Analisi Critica: Undertale e il suo Cuore

Ormai è una consuetudine: prima di parlare di qualcosa incomincio scaldando la platea con quelle che sono le mie esperienze iniziali con quel prodotto. Lo faccio anche perché mi piace, a distanza di anni, rendermi conto di come la pensavo inizialmente (solitamente con snobismo) per alcuni prodotti che poi si sono rivelati dei gioielli da ricordare. La mia mente tende a diventare un mischione di sentimenti e così facendo non riesco a fissare le immagini “reali” che avevo all’epoca di quelle opere.

Undertale non mi colpì proprio all’uscita. Non ricordo minimamente di averne sentito parlare come capiterebbe -chessò- per un Red Dead Redemption 2, poiché è un gioco Indie e di mio non apprezzo particolarmente, salvo rarissime eccezioni, 2 cose in particolare: giochi Indie e giochi per pc. Calma, prima di insultarmi lasciatemi spiegare, cosicché la mia introduzione possa servire a ricreare la forma mentis che avevo all’epoca che ho tutt’ora ritrattato quasi completamente ricredendomi su tutto quanto.

Quando si cominciò a parlare di “Indie” nei canali di recensioni che seguivo o tra Youtuber vari, la mia idea iniziale era la stessa che avevo con le persone Omo: finché non mi penetra la consolle, potete fare come vi pare con le vostre.

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In sostanza, non ero di quelli che se ne lamentava come più o meno capita di sentire per via della resa grafica né mi interessavano particolarmente i contenuti di giochi che all’epoca mi sembravano per lo più giochi Mobile o per vecchi gameboy. Non si può negare l’importanza che influencer come Farenz hanno avuto nel parlare, nelle loro Top Ten, di giochi come To The Moon e Valiant Hearts (sebbene non manchino Indie secondo lui di dubbia qualità nelle flop ten). Erano quelle le primissime volte che mi approcciavo a vedere schermate e contenuti non-spoiler di giochi che fino ad allora avevo prettamente snobbato e che, causa la mia pc indipendenza, non mi sognavo comunque di avvicinare.

Nel frattempo, la community di Undertale cresce. Comincio anche io, dal vociare incessante su ragazzi-scheletri, mostri “gentili” e strani fiori (e tutte le varie illustrazioni più o meno etero che seguivano), a sentire parlare VERAMENTE MOLTO SPESSO di questo famoso Undertale. Sempre a causa dei miei primi preconcetti tendevo ad associarlo ad un gioco per bambini a bassissima resa grafica e, a quanto pareva, con una bella storia e belle tracce musicali.

Il punto di svolta arriva in un momento di noia che passo con una Live dei ragazzi di Everyeye. Lo youtuber (purtroppo mi sono completamente dimenticato chi fosse) prima ancora di giocare aveva caricato il proprio pubblico di aspettative raccontando di quanto fosse bello Undertale, di quanto fosse triste la Genocide e così via, tutte cose che all’inizio non associavo a niente di particolare. C’era però tanta energia in quelle parole, c’era, oltre alla mia curiosità per questo benedetto titolo che mi ero deciso ad approcciare, una luce particolare negli occhi di quella persona che con tanta cura spiegava senza troppi spoiler cosa fosse Undertale.

Comincio a seguire la primissima Live e mi si apre un piccolo mondo.

Lui con il suo commento “aiuta” e dirime la narrazione, spiega ad esempio che Sans potrebbe avere dei poteri particolari vista la sua capacità di “sparire” a e ricomparire a piacimento. Poi vedo che molti di quelli che dovrebbero essere “enigmi” sono in realtà delle bazzeccole per superare le quali non ci vuole di certo uno scienziato. Ed è lì che una scintilla mi si accende: questi enigmi non “vogliono” essere risolti, non offrono una sfida vera e propria come farebbe un gioco standard. E’ come se dietro ci fosse nascosto un segreto, un segreto che avevo intenzione di scoprire calandomi sempre più nella storia.

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Parlando della trama, l’incipit sembra quasi banale, tanto che ero veramente tentato dal fare dietro-front sentendo della solita, iperabusata, storia manichea di scontro tra il bene e il male, gli uomini e i mostri. E’ Flowey però ad attizzare subito la fiammella. Ad un occhio bene allenato si riconoscono subito dialoghi “sapienti”, perché miscelano lo “standard” (con questo termine cerco di riferirmi a ciò che in genere i giochi fanno) ad elementi innovativi come battute particolarmente attuali o addirittura satira sociale e battute da meta-gioco che scherzano sui videogiocatori stessi. Infatti il primissimo tutorial del combattimento ce lo offre questo simpatico fiorellino dall’aria innocente che ci spiega di farci colpire il cursore (il cuore, la nostra vitalità e culmine dell’essenza) dai suoi semi benevoli per ricevere tanto amore. Il giocatore ingenuo ci casca perché è abituato ai giochi standard, obbedisce alle regole, le segue, le fa sue, e cerca di sconfiggere la macchina. Invece il giocatore consapevole conosce Flowey ed evita il colpo, cosicché il suo dialogo muta con flessibilità avendo intuito che dall’altra parte c’è un giocatore che ha un certo livello di conoscenza del gioco o di Flowey.

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Nel vero finale di Undertale accessibile solo ai più valorosi, si scopre che è Flowey ad aver scritto questo articolo per intortarvi. Quindi dubitatene.

 

 

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NYE EHEH, SALVERO’ IO LA SITUAZIONE, COME SEMPRE. MA PERCHE’ SONO COSI’ GROSSO? L’AUTORE NON RIUSCIVA A GOOGLARE IMMAGINI DI ME IN SCALA 1:1?! COSI’ I MIEI SPAGHETTI SEMBRERANNO CAPELLI!

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COSI’ VA DECISAMENTE MEGLIO. MA ORA SEMBRO UN NANO, I MIEI SPAGHETTI DIVENTERANNO GROSSI COME FUNI!

Ragazzi, ragazzi. RAGAZZI. Mi disturbate l’articolo se fate così. Dopo, dopo vi do quella cosa che vi avevo promesso.

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OH SI’, “QUELLA COSA”. QUELLA BELLISSIMA, MERAVIGLIOSA, SUBLIME…COS’ERA GIA?

A fine articolo posto un’analisi dettagliata del personaggio migliore di Undertale, oggettivamente insuperabile da qualsiasi gioco sia mai stato creato. Non pensare di andare per esclusione, solo perché qui ne analizzo alcuni. Può darsi che riprenda uno di questi personaggi e che spieghi per filo e per segno perché chiunque dovrebbe avere come minimo un cuscino con sopra stampata la sua immagine e ogni sua singola battuta.

Non andate al fondo dell’articolo pensando di saltare tutto il mio discorsone o ve ne pentirete.

Dunque, torniamo seri.

Flowey, dicevamo. Questo piccolo fiorellino possiede una filosofia tutta sua su quel mondo che è abituato a vedere: uccidere od essere ucciso. Subito dopo verremo accolti da Toriel, il secondo elemento che mi ha colpito con la forza della dolcezza.

Normalmente avrei pensato a Toriel come allo stereotipo della nonna o della mamma, il classico personaggio che ti ingozza di cibo o ti dice di indossare la canottierina di lana ma Toriel è molto di più. Ti chiama al telefono interrompendo la tua esplorazione ogni cinque secondi (che è esattamente il metodo corretto per ricreare l’apprensione che può generare un genitore in ansia) chiedendoti apparenti sciocchezze come

<<cosa ci vuoi nella torta? Ah, la cannella? Ma perché l’altra opzione non ti piace? No, te lo chiedo così, tanto per…>>

Quanta dolcezza. Quanta tenerezza. E lo dico sapendo che il troppo stroppia rischiando sempre di finire in uno stereotipo melenso o fastidioso ma questo non capita mai con nessun personaggio grazie a quei dialoghi scritti con estrema cura che non disdegnano mai buone dosi di meta-riflessioni e di scherzi.

Questa dolcezza subisce un duro colpo quando, ancora una volta, il gioco comunica con noi attraverso degli stratagemmi metanarrativi. Toriel si para innanzi a noi per proteggerci, e dunque spezzando l’idea del mostro aggressivo che vuole a tutti i costi mangiare gli esseri umani. Non vuole lasciarci andare in questo mondo di Undertale perché lo giudica troppo pericoloso (o forse giudica noi troppo pericolosi per quel mondo) e dunque la battaglia è inevitabile. Memori di tutto ciò che abbiamo letto nel tutorial dovremmo aver capito che non è bene combattere e che il dialogo è un’opzione preferibile. Ma è qui che il gioco ti frega, spezzando con la routine del già visto: Toriel è un boss ma è anche un personaggio molto importante, nessuno crede che possa veramente morire così presto, non dopo tutto quello che c’è stato, dopo appena mezz’oretta di gioco. Un po’ come per Pokémon, quando si dice con intelligenza che i pokémon sconfitti non sono morti ma “esausti”, il giocatore è abituato ai soliti RPG dove finito lo scontro si torna tutti amici e finita lì. E invece no. Undertale colpisce duro, o meglio, si fa colpire duro dato che Toriel smetterà di rispondere alle aggressioni e dopo un po’ subirà danni critici con facilità.

Svanisce in una nube di polvere, accompagnata da quel suono, quello “swish” leggero che sentiremo anche troppo spesso in futuro. Scompare la schermata della lotta e…il nulla. Toriel non c’è più, se n’è andata per davvero questa volta. Le sue chiamate, la sua torta fatta per noi, le sue premure nell’accompagnarci presso le trappole non torneranno mai più.

Il giocatore capisce solo a questo punto che Undertale non gioca proprio secondo le regole. Voglio dire: tutti avremo pensato che il “non lottare, cerca una soluzione pacifica” fosse la solita litania che ci ripetiamo per sentirci tutti più buoni e puri, quando alla fin fine quel che facciamo nei giochi è letteralmente massacrare altre entità dopo aver pronunciato quelle parole. Ecco, in questo Undertale già parla come se avesse un megafono tra le mani; il giocatore critico e attento non si farà più fregare, ha capito che Undertale gioca sporco ma lo fa per lanciare un messaggio a dir poco epocale.

Si prosegue poi con le gag carinissime quanto scarsamente divertenti di Sans che però nel contesto hanno un enorme significato: connotare quello che è un mostro con i tratti di una persona normalissima dedita alle facezie, e come lui il fratello Papyrus.

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FINALMENTE SI PARLA DI ME! QUANTO HO ATTESO QUESTO MOMENTO!

Oltretutto avrete tutti notato che Sans “parla” in Comic Sans e Papyrus in Papyrus peraltro con rumori e tempistiche che ricorderebbero molto delle voci. Posata e rilassata per Sans, attiva ed energica quella di Papyrus, l’ennesimo modo con cui il gioco crea i propri personaggi a partire dalle piccole cose.

Ed è Papyrus, prima ancora di Sans, a colpirmi ancora una volta. E’ uno scheletro deboluccio che cerca di emergere con le proprie forze, a lui di cacciare gli umani non è che freghi poi così tanto, è semplicemente il mezzo con il quale avere la stima degli altri per rendersi utile in quel mondo. E noi, un umano caduto in quel posto, siamo sulla sua strada. Comincia così una serie di gag azzeccatissime (con alcune citazioni ricreate con pochi frame di animazione, come quando i due fratelli increduli si guardano l’un l’altro, il tutto seguito da delle tracce musicali semplicemente stupendi) in cui Papyrus non fa che spiegare se stesso attraverso gli scadenti enigmi che propone. La palla passa così a noi giocatori che possiamo scegliere cosa fare di questo scheletro. E’ così curioso il mondo di Undertale con le sue piccole chicche da scoprire che si è portati a seguire i due fratelli e giocare con loro (o, viceversa, subire le minacce non troppo velate di Sans quando fa capire che forse, dopo tutto, non hanno bisogno di noi per divertirsi).

Arrivati nella stanzetta di Papyrus mi si è sciolto il cuore. Anche qui si gioca sul distruggere stereotipi e stilemi consolidati: mi aspettavo che la stanza di uno scheletro fosse piena di pericoli o di cose orrende e mostruose per poi infine rivelarsi una stanzetta normalissima, come la mia o come la vostra, con abiti in disordine, letto da rifare e action figure. E il dolce Papyrus che ci spiega candidamente che gliele ha portate un uomo vestito di rosso con la barba bianca: Babbo Natale!

Avevo gli occhi a cuoricino per lui in quel momento. Ho capito che il personaggio voleva risultare inoffensivo e amichevole, ho compreso che il gioco voleva comunicarci l’idea di assoluta normalità che il diverso può celare. Undertale già dalle prime battute ci invita a cercare di capire e conoscere prima di giudicare gli altri e il loro vissuto.

Altre piccolezze che è doveroso citare sono le varie OST di Snowdin e della lotta con lo scheletro che sono davvero ispirate e trascinanti. La “lotta” e l'”appuntamento”, poi, sono dei minigiochi con cui si scherza, si ride, si approfondisce la relazione con il personaggio e i suoi spaghetti. Chi lo avrebbe mai detto che uno scheletro potesse apprezzare la cucina? E che il regalo per noi fossero, appunto, i suoi spaghetti?

Undertale, inutile dirlo, ti fa “giocare” con lui, se scegli di seguirlo, ricambiandoti non con l’esaltazione della lotta, del superamento di uno schema, ma con l’emozione di aver scoperto un’esistenza, di aver aiutato e reso felice qualcuno che ha problemi a relazionarsi o a rivelare il proprio amore. La schermata di combattimento non è nient’altro che un sistema flessibile di interazione coi personaggi che può cambiare di volta in volta e che permette anche ai nostri avversari di “giocare” con noi, come nel caso del manichino posseduto che usa degli aiutanti incapaci di colpirci e che vengono da questo licenziati. Cambieranno così i suoi attacchi, ripiegando su un coltello ma, lanciato quello, il manichino capirà di essere rimasto a corto di coltelli. Il gameplay di Undertale nella sua forma “giocosa” e non competitiva è un’esibizione di fantasia, la valuta che più apprezzo, stimo e premio nelle opere. Veder ogni volta cambiare il contesto, le schermate, le regole di gioco, è semplicemente stupendo e indice di una fantasia sconfinata che, ricordiamolo, sta pur sempre usando una grafica antidiluviana e un sistema molto limitante per fare ciò che fa. Il genio di Toby Fox sopperisce alle mancanze della macchina con le sue OST, con i suoi dialoghi quasi Tarantiniani, con le sue animazioni e con gli sprite così espressivi.

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Una delle cose di cui si accorge ben presto, poi, è che Undertale mira tantissimo a distruggere gli stereotipi. Un primo vero esempio, dopo Toriel e Sans, è quello costituito da Undyne che io inizialmente credevo fosse un cavaliere nero stile Terminator. Una volta tolta l’armatura si è rivelato un personaggio bizzarro nella sua estetica ma con tantissimo da scoprire. Undyne possiede le qualità della fedeltà, della correttezza morale e della rettitudine: è a tutti gli effetti una donna-cavaliere pur essendo un mostro, e si sa che i mostri non hanno etica. Poi però ha anche dei lati in ombra: è aggressiva oltre ogni limite, sfodera la propria lancia per un nonnulla, tanto che, se si sceglie di non uccidere nessuno, si avrà un caloroso “appuntamento” con lei nella sua cucina dove un’azione innocente viene trasformata in un semi-combattimento pieno di gag. Come se non bastasse, Undertale gioca anche con gli stereotipi sessuali e inserisce una gran quantità di personaggi omo tra cui Undyne, Alphys e le due guardie corpulente che si chiamano “bro” a vicenda e che si spogliano. Ammetto che sono rimasto piacevolmente sorpreso la prima volta, non credo di aver mai visto un gioco trattare l’omosessualità con tanta nonchalance se togliamo il recente Life is Strange. Quello che stupisce di più è vedere che dei mostri non si fanno alcun problema nell’accettare questo tipo di coppie, cosa che invece ci facciamo noi non-mostri. Ed è a questi livelli che scatta una riflessione sulle etichette che affibbiamo con troppa generosità agli altri. Notevole, inoltre, che un gioco voglia spingersi così in là su un tema delicato ma che in realtà è stato ampiamente accettato e apprezzato (e meno male, aggiungerei).

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La fase seguente riguarda invece proprio Alphys, la scienziata, e il suo robot assassino Mettaton. Inutile ribadire che anche qui si giochi tantissimo sugli stereotipi: Alphys è innamorata di Undyne ed è molto insicura, così tanto che cerca riparo, come un Otaku, nelle storie immaginarie. Ci sono tantissime citazioni ad anime e manga e ai vari nerd, la scena più bella è quando Alphys si mette a parlare del proprio anime preferito: a livello di gameplay e interazione si traduce letteralmente in un fiume di parole estremamente veloce sul quale tu non hai alcuno spazio di manovra, non ti è concesso premere il pulsante per far scorrere il testo, non ti è concesso di leggere con calma, decide Alphys come parlare della propria passione e questo simula in maniera ottimale il discorso di un fanatico sulla sua serie preferita che più o meno tutti avremo avuto almeno una volta.

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Mettaton inizialmente è un vero robot assassino anche se infarcisce tutto con gag memorabili. Vi cito solo la mia preferita, quando fa il conduttore televisivo di un programma di cucina e vuole fare a pezzi il protagonista con una motosega. Alphys però gli telefona in studio e chiede se non sia possibile una alternativa vegana, quindi senza carne, solo per rallentare Mettaton. Così scatta una gara all’ingrediente –che lui aveva già preparato– vegano che dovremo raggiungere mentre lui ci ostacolerà, solo per scoprire alla fine che il manicaretto era già pronto, esattamente come in alcuni programmi di cucina! Il livello di dettaglio è notevole, ed è tutto così meravigliosamente ben scritto e bilanciato che perderei troppe pagine a parlarne senza annoiarvi, senza contare che si citano, oltre ai gusti sessuali di prima, anche determinate scelte personali dettate da un’etica. Undertale non parla solo di sessualità ma di personalità.

Mettaton infine si scopre essere nientepopodimeno che un ballerino con gambe stupende e, dulcis in fundo, un fantasma che aveva chiesto un corpo ad Alphys, con tutti i retroscena che seguono tra lui e il cugino fantasma.

Non fa eccezione neppure Asgore, il famigerato Re dei Mostri, che già dal titolo faceva presagire qualcosa di funesto e invece si rivela essere un mollaccione che cura il proprio orticello e i fiorellini quando arriviamo da noi. Il suo dialogo, la sua espressione, tutto di lui ci dice che in realtà non è affatto cattivo ma proprio come Toriel è quasi paterno, amichevole. Il combattimento scatta se proprio lo desideriamo ma lui non sembra volerlo realmente. Lo fa perché è investito della propria carica di Re e della fiducia di tutti i cittadini ma sarebbe ben lontano se seguisse il proprio cuore.

