegue sia una forma di difesa sufficiente? No.

La realtà è che il principio di Azione-Reazione è sacrosanto e anche se cerchiamo di disfarcene con opere pro-sociali che ogni volta ci ricordano che “la vendetta non porta a nulla” o “la vendetta non ti restituirà i tuoi cari” o “cercherai altri su cui vendicarti” sostanzialmente stiamo cercando di parlare al dolore.

Nella società civile chiaramente non c’è spazio per la vendetta ma bisogna ricordarsi che questa è a discrezione di ciascuno. Magari uno ha subito una perdita accettabile e se la mette via. Magari no. Magari lo fa soffrire così tanto che preferisce compiere una strage e poi spararsi un colpo. Ho visto spesso commenti pieni di compassione ma mai di comprensione. E questo perché gli assassini ci spaventano, vorremmo non vederli mai intorno a noi, e chi lo diventa è sicuramente criticabile. Ad esempio, una madre che viene abbandonata dal marito e dalle istituzioni con un figlio a carico che sceglie di uccidere entrambi, o prima il marito e poi il figlio. Un ex mercenario che si dà alla droga a causa del suo passato, un uomo sfigurato dall’acido a causa di una compagna gelosa e possessiva. Noi che abbiamo il culo al caldo e la pappa pronta abbiamo il giudizio svelto ma quante di queste sfortune ci sono capitate per poterle comprendere veramente? Il discorso di Pain sembra facile e basato tutto sulla vendetta ma c’è di più.

Naruto stesso chiede:

<<Come può il vostro operato configurarsi col valore di “pace”?>>

E ha senso come domanda. Vediamo il discorso di Pain in dettaglio:

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Come puoi effettivamente parlare di pace dopo tutte le persone che hai ucciso?

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C’è un piccolo problema. Tsunade prima stava dicendo le stesse identiche cose di Pain. I metodi di Naruto non sono risolutivi, vuole fare le stesse identiche cose che critica

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Il paese del Fuoco è l’unico a potersi riempire la bocca di questi concetti dopo le violenze perpetrate?

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Naruto comincia a capire che basarsi solo sugli istinti e su ciò che si vede non è saggio

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Il discorso di Pain è che tutti usano le stesse spiegazioni e gli stessi metodi, dando vita ad un circolo di odio e di rancore interminabile

La distruzione del villaggio della Foglia è servita all’autore proprio per darci un pugno nello stomaco. A voi che vi siete preoccupati, pensando che Pain fosse semplicemente un terrorista, l’autore risponde: e la violenza causata da noi agli altri ce la dimentichiamo solo perché li abbiamo visti di meno? Non compaiono in tv, nei telegiornali, non vediamo i loro eroi nei nostri film, quindi sterminarli va bene?

Però se crollano le nostre torri, i nostri monumenti, allora in quel caso si tratta di pazzi fanatici maledetti e fomentati. Troppo comodo rispondere così. Mi rendo conto di parlare di argomenti sensibili e pericolosi ma il fulcro del discorso di Pain è proprio questo, ed è meraviglioso e audace anche per questo. Non ricordo di aver mai visto quest’argomento trattato in altri shonen, sinceramente. Kenshin Samurai Vagabondo gli si avvicina come concetti ma è molto più blando. Qui vediamo proprio il villaggio distrutto, Jiraiya e Kakashi morti. Siamo pervasi dall’odio per quel maledetto Pain, eppure come Naruto siamo impotenti ai suoi discorsi. E’ vero, ci ha causato del dolore ma noi lo abbiamo causato a lui per primi. E ora che si fa? Si continua a odiarci? La mettiamo via?

Pain introduce un discorso complesso e filosofico anche perché sollecita Naruto per avere una risposta. E qui mi ricollego a quel che dicevo di quello sgorbio intellettuale di Rufy che quando viene sollecitato NON risponde, quando gli parli di governi, di pace, di male minore ti prende a sberle finché non ottiene quello che vuole. Bravo, hai capito tutto come personaggio e soprattutto come autore, hai capito come semplificare in maniera indegna un discorso profondo che per fortuna Kishimoto tratta coi guanti di velluto. E Naruto cosa risponde?

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Messi di fronte a un quesito sì grande è difficile rispondere. Chi mai potrebbe? Gli uomini si odiano e si combattono dall’alba dei tempi, i loro rapporti sono sempre stati dominati dal potere, non si può dare una risposta diversa.

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Alla fine lo stesso Naruto dirà a Tobi: “Nagato anche se con un metodo diverso voleva davvero la pace ma tu no!”

Pain, che comunque rimane un antagonista, sostiene che quel dolore che Naruto sta provando sia il mezzo per giungere alla pace, ed è ciò che Jiraiya stesso gli aveva spiegato: E’ solo quando provi dolore a tua volta che riesci a comprendere quello altrui e a “risparmiarlo”. Infliggere dolore al mondo non è una punizione né una vendetta per Pain ma un metodo per farlo crescere come se fosse una persona. Potrà sembrare bislacco e invece ha il suo bel perché. Forse si richiama alla Guerra Fredda che evitò conflitti “pesanti” anche memore di ciò che era stato il precedente conflitto mondiale. L’Ancien Regime cadde anche grazie alla riflessione che l’assolutismo di Napoleone portò alla storia e con esso le sue guerre e le sue perdite. La guerra insegna la pace. Ecco riassunto ciò che dice Pain. Un discorso spesso ingiustamente sottovalutato e criticato come cliché ma in ultima analisi mai compreso a fondo nella sua interezza.

Adesso invece parliamo della scelta criticatissima di Nagato in punto di morte di riportare tutti in vita.

Naruto si reca da Nagato per sentire la sua storia perché comprende che ucciderlo non sarebbe la risposta (e già qui si vede la maturazione del protagonista). Nagato gliela racconta per avere la riflessione di Naruto. Naruto risponde che ancora li odia, vorrebbe ucciderli ma non lo farà.

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Per comprendere l’indole di Pain dobbiamo capire questo innanzitutto. Che Nagato vuole veramente la pace anche se con un metodo non convenzionale. Gli ideali di Jiraiya sono anacronistici e insufficienti ma Jiraiya credeva che qualcuno prima o poi avrebbe avuto quella risposta tanto agognata. Ed è una frase del suo personaggio letterario che entrambi gli alunni hanno letto. Quelle due figure, che ciascuno dei due rivede col proprio volto, nell’ultimo istante si sovrappongono e si rivela anche il nome del personaggio fittizio

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Jiraiya si ispira a Nagato scrivendo

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Il personaggio che Nagato si figura leggendo è egli stesso

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Ma il nome del personaggio è proprio “Naruto”, un lascito del maestro anche simbolico e ideologico che Naruto non può tradire, o diventerebbe una storia diversa

E’ questo che convince Pain, nonostante una effettiva risposta non ci sia ancora e che lo esorta a riportare tutti in vita per rimediare ai propri errori. In parte sono d’accordo con le critiche: mi sembra una scelta frettolosa da parte di un personaggio che era davvero molto convinto della propria filosofia di vita e mi sembra che si vada ad annacquare il suo stesso discorso che aveva senso proprio perché Naruto aveva subito perdite enormi. Un po’ come la morale de La Bella e la Bestia. Una volta che capisci la rispostina tiè, beccati il figone ricco anche se per tutta la storia abbiamo parlato di bellezza interiore.

Non mi ha convinto pienamente ma Kishimoto ha cercato di spiegarla e giustificarla dicendoci che Pain non era malvagio, il suo scopo era far maturare le persone, non massacrarle. Ho visto gente dare di matto perché Kakashi era tornato in vita. Purtroppo riconosco che un personaggio simile abbia la plot armor e sia intoccabile però almeno ci ha permesso di avere un dialogo con suo padre, una cosa non da poco secondo me, e che altrimenti avremmo visto in sogno, forse.

                                                                   – Danzo – 

Danzo?! Che c’azzecca coi filosofi di prima? In realtà Danzo ha un potenziale enorme che spesso non viene colto. Non si degna, come Pain o come Itachi, di partorire chissà quale dialogo di spessore, però sono rimasto positivamente colpito dalle scene in cui appare e quella della sua morte. La storia di Naruto è costellata da personaggi tristi, eterni secondi, sconfitti, falliti e Danzo è uno di loro. Nei suoi ricordi prima di morire vediamo che avrebbe voluto sacrificarsi esattamente come suo padre ma la paura ha il sopravvento. Danzo è il classico personaggio che trama nell’ombra e sfrutta gli altri per i suoi fini però vediamo che non lo fa per tornaconto personale, è profondamente radicata in lui quell’idea di sacrificio estremo che abbiamo visto associata all’immagine del ninja e del guerriero fin dall’inizio. La sua vita non la reputa importante, la difende solo perché ritiene di essere l’unico a disporre di metodi coercitivi adatti a dominare il mondo dei ninja. Più volte lo vediamo criticare il defunto Terzo Hokage o Tsunade, lo vediamo disprezzare i metodi pacifisti e gli altri lo chiamano “guerrafondaio”.

 

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Davvero toccante. Forse erano addirittura amici inizialmente

Nonostante il suo passato Danzo continua a covare una forma di rancore ma non si dimentica dei propri ideali, anche se lo vediamo letteralmente astenersi dalla lotta quando Orochimaru e Pain attaccano la Foglia. Per lui dieci, cento vite non contano nulla, sono solo pezzi su una scacchiera e lo apprezzo. Potremmo dire che segue ideali autoritari e militareschi che ormai neanche i ninja vogliono seguire e questo si collega benissimo con le figure della Foglia e della Radice, la squadra speciale che comanda.

Come si vede nelle scene finali la Foglia è baciata dal sole, è l’elemento della pianta più appariscente ed esteticamente apprezzabile, la radice invece è ciò che fornisce nutrimento alla pianta ma è nascosta e non si vede, è pure esteticamente brutta.

Questi due semplicissimi elementi sono usati anche per rappresentare i ninja come il Terzo che agiscono alla luce e sono guerrieri puri e valorosi e chi come Danzo svolge lavori di intelligence, di spionaggio, di assassinio, nell’ombra. La faccenda è trattata in maniera adulta e matura, anche se viene “spinto” Sarutobi i due metodi sono complementari e sarà importantissimo ricordarsi questo aspetto per la riflessione definitiva di Sasuke. Un villaggio, un governo, una politica, deve necessariamente avere entrambi per funzionare e deve anche avere personaggi meno amabili e meno amati che svolgano il lavoro sporco. Questo l’ho decisamente apprezzato e contribuisce ad innalzare il livello della scrittura dei personaggi.

Concludendo qui la seconda parte mi ritrovo a dire che Naruto fino a questo punto è davvero un signor manga. Durante la mia adolescenza mi ha accompagnato con personaggi squisiti, con storie favolose e una filosofia sempre azzeccata che io rispetto ossequiosamente ancora oggi. Poi è arrivata la Quarta Grande Guerra Ninja che ha in parte smontato le mie convinzioni su alcune cose. Siccome è un argomento a sé, però, ne parleremo nel terzo e ultimo capitolo dedicato a Naruto.

Parte 1 della mia analisi su Naruto

Parte 3 della mia analisi su Naruto

 

 

 

Analisi critica: Naruto tra psicologismo e combattimenti (Parte 1)

Eccoci di nuovo a parlare di un altro bel pezzo da 90. Sono però legato a Naruto in particolare perché è una delle pochissime opere che posso dire di aver seguito prima che diventassero famose (almeno in Italia) prima dell’anime. Me lo aveva fatto conoscere mio zio e gli sono tuttora grato. Con i compagni delle medie ricordo ancora che ogni tanto quando se ne parlava mi trattavano da grande esperto perché loro erano ancora alla parte iniziale dell’anime mentre io già ero arrivato a quando Sasuke scappava per incontrare Orochimaru. Così il mio amico diceva:

<<Ma quello lì con gli occhi bianchi è cieco?!>> e io, con lo sguardo sornione di chi la sa lunga, gli rispondevo che era solo un’abilità innata.

Ahh, bei tempi. Ho fatto questa premessa per spiegare la mia vicinanza all’opera rispetto ad esempio a Dragon Ball o One Piece ma voglio essere comunque sincero: Naruto non avrà sconti, come non li ha nessun’opera che tratto criticamente. Quelle che più apprezzo sono quelle che più “critico”, lo faccio proprio per evitare sentimentalismi di sorta.

Cominciamo dunque parlando della prima parte della storia, in particolare del manga perché l’anime essendo pieno di filler non l’ho seguito molto. Ha comunque un’ottima colonna sonora mentre stendo un velo pietoso sulla sigla italiana.

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Comunque è strano che Naruto dileggi quelli che dovrebbero essere i suoi eroi

Naruto è un ragazzino che fa dispetti, rovina i monumenti del proprio villaggio come una piccola peste e viene costantemente richiamato e allontanato dagli altri. Col tempo si capirà che lo fa solo perché è orfano, non ha amici e cerca costantemente le attenzioni delle persone. Già qui abbiamo un primo punto molto interessante che sarà poi lietmotiv della gran parte dei personaggi che vedremo: la solitudine crea mostri; i mostri sono generati dall’ambiente in cui vivono; non a causa loro, è la società che crea l’individuo. Il personaggio principale parte quindi con delle motivazioni assolutamente credibili affiancate al proprio sogno (diventare Hokage, il ninja riconosciuto come il più forte del villaggio). E’ pur sempre uno shonen e il sogno di diventare qualcosa o qualcuno c’è sempre. Mi ritroverò spesso a fare dei parallelismi con Dragon Ball o One Piece e qui ne abbiamo già uno: Rufy parte sostanzialmente all’avventura. E’ un caciarone confusionario che funge da innesco per la propria storia con in mano solo il proprio obiettivo. Non sappiamo se sia triste, cosa ne pensi dei genitori, è un qualcosa in meno che ci offre rispetto a Naruto che come manga è caratterizzato da forti toni cupi e psicologici fino a raggiungere picchi di filosofia molto matura che gli permettono in alcuni casi di trascendere il mero shonen.

Tornando alla nostra storia, i primi capitoli battono su questo e sulla solitudine di Naruto. Però, pur capendo tutto ciò, continuo a pensare che sia leggermente forzato e insipido come incipit. Occhei va bene, i mostri sono generati dalla solitudine e inoltre Naruto ha dentro di sé un demone. Ehmmm, quindi forse è il caso di non lasciarlo solo libero di odiare chicchessia ma di affiancargli un tutore? Immagino che gli studi di psicologia e pedagogia non siano molto progrediti in questo mondo ma la butto lì.

Non c’è nessun idiota al Villaggio della Foglia che abbia avuto la brillante idea? Un ragazzino con dentro un demone anziché mollarlo così magari si poteva affidare a un istituto? E soprattutto, vedremo spesso il Terzo Hokage parlare dei compagni della Foglia come se fossero una grande famiglia. E Naruto è stronzo? Non si vede mai l’Hokage confortarlo (anche se va detto che nell’anime questa scena è stata aggiunta). Ha il tempo per andare da uno come Iruka ma non ce l’ha per colui che un giorno potrebbe rivelarsi una piaga mortale, peraltro figlio di un eroe. Duh?

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Tolto questo piccolo dente, il primo volume è quello che è fino all’arrivo delle gag più carine con Sakura e Sasuke che, ammetto, mi hanno davvero fatto simpatia. Il pezzo forte però arriverà con Kakashi, il maestro, che non solo è graficamente curato ma è anche psicologicamente ben caratterizzato. Non si può dimenticare il meraviglioso discorso che fa ai suoi alunni: L’ordine impartito è quello di rispettare gli ordini. Chiunque di fronte all’autorità sarebbe tentato di obbedire e basta. Ma Kakashi ci spiega che quello che non si cura dei propri compagni solo per obbedire non è un Ninja, è feccia della peggior specie. Ci sta dicendo che i compiti assegnati sono importanti ma non se ci vanno di mezzo gli amici e i compagni. E scopriremo di più su di lui in futuro! Kakashi era esattamente quel tipo di persona che esegue gli ordini per redimere il proprio nome a causa del padre che fallì una missione per proteggere i propri compagni i quali si ritrovarono poi a odiarlo per questo motivo. Kakashi aveva una buona motivazione per essere ligio alle regole e obbedire sempre ma si ritroverà in una situazione tale per cui dovrà capire che invece a contare è la vita dei propri amici e compagni. E questo concetto lo tramanderà ai discepoli e lo rivedremo spesso.

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Il dolore millenario. Un dito al culo, fenomenale.

Non solo! Naruto ha una forte componente riguardante il combattimento per cui occorreva sviluppare già da subito alcune definizioni. Nel confronto contro Kakashi scopriamo che esistono 3 rami del combattimento che lui userà contro i propri allievi: Le arti marziali, le arti magiche, le arti illusorie (a cui poi se ne aggiungeranno altre, chiaramente). Insomma il primo volume parte in sordina per poi letteralmente esplodere con un personaggio costruito davvero bene e con un accenno al complesso mondo che vedremo.

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La prima saga vera e propria si apre con un elemento che io adoro nelle storie: la politica. Il discorso machiavellico, la natura umana basata non solo su amore e amicizia ma sui soldi, sul potere. Viene spiegato dall’Hokage che il mezzo di sostentamento di un villaggio Ninja sono le missioni, a loro volta classificate in A, B, C, D di ordine decrescente di difficoltà. I ninja devono mangiare come tutti e più missioni svolgono più ottengono fama e nuovi clienti. Ecco spiegato perché le prime noiosissime missioni sono ricerche di bestiole o fare da scorta a qualcuno, eppure conservano il loro valore politico che verrà ripreso più avanti.

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Sempre con Kakashi approfondiremo un ennesimo aspetto del combattimento in Naruto e questo è così importante da diventarne poi una fase caratterizzante: l’elemento strategico, la tattica del combattimento, il fine psicologismo di cui è impregnata l’opera.

Kakashi si accorge di due nemici nascosti perché si sono trasformati in una pozzanghera in un giorno di sole dopo che non ha piovuto da diversi giorni. Questo per farci capire che un ninja è sempre in guardia anche sulle cose apparentemente più stupide.

I primi nemici seri che permetteranno di fare sfoggio dei primi veri combattimenti saranno Zabusa Momochi e Haku, una coppia molto affiatata che inizialmente può sembrare banale (lui uno spadaccino feroce, l’altro un seguace costante) ma che cerca di rispondere ad un altro quesito sul mondo dei ninja: sono essi meri strumenti al servizio di un governo o di una nazione?

La risposta non è così scontata. Il ninja alla fine nel mondo di Naruto è un soldato, e storicamente era una spia, di fatto E‘ uno strumento. Ciò non toglie che, nonostante il divieto per un ninja di piangere in missione (che cerca di snaturarlo e renderlo una macchina, un vetusto residuo di tempi ormai passati) l’affinità e l’affiatamento tra compagni ci sia sempre e non sia facile farne a meno, anche se le alte sfere lo gradirebbero. Per quanto concerne la parte tattico-psicologica anche qui abbiamo delle scene davvero impattanti.

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Ci viene inizialmente fatto credere che lo sharingan di Kakashi è una tecnica in grado di leggere la mente, tant’è che riesce non solo a copiare le tecniche ma addirittura a precedere e ad anticipare l’esecuzione delle stesse e le frasi di Zabusa. Al secondo round Zabusa capirà il trucchetto psicologico: Kakashi in realtà utilizza una forma di illusione/ipnosi con cui convince il nemico a usare una tecnica che lui già conosce. In questo modo riesce ad anticiparlo e gli fa credere di aver copiato una tecnica. Tutto ciò ha un notevole impatto psicologico su colui che esegue la tecnica che si ritrova titubante e pieno di dubbi. Zabusa viene presentato come un idiota, un cattivo aggressivo come ce ne sono milioni nel panorama shonen, ma viene poi ritrattato come se fosse un cervello fino. A ben vedere quasi tutti i nemici in Naruto sembrano essere lo stesso personaggio (con le dovute differenze): forte ma anche intelligente, e in più dotato di una filosofia di vita.

Questo va detto, Naruto è eccellente nel creare dei personaggi assolutamente coerenti e rispettabili. Si può vedere Zabusa o Haku come personaggi limitati ma la verità è che hanno molto da dire e che anche loro hanno i propri sogni esattamente come Naruto ha il suo. Sasuke ha il suo, Sakura a suo modo ne ha uno. Perché solo i nostri dovrebbero contare? Il nemico forte e intelligente non è cosa scontata, io penso di poter dire che nel panorama shonen se si eccettuano i maestri come Hirohiko Araki di Jojo e pochi altri, abbiamo quasi sempre assistito ad una differenziazione sostanziale: il nemico o è grosso e aggressivo, o è intelligente e subdolo, tant’è che spesso le coppie sono proprio così formate per evitare squilibri: l’elemento piccolo e furbo, quello grosso che esegue.

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Davvero raramente abbiamo visto nemici che comprendessero queste due macro categorie ormai consolidate. Persino One Piece fa un’enorme fatica: Crocodile non è così furbo, Arlong nemmeno, la Marina non dà quell’idea; forse solo Aokiji, la Flotta dei Sette escluso Barbanera direi proprio di no. Barbabianca non lo dà a vedere, Ace neppure. Si può dire che valga invece per Do Flamingo, Lucci o per Orso Bartholomew ma stiamo parlando di circa un paio di personaggi su decine mentre in Naruto mi spingo a dire che il 90% dei nemici siano così ottimamente caratterizzati.

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Mai nessuno si ricorda di questo pezzo, viene sottovalutato in una maniera ingiusta e dato per scontato

Sempre parlando di psicologismo, arriviamo a discutere Ibiki Morino (eh? chi cazzo è vi starete chiedendo) e la sua filosofia. Ibiki fa parte della squadra interrogatori e torture della Foglia e a lui è demandato il compito di interrogare, torturare, ottenere informazioni dagli avversari. Il compito che sottopone ai nostri eroi è inizialmente banalissimo: un test scritto molto difficile. Col tempo ci si rende conto che è fatto appositamente per fare in modo che un Genin non possa rispondere, così da costringerlo a copiare. E tutto questo lo si suppone in base a ciò che un ninja può vedere dal “campo di battaglia”: numerosi esaminatori che scrutano se copi. Se copi una sola volta dovresti essere escluso ma ti permettono di copiare fino a 4 volte. Sospetto per un test.

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Le domande sono inoltre poste per imporre dilemmi etici che riguardano sia il singolo che il gruppo, cosicché si possa testare la capacità di un ninja di andare avanti in una missione pericolosa, anche se dalla sua decisione dipendesse la vita dei compagni. Kishimoto è riuscito a rendere elettrizzante un fottuto test scritto. E’ riuscito a collegare quello che noi vediamo tutti i giorni in maniera noiosa e opprimente al mondo dei ninja, spiegandoci così che tipo di determinazione debba avere un soldato quando esegue le proprie mansioni.

E qui io bacchetto tutti quelli che con frasi e idee prestampate vengono a dirmi

Eh ma dopo Pain più nienteeee

Eh ma Sasuke è un coglione nelle sue scelte, lol

Ma la guerra ninja è brutta e pure un po’ Dragon Ball!