E’ a questo punto che, nell’end game neutrale, arriva Flowey per vendicarsi su tutto e tutti e acquisire le varie anime umane che deteneva Asgore colpendolo alle spalle dopo che era stato indebolito da noi. Lo scontro con Flowey, di cui voglio ricordare la malefica risata, sfonda la quarta parete facendoci capire che il nostro salvataggio è stato cancellato e che la sua punizione per noi consiste nell’ucciderci violentemente fino alla fine dei tempi. Un concetto che esula dal mainstream cui siamo abituati e che contribuisce a dare anche dei connotati Horror a quello che prima era decisamente un mondo pacifico con qualche buontempone che si spacciava per nemico. Il giocatore contro Flowey evoluto ha vita dura perché il gioco è studiato appositamente per non farti vincere fino a un certo punto in cui l’unione delle anime batte il nemico ancora una volta.

Flowey si dichiara sconfitto e a questo punto interpella noi per una scelta: eliminarlo o meno. Lui insisterà sul voler essere eliminato e sul portare sulla “cattiva strada” il giocatore ma se abbiamo interpretato correttamente lo spirito di Undertale, Flowey va almeno una volta risparmiato. A quel punto lui metterà in dubbio i propri valori (ricordate all’inizio, quando parlava di uccidere o di essere uccisi?) poiché qualcuno gli ha dimostrato che è possibile avanzare senza uccidere a dispetto di ciò che ha sempre creduto, anche a causa delle proprie sofferenze passate. Normalmente, se il gioco fosse tutto qua, avrei da ridire. Non mi piace questa filosofia e penso di averlo ripetuto più volte: anche se lo considerassimo un gioco per bambini ( e NON lo è) questa morale del “se ci credi abbastanza ce la fai” è nauseabonda e ipermasticata, stucchevole e obsoleta. Non basta crederci forte per far avverare i desideri, talvolta ti trovi davanti dei colossi che ti ostacolano e che di parlare e di negoziare non hanno alcuna voglia. Per proteggere ciò che hai di più caro, come i tuoi amici o le tue idee, talvolta si scende allo scontro e sei costretto a decidere se uccidere o meno, perché quel nemico potrebbe, una volta risparmiato, tornare ancora con alleati più forti contro di te.

Ma. E dico ma, Undertale non si esaurisce qui ed è questo uno dei motivi per cui lo apprezzo parecchio: perché non si limita a comunicarti quel che LUI ritiene giusto, come l’idea di non-violenza (anche se a ben vedere quello è il finale considerato migliore, ma va bene uguale) ma ti dà tutti gli strumenti decisionali per fare come ti pare in quel mondo. Vuoi fare un po’ e un po’ in neutrale? Puoi, ma non avrai accesso a tutte le scenette e le chicche dei personaggi. Vuoi fare il pacifista? Puoi, anche se lì va vissuta come esperienza più che come gioco. Vuoi fare il genocida? Puoi, anche se così facendo chiaramente ti perdi gran parte del valore di Undertale e dei suoi personaggi scambiandoli con ottime sfide da videogame classico. Insomma, rovesciata così in effetti è una triplice morale niente male: qualunque cosa tu faccia otterrai delle cose e ne lascerai delle altre lungo il tuo percorso, sta a te decidere quali e come costruire la tua storia. Comunque, a te lettore che sei arrivato fin qui leggendo tutto, io dono la chiave che ti servirà più avanti. Tieni bene a mente questa frase: “In matematica avere un 3 mi alzava la media”.

Stando così le cose, Undertale è un gioco molto, ma molto più maturo di tantissimi altri. E a differenza di esperienze come Life is Strange o altri giochi dalla forte componente narrativa, non manca di offrire sfide ponderate e divertenti per tutti i gusti. Undertale è l’evoluzione delle avventure grafiche, per me. Di tutto un po’, e tutto di alta qualità.

Quel che ho da dire sulla Pacifist e sulla Genocide in realtà non è molto perché il gioco, anche se varia in maniera molto intelligente alcuni dialoghi e alcune scene sulla base delle scelte effettuate, grosso modo è sempre lo stesso nella struttura.

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Di rilevante nella Pacifist ci sono tutti quei personaggini secondari che sono pucciosissimi come i vari Doggos che vogliono le coccole, o gli Tsunderplane. E infine scoperte importantissime sulla Lore con il vero laboratorio segreto di Alphys in cui compiva gli esperimenti su mostri morti, anime e quant’altro. Un altro spaccato Horror che mi ha lasciato piacevolmente sorpreso. I vari retroscena si collocano al posto giusto per poi infine arrivare a scoprire la vera identità di Flowey e lo scontro finale con lui, ancora una volta molto intelligente e giocato bene.

La Genocide è importante, sebbene non tutti riescano a giocarla fino in fondo a quanto ho sentito, perché empatizzano troppo con i personaggi per ucciderli. E’ importante perché risponde alle pulsioni distruttive e autodistruttive dell’individuo che tratta il proprio mondo e i suoi personaggi come fossero pupazzi o servi da eliminare a piacimento. Anche questo versante ha dei risvolti Horror molto toccanti perché ogni personaggio che precedentemente avremo salvato e amato ora viene da noi distrutto senza pietà: Papyrus che ci “risparmia” e ci tende la mano e noi che avanziamo nella nebbia contro di lui. Il suo “puoi fare meglio di così, io credo in te“, che non giudica ma sprona.

Undyne che non vuole saperne di morire e che ci dimostra di essere l’eroe di quel mondo di mostri, al posto nostro.

Mettaton che viene sconfitto e Alphys che crede di poterne costruire un altro simile, nonostante il rumore della “polvere” alla sua sconfitta.

Infine, Sans. Come volevasi dimostrare, il nemico più ostico e forte di tutto il gioco è proprio quello di cui non avremmo mai sospettato, proprio in stile Undertale che continua a dirci che non bisogna fermarsi alle apparenze.

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Sans è un personaggio iconico non solo per le proprie battute così scarsamente divertenti da fare il giro e diventare bellissime ma perché anche nel combattimento, gestito magistralmente, opera la rottura della quarta parete. Si comincia con quello che secondo me tutti hanno ritenuto un attacco-scherzo. Così veloce e pericoloso da non lasciare scampo; nei videogiochi ogni tanto capita che non sai se devi morire per forza per far procedere la narrazione o se vincere veramente la sfida. Ed è li che realizzi: è tutto vero, mi sta attaccando con tutte le sue forze e non retrocede di un passo. Lo scontro lo vinci memorizzando la maggior parte dei suoi attacchi, subendo meno danni possibile e cercando di resistere il necessario. Una volta che Sans si sarà stancato farà il bastardone: ti proporrà una tregua e poi ti risparmierà, dando a te la scelta se risparmiarlo o meno, col piccolo problema che se sceglieremo di risparmiarlo lui ci ucciderà senza lasciarci scampo, perché siamo un avversario troppo pericoloso per rimanere in vita.

Ed ecco che monta la furia omicida anche per lui, che ci costringe a ricominciare lo scontro ancora una volta. Si torna al punto di prima per NON risparmiarlo mai più e così lo scontro procede con lui (e anche noi) sempre più provato, sempre più visibilmente stanco, fino al suo attacco finale e al suo gesto, ormai reso inutile dalle forze che gli mancano, di lanciarci contro il muro senza più causarci danno. Una scena memorabile e costruita bene nonostante si sia ancora in piena fase di scontro.

Qui avviene qualcosa che secondo me eguaglia in genialità Psycho Mantis di Metal Gear: Sans, capendo di non poterci sconfiggere, opterà per una vittoria per forfait avversaria, cioè aspettando che ci annoiamo abbastanza da spegnere il gioco. Infatti lo scheletro, avendo capito la struttura a turni del gioco, sceglierà di NON passare il turno a noi, non essendoci un timer, cosicché il giocatore sarà costretto ad abbandonare. L’unica cosa che il giocatore può fare è “sbattere” contro il riquadro dei comandi per suonare un campanellino e svegliare Sans, sfibrato dal combattimento. Dopo qualche secondo ci accorgeremo che ci sono dei punti che non fanno suonare il campanellino per svegliarlo: lui dormirà della grossa e noi potremo letteralmente “trascinare” il riquadro sulla casella “Lotta“, così da cliccarla e azionare il nostro colpo anche se non è il nostro turno. Sans si sveglierà ma sarà troppo tardi, verrà tranciato in due e la sua scena finale è davvero lacrimevole: chiederà a Papyrus, già trapassato, se vuole qualcosa dal fast food. Poi, fuori campo, il rumore del mostro che si tramuta in cenere.

Davvero, davvero, davvero spettacolare. Anche io che in genere non sopporto i Rythm Game o le sfide di questo tipo avrei potuto solo applaudire a quella che è un’esplosione di genialità creativa unita ad un game design divertente e originale, fresco e mai stancante.

Mi spiace anzi che molto spesso tutto questo non venga capito. Ad esempio il buon Farenz, amante di Metal Gear, rispondeva ad un Caro Farenz ti scrivo nel 2017 dicendo che Undertale è un buon gioco ma non il capolavoro di cui tutti parlano.

Io non sono particolarmente legato alle avventure grafiche per cui potrei sbagliarmi ma ditemi voi dove trovare un gioco Indie, sviluppato da poche persone, con una qualità di dialoghi così alta, con personaggi così freschi e innovativi, con tematiche così importanti, con un gameplay in procinto di variare ad ogni scontro, con una morale triplice. Ditemelo voi. Non è una sfida ma una constatazione: sebbene neanche a me piaccia il termine “capolavoro”, perché sottintende che in qualche modo sia oggettivamente bello e che se non ti piace tu sia sbagliato, va ammesso che quando qualcosa non ha dei pari o è uno dei primi se non il primissimo a proporre qualcosa, gli va riconosciuto il 100% del merito. Undertale potrà peccare nella grafica ma sopperisce con tutto il resto. E’ l’esatto contrario di titoli tripla A blasonatissimi con grafica iperpompata (e qui voglio rovinarmi, citando Uncharted) che sono osannatissimi come capolavori videoludici ma che hanno personaggi e relativi dialoghi profondi quanto una scarpa. Per uno come me, che adora il dialogo profondo e la riflessione su temi importanti, Undertale è una manna dal cielo. Dovrebbero esistere più giochi così.

E non ho altro da dire se non che…siamo arrivati al momento clou. La parte che tutti stavate aspettando e per la quale vi siete sorbiti le mie battutacce e i miei sproloqui, a meno che non siate stati scorretti scorrendo subito a fondo pagina. Ma se siete così scorretti forse non state neanche leggendo questo pezzo quindi è inutile divagare troppo.

 

 

 

         Link di fine articolo al miglior personaggio di Undertale mai creato

> Clicca qui se hai saltato tutto ciò che ho detto solo per arrivare al meglio del meglio.

> E clicca qui se sei una persona onesta e hai letto tutto ottenendo la chiave.

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Ancora un passo, uno solo

Se sei arrivato fin qui seguendo le mie indicazioni, bravissimo!

Anche se forse sei un po’ troppo remissivo e ingenuotto. Come faccio a distinguere chi arriva fin qui dopo aver letto tutto e chi invece ci arriva cercando di buggerarmi?

Pertanto, se sei sincero/a, non avrai problemi a dimostrarlo esibendo la chiave di lettura che ti ho dato seguendo questo link—-> Qui.

Se invece non ce l’hai, shame on you. E vergognati. Torna a leggere la Pimpa, se non è troppo pure lei per te.

Come sei furbo!

Se sei incappato qui le cose sono due:

O perché sei finito in uno dei miei sistemi di sicurezza, o perché sei un furbacchione che pensa di prendere scorciatoie. Nel primo caso fear not my friend, perché avrai sicuramente trovato la chiave. VERO?

Nel secondo caso… è perché ti reputi una persona molto furba e intelligente, vero? O peggio ancora, simpatica?

Credevi che essendo sincero e saltando a piè pari tutto il discorso che ho costruito per voi, arrivando subito alle conclusioni, sarebbe bastato a perdonarti?

No caro/a. Io spendo letteralmente le ore a scrivere i miei articoli per approfondire e intrattenere e non mi va giù il classico simpa della cumpa che se ne esce con un beffardo “TL; DR“, perché se sei tielle dierre escitene da internet, leggiti un libro con solo le figure, guarda Peppa Pig, non celebrare la tua ignoranza, non spacciarla per qualcosa di interessante o peggio ancora divertente. O se proprio non vuoi leggere, scompari e fai più bella figura, no?

In ogni caso voglio darti una chance. Tra i seguenti link c’è quello che ti porta a trovare la soluzione. Soluzione che, se avessi letto per intero il mio articolo, dovresti ben conoscere. E nel caso tu comunque non disponga della chiave ma voglia andare per tentativi…

amico/a, sei una persona davvero tristissima. Stai perdendo tanto di quel tempo che il meglio che puoi sperare è di avere un po’ di fortuna sul blog di uno sconosciuto che scrive robe lunghe e poco comprensibili. Piango per te. 

 

La prima risposta in genere non è mai quella giusta. Salta pure

La seconda? mmmh, no

3) La terza? Boh, prova ma secondo me no, ti giuro

La quarta? E che è? Un compito scritto delle elementari dove l’ultima è sempre quella corretta?

La quinta? Vabbè basta, avete capito

Forse un po’ di filosofia può aiutare il compito

Che come si sarà capito ormai, io adoro la filosofia

Devi sapere che quando andavo alle superiori avevo una pessima insegnante di filosofia

ah, la frase stava venendo troppo lunga, scusa, prosegue nella prossima

Dunque, dicevo della prof. Ecco, spiegava malissimo

Non sapeva fare le domande

e allora sai cosa faceva? Siccome domandava male, e le si rispondeva peggio

si inventava che il senso della filosofia fosse quello, capire bene cose scritte (o chieste)

male. Si una frase con solo una parola

Le altre materie? Di Italiano, Storia e Geografia andavo benissimo, grazie

Matematica manco a parlarne

il tre praticamente mi alzava la media

Ginnastica? Pfff, invidiavo le ragazze quando una volta al mese stavano sedute

Che poi avevo pure dei compagni odiosi. Secchioni, pieni di amici, bravi a ginnastica

ma si è mai vista una cosa simile?

è come distruggere il principio di “sasso, carta, forbice”

non puoi averle tutte, o semplicemente ti rendi odioso

Infatti, caso strano, non ci si sente più con queste persone

Come sono rancoroso

Semiotica del guardar l’erba crescere

Come tutti sanno, esiste una ben precisa connotazione di ciò che si intende con “erba”.

Pochi ci riflettono sopra, tutti la calpestano, ma nessuno si chiede come vada guardata l’erba crescere, e quei pochi che ci provano sono così incompetenti da non riuscire a farlo per più di venti minuti.

Sono esistiti diversi semiologi di fama internazionale come Umberto Eccallà, Mughetto Volli sempre Volli o Rolando Bartesio che si sono interessati alla questione da diverse prospettive tipiche della disciplina quali ad esempio l’uso o meno della musica per far crescere prima l’erba con un effetto “steroidizzante”, o coloro che invece a questa nobile attività prediligono l’asciugatura della vernice sul muro, tipica posizione della scuola di Francoforte, più forte che Franco.

 

Ok, basta. Scherzi a parte, benvenuti nell’angolo giusto in cui ho nascosto la vera risposta giusta. Cercate di capire, mica potevo intitolare l’articolo “VERA RISPOSTA, NON GUARDATE QUI”, no?

 

Fe2

GIA’, POTREBBE AVERE UN SENSO

Undyne

FORZA, tira fuori questo segreto

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S-sono io il personaggio m-migliore, vero? (>*3*)>

No.

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Ah…

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Il vero scopo di questa serie stucchevole e infinita di articoli era di tenervi incollati per sempre qui da me. Costretti a leggere di semiotica, di narratologia, e di altre palle che oltre a miocuggino qui ci leggiamo in 3. Ho scelto di allearmi con Flowey per creare un loop eterno. Gente che viene qui convinta di trovare la glorificazione di uno dei suoi giochini preferiti e che invece ottiene una conoscenza ben più radicata e profonda al posto di melensi complimenti e taciti consensi.

Fe2

NON MI SEMBRA POI QUESTO GRAN PIANO

E parli tu?!

Ci ho messo mesi e mesi a prepararlo, concimando Flowey notte e giorno. E sai che anche i fiori hanno i loro bisogni? No? Be’, ora lo sai. E invece questo fiore si è presentato alla mia porta un uggioso mattino del…vabbè non importa quando. Sta di fatto che abbiamo creato insieme questo piano per poter avere finalmente la meglio su tutti voi.

Ma

scrivendo il mio articolo

mi sono reso conto che…

 

 

 

 

sono molto affezionato a voi personaggi e a voi 4 lettori che mi seguite da tempo.

 

 

Io non ci riesco, non posso fare una cosa simile, non a voi che con tanta pazienza ancora mi seguite e non ve ne siete andati. Per cui mettiamo da parte indovinelli, quarte pareti e altro ancora e vi rivelo ciò che ho sempre pensato.

Il miglior personaggio di Undertale è…

 

 

 

 

 

 

 

è…

 

 

 

 

 

 

 

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ALLORA????? STO MORENDO DALLA CURIOSITA’

Be’, bisogna essere piuttosto superficiali per non capire che il miglior personaggio del gioco è Temmie.

Vi aspettavate tutti quanti che rispondessi il solito, vero? Gaster, Sans, Flowey.

E invece è lui il personaggio migliore che sia mai stato creato, e se non avete colto la profondità dei suoi discorsi è un problema vostro.

Fine, non c’è altro da dire, perché i suoi discorsi sono così meravigliosi e inconcepibili da mente umana, come quelli di Dio, che servirebbe letteralmente un Metatron per tradurli alle nostre orecchie in maniera vagamente accettabile. Quindi boh, ciao.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci tengo a dire, comunque, che il personaggio migliore del gioco è il Doggo in armatura, perché non c’è bisogno di grandi armature o di grandi Bork per fare un buon personaggio ma solo di belle e affettuose carezze.

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In ogni caso, buon anno e buone feste, ragass ❤

Ho degli enormi problemi col termine “canonico”. Parliamo di Epistemologia Narrativa

Questo articolo nasce dall’esigenza di chiarire a me stesso uno dei concetti che ultimamente vedo più spesso, quello di canonico. Avevo già in mente di scrivere qualcosa ma non ne ho mai avuto il tempo. Si avvicendano poi nel giro di pochi giorni due notizie abbastanza simili che mi spingono a riflettere ulteriormente: Sapkowski, autore della saga dello Strigo che chiede altri soldi a CD Projekt Red, e Toriyama che riscrive una parte della sua storia con il nuovo trailer del film su Broly.

Proviamo a partire da questi due esempi per discutere un po’ di cosa sia questo “canonico” di cui si sente tanto parlare e svisceriamolo nei dettagli.

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La prima notizia, quella di Sapkowski che chiede il risarcimento, penso che venga riassunta abbastanza bene da questo articolo. E’ bene fare un passo indietro: Sapkowski è l’autore di una storia che tra l’altro tratterò meglio fra qualche mese, quella dello Strigo o Witcher Geralt. Quando la software house chiese i diritti per poter pubblicare il primo videogame basato su questa saga propose due opzioni: un pagamento sostanzioso ma unico per lo sfruttamento dei diritti oppure un pagamento in percentuale da definire a seconda dell’andamento delle vendite del gioco, costante nel tempo. Sapkowski è uno scrittore forse non più al passo coi tempi e dai suoi scritti emerge quanto sia pragmatico e poco idealista. Forse non era del tutto convinto dell’affidabilità del team di sviluppo o del medium videoludico per cui scelse il pagamento sostanzioso subito, rinunciando ad altre percentuali sui giochi futuri. Il caso volle che il gioco ebbe una fortuna immensa lanciando altri due capitoli, tra cui un blasonatissimo e amatissimo The Witcher 3, uno dei pochi casi in cui i DLC riescono a rivaleggiare per qualità di contenuti col celeberrimo Shivering Isles di Bethesda. Di suo, CD Projekt Red ha saputo portare avanti lo spirito dei romanzi e sviluppare trame decisamente buone per la media dei dark-fantasy e questo non è piaciuto troppo all’autore che ha cominciato a dire che il successo deriverebbe dai suoi romanzi e non, viceversa, che i giochi possano aver dato lustro ai libri. Un fatto ancora da accertare su cui è piuttosto difficile ottenere dati attendibili. Infine, la sua frase più famosa sulla saga videoludica (la trovate qui):

«The Witcher è un videogioco ben fatto, il suo successo è largamente meritato e i suoi creatori meritano tutto il fasto e gli onori del caso. Ma non potrà mai essere considerato una ‘versione alternativa’ né un ‘sequel’ delle storie dello strigo Geralt. Questo perché solo il creatore di Geralt può deciderlo. Un certo Andrzej Sapkowski.»

“The game – with all due respect to it, but let’s finally say it openly – is not an ‘alternative version’, nor a sequel. The game is a free adaptation containing elements of my work; an adaptation created by different authors,” he noted.
“Adaptations – although they can in a way relate to the story told in the books – can never aspire to the role of a follow-up. They can never add prologues nor prequels, let alone epilogues and sequels.

Va aggiunto, poi, che all’epoca (non so ora) Sapkowski parlava senza aver mai giocato i giochi in questione. Aveva solo guardato gli artbook. Continua parlando dei danni che alcuni libri, usando le immagini dei videogame come copertina, gli avrebbero in qualche modo causato. Secondo Sapkowski la storia vera è contenuta solo nei suoi libri. Insomma il quadro è quello di una persona non ferrata al 100% della materia di cui parla, che tratta ancora il medium videoludico come se fosse un bastone per l’appoggio dell’anziana ma riverita Letteratura, una dama che secondo lui avrebbe sempre il primato sulla storia.

L’articolo linkato di Everyeye spiega che l’autore si è improvvisamente ricordato che della Saga sono usciti altri due capitoli, molto apprezzati da critica e pubblico, e guarda caso Sapkowski si è accorto che non gli avevano pagato i diritti se non per il primo capitolo. Secondo CDPR invece i debiti sono stati saldati per lo sfruttamento di quei contenuti per ogni capitolo che fosse uscito. Insomma, vien da chiedersi se non sia piuttosto da arraffoni ricordarsi dell’amore per le proprie storie e creature esattamente nel momento in cui queste diventano famose e remunerative. Ah, la buon’anima della Letteratura. In tutti questi anni, guarda caso, non c’era nessun ammanco per l’autore, nonostante covasse questa specie di rancore per quella Software House che stava avendo più successo di lui almeno presso il giovane pubblico.

Non si può proprio concedere il beneficio del dubbio all’autore, specie quando scrive, con parole diverse, che i giochi sarebbero non canonici rispetto alla sua visione della storia. I giochi per lui non costituiscono né prequel né sequel, nemmeno storie alternative. Non si sa cosa siano, forse Fanfiction, o forse come Martin non accetta nemmeno quelle. Abbiamo però un casus belli davvero importante, motivo per cui ho deciso di parlarne in quest’articolo, ed è anche una delle ragioni per cui io non cedo alcun primato all’autore né gli accordo la priorità quando si tratta di integrare informazioni in una storia ormai conclusa, a meno che non ci siano valide argomentazioni. Sapkowski ha dimostrato di non essere del tutto sincero e come autore non ha concesso la sua “benedizione”, motivo per cui dal suo punto di vista è legittimo che tratti come non canonici i giochi ma quando questa scelta è condizionata più da ignoranza e risentimento che da una attenta riflessione sulle tematiche dei giochi e sullo spirito che questi rappresentano, va da sé che le sue considerazioni siano soggettive e personali. A questo punto dobbiamo chiederci:

Ma esattamente cos’è il “canonico”?

Cito da Wikipedia:

<< Il canone è, nel contesto della fiction, sia l’insieme di quei romanzi, storie, film, e simili che sono considerati come originali, cioè ufficiali, di un dato universo immaginario, sia l’insieme di quegli eventi, personaggi, ambienti e affini la cui esistenza all’interno di quell’universo è accertata. Talvolta per indicarlo viene usato anche il termine mitologia, soprattutto per riferirsi ad un canone ricco di particolari di fantasia che richiedono un elevato grado di sospensione dell’incredulità o ad un particolare filo conduttore della narrazione.
Affinché l’universo immaginario risulti coerente, specialmente in quelle fiction che comprendono diverse opere, sia gli autori che il pubblico possono trovare utile definire cosa è “veramente” accaduto in quell’universo e cosa no. Solitamente è considerato canonico tutto quello che è stato prodotto dalla fonte originale dell’universo immaginario(autore originale), mentre sono “non canoniche” (o apocrife) quelle opere di adattamento, di derivazione o non ufficiali, spesso prodotte su media differenti da quello originale.
La pratica di definire un canone nella fiction deriva dal concetto di canone letterario, una collezione che elenca quei lavori che sono considerati rappresentativi e migliori di un certo genere o cultura. Pare che il canone appaia per la prima volta tra gli appassionati delle avventure di Sherlock Holmes, in modo da distinguere i lavori originali di Arthur Conan Doyle dagli adattamenti di questi e dai lavori di altri scrittori che usano gli stessi personaggi e ambientazioni.
I due universi più famosi in quanto a interesse e controversie sulla canonicità sono le due saghe fantascientifiche Star Trek (vedi canone di Star Trek) e Guerre stellari. Si ricorda anche la serie Warcraft, il cui canone è spesso soggetto a cambiamenti, a volte anche profondi, all’uscita di ogni nuova opera. >>

Trovo che sia molto chiaro così descritto. Un po’ meno chiaro, però, è come comportarsi in queste casistiche dato che si presuppone che nel mondo di fantasia ricreato da uno o più autori ci sia una voce autoritaria anziché autorevole. Il mio dubbio è presto detto, come abbiamo visto con il caso di Sapkowski non esiste solo l’ambito romantico in cui un caro e dolce autore scrive per la gioia dei suoi lettori ma anche ambiti politici, emblematici, spesso casi in cui semplicemente l’autore o l’azienda che detiene i suoi diritti resuscita storie e personaggi per poter spingere la trama a oltranza e spremere quanto più possibile il pubblico. Il termine canonico, che pure potrebbe avere una sua utilità, si scontra con quelle che sono esigenze terrene (che io non disprezzo assolutamente, il denaro non è lo sterco del diavolo) e non con esigenze narrative. Trovo dunque difficile sentirmi dire che un autore voglia mantenere attaccata alle macchine la propria storia perché ne è così innamorato da non lasciarla andare, o perché vuole accontentare i fan e continuare a raccontare, e a tal proposito mi chiedo se esigenze remunerative possano coesistere con quella tanto decantata immagine poetica di autore che ancora in troppi coltivano. Ovvero, lo Sherlock Holmes o gli Star Wars usciti per primi, per il desiderio di raccontare una storia in un certo modo, sono la stessa “cosa” dei seguiti scritti in maniera quasi industriale non più col racconto come fine ma col racconto come mezzo per il mero guadagno?

Quel che mi chiedo io è quali debbano essere i confini del testo, se devono o possono esserci. Alcuni sembrano rispondere: l’autore scrive finché vuole, finché vende. Io dal canto mio non sono troppo d’accordo e sposto l’asticella su un qualcosa di assolutamente astratto e difficile da quantificare ma lo faccio perché stiamo alla fine parlando di storie, di narrazione; queste si basano in larga parte sull’accettazione del pubblico e questo a sua volta si dà per coerenza narrativa, qualità di scrittura (o qualità visiva), capacità dell’autore di intessere trame interessanti o unire tra loro punti che mai avremmo collegato.

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Immagino che non sia necessario citare Han Shot First, un celeberrimo caso in cui dalla versione originale di Star Wars venne modificato e parzialmente rimontato in una scena particolare il personaggio di Han Solo dallo stesso ideatore. La scena originale prevedeva un Han che, dopo un dialogo con un creditore, scendesse all’uso della violenza per primo (da qui “Han sparò per primo“) come risoluzione del conflitto. Nella versione rimontata e corretta dall’autore figura invece l’alieno a far partire il colpo di pistola per primo con un Han che si difende giustamente. I fan criticarono aspramente questa scelta esattamente come oggi critichiamo altre scelte che impoveriscono una storia, depauperano i propri personaggi semplificandoli, come in questo caso, dove un eroe con dei lati in ombra si ritrova buttato nel calderone insieme ad altri eroi senza lati in ombra che uccidono poiché costretti.

Allora quando una massa critica di fan ha ragione e quando un autore ha torto?

Va detto che, se Star Wars fosse uscito con la versione “corretta” sicuramente meno fan si sarebbero agitati, perché il primo modello non sarebbe entrato nelle loro coscienze e nelle loro grazie. Un autore deve sempre tenere a mente questo: una volta che pubblichi, una volta che dai in visione la tua opera, essa, narrativamente parlando, non appartiene più solo a te ma ad un immaginario comune che contribuisce alla gioia (o al disprezzo, volendo) di un determinato pubblico. Ciò che credo sia evidente è che un autore non può solo in forza del proprio nome permettersi di modificare questo immaginario comune senza interagire anche con chi questo enorme immaginario lo detiene: i fan (perché è chiaro che al pubblico disinteressato non interessi la questione).

Se mi si dice che ogni prodotto di un autore, fosse anche il centesimo sequel, va considerato a pari livello dell’originale io rispondo: No, calma. Valutiamo la qualità dell’opera e poi si decide. In alcuni casi, quando una Saga raggiunge la saturazione e quando gli scrittori/sceneggiatori sono ormai svogliati e non ci provano neppure a scrivere qualcosa di interessante, ecco che avviene la spaccatura (prendete le ultime stagioni dei Simpson, l’ultima trilogia Disney di Star Wars che qualcuno addirittura voleva scanonizzare). Se un autore, ormai stanco e desideroso solo di vendere, mi scrive l’ennesimo sequel che sa di già visto ci perdo io perché mi rovina una parte dell’esperienza di quel mondo bellissimo che inizialmente amavo, ci perde lui, in credibilità, perché oltre a perdersi un cliente perde anche la stima che aveva di lui. Quel che voglio dire è che un autore cessa di avere la mia attenzione quando smette di metterci qualità nelle sue opere. Non sono tenuto ad accettare acriticamente ogni cosa che quel signore infili nel proprio mondo perché è anche il mondo fantastico che io, tutti noi, abbiamo contribuito a creare. Ecco che allora si forma una resistenza “semantica”, da parte di tutti quei fan che sono stati saturati e che cominciano a non accettare più ogni cosa inventata da un autore, pur detenendo lui ogni diritto ed ogni esclusiva.

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La paura fa novanta sarebbe “non canonico” nel senso che nel mondo narrato abitualmente non è mai esistito. Anche Dietro la risata. Ad uno sguardo attento questo è però controintuitivo. Alcune opere sono da prendersi come testi teatrali con attori che possono sfondare la quarta parete

E invece, se prima citavo Han Solo, ora vi cito un caso speculare: Il Joker di Heath Ledger. Non ha bisogno di presentazioni, fa parte di una trilogia e in particolar modo di un film diretto da Christopher Nolan, un regista di prim’ordine, che sì si è basato sul fumetto ma che ha anche contribuito a rinnovare, rimaneggiare, reinventare gran parte della storia, come Bane e lo stesso Joker anarchico. Il Batman di Nolan si è così imposto nell’immaginario comune da diventare quasi il Batman per antonomasia: realistico, cupo, oscuro, con un nemico pericoloso e non più un buffone cialtronesco dalla risata pronta. Forse lo zoccolo duro dei fan risponderebbe che il VERO BATMAN rimarrà sempre quello del fumetto n.1, o chissà quello di Adam West, fatto sta che non si può sottovalutare la gloria che un film tecnicamente non canonico avrebbe portato al personaggio quasi sostituendosi ad esso.

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Se dovessimo far riferimento solo alle opere originali, solo Adam West sarebbe il vero Batman

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Non dimentichiamoci che Batman inizialmente era un tizio in calzamaglia con le fisime per i pipistrelli. Sono stati altri autori e altri seguiti “non canonici” a “reinventarlo”

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Yeeesh. Nonostante alcuni errori, il lavoro di traduzione, modifica, aggiornamento, è costante e non va sottovalutato

E allora riprendiamo il discorso dell’autorialità: quando una storia può considerarsi canonica? Quando un autore lo decide, quando cede i diritti a qualcuno o quando una buona storia si impone nell’immaginario comune? Ogni tanto vedo gente che ci prova a dire che il VERO BATMAN sia questo o quell’altro, che il VERO JOKER sia quello di Nicholson ma sono tutti discorsi tra fan che giocano coi pupazzetti per decidere chi è il più forte, se questi arrivano a discutere significa che già quell’elemento si è imposto con forza, fa parte di quell’immaginario comune.

Mi sembra, quando si parla di certi concetti, che la gente dimentichi che le storie possiedono sia una dimensione personale (ciò che io creo nella mia testa, fosse anche una ship stupida) e ciò che la comunità crea attorno a quell’opera (fossero anche le teorie più sciocche e pretestuose).

Il termine canonico, allora, servirebbe da spartiacque per differenziare le fanfiction in rete, le teorie più gettonate dall’opera originale, ma si scontra con diverse criticità, non ultima quella dell’adattamento. Se un film, un’opera tratta o un’opera ispirata sono “cose diverse” il nostro modo di recepirle va in cortocircuito.

Prendiamo Harry Potter, la saga cinematografica. Ci sono effettivamente delle differenze ma rimanendo minuzie è possibile affermare che sia la stessa macro-storia dei libri che a sua volta mantiene delle peculiarità date dalle specificità del medium cartaceo. Il lavoro cognitivo non è enorme. Diverso sarebbe dire che quell’Harry Potter non è il vero Harry Potter. E’ un…sosia? Un clone che vive le stesse identiche avventure? Un alieno con la stessa faccia del maghetto? Per come la vedo io la risposta più semplice è considerare Harry Potter del videogioco, del romanzo e del film come un’unica storia raccontata da punti di vista parzialmente diversi. E’ un po’ come se il romanzo fosse una voce narrante che fornisce costantemente informazioni ma noi possiamo scegliere di pigiare il tasto “mute” e renderci conto di molto altro. Ad esempio tagliando fuori i personaggi secondari emergono meglio i tratti dei principali, come nel film. Analizzando meglio incantesimi, carte e combattimenti emergono meglio le qualità magiche o fisiche, come nel videogame.

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Quetta shena nn è kanonika!11!

Magari la gente non si interroga nemmeno su questi temi e le va bene così, io invece trovo che cominciare a definire il problema potrebbe aiutarci a lavorarci sopra.

Una storia o esiste tutta o non esiste tutta, e se invece ci viene raccontata sotto diverse forme? Io in quanto fruitore decido da me cosa accade in quel mondo, al massimo mi scontrerò con chi la pensa diversamente. Diverso è quando un autore mi dice che cosa io debba metterci nel mio mondo immaginario, anche se ha contribuito lui a crearmelo in buona parte. La narrazione è comunque cooperativa, questo andrebbe sempre tenuto bene a mente. E la trasposizione, per quanto possa essere non fedele, se è ufficiale e porta il nome dell’opera originaria, ha un effetto mimetico che mira proprio a raccontare la stessa storia ed è una percezione di realtà. Dal momento in cui io lo leggo/lo vedo quel fatto è successo. Dal momento in cui io apro il libro e leggo, tutto ciò sta già accadendo.

Ma chi è che decide cosa sia il canonico?

Convenzione vuole che secondo il pubblico sia sempre l’autore ad avere l’ultima parola. Questo perché, secondo me, vive ancora lo stereotipo romantico dell’autore investito dalla grazia di dio che scrive su carta storie che mai nessuno ha concepito, un po’ come la storiella che spingeva Gaiman per parare il culo a Martin in qualche articolo fa e che io ho smontato spiegando perché non sia decisamente così. L’autore non è un “profeta”, non è un miracolato, non è una persona che ha la scintilla che lo renda un superuomo. E’ un essere umano, talvolta con dure esperienze nel suo passato che lo hanno formato, che scrive, spesso ispirandosi, talvolta variando pochi elementi, talora avendo buone idee che vengono vendute come innovative, ad altri autori prima di lui e questo vale per chiunque. L’autore, inoltre, non è come il pittore che si mette di fronte alla tela bianca aspettando l’ispirazione (altra immagine romantica che andrebbe demolita) ma è un artigiano della parola secondo la terminologia Shakespeariana. Ovvero, come un giornalista, scrive tot pagine seguendo indicazioni precise sul numero delle parole, sulle immagini da usare, sulle scene da descrivere. Chi fa sceneggiatura lo sa, la scrittura può essere una catena di montaggio dove le idee vengono riciclate e buttate fuori con una spolverata, in barba a tutti quegli scrittori che, una volta ottenuta la fama, ricostruiscono il proprio percorso e le proprie idee reinventandosi poveri contadini che hanno studiato con il sacrificio dei genitori e che un giorno sono stati investiti dall’inventiva più totale mai vista prima. In questo Apple e la Rowling sono maestri perché aggiungono la figura autoriale alla storia aumentandone la popolarità, con il piccolo problema che così facendo si costruiscono totem intoccabili di fronte a quella figura, dai tratti simili alla religiosità.

Tornando a noi, è legittimo credere in questa mitica figura dell’autore infallibile, che tiene tutto sotto controllo, che scrive non per vil denaro ma per accontentare le schiere di bimbi buoni nel mondo; peccato che io non ci creda. Per cui quando un autore tenta di retconnare (modificare una trama già conclusa, cambiare alcune regole) io valuto sempre alcuni elementi: perché questo cambio? Cosa apporta? Che fatica cognitiva comporta questo cambio?