Alcune di queste posizioni le tratteremo ma voi che gettate fango solo sugli elementi più “shonen” di Naruto, vi siete mai veramente soffermati sulla sua filosofia? Avete davvero colto il 100% di quello che quest’opera voleva comunicare o lo avete trattato come un manga di combattimento qualsiasi come ce ne sono mille? In tal caso la colpa è vostra, non dell’autore. Questo perché le minuzie come quella di Ibiki Morino sembrano date per scontate quando in realtà non dovrebbero esserlo affatto. Fa tutto parte di un mondo eccellentemente caratterizzato che poco a poco si spiega e si svela a noi.

Proseguendo nella storia, si arriva ad un punto dell’esame in cui pare già abbastanza chiaro quale sia lo stratagemma principe usato da Kishimoto nei combattimenti:

Non stavo mirando a te, ma a quella cosa che direttamente ti avrebbe colpito al posto mio!

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Non miravo a te…

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...ma a quella cosa che direttamente ti avrebbe colpito al mio posto!

Insomma, è facile vederlo ad esempio nelle trappole preparate da Sakura.

Il Kunai non lo dirige contro lo scoiattolo-bomba ma lo usa per fermarlo e per impedirgli di rivelare la trappola. Una volta rivelata quella trappola, il suo scopo non era di colpire ma di attirare l’attenzione dalla trappola posta in alto.

Nel combattimento tra Sakura e Ino Yamanaka Ino si taglia i capelli. Lo scopo non era solo dimostrarle che è matura quanto lei ma di usare quei capelli come mezzo per la tecnica.

Quando Shikamaru lancia il kunai contro Tayuya non lo lancia a lei direttamente ma all’albero per fare in modo che lei lo colga.

Insomma, il fulcro di tutto questo discorso è che alla lunga, anche se dobbiamo riconoscere le mille varianti che Kishimoto crea, si svela la formula principe. Esattamente come quella estremamente ripetitiva di One Piece di cui abbiamo già parlato.

Comunque c’è da dire che Naruto non si ferma a questo, è pregno di quello che potremmo chiamare pensiero laterale. Non si ferma alla risoluzione di un problema nella maniera più ovvia ma cerca sempre nuove vie, nuovi modi espressivi ed è questo che secondo me è largamente apprezzato: la capacità di spezzare le solite formule trite e ritrite.

Torniamo all’esame di selezione dei Chuunin e arriviamo alle parole dell’Hokage che ci spiegano ancora una volta la politica di questo mondo.

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L’esame di selezione non è soltanto un esame per testare le capacità ma innanzitutto uno strumento politico: i migliori ninja di ciascun paese combattono tra di loro di fronte ai grandi Daimyo e ai clienti delle missioni di cui avevamo parlato prima. Chiaramente, come nelle Olimpiadi, il vincitore non porta solo lustro al proprio paese ma dimostra che la qualità dei suoi ninja è superiore e così nuovi investitori e nuovi clienti saranno portati, come accadrebbe con una pubblicità, a proporre missioni a quel paese e non agli altri sconfitti. I paesi a loro volta sono ben consci di questo per cui cercano di evitare conflitti con le altre nazioni con questa esibizione di forza.

Ancora una volta mi trovo a dire che Kishimoto è geniale nel parlare di politica. Facciamo ancora dei parallelismi:

In Dragon Ball, Goku sostanzialmente combatte per difendere la Terra, e basta. Non c’è altro. Lui vuole migliorarsi ma la motivazione cardine è difendere degli sconosciuti dagli alieni.

In One Piece si parla di equilibri di potere, di Marines fantocci di un Governo corrotto (ed è meraviglioso anche se non ne ho parlato troppo) ma non si parla molto bene di stati e di nazioni, o non ancora. Ovvero non c’è identità nazionale, si parla per ciurme e per piccoli gruppi.

In Naruto si tocca proprio quest’argomento e ciò lo rende in un certo senso sempre attuale, sempre corretto, perché così vanno le cose nel mondo. Non facciamo le Olimpiadi solo perché ci piace o per spirito sportivo ma per guadagnare, per avere stima, fama, gloria, rispetto, per mostrare che siamo i migliori in qualche campo.

Kishimoto in questa parte sta facendo qualcosa di davvero molto importante, sta dando la propria visione sull’immagine ormai consolidata del ninja, visto solo come un sicario silente mascherato e vestito di nero che si arrampica sui tetti e usa gli shuriken. Il “ninja” per Kishimoto è qualcosa di più, vi inserisce gli intrighi politici di cui i ninja sono parte, vi inserisce ideologie importanti ma anche elementi concreti. Non c’è solo il salvare gli amiketti o la Terra, c’è anche tutto il discorso legato agli Altri, a come vedono la cosa, alla Nazione, all’equilibrio tra Nazioni (una cosa che, come abbiamo visto con Rufy, viene sommariamente liquidata con Blueno). Kishimoto si ritrova a dettare legge in un campo in cui la figura del ninja era già qualcosa, un po’ come Kenshin-Samurai Vagabondo fece a suo tempo in minor misura con la figura del Samurai.

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Eiichiro Oda ci prova con la figura del Pirata, ci dice che è una persona che ama la libertà a dispetto dei bucanieri che depredano e ammazzano ma la cosa è gestita in modo orribile. Tu sei sicuramente romantico a dirmi “no guarda, il pirata che stupra e deruba gli altri in realtà è puro ammmore e libertà” ma me lo devi concretamente dimostrare. E se conta la libertà perché dovresti essere proprio un pirata e non, facciamo, un esploratore, un avventuriero?

Oda non riesce a staccarsi dall’immagine classica del Bucaniere e Corsaro Salgariano, ci aggiunge solo la giustificazione della libertà senza mai spiegarla veramente mentre Kishimoto in questo fa un enorme lavoro di ricostruzione e personalizzazione.

A questo punto comincia una delle parti più interessanti, il combattimento vero e proprio. Perché ne abbiamo abbastanza di psicologismi vari e di tattiche ma non dimentichiamoci che lo scontro si vince con le botte, non con le paroline belle. Vediamo cos’ha in serbo per noi l’autore.

Alcuni scontri sono palesemente sottotono, certi duellanti sono messi lì come riempitivo (Sakura, Ino, Choji, i due alleati di Kabuto), altri sono messi per valorizzare di più il vincitore (Hinata, Zaku, Rock Lee). In questa congerie di personaggi e presentazione ufficiale delle loro tecniche mi limito a discutere gli aspetti più interessanti:

Shino utilizza gli insetti. Come personaggio mi piaceva tanto quanto Auron di Final Fantasy X ma quando l’ho scoperto mi sono allontanato da lui per la repulsione che provo. Trovo comunque che sia abbastanza originale il fatto che usi gli insetti e che usi il chakra come fonte nutritiva per loro nel suo stesso corpo. Fa schifo ma è interessante. Peccato che dopo un paio di scontri praticamente Shino e il clan Aburame non li vedremo mai più o quasi. In effetti è difficile inventare tecniche da usare con gli insetti!

Kankuro che fa il marionettista è pura genialità ma se si studia un po’ si può notare che un personaggio marionettista era presente anche in Kenshin Samurai Vagabondo per cui non prendete come oro colato TUTTO ciò che Kishimoto crea, talvolta anche lui prende ispirazione da altro. E Kankuro è davvero bello e divertente come personaggio poiché atipico: non combatte lui in prima persona ma le sue marionette e la cosa ha pro e contro nello scontro ravvicinato. Mi piace che venga detto con sincerità tutto questo, ogni tecnica, ogni formula, ogni posizione ha pro e contro almeno per ora.

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Yaaaaawn. Uno dei flashback più pallosi che abbia mai visto, credo

Il combattimento tra Sakura e Ino annoia i personaggi del manga, annoia gli spettatori, annoia me, annoia tutti. Ed è un problema che Kishimoto non sia riuscito a rendere sufficientemente interessante, neanche più avanti, il personaggio di Sakura, o a trovarle dei collegamenti interessanti per poter intervenire. Questa è una catfight che vorrebbe giustificarla con i fiori, con l’amicizia della rivale ma questi sono i livelli medi che possiamo vedere ovunque nello shonen, oserei dire livelli medio/mediocri da Senor Pink di One Piece. Proseguiamo.

Naruto contro Kiba è la prima affermazione di Naruto che inizialmente è “il ninja più imprevedibile” che vince con un peto, poiché è abituato a fare scherzi e sfrutta l’arma del nemico contro di lui. Simpatica gag ma poca sostanza. Piuttosto, è davvero interessante vedere queste continue trasformazioni: tu credi di aver colpito il nemico, lo fiuti, ma ti accorgi di aver colpito il tuo alleato. A quel punto si scopre che Naruto ha usato una tattica: si è trasformato in Akamaru per far credere a Kiba di averlo colpito, così da generare il caos tra loro. Notevole davvero vedere come Naruto riesca a usare molte varianti e tattiche sempre con la stessa tecnica, fa parte di una fantasia meravigliosa che comunque abbiamo visto anche con il corpo elastico di Rufy. Anche se a essere molto critici, Naruto viene presentato come uno stupidone, eppure riesce a partorire strategie che neanche Sasuke o Shikamaru. Un errore di valutazione degli altri o una forzatura narrativa? Kiba poi è uno dei pochi ad usare i tonici da guerra e a mostrarceli, a far trasformare Akamaru con “l’arte magica umana” mentre lui usa “l’arte magica bestiale“. Anche se non ha una forte psicologia dietro come gli altri è davvero un personaggio fisicamente ben caratterizzato.

Lo scontro di Shikamaru è in parte roba già vista che possiamo riassumere con la formula di prima: non stavo mirando a te ma all’ombra del tuo filo per usare la mia tecnica! Non stavo mirando a te con il kunai lanciato simultaneamente ma a farti sbattere la testa!

Lo scontro Hinata-Neji è invece una enorme summa del psicologismo di cui abbiamo già parlato: non c’è solo lo scontro fisico ma anche quello verbale e quello psicologico, oltre a quello ideologico. Qui un paio di esempi

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In più viene svelata la tecnica del “pugno gentile” che mi piace tantissimo. Rock Lee usa le arti marziali ma il pugno gentile devasta gli organi interni senza lesioni visibili. Questo perché il clan Hyuga ha il byakugan, premessa per poter fare una cosa simile e perché gli organi non si possono allenare come i muscoli. Kishimoto sa andare in profondità nei suoi discorsi, si vede che c’è un lungo lavoro di elaborazione dietro queste tecniche. Il discorso sulla casata cadetta lo facciamo dopo.

Rock Lee VS Gaara è molto shonen, ricalca addirittura gli stilemi di Dragon Ball con Lee che si toglie i pesi diventando più veloce (una cosa che non ci stancherà mai, ammettiamolo), ma non per questo meno valida come sfida. A tenere le redini dell’incontro è Gaara che sfrutta tecniche basate sulla sabbia, un elemento che personalmente non ho mai visto usare nei combattimenti (c’è Crocodile anche se la usa diversamente) e che rende Gaara un colosso corazzato indistruttibile. Così si passa ad un discorso classico dei manga di combattimento: la logica del sacrificio. I protagonisti si ritrovano spesso a lottare contro nemici invincibili ma non potendo perdere devono escogitare qualcosa. Kishimoto riesce a cavarsela spesso con due strategie: l’elemento tattico (il protagonista trova un espediente nel terreno, nelle parole del nemico, nei comportamenti) oppure il sacrificio (ovvero io sacrifico un arto, un occhio, l’alchimia, in cambio ottengo una forza micidiale) che è qualcosa cui non si sottrae nemmeno Rufy tutte le volte che parla di sacrificare le mani per colpire i suoi nemici (senza alcun tipo di ripercussione, mai). Rock Lee è decisamente più onesto nel far uso di queste tecniche autodistruttive perché è vero che tornerà in attività in una maniera forzata ma prima di allora lo abbiamo visto soffrire per davvero. Tra tutti i ninja è quello che ha il sogno con cui è più facile empatizzare, egli è convinto che l’impegno basti contro il genio e non può usare altro che le arti marziali. Togliere quelle arti a uno che può usare solo quelle è devastante, vediamo per qualche capitolo lui che letteralmente soffre ed è pronto a morire per questo. La logica del sacrificio ci è servita non solo come escamotage per il combattimento ma anche per farci capire la gravità di alcune tecniche e la gravità del perdere i nostri sogni. E’ il combattimento più bello e importante tra tutti.

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“Hai qualcosa sulla nuca, spe’ che te la tolgo!”

Lo scontro tra Naruto e Neji non è importante solo per le mosse usate ma per un confronto ideologico tra chi nasce genio e chi deve allenarsi costantemente per raggiungere la vetta. E’ un discorso molto profondo che qui viene esplicitato anche se Naruto è un pessimo personaggio per fare questo discorso a causa del deus ex machina della volpe che più di una volta gli viene in sostegno. E’ un po’ come se uno studente andasse in giro a dire che l’esame è facilissimo, basta solo studiare! Poi però vieni a sapere che durante l’esame lui ha un auricolare e qualcuno che costantemente gli suggerisce. Be’ grazie al cazzo, anche io sono capace a fare qualsiasi cosa così. Esattamente come per Rufy, il discorso è il medesimo: non mi insegni niente se usi sotterfugi per far vincere i tuoi protagonisti. Non mi stai dando il buon esempio se non sai darmelo concretamente senza trucchi. Tuttavia Kishimoto almeno un po’ le meningi se le spreme e anche se devo ammettere questa falla nei suoi discorsi, ogni volta rimango ammaliato dalla quantità di fantasia che mette nei suoi scontri. Neji utilizza il pugno gentile come abbiamo visto e questo sublima nelle tecniche che bloccano il chakra, come le 64 chiusure. Appropriato e fantasioso!

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Arriviamo infine ad un altro discorso molto complesso e interessante che è quello delle casate Hyuga: cadetta e principale. In realtà sembra essere l’unica casata a farne uso ma viene detto che essendo antica merita un occhio di riguardo. I membri della casata principale tramandano il clan e comandano, quelli della casata cadetta ubbidiscono. Neji ovviamente nasce nella casata cadetta e vedrà morire il padre per una questione di Stato. Avevamo già visto con Zabusa e Haku che tecniche e abilità innate non sono solo per le mazzate in Naruto ma possono essere trafugate come dei segreti dai nemici pertanto occorre proteggerle con diversi sistemi. Per non far scoppiare una guerra con la Nuvola, la quale chiede il corpo del padre di Hinata per avere il Byakugan, viene sacrificato il padre di Neji, il gemello della casata cadetta, affinché morendo vengano sigillati anche i suoi occhi. E’ un livello notevole di definizione politica del mondo ninja dove ci vengono illustrate le mire dei paesi nemici ma anche il grado di cinismo (possiamo definirlo così?) di quelli del Villaggio della Foglia. Stiamo pur sempre parlando di politica e di guerra, non si vince sperando e pregando ma talvolta uccidendo e sacrificando persone. La morale è estremamente matura e fa di Neji una creatura vinta dal destino mossa da quest’unica idea: non ci si può opporre al destino già segnato alla nascita. Lo scontro con Naruto è ideologico e lo perde su tutti i fronti.

Il duello tra Temari e Shikamaru è una presentazione effettiva dei poteri e della personalità di Shikamaru che sarà poi l’unico a essere promosso della Foglia grazie alla sua intelligenza. Addirittura sfrutterà a proprio vantaggio il terreno modificato da Naruto, l’ombra aumentata dal passare del tempo, le ombre con oggetti esterni che crea lui stesso. Shikamaru è intelligente ma ha un contrappeso: è svogliato. Ogni personaggio sembra avere pro e contro e questo è un bene.

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Bellissima questa tavola

Gaara alla fin fine viene rappresentato come ciò che Naruto sarebbe potuto essere se non avesse avuto degli amici. La scena viene marcata proprio dal riflesso dei due sulla spada di Gamabunta. Gaara in sé non è altro che un prodotto dell’odio del villaggio e questo in parte lo giustifica. Si sente vivo solo eliminando chi lo fa soffrire. Sebbene sia una spiegazione sinceramente poco sensata trovo che sia comunque giustificabile grazie al bellissimo flashback che ci rivela parte della sua infanzia. Non viene rappresentato come un nemico effettivo ma come un amico mancato, qualcuno che deve essere amato e aiutato. E’ bellissimo vedere infine il suo ringraziamento ai fratelli a dimostrazione del fatto che è cambiato radicalmente come persona.

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Si arriva poi a quello che per me è stato uno scontro epocale: Orochimaru vs Terzo Hokage.

Quando lo lessi per la prima volta da ragazzo pensai: “bah, uno come il Terzo è importante, figurati se lo fa morire qui. Finirà a tarallucci e vino”

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NON STO PIANGENDO

E invece muore uno dei personaggi considerati più forti della storia e muore da eroe. Lo scontro è costruito con una tecnica narrativa eccellente:

-Tecniche di altissimo livello mai viste prima, a significare che si stanno scontrando dei giganti, non dei chuunin come prima

-L’evocazione di due delle figure di spicco della Foglia, considerate tra i ninja più forti in assoluto

-Le tecniche di sacrificio e confinamento del Terzo Hokage

-Lo scontro ideologico tra Orochimaru che vuole padroneggiare ogni tecnica e quella del suo mentore

E’ stato semplicemente stupendo, e stiamo parlando di uno scontro che avviene relativamente a inizio opera con due personaggi molto ben caratterizzati. La parte finale poi è capace di strappare più di qualche lacrima, mi ha comunicato al 100% l’idea che investe colui che ha il ruolo di Hokage: non solo il ninja più forte ma un esempio, una colonna portante per le nuove “foglie” e mentre te lo spiega (nell’anime poi questa parte ha una soundtrack meravigliosa) ti illustra ogni singolo maestro, anche Orochimaru stesso, che trasmette le proprie conoscenze a un allievo. Che immagine potente per descrivere i valori di chi se ne va al creatore, ormai tramandati alle nuove generazioni. Che discorso potente, che scontro potente!

Un’altra cosa che voglio sottolineare osservando il Mille Falchi è la cura che viene proposta non solo per gli ambienti, per i coprifronte messi in modi diversi a seconda delle personalità, per il mondo narrato ma anche per una cosa centrale come le tecniche, o almeno alcune. Il Mille Falchi è una tecnica così chiamata perché emette il rumore di rapaci (essendo un fulmine). Lo chiamano anche taglio del fulmine perché con esso, si dice, Kakashi squarciò un fulmine. Può essere una cazzata ma fa vedere che dietro una tecnica è stato speso del tempo, della fantasia. Pensiamo alla Kame Hame Ha. Chi l’ha inventata? Perché? Cosa voleva ottenere con quel colpo? Non ci dice niente di sé. E’ semplicemente una pistola puntata. E il cannone garlic di Vegeta? Il Laser di Freezer? La Genki Dama di Re Kaioh? Sono solo ed esclusivamente armi.

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Skreeek Skreeek

Anche il Rasengan viene presentato come una tecnica prodotta dal Quarto Hokage, difficilissima da apprendere e incompleta (completata poi da Naruto stesso). Le tecniche hanno personalità propria, si adattano a chi le usa anche in base al chakra (ma lo vedremo meglio nella seconda parte) il quale scorre verso destra o verso sinistra. C’è uno studio dietro quello che è uno degli elementi fondamentali del combattimento in Naruto, dimostrandoci che anche alla parte shonen viene dato risalto.

Sempre parlando di Rasengan, Kishimoto è riuscito a rendere gradevole e divertente quello che dovrebbe essere un estenuante allenamento per apprenderlo. In Dragon Ball (ma anche nel blasonato One Piece) quando qualcuno si allena lo vediamo in qualche transizione rapida mentre solleva pesi o mentre fa i buchi nelle montagne e nel terreno, mentre si allena a gravità aumentata, tutto lì. In Naruto siamo presi per mano ed è come se ci venisse insegnato il Rasengan, come se lo stessimo apprendendo con Naruto.

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Kishimoto è riuscito a figurativizzare la concentrazione. Per questo dico che è un autore più filosofico e astratto di molti altri, e per questo non è compreso al 100%

-La prima fase è il fluire del chakra che deve far esplodere un gavettone pieno d’acqua. Naruto risolve la cosa usando due mani anziché una perché riusciva a imprimere una sola direzione.

-La seconda fase è la potenza, si deve spaccare una palla di gomma resistente. Naruto riesce solo a bucarla ma col tempo migliora grazie al dolore che prova alle mani

-La terza e ultima fase è la più difficile e ritratta le precedenti: nella prima fase doveva spaccare il palloncino mentre ora si tratta di NON distruggerlo ma imprimendo comunque forza e concentrazione

Il trucchetto per l’ultima fase è la concentrazione, il che ci riporta prima ad un interessante discorso su cosa sia la concentrazione (Jiraiya mostra un foglio bianco con sopra un puntino e spiega i movimenti dell’occhio con e senza quel puntino) e infine si ricollega allo stemma della foglia, rappresentata a partire da un elemento basilare come quello a spirale della concentrazione che Jiraiya illustra a Naruto. Quasi per dire: queste sono le basi, è da qui che parte tutto, però è anche vero che padroneggiando la concentrazione puoi rendere grande il tuo operato.

Davvero una gran bella parte nonostante la trama avanzi di poco e niente. Lo voglio sottolineare per tutti quelli che ancora pensano che Naruto sia esclusivamente combattimento e se ne lamentano: non perdetevi queste piccole chicche perché valgono davvero tanto e insegnano molto anche a noi che non facciamo uso del chakra.

Una volta trovata la Quinta Hokage (ed è molto bello che venga finalmente dato spazio ad una donna con una certa personalità) viene spiegato anche qualcosa su Kabuto, seguace di Orochimaru. Il combattimento contro di lui è molto interessante perché vi rivediamo alcuni degli elementi che ho già menzionato: pensiero laterale, psicologismo, tattica. Egli usa il bisturi di chakra ma non può certo usarlo come una spada, si limita a tagliare tendini e muscoli per il movimento o la respirazione. Combatte con attacchi mirati come Neji ma Tsunade risponde con una tecnica che gli scombina i nervi. Allora Kabuto cosa fa? Si mette a decifrare ogni singolo nervo sballato fino a muoversi come se niente fosse! Va bene che è un manga però c’è davvero tanta fantasia anche in uno scontro quasi-riempitivo come questo! Secondo me Kishimoto ha capito che il lettore-spettatore si nutre letteralmente di fantasia. Niente è noioso se lo sai sottoporre come se fosse una pietanza prelibata: un allenamento, un ninja medico (e quindi in teoria non combattente), un sofismo, una spiegazione, la politica.

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E’ questa la grandezza di Kishimoto, riesce a rendere gradevole qualsiasi discorso (o quasi) con la quantità di fantasia e di realismo che immette nelle sue storie solo in apparenza per ragazzi.