E quando parlo di “fatica cognitiva” sento già ridere, perché si pensa erroneamente che il lavoro intellettuale non sia fatica, o che un fastidio psicologico non crei problemi. Sono conscio che la stragrande maggioranza delle persone non considera nemmeno ciò che sto dicendo e che riesca a far coesistere insieme uno Sherlock Holmes cartaceo con uno cinematografico interpretato da Robert Downey Junior come se nulla fosse ma questo semplicemente perché le persone non ci pensano, evitano il problema, non se lo pongono, non ci riflettono sopra. Con un numero sempre più crescente di problemi legati alla figura dell’autore, della proprietà intellettuale, del diritto di retcon, credo che i tempi siano maturi invece per alimentare questa riflessione, che ne dite?

Ora parliamo invece del buon Toriyama, il secondo esempio recente che mi ha portato a riflettere. Quest’altro articolo, sempre di Everyeye, secondo me ha tutti i caratteri che io cerco di smontare.

Riassumendo in brevissimo: Dragon Ball è un’opera monumentale che di rimanere morta non ne vuole sapere, specie quando c’è di mezzo un pubblico pagante che si berrebbe qualsiasi cosa per avere altre botte da tizi steroidei. Il problema che si pone con una storia amata e famosa, e ho scelto Dragon Ball appositamente ma avrei potuto farlo con Naruto, Star Wars e tanti altri, è che di mezzo ci si mette l’aspetto pragmatico hollywoodiano. Ovvero, se è una storia che vende è bene che continui a vendere, con il risultato piuttosto confusionario che le trame cominciano a intricarsi, a sovrapporsi, costringendo a un buon lavoro cognitivo per far quadrare tutto. Le regole date all’inizio si cancellano e il lettore-spettatore giustamente si sente preso in giro, sente come se un rebus o un sudoku cambiasse la propria struttura prima di averlo terminato. Chiunque si chiederebbe: “Ma allora perché giocare, se tanto in quel gioco non posso vincere?“. Terminator Genisys è solo uno dei tanti esempi di storia che cancella ciò che è successo per poter parlare ancora senza interruzioni in un modo a mio parere grave: per non avere problemi di continuità narrativa facciamo proprio finta che gli altri film non siano mai esistiti. Li avete pagati? Li avete voluti? Ora basta, si cambia registro. Anche il mondo videoludico non è esente da questo aspetto: sono nati i cosiddetti Reboot, quei giochi che prendono un titolo famoso come Tomb Raider o Devil May Cry e lo ricontestualizzano, lo modernizzano, talvolta lo reinventano. Il lavoro mentale del fruitore di questo testo però è messo a dura prova: mi trovo davanti una Lara Croft o un Dante che ha un viso, un’età, una storia completamente diversi da quelli cui sono abituato. La domanda è legittima: qual è la vera Lara o il vero Dante, allora?

Non possono coesistere due me stesso che fanno cose diverse sullo stesso piano spazio-temporale, giusto? Perché a questo punto si tratterebbe di un altro, o di un sosia. Ma questa si chiama Lara Croft anche lei, e quindi?

Allo stesso tempo credo che un Reboot sia un miglioramento, una revisione. Capita che storie di nuova concezione diano più spazio ai sentimenti, all’etica, alle ideologie che nelle prime versioni davamo per scontate o ci eravamo persi. Può capitare quindi che una storia considerata più “completa” possa avere il primato narrativo sull’originale, poiché la si vede come un miglioramento. E allora avviene un processo di riscrittura e integrazione mentale.

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Nonostante non sia piaciuto a molti va detto che Il Potere di Elektro batteva molto sulla spy-story, un aspetto che non è preponderante ma pure esiste in quella macro storia di Spiderman

La Marvel, che è stata tra le prime ad avere questo problema con tutti i personaggi che tentava di rilanciare in nuove testate, ha utilizzato il concetto di multiverso, di piani differenti in cui gli stessi personaggi fanno cose diverse, motivo per cui possiamo fruire della stessa storia ripetuta e rinnovata più volte semplicemente aggiungendo all’equazione l’universo nuovo in cui si svolge la trama. E devo ammettere che funziona, anche se ha dalla sua più autori, quindi in un certo senso è più facile credere a tutti o alla differente versione di ciascuno sulla medesima storia, pur non mantenendo i dettagli. Nel caso in cui un singolo autore lavori con più persone e differenti media?

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Esistono poi anche versioni che con una buona dose di furbizia riscrivono tutto ma dandoti comunque storie di buona qualità. Forse si può parlare di canone cartaceo, canone filmico, canone videoludico?

Dragon Ball nello specifico si ritrova a dover lottare con questo problema fin dalla trasposizione anime (l’anime di qualsiasi manga è quasi sempre costituito in larga parte da filler considerati non canonici o a metà, perché non appaiono nell’opera originale). Non serve che io ricordi il famoso quanto odiato episodio in cui Goku e Piccolo prendono la patente, una roba mai vista nel manga. Si aggiungono poi i problemi dati dall’anime di Dragon Ball GT che per lungo tempo è stato considerato un seguito (a quei tempi i discorsi sul canonico e sul non canonico non si ponevano con l’insistenza di adesso) della storia. Dragon Ball Kai, poi, mirava a togliere dalla serie animata tutti quei filler insopportabili (alcuni comunque creati talvolta con la collaborazione di Toriyama stesso) e snellire i vari dialoghi riempitivi presenti in ogni battaglia, riuscendo praticamente a dimezzare il numero degli episodi. Dragon Ball Minus invece è una storia one shot che in una decina di pagine presentava la madre di Goku e spiegava la sua partenza in un modo differente da come era stata spiegata nell’anime (fate riferimento all’articolo di Everyeye per avere il quadro ben chiaro o a ordinare tutto non finiamo più.)

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Dragon Ball Super a sua volta era a metà tra il reboot e il “mid-sequel” (temporalmente si situa prima delle ultime pagine di epilogo del manga) perché andava comunque a riscrivere la gerarchia degli dei (una cosa mai letta né vista né accennata da nessuna parte, con gli dei Kaioh all’apice) e nuove trasformazioni che andavano a cancellare il gorillone super saiyan 4 del GT per inserire un altro livello, il super saiyan god.

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Sono variazioni inferiori ma considerato che viene detto dei Saiyan che i loro capelli non crescono e rimangono gli stessi, anche un cambiamento simile è una parziale opera di riscrittura. Aggirabile comunque dal “è sempre lo stesso Vegeta che si è pettinato diversamente”

A far esplodere il web e a far discutere però è stato il trailer del nuovo film su Broly in cui compare anche Bardak, già spiegato ne Le origini del mito, un film decisamente apprezzato dalla fanbase.

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Un comportamento quasi fideistico ma che ben riflette ciò di cui si parlava. E’ accettato tutto ciò che sia di buona qualità, anche se non lo dice espressamente l’autore

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L’utente Dom dice una cosa da non sottovalutare. Oltre alla qualità è importante la quantità. Immaginate di crescere con delle idee per tutta una vita solo per poi sentirvi dire che sono sbagliate. La somma delle rappresentazioni ha un ruolo chiave in quella percezione di realtà di cui parlavamo. Se più persone od opere parlano di un qualcosa, quel qualcosa è molto più percepito come reale. Basti pensare a quanto parliamo ancora oggi di Nazismo/Comunismo 

 

Ora che ho messo queste pietanze in tavola cerchiamo di servirci con ordine, un po’ alla volta.

Everyeye scrive:

<<Bardak fu introdotto in Dragon Ball Z: Le Origini del Mito, uno special TV della serie animata che fu trasmesso per la prima volta nel 1990.

Il tragico eroe dei saiyan piacque così tanto alla fanbase, e a Toriyama stesso, che l’autore decise di renderlo in tutto e per tutto canonico, inserendolo in un paio di tavole del manga originale nel corso della sua prima serializzazione[…]>>

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Da qui apprendiamo che la storia di Bardak nasce come speciale, da collegarsi all’anime, e che piacque persino all’autore, tanto da canonizzarlo nel suo stesso manga. Broly non è poi troppo diverso: nasce come un filler per film fino a diventare canonico, anche se con una storia diversa. Come si può vedere infatti la scena dipinta è esattamente quella di Bardak con la stessa armatura rotta dello speciale, in piedi insieme ai suoi compagni di fronte all’imperatore poco prima della fine. Emerge subito un problema quando si canonizza un personaggio s-canonizzando il suo contesto: che lo abbiamo conosciuto come un tutt’uno, è difficile scollegare Bardak o Broly da tutto ciò in cui li abbiamo visti perché dobbiamo presupporre l’esistenza di quel personaggio ma non dei loro mondi narrati.

Bisogna chiedersi se il nuovo film su Broly saprà collegare i diversi momenti già visti per cui sospendiamo il giudizio su questo un attimo e parliamo invece delle Origini del Mito. La frase che ora si vede più spesso è che “si sapeva che non fosse canonico” attorno alla quale secondo me ruota gran parte del discorso. Ma si sapeva veramente una cosa simile? O è piuttosto qualcosa che nasce recentemente, a causa dei numerosi cambiamenti apportati alle storie dagli stessi autori? Quando si fruiva di questi contenuti (peraltro come già detto, apprezzati dallo stesso Toriyama) non si poneva il dubbio se fossero canonici o meno perché vedevamo, filler o meno, Bardak in un contesto realistico o Goku che faceva Goku, con lo stesso personaggio del manga. Come potevi arbitrariamente scindere ciò che era “vero” da ciò che non lo era? L’unico discrimine era la presenza di quei fatti nel manga? E se a contare è solo ciò che fa l’autore, non teniamo conto che anche il manga non è fatto al 100% da un singolo autore ma anche grazie ai suoi assistenti? Dovremmo quindi considerare che un 10% del manga stesso possa essere non canonico?

No, chiaramente. Non funziona così. Questo perché a contare non è, e non deve essere, solo ciò che l’autore materialmente produce con le sue mani o le sue idee, ma tutto ciò che nel mondo da lui creato ci viene infilato. In tal senso la differenza con l’anime si accorcia di molto: vero è che sono presenti tante sciocchezze ma sono sciocchezze ufficiali alle quali l’autore ha dato il proprio benestare. Nessun autore dice ai propri fan “non guardate l’anime, è un plagio di cose da me mai pensate né volute!” perché l’anime si situa a metà: un po’ esiste, un po’ non esiste; non perché sia corretto ma semplicemente perché è utile all’autore che di volta in volta si mantiene aperta una porticina per poter scappare in caso di bisogno. Allora l’anime è ufficiale o no? Esigenze specifiche a parte, succede o no quello che viene raccontato? Boh forse sì, forse no. Voi intanto compratelo. E in tutto questo non dovrei sentirmi preso per il culo?

L’anime è vero che crea numerosi filler per dare tempo all’autore di proseguire con la sua opera in attesa di nuovi capitoli, per cui il filler di base serve solo a occupare un episodio senza dire niente di importante o ripetendo e riassumendo ciò che abbiamo già visto. A questi filler però se ne aggiungono altri che hanno esattamente lo scopo di spiegare tutte quelle parti non presenti nel manga che l’autore per motivi di spazio o di economia narrativa non ha voluto inserire. Prendiamo un altro caso, quando in Naruto si parla della maschera di Kakashi. E’ un episodio cretino pieno di ovvietà e gag dimenticabili ma affronta una tematica che in effetti qualche domanda l’ha sollevata ai tempi. Kakashi non se la toglie mai la maschera? E quando mangia? Può essere una domanda cretina da cui partire ma solletica la curiosità del pubblico con una cosa che Kishimoto giustamente non ha messo per non annacquare la storia, e Kakashi dovrà pur mangiare, per cui anche se non tratta la questione essa esiste nel suo mondo, solo che non ne siamo a conoscenza. Così come non vediamo Kakashi cagare o fare sesso (la versione Hentai potrebbe tecnicamente funzionare alla stessa maniera?).
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Dunque l’episodio filler, almeno in certi casi, analizzerebbe ciò che viene eliso per esigenze narrative (cose come i viaggi, il sonno) ma che pure in quella storia è avvenuto. Da ciò si potrebbe dedurre che il filler non sia altro che un’elisione narrativa (nel manga) mostrata (nell’anime) e pertanto possa essere considerata canonica in toto. L’anime di Dragon Ball però in alcuni episodi (quando Goku è piccolo con nonno Gohan) o in questo speciale tenta di spiegare cosa sia successo in momenti abbastanza determinanti. In effetti, sebbene non sia mai descritto nel manga, viene naturale chiedersi chi fosse il padre di un potente guerriero come Goku, se fosse potente o super saiyan pure lui, che rapporti avesse con il re, e così via. Tutto materiale che è stato giustamente sfruttato e che ora viene cancellato con un bel colpo di spugna. Ha ragione chi dice che, se non è presente nel manga, sia da buttare via?

No, e per diverse ragioni. La prima, che ho già spiegato, è che anche il manga è una collaborazione a certi livelli tra diverse persone. L’autore per me non è un monarca o un dittatore che decide il bello e il cattivo tempo quando pare a lui. Immaginatevi di vedere in strada un padre che picchia i figli. Non sono ceffoni tali da svitare il cranio ma lasciano un bel segno rosso. Voi intervenite e quella persona vi risponde che è il padre e che può legittimamente farlo. Del resto i figli mica sono morti, no?

Per me la situazione è esattamente questa: Dragon Ball non ne esce irrimediabilmente rovinato, però…però è qualcosa che fa star male, che è difficile da collocare. E’ un qualcosa che poteva essere gestito meglio con più cura, no? O possiamo concedere tutto ad un autore perché è come un imperatore che legittima a piacere il figlio bastardo che preferisce?

Scrive sempre Everyeye:

<< Il sensei, nel 2014, si è semplicemente preso la legittima libertà di voler fornire una sua personale versione su un accadimento che soltanto l’anime aveva narrato: in tal senso, dunque, è più corretto affermare che sono stati altri (leggere alla voce “Toei”) ad aver arricchito la visione del creatore che, in quanto tale, ha il pieno diritto di avere l’ultima parola sull’argomento >>

Prima una piccola premessa che l’autore per fortuna mi ricorda, ed è il discorso su chi detenga il diritto per fare qualcosa. E’ infatti la TOEI ad aver comprato la proprietà intellettuale di Akira Toriyama, non gliel’ha estorta con la forza, è stato un regolare contratto. Goku, tecnicamente, non appartiene più solo a Toriyama ma a chi per lui ha pagato i diritti di sfruttamento. Se proprio volessimo mettere dei paletti dovremmo desumere che il canonico derivi da chi legalmente ha pagato per pubblicare, un’argomentazione che l’autore invece sembra superare con nonchalance forte di quell’idea romantica di cui parlavo prima: l’autore può perché sì, basta che lo voglia. Fosse anche una violenza alla propria opera. E il motivo per cui debba prevalere sulla TOEI è lasciato arbitrariamente al caso, alla convenzione. Al contrario, se l’autore vuole proseguire un’opera ormai rediviva e saturata perché desidera guadagnarci ben venga, sono soldi benedetti. Non come quei soldi sporchi che l’autore si è preso dalla TOEI.

E’ questo il rapporto che molta gente sembra avere col manga e con l’autore: lo vedono come un monarca assoluto e quel che decide è giusto e deciso da dio, perché sì. Si è sempre fatto così e seguire questo metodo assicura l’ordine contro il caos, salvo poi accorgersi che siamo già in guerra. Il sensei avrebbe dovuto tenere in conto ciò che era già stato narrato e ripartire da lì, questo per una questione di semplice rispetto. Con questo gesto Toriyama se ne frega altamente di una parte consistente di fan che hanno apprezzato quegli avvenimenti e dice loro cosa pensare da ora in poi. Chiariamo una cosa: l’autore vende le proprie idee che poi un pubblico in ascolto compra. Una volta che mi vendi il manga o l’anime o il videogame che sia, quelle idee “appartengono” anche a me. E non intendo diritti legali di sfruttamento, io non potrei mai fare la mia opera con Goku e Vegeta. Intendo dire che quel Goku è ormai nella mia testa; tu autore hai contribuito a darmi un’esperienza attraverso cui questo personaggio di nome Goku fa determinate cose. Non puoi a distanza di anni venire nel mio cervello a dirmi come debba cambiare i miei ricordi, o far finta che qualcosa non sia mai esistito specie quando quel qualcosa ha sopra sedimenti di anni e rappresentazioni che lo davano per buono, è un lavoro cognitivo enorme. L’autore avrà forse il diritto legale, ma non quello morale, di fare ciò che vuole con la “nostra” storia, perché questa esiste solo se viene letta e recepita da un pubblico. L’autore disegna su carta ma se non apri mai quel fumetto quella storia esiste solo nella testa dell’autore. La situazione con Dragon Ball è che non puoi comportarti come ti pare perché maggiore è il tuo pubblico maggiore è la tua responsabilità, devi avere a che fare con chi quella storia con te la condivide, devi vincere le resistente con gentilezza e umiltà, non condannando a morte come farebbe un monarca assoluto. Non ti sorprendere poi se perdi credibilità o se la gente fa la guerra a te e ai tuoi prodotti.

<< ha davvero importanza se a progettare l’aracnide radioattivo che morse Peter Parker fosse stato Norman Osborn o un altro scienziato? O magari contano gli ideali che muovono il personaggio e il fatto che sia diventato un eroe che prende sul serio le proprie responsabilità perché non ha impedito la morte di zio Ben? Conta davvero che Goku sia stato adottato a 3 mesi o 3 anni, o piuttosto è centrale il fatto che sia stato allevato come un essere umano, imparando da Son Gohan dei valori che l’hanno reso uno dei più grandi eroi che l’intrattenimento ricordi? >>

Su una parte Everyeye ha certamente ragione ma per il resto mischia pericolosamente le carte. Va benissimo modificare alcuni pezzi meno importanti (ad esempio chi crea l’aracnide radioattivo che punge Peter Parker), specie se si tratta di un film di due ore che deve necessariamente modificare alcuni aspetti. Con una differenza però: immaginatevi che la Marvel dica che il film su Spider Man, che ha ottenuto un successo planetario di critica e pubblico, arrivi a dire che il vero “canonico” ora è il film e non più i/il fumetti/o. Secondo voi sarebbe la stessa cosa?

Giustamente l’articolista parla di minuzie che -penso- nessuno criticherebbe in un adattamento. Ma la situazione è ben diversa e confido che sia una semplificazione e non un’argomentazione in cattiva fede il fatto che qui si stia parlando di un personaggio enorme, Bardak, amato dalla comunità dei fan, con un film tutto sommato accettabile che si incastra bene e che si è incastrato nella storia per decenni, salvo poi correggere tutto anni dopo e uscirsene fuori dicendo che quel film, quel personaggio, quelle azioni, sono false, non ci sono mai state o non così. E’ chiaro che a essere importante sia il contenuto e il messaggio di una storia, non vanno però dimenticati i metodi e le minuzie, perché il pubblico impara ad amare una storia fino a saperla a memoria e se cambi le carte in tavola fai violenza a quella storia e a chi la ama. Cambiare le minuzie non è necessariamente un problema, le abbiamo sempre accettate nelle opere derivate. Cambiare drasticamente intere porzioni di storia che credevamo vere sì, lo è.

Provate a non pensare a degli elefanti rosa. E’ un esperimento sempre molto valido che ci spiega la sfuggevolezza della mente: non le ordini cosa fare, lei fa cosa vuole lei. Tutti abbiamo pensato a degli elefanti rosa e chi dice di no mente spudoratamente. Ora provate a immaginare che qualcuno, col termine ingentilito “non canonico” venga a dirvi che tutto ciò che sapevate su Bardak è una cazzata e che dovete modificare anche solo parzialmente quanto raccontato, fosse l’armatura, fosse Goku piccolo, fosse il personaggio più “paterno” e meno menefreghista. Se rispondete che non fate alcuna fatica evidentemente non state parlando di una storia che seguite con passione o amate particolarmente. Riuscireste a dimenticare a comando un amore finito male? Non si ordina al cervello di dimenticare. Quelle idee l’autore non se le può riprendere dal mio cervello e riscriverle a piacere, al massimo può farsi furbo lui e sfruttare alcuni sotterfugi per modificare la storia, come viaggi nel tempo e altre amenità. La qualità ne risente, la scrittura si impoverisce, ma almeno non ti attiri l’odio dei fan.

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Riuscite ancora a non pensare agli elefanti rosa ora che li avete visti? Tanto basta dire che non sono canonici e “puffete!”

Un altro discorso da fare è che l’autore, quando accetta la versione animata, SA BENISSIMO a cosa va incontro. Non cascatemi dal pero dicendo che certi episodi li fanno senza che l’autore sappia niente perché anche Eiichiro Oda, autore di One Piece, scrive nelle sue famose sbs della posta che quando vogliono fare un film (Oda ha collaborato anche al film Gold ma viene considerato non canonico) o un episodio in cui compare un personaggio dotato di poteri gli chiedono sempre il consenso per utilizzarli, proprio perché questo potrebbe rovinare il manga. Anime e manga non sono slegati completamente come il fan medio vorrebbe far credere, quando si propone un dilemma che potrebbe compromettere la storia gli autori si mettono d’accordo tra di loro su cosa far vedere e sul come. Addirittura Toriyama ha collaborato con alcuni episodi per cui mi sembra proprio ingiusto definire l’anime in toto come non canonico. Se Toriyama non era d’accordo con quella versione dov’è stato per tutti questi anni? Perché è saltato fuori solo anni dopo con una nuova versione come Sapkowski? L’autore ha accettato le conseguenze prendendosi i soldi e dando l’ok alla versione animata, ha comunque un ruolo di consulente sulle cose più importanti che ci vengono mostrate, motivo per cui quando un episodio sul passato o un approfondimento (a maggior ragione se si chiama Le origini del Mito, se no che origini sarebbero?!) ha l’ok e va in onda diventa, per interposta persona, già canonico esattamente come il manga. Mi immagino i cattivi animatori che vogliono a tutti i costi fare uno speciale sul padre di Goku e nessuno che chieda un parere all’autore, nessuno che gli chieda consigli o dritte. Niente, Toriyama era all’oscuro di tutto e se c’era dormiva. Mi spiace, cazzi di Toriyama che avrebbe dovuto pensarci prima. E così anche per Dragon Ball Minus che è pur sempre una storia esterna al manga originale e che per me va preso come un qualsiasi altro prodotto, anche se ha il marchio dell’autore sopra. L’autorialità non ha alcuna autorità. 

Ed è questo un altro motivo che concerne la psicologia cognitiva (che molti sottovalutano) per cui è un problema considerare l’autore come un padre-padrone.

Alcuni però pongono quesiti interessanti, specie per quanto concerne le parti contraddittorie, perché se l’anime dice una cosa e il manga un’altra, non dovremmo avere delle priorità? Prendete questo scritto, secondo me abbastanza fornito di esempi su One Piece. Si cita anche il pensiero dell’autore nelle sbs che menzionavo poco fa:

<< If his opinions (NDR, parla dell’head director) and mine do not meet, Luffy instantly ceases to be Luffy and the world becomes entirely different. Even if I create the most heart-wrenching moment in the manga, if the anime’s “directing” is wrong, it becomes a forgettable scene. But the reason that doesn’t happen, and in fact, becomes even more memorable in the anime, is thanks to Uda-san and his crew of Director-Fighters, for understanding the world of OP so well and their directing skills. >>

Può capitare, dunque, che si abbiano pareri contrastanti tra l’anime e il manga. L’autore però fornisce una supercazzola come risposta, ovvero che in quell’esatto momento Rufy (e tutto il suo mondo con lui) smettano di essere “gli originali” e diventino “completamente differenti”.

Va da sé che questa risposta, anche se accontenta i fan, non significa assolutamente nulla sul piano dell’analisi. Come fa, un personaggio che fino ad ora abbiamo sempre visto come originale, a smettere di esserlo? La benedizione una volta che l’hai data non la puoi mica togliere con questa facilità. E’ un concetto che puoi esprimere, come “il massimo numero pari”, ma che non puoi assolutamente concepire.

Sta qui uno dei problemi della filosofia, quello relativo al linguaggio. Che spesso parliamo di cose che non esistono, per semplificarci la vita. Dio ad esempio altro non è che il risultato delle falle del linguaggio usate tutte insieme: un essere inconoscibile, assoluto, eterno, ingenerato, onnipotente, onnisciente, onnipresente. Ho descritto le qualità di Dio ma sono ben lungi dal capire cosa sia. Eppure se parlo di dio tutti mi comprendono.

Secondo me la questione è la stessa: i fan, gli autori, chi li segue, usano termini spropositati per fare prima e per togliersi il cruccio ma a ben vedere non risolvono nulla. Mi chiedono di capire l’inconcepibile, di cancellare l’incancellabile, di perdonare come se niente fosse errori gravi di scrittura o dimenticanze. Quando si parla di canonico o non canonico, specie con me, è sempre bene tenere a mente che stiamo parlando del nulla. Io capisco cosa vuoi dire ma il tuo messaggio (o la tua richiesta, se mi stai chiedendo di considerare canonico/non canonico qualcosa che per me non lo è/lo è) non attecchisce su di me. Non attribuisco alcun valore a questo termine.

Io non dico che l’autore debba essere perfetto: errori sono concessi a tutti. Dico che se dai l’ok a opere derivate o figlie devi assumerti la responsabilità di controllare che sia tutto in ordine senza poi comportarti come Sapkowski o come Toriyama che fanno quello che vogliono perché sì. Possono farlo, per qualcuno sarà anche lecito, per me no. Il pubblico detiene quelle idee, quei personaggi, li ama e li rispetta. Per apportare modifiche devi avere il LORO consenso e per ottenerlo devi incastrare bene il tutto.

Vuoi solo guadagnare e ricostruisci male la storia? Va benissimo, perdi in qualità e credibilità

Non dai la benedizione a dei giochi che hanno al 100% lo spirito delle tue opere e dei tuoi personaggi? Va bene, perdi in credibilità e la prossima volta se sono indeciso tra libro e gioco compro il secondo, che almeno mi tratta meglio

Insomma, molti fanno l’errore di credere che l’autore sia un totem intoccabile, che sia libero di capitalizzare ciò che vuole quando vuole secondo le proprie esigenze, con riverenza accettando i peggio soprusi come manco gli operai sottopagati a inizio ‘900.

Io dico che questa violenza narrativa non vada accettata in maniera indiscriminata, che un autore è soggetto a errori come chiunque altro, che il canonico sia semplicemente soggettivo e facente riferimento a chi desidera o meno accettare una trama, non a un ente esterno che decide per lui.

Prima di concludere definitivamente questo articolo infinito e complicato, vorrei rispondere brevemente alle obiezioni che più spesso mi vengono rivolte:

Ma trattandosi di storie inventate perché è un problema “fare finta che” qualcosa non sia mai esistito? 

Innanzitutto per il lavoro cognitivo di cui parlavo, che non andrebbe sottovalutato. In secondo luogo perché non è sufficiente che una storia sia inventata per far accadere ciò che vogliamo a piacimento, una storia è anche un contratto che io lettore stipulo con te scrittore e questo contratto si regge sulla tua bravura nel sapermi intrattenere. Va da sé che se scrivi delle cazzate, come un personaggio che torna in vita la pagina dopo che è morto, senza spiegarmi perché, tu puoi farlo e nella tua storia “accade” ma perdi completamente la mia attenzione e rischi che quella storia, senza seguito, non esista proprio se non nella tua testa.

Quando io spingo tanto in quella direzione non sto facendo altro che ribadire che una storia più va avanti con seguiti di scarsa qualità più perde di credibilità. A quel punto dobbiamo chiederci se un albero nella foresta con nessun testimone cada facendo rumore. Boh?!

Che problema c’è se ogni volta uso l’evergreen multiverso?

Quella degli universi differenti è una buona risposta ma bisogna tenere a mente due cose:

1) Che abusarne significa consumare le storie in precedenza. Volenti o nolenti, molte cose le percepiamo in maniera “stanca” proprio perché le abbiamo già sentite miliardi di volte. Provate a pensare ai Blockbuster con Arnold o Steven Seagal e venitemi a dire che non sono storie già finite ancora prima di cominciare.

2) In secondo luogo, non bisogna sottovalutare che questo è un incentivo per lo scrittore a non sforzarsi troppo nelle sue storie. Io autore ci ficco tutta la merda che ritengo sia giusto vendere, cazzi loro poi ficcarla nell’universo giusto. Più un autore dimostra fantasia, meno questo metodo è utilizzato, più ne guadagniamo tutti.

Ma sostanzialmente hai solo detto che ciascuno decide per sé, o che lo decide una massa critica. Come fai a deciderlo? O a fare discorsi di priorità quando vanno affrontati?

Io in questo articolo non ho voluto imporre le mie idee, quanto demolire preconcetti e convenzioni basate sul nulla. Ho semplicemente cercato di dare degli strumenti utili per affrontare meglio l’argomento ma in alcun modo direi alle persone come decidere, perché sta a loro attribuire autorità o rispetto, un autore non deve pretenderle solo in quanto tale, per me. Ciò detto, ritengo anche io che la voce di un autore possa avere più autorità di una fanfiction o di un episodio filler che dice una cosa contraddittoria con l’opera originale. Il risultato non è distruggere il mondo, semplicemente renderlo un po’ più strano o meno coerente

Ma perché tutti sti problemi su ciò che esiste o non esiste?

Mi rendo conto che le mie parole potrebbero essere male interpretate. Il fatto è che l’argomento “canonicità” viene troppo spesso usato nelle discussioni come se fosse uno spartiacque leale, giusto, a cui chiunque deve sottomettersi come un maglio divino. Per me non è così e ho solo voluto, con diversi esempi, dimostrare che siamo ben lungi dall’afferrare quella che io ho chiamato epistemologia narrativa in alcuni casi di “crisi” e che non sta a nessuno, se non ad una o più comunità, decidere.

Ma che poi, come fa a “esistere” qualcosa che già di per sé non è reale?

Qui risiede uno degli interrogativi più interessanti. E’ chiaro che quando usiamo il termine “esistenza” riferendoci all’ambito narrativo stiamo parlando di qualcosa che è parzialmente diverso. Anche se il termine in questione è difficoltoso usato anche normalmente. Di norma cos’è l’esistenza? Occupare un certo spazio? Avere autocoscienza? Dei sentimenti?

Quando si parla di storie bisogna capire che l’esistenza altro non è che lo svolgimento di immagini e parole di una ipotetica bobina attivata da un qualche dispositivo, che sia il libro, che sia il videogame, che sia il film. Una volta che tu accendi e fruisci di quel medium la storia sta già “esistendo” dentro il singolo e a sua volta più singoli costituiscono un immaginario comune che viene conteso poi dalle istanze di ciascuno. Chi ci legge messaggi particolari in azioni e personaggi, chi ci legge cose che possono non essere descritte e così via. In tutto questo discorso ho sottolineato quanto possa essere sfuggevole e difficilmente controllabile una storia e i suoi prodotti e che il termine “canonico” cerca di sistemare con delle pezze che ritengo peggiori del buco. Si crea un’autorità decisionale in un campo, quello della fantasia, che sarebbe meglio lasciare libero. Si crea il dogma laddove non ce n’è necessariamente bisogno, si crea un totem laddove prima c’erano già altre leggi, costumi e divinità. Il risultato è una forma di aggressione colonialista a questo mondo ideale e idealizzato, che cerca di metterlo su binari per motivi arbitrari o non contestuali alla storia.

Ma perché proprio “epistemologia narrativa”?

Con il termine “epistemologia” mediato dalla filosofia ho voluto far riferimento a come percepiamo le storie. Per qualcuno sono così vere da viverci dentro, per qualcuno sono uno svago da accendere e poi spegnere, per altri sono a metà: esistono ma solo nel mio cervello. Ma a ben vedere tutta la realtà fenomenica non esiste se non nel mio cervello. Quindi, anche se non ne ho esperienza diretta e non posso toccare Goku, ho dei validi sostituti esperienziali nei fumetti, anime e videogame, che mi aiutano a renderlo “reale” quanto basta per crederci. Nel mio lungo articolo ho parlato di problemi legati ai diritti legali di sfruttamento, ai problemi finanziari, alle esigenze narrative e di alcune visioni piuttosto romantiche anche per far capire che trauma possa essere, per qualcuno, sentirsi maltrattato da un autore che gli ha dato tanto in precedenza, e quanto possa essere arbitrario e ingiusto sentirsi dire che il tuo mondo che fino all’altro ieri esisteva oggi non c’è più perché qualcuno lo ha deciso.

 

 

 

 

 

Analisi Critica: La Quarta Grande Guerra dei Ninja (Parte 3)

Avevo iniziato dicendo che Naruto è una delle mie opere preferite ma ci tengo all’imparzialità. Questa terza parte tratterà infatti della Quarta Guerra dei Ninja, l’arco narrativo in genere più disprezzato della saga. Cercherò anche di dare qualche possibile spiegazione alle accuse più frequenti che in genere si sentono sempre quando si parla di Naruto e grosso modo sono queste:

-Dopo Pain non c’è più niente che valga la pena di vedere

-Sasuke cambia idea troppo repentinamente

-L’identità di Tobi è una banalità

-La Grande Guerra è mal gestita

-Molti personaggi importanti sono stati tralasciati completamente

-La battaglia finale rende Naruto un Dragon Ball

Kaguya non ha senso

-Naruto si è snaturato parlando di messia

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                                                         – Dopo Pain, il nulla –

Questa prima affermazione è falsa e sinceramente mi snerva quando la sento. Noto che si ricollega a un filone che come argomentazione principale ha sempre “dopo l’evento x l’opera y non è più la stessa“. Ho sentito dire che dopo Freezer Dragon Ball doveva finire per i fan, che dopo L Death Note non è più lo stesso. Ho sempre trovato queste affermazioni abbastanza sommarie, arbitrarie e in ultima analisi poco sensate, perché analizzando bene queste storie al più si può parlare di alti e bassi (ad esempio, lo scontro con Cell o con Majin Bu mi sembra che potenzi di molto le dinamiche avute con Freezer, come si fa a dire che gli sganassoni vanno bene prima ma non dopo? Come si fa a dire che i Cyborg sono troppo incredibili per una storia del genere? Non ha senso) ma quasi mai di una spaccatura così netta. Prendiamo Naruto in esame.

Dopo lo scontro con Pain abbiamo ancora un bel po’ di cose molto belle da vedere:

-Sasuke vs gli attuali Kage

-Lo scontro di Sharingan e di Izanagi tra Sasuke e Danzo che non ha niente da invidiare ad altri scontri celebri

-Il passato di Naruto con Kushina Uzumaki

-L’inizio della Guerra coi redivivi (che nelle fasi iniziali è entusiasmante come poche cose)

-Lo scontro con i precedenti Mizukage, Tsuchikage, Raikage e Kazekage

-Lo scontro con le forze portanti redivive

-Lo scontro Madara redivivo VS esercito alleato, che nell’anime è considerato uno dei migliori a livello visivo

Qualora non vi bastasse, è letteralmente pieno della stessa filosofia di prima:

-La filosofia di Itachi redivivo che parla a Sasuke 

-La filosofia di Kabuto e Izanami

-Il passato di Madara e Hashirama, il senso dei villaggi ninja

-La filosofia di Madara e Tobi

-Naruto vs Sasuke e la filosofia rinnovata di Sasuke

Insomma, come fate a dire che non ci sia nulla per cui valga la pena? Avete semplicemente individuato un personaggio enorme, a dir poco inarrivabile come Pain, e vi siete limitati a dire che siccome non è più stato eguagliato allora sia tutto da buttare via. Questo è falso e lo vedremo durante il corso di questo articolo. Sebbene Pain sia effettivamente un personaggio monumentale e la sua filosofia molto interessante, nella parte finale di Naruto ci sono elementi in grado di arrivargli almeno pari.

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                                             – Troppi personaggi dimenticati –

Questa affermazione invece è purtroppo vera. Troppi personaggi importantissimi (Rock Lee ad esempio) dimenticati e -aggiungo io- altri morti con puro nosense (vero, Neji?)

Naruto è cominciato con un esame di selezione, con vari piccoli protagonisti che si proteggevano le spalle dai pericoli e che difendevano il proprio villaggio. Per favorire la narrazione questa si è concentrata esclusivamente sulla guerra, su Sasuke, Naruto e Kakashi dimenticandosi i restanti 3/4 del cast. Solo occasionalmente faceva capolino Orochimaru o qualche altro personaggio come Gai che era voluto per dare una versione potenziata (ma comunque “copia”) di Rock Lee, o Neji che è servito per il discorso di Tobi ma che è morto come un idiota praticamente da solo e senza scopo con un anticlimax. Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi su Rock Lee che vuole diventare un ninja maestro di arti marziali? Dov’è finito il discorso sull’innatismo di Neji? Perché lo scontro con Asuma si riduce al nulla più assoluto e insensato? Perché un pirla semi-stereotipo come Killer Bee ruba spazio a gente come Hinata, Shino, Kiba?! Tutti questi personaggi si riducono a commentare brevemente qualche battaglia e a farsi da parte; nel combattimento finale Naruto cerca di dar loro spazio ma si riducono a personaggi sullo sfondo, copie carbone ormai svuotate di tutto, semplici “amici” a far bella figura come un quadro appeso. Lo capisco che vedere i Kage sia qualcosa di eccitante e che vedere ninja “comuni” lo sia molto meno ma così sembra quasi che Kishimoto voglia azzerare tutti i discorsi precedenti, anche se sono già stati trattati. In alcuni casi li ripesca e li ripete (Zabusa e Haku, Sasori), in altri se li dimentica proprio. Non c’è omogeneità.