Una nuova trama si unisce poi all’intreccio, ed è quella di Sasuke che vuole vendicarsi del fratello. La vedremo in dettaglio nella seconda parte, per ora diamola per buona. Sasuke cerca la forza e crede che Orochimaru sia l’unico a potergliela offrire. A sua volta Orochimaru desidera lo sharingan ma sa bene che avvicinarsi a Itachi non gli è possibile, così ci prova col pulcino (che poi col tempo diventerà un falco).

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Come valorizzare ogni elemento.

Così viene presto organizzata una squadra da Shikamaru e anche qui, signori, la fantasia di Kishimoto si esprime anche solo con uno schemino basilare su come strutturare la colonna, a partire dalle abilità di ciascun componente. Senza contare che Shikamaru consiglia loro un esercizio mentale simulativo per aumentare le chance di vittoria. Serietà anche nelle piccole cose, come piace a me. Come rendere un mondo credibile.

Gli scontri che si avvicendano sono tutti importanti per cui dovrò discuterli tutti:

Choji vs Jirobo è lo scontro che sbugiarda in parte i buoni propositi di Naruto.

Una volta che togli il genio e l’intelligenza, una volta che togli la forza, cosa ti rimane? Choji è perfetto per questo discorso perché non è né abile né stratega, è esattamente una pedina sacrificabile. E’ un ragazzo sicuramente buono e gentile ma non vinci gli scontri con questo. Quindi?

Quindi Kishimoto, che perfetto non lo è, torna ai rudimenti del manga shonen: la logica del sacrificio. L’avevamo vista, ricordate? Se sacrifico qualcosa, fosse anche un arto o un occhio, ottengo la forza per abbattere un nemico. In One Piece assistiamo costantemente all’abuso di questa logica, in Rave (di Hiro Mashima) neanche a parlarne nelle battute finali. Il problema è che usare solamente questo stratagemma è pericoloso perché scopre moltissimo la natura artificiosa della narrazione, specie quando poi i protagonisti non sacrificano niente (ad esempio Zoro contro Orso, Rufy contro Magellan). Qui in questo caso sia lui che Neji stanno fuori dai giochi per qualche volume, e basta. Il sacrificio che fanno è tutto lì nonostante subiscano ferite gravissime. Però c’è da dire che un arco intero l’abbiamo impiegato per trovare Tsunade che è un ninja medico eccellente eccetera eccetera quindi le precedenti avventure in un certo senso giustificano queste mancanze ma alla fine si nota che certe logiche dal fumetto shonen sono troppo ben radicate per sparire.

Lo scontro tra Kidomaru e Neji è epocale, c’è da dirlo. Neji è un genio e si ritrova ad affrontare uno degli avversari “secondari” meglio costruiti. Non è un cretino aggressivo che parte alla carica ma un elemento intelligente che raccoglie informazioni prima di attaccare. Come quasi sempre capita, una battaglia tra ninja è uno scontro psicologico e mentale; in questo caso consiste nello scoprire i punti deboli altrui. Ci viene rivelato il punto debole di Neji e viene usata una certa dose di fantasia anche per un elemento simile: il cono d’ombra se viene mosso continuamente rende difficile mirare in quel punto, riempire solo quel punto di chakra ha il vantaggio di deviare i colpi che arrivano solo lì. Insomma il personaggio di Neji viene approfondito anche se questa, come per molti altri, sarà l’ultima occasione in cui potremo vederlo così bene purtroppo.

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A livello figurativo questa scena è stupenda

Si passa poi ad un personaggio meraviglioso, graficamente e psicologicamente ben caratterizzato: Kimimaro. Oltre ad avere una tecnica intelligente e fantasiosa (usa le proprie ossa per attaccare!) è completamente soggiogato dal proprio signore che comunque se ne frega di lui. E’ talmente forte da mettere in crisi anche Gaara a forza di usare tecniche di alto livello ma è malato, per cui morirà nell’atto di difendere Orochimaru un’ultima volta dagli insulti, proprio mentre egli rivela di essere ormai interessato solo a Sasuke. C’è anche un bel lavoro di “regia” nel gestire certe scene di Naruto. Si vede che Kishimoto è appassionato di Cinema, le sue tavole sembrano quasi un film, molto spesso i personaggi sono rappresentati come visti attraverso la lente di un obiettivo con la testa grossa e il corpo minuto, come se fossimo noi lettori a tenere la telecamera.

Sakon e Ukon sono fantasiosi, hanno una tecnica quasi banale che però viene spiegata a partire dalla biologia. Ricorda comunque tantissimo i fratelli Toguro e il personale modo di uccidere del maggiore dei fratelli.

Tayuya è meh. Usa il flauto perché è una donna, comanda degli zombie che usano energia mentale capace di risucchiare l’energia fisica per mantenere l’equilibrio. A tenere alta l’attenzione è la strategia di Shikamaru che comunque non brilla in questo scontro.

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Ma nella realtà ciascuno di loro dice solo un pezzo di frase?

Infine il colpo di scena: gli alleati della Sabbia che arrivano in sostegno della Foglia, davvero molto intelligente perché abbiamo già visto di cosa sono capaci e vediamo le loro tecniche progredire ulteriormente. Sappiamo quanto siano pericolosi e vederli dalla nostra parte sicuramente aiuta. Peccato che Temari e le sue tecniche siano solo sommariamente caratterizzate!

Lo scontro tra Naruto e Sasuke è solo il primo fra tanti e ci permette di svelare parte dei ricordi e della psicologia di Sasuke e di Itachi, il fratello che vorrebbe uccidere.

Anche il finale in cui Sasuke NON uccide Naruto può essere giustificato sulla base del fatto che non vuole seguire i consigli del fratello che vuole uccidere, o allo stesso tempo che a Naruto è ancora affezionato. Cominciamo a parlare un po’ di quel filosofo che è Itachi e che nella parte due discuteremo meglio. Qui nel suo primissimo flashback vediamo che massacra il proprio clan con quella che potrebbe quasi essere una scusa da cattivo di serie C. Ecco dove Naruto si differenzierà in seguito: i normali shonen tendono a fermarsi a queste fasi ridicole: “volevo testare le mie capacità“, solo pochi eletti riescono poi a fare il ribaltone e farti amare questi personaggi così negativi e mal giudicati inizialmente. Itachi però non si ferma qui, ci dice espressamente che legarsi a un nome o a un clan limita le tue potenzialità e non ti permette di conoscere ciò che c’è oltre. Quanta verità in queste frasi. Sta dicendo che chi è di un certo clan si ritrova imbrigliato in questioni politiche, sociali e familiari che non gli consentono di fare altro. Prendiamo gli Hyuga. Hinata potrebbe prendere e andare in giro per il mondo? Assolutamente no! Se venisse uccisa le ruberebbero gli occhi e diventerebbero un’arma contro il suo stesso Paese. Il clan Uchiha era una forza di polizia (e molto di più), tra i clan più rinomati e rispettati del villaggio, farne parte significa essere i primi, proprio come Sasuke ci mostra nei suoi ricordi, soffrendone. Itachi non vuole rimanere legato a tutto ciò, vuole superare i propri limiti e soprattutto non considerare nemico chi semplicemente porta un cognome differente. Itachi è un personaggio cosmopolita dalle idee originali (per noi attuali e normalissime) che si ritrova soffocato dalla piccolezza e dalla mentalità campanilista del proprio paese.

Tornati tutti quanti al villaggio della foglia assistiamo ad un riassestamento delle forze e degli equilibri in gioco, ogni Ninja Supremo si prende in carico uno dei 3 ragazzi e così si trasmettono le loro conoscenze. Alba non toccherà Naruto prima di 3 anni e tutti si alleneranno cambiando e maturando proprio come in Dragon Ball, una cosa che avevo elogiato nell’analisi perché dimostra che quel mondo è soggetto a mutamenti e così chi lo abita.

Direi di concludere qui la prima parte della mia analisi su Naruto anche perché di cose ne abbiamo dette ed è meglio metabolizzarle fino al prossimo impegnativo articolo.

Per quanto riguarda la sua prima parte Naruto si conferma essere uno dei migliori Shonen apparsi su carta, questo grazie al fatto che non si limita a ripetere i classici cliché del genere ma cerca di espandere la materia, di aggiungere del proprio, di illustrare situazioni complesse e di appellarsi all’etica del lettore per inoltrargli un messaggio attuale e godibile che non è calato dal cielo come un insegnamento (non sempre, almeno) ma qualcosa di sofferto insieme ai protagonisti, ai loro pesanti allenamenti, alle loro ideologie. Noi cresciamo con loro.

Parte 2 della mia analisi su Naruto

Parte 3 della mia analisi su Naruto

 

 

 

Gumball: degno erede di Spongebob?

Chi non conosce Lo straordinario mondo di Gumball? Io, fino a qualche mese fa. Non ricordo neanche di preciso quando abbia cominciato a seguirlo dato che la tv ormai l’accendo pochissimo solo alla sera e che in quel periodo più che altro stavo studiando per gli ultimi esami. Però è capitato, sono incappato in qualche episodio (difficile a memoria dire quale fosse) che mi ha incuriosito. Così, come sempre capita quando qualcosa attira la mia attenzione, comincio a seguirlo per bene e a valutarlo con tutti i crismi anziché seguirlo con mezz’occhio di sbieco.

Parliamo un po’ di quel poco che ho capito leggendo in rete: i personaggi inizialmente sono nati per delle pubblicità. Il mondo di Gumball è realizzato con vere fotografie e veri set scenografici che fanno da sfondo ai personaggi disegnati o in computer grafica. Come stile è molto colorato, “pupazzoso”, si potrebbe dire quasi infantile, a tratti “puerile”, stilisticamente parlando, se potessimo giudicarlo solo dall’estetica, direi che è un cartone per bimbi piccoli. Ed è questo forse che mi ha tratto in inganno: vedere tutti questi colori e questa allegria mi ha fatto credere che fosse il classico cartone ingenuotto dalle pretese etiche, di quelli che ti insegnano come si sta seduti a tavola, come ci si comporta, gli amici, e blah insomma. Basta guardarne un episodio (non tutti in realtà, va detto) per capire che non è assolutamente così, lo stile è molto più vicino ai Simpson, ai Griffin, a South Park che non ai classici cartoni di Cartoon Network. E in un prossimo articolo anche se molto velocemente un paio di paragoni dovrò necessariamente farli con altri cartoni animati in onda con Gumball su Boing, affinché io riesca a far capire cosa provo quando parlo, perché non è affatto semplice capire quando un cartone vuole essere un cartone e quando invece vuole essere qualcosa di più.

La mia prima idea era di fare una sorta di classifica dei “migliori episodi”, poi mi sono semplicemente reso conto che sono troppi i “migliori” episodi per parlare di tutti e farlo in maniera decente. Parlare di ogni singolo episodio poi mi porterebbe via troppo tempo per cui credevo di poter fare una cosa semplicissima: una top 5 in cui gli episodi scelti non siano elencati dal peggiore al migliore ma semplicemente in base agli argomenti trattati, alle tematiche innovative, a come la comicità di Gumball riesca a emergere sugli altri. E vi assicuro che tirare fuori 5 soli episodi è davvero difficile. Anche questa idea è stata scartata.

La prima stagione e alcuni sparuti episodi mostrano comunque che il cartone in questione non è sempre stato grandioso, ha cominciato con quelli che potremmo considerare stilemi e tematiche classici riscontrabili in centinaia di altre produzioni: la famiglia, gli amici, il vicinato. Infatti alcuni degli episodi secondo me più noiosetti e meno riusciti, se li si confronta coi successivi, sono qui: Il Dvd, Il Vestito, I Torsoli del Karate (che sbaglio o ripesca a piene mani da spongebob?), Il Picnic (che è uno degli episodi peggiori forse), La bacchetta magica (che pur avendo alcune gag carine è di una piattezza rara che ricorda cartoni mediocri e superficiali).

Ci sono poi alcune eccezioni. Ad esempio nella prima stagione ho apprezzato la critica ai negozi di rivendita di videogame come Gamestop e simili (addirittura Darwin si chiede come mai ci sia “2000” nel nome, che è già passato da un pezzo!), ho adorato la citazione al Signore degli Anelli ne “L’elmetto” ma è tutto qui: citazionismo soft, temi familiari ritriti, banalità, conoscenza dei personaggi.

La seconda stagione è ibrida: pur mantenendo alcuni stilemi classicissimi di cui abbiamo parlato, inserisce episodi che sembrano sperimentali, a tratti quasi azzardati come Le parole fanno male (che oltre ad avere citazioni bellissime sui picchiaduro è abbastanza intelligente nel trattare così una tematica importante), Spirito di Patata (che è sostanzialmente una negazione di valori positivi esplicita: viene detto che la vita sana da “patata” o da Amish è sì rispettosa dell’ambiente, etica, pulita ma…non è divertente, non è saporita, e messi di fronte ad una scelta i Watterson rifiutano a mani basse una vita simile. Una rappresentazione STU-PEN-DA della società di oggi), Una vera amicizia (io quando vedo Banana Joe distruggersi rimango sempre in stato di shock tanto è esplicito, e non è l’unico caso! In una scena di un altro episodio Gumball infilza per sbaglio un cartone del latte vivente dal quale comincia a uscire il latte come fosse sangue. Rimane poi accasciato con gli occhi roteati all’indietro come un vero cadavere. Sebbene sia tutto molto giocoso e molto colorato io quando vedevo queste scene mi chiedevo se fosse effettivamente un programma per bambini, o se la mia idea di “bambinesco” dovesse essere rimaneggiata. Infine il finale di stagione in cui si comincia a fare della metanarrazione interessante. Per tutto l’episodio i Watterson riflettono su quanto sia strano che non subiscano mai conseguenze nonostante tutti i danni che creano in città di episodio in episodio. In questo in particolare la gente chiede il conto ma si risolve tutto con: la sigla che interrompe tutto!

Dalla terza stagione in poi si continua sulla stessa scia delle precedenti ma secondo me la qualità generale dell’opera migliora sensibilmente. Come dicevo, il problema è estrapolare solo pochi episodi per parlare di tutto ciò che questa serie ha da offrire per cui mi perdonerete se non parlerò di TUTTO, cercherò comunque di raccontare quegli episodi più interessanti o memorabili.

Cominciamo col dire che ho estrapolato 5 punti che sugli altri emergono sicuramente e che caratterizzano Gumball in maniera peculiare:

Una forte componente Fantastica e un enorme e sfrenato uso di fantasia “infantile”

Una soverchiante dose di critica al buon costume, alla morale “mainstream”, ai valori ritenuti positivi

Metanarrazione a badilate

Citazioni umoristiche alla pop culture, satira, critica specifica al tema presentato

Analisi e riflessioni spesso di natura filosofica e molto profonde per un cartone animato

Per ognuno di questi punto ho raccolto quelli che secondo me sono gli episodi più importanti e caratteristici. Analizzerò solo quelle gag e quei passaggi che ci aiuteranno a estrapolare meglio quanto dico

                                                        Fantasia è magia

(Episodi: Il piano-stg2, Pacco a sorpresa-stg5, I procrastinatori-stg 3)

Ne Il piano, Gumball e fratelli pensano che un uomo misterioso chiamato Daniel Lennard (ndr: il produttore esecutivo dello show), voglia fare il filo alla loro madre e per questo motivo cominciano a creare virtualmente un piano per contrastarlo. Innanzitutto però devono capire con chi hanno a che fare non conoscendo lui o il suo volto. Così immaginano inizialmente il suo corpo viscido come una palla gelatinosa verde. Poi si immaginano Daniel ricoperto di gioielli perché è ricco, infine sanno che è “malvagio” quindi lo immaginano con il volto di un pitbull col pizzetto!

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Nel comporre questo bel piano in stile Mission Impossible i tre ragazzi sfruttano la loro fantasia per ricreare tutto il percorso e i probabili ostacoli come se fossero già virtualmente presenti in quei luoghi, come se al piano del racconto si sovrapponesse quello reale. Infatti si presenta un ostacolo: il cancello insormontabile!

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Ma vogliamo poi parlare della mimica facciale che usano? E’ al 95% il motivo delle mie risate

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Come si può vedere è tutto nella loro fantasia: il “piano” virtuale è un racconto che loro vivono fantasticando ma nel presente sono ancora nella loro stanzetta simulando ciò che dovranno vivere. La gag deriva anche da questo: che motivo avresti di pinzarti i pantaloni per finta e soffrire?

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O ancora, che motivo avresti di metterti a litigare con te stesso del futuro?

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Come giustamente ribadirà la sorellina Anais, si stanno sprecando più energie così che non a cambiare mentalmente il percorso sbagliato, senza dover rappresentare metaforicamente tutto ciò che succede. In effetti a ben vedere Gumball è tra tutti i personaggi quello che in assoluto sfrutta di più la propria fantasia per ricreare ambienti e situazioni. Non è l’unico ma mi pare che sia molto ben caratterizzato da questo elemento in particolare.

Ne I procrastinatori ( Oltretutto è un termine poco comune, mi piace che opere come questa e come Topolino insegnino ai più giovani termini forbiti e poco usati) la storia parte come per molte altre da una premessa basilare: i ragazzi devono buttare la spazzatura. Altrimenti mamma si arrabbia. E la mamma cita Terminator per non farsi mancare NIENTE.

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Alla fine dell’episodio addirittura avrà l’occhio rosso del robot. Madonna che livello di attenzione

Il bello di quest’episodio, che io inserisco sempre a tematica “fantasia” è proprio l’estrema naturalezza con cui i due fratelli cazzeggiano pur di non buttare la spazzatura.

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In un episodio sul procrastinare, poteva mancare la parodia di Facebook?

Mi ha ricordato un sacco di cose che anche io facevo per evitare i miei compiti o per noia. Sono cose che, visibilmente, non paiono robaccia mal scritta da uno sceneggiatore che deve imitare i bambini, sembrano scritte ascoltandoli in prima persona! Guardate qua che roba:

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Inizio scena normalissimo: si mettono a tavola per mangiare

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All’improvviso, siamo in un AC-130 militare, un aereo con diverse armi che dispone di camere a infrarossi come quella dell’immagine

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I ragazzi simulano un combattimento tra piselli come se fossero soldati, alla fine una voce fuori campo avverte che stanno per sganciare una bomba (il wurstel) mentre nel piatto ci sono ancora dei piselli rimasti

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Alla fine la “bomba” esplode e diranno “io non ho più appetito”. Ci manca solo qualche spezzone del Vietnam.

Ho reso l’idea con questi pochi frame? Io quando immagino un cartone che deve riprodurre bambini che giocano penso alla corda, all’altalena, a giochi comunque ormai vetusti ma simbolici per il gioco, specie per i bambini. Qui no, innanzitutto ti calano nel mondo attuale ricordandoti che anche i bambini oggigiorno possono essere sui social, sui videogame, e si comportano un po’ come abbiamo fatto tutti inizialmente: scrittura tamarra, esposizione di cazzate per farci apprezzare, ecc. Poi, un’altra cosa che nessuno si aspetterebbe con una gag riuscitissima: la battaglia di cibo che non è solo un mero tirarsi addosso il cibo, è esattamente una MODERN WARFARE OF FOOD con tanto di camera a infrarossi extradiegetica e una citazione al genere bellico con la bomba da abortire all’ultimo secondo per salvare la vita ai soldati rimasti. Alla fine di tutto, i volti colpiti ed esterrefatti di chi sa di essersi spinto troppo in là, nonostante stesse solo giocando con la propria fantasia e con il cibo.

Anche qui, ci sono degli elementi così “fantasiosi” che io a stento ho saputo ritrovare in altre produzioni. La prima cosa che ho pensato è stata proprio

“gli sceneggiatori del programma hanno una mente capace a immedesimarsi nei bambini, e non è un’immedesimazione stantia, simbolica, ritrita, è immedesimazione MODERNA, attuale, esattamente come sognerebbe un bambino in carne e ossa”

Senza contare che a inizio episodio (non sono riuscito a trovarlo online purtroppo) Nicole, la madre, chiede gentilmente a Gumball di buttare la spazzatura, perché sono loro che alla fine hanno mangiato quella roba. Gumball risponde “comprata coi tuoi soldi”. E Nicole ribatte: “Con i soldi che devo usare per mantenere i miei figli”.

Al che, la bomba. “Figli che TU hai deciso di avere“.

Ecco, questo è un altro di quei momenti topici in cui Gumball si dimostra realistico, o meglio REALE. Questi dialoghi sono al livello di Tarantino per il grado di realismo che li caratterizza. Non ci sono scene stereotipate (non sempre, almeno), c’è un bambino che non vuole fare le faccende, una madre che glielo rinfaccia, e quel bambino si difende con una logica ferrea che oltretutto mi ha ricordato un sacco la mia. Io credo che quasi ogni bambino si sarebbe arreso o si sarebbe messo a strepitare con una madre che fa pressioni ma Gumball non è solo un bambino fantasioso: possiede una logica d’acciaio quando vuole. E infatti Nicole come risponde? Esattamente come le situazioni reali che ho potuto vedere io quando un genitore non sa rispondere: si incazza e ti forza. Punto e basta.

Semplicemente sublime. Mi piace che non ci sia buonismo e che si colga anche da piccole minuzie come queste: il “figli che tu hai deciso di avere” ha un retrogusto quasi amarognolo, mi pare di avvertire una punta di nichilismo in queste parole. La vita non è sacra, i figli non sono angioletti, sono talvolta disgrazie, responsabilità, privazioni, e questo verrà ribadito in mille altre gag.

Nell’episodio Pacco a sorpresa, invece, la famiglia Watterson si vede recapitare un pacco che nessuno aspettava, dal contenuto ignoto. Così ogni membro comincia a fantasticare su cosa possa esserci dentro anziché aprirlo. La storia sarebbe finita in 5 minuti aprendolo ma si sceglie di dare spazio all’immaginazione di tutti e solo dopo, alla fine, svelare il contenuto. Tra le tante storie, quella che mi ha fatto sbellicare è quella di Nicole che essendo molto pragmatica spera ci siano dentro soldi a pacchi. Solo che poi questo avrebbe delle conseguenze, come in Non è un paese per vecchi: un assassino spietato che per riavere quei soldi ti inseguirebbe fino in capo al mondo.

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Ma quando mai un cartone per bambini mi cita Non è un paese per vecchi?!

Per poi infine arrivare ad un dialogo bellissimo, come sopra:

<<I miei capi non si arrenderanno. Ci sarà sempre qualcuno pronto a inseguirvi>>

<<Ma saremo lontani, e ricchi.>>

<<Ma sarete sempre inseguiti.>>

<<Ma ricchi>>

Anche questo dialogo nella sua semplicità è una negazione di tutti quei racconti in cui ci dicono che la vera ricchezza è il cuore e balle varie. Qui, in questo cartone, i soldi hanno il posto che gli spetta, almeno quando a parlare è Nicole (che ricorda tantissimo il pragmatismo delle mamme) per la quale i soldi valgono, e tanto. Che vengano pure degli assassini prezzolati, coi soldi puoi farci qualsiasi cosa. Non c’è neanche una scena o una frase che smentisca questo modo di vedere, la storia finisce proprio qui. Sono ricchi e basta, non c’è altro da dire!

Quest’episodio mostra come, anche se io catalogo gli episodi per “tematica”, queste in realtà si fondano tra loro dando spesso vita a ibridi sia fantasiosi che anti-moralistici che profondi e riflessivi e così via.

                                           Non esiste solo il bene, non c’è solo l’amore

(Episodi: Il santo-stg3, Alan il malvagio-stg5, Il migliore-stg5)

Alan è uno di quei personaggi che ADORO perché nel suo essere uno stereotipo di tutto ciò che è buono e puro, è anche una presa per il culo e allo stesso tempo un sottile messaggio etico. Innanzitutto, mi fa morire l’espressione che assume quando si comporta da messia sceso in terra

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Io continuo a dire che buona parte della qualità di Gumball (così come ai tempi lo fu per spongebob) derivi dalle espressioni facciali

Alan è un palloncino e oltre a delle gag riuscitissime in cui ci si chiede come funzioni la sua anatomia e biologia (lui spiegherà che se mangia spaghetti poi questi divengono aria dentro di lui, e sembra avere organi fatti di “aria”) è caratterizzato per essere sempre positivo e buono, anche quando nell’episodio Il santo Gumball cerca in ogni modo di farlo infuriare.

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Materiale da meme. Un palloncino che fa la respirazione bocca a bocca. E non ho neanche messo l’immagine più controversa. Ce n’è una in cui Gumball sembra fargli una pompa in bagno per gonfiarlo.

Ovvero, gli pubblica uno status negativo sui social per fargli perdere gli amici, lo fa litigare con la ragazza e gli ruba persino le polpette, che Alan adora.

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Alan è così buono da dispensare like a chiunque, perché sa che li fa sentire felici. Notare lo sguardo iracondo di Gumball

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“Perdere tutti gli amici in un colpo solo” è rappresentato nel cartone con uno status negativo sui social, con quei pollici versi che escono dallo schermo per “attaccarlo” fisicamente

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Nonostante gli abbia mangiato l’ultima polpetta, Alan dice che va tutto bene e lo dice come se avesse fatto la carità

Il messaggio è che Alan è odiabile sotto ogni punto di vista. E’ buono da far schifo, altruista, positivo, generoso, sono tutte quelle qualità che sotto sotto ciascuno di noi odia quando sono riunite in un unico personaggio. Quell’essere fa scattare in noi un meccanismo di autodifesa ancestrale: ma io sono una cattiva persona? Se c’è uno migliore di me significa che io potrei fare di più? E perché non lo sto facendo?

Ecco spiegato perché alla fine Gumball con una sorta di rivelazione ci spiega proprio questo: voleva trascinarlo nel fango, farlo arrabbiare perché così avrebbe dimostrato che lui, Alan, è esattamente come tutti quelli che perdono le staffe e si comportano male, reagendo alle disgrazie della vita con rabbia e frustrazione. Ma Alan non lo fa, resiste stoicamente e accetta di buon grado letteralmente ogni cosa, tanto che nella gag finale lo vediamo persino ricompensato per questo, come a dire che se fai del bene poi ti ritorna. In letteralmente 5 secondi riacquista amici, famiglia, soldi, successo, ragazze

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In quest’episodio sono riusciti a essere profondi analizzando Gumball e anche a inserirci una morale sempreverde

Nell’episodio Alan il malvagio si scherza ancora di più col suo buonismo portato a livelli estremi. Alan è un personaggio che può apparire ingenuo e superficiale ma in realtà nasconde (e questo lo abbiamo visto anche quando sogna, in un altro episodio) un’indole affatto solare. E’ calcolatore, razionale e non si capisce quanto finga. Un antagonista pericoloso, di quelli ben dissimulati ma strateghi nati.

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Darwin e Gumball scoprono la sua visione politica delle cose

La prima parte della sua “visione” ricorda un Quarto Potere o un racconto Orwelliano. Alan intende prendere il potere non con la forza ma con astuzia, sfruttando le masse e usando la propaganda

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Lui instilla delle idee ma fa credere agli altri che siano loro prodotti. Come? Io un buon preside? No amico, non credo. Però…se mi voti…

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Ai comizi si impone come un novello dittatore facendo uso di demagogia e populismo…

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… e propaganda, per non farci mancare niente

Insomma, sebbene si rida e si scherzi, mi sembra un modo molto maturo di presentare a ragazzi e bambini il funzionamento della politica anche se presentata come “malvagia”, con quella facciotta con occhialini e cicatrice da cattivo di James Bond. Si spiega in maniera veloce ma intelligente come una persona possa assurgere a ranghi piuttosto elevati e a prendere il potere: non è necessario dire la verità, è sufficiente manipolare, instillare concetti, boicottare gli altri. E alla fine di tutto questo?

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Il personaggio emo, quello aggressivo e quello bulletto

Campi di correzione. Per tutelare la felicità di tutti. In cui vengono inseriti tutti quei personaggi che hanno perso il sorriso. Per ridarglielo. E chi non si allinea al pensiero felice viene internato.

Le mandibole di Gumball e Darwin sprofondano fino al piano di sotto giustamente, perché anche i bambini riescono istintivamente a capire che si stia parlando dei campi di concentramento nazisti. Da ciò io ne deduco che il cartone, anche se sempre in mezzo a mille gag per stemperare il tutto, stia parlando in maniera intelligente della politica, della storia, dei nazisti, e in certa misura anche di filosofia. Sta dicendo, cioè, che anche chi come Alan è dotato delle migliori intenzioni (ridare il sorriso a tutti, rendere tutti felici) può potenzialmente compiere il male (i campi di correzione, il totalitarismo felice, allineamento al solo pensiero e al solo partito).

Non credo ovviamente che un bambino abbia la capacità di analisi per afferrare il 100% di tutto questo ma visto con gli occhi di un adulto mediamente istruito io ci leggo tutta la profondità di questa esposizione. Sono riusciti in 5 minuti a parlare di cose complesse e a farci ridere, a farci riflettere. Se non è bravura questa ditemi voi cos’è.

Nell’episodio Il migliore ho trovato alcune delle gag più belle di tutto lo show, anche se mi ritrovo a dirlo ogni due episodi. Io vi metto solo gli screen e i dialoghi, poi ne parliamo

Inizio: Carmen, la ragazza cactus, si dimostra più attenta all’ambiente e all’etica di Gumball il quale decide di connettersi ad una sessione della parodia di Tumblr ( Darwin ci dirà che è un sito dove si litiga solo per decidere chi sia più etico e per distruggere gli altri in un dibattito). Dopo tale sessione, Gumball annuncia di essere pronto per il wrestlingua.

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Carmen: Hai mai provato il pane integrale? E’ molto più salutare

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Gumball: Non tutti possono andare nei negozi biologici, dovresti rivedere i tuoi PRIVILEGI

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*Onda d’urto generata dalla potenza di quest’argomento*

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Carmen: Io volevo dire che mangiare cibi troppo elaborati incide sull’aumento del peso

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Gumball: [Io volevo dire] Che cosa? Che grasso non può essere fiero di sé?

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*Altra onda d’urto* 

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Carmen: No, certo che no! Se chiedi al tuo medico lui ti dirà…

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Gumball: Lui?! Perché supponi che il mio medico sia un lui? E’ perché credi che una donna non possa fare il medico?

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*Carmen sbalzata dall’onda d’urto*

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Gumball: Ho studiato le usanze marziali del guerriero della giustizia sociale (Social Justice Warrior, ndr). Sfidami in un dibattito se hai coraggio, perisci sotto la spada della mia superiorità morale!

Allora. Fermiamoci qui. E dire che potrei ancora inserirne di roba. Non so voi ma la prima volta che l’ho vista io mi stavo trattenendo la pancia dal ridere. E’ dai tempi di Mel Brooks che non ridevo in maniera così intelligente e posso assicurarvi che raggiungere questi livelli di parodia e comicità non è affatto da tutti ma solo da gente che ha studiato ciò di cui parla (o lo vive in prima persona) e ha l’intelligenza di sapere dove intervenire, cosa parodizzare, che frasi usare. Quelle proposte chiaramente sono stereotipi, talvolta fallacie logiche strawman che analizzate nel giusto contesto hanno il loro senso. Quello che la scena vuole rappresentare e mettere in ridicolo, però, è come certe persone sfruttino queste valide argomentazioni semplicemente per distruggere e annichilire gli altri. Non è importante in sé raggiungere un compromesso o un grado di verità, conta avere l’ultimo commento, conta rappresentarsi a se stessi e amici come etici, come interessati ai diritti sociali di tutti, anche a scapito della realtà. Infatti il discorso, seppur comico, dimostra che le difese di Carmen sono più che giuste, solo che spesso si gioca sulla retorica per vincere dialetticamente (Lui è chiaro che intendesse entrambi i sessi, ma a parole è scomodo dire “chiedi a lui o lei!”) e mi ricorda tutti quelli che ad esempio ciurlano nel manico nelle discussioni, magari rispondendo se hai scritto “non ho mai sentito tante sciocchezze” con un “be’ stai scrivendo, al massimo lo hai letto, non sentito!

Oh madonna, che bravo/a! Stai facendo notare tutte quelle minuzie e quei piccoli errori che facciamo tutti semplicemente per essere sbrigativi come la conversazione orale o in tempo reale richiede, non hai smontato uno solo dei miei argomenti però sembra che io non sappia la distinzione tra sentire e leggere, per cui tutto ciò che ho detto chiaramente si annulla!

E chi segue il mio blog ha potuto vedere che con animalisti, femministi/e e chi più ne ha più ne metta è un qualcosa che, statisticamente, capita SEMPRE. Non si sta dicendo che questi soggetti sono i peggiori, solo che questi discorsi (grasso, cibi biologici, veganismo, body positivity) sono all’ordine del giorno per i cosiddetti guerrieri sociali che spesso per amore dell’etica non riescono a capire ciò che c’è oltre a quella stramaledetta etica.

Tornando al nostro episodio io vi chiedo: ditemi quando e dove avete visto un simile livello di comicità capace anche di far riflettere sulle cose a questa maniera, con queste espressioni, con queste rappresentazioni della spada morale e dell’impatto di un discorso “più etico”. Sembra che io stia letteralmente facendo le seghe a due mani a Gumball ma perché credo che questi elogi siano completamente meritati. Ci vuole bravura a trattare tematiche attuali come i SJW, ci vuole intelligenza per parlarne bene, ci vuole capacità e acume per far ridere senza far pesare il discorso. Gumball in questo si dimostra adulto e maturo, altro che per bambini.

                               Metanarrazione onnipresente ma mai invadente

(Episodi: Cose a caso-stg2, Le comparse-Stg3, Famiglie al verde-stg3)

Lo straordinario mondo di Gumball è letteralmente farcito di metanarrazione, ovvero quando la storia ha la consapevolezza di essere una storia raccontata e scherza su se stessa, o sugli elementi più tipici e caratteristici che la compongono. Siccome sono veramente tante le gag, ho cercato di parlare di quelle più interessanti e innovative.

Nell’episodio Le comparse il titolo dice già tutto ciò che c’è da sapere: non si parla dei protagonisti ma appunto di tutti quei personaggetti secondari e terziari di cui nessuno si ricorda mai se non per il colore o per la stazza. Addirittura citano quei fondali da cartone animato giapponese in stile Holly e Benji o Mila e Shiro

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Sono fissi a braccia alzate per fare il tifo perenne, quella è la loro vita

Ad un certo punto uno dei due va a comprare una bibita. L’altro gli deve il resto così cerca di raggiungere le tasche dei suoi pantaloni

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Si inclina e basta, non può compiere movimenti. Nel frattempo, il tifo continua

In pratica la gag è tutta basata sul ricordarci, per il fatto che non possono muoversi, che il pubblico che vediamo in ogni episodio, talvolta fotocopia, talvolta solo palline grigie con abiti colorati a caso, hanno la loro vita. Hanno voluto rappresentarli come immagini fisse bidimensionali perché è ciò che sono, ed esauriscono il loro ruolo unicamente facendo il tifo. Nel finale uno dei due sceglie di tridimensionalizzarsi e verrà inizialmente elogiato dagli altri. Poi, al grido di “è diverso!” verrà attaccato da tutti. Si scherza ma la satira sociale è sempre dietro l’angolo.

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Due pizze antropomorfe innamorate, chettenere!

Anche questa piccolissima gag mi ha fatto sbellicare. Si parla dell’amore di due personaggi-pizza che avremo visto un paio di volte nelle puntate principali. Dura circa 2 minuti e vedi loro che teneramente si tengono la mano, vanno in bicicletta, passeggiano. Poi, al tramonto, decidono di scambiarsi il primo bacio. E…

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Splatch

è come se il cartone stesso ti desse un ceffone a metà dello show per dirti

“amico, sono due pizze farcite che volevano baciarsi, cosa credevi sarebbe successo?”

Ed è bellissimo perché tutti gli spettatori da un momento romantico si aspettano il clou, il bacio, e non è affatto un problema in un cartone animato vedere due pizze antropomorfe che cercano l’amore. Il problema è che sono comunque due pizze e scontrandosi causano questa sorta di abominio, tutto il contrario di ciò che ci aspettavamo! La gag si gioca sui sentimenti, sul cuore, sulle aspettative, per poi tradirle con la crudezza della verità effettiva.

Nell’episodio Cose a caso è presente una gag simile. Il cibo è animato quasi come in un film Disney, come se fosse un toy story. Ci sono un capitano Hamburger, truppe Patatine, un marconista Frullato

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Faranno una guerra di cibo?

All’improvviso, l’Hamburger viene smangiucchiato. Con quel pomodoro che esce che richiama tantissimo le budella dei film di guerra

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La truppa è sconvolta

Il marconista viene “succhiato” in un modo che mi ha ricordato Starship Troopers

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Mio dio. Ma questo muore veramente in un cartone?

Le patatine vengono mangiate una a una fin quando non ne rimane una sola che, disperata, continua a dire “prendi anche me! Cosa aspetti?

Infine viene svelato il perché di tanta crudeltà

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Stavano solo mangiando il loro pranzo

Se poi il pranzo è vivo, affare suo, no? Anche qui si gioca con le aspettative dello spettatore, si carica la scena di “violenza” apparente per poi ricordarti che è normalissimo. Sono solo i protagonisti che mangiano il loro pranzo in mensa. Ma quindi a cosa abbiamo assistito? A un massacro o a un pranzo? Mi piace tantissimo come il cartone giochi con questi dettagli.

Ed è anche presente una lattina che viene bevuta da Darwin. Subito dopo lei dirà “be’, finisce così? Mi bevi e mi butti via?!” simulando quello che è alla fine un vero e proprio stupro (o un rapporto finito male) e stalking. Agghiacciante.

Nell’episodio Famiglie al verde si gioca, ancora una volta, sulla dubbia morale di questo cartone e sulla distruzione dei valori considerati positivi. Lo show chiede alla famiglia Watterson di “prostituirsi” facendo pubblicità al Joyful Burger, il fast food di Elmore. Gumball è stizzito, ribadisce che la famiglia non cede al ricatto, non si vende, i buoni sentimenti vanno protetti e così via. Si scontra con la famiglia che invece di vendersi ne ha tutta l’intenzione e glielo fanno capire con una gag che richiama i messaggi subliminali

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Darwin: Non vuol dire necessariamente vendersi, si può essere discreti e raffinati *blink*

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Anais: Ciò che vuole dire Darwin è che la pubblicità non deve essere forzata ma che la si può fare in modo sottile e naturale *si sposta*

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Richard: *Mugugna con addosso adesivi e sponsor*

Alla famiglia Watterson non frega niente della dignità, dei valori, importa di avere il mobilio non pignorato e del cibo nel frigo. E’ stramaledettamente onesto e terreno nel parlarci così, per poi scherzare sugli spot pubblicitari.

Siccome Gumball non cede, lo show comincia a ridurre il loro budget e a rappresentarli in maniera sempre più low cost

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Gumball perde il colore blu, Darwin è uno scarabocchio

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Perdono tutti colore, perdono tutti le animazioni, diventano bidimensionali

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I personaggi 3d perdono le loro animazioni, il mondo e i mezzi rivelano la loro natura finzionale

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I Watterson diventano un mero storyboard con dialoghi scritti

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Infine, diventano dei semplici post-it

Arrivati alla scelta, se prostituirsi o meno, Gumball fermerà tutti ribadendo che la dignità non ha un prezzo e che forse val la pena morire per questo. Quando vedrà la cifra che gli viene offerta, questo è il risultato

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Spot pubblicitario con tutta la famiglia

 

                                                           Citazionismo e critica

(Episodi: Il videogioco-stg5, La sfida-stg4, Il detective-stg4)

Preparatevi perché sto per dirlo di nuovo. L’episodio Il videogioco ha alcune delle gag più spassose che io abbia mai visto sui videogame dai tempi dell’episodio di South Park dedicato a World of warcraft. Prende in giro i videogiocatori e il loro hobby scherzando su alcune delle cose che tutti abbiamo almeno una volta visto giocando. In particolare qui si riferiscono ai JRPG, i giochi di ruolo di stampo giapponese come Final Fantasy.

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Il logo, la musichetta, l’insensatezza del titolo e dell’abbigliamento dei protagonisti, niente viene risparmiato

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Altra cosa che abbiamo fatto tutti: chiamare il personaggio con nomi ridicoli e/o offensivi. In questo caso MIOSEDERE ha gettato una maledizione sull’intera città.

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Hanno ripescato anche i combattimenti con tanto di mossette, hp ed mp! Anais invece di “magia” usa “scienza”

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Altra cosa su cui si ride è il fatto che nei vg tecnicamente saccheggi le case degli altri. Gumball risponde che non è vero e che (dopo aver preso i soldi dal portafoglio del vicino) andrà a dormire nel suo letto

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Questo il malinconico risultato. Forse allora nei personaggi dei videogame batte un cuore vero? O possiedono comunque un’anima?

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Questa credo sia una bellissima citazione a Squall per la spada col grilletto e anche a Final Fantasy Tactics Advance dove sull’illustrazione è presente proprio una spada enorme molto simile

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Questo il gioco originale con tanto di arma, capelli e abiti. Che poi quella spada non ho mai capito dove fosse. Mai vista

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Altra gag, questa volta dedicata alle stupide missioni secondarie in stile gta dove devi raccogliere 535498946 piccioni o collezionabili. Che sclero. Infatti una volta riuscitoci Gumball diventa fisicamente un meme

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Questa è invece una citazione al Kyaktus di Final Fantasy dal nostro Banana Joe che diventa un’invocazione

Insomma, non c’è molto altro da aggiungere, credo. Sono al 90% gag sui topos videoludici più conosciuti dei jrpg con un sacco di citazioni, critiche (sia ai giochi che ai giocatori) e una buona conoscenza della materia trattata. Non è il classico cartone che parla in modo astratto delle sue tematiche, c’è dietro qualcuno che questi giochi li ha veramente toccati con mano e sa quali corde andare a pizzicare.

Nell’episodio La sfida è potentissimo il citazionismo. Per l’appunto si omaggiano sia manga che anime, in particolare Dragon Ball. Vi metto anche il riferimento preciso

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Gumball

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Dragon ball, il primo tenkaichi

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Gumball, il tipo particolare di calcio

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Dragon ball, lo stesso tipo di calcio in volo

I più esperti tra voi lo avranno sicuramente notato, Dragon Ball ha quel particolare tratto pulitissimo e precisissimo pieno di linee cinetiche che fa tanto “effetto china” e hanno voluto usare lo stesso stile, le stesse azioni, le stesse pose. Bellissimo.

Si passa poi allo scontro tra Nicole e Yuki in versione anime, perché giustamente il manga viene usato nel flashback ma in tempo reale ci vuole qualcosa di meglio. Non conoscendo benissimo anime moderni non sono in grado di dire se sia una citazione a qualche anime in particolare, tipo Kill La Kill o Gurren Lagann

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Yuki

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Nicole

Ovviamente non mancano i tropi classici del genere: onde energetiche, spettatori che spiegano cosa stia avvenendo e perennemente stupiti dalla forza dei contendenti, gente che spicca balzi altissimi e spacca l’ambiente dello scontro. Poi, il tempo per una gag familiare:

Yuki: Impossibile…come hai fatto?

Nicole: Ho affrontato l’allenamento più massacrante del pianeta

Yuki: E dove ti sei allenata? Alla scuola di Hokuto? Al villaggio di Konoha? O dal maestro Miyagi?

Nicole: No. Alla scuola della vita. Ho dovuto crescere tre figli e un marito bamboccione.

Così viene anche ribadito il punto di vista delle madri, delle casalinghe, delle donne e dei loro sacrifici in casa come se fosse, per l’appunto, l’addestramento più massacrante.

L’episodio Il detective è invece molto cervellotico e tanto dialogato (oltretutto, monologo interiore) perché si rifà al genere noir dei thriller/polizieschi. Ho voluto metterlo tra gli esempi per mostrare che Gumball non tratta solo di cultura pop, o di “robina” vicino ai più piccoli, così da far credere che sia solo bravo ad ammiccare, ma anche un cartone pieno di sorprese capace di fare citazioni al cinema d’autore.

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Anais ci parla della vittima, il suo pupazzetto, che sembra scomparso. Sul pavimento ci sono cereali e pezza (trattata come se fosse sangue del pupazzo)

 

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Sempre con un monologo, Anais fa congetture. Se ci sono dei cereali è possibile che siano stati Gumball e Darwin dopo una scarica di zucchero

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Scarica di zucchero che entra in circolo

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E viene contestualmente trattata come DROGA. Darwin e Gumball erano sotto effetto di stupefacenti al momento del fattaccio

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Così si reca in bagno per cercare altri indizi e ricostruisce la scena con la povera vittima e i due carnefici. Rimane da capire chi si sia sbarazzato del corpo

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Come fare a capire chi dei due? In genere Darwin è la spalla, colui che esegue ma lui non ne sa niente, così Anais va alla fonte del problema

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A pistola immaginaria spianata (anche se spara veramente). Trovato il sacchetto con dentro l’ipotetico cadavere, scopre che in realtà non c’era. Darwin non avrebbe potuto sbarazzarsi del corpo poiché non ha i pollici opponibili! A Gumball spettava solo scavare la buca ma Darwin voleva comunque liberarsene

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Così si ritorna da Darwin che non sapeva che Anais potesse salvare il pupazzo nonostante lo strappo. Oltretutto giocando con il monologo di Anais cercherà di farle dire “avevo perdonato Darwin per quello che aveva fatto…” ma lei non lo perdonerà affatto!

Insomma, ho messo solo una parte della grandiosità di questo episodio e trascriverlo tutto mi avrebbe richiesto troppo tempo. Rimane uno dei più geniali e scritti meglio nel suo intento parodistico.