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Uno scontro che aspettavo dall’inizio risolto fuori campo, sigh

                                                   – La guerra è gestita male –

Parzialmente vero. Abbiamo comunque visto, anche con One Piece e la Guerra per la Supremazia, che gestire troppi personaggi importanti si riduce a scontri e dialoghi fugaci giusto per mostrarli ma la partecipazione di ciascuno è ridotta in favore degli altri e non si riesce a dare spazio a tutti ma solo agli elementi centrali in una struttura piramidale: scontri tra soldati semplici, scontri tra ufficiali, scontri tra generali.

Kishimoto si ritrova a gestire un’enormità di personaggi anche nuovi, di tecniche mai viste e che non vedremo troppo spiegate – e questo anche per dare un minimo di pathos – e alcuni personaggi preponderanti sugli altri. Forse avremmo potuto avere una fase in meno dello scontro tra Tobi/Madara/Alleanza e qualche fase intermedia in più, tagliando completamente lo scontro con Kaguya. 

Ho scritto “parzialmente vero” perché un’altra metà invece la salvo tutta e se lo merita. La Guerra Finale è un furbo espediente per farci rivivere esperienze che abbiamo già superato (una caratteristica molto comune un po’ ovunque, pensate alla battaglia finale di Harry Potter) anche per farci capire il grado di maturità raggiunto da tutti, non solo dai protagonisti. Ad esempio rivediamo i pensieri di Sasori, quelli di Asuma (alcuni non cambiano proprio, come Kakuzu), quelli di Zabusa e di Hanzo la Salamandra. In più, è anche un sistema per far alleare quelli che precedentemente erano nemici in un’unica alleanza. Questo è un sotterfugio che vediamo spesso (prendete Doomsday che interrompe la lotta tra Batman e Superman facendoli unire, o l’agente Smith che fa unire umani e macchine in Matrix), così spesso che in genere tendo ad accordargli un valore medio di 6 su 10 come scelta. Nel senso che sta cominciando a diventare un cliché iperabusato per mandarla in caciara e far finire scontri interessanti a tarallucci e vino. Due entità entrambe molto importanti per la storia si scontrano? Ey, arriva un nemico ancora più nemico di entrambi che li fa alleare, e dopo averlo sconfitto saranno così esausti e così amiconi da non scontrarsi più! Che palle. E che banalità sta diventando.

Infatti in Naruto questo diventa un semi-problema per la filosofia che ci ha imbastito sopra: stiamo indagando un metodo per non far odiare le persone, per non farle combattere, per mettere un freno a tutto questo, ricordate? Ora immaginate che USA, Medio Oriente e Russia si alleino contro GLI ALIENI che vogliono conquistarci. Come sviluppo narrativo e soprattutto come risposta lascia molto a desiderare perché è solo a breve termine: ORA siamo alleati e non ci odiamo, e dopo? Una volta che Naruto e il motore della narrazione sarà morto? Questa non è una risposta definitiva, in sostanza, e io come lettore mi sento preso leggermente in giro.

Infine, ho letto anche critiche allo “smercio” di tecniche presenti, perché si vede Sasuke utilizzare gli occhi di Itachi, Kabuto che coi redivivi ottiene ogni tecnica al mondo + Orochimaru, Tobi che usa Sharingan, Rinnegan e le sei vie della trasmigrazione di Nagato. Il termine usato, “smercio”, che sembra indicare un mercato, una bettola, qualcosa a basso costo che viene svenduto e che invece meriterebbe magari una gioielleria, lo trovo alquanto inadeguato e ingiusto. Posso capire che stanchi vedere sempre le stesse tecniche ma Kishimoto si è spremuto le meningi per farci vedere le stesse cose da una prospettiva diversa, facendoci vedere personaggi come Hanzo che erano morti prima o gli Hokage che cooperano, tutte cose che senza questo espediente non avremmo avuto. Considerato che Kishimoto si giostra bene con le varie tecniche e regole che lui stesso si è creato e che ci offre la possibilità di vedere le nuove generazioni che scalzano le vecchie, ormai morte per esigenze narrative, non è un’idea così malvagia dopo tutto. In un certo senso si può dire che siamo riusciti ad avere un’idea generale di guerra in grande stile con elementi che già conoscevamo che hanno ridotto i tempi di spiegazione. Uno scontro vecchia maniera alla ricerca di Sasuke uno contro uno avrebbe solo dato l’idea dell’ennesimo duello mentre qui vediamo soldati-ninja che cooperano. Per questo dico che l’esperimento è riuscito almeno per metà molto bene.

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                                   – L’identità segreta di Tobi è gestita male –

Eh, dannazione se è vera questa. Mi fa incazzare come gli ultimi colpi di scena del Trono di Spade perché la mia fantasia ha superato di gran lunga quella degli sceneggiatori. Vi racconto cosa mi ero creato io nella mia testa, anche leggendo qua e là:

Innanzitutto, ripetere tobitobitobi porta a Obito, e fin qui è ok. Ho pensato che fosse un modo per depistarci tutti, anche l’occhio rimastogli visibile dal buco nella maschera era così lampante che devi letteralmente essere un deficiente per non arrivare a rispondere “è Obito“. Abbiamo visto che è morto ma il suo cadavere no, tutto è possibile in un mondo dove esiste la resurrezione. Al che ho cominciato a cercare possibili personaggi e ho rintracciato una scena che pensavo fosse la chiave di tutto, quando Tobi spiega a Sasuke la verità su Itachi.

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Il fratello di Madara è quasi felice di sacrificarsi. Quel “grab” poteva significare il suo ricordarsi di se stesso

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Quello nella bara gli somiglia ma poteva essere un trucchetto grafico per farci vedere UN Uchiha a caso, mentre il fratello era ancora vivo. Si parla di “sacrificio”, non necessariamente di morte

In sostanza, io credevo che Tobi fosse il fratello minore di Madara prima del flashback che spiegava come fosse morto. Tutto avrebbe avuto senso: un personaggio dagli enormi poteri, praticamente identici a quelli di Madara che può intercambiarsi gli occhi, che conosce tutta la storia. Obito se anche fosse stato vivo quando lo vediamo contro il Quarto Hokage è decisamente troppo forte, Kakashi ci viene mostrato ed è un Jonin ma pur sempre un ragazzino in confronto a Minato. Come poteva Obito averlo superato così tanto in così breve tempo? Inoltre mi insospettiva che un personaggio per Madara molto importante venisse taciuto ed eliminato così in fretta dal discorso. Siccome adoro i gialli e mi piace predire il colpevole con largo anticipo ho imparato a decifrare molte frasi e molti comportamenti e questo mostrarlo così poco era davvero sospetto. Credevo con tutto il cuore di averci preso, solo per poi essere smentito con il più banale dei cliché. Sul serio, trovatemi una rivelazione più banale e citofonata, in qualsiasi opera, dell’agnizione di Tobi. Io sinceramente fatico a trovarne. Persino scoprire che Minato è il padre di Naruto POTEVA essere non del tutto sicuro, visti solo i capelli. Cazzo, capisco il foro nella maschera ma almeno cambiagli il nome; Kishimoto ha esagerato con gli indizi o ci ha presi per degli idioti. Ma se uno legge Naruto e adora la riflessione, la filosofia e lo scontro tattico ti pare di poterlo fregare così? Quindi avete ragione, questo è davvero un punto debole nella trama che al massimo si rende più interessante quando veniamo a capire cosa sia realmente successo a Obito.

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TRIPLO KAIOH KEEEEEENNNNNN

                                      – La battaglia finale è Dragon Ball, non Naruto –

Indiscutibilmente vero. E la spaccatura avviene appena Tobi comincia a “trasformarsi”, io l’ho individuata lì. Con “scontro alla Dragon Ball” intendo un combattimento basato unicamente sui livelli di forza fisica e di scontro diretto con l’avversario, privato completamente di quegli elementi tattici come l’ambiente, la psicologia, le tecniche che avevamo visto nel primo articolo. Se da un lato è comprensibile la scelta di mostrare tecniche così potenti da rendere inutile qualsiasi strategia, il problema è dell’autore che non è riuscito a escogitare qualcosa di alto livello per sublimarne l’estetica. Con ciò intendo dire che, se si combatte un Dio che sa manipolare lo spazio-tempo, anche la tua strategia per fronteggiarlo deve essere grandiosa. Per fare un esempio, qualcosa di simile a ciò che Yugi fa contro Pegasus che gli legge le carte. Altrimenti il risultato è unicamente una serie di scazzottate in cui vince chi pesta di più l’altro, paradigmi che ormai ci siamo lasciati alle spalle da davvero tanto tempo e che Naruto stesso aveva contribuito a rendere obsoleti.

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Dai, qui abbiamo tutti sorriso, ammettiamolo

                                                           – Kaguya non ha senso –

Ovviamente ho dovuto semplificare tutte le posizioni contrarie a Kaguya. In realtà il suo senso ce l’ha, nella storia viene spiegato. Il problema principale è che lo scontro finale (ok, non è proprio quello finale, siamo d’accordo, ma è estremamente importante) deve riassumere in poche parole: la tua nuova forza, la tua maturazione etica e psicologica, la risoluzione e lo scioglimento dei vari problemi che il nemico ha causato. Va da sé che il finale e il colpo finale assestato hanno maggior peso dialettico tanto più il nemico è percepito come pericoloso. Per fare un esempio, Rob Lucci di One Piece è davvero ben gestito (se si esclude come viene sconfitto): è un personaggio che vediamo per tutto l’arco temporale, comanda il gruppo che ha causato il casino, è aggressivo, è forte, se lo lasci libero chissà che altro ti combina, ergo sconfiggerlo procura quella catarsi di cui siamo costantemente alla ricerca. Kaguya è, in parole povere, una sorta di semi-divinità che ha dato vita al chakra che i ninja hanno rubato e ora lo rivuole per sé. Insomma, mi sta bene dare sfaccettature e non permettere al lettore di definire cosa sia bene e cosa male, con Naruto è una costante, ma questa motivazione non è né malvagia né buona, è solo blanda. E’ istintiva e neutrale, tanto che mi spinge all’indifferenza più totale per questo personaggio che prima non è mai stato nominato e che nessuno di noi associava a un nemico. Un altro problema è il continuo cambio di prospettiva sui cosiddetti nemici finali: Uh! Non è Pain, è Tobi! Uh, non è Tobi, è Obito! Uh, non è Obito, è Madara vero! Uh, non è Madara vero, è Kaguya!

Sarebbe stato meglio a quel punto fare dell’Eremita delle Sei Vie il vero nemico perché lo abbiamo visto ripetutamente e sappiamo che era capace di creare delle lune e dei mostri di chakra. Una divinità insomma, che per esigenze narrative doveva essere buona e aiutare Naruto, così Kishimoto ha ideato come sostituto sua madre.

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Ve lo ricordate quando parlavamo di esami scritti? Ecco, ora parliamo di divinità, messia, salvatori e profezie

                                                        – Naruto si è snaturato –

Faccio solo un appunto: è sempre pericoloso parlare di Natura o di cose Innaturali o che si sono s-naturate, perché presuppone che si conosca la vera Natura, cioè l’essenza, di qualcosa. A sua volta questo porta a una fallacia logica conosciuta come “nessun vero scozzese“, come quando si risponde “quello non è il vero X, il vero X è ciò che dico io”.

E tu chi sei per dire che il VERO sia quello e non quell’altro? Naruto ha sempre parlato di temi come l’amicizia e il valore dei legami ma questo basta a renderlo la sua “natura”? Abbiamo anche visto che Naruto mette in piedi discorsi profondi come il sacrificio, la difesa della patria e dei propri cari, non sarebbe troppo strano veder maturare la sua posizione sull’amicizia per far comprendere a Naruto, e a noi di riflesso, che questa non sia tutto, o non sia la cosa più importante.

Fatta questa piccola premessa, effettivamente ritengo anche io che Naruto si sia snaturato in larga parte verso le battute finali, e ne avevo già fatto accenno all’articolo prima. La storia di Naruto è quella di un combinaguai che matura fino a diventare Hokage ma con il piccolo problema che più lui matura meno io mi sento simile a lui e invogliato ad ascoltarlo. Con il Naruto combinaguai, o anche con Rock Lee e Neji, potevo immedesimarmi e sentirmi parte di quella storia ma quando cominciano a essere tutti dei prodigi in qualsiasi cosa io lettore mi sento inevitabilmente escluso o allontanato. Tutto ciò si acuisce quando mi vieni a dire che chiunque può fare il miracolo col duro impegno ma poi tu giochi sporco perché hai un antico demone deus ex machina dentro di te e, senza fartelo bastare, sei tipo il messia del mondo eletto da una profezia e amato da un Ninja leggendario. Infine, il creatore del mondo dei ninja ti ha in simpatia e a quanto pare sei il discendente di una dinastia millenaria potentissima.

Ora, come fai a guardare in faccia il tuo pubblico e a raccontargli ancora quella cazzata dell’impegno? Naruto è stato letteralmente aiutato ogniqualvolta fosse in pericolo. E prima di una battaglia veniva allenato da gente di alto rango con tecniche sublimi, e durante la battaglia veniva salvato da compagni vari, e dopo la battaglia si alleava con altra gente forte. E’ come se il messaggio fosse << basta studiare per prendere il Nobel >> poi però si scopre che lui ce l’ha fatta perché è Stephen Hawking, ha un quoziente intellettivo a otto cifre e ha avuto come maestro Gesù. Dai ma vaffanculo, siam capaci tutti così, che insegnamento stupido e inutile!

Comprendo quella che è l’esigenza narrativa. Siamo ormai alle battute finali, ai nemici più forti e alla conclusione della storia. Però questo aspetto secondo me Kishimoto non è riuscito a gestirlo bene esattamente come il sovrannumero dei suoi personaggi principali. Si riscatta in parte con la filosofia di Sasuke e l’ultimo scontro etico del manga ma il senso di ingiustizia permane. Specie quando continui a chiamare “messia” quel personaggio che doveva essere uno qualunque. Perché c’è sempre bisogno di una profezia? Perché devi parlare di predestinati in un’opera che inizialmente dava a tutti le stesse opportunità?

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E gli occhi del fratello no e poi sì, e gli Hokage prima li ammazzi poi li rivuoi, e Orochimaru no e poi sì, du’ balle senza sharingan, Sasuke!

                                                      –  Quell’idiota volubile di Sasuke –

Qui cominciamo ad avviarci alla fine di tutti i discorsi e alla risoluzione della famosa domanda che Pain aveva posto a Naruto. Sasuke è stato criticato così tanto per tutte le sue scelte volubili ed egoiste che sono nate addirittura pagine per prenderlo in giro (come la ormai defunta Sharingan’s Force). In realtà, per quanto certe battute sessiste sul suo comportamento “poco virile” possano strappare qualche sorriso, a me hanno sempre fatto tristezza. Badate bene, non perché sia un fanboy di Sasuke ma perché questa gente analizzava il personaggio solo in maniera superficiale a partire dal cambio di capigliatura o dal fatto che di punto in bianco volesse fare l’Hokage. Ma cosa significa tutto questo? Perché Sasuke si comporta così?

Partiamo da dove lo avevamo lasciato: Sasuke scopre la verità su Itachi e decide di vendicarsi. Una scelta più che legittima oserei anche dire. Si allea ad Alba ma viene sempre in qualche modo manipolato da qualcuno. Uccide Danzo e si allontana sempre più dalla retta via ma perde gli occhi. Incontra Naruto il quale gli fa venire voglia di lottare ancora e si fa trapiantare da Tobi gli occhi di Itachi per avere uno sharingan ipnotico perfetto. Arriviamo così a quando si risveglia a guerra inoltrata e fugge dal suo nascondiglio. Qui trova un Itachi redivivo e con lui si allea per battere una delle pedine più importanti: Kabuto.

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Ma che poi ora mi chiedo: con una tecnica simile come fanno a non aver sconfitto e umiliato i Senju?

Ci viene presentata una tecnica che ricorda ancora gli albori di quel combattimento psicologista che era il primo Naruto: Izanami (si noti che Izanami e Izanagi sono nella mitologia giapponese le due divinità che hanno creato tutto quanto), la quale è una tecnica meno potente di Izanagi, non consente di modificare il proprio futuro ma di intrappolare in un loop chi ne fa uso. Un altro approfondimento su come possa un clan dirimere le faide intestine se tutti possono usare tecniche come Izanagi. Izanami permette dunque di valutare la volontà di chi è sotto questa tecnica e di intrappolarlo in quel loop fintanto che non accetta la propria identità e la propria natura, un elemento che si ricollega alla storia di Kabuto senza far pesare troppo gli interventi autoriali.

Il combattimento contro Kabuto e la morte di Itachi portano Sasuke a una riflessione tutta sua che neanche Naruto ha mai seguito, e questo perché entrambi sono protagonisti a modo loro: uno che segue la strada della pazienza e della temperanza, l’altro che sbaglia cercando la strada più veloce ma comunque interessato a capire la verità.

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Certe cose le abbiamo date per scontate ma non lo sono affatto

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Comincia così quello che è un viaggio a ritroso per cercare di capire come sia nato questo “sistema” tanto malato di cui parlava anche Pain e che ha causato così tante morti. Perché gente come Danzo si sacrifica (e sacrifica altre persone) per proteggere un villaggio? Cosa rappresenta tutto ciò? Questo ci dà l’occasione per immergerci in quella che sarebbe la Lore (anche se come termine non mi piace è per farvi capire) della storia passata. Incontriamo i primi Hokage che ci spiegano per filo e per segno l’amicizia tra Hashirama e Madara. Il flashback ricorda molto il periodo Sengoku o degli stati in guerra, il nostro medioevo. Quando non c’è un governo centralizzato o uno più potente capace di sottomettere gli altri, ognuno cerca di prevalere e i morti si moltiplicano.

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Hashirama vede morire un gran numero di fratelli e di persone, la riflessione che fa è semplicissima: vuole un sistema che impedisca ai bambini di morire così presto.

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Al centro di tutto viene messo il pensiero di Hashirama di proteggere i bambini, di qualunque clan. E’ così che nasce la prima grande alleanza tra quelli che erano i clan più potenti

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La traduzione non è completa ma Hashirama spiega il significato di Hokage: colui che come un ombra veglia sulla foglia

Viene anche spiegato il significato del nome attribuito ai Kage e questo ci servirà dopo, è un elemento molto importante. Il Kage è l’ombra di un determinato villaggio perché su di esso deve vegliare, lo deve proteggere a qualunque costo. Addirittura il primo Hokage propose Madara per il ruolo ma non godendo della fiducia dei più come Hashirama, sarà messo in ombra.

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Madara spiega inoltre una parte della poetica di Naruto, anche questa la vedremo meglio in seguito: sono due forze contrapposte che, collaborando, danno vita al tutto. Un po’ come il giorno e la notte, la vita e la morte, il senso risiede nell’avere entrambe, non solo una delle due. Vediamo costantemente i personaggi di Naruto spartirsi queste qualità: chi è vitale, allegro, solare, e chi funereo, infelice, desideroso di vendetta. Non si può avere solo uno o l’altro, la vita è fatta di tutto questo ed è solo agendo in sintonia che si può ottenere la felicità.

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Questa scena è emblematica, è un po’ come se tutto fosse partito da qui: abbiamo visto questi due nemici/amici rincorrersi per tutta la vita, combattersi ma mai uccidersi. Come il giorno e la notte che costantemente si inseguono. Hashirama risparmia la vita a Madara e viceversa fino a quando non si mette in mezzo qualcosa di veramente importante, capace di far cambiare Hashirama: il villaggio stesso. E’ qui che Madara prende coscienza del fatto che quello non è più il suo amico e si sente “tradito” da lui, dal suo clan, dalla realtà. E’ a causa di questa spaccatura nel ciclo perpetuo che cominciano i veri disordini, con Madara che cerca di inglobare il potere dei Senju e di inseguire il proprio, di sogno. Se quello di Hashirama, solare, era basato sulla realtà e sulla sua difesa, quello di Madara è invece un sogno/illusione che accontenta tutti ma che rimane tale. Da una parte la dura lotta per la difesa dei propri cari ma anche la difficoltà di un mondo contrapposto dalle esigenze terrene, dall’altro un mondo perfetto e utopico ma che corrisponde solo ad una felicità interna, provata ma non guadagnata. Sta qui una delle maggiori contrapposizioni tra i sogni di tutti i nostri protagonisti, ereditati ai giorni presenti da Naruto e da Obito.

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A ereditare quel sogno solare e reale, però, non è necessariamente un Senju. Sasuke comprende, dopo il racconto, che Itachi non fece altro che difendere il proprio villaggio e le piccole foglie esattamente come aveva fatto in precedenza Hashirama contro il suo amico Madara per proteggere ciò che c’è di più prezioso.

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Quello che viene contestato a Sasuke è il suo repentino cambio di idee ma se si guarda bene è un personaggio maturo che ascolta, valuta, e decide da sé come ciascuno di noi dovrebbe fare senza aver paura di cambiare idea

Sasuke infine cambia idea, capisce che suo fratello si batteva per una causa che val la pena proteggere a sua volta e che infangarla vorrebbe anche dire renderla inutile. Sembra che al pubblico le persone “indecise” non piacciano quando in realtà la scelta di Sasuke è matura e coerente con l’evoluzione del personaggio, e ce lo dice lui stesso: da piccolo pulcino che si fa sfruttare da chiunque Sasuke diviene falco in grado di volare con le proprie ali e ragionare con la propria testa, anche quando la decisione appare solo in superficie incoerente. Ci vorrebbero forse un po’ più persone così! Non ritengo questi flashback una forzatura narrativa per rendere Sasuke un alleato perché il tutto, se si tiene in conto ovviamente, è ben costruito e amalgamato tra passato e presente. Eventuali forzature scompaiono di fronte a siffatta narrazione.

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Infine, quello che per molti è stato un colpo di scena o una forzatura scema, quasi come se Sasuke avesse voluto imitare Naruto dicendo questo. In realtà non c’è niente di più sbagliato perché Sasuke fa riferimento a quei concetti di luce e ombra di cui già parlava Madara e che nell’articolo scorso abbiamo visto con Danzo e Sarutobi. I concetti stessi di foglia e di radice usano come leitmotiv ciò che spiegava Madara: è l’unione di questi due elementi a generare la felicità. Sasuke quando dice che vuole diventare Hokage non intende affatto diventare come Naruto o come gli Hokage che abbiamo visto ma una vera e propria ombra che vigila silente. Ce lo spiega nello scontro finale:

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Era stato Itachi stesso a dire a Naruto che l’Hokage non è colui che riceve la stima del villaggio, è colui che ha la stima del villaggio che diventa Hokage. Sasuke, però, parte da una riflessione più ampia che coinvolse a suo tempo già Orochimaru e Jiraiya quando nel loro scontro parlarono del significato del termine “Ninja”. Per Orochimaru significa colui che padroneggia molte tecniche, per Jiraiya significava invece “colui che resiste in segreto”. La storia a questo punto riprende quel tema e lo rigira tra i protagonisti, Naruto è colui che effettivamente padroneggia le tecniche tra le più potenti al mondo ormai ma Sasuke, memore del sacrificio di Itachi, arriva a una risposta non dissimile da quella che diede Danzo tempo addietro rifiutando la politica pacifista di Sarutobi. Ce lo spiega molto bene Sasuke stesso che questa pace è solo momentanea e dovuta, come dicevo io, a un terzo elemento contro cui si sono tutti alleati: prima è stata Alba, poi Madara, infine Kaguya. Ora che tutto è come prima se non queste generazioni, quelle successive che avranno dimenticato torneranno a muoversi guerra. Sasuke intende dunque essere una sorta di “Madara buono” se così vogliamo chiamarlo, un’ombra (Kage) silente e nascosta che agisce dietro le quinte per attirare tutto l’odio del mondo esattamente come hanno fatto Kaguya e gli altri e con questo sistema mantenere una forma di pace perpetua.

Ora che ci si riflette sopra un po’ meglio non sembra così tanto stupido e volubile, vero? Itachi per Sasuke era il vero Hokage perché pur essendo odiato aveva agito per il bene di tutti, aveva insomma fatto un sacrificio molto più grande ed eroico di quello fatto da Sarutobi o dall’idea che Naruto ha degli Hokage, gente forte e rispettata.

Tutte le esperienze passate rendono questo discorso in extremis magnificente e aiutano a dare spessore al personaggio di Sasuke e al suo modo di pensare. Un vero peccato che invece la controparte, Naruto, non offra vere risposte ma solo e soltanto la testardaggine protetta dalla narrazione che convincerà poi il suo amico, ribadendo in puro stile shonen che sono la costanza, la temperanza, la pazienza e soprattutto gli amici che ti aiutano a raggiungere gli obiettivi.

                                                      – La risposta di Naruto è…-

Sarebbe però un po’ una presa per i fondelli se al dilemma di Pain Nagato rispondessimo in maniera così blanda e impersonale. In sostanza un “credici e vedrai che ci riesci”. Puah, che banalità strasentita. In tutto questo e nell’enorme e complesso apparato filosofico che Naruto tratta fallisce per poter rientrare in quei canoni giovanili e stereotipati che ci spronano a provarci sempre, tuttavia una risposta un po’ meno ritrita esiste e ci viene data nello scontro con Tobi. Facciamo un passo indietro a quando Naruto dichiara che non lascerà morire nessuno dei suoi compagni, per poi veder morire Neji.

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La morte di Neji soleva essere uno shock per i lettori che, esattamente come con Pain, la morte di Kakashi e la distruzione della Foglia, serviva per farci empatizzare col discorso di Tobi. Il problema è che nel caso di Pain lo shock è stato devastante anche a causa del fatto che Kakashi è un personaggio primario onnipresente nella narrazione esattamente come Jiraiya. Neji, per quanto amato possa essere, ha smesso di comparire “seriamente” da parecchi capitoli. Il lettore/spettatore critico non è scemo, sa che i personaggi non vivono di rendita, occorre innaffiarli costantemente e tenere accese le loro braci o semplicemente smettono di vivere dentro di noi. Un altro esempio è Sakura: si dimostra al 100% del suo personaggio solo in un caso in tutti gli archi narrativi di Naruto, ovvero contro Sasori. Tutto quel che viene dopo, anche se si aggiunge il Byakugo, il suo essere ninja medico, è più un supporto alla narrazione che un vero e proprio contributo per modificarla anche solo parzialmente. Neji è un personaggio importante ma in questo contesto, dopo così tanto tempo che non lo vediamo seriamente in azione, è un agnello sacrificale debole per il discorso di Obito. Naruto lo recepisce comunque:

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Non è una risposta globale, rivolta a tutti e a riferita ad annientare l’odio in maniera totale ( e siamo corretti, sarebbe troppo pretenderlo da un fumetto per ragazzi! ) ma riferita all’Hokage. Egli non è costretto a calpestare i cadaveri dei propri compagni perché è colui che apre la fila e che si fa carico dei pericoli maggiori, proprio come abbiamo visto con il Secondo Hokage quando nomina il Terzo. Naruto sostiene che essere Hokage ma anche un ninja sia una forma di “resistere”, esattamente la risposta finale cui giunge Sasuke anche se con mezzi differenti. Però, da una parte c’è chi vorrebbe dirigere tutto in virtù della propria forza e saggezza, dall’altra chi vorrebbe permettere il libero arbitrio alle persone e farle decidere da sé. E’ come se avessimo assistito alla nascita di due divinità e al loro scontro per decidere quella che sarà la nuova realtà e la nuova etica da seguire.

                                                   -L’ultima critica mossa da me-
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Il vero problema di Naruto non sono tanto le tecniche abusate, i power up forzati e casuali o Kaguya. Il vero problema di Naruto risiede in questa immagine particolare e nello Zetsu nero che ci rivela che in realtà tutto ciò che abbiamo visto è stata opera sua. Ha fomentato Indra contro il fratello, ha aiutato Madara, ha riscritto la stele, ha aiutato Kabuto e chissà ancora quante altre fette di culo.

No ragazzi, questo è proprio sbagliato e completamente incoerente con il resto dei discorsi fatti. Hai passato 690 capitoli circa a ripetere, esplicitamente o meno, che il mondo è caos, che l’odio nasce da idee comunque valide ma contrapposte, che anche i nemici hanno i loro validi motivi per agire e poi te ne esci accentrando tutto il male del mondo in un unico essere? E questo significa che senza lo Zetsu nero magari avremmo avuto un mondo idilliaco e puro? Ma vaffanculova’!

E’ uno degli elementi più orridi, pacchiani e pericolosi della storia, odio queste scelte alla “Signore degli Anelli” dove il male è concentrato in un’entità esterna che corrompe il mondo buono e gentile. A livello concettuale e filosofico è un’idea che rigetto in toto. Naruto andava bene come stava procedendo prima: il mondo è caos e le guerre nascono da differenti visuali sulla stessa cosa, tutte valide in qualche modo ma vincenti sulla base della forza, degli alleati, delle tecniche, ecc. Lo Zetsu nero smonta completamente e banalizza in poche righe quella che è stata una trama complessa e un modo di vedere rispettabile e originale.

 

Concludendo questo articolo e questa serie su Naruto mi ritrovo a far notare delle cose che ho sempre sofferto nel vedere mutilate dal pubblico, mal capite, spesso denigrate per ignoranza. I miei articoli nascono con questo scopo: cercare di spiegare, di far comprendere meglio i temi e la filosofia che Naruto mette in campo senza però fare concessioni di sorta.

E’ un’opera perfetta? Assolutamente no. Abbiamo anche visto che narrativamente alcune scelte sono pessime, la trama dell’ultimo arco è diluita in un modo spaventoso, Naruto è un deus ex machina costante e vere risposte definitive non ne dà (anche se, a differenza di Rufy, si spreme e ce ne dà alcune comunque accettabili). Gli scontri ninja, che erano un tratto caratteristico eccellente dei primi archi narrativi, svaniscono a favore di scontri basati solo sulla forza fisica o quella di volontà che finiscono in un terribile anticlimax finale salvato solo dallo scontro fisico e ideologico con Sasuke.

Un’opera che si conferma, tra alti e bassi, di alto livello generale, a suo modo creativa come poche e una sfida intellettuale costante. Io vorrei dare solo un consiglio chiave a chi si approccia a Naruto: non dovete analizzarlo con gli strumenti per analizzare i classici shonen, in alcuni casi dovete uscire dagli schemi e collocarlo in una nicchia apposita per lui.

-Parte 1 della mia analisi su Naruto

-Parte 2 della mia analisi su Naruto

 

 

Analisi critica: La filosofia di Naruto (parte 2)

Nella parte 1 ci eravamo occupati principalmente degli elementi shonen inerenti i combattimenti e quelli riguardanti lo psicologismo spesso sottovalutato di Naruto. In questa parte 2 parleremo invece di un altro elemento talvolta sottovalutato dagli stessi estimatori di Naruto: la filosofia di gran parte dei suoi personaggi.

Ci eravamo lasciati proprio alla fine della prima serie dell’anime pertanto è opportuno ripartire da lì, da quella sezione che nell’anime corrisponderebbe allo Shippuuden e direi di cominciare al volo parlando di alcuni dei personaggi e degli aspetti più deboli.

                                                                     – Sai –

Sai è quello che dovrebbe sostituire Sasuke nel gruppo e penso che l’idea iniziale fosse di farne un personaggio antitetico, apparentemente simile ma in grado di differenziarsi. Per questo motivo più che un combattente è un artista, più che un vendicatore dominato dalle emozioni è un involucro privo di sentimenti, tanto che la storia batte veramente troppo su questo punto cercando di convincerci dell’esistenza di queste persone allevate nella Radice, la squadra speciale e segretissima della Foglia, che non sanno neanche come ci si siede come si sorride. Dico che è uno dei personaggi più deboli perché in realtà non si può parlare veramente di chissà che psicologia o filosofia di vita, Sai è uno strumento che la narrazione adopera per farci capire quanto siano cattivoni quelli della Radice e che anche uno privo di sentimenti può cambiare e provare qualcosa per i propri compagni. Bello, la scena finale con la finestra-quadro è anche molto poetica ma non ho potuto fare a meno di leggere tutte le parti di Sai con estremo disinteresse e fredda accondiscendenza. Per fortuna la storia da un certo punto in poi sembra dimenticarsene. Il discorso sulla Radice invece è meraviglioso ma lo vediamo più avanti.

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“Compagno”, l’unico quadro titolato. Poetico ma poco incisivo

Nell’articolo prima avevo parlato anche del valore e dell’importanza degli allenamenti in Naruto, una cosa che in Dragon Ball diventava una routine sbrigata da quelle che in cinematografia sono sequenze brevi da videoclip con una musica potente dietro mentre in One Piece a malapena se ne scorge qualcuno. Non solo avevo elogiato il Rasengan, nonostante fosse qualcosa di apparentemente noioso ma mi ritrovo a farlo anche adesso con la spiegazione di Kakashi e Yamato sulla spiegazione dell’alterazione delle proprietà. Qui apprendiamo qualcosa in più sul mondo ninja e su come funzionino le tecniche, ovvero come un grande sasso, carta, forbici elaborato, dove ogni elemento ha le proprie qualità a contraddistinguerlo dagli altri sotto qualche aspetto (anche se chiaramente si parla più degli aspetti bellici che di altro). Non solo, Naruto si dimostra intelligente nel porti un dilemma apparentemente insormontabile

<<E’ come guardare a destra mentre si guarda anche a sinistra>>

Per poi rispondere con una soluzione elaborata e geniale che mostra cura anche nelle piccole cose. Scopriamo che la moltiplicazione del corpo non vale solo come tecnica diversiva in combattimento ma anche nello spionaggio (del resto Kakashi la utilizza sempre per avere informazioni preliminari durante lo scontro) e veniamo a sapere che ciò che la copia apprende si trasmette poi all’originale. Kishimoto reinventa questo paradigma per usarlo proprio nell’allenamento, perché se due copie dimezzano i tempi, tre copie riducono questi a un terzo, e così via. Sublime. E’ una mossa davvero astuta da parte di Kishimoto appunto perché ci dimostra che l’attenzione non è solo sugli scontri e sul confronto ma anche sull’apprendimento. Non credo di aver mai visto, oltre Naruto, così tanto allenamento in nessuno Shonen, mai così ben spiegato, mai così ben pensato, mai così coerente con le tecniche che già conoscevamo e che vediamo sotto una nuova prospettiva.

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Non basta ripetere una frase (“Proprio a me lo dici, Kakuzu? Sai quanto mi piacerebbe essere ucciso”) per rendere più interessante un personaggio monodimensionale

                                                           – Hidan e Kakuzu –

I personaggi di Hidan e Kakuzu invece trovo che siano dei meri riempitivi per la storia. Hidan è appena una bozza di quello che dovrebbe essere un immortale anche se il suo potere e la sua origine non ci vengono mai davvero spiegati, rendendolo molto più “fantasy” di quanto in realtà Kishimoto ci abbia abituati. Un conto sono le braccia in eccesso di Kidomaru o la mano-bocca di Deidara che possiamo anche vedere come innesti o tecniche particolari ma rendere un essere immortale e richiamare in causa una vera divinità è un pochino troppo. Scusate eh, Madara che fa il bello e il cattivo tempo con le tecniche di resurrezione? Orochimaru che voleva essere immortale? Loro non hanno mai sentito ‘sto Jashin? Boh.

Kakuzu è parzialmente perdonato perché già più coerente col mondo ninja, infatti rubare cuori per lui significa vivere in eterno e in più, giustamente, assorbirne il tipo di chakra e la particolare inclinazione, così da padroneggiarle tutte. Inoltre renderlo così resistente si dimostra utile per farci vedere la nuova tecnica di Naruto.

Qui non faccio proprio una critica ma un appunto su una cosa che non mi è tanto chiara per come è stata gestita. Viene detto che neanche il Quarto Hokage, che ci viene venduto ogni volta che se ne parla come un dio sceso in terra, è riuscito a completare il Rasengan. E vediamo Naruto (e non dimentichiamoci di Konohamaru che non lo completa ma lo usa contro Pain) farcela, nonostante la tecnica e il tempo speso con un trucchetto. Insomma, non è ben chiaro perché una tecnica come il Rasengan dovrebbe essere più difficile da padroneggiare del mille falchi e perché dovrebbe essere così complicato completarla a differenza di tutte le altre tecniche. Narrativamente serve a farci capire i progressi di Naruto che si sta avvicinando ai suoi predecessori ma va anche detto che il tutto viene gestito in maniera molto veloce e sbrigativa. Naruto che ci è stato presentato come un pasticcione ormai lo è solo di nome o nelle gag con Sakura; si può ancora parlare “male” di Naruto? No, ha smesso di essere tale da un bel pezzo, non sbaglia praticamente mai un colpo se non ogni tanto e nelle spiegazioni si dimostra lento ma alla fine dei conti non è scemo neanche la metà di quel che sembra. Possiede la fortuna della Volpe e questa specie di innatismo-shonen nei momenti critici che di fatto snaturano un po’ la goffaggine presunta del personaggio con cui tutti noi dovremmo empatizzare. Lo sottolineo perché Naruto si sta avvicinando a quella fase da messia che personalmente odio e che discuteremo meglio nella parte 3.

                                                            – Itachi VS Sasuke –

Non parlerò troppo del combattimento e delle strategie di battaglia e ciò che rimane poi di Itachi lo discutiamo sempre nella parte 3 finale.

Itachi è, senza troppi giri di parole, un filosofo, così come Pain. Per capire la sua storia dobbiamo confrontare ciò che Sasuke sa di lui inizialmente -ovvero che Itachi ha sterminato il clan- con ciò che Sasuke scopre da terzi dopo. A esemplificare questo una frase dello stesso Itachi:

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Cos’è la “realtà”, se non un insieme di credenze cui diamo credito?