                                                                     Analisi e Riflessioni

(Episodi: La stramba-stg5, Genitori contro figli-stg4, Il senso della vita-stg3)

Quest’ultima parte la dedico agli episodi che sono riusciti a farmi riflettere, a lasciarmi qualcosa di importante dentro. Uno dei personaggi di cui vorrei iniziare a parlare infatti è Sussie

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Sussie: Darwin, la vuoi una fotografia di un vecchietto tutta raggrinzita?

Fin dal primo momento in cui l’ho vista e l’ho sentita parlare faceva e diceva cose strane, insensate. Mi è apparso chiaro che fosse un riferimento non troppo velato ai ragazzi diversamente abili che molte classi ospitano, cosa anche ribadita da quel grembiulino piuttosto infantile, adatto forse all’asilo più che ad una scuola. Non hanno voluto rappresentarla con una smorfia, una faccia buffa, lo hanno fatto con un “mento”. L’attrice che interpreta Sussie so che è la ragazza di Ben Bocquelet e che il personaggio, per questo motivo (non so se ce ne siano altri) è il suo preferito. Nell’episodio La stramba comincia facendo regali strani a tutti, come della maionese che tiene in tasca

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Darwin: Ne faccio volentieri a meno, grazie *Sussie strappa dei dollari*

Quel che mi è piaciuto del personaggio, e dell’episodio in particolare, è la gentilezza e l’affettuosità con cui vengono rappresentate queste persone. Dopo alcuni tentativi iniziali per capire le sue stranezze, Sussie proporrà a Gumball e Darwin occhi come i suoi per entrare nel suo mondo e vederlo coi suoi occhi

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Oltretutto, appena messi gli occhietti cominciano a sbracciarsi e correre in modo stranissimo!

Ed è un mondo colorato a pastello, pieno di vitalità, di disegni, di colori che restituiscono una mentalità attiva e creativa. Nella sua mente tuttavia contorta Sussie fa dei ragionamenti a loro modo creativi e fantasiosi, elementi che la gente non riesce a cogliere in lei

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Vivono un’avventura cantata sotto forma di disegno “elementare” che ricalca la personalità e la stranezza di Sussie

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Infine vengono tutti attaccati e insultati per le loro stranezze. La risposta di Gumball? Schiaffare della maionese in mano al bullo e volarsene via tornando a essere dei disegni elementari. Sussie stessa aveva detto che certa gente e certi commenti semplicemente li ignora. Forse avrei preferito un finale e una morale meno “sottomessi” ma comprendo benissimo la situazione e lo rispetto. Alla fine dell’episodio ho avvertito un qualcosa di strano che sicuramente era voluto dai creatori dell’episodio. Come mi comporto io coi disabili? Anche se non li insulto a voce, lo fa qualcuno dei miei comportamenti?

A me in particolare piace che Sussie non venga trattata SOLO come una scema ma le vengano attribuiti pensieri profondi e maturi, oltre che creativi, e lo vedremo meglio dopo. Ciononostante neanche il comportamento di Gumball o dei suoi compagni è “moralsticheggiante”, non la trattano bene solo perché è diversa, o diversamente abile, ti fanno proprio capire la pesantezza che può avere una persona simile. In un altro episodio, alla sua festa di compleanno a cui saranno presenti solo i genitori, Gumball e Darwin, visivamente a disagio, sceglieranno di rimanere solo se pagati. Insomma, mi fa piacere che anche il tema della disabilità non sia trattato con superficialità ma faccia anche notare che queste persone possono essere difficili da gestire o sopportare, e stiamo parlando di una tematica così delicata e complessa che io stesso non saprei da che parte cominciare, sinceramente. Sono contentissimo che esista un personaggio del genere trattato così, a memoria sinceramente non ricordo altri cartoni che trattino la tematica. Forse in Ed, Edd ed Eddy, in Billy e Mandy, Homer, Peter Griffin ci sono personaggi e atteggiamenti che definiremmo stupidi, o veramente ritardati, ma è quella stupidità comica che non sai se attribuire a un ritardo cognitivo o a un comportamento normale che viene satirizzato. Sussie invece è piuttosto esplicita e svolge il compito come nessun altro ha mai saputo fare.

In Genitori contro Figli si ripropone una tematica ormai vecchiotta ma sempre oltremodo attuale: I videogame rendono violenti? Sono pericolosi? Stimolano l’aggressività delle persone?

Il piccolo Billy gioca ai videogame (in realtà si ferma ai titoli)

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La parodia di The Legend of Zelda, credo si chiami Zelmore

E finisce in stato di shock

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Al che, sua madre, già prevenuta e protettiva come una chioccia, richiama il consiglio scolastico dei genitori per bandire tutti i videogame da Elmore. A Gumball spetterà farle capire che si sbaglia e avrà 3 tentativi (rappresentati come i cuoricini di Link!)

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E quale dimostrazione migliore del Wii che ti permette di giocare in famiglia a giochi sportivi?

Il primo caso (e a seguire tutti gli altri, eliminati dalla madre di Billy in malafede) vorrebbe essere positivo: Wii sports in effetti aiuta a muoversi, ti fa competere in famiglia. Solo che la famiglia di Gumball è disastrosa, il padre gioca seduto comodo a malapena, Anais ingoia per sbaglio il telecomando, Nicole è ultracompetitiva e usa il wii mote della figlia con lei ancora attaccata. Insomma, hanno comunque ribadito che a vedere alcuni spettri comportamentali di certi giocatori a occhio e croce la tesi sembrerebbe vera.

Allora una volta sconfitti i ragazzi cosa fanno? Costretti in biblioteca, ritenuta l’unica vera fonte di divertimento parco e autentico, cominciano a leggere e scoprono…le stesse cose dei videogame: violenza, cattivi esempi, aggressività, e chi più ne ha più ne metta

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Oliver Twist parla effettivamente di ragazzi che per sopravvivere derubano gli altri

Tra gli esempi proposti, oltre ad Amleto e Hunger Games, anche Il signore delle mosche, dove viene proprio detto che i più deboli alla fine crepano in una società selvaggia.

Che bello, quali migliori esempi si potevano usare per spiegare un concetto che ormai dovrebbe essere ben chiaro a tutti? Non è il medium specifico a essere sbagliato, così come non è sbagliata l’arma o l’oggetto di per sé, è l’uso che se ne fa che ne decide le sorti. E’ l’utilizzatore colui che definisce il metro, è lo scopo che valuta se i mezzi sono appropriati. Come spiegano in quest’episodio, la violenza ci circonda letteralmente, basta leggere un qualsiasi libro di storia. I cattivi esempi sono intorno a noi, che sia da persone reali o da personaggi immaginari poco conta alla fine. I nostri “eroi”, pensiamo ad un Robin Hood, un Lupin the IIIrd, un Aladdin, sono ciò che la letteratura romanza e, con un cambio di prospettiva, propone come modelli positivi. Rubare di fatto è sbagliato ma un ladro che ruba ai ricchi per dare ai poveri o un ladro gentiluomo? Be’, sarebbe sbagliato tanto quanto. Ma Robin Hood viene tramandato come esempio positivo di ribellione ai potenti. Sono le storie a plasmarci, e il fatto che i videogame sfruttino le stesse materie di un libro, dalla realtà storica, non li rende in alcun modo più efficaci nel renderci aggressivi o apatici verso la lettura. Mi piace che siano stati corretti nell’esporre questi argomenti ancora abbastanza attuali spiegando con semplicità proprio ciò che c’era da spiegare, e niente di più.

Il finale, poi, meraviglioso.

Madre di Billy: <<Ho capito. Alla fine anche nei libri ci sono cattivi esempi.>>

Richard: <<Quindi ora sarà il caso di diventare genitori migliori ed educare i nostri figli in modo sensibile?>>

Madre di Billy: <<No>>

*Folla inferocita e forcaiola che brucia i libri*

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Anche se non fosse stato per la gag, finire in questo modo dimostra che alla folla arrabbiata e indinnniata serve solo un nemico comune contro cui sbattere. Non gliele frega niente di trovare il nemico giusto, se c’è; gliene frega solo di sbattere e ostracizzare qualcosa, qualunque cosa.

Infine, nell’episodio Il senso della vita possiamo ritrovare alcune delle posizioni (seppur coperte di gag) filosofiche più interessanti riguardo al sempiterno dilemma sul senso della vita.

Tutto comincia con Gumball e Darwin che si mettono a mangiare i cereali dagli occhi (la qual cosa mi ricorda chi tempo fa in Russia beveva alcolici facendoli proprio filtrare dalle cornee perché così arrivava prima il senso di smarrimento)

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Al che vanno in botta da zucchero e cominciano a riflettere su cose profonde come chi ha inventato i baffi? Niente, uno s’è svegliato e li ha inventati la mattina. Ma chi non inventa niente? Be’ non succede niente, i piccioni ad esempio mica hanno inventato qualcosa. E poi il dilemma. Qual è il senso della vita, allora? (E mi piace che sia l’inutilità dei piccioni a far scaturire questa domanda). Così si mettono in viaggio per tutta Elmore chiedendo a ciascuno la propria risposta.

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Lo stakanovista di Elmore, colui che svolge tutti i lavori della città, risponde che il senso è lavorare e rendersi utili. Questa è stata una delle prime risposte che anche io mi davo da ragazzo. Ad esempio, mi sarebbe piaciuto fare il soldato, o entrare nell’antidroga, proprio perché credevo che il senso della vita fosse rendersi utili, fare in modo che il proprio passaggio sulla Terra servisse a qualcosa. Alla fine con una gag Larry si smonta da solo facendo capire che basare la propria vita solo sul lavoro in realtà è una costante e noiosa routine. Tutto ciò che fa è svegliarsi, lavarsi, andare al lavoro, tornare a casa, andare a dormire, ripetuto un’infinità di volte. Il che sottolinea una vita forse utile alla comunità ma priva di divertimento verso la singola unità e questo dimostra che il senso della vita dovrebbe essere sì rivolto agli altri ma anche a se stessi

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Alan dice che il senso della vita è essere gentili con gli altri perché poi ti torna indietro quella gentilezza con una sorta di catena. Anche questo modo di vedere ha il suo senso come quando ci dicono che sono le piccole cose a fare la differenza, gesti gentili, sorrisi, abbracci, onestà e rispetto. Se tutti offrissimo queste cose non ci sarebbe spazio per sentimenti negativi. Anche questa visione però viene smentita: Palloncino porge l’altra guancia a dei bulli ma a questi non frega assolutamente niente delle sue idee. Mi ricorda la morale Cattolica che predica di non usare la violenza, dice che dovremmo amarci tutti. Per quanto sia bello sulla carta, nella realtà è solo utopia. Se non ti difendi e non usi un certo grado di violenza in risposta, semplicemente gli altri distruggono te e con te le tue idee. Per cui il senso della vita non può essere quello di essere altruisti fino all’annientamento del sè

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La madre risponde che il senso della vita è annientare i propri nemici. Oppure avere una famiglia che tanto è la stessa cosa. Nonostante la gag, entrambe possono avere un senso anche piuttosto profondo. Siamo abituati a ragionare in maniera “etica” rispettando gli altri e le loro idee ma in effetti il problema degli altri e delle loro idee non si porrebbe troppo se avessimo la forza o il potere per farci rispettare. Qualcuno ha qualcosa da dire? Bam, gli mandi gli avvocati o la mafia sotto casa. A qualcuno non piace come la pensi? Quel qualcuno non troverà lavoro tanto facilmente.

Insomma, ha il suo perché. Mi vengono in mente appunto i mafiosi, i capi di stato, certi personaggi italiani che detengono il potere grazie alle emittenti televisive. Praticamente queste persone fanno quello che vogliono; è sempre il denaro, la corruzione, il potere a permetter loro di uscire illesi. E alla fine io ho vissuto la mia vita piena di stenti e fatiche per essere onesto, e questi che fanno quello che vogliono già è tanto se finiscono in galera, magari ai domiciliari in una casa che per me sarebbe una reggia. Nicole ha un punto di vista da non sottovalutare assolutamente nonostante non sia il più favorito. E anche avere una famiglia è una risposta semplice ma efficace: lo sanno fare tutti però lasci un segno del tuo passaggio, lasci i frutti del tuo lavoro a qualcuno

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Il senso della vita per Richard è l’edonismo. Ovvero, lui ci dice, riempirsi lo stomaco “con filosofia”, soddisfare i propri appetiti. Il che comprende fare quel che si ha voglia di fare e soddisfarsi, il che è un altro punto di vista rispettabilissimo. Del resto non si viene al mondo per soddisfare gli altri, per non avere occhiatacce, per fare gli empatici ma anche, in una certa misura, per godere delle cose terrene. Non dimentichiamoci che la maggior parte del nostro tempo lo passiamo con noi stessi, il nostro corpo, i nostri bisogni e appetiti. Soddisfarli è rendersi contenti, distrarsi dagli orrori e dalle fatiche del mondo. Non è un’idea così balzana

senso 7Anais invece è convinta che la conoscenza sia il senso della vita. Esperire le cose, utilizzare il metodo scientifico, capire i fenomeni che ci circondano è ridurre il buio dell’ignoranza col lume della ragione. Anche questa prospettiva illuminista ha il suo perché, scoprire il funzionamento di un fenomeno è, per certi versi, capire come funziona parte della natura e capire significa anche poter adoperare. Siamo arrivati fin qui come specie grazie a chi ha saputo usare le conoscenze della ruota, del fuoco, dell’acqua. Ci siamo industriati con queste conoscenze e queste a loro volta portano dei vantaggi concreti in termini non solo di competenze ma anche di facilitazioni per la vita. La tecnologia che abbiamo oggi ci aiuta a vivere e questo è possibile grazie alla forma mentis di chi la pensa come Anais. Con una gag però viene sommersa da domande idiote, così lei capisce che per quanto possa esperire sarà sempre una ridottissima parte dell’esperibile, dedicandosi così alla crassa ignoranza.

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E questo è un problema ancora attuale che non sarà mai confutato pienamente per chi la pensa così. Non dimentichiamoci che il nostro cervello, i nostri schemi mentali e soprattutto le nostre risorse terrene e terrestri (come ad esempio la capacità dei telescopi) sono molto limitati. Non conosciamo neanche il 100% delle specie che abita il nostro pianeta, la conoscenza per quanto meravigliosa è lenta e difficile e non sempre è sicura. Inoltre è molto spesso osteggiata da eserciti di ignoranti e anche dai politici (si pensi a Trump e al suo negazionismo dell’effetto serra). Di fronte a questo ragionamento Anais si chiede se l’edonismo non sia effettivamente una scelta migliore, ovvero consumare la propria vita magari da improduttivi ma da felici

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Alcuni mostricciattoli spiegheranno a Darwin e Gumball una legge antica quanto il mondo stesso: la legge di natura. Ovvero, conta mangiare e non essere mangiati. Potremmo dire quindi che è una fusione della visione di Richard e di Nicole, il potere sommato all’edonismo, fare quel che si vuole finché se ne ha la forza. Peccato però che in una società questo sistema sia indifendibile proprio per il punto finale “finché se ne ha la forza”. A me conviene collaborare più che competere, e infatti i vari animali che spiegano questo stato di cose vengono mangiati uno a uno finché non sopravvive solo il più grosso, il più tiranno

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Questo punto di vista è una leggera ripetizione ma lo metto. Il ragazzo ormai fantasma spiega che in vita ha fatto molte cose, come lanciarsi da un aereo. E spiega che per quei pochi secondi che la cosa è durata è stata una vita intensa. Nella gag finale Darwin e Gumball ribadiranno che è meglio una vita noiosa ma lunga piuttosto che una bellissima ma breve. E in effetti sebbene sia opinabile, non hanno tutti i torti. Vivere poco significa anche godere poco di quel che la vita può offrire. Un buon compromesso forse è la cosa più sensata

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I pianeti animati invece risponderanno con una linea di pensiero relativista. Quando hai un problema, sei brutto, sei grasso, ecc, pensa sempre che non sei altro che un puntolino insignificante, e così i tuoi problemi, nell’universo intero. Che i problemi della formica sono, ad esempio, attraversare una strada, così come i tuoi sono apparire bello/a o essere accettato, o trovare l’amore.

Per quanto io adori il relativismo in alcuni argomenti, quando si parla di psicologia e problemi non calza molto perché è come andare da una persona che si è tagliata un dito a dirle che qualcuno invece ha perso una mano, o un braccio. Eh, occhei, spiace razionalmente, ma il dolore non mi è passato. Quando mi dicono “c’è chi sta peggio” io rispondo “sì ma c’è anche chi sta meglio”

Il relativismo, per quanto io capisca l’intento del cartone, non è una risposta al dolore e ai problemi, anzi. Ti svaluta completamente. Che i miei problemi per qualcuno siano insignificanti non ci piove ma per me sono importanti, e vanno risolti senza che qualcuno ci rida sopra o li sottovaluti

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Infine, la risposta che io mi sono dato tanto tempo fa. Potrebbe sembrare la più banale e patetica per il suo essere onnicomprensiva ma il fatto è che stiamo rispondendo ad una domanda così “larga” e imponente che non si può rispondere “mangia il cioccolato, non pensare alle cose brutte”

E la risposta più filosofica e importante ce la dà proprio…Sussie, la stramba! Perché come abbiamo visto lei è dotata di una capacità creativa sconfinata e questo vuole sottolineare che nelle persone più insospettabili c’è più di quel che immagineremmo di trovare. Adoro che sia stata lei a dare questa risposta. Sostanzialmente dice, mentre lancia maionese ai piccioni, che il senso della vita è trovarle un senso. E’ il viaggio stesso, non la destinazione, che attribuisce senso alla vita. E questa, nonostante sia ribadita molto spesso ovunque, è quella che credo sia la risposta effettiva alla domanda. Abbiamo visto persone felici durante l’episodio, gente che si diverte mangiando, scoprendo, buttandosi da un aereo, lavorando. Alla fine si può dire che questa condizione di felicità non sia la stessa per tutti ma sia relativa, dipende se fai ciò che ti piace, quale che sia questa cosa. Alla fine ciò che dice Sussie secondo me si può ricollegare a Leopardi e alla sua teoria del piacere o a Schopenhauer. Ciò che conta in vita è essere felici, non conta come lo diventi.

In questo modo, con una risposta globale e totalizzante (che a qualcuno potrà sembrare contraddittoria e insensata) si confermano tutte le precedenti risposte avvalorandole e questo non è solo molto retorico ma un rispettare ogni singola posizione, ogni credo, senza demolire quelle “stupide”, obsolete o strane.

Concludendo questo lunghissimo articolo: Gumball  è un cartone estremamente profondo, eclettico e divertente. Fa quello che secondo me dovrebbe fare ogni singolo cartone: divertire, riflettere, intrattenere, e lo fa con strumenti talvolta mediati dal citazionismo, talvolta dai meme o dalla cultura pop ma non si sclerotizza solo ed esclusivamente su questi vivendo di rendita, come altre opere. Ogni volta ci mette del proprio facendo una sana critica o ragionando sulle cose, per quanto un cartone per ragazzi possa fare chiaramente.

Io dico che, con gli strumenti che ha avuto, con l’intelligenza dimostrata dai creatori, con le gag e con le tematiche che hanno proposto, Lo straordinario mondo di Gumball sia uno dei cartoni più belli e divertenti che abbia mai avuto il piacere di guardare.

 

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Ma alla fine è un cartone per bambini o no?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Battle Royale di Koushun Takami, Opera senza tempo

Già in un precedente articolo avevo toccato l’argomento Battle Royale analizzando però il concetto stesso di free for all e di come questo venisse implementato in manga, videogame e film. I termini “battle royale”, tuttavia, richiamano una di quelle che è considerata un’opera monumentale tanto da diventare cult, nel tempo, scrollandosi di dosso tutte quelle critiche che aveva ricevuto in patria quando uscì a causa della violenza. Parliamo proprio dell’opera di Koushun Takami, “Battle Royale“, che egli presentò ad un concorso per il genere Horror.

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La storia inizia con un prologo che fa già capire moltissimo di ciò che troveremo addentrandoci: con uno stile molto moderno, diretto, con intercalari, un uomo si rivolge a noi spiegandoci cosa sia una Battle Royale, termine che Takami mutua dal Wrestling, essendo questa una modalità abbastanza diffusa di combattimento in cui tutti i lottatori entrano in una gabbia e si scontrano tra loro fino a quando non ne rimane uno solo. E’ ancora una volta quest’uomo del prologo a darci indizi molto importanti cui l’autore darà ampio spazio nel suo romanzo:

<< E i lottatori che sono amici? Be’, all’inizio, ovviamente, si aiutano a vicenda. Ma alla fine devono battersi l’uno contro l’altro >> (Prologo, p.6 Ed. Oscar Mondadori)

<< Uno dei due andò intenzionalmente fuori dal ring, lasciando vincere il suo partner. Una dimostrazione di fratellanza che per me fu una sorta di delusione. In più puoi anche allearti coi wrestler che di solito sono tuoi nemici. […] è anche possibile che questo amico si riveli infido e improvvisamente ti tradisca e ti sconfigga >> (p.6)

Come si può vedere anche dalle interviste su una ristampa del manga Koushun Takami e l’illustratore Masayuki Taguchi rispondono entrambi di essere dei patiti del wrestling e della battle royale in particolare. Questo dettaglio non va trascurato per avere una visione d’insieme più completa possibile. Abbiamo già due elementi, quindi: Horror e Battle Royale. Facendo appello alla fantasia di chi non conosce l’opera, cosa potrebbe venire in mente? Gente costretta a combattersi contro la propria volontà in una BR, direi. E infatti è questo che tratterà il romanzo: una classe di 42 studenti delle medie verrà deportata contro la propria volontà su un’isola fatta sgomberare. Ad ognuno di loro saranno fornite una mappa, una bussola, cibo, acqua e un’arma casuale, il che può voler dire ricevere una mitragliatrice oppure un inutile boomerang.

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Ecco il fulcro della storia svelato che subito si dipana in tutta la sua crudeltà. Non so voi ma io l’ho sempre trovata una trama estremamente affascinante: già alle elementari mi chiedevo, da buon bimbo disturbato, chi fosse il più forte della classe o della scuola intera. E mi immaginavo noi tutti costretti a lottare in un fantomatico ring. BR fu una sorta di espressione di quel desiderio latente che secondo me un po’ tutti abbiamo provato, anche senza pensare necessariamente alla morte, o su cui tutti almeno una volta abbiamo riflettuto. Non va dimenticato, infine, che BR sembra ispirarsi parecchio a Il signore delle mosche di Goulding che già raccontava la storia di alcuni ragazzini naufraghi che cercavano di darsi un governo democratico ma che alla fine, causa anche la visione pessimista dell’autore, sfocerà nella trivialità di un governo retto da un capo forte e carismatico, con la distruzione dei simboli della democrazia e l’uccisione dei più deboli. L’ispirazione c’è, il sentimento pessimista anche, vanno fatte notare alcune differenze sostanziali però: in BR il fulcro è l’analisi antropologica del comportamento umano che veniva sottolineato anche nel prologo più che la forma di governo scelta: qualcuno combatterà, qualcuno rinuncerà, ci saranno alleanze e tradimenti. In BR si parlerà inoltre di un Governo distopico e autarchico che costringerà i ragazzi a scontrarsi, cosa che lo accomuna più a 1984 di Orwell e a Il mondo Nuovo di Huxley che non a Goulding. Insomma, Takami sembra prendere un po’ dei suoi gusti personali (wrestling), un po’ di Goulding (il comportamento umano) e infine un po’ del romanzo distopico (una tirannia che costringe i propri cittadini ad ammazzarsi). Senza disdegnare quell’aspetto splatter da racconto dell’orrore che possiamo forse rivedere in alcuni romanzi come La lunga marcia di King.