Inizialmente non capiamo queste parole ma dopo lo svolgimento del duello grazie a Tobi il quadro sarà finalmente completo.

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Sono costretto a tagliare alcuni discorsi per velocizzare il mio, purtroppo. In sostanza, Itachi, il quale sterminò per davvero il clan Uchiha, non fece altro che eseguire una missione affidatagli dalle alte sfere della Foglia per una questione di ordine interno che fa riferimento addirittura alla fondazione della Foglia stessa. Abbiamo visto nell’articolo precedente un punto fondamentale: Itachi non voleva sentirsi parte di un’etichetta, di un clan soffocante o sentirsi indissolubilmente legato ad un villaggio. E’ un personaggio che ci ha dimostrato di essere cosmopolita e nel racconto di Tobi acquista senso ciò che ci ha detto, altrimenti come potrebbe uno sterminare il suo stesso clan dopo che abbiamo visto casi esemplari (Hyuga, ad esempio) in cui il clan è tutto e va protetto a qualunque costo? Itachi era pacifista e cosmopolita, metteva il bene del villaggio di Konoha sopra al proprio clan capendo e riuscendo a distinguere i concetti di “male minore” e “male necessario”. Tutto ciò è interessante perché inoltre getta delle ombre sulla Foglia stessa: il villaggio che abbiamo protetto, che Naruto ama e vorrebbe proteggere, il villaggio che ha dato i natali al terzo Hokage che ne parlava così bene, le piccole foglie…e ora si scopre che un villaggio considerato “buono” (anche se già la faccenda degli Hyuga complicava di molto le cose) è capace di un simile attentato a danno dei suoi cittadini?

Va detto però che il padre di Sasuke stava organizzando un colpo di stato. Ancora non aveva avuto luogo ma sarebbe stato peggio permetterglielo, pertanto le azioni della Foglia possono essere considerate preventive? Apprezzo questo svolgimento realistico della cosa. A differenza di Dragon Ball o di One Piece, dove “la gente da difendere” è un blocco unico di manichini privi di pensiero, in Naruto il Villaggio ha le mani lorde di sangue quanto gli altri, quanto gli antagonisti, ha dei lati in ombra che non ci permettono di perdonarlo a fondo ma che gli consentono di avere più forza retorica di qualsiasi altro discorso shonen stereotipato. La Foglia è esattamente come l’America, l’Italia, la Germania, il Giappone e così via. Puoi essere nazionalista e patriottico quanto ti pare ma il tuo paese avrà sempre in qualche misura qualcosa di cui vergognarsi della propria politica. Il problema è che non possiamo neanche condannare gesti simili, fosse anche lo sterminio dei pellerossa o degli indios, o il duca Vlad l’Impalatore. Quelle azioni per quanto deprecabili erano anche politiche, azioni politiche con il fine di sacrificare una parte per permettere ad un’altra (per qualcuno preferibile) di sopravvivere. A ben vedere la storia è una costante sequela di uccisioni e sterminii più o meno giustificati dalla necessità. Preferisco un villaggio come quello della Foglia a un qualsiasi indistinto paese sulla carta presentato come buono per esigenze narrative che appiattiscono il tutto.

A questo mi ricollego anche per un altro breve appunto. Dalla storia di Itachi apprendiamo che impiantarsi gli occhi del fratello (o di un altro membro del clan, suppongo) significa sviluppare uno Sharingan Ipnotico perfetto e duraturo. Ma allora perché semplicemente non scambiarsi gli occhi? Dal discorso di Tobi sembra che questa azione sia deprecabile ma in un mondo (e in un clan) di Ninja disposti a tutto suona balzana. Se il clan Uchiha tutto si fosse messo a smerciare occhi sarebbe semplicemente diventato imbattibile.

Il proseguimento della storia di Tobi è comunque eccezionale. L’unione dei due clan più forti e rinomati dell’epoca dà vita alla Foglia ma il problema della leadership è impellente. Come decidere il capo-villaggio? E’ chiaro che uno come Madara non avrebbe mai accettato il secondo posto ed è chiaro che gli Uchiha considerati pericolosi sarebbero stati controllati e sempre più estromessi dalla politica, anche grazie a Tobirama Senju. Insomma, Itachi si ritrova nel bel mezzo di una questione delicata e complessa e opta per la soluzione che ritiene migliore. In tutto questo si aggiunge Sasuke che crede ad una realtà che dava per scontata ma che per la prima volta si rivela falsa (e ci torneremo su questo). Allora decide di lottare contro questo sistema dei Ninja corrotto e malato, in particolare contro coloro che costrinsero Itachi a un patto simile, dichiarando guerra al Villaggio. Qualcuno ha ritenuto poco coerente e poco credibile questa scelta, eppure Sasuke stesso la spiega per bene e vorrei riportarla per intero:

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Si può accettare la pace ipocrita di chi ti ha costretto ad una simile scelta?

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La questione è semplicissima: La vita di Sasuke per Itachi valeva più del villaggio ma questo vale ora anche all’inverso

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In effetti. Se criticate Sasuke di essere infantile e volubile, di grazia, quanti familiari avete perso a causa del governo, voi? Riuscite a capire anche solo una parte dell’odio che si deve provare?

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Ma Sasuke non è un concentrato d’odio e basta. Egli è così a causa del troppo amore che provava per i suoi cari.                                                         

                                                                    – Pain –

Il personaggio di Pain non è troppo dissimile da Itachi, è un filosofo anch’egli e oserei dire uno dei più grandi nell’universo Shonen. La sua filosofia viene spesso bollata come minchiata da antagonista secondario semplicemente perché non viene colta nella sua interezza, alla pari di chi sproloquia di voler “conquistare il mondo” (che è una frase che dice, comunque, e le sue sbrodolate quando parla di essere dio ammetto che sono stronzate che poteva risparmiarci) senza poi specificare cosa farci, col mondo.

Inizialmente spiega a Hidan un piano molto complesso che però sembra essere una copertura e basta, verrà anche citata sulla soglia della Quarta Guerra Ninja dai Kage:

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I motivi di una guerra vengono definiti a posteriori

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La traduzione è quella che è

 

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Politica. Ho già perso quei pochi che mi leggevano

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Il discorso iniziale di Pain è complesso ma anche se fosse quello vero sarebbe molto interessante. Non abbiamo un antagonista balordo che combatte per la pura forza o per la conquista ma un vero e proprio “politicante” conscio dei sistemi del proprio mondo che cerca, quasi con strumenti legali, di vincere il sistema stesso e di batterlo al suo stesso gioco. Notevole, e si riallaccia all’antagonista sofisticato di cui parlavamo. Il vero Pain però non è proprio così, o per meglio dire, Nagato Pain è molto di più.

                                                                           – Nagato –

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La stabilità è importante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ma la stabilità si è fondata sulla violenza perpetrata su altre persone

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Pain enuncia una semplice regola, più vecchia del mondo. Se ferisci, aspettati la vendetta di qualcuno. Azione e reazione

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Anche quelli della foglia hanno avuto delle perdite. Probabilmente Pain ride come se avessero paragonato le perdite USA contro le perdite della Siria, o dell’Iraq, o dell’Afghanistan

Il discorso di Pain su cui voglio attirare l’attenzione con alcuni esempi all’ordine del giorno è proprio questo. Ve lo immaginate se oggi ci fosse un terrorista Siriano in grado di mettere in ginocchio il presidente degli Stati Uniti? Lui risponderebbe “anche noi abbiamo avuto migliaia di perdite contro di voi”.

Ci sarebbe effettivamente da ridere, lo penso anche io. Puoi anche avere dei lati in ombra come persona e come villaggio, puoi anche avere le mani parzialmente pulite grazie a personaggi positivi come il Terzo e il Quarto Hokage ma la realtà è che qualcuno ci è morto e i suoi compagni per te provano odio. Come ho sempre detto, al dolore non si parla, col dolore non si ragiona, ed è ciò che Pain esplica benissimo. Credi che i familiari uccisi dai tuoi torneranno in vita con le belle paroline? Credi che parlare male della vendetta o di chi la esegue sia una forma di difesa sufficiente? No.

La realtà è che il principio di Azione-Reazione è sacrosanto e anche se cerchiamo di disfarcene con opere pro-sociali che ogni volta ci ricordano che “la vendetta non porta a nulla” o “la vendetta non ti restituirà i tuoi cari” o “cercherai altri su cui vendicarti” sostanzialmente stiamo cercando di parlare al dolore.

Nella società civile chiaramente non c’è spazio per la vendetta ma bisogna ricordarsi che questa è a discrezione di ciascuno. Magari uno ha subito una perdita accettabile e se la mette via. Magari no. Magari lo fa soffrire così tanto che preferisce compiere una strage e poi spararsi un colpo. Ho visto spesso commenti pieni di compassione ma mai di comprensione. E questo perché gli assassini ci spaventano, vorremmo non vederli mai intorno a noi, e chi lo diventa è sicuramente criticabile. Ad esempio, una madre che viene abbandonata dal marito e dalle istituzioni con un figlio a carico che sceglie di uccidere entrambi, o prima il marito e poi il figlio. Un ex mercenario che si dà alla droga a causa del suo passato, un uomo sfigurato dall’acido a causa di una compagna gelosa e possessiva. Noi che abbiamo il culo al caldo e la pappa pronta abbiamo il giudizio svelto ma quante di queste sfortune ci sono capitate per poterle comprendere veramente? Il discorso di Pain sembra facile e basato tutto sulla vendetta ma c’è di più.

Naruto stesso chiede:

<<Come può il vostro operato configurarsi col valore di “pace”?>>

E ha senso come domanda. Vediamo il discorso di Pain in dettaglio:

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Come puoi effettivamente parlare di pace dopo tutte le persone che hai ucciso?

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C’è un piccolo problema. Tsunade prima stava dicendo le stesse identiche cose di Pain. I metodi di Naruto non sono risolutivi, vuole fare le stesse identiche cose che critica

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Il paese del Fuoco è l’unico a potersi riempire la bocca di questi concetti dopo le violenze perpetrate?

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Naruto comincia a capire che basarsi solo sugli istinti e su ciò che si vede non è saggio

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Il discorso di Pain è che tutti usano le stesse spiegazioni e gli stessi metodi, dando vita ad un circolo di odio e di rancore interminabile

La distruzione del villaggio della Foglia è servita all’autore proprio per darci un pugno nello stomaco. A voi che vi siete preoccupati, pensando che Pain fosse semplicemente un terrorista, l’autore risponde: e la violenza causata da noi agli altri ce la dimentichiamo solo perché li abbiamo visti di meno? Non compaiono in tv, nei telegiornali, non vediamo i loro eroi nei nostri film, quindi sterminarli va bene?

Però se crollano le nostre torri, i nostri monumenti, allora in quel caso si tratta di pazzi fanatici maledetti e fomentati. Troppo comodo rispondere così. Mi rendo conto di parlare di argomenti sensibili e pericolosi ma il fulcro del discorso di Pain è proprio questo, ed è meraviglioso e audace anche per questo. Non ricordo di aver mai visto quest’argomento trattato in altri shonen, sinceramente. Kenshin Samurai Vagabondo gli si avvicina come concetti ma è molto più blando. Qui vediamo proprio il villaggio distrutto, Jiraiya e Kakashi morti. Siamo pervasi dall’odio per quel maledetto Pain, eppure come Naruto siamo impotenti ai suoi discorsi. E’ vero, ci ha causato del dolore ma noi lo abbiamo causato a lui per primi. E ora che si fa? Si continua a odiarci? La mettiamo via?

Pain introduce un discorso complesso e filosofico anche perché sollecita Naruto per avere una risposta. E qui mi ricollego a quel che dicevo di quello sgorbio intellettuale di Rufy che quando viene sollecitato NON risponde, quando gli parli di governi, di pace, di male minore ti prende a sberle finché non ottiene quello che vuole. Bravo, hai capito tutto come personaggio e soprattutto come autore, hai capito come semplificare in maniera indegna un discorso profondo che per fortuna Kishimoto tratta coi guanti di velluto. E Naruto cosa risponde?

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Messi di fronte a un quesito sì grande è difficile rispondere. Chi mai potrebbe? Gli uomini si odiano e si combattono dall’alba dei tempi, i loro rapporti sono sempre stati dominati dal potere, non si può dare una risposta diversa.

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Alla fine lo stesso Naruto dirà a Tobi: “Nagato anche se con un metodo diverso voleva davvero la pace ma tu no!”

Pain, che comunque rimane un antagonista, sostiene che quel dolore che Naruto sta provando sia il mezzo per giungere alla pace, ed è ciò che Jiraiya stesso gli aveva spiegato: E’ solo quando provi dolore a tua volta che riesci a comprendere quello altrui e a “risparmiarlo”. Infliggere dolore al mondo non è una punizione né una vendetta per Pain ma un metodo per farlo crescere come se fosse una persona. Potrà sembrare bislacco e invece ha il suo bel perché. Forse si richiama alla Guerra Fredda che evitò conflitti “pesanti” anche memore di ciò che era stato il precedente conflitto mondiale. L’Ancien Regime cadde anche grazie alla riflessione che l’assolutismo di Napoleone portò alla storia e con esso le sue guerre e le sue perdite. La guerra insegna la pace. Ecco riassunto ciò che dice Pain. Un discorso spesso ingiustamente sottovalutato e criticato come cliché ma in ultima analisi mai compreso a fondo nella sua interezza.

Adesso invece parliamo della scelta criticatissima di Nagato in punto di morte di riportare tutti in vita.

Naruto si reca da Nagato per sentire la sua storia perché comprende che ucciderlo non sarebbe la risposta (e già qui si vede la maturazione del protagonista). Nagato gliela racconta per avere la riflessione di Naruto. Naruto risponde che ancora li odia, vorrebbe ucciderli ma non lo farà.

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Per comprendere l’indole di Pain dobbiamo capire questo innanzitutto. Che Nagato vuole veramente la pace anche se con un metodo non convenzionale. Gli ideali di Jiraiya sono anacronistici e insufficienti ma Jiraiya credeva che qualcuno prima o poi avrebbe avuto quella risposta tanto agognata. Ed è una frase del suo personaggio letterario che entrambi gli alunni hanno letto. Quelle due figure, che ciascuno dei due rivede col proprio volto, nell’ultimo istante si sovrappongono e si rivela anche il nome del personaggio fittizio

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Jiraiya si ispira a Nagato scrivendo

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Il personaggio che Nagato si figura leggendo è egli stesso

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Ma il nome del personaggio è proprio “Naruto”, un lascito del maestro anche simbolico e ideologico che Naruto non può tradire, o diventerebbe una storia diversa

E’ questo che convince Pain, nonostante una effettiva risposta non ci sia ancora e che lo esorta a riportare tutti in vita per rimediare ai propri errori. In parte sono d’accordo con le critiche: mi sembra una scelta frettolosa da parte di un personaggio che era davvero molto convinto della propria filosofia di vita e mi sembra che si vada ad annacquare il suo stesso discorso che aveva senso proprio perché Naruto aveva subito perdite enormi. Un po’ come la morale de La Bella e la Bestia. Una volta che capisci la rispostina tiè, beccati il figone ricco anche se per tutta la storia abbiamo parlato di bellezza interiore.

Non mi ha convinto pienamente ma Kishimoto ha cercato di spiegarla e giustificarla dicendoci che Pain non era malvagio, il suo scopo era far maturare le persone, non massacrarle. Ho visto gente dare di matto perché Kakashi era tornato in vita. Purtroppo riconosco che un personaggio simile abbia la plot armor e sia intoccabile però almeno ci ha permesso di avere un dialogo con suo padre, una cosa non da poco secondo me, e che altrimenti avremmo visto in sogno, forse.

                                                                   – Danzo – 

Danzo?! Che c’azzecca coi filosofi di prima? In realtà Danzo ha un potenziale enorme che spesso non viene colto. Non si degna, come Pain o come Itachi, di partorire chissà quale dialogo di spessore, però sono rimasto positivamente colpito dalle scene in cui appare e quella della sua morte. La storia di Naruto è costellata da personaggi tristi, eterni secondi, sconfitti, falliti e Danzo è uno di loro. Nei suoi ricordi prima di morire vediamo che avrebbe voluto sacrificarsi esattamente come suo padre ma la paura ha il sopravvento. Danzo è il classico personaggio che trama nell’ombra e sfrutta gli altri per i suoi fini però vediamo che non lo fa per tornaconto personale, è profondamente radicata in lui quell’idea di sacrificio estremo che abbiamo visto associata all’immagine del ninja e del guerriero fin dall’inizio. La sua vita non la reputa importante, la difende solo perché ritiene di essere l’unico a disporre di metodi coercitivi adatti a dominare il mondo dei ninja. Più volte lo vediamo criticare il defunto Terzo Hokage o Tsunade, lo vediamo disprezzare i metodi pacifisti e gli altri lo chiamano “guerrafondaio”.

 

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Davvero toccante. Forse erano addirittura amici inizialmente

Nonostante il suo passato Danzo continua a covare una forma di rancore ma non si dimentica dei propri ideali, anche se lo vediamo letteralmente astenersi dalla lotta quando Orochimaru e Pain attaccano la Foglia. Per lui dieci, cento vite non contano nulla, sono solo pezzi su una scacchiera e lo apprezzo. Potremmo dire che segue ideali autoritari e militareschi che ormai neanche i ninja vogliono seguire e questo si collega benissimo con le figure della Foglia e della Radice, la squadra speciale che comanda.

Come si vede nelle scene finali la Foglia è baciata dal sole, è l’elemento della pianta più appariscente ed esteticamente apprezzabile, la radice invece è ciò che fornisce nutrimento alla pianta ma è nascosta e non si vede, è pure esteticamente brutta.

Questi due semplicissimi elementi sono usati anche per rappresentare i ninja come il Terzo che agiscono alla luce e sono guerrieri puri e valorosi e chi come Danzo svolge lavori di intelligence, di spionaggio, di assassinio, nell’ombra. La faccenda è trattata in maniera adulta e matura, anche se viene “spinto” Sarutobi i due metodi sono complementari e sarà importantissimo ricordarsi questo aspetto per la riflessione definitiva di Sasuke. Un villaggio, un governo, una politica, deve necessariamente avere entrambi per funzionare e deve anche avere personaggi meno amabili e meno amati che svolgano il lavoro sporco. Questo l’ho decisamente apprezzato e contribuisce ad innalzare il livello della scrittura dei personaggi.

Concludendo qui la seconda parte mi ritrovo a dire che Naruto fino a questo punto è davvero un signor manga. Durante la mia adolescenza mi ha accompagnato con personaggi squisiti, con storie favolose e una filosofia sempre azzeccata che io rispetto ossequiosamente ancora oggi. Poi è arrivata la Quarta Grande Guerra Ninja che ha in parte smontato le mie convinzioni su alcune cose. Siccome è un argomento a sé, però, ne parleremo nel terzo e ultimo capitolo dedicato a Naruto.

Parte 1 della mia analisi su Naruto

Parte 3 della mia analisi su Naruto