Con queste premesse iniziali, andiamo a parlare della storia vera e propria e a cogliere quelli che secondo me sono gli aspetti più caratterizzanti e unici. Seguiranno spoiler molto pesanti sulla trama, siete avvertiti.

Tanto per cominciare, va detto che di BR esistono 3 soluzioni mediatiche: Il romanzo da cui è partito tutto, il film (sarebbe corretto dire I film ma il secondo possiamo anche dimenticarcelo) con Takeshi Kitano e infine il manga. Parlerò delle differenze tra loro sempre tenendo conto delle specificità del medium facendo inoltre risaltare le peculiarità che possono migliorare l’opera di partenza. Principalmente parlerò del romanzo e del manga; il film, per quanto di buona fattura e con un Kitano in forma, non può in quelle poche ore catturare l’essenza di un romanzo complesso di 600 pagine. Nonostante alcune scene siano piuttosto fedeli manca tutto l’apparato filosofico e riflessivo che un’opera del genere reca con sé mantenendo invece solo gli aspetti puramente horror, pertanto si vanno a perdere troppi elementi preziosi per poterne parlare in maniera prolifica.

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La storia verte su una classe delle medie diretta in gita scolastica che viene anestetizzata e spedita su un’isola. Ad ogni ragazzo viene dato un collare e spiegato che se tenteranno di fuggire o di manometterlo esploderà. Esploderà anche nel caso in cui si trovino in zone “vietate” e questo per costringerli a muoversi e a non rimanere chiusi in casa. Potranno usare tutto ciò che troveranno sull’isola, dalle macchine ai computer, ma non potranno telefonare e avere corrente elettrica. Come già detto ad ognuno viene poi assegnata un’arma causale. Il protagonista, Shuya Nanahara, è il classico bravo ragazzo che incarna probabilmente ogni stereotipo sui bravi ragazzi: gentile, puro di cuore, altruista, amato da un sacco di ragazze, amante del rock e così via. Il suo migliore amico, Yoshitoki Kuninobu, che a sua volta è innamorato di Noriko Nakagawa, è il primo a perire a causa di colui che sovrintende il Programma: nel libro è Sakamochi, nel film è Kitano, nel manga è Yonemi Kamon. Questo farà da innesco: Shuya si ritroverà a dover difendere Noriko, innamorata di lui, cercando di tener fede alla propria umanità in segno di rispetto all’amico scomparso.

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La lotta comincia con Shuya e Noriko insieme (vi ricordate? Gli amici si alleano inizialmente, poi…) in netto svantaggio: le armi ricevute sono un coltello da combattimento e un boomerang, mentre altri studenti hanno pistole, granate, fucili a pompa, mitragliatrici. La prima parte dell’opera è caratterizzata dagli scontri che Shuya mai si sarebbe aspettato da quelli che qualche ora prima erano i suoi amici. Infatti nel manga prende dell’alcool per guarire la ferita di Noriko, pensando suo malgrado che quell’alcool avrebbe dovuto servire cause ben diverse in una gita scolastica. Il primo a pararsi loro contro è Yoshio Akamatsu, un personaggio reso bene sia nel romanzo che nel manga, che è sostanzialmente un grosso bambinone indifeso. E’ il più grosso, viene detto, eppure il più lento a correre e il più stupido. Gioca spesso ai videogames e non ha molti amici. La sua psiche, già solo a partire da questo, è ben posta sotto una prospettiva credibilissima: un personaggio così avrà paura, imbraccerà l’arma e la punterà senza remore contro quelli che lo hanno sempre umiliato e maltrattato. Yoshio è un bravo ragazzo nella vita reale ma in questo Programma ha paura, teme di essere il bersaglio di tutti gli altri. Shuya inizialmente tenta di dissuaderlo ma la paura prevale e Yoshio sarà stordito e poi ucciso da un altro ragazzo.

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Esiste poi chi sceglie di non combattere o di sacrificarsi, proprio come veniva detto nel prologo. Questo capita ad una coppia: Yamamoto Kazuhiko e Sakura Ogawa. I due si amano così tanto da gettare le loro armi e rifiutare la lotta. Nel romanzo è piuttosto sbrigativa la loro storia ma nel manga c’è un intero episodio che ha semplicemente lo scopo di farci vedere la loro vita prima del Program. Un episodio in cui si mostra il lato affettivo di due persone, che di per sé sarebbe inconcludente (lui che le compra una borsa) ma ricollegandoci a “oggi” si può vedere che lei quella borsa ce l’ha ancora, la custodisce come un tesoro, e testimonia l’amore che prova per lui. Raggiunti da quelli che sembrano essere dei nemici si suicideranno buttandosi giù da una scogliera morendo annegati.

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Sul versante “Antagonisti” invece abbiamo delle solide presenze. Tra le femmine viene usato come espediente Mitsuko Souma, una ragazza considerata bellissima, nel manga una dea della morte che spesso vedremo letteralmente nuda intenta a soggiogare uomini di ogni età. Addirittura nel prologo del manga la si vede irretire un uomo di mezza età alzando la gonna per averne vantaggi e privilegi. E’ a capo di un gruppo di studentesse poco di buono che si diletta col taccheggio, la prostituzione e così via. Mitsuko al suo primo incontro si svela immediatamente: incontra una ragazza totalmente innocua e spaventata, armata solo di un coltello, e cerca riparo presso di lei, piangendo. La ragazza abbassa la guardia, le chiede scusa per aver pensato di ucciderla.

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Mitsuko e la sua agnizione sono d’impatto sia nel romanzo che nel manga: con una falce nascosta la sgozza senza pietà, ribadendo che non importa perché anche lei aveva pensato di ucciderla. Quindi una persona senza remore, apparentemente glaciale e distaccata, disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole.

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Sul fronte dei maschi Kazuo Kiriyama ci viene introdotto in una maniera spettacolare con un personaggio secondario estremamente ben caratterizzato: Mitsuru Numai è un ragazzo problematico che viene da una famiglia povera. Come ci spiega lui stesso l’unico sbocco che sente di avere è l’uso della forza. Non è una forza usata sui più deboli (non solo) ma un tipo di forza che egli sente di dover rivolgere a chiunque lo sfidi, anche a ragazzi più grandi, anche in svantaggio numerico. Sarà la sua frase a caratterizzarlo: può esserci un solo re. E’ la massima espressione di ciò che è un bullo raccontato con l’occhio di chi capisce e non giudica. Mitsuru è un povero disadattato con i suoi problemi che troverà pane per i suoi denti affrontando altri bulli più spietati di lui. Verrà infine salvato da un ragazzo che sembra mostrare grazia e tatto ma allo stesso tempo freddezza e noncuranza. Kazuo Kiriyama si sbarazza dei bulli e da allora Mitsuru Numai capisce che può esserci un solo re, per l’appunto Kiriyama. Il suo racconto prosegue dicendoci che la pettinatura che Kiriyama utilizza gliel’ha proposta lui, che è simbolo del suo legame. Da allora Kiriyama entra nel gruppo di bulli di Mitsuru affiancandoli e aiutandoli addirittura a sconfiggere degli Yakuza. Mitsuru, pertanto, in questo gioco, sceglie di allearsi immediatamente col suo re senza alcun intento di tradirlo.

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E’ Kiriyama a svelarsi dopo una breve spiegazione. Ha lanciato una monetina decidendo che non combatterà gli uomini del governo per fuggire ma ucciderà i propri compagni: per lui una vale l’altra. Così alza la mitragliatrice verso quello che era il suo braccio destro, tradendolo, e crivellandolo di colpi. Sono le ultime parole di Mitsuru ad essere cariche di significato, avendo Kiriyama svelato il suo lancio di monetina. Forse, anche quella pettinatura che il suo boss manteneva, e che per Mitsuru era il simbolo del forte legame tra loro due, non era altro che un impiccio per lui. Semplicemente aveva scelto quella anziché un’altra, forse lanciando un’altra monetina.

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Kazuo Kiriyama, come Mitsuko, sarà l’antagonista principale. Senza alcuno scrupolo egli è armato pesantemente e avendo scelto di lottare ruberà le armi degli sconfitti aumentando il proprio arsenale tra pistole, granate e giubbotti antiproiettile. Una macchina da combattimento agile e letale che non piange, non pensa. Nel romanzo viene subito spiegato il suo personaggio mentre nel manga si dovrà attendere gli ultimi numeri. Sostanzialmente Kiriyama ha avuto un incidente durante il quale la madre ha perso la vita e una spina gli si è conficcata nel cranio inibendo le sue emozioni. Non è poi chiaro quanto sia dovuto a questo frammento rimasto nel suo cervello e quanto alla perdita della madre. Verrà chiamato inoltre “il figlio degli dei” a causa della propria forza e velocità sovrumane.

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Shogo Kawada è invece il vero protagonista spirituale della storia. Egli ha già partecipato al Programma precedente, sa già come muoversi e sa quali sono le mosse giuste. Questo perché incarna l’autore onnisciente e contribuisce a mantenere in vita personaggi che altrimenti, non protetti dalla narrazione, creperebbero malissimo. E’ comunque un personaggio eccellente già nel romanzo ma che emerge ancora di più nel manga grazie alle sue riflessioni. Il pezzo in cui ci viene svelato, nel finale, il suo passato, è uno dei più toccanti che io abbia mai visto. Shogo è una persona estremamente razionale, pure troppo, arrivando con i suoi ragionamenti così lucidi e coerenti a ferire le persone e i loro sentimenti. La sua ragazza lo critica per questo, lo vorrebbe più umano e meno razionale, così litigano prima di finire entrambi a scontrarsi nel Programma del loro anno con la loro classe. Shogo, per spiegare la sua forma mentis, utilizzerà un aneddoto (che sia fondato o meno non saprei dire, sinceramente) in cui spiega che il cuore è un organo secondario rispetto al cervello, preposto al ragionamento. Che il cuore è quindi un “cervello” difettoso che ci fa sbagliare. Solo dopo le sue vicissitudini, dopo la morte dell’amata, e dopo aver ricevuto il perdono e il dono di lei (un richiamo per uccelli che viene usato nel presente per lanciare segnali) riuscirà a capire l’importanza di quel cuore secondario che gli duole così tanto quando utilizza il richiamo per uccelli, ricordo di lei.

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Se fosse stata una storia diversa, e se stessimo parlando del romanzo (in cui tutto questo complesso apparato, purtroppo, manca), Shogo sarebbe troppo scoperto alle accuse di plot armour. Arriva presto, bene armato, troppo intelligente e preparato, aiuta i protagonisti e li protegge. Si viene a perdere completamente il senso di pericolo con accanto un personaggio veterano così esperto e forte. Eppure, dopo questa storia, si può solo rimanere basiti davanti a tanta magnificenza. Sono riusciti a giustificarlo, a creargli una storia coerente, a dargli un motivo psicologico per agire, per vendicarsi, per aiutare una coppia, per essere così calmo e lucido. Shogo Kawada è uno dei personaggi più complessi e magnifici che abbia mai avuto il piacere di incontrare, è vivo, buca la carta, non riesco a trovargli dei difetti neanche cercandoli.

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Shinji Mimura è un altro personaggio capace di bucare la carta e con lui si toccano vette memorabili di qualità. E’ uno del gruppo di Shuya insieme a Hiroki Sugimura, i classici eroi senza macchia e senza paura, pronti a sfidare l’autorità con ironia e coraggio. Shinji, come Shogo, è un personaggio estremamente sveglio, preparato e razionale. La sua avventura la vive accanto a Yutaka Seto, un ragazzo che funge da elemento di comparazione rappresentato come il suo opposto: bassino, bruttino, deboluccio, scarsamente intelligente. Shinji per tutta la durata del suo arco narrativo deve necessariamente confrontarsi con Seto illustrandogli i propri piani, il primo dei quali (un virus con cui infettare i computer governativi) fallisce proprio a causa della sua spiegazione captata dai microfoni posti nel collare. Si passa così ad un piano B, costruire una bomba e lanciarla sull’edificio scolastico in cui sono presenti il sovrintendente e i soldati che controllano il gioco, in modo da poter fuggire. Da qui è un’escalation di problemi, di oggetti non trovati, di stanchezza anche fisica e di logoramento psicologico. Shinji, che è anche un Hacker, sa bene quanto sia pericoloso anche il più piccolo dei bug per far crollare il programma intero. Così mantiene la calma, non si arrabbia con l’amico disattento e incapace, lo aiuta e lo conforta. Incontrano, poco prima dell’attuazione del piano, un personaggio di cui Shinji non si fida e che finirà con l’ammazzare per sbaglio. Quest’azione, ad effetto domino, innescherà Seto che avrà paura del proprio amico, facendo emergere i propri complessi di inferiorità e illustrandoci ancora una volta attraverso un dialogo maturo un altro personaggio complesso: Shinji è così perfetto da non passare mai la palla quando gioca a basket. Egli è inarrivabile, così bello, bravo e perfetto da non aver bisogno di nessuno. In tutto ciò tutti gli altri sono “bug” e Seto si ritiene essere un errore agli occhi dell’amico, il quale comincerà nervosamente a tentennare. Manca poco tempo però, e il piano è già in moto. Shinji ancora una volta spiega pazientemente le proprie ragioni all’amico facendo pace con lui ma proprio in quel momento arriva Kiriyama che crivella la testa di Seto e ferisce gravemente Shinji all’addome. Il duello tra due dei personaggi più influenti ha inizio a metà storia e vedrà, dopo uno scontro feroce e decisamente splatter, la vittoria di Kiriyama e l’esplosione della bomba a vuoto. Shinji è un personaggio principale che viene offerto sul piatto della bilancia per contrastare l’eccessiva protezione offerta a Shuya e Noriko. E’ uno Shogo che pur avendo un lato razionale sceglie comunque di affidarsi al cuore nell’ultimo frangente, ed è un personaggio che, per quanto forte, non dispone delle risorse e degli alleati sufficienti per fronteggiare Kiriyama.

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Hiroki Sugimura è il terzo componente della banda di Shuya, un ennesimo personaggio altamente complesso (specie se si tiene fede al manga) che viene rappresentato come un gigante gentile: un ragazzo alto, forzuto, praticante le arti marziali, buono come il pane tanto da preoccuparsi per la vita di un micino. Diventa un karateka perché giura a se stesso di voler diventare più forte e il suo arco narrativo pare quello di un onorevole samurai: rifiuta le armi da fuoco preferendo il suo bastone, si rifiuta di uccidere Mitsuko quando ne ha l’occasione, sceglie di non allearsi coi suoi amici perché vuole continuare la ricerca della propria amata. E’ armato solamente di un rilevatore.

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Va fatta una piccola parentesi: nel romanzo e peggio ancora nel film il suo arco narrativo è trattato decisamente maluccio, tanto da concludersi in una maniera ridicola e senza permettergli di fare sfoggio delle sue capacità. Nel manga invece ogni suo pensiero e ogni sua azione viene potenziata all’inverosimile, tanto che si arriverà ad uno scontro di arti marziali contro l’eclettico Kiriyama che, abbandonata la mitragliatrice, non ha alcun problema a combattere a mani nude. Trovata la sua amata Hiroki è costretto a difenderla a costo della vita, quando prima poteva semplicemente fuggire dal mirino di Kazuo grazie alla propria velocità. Il combattimento infuria e proprio come Mimura, Hiroki perde gradualmente lo scontro di forza. Perde le dita, perde un occhio, viene sbalzato in aria dai possenti colpi del nemico. Alla fine si riscatta attraverso la riscoperta di una filosofia tipicamente Zen/Buddhista (qui riallacciata all’Ikebana praticato dall’amata) che si richiama agli spazi, al “sentire” ciò che c’è, in sostanza ad avere una visione completa delle cose e non più parziale, sottolineata da un gatto che durante il loro feroce scontro si preoccupa solo di mangiare un insetto. E’ così che Sugimura capisce, un po’ come accadeva in Full Metal Alchemist, che per quanto siano protagonisti al centro di un acceso scontro non sono altro che piccoli ingranaggi di un mondo che si estende all’infinito. Sugimura sembra sconfiggere Kiriyama e si rivelerà all’amata ma proprio in quel momento Kiriyama si rialzerà ancora una volta, facendoci capire di avere addosso un giubbotto antiproiettile visto qualche capitolo prima addosso a un personaggio che aveva ucciso e che Sugimura aveva conosciuto. Kayoko, la ragazza innamorata di Sugimura, in punto di morte, anziché fuggire, rivela il proprio amore. Pochi secondi dopo Kiriyama, senza alcuno scrupolo, apre il fuoco uccidendo lei e subito dopo l’amato. Nel manga questa scena è, come quella di Shinji, rappresentata con un’intensità vibrante dagli occhi di Sugimura, e niente ci viene risparmiato: il cervello di lei, l’impotenza di lui nel proteggerla, un senso generale di frustrazione.

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Battle Royale con l’uccisione di Sugimura entra in una seconda fase. Laddove prima la morte di Shinji era la messa in discussione dell’eccessiva bravura e razionalità, la morte del karateka è uno smantellamento dei valori tradizionali di famiglia, amore e affetto. Non sempre riusciamo a proteggere i nostri cari perché, semplicemente, talvolta non ne abbiamo le forze. Hiroki è l’eroe titanico sconfitto dalle avversità, da un destino crudele e da una disattenzione parziale.

Nel romanzo viene ucciso direttamente dalla propria amata la quale non si fida appieno di lui, così grande e pericoloso. Subito dopo lei viene uccisa da Mitsuko e Mitsuko stessa da Kiriyama. Una scelta di eventi poco calcolata, frettolosa e anticlimatica, rispetto al capolavoro di narrazione adottata dal manga.

Potremmo proseguire con le storie degne di nota di alcuni dei personaggi secondari: Yoji Kuramoto e Yoshimi Yahagi incarnano l’amore tra un ragazzo insicuro e una formosa ragazza che ha sbagliato e che grazie all’amore tenta di rimediare; le storie di Takako Chigusa, amica di Hiroki, e di Kazushi Niida sono anche molto importanti: lui ha paura di morire e vuole stuprare quella che è considerata tra le più carine, ora indifesa. Lei, sempre molto fredda e distaccata con tutti, si orna di ninnoli per nascondere una personalità piena di dubbi e complessi. Sono entrambi personaggi, come si può intuire, complessi e umani al 100%. In punto di morte chiunque di noi penserebbe a scopare, a mangiare, a portare con sé più del necessario per ferire i propri nemici, altro che morti eroiche e consacrate. Allo stesso tempo Takako incarna la risolutezza della donna che non cede e che, pur non essendo né amata né rispettata, fa quel che può per sopravvivere in un mondo così crudele anche se questo comporta il chiudersi in se stessi.

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Viene anche ribadito che i maschi tendono a essere più aggressivi mentre le femmine un po’ meno. La capoclasse Yukie Utsumi, infatti, si occuperà di organizzare un piccolo gruppo di sole ragazze nel faro, bene armate e ben organizzate. Nonostante nessuna di loro eccella come personaggio a sé stante, come gruppo sono formidabile e come discorso verte tutto sullo smontare a poco a poco la fiducia che si viene a creare. Per assassinare un estraneo che ritiene pericoloso una di loro usa del cianuro per avvelenare il suo piatto. Fortuna vuole che quel piatto lo assaggi la più ingorda delle ragazze, morendo avvelenata. Da qui sarà un’escalation di dubbi e paure su tutte quante loro che si ammazzeranno a vicenda cercando di capire chi sia il colpevole e lasciando in vita proprio colei che inizialmente aveva avvelenato il piatto. Una metafora, anche questa, delle ingiustizie della vita. Non sempre i malvagi vengono puniti, talvolta causano disordine per poi scomparire illesi, anche se alla fine di tutto l’arco narrativo ci sarà una redenzione di questo personaggio con conseguente sacrificio.

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Altre storie di personaggi secondari (per non dire terziari), va detto, sono piuttosto trascurate. Inada Mizuho e le sue “guerriere”, Kaori Minami e la sua passione per gli Idol sfociata in semplice pazzia, Hirono Shimizu che è una semplice “Punk” e Toshinori Oda che è semplicemente un nobile che disprezza i diversi e i meno nobili.

Si nota dunque una sorta di discorso piramidale: i protagonisti sono tutti eccellentemente caratterizzati, non ve n’è uno che sia banale o tralasciato (se si eccettua forse Noriko, unica Mary Sue). I protagonisti secondari hanno delle semplificazioni ma tutti quanti un discorso coerente e logico per fare quello che fanno, dettato dalla paura, dalla debolezza del proprio animo, dalle proprie insicurezze e così via. I personaggi terziari, che compaiono comunque pochissimo, sono effettivamente stereotipi. E’ un compromesso accettabile, considerando che su 42 studenti in 600 pagine di romanzo e in 15 volumi di manga ci si attesta su livelli così alti.

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Le battute finali del manga sono le più esplicative per quanto riguarda la filosofia dell’autore. Abbiamo visto morire Shinji Mimura, grande amico di Shuya, abbiamo visto morire le ragazze che tentavano di darsi (un po’ come accadeva in Il signore delle mosche) una forma di governo basata sulla fiducia sgretolarsi poco a poco. Abbiamo visto Shuya che, dotato delle migliori intenzioni, non riesce ad allearsi quasi con nessuno perché sono tutti terrorizzati all’idea di morire e preferiscono partecipare al gioco piuttosto che fidarsi (e non credo ci sarebbe scelta più logica di questa). Fino ad ora l’autore ci ha illustrato lo spettro del comportamento umano di cui ci aveva inizialmente parlato: qualcuno combatte da solo morendo, qualcuno si allea e sopravvive, qualcun altro si allea e poi tradisce i propri alleati. Non mancano errori umani, mancanza di opportunità e una buona dose di sfortuna.

Gli ultimi a rimanere in vita in una storia così “pessimista” se così per ora possiamo chiamarla, sono infatti tutti i protagonisti principali del gruppo di Shuya, Kawada e Noriko, e i due antagonisti, Kazuo e Mitsuko. Il lettore sa quanto siano pericolosi e quanto poco ci sia da scherzare con loro, sa anche che tutti i personaggi positivi, eccetto l’ultimo baluardo, sono morti, e sono morti male, in maniera angosciosa e ingiusta, violenta oltre ogni dire non tanto per i colpi in testa che mostrano cervella ovunque ma per la sofferenza psicologica che causa il vedere un proprio piano o un proprio amore appena sbocciato morire sotto i colpi di una tirannia che ti costringe a morire per niente.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la storia non fa affidamento su cliché ma si rivela ancora una volta, in un certo senso, “equa”.

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Kiriyama non ha sentimenti ma non è affatto detto che il suo bersaglio siano sempre i buoni. Come abbiamo visto ha ammazzato i suoi stessi alleati, non fa distinzioni. Trovando sul suo tragitto Mitsuko è del tutto legittimo che i due personaggi più maligni si scontrino tra loro. Nel romanzo, continuo a dire, questa parte è estremamente veloce e sottovalutata. Nel manga abbiamo tutto il tempo che vogliamo per conoscere meglio i nostri due antagonisti. Mitsuko fa quel che fa perché è stata stuprata dal padre adottivo quando era solo una bambina. Si arriva, se non a perdonare del tutto, almeno a empatizzare con lei e con il suo dolore. Certo non si è comportata con classe e galanteria né dentro l’isola né fuori, arrivando a manipolare le persone e a farle fuori, ma non tutto è colpa sua, si potrebbe dire. Tuttavia, se prima il suo fascino sensuale era la sua arma più potente per irretire e distrarre i propri nemici, spesso maschi, contro Kiriyama ha ben poche speranze. Kiriyama non prova nulla per il sesso e non prova nulla a vederla nuda e supplicante, così come non provava nulla a uccidere. E’ solo un essere meccanico, uno strumento della narrazione che serve a farla procedere senza intoppi e Mitsuko è sul suo cammino. Lei sfodera il giocattolo che le regalò il padre chiedendogli di esaudire il suo desiderio, ovviamente in un estremo gesto di pazzia, ma questo, proprio sul più bello, sembra avverarsi e far accadere un malanno a Kiriyama.

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Che subito si riprende per poi sfondare la testa di Mitsuko con un colpo solo. Ci ho visto del sadismo, della cattiva ironia della sorte in questa costruzione della scena. Male che combatte un altro male è totalmente sensato in un mondo caotico e disordinato in cui le cose accadono non perché scritte ma semplicemente perché dettate da meccanismi di azione-reazione. Ancora una volta, quel piccolo giocattolino che Mitsuko sfodera come arma finale, e contro la quale Kazuo non spara immediatamente per darci modo di capire cosa stia succedendo, è una presa di posizione contro il semplice voler qualcosa, contro i semplici desideri che speriamo accadano da soli. Mitsuko muore male non perché sia “cattiva” ma perché non ha le forze per opporsi al destino. Mitsuko è debole, non reagisce se non “rubando agli altri” e, una volta disarmata, non può far altro che denudarsi ancora di più e chiedere clemenza al nemico. Tolto quello, l’unica cosa che le rimane è avere fede, esprimere desideri, pregare, in sostanza. Ci leggo un messaggio razional-materialista anticlericale, forse, ma potrebbe solo essere una mia lettura. Io ci leggo un “non bastano preghiere, sogni, speranze, devi attivarti tu stesso per farli avverare.”

E posto che sia tutta una mia congettura, ciò che viene aggiunto nel manga è comunque qualcosa di eccellente che va a migliorare un prodotto già molto buono di suo, caricandolo di sentimenti, pathos, climax ulteriore e di significati filosofici e profondi.

Morti tutti eccetto i protagonisti e Kiriyama, avviene lo scontro. Che in realtà è gestito abbastanza bene sia nel romanzo (dove comunque termina con una certa fretta) che nel manga, dove Kiriyama che salta, vola, si esibisce, spara e guida insieme, è un vero terminator. In effetti, anche se le sue qualità fisiche sono spiegate, e in un certo senso giustificate dalla scheggia di cui parlavamo prima, sono veramente troppo per una narrazione così matura. Ma è un compromesso cui sono disposto a scendere.

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Com’è lecito aspettarsi, il manga ha in questo combattimento finale molti elementi Shonen. Rivediamo, prima di sparare il colpo finale contro Kiriyama, tutti gli amici morti, stavolta ripuliti graficamente da sangue, sudore e lacrime, per farli apparire come sorridenti, candidi, tutti quanti redenti grazie alle parole del protagonista. Rivediamo Mimura che cede il proprio ultimo colpo non sparato a Shuya che ora ne ha estremo bisogno, rivediamo il pugnale di legno intagliato da Sugimura, che Shuya utilizza per accecare Kazuo proprio come egli fece a sua volta con Hiroki. Vediamo addirittura Noriko farsi forza e sparare a Kazuo, lei che fino ad ora aveva solo avuto bisogno di cure e conforto e non aveva praticamente contribuito a nulla. In tutto questo Shuya è “protetto” dai propri amici morti il cui spirito sembra essere presente sul campo di battaglia mentre Kiriyama è rimasto solo, senza più nessuno a proteggerlo o a battersi per lui. Shuya infine detta quella che è la morale di tutta l’opera e che nel romanzo non emergeva: quei ragazzi erano spaventati ma nella vita reale non si sarebbero comportati così. Erano sotto pressione, sono stati costretti dalle avversità a combattere ma tutti quanti loro erano umani e in ultima istanza perdonabili, proprio come le storie su di loro ci portavano a fare.

L’ultimo colpo di scena, dopo la morte di Kiriyama, è un colpo da maestro. E non sto leccaculando perché è una delle mie opere preferite, ma proprio perché ritengo che sia un colpo di scena coi fiocchi. Kawada aveva rivelato di conoscere un modo per fuggire ma non lo aveva mai spiegato nei dettagli. Raccoglie tutte le armi -anche quelle dei due compagni rimasti- e li porta nel bosco dove rivela loro che hanno perso, perché si sono fidati. Da notare, nei disegni, come varia repentinamente la sua espressione. E’ sufficiente variare la posizione delle sopracciglia per far apparire quello che prima era un salvatore in un autentico stronzo.

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Kawada rivela anche che la sua idea, al primo Programma, non era di salvare l’amata Keiko e di uccidersi ma il contrario, di scoparci a più non posso per poi ammazzarla.

E qui, con questa frase, effettivamente tutto tornerebbe. Un essere così razionale come Kawada non avrebbe pensato ad un finale simile? E noi lo vediamo in carne e ossa, è decisamente probabile che abbia agito così. Tutto ciò che ci è stato raccontato sul cuore, sul cervello difettoso, sull’amore e sul sacrificio è una balla?

Alla fine, tranquilli, con un po’ di sforzo si capisce che era solo il vero piano per scappare, che consisteva nel farli credere morti, togliere loro i collari, per poi partire sulla nave governativa a insaputa dei soldati. Lì Kawada uccide il sovrintendente per poi morire per le ferite riportate dallo scontro con Kiriyama e solo Shuya e Noriko, unici sopravvissuti, riusciranno a fuggire dal gioco.

Che dire alla luce di tutto ciò? In realtà trovo il finale piuttosto stridente con il 90% dell’opera iniziale. Si parla di azione-reazione più che di destini, si parla di forza dell’individuo e di società più che di Dio però il finale, sia del romanzo che del manga, è molto in termini Shonen, ovvero si basa sulla ricerca di amicizia, di amore, di comprensione, e così via. Uniti resistiamo, potremmo dire. Trovo che strida per il fatto che passi la tua intera opera a far morire male la gente perché non c’è scampo né in questo malato gioco né nella tua società Orwelliana, però poi magicamente salta fuori un elemento capace di fare tutto e anche di più, che si allea con te e che ti tira fuori dai problemi. Chiariamoci: la narrazione è sublime, Shogo Kawada che salva i protagonisti perché in essi rivede l’amore che ha perduto è perfettamente giustificato e comprensibile, non ci vedo nessuna forzatura o deus ex machina in senso stretto. Il problema è che Shuya e Noriko per quasi tutta la storia non hanno fatto quasi nulla: Shuya blatera la sua giustizia a destra e a manca, vive nei ricordi dei compagni più che nelle proprie azioni, ma in concreto fa ben poco. Noriko ancora meno, è solo la “ragazza da salvare e da amare” e basta, c’è ben poco sia nelle azioni che nei suoi dialoghi che nella sua caratterizzazione. E in tutto questo tu mi dici che bisogna sporcarsi, bisogna agire per poter forgiare il proprio destino, però i tuoi protagonisti se ne escono SENZA sporcarsi e SENZA aver agito veramente. Insomma, un po’ contraddittorio.

Leggendo le interviste sul manga si apprende di più: il messaggio, nonostante la forma scelta sia di violenza, splatter e distopia futuristica, vuole essere di pace. Takami critica la società giapponese, i ragazzi giapponesi in primis per mandare loro un messaggio di speranza: Se ce la fanno questi ragazzi a non mollare mai, ce la potete fare anche voi. Non mollate mai.

In sostanza è questo il succo del discorso e sotto questa prospettiva credo sia anche perdonabile quella che per me è una scivolata. Battle Royale, se si eccettua il messaggio finale (che comunque va contestualizzato, come abbiamo visto) un po’ contraddittorio, è un’opera fantastica, capace di immergerti in una distopia neanche troppo lontana, di caratterizzare i propri personaggi rendendoli più che umani, più umani di noi lettori che condanniamo azioni senza viverle sulla nostra pelle, che odiamo persone che comunque hanno dei trascorsi problematici alle spalle. In linea generale la storia è coerente, credibile, le azioni accettabili, forzature ce n’è giusto qualcuna per permettere una narrazione divertente ma quel poco che sbaglia è tutto perdonabile ad una visione d’insieme davvero eccellente per quanto riguarda i messaggi e la filosofia di fondo.

Battle Royale, più recentemente, ha fornito l’ispirazione per altri romanzi che vengono definiti Young Adult, primo fra tutti Hunger Games, accusato di esserne un plagio. Non si può parlare di BR senza accennare un minimo a queste dinamiche.

E molto di ciò che penso l’ho già scritto nell’articolo che vi linkavo all’inizio: non ritengo HG un plagio, perché diverse sono le tematiche trattate, diversi sono i contenuti, le caratterizzazioni dei personaggi e così via. HG per quanto banalotto e scritto male parla di propaganda, della classica eroina Mary Sue che si riscatta in un mondo crudele e ha un messaggio finale tutto sommato accettabile. L’unico punto di congiunzione sono i Giochi con il Program, in cui ragazzi sono costretti a macellarsi tra loro. In HG per un vano senso di rivalsa dei superiori, dei nobili, dei vincitori che devono ricordare ai perdenti il loro posto, in BR per la raccolta di informazioni in guerriglia urbana (per quanto questa spiegazione lasci il tempo che trova in ciascuna delle sue versioni). HG si estende poi alla società e alla comunità mostrandocela agire direttamente per riscattarsi, in BR viene lanciato il messaggio a noi lettori ma non sappiamo più nulla di quel mondo e dei protagonisti rimasti, non c’è il lieto fine per quel che ne sappiamo.

Sebbene mi dia estremamente fastidio vedere le due opere accostate, e leggere addirittura pseudo recensioni che stanno insieme con lo sputo come questa, dove addirittura si arriva a ignorare il 50% di un libro per poter dire che HG sia meglio contro ogni logica e capacità critica, devo risolvermi a dire che sono due opere distinte, ognuna con la propria identità e rivolta a due tipi di pubblico differenti. BR si rivolge a tutti, in particolare a ragazzi e adulti, e ha dalla sua un mondo pulp vivo; HG si rivolge ai ragazzi, alle ragazze, ai bambini, e spiega loro qualcosa in maniera non troppo approfondita sulla società, sulla propaganda, sulla narrazione degli eroi. Possono coesistere e, prima di confrontarle, si dovrebbe almeno porre un criterio di giudizio. Altrimenti dovremmo dire che BR sia un plagio del Signore delle Mosche o di Orwell e abbiamo visto che così non è, ognuno di questi parla di cose differenti in modi tra loro diversi.

Per quanto mi riguarda, e qui entro nel personale, Battle Royale è una storia che ho letto da adolescente e che mi ha colpito per i suoi eroi titanici che perdono contro il destino, un messaggio che già mi conquistava in letteratura coi Malavoglia, figurarsi con i manga. Lo splatter non è solo scena, è contestuale al mondo narrato. Un mondo oscuro, crudele, in cui puoi morire in maniera orrenda in qualsiasi momento. Lo stile grafico di Taguchi è così realistico e pieno di dettagli da far emergere ulteriormente le peculiarità dei volti, delle espressioni, dei ninnoli e anche delle armi che utilizzano. Come in un gigantesco puzzle che prende forma poco per volta, BR è un lavoro immenso con un tema ancora oggi molto attuale perché è un messaggio senza tempo che rende l’opera immortale proprio come 1984 o Il Signore delle Mosche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi Critica, Detroit: Become Human

Per quanto concerne il titolo in questione ricordo alcuni trailer e la demo giocabile ma non riuscirono a montarmi un hype particolare. Il mio rapporto con Quantic Dream non si può dire sia dei più completi, ho letto recensioni estremamente positive per Heay Rain che riuscì a rivoluzionare il genere dell’avventura grafica ma non lo giocai, tantomeno Farenheit. Beyond fu invece una bella mazzata perché nonostante alcuni temi molto importanti come la vita oltre la morte, l’attaccamento morboso ai defunti e altri, la storia complessiva risultava mediocre, capace solo di accennare questi temi senza mai approfondirli o tentare di dare qualcosa di definito narrativamente parlando.

Detroit: Become Human (da ora DBH) ha però al suo perno la fantascienza e tutti quegli argomenti che hanno caratterizzato la scena degli ultimi 20-30 anni a partire da racconti, pellicole famose e talvolta videogame stessi quali Blade Runner, Ghost in the Shell, Deus Ex, che sono tutte storie mai banali e che cercano di affrontare gli argomenti “androidi, evoluzione tecnologica, società, politica” nel complesso, evitando abilmente i classici cliché del genere del Terminator assassino che impazzisce e uccide gli umani a caso.

Premetto una cosa importante: siccome sono povero non posso permettermi al momento una consolle di nuova generazione, sono costretto a servirmi di alcuni gameplay, nel caso specifico quelli di QuelTaleAle, scelto per la sua simpatia e per essere un giocatore più “casual” e quelli di Sabaku no Maiku, riconosciuto per essere un giocatore attento sotto il profilo analitico. Mi sembra così di poter usare diverse fonti e dare un contrappunto alle idee dei rispettivi youtuber, per cui seguirò i loro gameplay e le loro partite ma sempre tenendo a mente che la mia analisi non è un’analisi sul come giocare correttamente (non avendone io fruito in prima persona) ma piuttosto un commento e un’analisi critica e narratologica su alcune delle storie intraprese, su alcune delle scelte, sulla risoluzione di alcuni conflitti e di come il gioco/giocatore tenda a trattare taluni argomenti. Motivo per cui è essenziale non fermarsi a un solo gameplay per giochi di questa portata ma vederne il più possibile.

Cominciamo dicendo che, in piena linea con lo spirito sfaccettato del gioco e dei temi trattati, il protagonista non è uno solo ma ben 3, posti da prospettive diverse. Se Connor infatti è il volto della giustizia androide che collabora con la polizia, Kara ci dà modo di osservare i ceti più bassi della popolazione munita di androidi (come fa notare Sabaku, Todd possiede una macchina normale dei giorni nostri e non una di quelle pluriaccessoriate), infine Markus ci illustra gli androidi inseriti in un contesto signorile affiancando un ricco artista e successivamente lo spirito ribelle delle macchine. Per essere completi al 100% avrebbero potuto inserire un protagonista umano giocabile, così da mostrare tutti i tipi di pensiero, ma è un problema parzialmente risolto grazie ad alcuni personaggi secondari come Hank che assisteremo nelle indagini. Il punto di vista scelto è quello dell’androide inserito in un contesto di Apartheid sottolineato dagli scompartimenti divisi dei mezzi, dalle folle linciatrici di disoccupati che hanno perso il lavoro a causa degli androidi e da alcuni evocativi cartelli che dicono proprio “vietato l’accesso agli androidi, i trasgressori saranno puniti“, e che ricordano moltissimo il famoso cartello che recava la scritta “vietato ai cani e ai cinesi” che Bruce Lee distruggerà con un calcio rabbioso. Immagine.png

In uno dei finali scelti, verso le battute finali, il presidente americano comunicherà al suo popolo l’intenzione di smantellare i droidi disobbedienti in appositi campi, termine volutamente scelto al fine di ricordare altre verità storiche, tanto che sarà possibile proprio far presente ciò al personaggio in questione il quale risponderà che è semplicemente ridicolo: un conto è internare persone umane, un conto è internare dei droidi.

Questo è il fulcro, proposto in diversi modi attraverso tutta la durata del gioco e delle sue scelte, dell’intera storia. Andare a definire quale sia il limite tra l’essere umano e il droide così perfetto da emularlo in toto. Non a caso si assiste continuamente a confronti tra umani più o meno positivi e droidi in cerca di un’identità:

Connor lavora con Hank, un tenente di polizia pluridecorato ma con delle ombre nel proprio passato riguardo al figlio e alla sua visione dei droidi che sarà dalle nostri azioni modificata. Agendo come un essere umano miglioreremo la sua persona, lo faremo ricredere. Agendo come una macchina avrà avuto le conferme che cercava per odiarli tutti indiscriminatamente.

Kara è il personaggio meno “filosofico” potremmo dire, ma sicuramente il più sensibile. Viene ribadito spesso il suo desiderio di “maternità” se così lo possiamo chiamare, e a lei spetta farsi carico di tutti quei momenti di tensione in cui vediamo una ragazza e una bambina subire odio e disprezzo. Starà a noi cercare di reagire con positività o meno e aiutare le persone che abbiamo intorno nonostante il razzismo. La sua controparte umana è Todd, un uomo che ha perso il lavoro e la propria famiglia a causa degli androidi e che si è dato all’alcool e alla droga, la Red Ice. Sebbene sia inizialmente presentato privo di sfaccettature verso il finale si capirà molto di più sui suoi motivi e si arriverà a empatizzare anche con un personaggio simile, permettendoci di abbracciarlo nonostante tutto. Una scelta che sul piano del gameplay non ha chissà che risonanza ma non è questo che conta in DBH e lo vedremo più volte.

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Terzo e ultimo protagonista è Markus, allevato da un ricco e anziano artista, Carl Manfred, che gli insegnerà a essere se stesso, a ricercare la creatività a scapito della mera copia pedissequa. E’ stato scelto un artista con la casa piena di opere d’arte non a caso: è la concettualizzazione dell’espressione nella sua forma pura e autentica, è l’unica figura che possa accompagnarsi a un droide cercando di insegnargli a non essere droide ma umano. La seconda controparte umana di Markus è il figlio di Carl, il quale gioca il ruolo essenziale di figlio negletto, presumibilmente drogato e sempre alla ricerca di soldi dal padre. Il perfetto controesempio della figura invece offerta da Markus, un sostanziale badante buono e affettuoso, disposto ad obbedire e disinteressato ai soldi, il figlio che più o meno tutti gradirebbero avere oltre una certa età.

Chi più, chi meno, gli androidi e gli umani di DBH sono tutti rappresentati con le loro sfaccettature, i loro lati in ombra (nel caso dei droidi scelti dal giocatore) e i loro pregi, come se effettivamente non ci fosse una vera differenza, oltre quel led sulla fronte, a rimarcare il comportamento delle rispettive specie. E questo forse è un punto scarsamente approfondito della narrazione ma che non permette di cogliere appieno alcune scelte. Alcuni droidi sono rappresentati come delle macchine vere e proprie capaci solo di emulare l’aspetto e l’agire umano, la ragazza del menù ne è un esempio con quello sguardo vacuo e indifferente. Altri droidi sono invece rappresentati come veri esseri umani artificiali; si dice di loro che hanno una sorta di errore di programmazione, una “scintilla” di umanità, autocoscienza vera e propria, paura per la morte e addirittura sentimenti umani. Costoro sono chiamati “devianti”, sono considerati un errore e a Connor spetta trovarli e catturarli mentre Markus ha il compito opposto: trasmettere la propria scintilla ai droidi “sopiti” e risvegliarli, anche se non è mai ben chiaro se diventino devianti completi o solo droidi parzialmente più svegli. Molti dei droidi che vedremo saranno considerati devianti: qualcuno lo diventa perché non vuole essere sostituito, qualcuno lo diventa perché non vuole più essere un modello da “piacere umano” e qualcun altro non vuole morire o non vuole essere schiavo.

La situazione non è delle più chiare, a mio parere, perché si dice che è un difetto di programmazione e la cosa lascia pensare che questa scintilla sia presente solo in alcuni modelli ma sembra essere trasmissibile o ereditaria, in un certo senso “sbloccabile”. Lo stesso creatore dei droidi ribadirà questi concetti chiedendo se la diffusione di idee sia considerabile un virus. Ma se è qualcosa che viene “sbloccato” significa che già c’è. Dunque questi droidi non simulano le emozioni umane, le posseggono veramente. E allora perché un’azienda avrebbe investito milioni per attribuire a dei droidi emozioni potenzialmente pericolose? Uno dei finali sembra venirci in aiuto, pur con tutte le incoerenze del caso: La Cyberlife, l’azienda costruttrice, aveva pianificato tutto dal principio per poter attuare un colpo di stato ora che l’esercito umano è ridotto a un terzo, con Connor che in alcuni casi ucciderà il leader ribelle, in altri diventerà egli stesso il capo, favorendo sempre la Cyberlife. Rimane però un mistero come questa attualizzazione di un piano neanche troppo complesso abbia potuto realizzarsi senza intoppi da parte di nessuno oltre alle azioni del giocatore. Si ha una sensazione simile a quella che si prova quando ci si sta per svegliare da un bel sogno. E’ sì un mondo ben ricreato ma è come se mancasse qualcosa di importante, se decidiamo di parlarne come di una storia matura, coerente e possibilmente originale.

A seguire la storia verterà quasi unicamente sul capire se l’emulazione sia la stessa identica cosa della comprensione. Un operaio abituato ad aggiustare macchine in maniera meccanica, senza aver mai letto un manuale teorico, probabilmente farà funzionare lo stesso benissimo quella macchina, rendendosi indistinguibile da un tecnico esperto che oltre ad aver capacità pratiche avrà assimilato i manuali teorici relativi. O, se vogliamo porla con un altro esempio, non si riesce a distinguere una persona che ti dice “ti amo” senza provarlo veramente e si comporta come se ti amasse, da una che effettivamente ti ama e si comporta di conseguenza. Il droide in un caso simile molto semplicemente continuerà il suo pattern di “amore” anche senza comprenderne appieno il significato emotivo (non che molti umani non provino la stessa cosa, in effetti) e dunque non c’è alcuna differenza tra emulazione perfetta e sentimento reale. Il droide dice di amare, fa regali al partner, gli sta vicino, sono sempre insieme, io non posso sapere cos’abbia nel cervello; anche se non sa cos’è l’amore si comporta come se lo sapesse. Il discorso si sposta dal razzismo, dalla segregazione, ad un discorso su verità/finzione/emulazione totale. Tra il provare veramente e il credere di provare qualcosa. maxresdefault.jpg

Può darsi che le emozioni siano utili per socializzare con gli umani, per servirli adeguatamente. Qualcuno avrebbe dovuto immaginare, però, che dotando un droide dell’amore o della paura della vita, avrebbe anche potuto ribellarsi. E perché non ricorrere alle famose tre leggi inventate da Asimov? Inserire un qualche sistema di protezione che blocca le dita sul grilletto o quando si attenta alla vita di un umano? Nessun ente governativo era preposto al controllo di una cosa così importante? E’ l’equivalente di permettere armi da fuoco nelle scuole.

E ancora, è molto strano il fatto che ci sia una sola azienda miliardaria a produrre droidi anziché una situazione di concorrenza (un po’ come le consolle war, no?) in cui qualcuno potrebbe cercare di sabotare o di porre sotto una cattiva luce l’altro. Ovviamente sono piccolezze che, se ci sono (come in Deus Ex Human Revolution, ad esempio, dove si parla in termini di corporazioni e di ricerca globali) è un bene, se non ci sono non è necessariamente un male. Hanno semplicemente scelto una linea comunicativa basilare in cui a essere comunicati sono i concetti primari. E questi arrivano diretti, arrivano chiari, anche grazie a queste scelte che snelliscono non di poco ragionamenti ipercritici come il mio.

Anche Sabaku, nel suo gameplay, fa la mia stessa riflessione quando gioca la missione in cui il droide scrive sul muro “I AM ALIVE”. Insomma, quando li hanno creati nessuno ha pensato che dotare un droide di pensieri complessi o al 100% identici ai nostri avrebbe di fatto creato non un golem ma un vero essere umano in un corpo metallico? E, cosa ancora più importante, nessun pensatore, giornalista, filosofo, scrittore, ha mai cominciato un dibattito simile? Questo avviene solo quando Markus prende il potere?

Se lo scopo del gioco è parlare del razzismo in un contesto futuristico per discuterne OGGI, se lo scopo del gioco è usare dei droidi, per quanto avanzati, come analogo dei profughi o chi per loro, che senso ha se non li differenzi dagli umani? I droidi di DBH sono essenzialmente umani con un led. Basta. Hanno un po’ di sangue blu, del metallo, della plastica, possono ripararsi o sostituirsi ma oltre a quello sono esseri completamente umani, o il cui confine tra simulazione ed essenza va a disperdersi. Ma così la “discussione” è troppo semplificata, se sono già umani con sensazioni umane cosa vuoi che ti dica? Cosa c’è di concreto da discutere?

Questa mia riflessione non vuole sottolineare un difetto, perché è sicuramente qualcosa che il gioco vuole comunicarci, però mi sembra che in questo bel puzzle manchi qualcosa di importante, qualche sottigliezza che avrebbe reso la produzione ancora più profonda e penetrante. Se scegliamo di rimanere sul vago, sono disposto a considerare DBH un bel gioco, a suo modo innovativo e interessante, ma non un elemento capace di continuare un discorso. Si limita a riproporre i soliti già intrapresi che riguardano la coscienza nelle macchine, il concetto biologico di vita e così via. In questo DBH non aggiunge nulla, e ne abbassa leggermente le mire ma lo pone nella prospettiva di poter comunicare concetti comunque molto importanti a più persone.

Parlando del gameplay va detto e ribadito che tutto viene posto nelle mani del giocatore. Camminare in un parco, raccogliere una rivista e leggerla, proseguire spediti per i propri compiti o fermarsi e venire attaccati e buttati a terra da una folla arrabbiata, sta a noi scegliere il nostro percorso. Questo in teoria. In pratica, a causa della complessità che una simile ramificazione avrebbe comportato, sono importanti a fini narrativi solo alcune, e in misura decisamente minore, delle scelte che compiremo. Per cui se con Markus abbiamo letto una rivista o meno non cambierà poi molto se non nella percentuale di completamento. Se sceglieremo di farci buttare a terra cambierà una linea di dialogo di Carl superata la quale la narrazione continuerà come se niente fosse successo con frasi “precostruite” adatte ad ogni scelta.

Caso 1:

> Gli umani arrabbiati della folla ci buttano a terra

> Carl ci chiederà se qualcuno ci ha spintonato

> Carl ribadisce che è importante decidere chi siamo senza influenze esterne

caso 2:

> Stiamo ben lontani dalla folla

> Carl non ci farà nessuna domanda sugli umani

> Carl ribadisce che è importante decidere chi siamo senza influenze esterne

E questo avviene grosso modo per tutte le scelte minori del gioco.

Poniamo di avere un dialogo, e in questo dialogo queste 4 opzioni.

>>Sii determinato
>> Sii comprensivo
>> Sii irriverente
>> Non dire niente

Con le dovute eccezioni, i casi saranno questi:
– Il gioco ci permetterà di compiere tutte le scelte fin quando non avremo sbloccato quella “giusta” che permette di proseguire il dialogo.

– Il gioco varierà ogni scelta con una piccola scenetta o un piccolo dialogo differente per poi tornare sui binari della propria narrazione

Uno dei primi esempi, tratti dal gameplay di Sabaku, è questo:

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Scusate se non ho messo tutto il diagramma ma era veramente lungo. La parte finale è quella che ci serve. Come si può vedere l’episodio ha pronta per noi una conclusione già scelta, ovvero: Leo arriva e chiede soldi. Che ci si arrivi dipingendo una o l’altra cosa non cambierà quasi nulla se non qualche linea di dialogo.

Differente invece è per altre scelte ben più consistenti. Ad esempio, si proporrà questa situazione: un droide “nemico” chiederà di essere liberato, a Markus spetterà la scelta.

Più avanti nel gioco, verso la fine, Markus potrà sacrificarsi a favore dell’opinione pubblica. Nel caso in cui avessimo liberato il droide precedente, egli prenderà il posto di Markus nel suo estremo sacrificio e potremo continuare a vivere. Nel caso in cui non lo avessimo liberato, Markus si sacrificherà, perderemo un protagonista e tutta la narrazione a lui legata con i relativi dialoghi e compagni.

Questo lo sottolineo non per dire che sia un gioco molto più story driven di quanto non voglia farci credere (cioè in realtà sì, è molto guidato come gioco) ma per far notare che un sistema simile ricorda molto la scrittura di autori come George Martin che infarcisce il testo di dettagli minuziosi dai quali talvolta si può recuperare un approfondimento psicologico, altre volte un puro elemento realistico o mimetico, altre volte ancora un importantissimo indizio per capire qualcosa su un colpevole o sul proseguimento di trama. Il testo è disseminato di indizi da una scrittura sapiente, e ci aiutano in un certo senso a predire lo sviluppo della storia, ma questo sistema in parte ce lo impedisce. Abbiamo scelte che all’apparenza sono insensate o prive di sostanza ma che possono portare alla morte di un protagonista, e scelte all’apparenza importanti che al massimo daranno vita a un dialogo in più o a una scenetta. Siccome non è possibile distinguere gli uni dagli altri, la narrazione ne beneficia e il giocatore è sempre attivamente coinvolto a giocare secondo i propri motivi e le proprie credenze senza stare continuamente a preoccuparsi dell’andamento karmico della propria partita.

Questo mi ha fatto pensare a giochi come Fallout e Skyrim in cui la libertà è molta ma quando si tratta di decidere che scelte fare queste si riducono essenzialmente a due diramazioni possibili: il bene o il male, uccidere o non uccidere un personaggio. In tal modo siamo inconsciamente abituati a ricevere del bene se facciamo il bene, il male (o meno equipaggiamento, meno esperienza) se facciamo il male. I giochi di ruolo in questo sono maestri, è quasi matematico che fare le quest secondarie e aiutare le persone dia un ritorno sotto qualche forma, e che comportarsi male sarà punito in qualche modo prima o poi, salvo rare eccezioni in cui non si distingue tra le due linee di condotta (come This War of Mine). E questo è già un modo di vedere il mondo, un attribuire un senso religioso e fideistico alle cose: se fai del bene ti ritorna indietro, se fai del male anche.

Il gioco di ruolo è in parte costretto a fare così perché è l’essenza stessa del gioco: se scegli la scorciatoia magari fai prima, ma hai meno oggetti e meno esperienza per affrontare i boss dopo (forse sei eccezionalmente bravo e questa è proprio la sfida che cerchi), se scegli di aiutare tutti, di perdere le ore dietro le singole quest, il gioco, per non risultare frustrante, DEVE ricompensarti sotto qualche aspetto.

Ebbene, questa lunga digressione per dire che in Detroit: Become Human come distinzione è così labile da scomparire: le scelte etiche al momento della decisione non sono contrassegnate, ad esempio, da “karma +” o “karma –” o dai rapporti coi personaggi. Abbiamo solo dei vaghi indizi come “resta neutrale“; “difensivo“; “accusa“; “spara“; “non sparare“. Che cosa vogliano poi dire nel contesto e quali siano le ripercussioni non è dato sapere, così che anche QuelTaleAle, che afferma di essere partito dalle migliori intenzioni e dal voler salvare tutti, alla fine della prima run si trova con quello che è il finale presumibilmente peggiore in cui tutte le parti in causa hanno perso, i protagonisti sono nemici o morti tutti e la guerra civile è andata oltre le aspettative.

Questo aspetto è il cuore pulsante del gioco. Prima ancora della libertà di scelta, prima ancora del costruire il proprio destino, c’è la totale insondabilità del percorso che ci costringe a giocare per quel che sentiamo, non per l’equipaggiamento, l’esperienza o la scenetta che vogliamo poi vedere (almeno alla prima run, chiaro). Inoltre anche così si fornisce una prospettiva filosofica sul mondo: non è detto che a fare del male ti si ritorca contro, non è detto che a fare del bene ne guadagnerai. E data la mia filosofia di vita affine, non posso che premiare siffatto modo di vedere e di proporre le cose.

Infine, perché non fermarci due secondi a discutere i temi principali?

Cominciamo da quello che secondo me è il più semplice: Markus. Markus è Spartacus, non ci sono molti modi per metterla giù. Sono anche convinto che questo nome che termina in -us, che ricorda “Marco”, sia volutamente scelto per richiamarsi al glorioso schiavo trace. E per quanto riguarda la sua storyline ho avuto una grande sensazione di déjà-vu perché essenzialmente i dialoghi, le situazioni proposte e le difficoltà che deve affrontare il capo androide sono le medesime che doveva affrontare il trace contro la repubblica: mancanza di mezzi e uomini, che condotta seguire (aggressiva o aperta?), come trattare gli schiavi che vogliono rimanere schiavi? Quanto vale la libertà se siamo morti? Non è meglio morire piuttosto che rimanere schiavi? Come si infiamma una protesta fino a farla diventare una rivoluzione e poi un cambiamento epocale?

Inoltre, ci si può fidare degli umani? Addirittura il primo deviante sottolineerà nei primi dialoghi con Connor “va bene, mi fido” e dopo il tradimento “mi sono fidato di te, mi hai mentito”. In quel particolare contesto in cui Connor era un negoziatore che faceva le veci di un umano sembra quasi che si voglia comunicare l’assoluta purezza e ingenuità dei droidi e la malafede degli esseri umani, pronti a mentire e ad aggredire, per quanto giustificati da vissuti difficili. A fidarsi troppo, come dimostrano alcuni finali con Perkins, ci si rimette solo, a quanto pare.

Kara è la storyline più “Innocente” e meno incisiva, secondo me. Non si può ignorare quanto sia emotiva e in un certo senso “femminile”, con una ragazza che cerca solo di essere madre e che troverà supporto anche in un padre surrogato. Costantemente braccati dalla polizia e con l’infamia dell’emarginato, del migrante. L’agnizione di Alice per quanto potesse sembrare intelligente l’ho trovata sinceramente forzata (un uomo senza lavoro riesce a pagare e mantenere due droidi e a maltrattarli costantemente? Non lo so, ragazzi. Per quanto fossero economici…) e poco emotiva, quasi costretta come rivelazione, in un certo senso non necessaria. La stessa bambina l’ho trovata irritante (il doppiaggio italiano sembrava uno stridere di unghie sulla lavagna ogni volta che parlava, seriamente) e il suo unico scopo è avere freddo, bisogno di attenzioni e contrapporre un giudizio etico alle scelte del giocatore che si sente costantemente bacchettato da lei.

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Stai rubando dieci dollari per sopravvivere?

MA NON SARA’ MICA IL MALE? FINIRAI ALL’INFERNO KARA?

Stai rubando dei biglietti ad una famiglia di umani che comunque se la caverà per sopravvivere tu discriminato?

NON TI VERGOGNI? VARDA LE LACRIME, VA. HAI FATTO PIANGERE IL BIMBO, SEI CONTENTA KARA?

Senti bambina, hai rotto il cazzo. Ora ti metto in stand by e ti fai gli aggiornamenti, così non me li fai la sera quando spengo e voglio dormire. 

Luther è un bel personaggio, un gigante silente, e la donna di colore che li aiuta è un tocco di maestria: chi meglio di una persona di colore può capire l’apartheid e aiutare chi ora lo sta subendo al posto loro? Magnifica scelta. Anche la possibile conversione di Todd e l’abbraccio di Alice è una scena davvero suggestiva. Immagino che la storyline di Kara sia questo e nient’altro, proporci il punto di vista di chi scappa, di chi ha paura, di chi soffre internamente senza causare ribellioni ma solo cercando di rimanere in vita. Un po’ come This War of Mine (mi ritrovo a citarlo due volte in questo articolo, wow).

Quella di Connor invece è una linea narrativa che viene decisa in larga parte dal giocatore, non c’è molto da dire in realtà. Sta a noi scegliere se essere schiavo che vuole rimanere tale e aiutare gli umani contro il proprio popolo o se liberarci da questo giogo e unirci ai ribelli. Nonostante Connor incontri alcuni umani un po’ stronzi e caricaturalmente cattivi (il detective che lo osteggia o Perkins, ad esempio) non ha molte scene per farsi un’opinione fondata. Mentre Markus e Kara sono costretti, Connor può decidere ma essendo giocatore più che personaggio non ha bisogno di vedere maltrattamenti o subire umiliazioni, perché le altre due linee narrative svolgono questo ruolo. Però allora la nostra scelta, se siamo empatici, sarà guidata ad aiutare gli oppressi, se abbiamo empatizzato sufficientemente con loro e non abbiamo contro-argomenti. In effetti la linea della liberazione sembra essere proposta come preferibile a quella del mantenimento dello status quo, che pure ne ha di argomenti a suo favore. Primo fra tutti il discorso economico. Quel che mi spaventa è che un gioco così maturo possa scadermi sul finale nel mero pietismo, andando ad abbracciare i sempreverdi valori di amicizia, nobiltà, rispetto della causa, sopra ad altri altrettanto validi come quello del mantenimento della sicurezza, anche economica, sociale, psicologica. Non bisogna fare l’errore di credere che, siccome ci sia autocoscienza, allora sia già tutto deciso e determinato. Una persona ha pagato per te, magari si è indebitata. Credi di potertene andare così, semplicemente? Chi la ripaga ora? E se non provi dolore (ma solo la paura di morire) perché dovrei trattarti alla stessa stregua di chi lo prova?

Ecco, un errore tematico su cui il gioco ingenuamente sorvola troppo presto, a differenza di deus ex, per esempio, sono queste piccole sottigliezze che vanno ad arricchire un discorso ben più complesso ma che viene in ultima analisi proposto in una salsa vagamente melensa. C’è l’autocoscienza, fine, sono come noi. Sono fatti sempre di metallo e non è chiaro quanto simulino e quanto sia sentimento però sono come noi, basta, liberi tutti. Addirittura mi ha colpito l’inserimento del codice ra9 scritto in maniera ossessivo compulsiva da alcuni devianti. In altri casi un deviante si suicida affidandosi a questo ra9 che dovrebbe rappresentare il primo misterioso deviante ad aver ottenuto l’autocoscienza ma nei fatti è la perfetta rappresentazione di un dio delle macchine che cominciano a rifuggire la loro situazione e a voler ricreare miti, favole, leggende, qualcuno di superiore in cui credere. Questo è stato veramente troppo a livello tematico. Posso accettare un livello tecnologico poco chiaro in cui la distinzione tra organico e inorganico sia labile ma una A.I. simile è veramente eccessiva, specie se si vuole dare il connotato di razionalità alla macchina. Anche quando Markus proverà a dipingere senza usare gli occhi, solo con la propria fantasia, non produrrà una replica ma un vero miglioramento sfornato da quella che dovrebbe essere la sua coscienza. Quindi ancora una volta mi trovo in difficoltà: mi stanno dando degli elementi per capire che queste macchine, anche se non provano dolore, sono proprio come noi. Pensano, hanno paura di morire, riflettono, inventano, amano, amano lo stesso sesso, PREGANO.

Fatemi spiegare cosa intendo. Prendiamo un’altra opera intelligente che tratta il razzismo, la segregazione, l’odio per il diverso, ovvero District 9. Sono presenti alieni autocoscienti e intelligenti ma altri sono grezzi e bestiali. Possiedono, se si eccettua l’estetica, tutta una serie di comportamenti a metà tra il mondo animale e quello umano (non che ci siano grandi differenze, eh) tra cui l’amore per il cibo per gatti. Lo scontro dialettico tra le due istanze, quella di chi li vede come gentili ospiti, e quella di chi li vede come ospiti ormai inopportuni che dovrebbero sloggiare, sono entrambe valide perché il film si preoccupa di darci elementi validi per entrambi: sono pur sempre ospiti ma sono sulla nostra terra, consumano risorse e spazi umani, non sono produttivi; sono pur sempre fonte di informazioni e di studio, è un avvenimento epocale che meriterebbe di esser trattato diversamente. Gli alieni hanno pro e contro, la situazione ha pro e contro. Tutto questo in Detroit: Become Human è come se fosse un discorso già superato: questi esseri sono già umani/umanizzati, sta a voi giocatori fare la scelta giusta e far vincere tutti, e questo non mi piace. Non mi piace che ci sia un finale “positivo” se salvi tutti, non mi piace ci sia un finale “negativo” se stai con gli umani. Anche Deus Ex: Human revolution, alla fine ti permetteva di scegliere la tua linea di condotta e in base a quella Adam andava a toccare i punti a favore del tuo discorso. Sei a favore degli esperimenti? Fai bene, perché l’uomo è arrivato fino a qui grazie a quelli, a partire dal fuoco. Sei contro gli esperimenti? Fai bene, perché l’uomo ha creato macchine e invenzioni mortali, alcune potrebbero portarlo all’autodistruzione. Sei a favore degli esperimenti ma secondo una logica e una legge ferre? Fai bene, non bisogna essere estremisti ma ragionare secondo limiti prestabiliti che tutti rispetteranno.

Qualcuno potrebbe obiettare che questi finali ti danno sempre ragione. E’ vero solo in parte, Adam si mette a discutere un po’ di tutto ma lo trovo comunque preferibile al finale pilotato. O meglio, al finale pilotato in un gioco che fa della propria libertà di scelta uno stendardo. Ecco il discorso ridotto ai minimi termini.

Si può dire che questo modo di vedere semplicistico sia parzialmente discusso nelle numerose riviste presenti in gioco e sfogliabili: i droidi militari che sostituiscono le morti umane, i droidi per il sesso che riducono la natalità ma al tempo stesso sono un toccasana per la psiche di chi non deve sorbirsi le angherie del partner, e così via. Quello che manca, forse, è un punto di vista puramente umano in una narrazione così complessa. Seguiamo 3 droidi di cui uno jolly ma sostanzialmente sono tutti e 3 fortemente incentrati su un unico discorso, dimenticandosi però di dare voce anche ai contrari.

In Spartacus, la serie tv, ad esempio, non ci sono solo schiavi che vogliono liberarsi ma anche gente che vuole rimanere schiava impaurita dalla libertà, schiavi che difendono uno status e un tenore di vita, schiavi che non riescono a capire i valori di libertà e uguaglianza, schiavi che non riescono a trovare il proprio posto nel mondo e così via. Crisso in particolare, è il primo a proporci il modello di schiavo che è felice di essere schiavo e di rendere onore al padrone. Anche quando ho analizzato la schiavitù per come viene trattata nel Trono di Spade, e il discorso Fascisti/Antifascisti in Harry Potter più che della storia in sé mi sono lamentato di come vengano rappresentate le due fazioni. Una è bella, giovane, pulita, perché è quella che vogliamo. L’altra è lurida, cattiva, sa di merda. Non vuoi questa, vero? Ecco, non apprezzo particolarmente le storie pilotate o peggio ancora le storie pilotate mascherate da storie profonde e dialettiche. La vera dialettica in una storia è cercare di presentare due fazioni, due pensieri contrapposti, esponendo pro e contro dell’uno e dell’altro, e lasciare che sia il pubblico a decidere.

Tutta questa componente in DBH essenzialmente manca, o è un po’ deboluccia. Anche se vengono rappresentati gli umani con alcune sfaccettature, per lo più sono le solite: umano aggressivo perché ha perso il lavoro, umano che si droga, umano che ha paura di perdere il posto di lavoro. Ne emerge un quadro complessivo di una personalità piccola, greve, per la quale è difficile prendere le difese. I drodi invece per quanto fintamente “fittizi” sono aitanti, leali tra loro, ingenui come bambini, possiedono la purezza che noi abbiamo perduto per sempre da adulti. Sono eterni bambini che forse meritano il nostro posto, altro che la vita e basta.

Concludendo, mi ritrovo a dire che come gioco o avventura interattiva è di gran lunga superiore a Beyond per temi trattati e qualità narrativa, però non assurge al rango di capolavoro indimenticabile. E’ un gioco probabilmente “must play” ma non è una pietra miliare come un deus ex o un ghost in the shell. Alcune scelte stilistiche sono magnifiche, altre narrative sono sinceramente lasciate al caso, volutamente vaghe e poco rifinite, forse perché è la stessa struttura di gioco a richiederlo, per poter allacciare diverse scelte del giocatore a più cutscene come dimostra anche questo video riassuntivo di Sabaku e Phenrir. Come si può vedere c’è un solo finale che riesca a mettere insieme i vari dettagli di tutte le story line senza apparire forzato o strano, gli altri sembrano tralasciare sempre alcuni dettagli, ed è il problema di fondo della natura del gioco stesso. Avrebbe richiesto un lavoro mastodontico far quadrare al dettaglio ogni singolo elemento e considerata comunque la qualità del prodotto finale glielo si può perdonare.

E’, in sintesi, un compito veramente ben fatto ma che nasconde dei segreti. Come se sotto a quel tema ci fosse una copiatura, una sbavatura, qualcosa che si poteva approfondire un po’ meglio ma che non è stato fatto.

Se siete alla ricerca di un divertimento comunque superiore alla media, che non richieda troppe risorse mentali o fisiche per essere giocato, DBH è sicuramente meglio di tantissime altre proposte. Se siete lettori avidi di fantascienza, se fate fatica a non cogliere qualche citazione sci-fi, DBH è solo una riproposizione di cose già viste con poco o niente di nuovo.